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Il grido | Recensione di Filippo Sacchi

Invito alla censura: non strozzare Il Grido di Antonioni

Invito alla censura: non strozzare Il Grido

di Filippo Sacchi

È un piccolo bravo Festival quello di Locarno. Coinvolto suo malgrado nel conflitto commerciale che da anni si dibatte tra noleggiatori svizzeri e produttori europei, e perciò esposto a veti e sabotaggi da parte delle organizzazioni ufficiali, esso è un po’ un Festival alla macchia, inviso a ministri e a direzioni generali, e perciò istintivamente simpatico a coloro che considerano la presente dittatura delle burocrazie cinematografiche governative come la peste che finirà per uccidere il cinema. È appunto perché è un Festival birichino che ha potuto permettersi una cosa che sembra straordinaria e che invece dovrebbe essere normalissima, se la libertà d’opinione e di espressione al cinema non fosse una burla, cioè di presentare un’opera cinematograficamente importante senza tagli di censura.

Il film era Il grido di Antonioni, intorno a cui si sapeva che erano sorte in sede di censura controversie vivacissime. Ancora una volta gli spettatori accorsi al richiamo del pezzo proibito, dovettero domandarsi se valeva la pena di creare questo nuovo caso di pesante inframmettenza puritana. Perché concedendo che si debbano accorciare un paio di amplessi un po’ prolungati, prolungati si badi più all’intenzione del mercato internazionale che del mercato interno, e magari anche si tagli (ma quanta piccineria!) la curiosa scenetta del venditore ambulante di Madonne, dov’è tutta questa materia di scandalo? Ci dissero che uno dei passaggi incriminati è quello in cui Rosina, la bimba, scopre dietro una scarpata il babbo steso accanto all’amante, il cui disordine, nel riposo, denuncia i segni di una trascorsa intimità. Ma questo vuol dire non capir niente. Ma se proprio in questo episodio e in questo choc è la vera profonda amarissima moralità del film. Rosina, il frutto di una delle centomila unioni illegittime che caratterizzano il nostro moralissimo Paese, Aldo, operaio in uno zuccherificio del Polesine, e Irma, moglie di un emigrato in Australia, convivono da sette anni quando arriva a Irma la notizia che il marito è morto. Ed ecco che, proprio al sospirato momento di legalizzare la loro unione e dare una posizione regolare a Rosina, Aldo si trova davanti a una rivelazione tremenda: Irma non lo sposerà perché ama un altro. Suppliche e percosse sono inutili, Aldo prende la bimba e parte. Va a ritrovare la onesta e gentile ragazza che amava prima di incontrare Irma: ma certe cose non si riprendono. Riparte in cerca di lavoro, e il caso lo scarica un giorno in una stazione di servizio, tenuta da un’ardita e provocante benzinara che si incapriccia di lui e se lo piglia come aiuto e come amante.

Ma c’è Rosina. Ogni giorno qualcosa viene a fargli sentire che non potrà mai da solo allevare Rosina. Poi arriva la terribile scoperta. Quando rialzandosi confuso e sconvolto egli vede Rosina fuggir via, capisce che ha perduto tutto. Allora rimanda la bimba dalla mamma. Rimanda la bimba, ma tronca con Virginia e va via. Questo estremo soprassalto di pudore e di rimorso per cui, solo perché quella trista passione ha mortificato la sua bambina, e quasi per purificarsi tardivamente agli occhi di lei, abbandona l’unica donna che poteva nella rabbia dei sensi fargli dimenticare Irma, perdendo il solo lavoro sicuro, è un grande, bellissimo movimento d’anima, un disperato atto di onestà. Ma cosa resta se si sopprime quella scena? Senza contare che si ammazzerebbe il personaggio di Rosina. Ora, questa bimbetta che vediamo per tre quarti del film, coi suoi due scopini biondi, il suo intelligente musetto slavato, sgambettare accanto al suo papà sullo sfondo di quel desolato paesaggio alluvionale, è la vera protagonista del film. E da sola una creazione: per trovare un altro personaggio infantile così assoluto e poetico bisogna risalire alla Brigitte Fossey di Giochi proibiti (questa è polesana e si chiama Mirna Girardi). E infatti quando Rosina esce il film cade. L’episodio della quarta donna, Andreina, volutamente introdotto ed esacerbato per spingere Aldo al collasso finale, per quanto pieno di osservazioni acutissime, invece di concentrare il dramma, lo disperde. E la catastrofe arriva scontata.

Non importa, anche così Il grido rasenta almeno per metà il capolavoro. Ci sono pezzi degni di un classico. C’è tutto il mondo del basso Polesine, trasferito intero sullo schermo coi suoi paesi, i suoi orizzonti, le sue genti. C’è una folla di personaggi unici e indimenticabili, come il tragico Aldo di Steve Cochran, la formidabile Virginia di Dorian Gray, la delicatissima Elvia di Betsy Blair, e quello straordinario tipo che è il vecchio Campanili, una specie di vivente monumento di natura (i suoi dialoghi con Rosina!). Insomma, se l’arte ha qualche diritto, questa è arte.

Come postilla al Festival di Locarno sarà giusto infine non dimenticare due altri successi italiani. Uno è L’incanto della foresta di Ancillotto, già noto tra noi, e che fu giudicato una delle rivelazioni della mostra; l’altro il trionfo retrospettivo di Assunta Spina e personalmente di Francesca Bertini, venuta apposta festeggiatissima da Parigi a presentarlo.

Epoca, 28 Luglio 1957, n. 356

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