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2001: Odissea nello spazio [Riedizione] | Rassegna stampa italiana

Nell'anniversario della morte di Stanley Kubrick, torna nei cinema nella versione restaurata uno dei suoi capolavori, 2001: Odissea nello spazio
Stanley Kubrick 2001: a Space Odyssey

1968 – 2001: Odissea nello spazio

 

La Stampa – 9/3/2001

2001: Odissea nello Spazio.

Nell’anniversario della morte del grande Stanley Kubrick, torna nei cinema nella versione restaurata uno dei suoi capolavori: un film unico del 1968 che ha segnato per sempre il cinema di fantascienza, condensandone e fissandone gli universi col suo stile inimitabile: il candore e la freddezza, la danza degli astri, la posizione del veicolo spaziale nell’oscurità sconfinata del sistema stellare, il modo di muoversi e la vita quotidiana degli astronauti, i corridoi rotondi come l’anima di un enorme tubo bianco. Le immagini fantascientifiche non erano mai state così suggestive e perfette prima di 2001: Odissea nello spazio, né lo sarebbero mai più state dopo. L’arte di Kubrick ha poi saputo condensare l’ignoto e il sacro in un simbolo potente divenuto popolarissimo: il monolite nero emblema di Dio, o di una forza cosmica, o degli extraterrestri. L’avventura spaziale diventa scoperta di se stessi, si nutre del classico schema dell’apprendista stregone: l’uomo vuole dominare l’universo e crea una macchina, il cervello elettronico Hal 9000, che si muta in sua nemica sino a dover essere eliminata. Protagonisti, quattro: scimmia, scienziato, computer, astronauta.

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Corriere della Sera 7/3/2001
Maurizio Porro

Dopo 23 anni torna l’opera restaurata del regista scomparso. Prenotazioni da Bari per Odissea nello spazio nel formato originale a Melzo.

“2001, Kubrick resta fantascienza”.

L’astrofisica Hack: la rivolta dei computer contro l’uomo non si avvererà mai.

MILANO – Sembrava lontano e irraggiungibile, invece il 2001 è arrivato, riportandoci il capolavoro di Stanley Kubrick Odissea nello spazio, di nuovo oggi in dieci copie in pellicola a 35 mm, restaurato e ridistribuito dall’Istituto Luce, a due anni esatti dalla morte dell’autore. Se a Roma si potrà incontrare l’astronauta Franco Malerba, chi vorrà vedere il film nello splendore imponente e avvolgente del 70 mm, il formato della pellicola con il quale venne girato, e con suono magnetico a sei canali, dovrà scegliere l’Arcadia di Melzo (Milano). Il locale, che sta per aggiungere altre cinque sale e vanta primati europei – l’ultimo “Star wars” con 100.180 presenze -, per mercoledì 14 marzo alle 19.50 prevede anche la proiezione del bel documentario su Kubrick visto al festival del cinema di Berlino e girato dal cognato Jan Harlan, che sarà presente in sala (chiunque tenga il biglietto del film di questi giorni avrà ingresso gratuito). Record di prenotazioni e casi di cinefilia spinta, con gruppi in arrivo anche da Bari: l’odissea supplementare. Il grande film di Kubrick – che ottenne soltanto un Oscar per gli effetti speciali – tratta una fantascienza che confina con la filosofia e la religione, oltre che con i conti esistenziali che ciascuno fa con se stesso, finendo non a caso con la visione di un feto: tutto ricomincia, si ripete o tutto è grazia? In origine il regista aveva girato un prologo di dieci minuti in bianco e nero, che poi però tolse, nel quale aveva registrato le opinioni di importanti scienziati e teologi sulla possibilità di vita in altri pianeti. Allora, alla prima proiezione al Capitol di Broadway, 2001 fu un disastro: la gente rise con le scimmie, non capì la poesia spazio-temporale del viaggio psichedelico finale, i critici stroncarono senza pietà. Kubrick si isolò dal mondo, tagliò diciassette minuti e tornò alla carica da vincitore, apponendo con un’équipe di montatori altri tagli. Oggi, ventitré anni dopo, che effetto fa rivedere 2001, al di là della meraviglia cinematografica e dei valzer di Strauss? Lo chiediamo all’astrofisica settantanovenne Margherita Hack. “È bellissimo, ma a me sembra di fantascienza più che di scienza, perché non si è ancora avverata la rivolta del computer contro l’uomo e io credo che non si avvererà mai, nonostante i computer molto sofisticati di oggi e le molte spedizioni spaziali in atto. Kubrick ha giocato d’anticipo con una trovata divertente ma del tutto fanta-scientifica”. Che cosa le piace del film? “Trovo straordinario l’inizio, il primo cammino di comprensione verso la scienza e la natura e le scimmie davanti al monolite, forse segno di una precedente civiltà”. Che cosa chiederebbe a Kubrick? “Di spiegarmi il viaggio finale, per me incomprensibile”. Quale idea fa rivedere oggi 2001? “Grande film visionario, avveniristico, poetico: ci sono viaggi nel sistema solare, ma non si riuscirà mai a uscire e a cambiare rotta verso Giove perché le distanze sono enormi”. Il documentario su Kubrick, storia di una carriera con brani inediti, privati e interessanti, narrata da Tom Cruise, sarà distribuito dalla Warner Bros il prossimo 18 settembre in un cofanetto, in Dvd o in Vhs, che conterrà anche i sette film W.B. del genio Stanley. Il cui nome risuonerà anche alla prossima Mostra di Venezia, che presenterà in anteprima il film di Spielberg A.I.-Artificial Intelligence , il progetto al quale Kubrick stava lavorando quando, due anni fa, ci lasciò orfani della sua strepitosa, virtuosa, totale idea di Cinema.

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7/3/2001
Vittorio Zucconi

Noi, schiavi dei robot.

WASHINGTON – Se avessero detto subito, a noi scimmie sedute a bocca aperta davanti alla finestra che lui ci aveva spalancato, qual era il titolo della breve storia che aveva ispirato 2001 Odissea nello spazio, forse avremmo capito meglio e più in fretta che cosa Stanley Kubrick voleva dirci. Si chiamava The Sentinel, la sentinella, la novelletta che Arthur Clarke aveva scritto nel 1950 e che narrava di un misterioso monolito scoperto sulla superficie della Luna dalla prima spedizione umana, piazzato lì da qualcuno, da qualcosa, per tenere d’occhio questa strana forma di vita che avrebbe presto invaso la superficie del pianeta azzurro, noi. E invece, per fortuna nostra, nessuno ci spiegò che cosa fosse quel monolito, che cosa segnalasse quella sorta di pietra miliare piantata nel tempo e nello spazio. Per questo uscimmo dal cinema con gli occhi pieni di una meraviglia stupefatta che 33 anni dopo ancora non ci ha abbandonato. E che si rinnova ogni volta che 2001 torna, sempre più perfetto, sempre più levigato e sempre più misterioso come il suo monolito.Non c’è segno più sicuro di grandezza artistica della voglia che rimane di vederlo ancora, delle nuove domande senza risposta che ogni volta propone. E se i tecnici dell’arte cinematografica ancora sbalordiscono 33 anni dopo di fronte alla speciale lente anamorfica che permise di girare in Cinerama con una sola camera in 70 mm anziché nelle tre normali, alla reinvenzione della stanza girevole per ricreare l’impressione della gravità zero, a effetti speciali costruiti pezzo per pezzo senza l’inganno della computer animation sfruttata fino alla nausea dai registi di oggi, noi “Australopitechi Aforenses” guardiamo al film con il nostro osso di mandibola in mano come a una parte precisa ed eloquente della nostra storia contemporanea. Per capire davvero 2001 si deve tornare al tempo storico, non artistico di quegli anni, al senso di sbigottimento e di terrore che aveva preso le scimmie sapienti, soprattutto le scimmie americane. Gli anni della decade 40 e 50, che avevano visto Clarke immaginare l’esistenza di una “sentinella” cosmica sulla porta della Terra erano il tempo dell’angoscia nucleare, della convinzione che l’umanità dotata della “Macchina dell’Apocalisse”, come l’avrebbe poi battezzata il Dottor Stranamore, fosse avviata al suicidio e qualcuno, dallo spazio, ci stesse osservando con le sopracciglia corrucciate. Erano i tempi del fervore Ufo, degli avvistamenti di piatti e dischi (e dunque di film) spediti da entità superiori preoccupate per l’infezione che le nostre armi e guerre di pestiferi primati avrebbero potuto scatenare nella Galassia. E tra la “short story” di Clarke del 1950 e il 2001 del 1968, l’umanità aveva realmente sfiorato il precipizio nucleare, in quei 13 giorni della crisi di Cuba nel 1962, molto più vicini al conflitto di quanto allora si fosse immaginato. La sensazione che l'”Australopiteco” immaginato da Kubrick nella sequenza di apertura fosse prossimo al più grande dei suoi successi, il volo oltre la Terra, e insieme alla più disastrose delle sue scelte, la rinuncia alla propria umanità per affidarsi a robot e macchine, era fortissima come lo era il pessimismo plumbeo da Guerra Fredda degli anni 60 esploso poi nella protesta disperata dei più giovani. Clarke e Kubrick., quando si incontrarono per discutere il possibile film, erano profondamente impregnati di questo umore, che l’ormai lanciata avventura dell’Apollo voluto da Kennedy prima di morire, aveva solidificato. L’homo sapiens era sul punto di staccarsi dalla Terra e, visto quello che sulla Terra aveva saputo fare, non c’era da stare molto tranquilli.Per questo, rivisto oggi, quando il ciclo continuo delle paure umane ha rimpiazzato le ansie nucleari di ieri con altre ansie biochimiche e climatiche, il film è una dichiarazione di straordinario ottimismo. La parabola che la mandibola-attrezzo compie nell’universo non finisce con un tonfo, anzi non finisce affatto, ma ricomincia da dove era partita, dall’embrione di una vita che ricomincia. La dipendenza da macchine e da robot porta il seme della rovina della scimmia, in quel computer onnipotente e impazzito, Hal 9000, che all’origine Kubrick voleva chiamare Athena e far parlare con voce di donna. Il destino dell’homo sapiens è, lo vediamo tutti i giorni, quello di diventare il servo dei propri servi, come gli astronauti di Hal. Ma nel momento della verità finale, basta un umile cacciavite che disattivi il cervellone, e il coraggio di condannare sé stessi per sconfiggere il mostro, perché l’umanità torni daccapo. E perché il monolito possa continuare indisturbato e rasserenato la sua veglia senza fine. È stato detto che 2001 fu il film che uccise la Nasa e il viaggio di Armstrong e Aldrin sulla Luna nel luglio del 1969, che la pedestre realtà dello sbarco vero non poté – 15 mesi dopo l’uscita nelle sale del mondo – eguagliare l’incanto, la luce, il realismo, la leggerezza del lavoro di Kubrick. Nacquero anche da quel film le leggende su una colossale finzione propagandistica, su uno sbarco finto organizzato in uno studio di Burbank, che è la vera Hollywood, ma se la Nasa avesse “inventato” tutto, sicuramente avrebbe fatto un lavoro più eccitante di quel saltello sulla polvere di Armstrong. Ed è vero che Stanley Kubrick non creò i suoi effetti dal nulla, ma con l’aiuto di un documentarista che aveva lavorato con la Nasa e la Fiera Mondiale di New York, nel 1964, per produrre “Sulla Luna e Oltre”. Che fece costruire l’interno dell’astronave Discovery, poi divenuto il nome di una vera navetta spaziale di oggi, alla società aereospaziale Vickers Armstrong al costo allora faraonico di 750 mila dollari (l’intero film costò quasi 11 milioni di dollari, il prezzo di un “Titanic” di oggi, recuperato subito).Ma se, grazie allo stallo dell’esplorazione spaziale ormai affidata alle imbarazzanti trappolette robot buttate su Marte, il 2001 di Kubrick è ancora più moderno, più futuro, di quello che abbia saputo fare il 2001 vero, basta cambiare la scena, immaginare che quella astronave esista e sia la Terra sulla quale viaggiamo nello spazio, per vedere che la modernità nel film non è in un modellino o in un effetto speciale, ma nella intuizione di Clarke, capita e trasmessa dal regista. C’è sempre uno Hal 9000, un grande fratello che controlla la nostra vita e che inevitabilmente impazzisce nel suo trip di onnipotenza, dietro quella sua voce suadente e la sua apparente dolcezza. Ma, finora, l’umanità ha sempre avuto il coraggio di impugnare il cacciavite, farlo tacere e ricominciare.

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7/3/2001
Maria Pia Fusco

Ritorno al 2001, l’odissea nello spazio continua.

“Ognuno è libero di speculare a suo gusto sul significato filosofico e allegorico del film. Io ho cercato di rappresentare un’esperienza visiva, che aggiri la comprensione per penetrare con il suo contenuto emotivo direttamente nell’inconscio. Credo che 2001 avrà raggiunto il suo scopo se riuscirà a raggiungere un ampio numero di persone che altrimenti non si soffermerebbero sul destino dell’uomo, sul suo ruolo nell’universo e sui rapporti con le forme superiori di vita”. Ancora una volta Stanley Kubrick aveva visto giusto: il dibattito su 2001: Odissea nello spazio, che torna oggi sugli schermi di tutto il mondo, non si è ancora spento. L’attenzione sul film si era accesa fin dal primo incontro tra il regista e lo scrittore Arthur C. Clarke il 22 aprile 1964. Quando uscì, il 4 aprile 1968, 2001 era già leggenda.
I tempi. Nel febbraio 1965 fu annunciato il film Journey beyond the stars, con la previsione di uscita nel 1966. Il titolo 2001: Odissea nello spazio fu annunciato ufficialmente ad aprile. Né Kubrick né la Mgm sapevano che il 14 giugno di quello stesso anno la sonda Mariner IV avrebbe viaggiato a non più di 6200 miglia da Marte per inviare 22 fotografie sulla terra: Kubrick contattò i Lloyds di Londra per calcolare il valore di una polizza di assicurazione nell’eventualità in cui si fossero scoperti i marziani prima dell’uscita del film.
I numeri
. 12 settimane per scrivere la sceneggiatura, 2 per discuterla, 4 per ritoccarla, 4 per definire l’accordo, 4 per gli effetti speciali, 20 settimane per le riprese e 20 per il montaggio: queste le ottimistiche previsioni. Tutta l’avventura del film durò quattro anni, di cui due furono impiegati da Clarke per trasformare The Sentinel, il racconto da cui era partita l’idea, in un romanzo completo, scritto contemporaneamente alla sceneggiatura. Kubrick calcolò che per la scrittura furono impiegate 2400 ore. I dialoghi nel film durano 25 minuti.
L’astronave. Le riprese avrebbero dovuto svolgersi in Svizzera, negli Usa, in Germania e in vari paesi. In realtà, a parte alcuni esterni in Africa, il film fu girato negli studi di Shepperton, dove fu ricostruita l’astronave Discovery. Furono impiegati 103 costruttori di plastici. Tra il personale c’erano: studenti di architettura, disegnatori di barche, scultori, litografi e metallurgici. “L’officina di Babbo Natale” la chiamava Kubrick, che trascorreva il tempo di attesa a rivedere la sceneggiatura nel camerino che era stato di Deborah Kerr. Dopo un paio di mesi, sospettando che la troupe perdesse troppo tempo a mangiare e bere tè, lanciò l’idea di installare una telecamera spia: fu dissuaso per evitare il pericolo di uno sciopero. Il monolito. All’inizio furono tagliati, lucidati e fotografati pezzi di roccia, ma sembravano sempre pezzi di roccia. Alla fine si decise di usare un pezzo di legno, dipinto con una combinazione di pittura e grafite, poi levigato e ridipinto, fino all’effetto di nero splendore. Sul set, negli intervalli, il monolito era protetto con parecchi strati di cotone e lamine di plastica: toccarlo era un peccato mortale. Per creare l’illusione dell’assenza di gravità Kubrick fece costruire una vera centrifuga a forma di ruota panoramica con un diametro di 12 metri: costo 750 mila dollari.
Hal 9000
. Il nome del supercomputer deriva dalle iniziali che compongono i due metodi di conoscenza e comunicazione, heuristic (euristico) e algorithmic. Ma quando un crittografo scoprì che Hal erano anche tre lettere avanti a Ibm, con grande irritazione della multinazionale, il regista dapprima smentì poi lasciò circolare la leggenda.
L’esito. Le anteprime del film furono un disastro. All’apparizione delle scimmie – erano ballerini con fianchi molto stretti in modo che i costumi pelosi non risultassero troppo gonfi – la gente rideva. All’anteprima di Washington – nello stesso giorno Bush annunciò che non si sarebbe ricandidato – c’era il presidente della Mgm che, viste le reazioni negative, disse: “Oggi cadono due presidenti”. Non fu così: Kubrick accettò alcune critiche e tagliò 17 minuti fino alla durata di un’ora e 41. Nel ’72 il film, costato 10 milioni e mezzo di dollari, ne aveva già incassati 32.

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6/3/2001
Franco Prattico

Quello stupido di Hal 9000.

Siamo arrivati nel 2001, il “fantastico” anno immaginato da Kubrick e Clarke: le loro previsioni di viaggi spaziali si sono realizzate, ma non si può dire lo stesso per l’evoluzione dei computer.

Vi sono alcune profonde ragioni del successo e della varietà di emozioni che 2001: Odissea nello spazio continua a regalarci, a parecchi lustri dalla sua nascita. Film e libro infatti interpretano una certa attesa esoterica che ha accompagnato fin dai suoi inizi l’esplorazione degli spazi esterni al nostro pianeta: cosa c’è al di la dei limiti che la stessa nostra biologia ci ha tracciato? Ci attende l’incontro col Mistero, che sia Dio o una Intelligenza Aliena (l’enigmatico monolito)? E quindi la giustificazione della nostra precaria esistenza, un ciclo di morte e rinascita (sempre reso possibile dall’incontro col Monolito magnetico) che ci sottragga all’asfissiante sensazione della nostra individuale precarietà e insignificanza? E ancora: cosa ci ha strappato, fin dalle origini, alla nostra naturale condizione belluina? Senza dubbio l’intelligenza, quella proprietà del nostro cervello (forse dono di Qualcuno o Qualcosa che ci trascende) che ci consente di trasformare gli oggetti del mondo in strumenti – ad esempio un osso pesante in una clava, da usare sulla testa di un nostro rivale. Ma se questo dono lo trasferiamo a coloro che ci succederanno (alle macchine intelligenti, come Hal 9000, il computer che dovrebbe guidare il viaggio verso Giove o, secondo il libro, verso Giapeto, una luna di Saturno, e che appartiene alla mitologia dell’Intelligenza Artificiale, a quell’epoca ancora fiorente) vi dovremmo trasferire anche gli attributi dell’Intelligenza: che secondo Arthur Clarke e Stanley Kubrick, è sempre implicitamente omicida o comunque freddamente passionale: ci porta e conduce i nostri eredi non solo a fracassare la testa dei nostri rivali, ma anche spinge il supercomputer a spegnere freddamente la vita di coloro (l’equipaggio dell’astronave) che potrebbero interferire con le sue decisioni. Insomma, i nostri eredi dovrebbero essere passionali e cattivi come noi. Ma c’è qualcosa che non ha funzionato in queste lucide e apocalittiche previsioni: oggi al 2001 siamo arrivati e stiamo per superarlo. E le “macchine intelligenti” non solo non sono arrivate, ma ci hanno anche deluso: i supercomputer come Hal 9000 non possono essere “intelligenti”, perché abbiamo scoperto (come sottolinea Damasio, uno dei maggiori neuroscienziati della nostra epoca, nel suo ultimo libro, “Emozioni e coscienza”) che intelligenza significa anche sentimenti, e infatti il comportamento omicida di Hal 9000 nei confronti degli umani a lui affidati nascerebbe da sentimenti paranoici e conflitti interiori, e pare che non riusciremo mai (fortunatamente) a far produrre tali sentimenti da una macchina. Quanto alle possibilità di incontri rivelatori nello spazio esterno, oggi le esplorazioni spaziali sono andate ben al di là dei confini della spedizione di 2001: Odissea nello spazio. Una sonda, “Voyager 2,” è addirittura già uscita anche dal Sistema Solare, altro che Giove o Saturno; sono state intercettate anche le misteriose comete che traversano il nostro cielo. Ebbene, finora non abbiamo incontrato né monoliti né Intelligenze: a quanto se ne sa, lo spazio esterno sembra essere una grande noia, piena di stupide polveri e rocce, e massi di ghiaccio rotolanti. Insomma, niente di emozionante. Allora? 2001: Odissea nello spazio resta una splendida favola, che come tutte le favole racchiude le nostra fantasie e speranze. Ma per queste dagli spazi cosmici c’è poco da attendersi: parafrasando Shakespeare, si potrebbe concludere che “vi sono meno cose in cielo e in terra di quante ne sospetti la tua filosofia”.

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 5/3/2001
Mario Sesti

L’altro finale dell’Odissea di Kubrick.

Il grande regista aveva pensato di terminare il suo capolavoro con una porta che si apre verso l’infinito: lo testimonia un eccezionale documento, un copione inedito.

“Va verso la tenda, guarda dietro di essa e scopre una porta aperta dove prima c’era una solida parete. Fissa gli occhi spalancati in ciò che appare uno spazio infinito, un mondo senza orizzonti. Come il caos prima della creazione, è vuoto e senza forma”: firmato Stanley Kubrick ed Arthur C. Clarke. Sono le battute finali di un copione di 2001 odissea nello spazio in cui si trova una versione del finale del film differente da quello che Kubrick girerà e monterà nel suo celebre capolavoro fantascientifico destinato a consolidarlo definitivamente, alla fine degli anni sessanta, come uno dei più grandi registi di tutti i tempi. Le ultime pagine della sceneggiatura, messa in mostra lo scorso aprile a Gemona dalla Cineteca del Friuli tra decine di altri preziosi materiali kubrickiani (fotografie di scena, fotogrammi, locandine d’epoca), sono consultabili anche su kwcinema e appartengono ad un copione che è stato trovato, come in un racconto fantastico, dallo studioso italiano Lorenzo Codelli, in un negozietto di San Francisco. È datata 7 luglio 1965, ovvero cinque mesi prima dell’inizio delle riprese del film (che cominciarono il 29 dicembre del 1965), ma già più di un anno dopo il 17 maggio del 1964, giorno nel quale Kubrick e Clarke stipularono un accordo per scrivere insieme una sceneggiatura il cui titolo provvisorio era “How the Solar System was Won”. Era sera e dalla terrazza dell’appartamento di Kubrick di New York i due videro un oggetto luminoso sfrecciare nel cielo. Risultò essere un pallone metallizzato utilizzato per rilevazioni nell’atmosfera, ma i due lo presero come il migliore auspicio possibile. Forse le intelligenze extraterrestri che guidavano l’umanità nel film stavano guidando anche loro. Alla fine del 1964, Clarke e Kubrick terminarono un riassunto di più di cento pagine che nel nome dei capitoli conteneva già l’articolazione del film (da “L’alba dell’uomo” fino a “Giove e oltre l’infinito”), ma nei mesi che seguirono fino alla realizzazione del film “le molteplici versioni dello script – spiega Codelli – contenevano moltissimi buchi neri e idee in progress. La produzione, però, ne aveva bisogno per definire i preventivi e stabilire le prime scenografie da costruire”, come ha raccontato lo stesso Clarke in un libretto oggi assai difficile da trovare (The Lost World of ‘2001’) che sarà anch’esso esposto a Gemona nella mostra che si chiama “Stanley Kubrick: verso il 2001. Viaggio iconografico nell’universo kubrickiano” e che ospiterà la presenza illustre di quello che forse è il maggiore esegeta kubrickiano, ovvero il critico francese Michel Ciment. Kubrick non era soddisfatto delle varie versioni in sceneggiatura delle celebri sequenze finali dell’ultimo capitolo (“Giove e oltre l’infinito”) tanto che Clarke ne elaborò diverse varianti. Ma l’idea che è contenuta in questa (una porta che si apre sull’infinito) era qualcosa a cui il regista teneva in modo particolare, visto che è proprio ciò che richiese esplicitamente al creatore degli effetti speciali Douglas Trumbull (“l’effetto della porta nello spazio, una sensazione di precipizio giù per un corridoio di larghezza infinita”, si legge in John Baxter, Stanley Kubrick. La biografia, Lindau) e che diventerà il viaggio a perdifiato in un tunnel dove scorrono a velocità pazzesca disegni, quadri di pop art, diagrammi di cablaggio, schermi di computer. Leggere le pagine finali di questa versione dello script del film, ci dà l’esatta misura dell’impatto creativo della messa in scena di Kubrick: non c’è la stanza dal decor settecentesco, non c’è il ritorno del monolite di fronte all’astronauta decrepito e morente e soprattutto non c’è l’occhio del feto nell’inquadratura finale che fece gridare apertamente alla poesia i recensori che si schierarono a favore del film. Ma ci sono molte curiosità di cui i patiti di fantascienza, e del grande Stanley, saranno ghiotti. C’è uno zapping interplanetario che forse, in un film del genere, avrebbe anticipato il dibattito sulla televisione e la sua dittatura mediatica di qualche decennio (ad un certo punto l’astronauta si trova in una stanza d’albergo di fronte ad un televisore che cambia canali velocemente offrendo anche esempi di trasmissioni non umane); c’è una passeggiata su un pianeta il cui paesaggio è completamente disegnato dalla tecnologia come fa l’urbanistica con le città; ci sono distese interminabili di erba color porpora. Insomma, queste pagine non hanno avuto la fortuna di diventare immagini del cinema di Kubrick: ma qualsiasi appassionato potrà aggredirle con la propria immaginazione provando a fantasticare su cosa sarebbero diventate se il regista le avesse scelte.

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 5/3/2001
Mario Sesti

Stanley Kubrick, il regista in mezzo all’oceano.

Un profilo del grande cineasta la cui scomparsa, avvenuta due anni fa, viene ricordata con il ritorno nelle sale del suo capolavoro 2001: Odissea nello spazio.

Un uomo che su una barca, in un oceano agitato, tenta in tutti i modi di evitare che su una scacchiera si rovescino i pezzi schierati: è la più bella e rivelatrice immagine di Kubrick che abbia mai letto ed è contenuta in John Baxter, Stanley Kubrick, Lindau, Torino, 1999. Ammettere che l’ossessiva ricerca di perfezione del regista possa essere considerata il sintomo di una coscienza terrorizzata dalla precarietà della vita, non sarebbe una lettura particolarmente eversiva se la letteratura critica su Kubrick non avesse nel tempo costruito un mito piuttosto ripetitivo e dogmatico di tale ricerca. Il suo ultimo film Eyes Wide Shut, uscito postumo dopo la sua morte avvenuta il 7 marzo del 1999, non aggiunge il tassello definitivo a tale monolite eretto dallo sguardo critico, semmai ne illustra ancora una volta la misteriosa e indistruttibile composizione (per inciso: quanto deve l’uso della parola “monolite” a 2001: Odissea nello spazio? Qualcuno lo aveva mai usato prima in un contesto non specialistico?). Ricordo, per esempio, di aver letto una sua intervista su Rolling Stone, all’indomani dell’uscita di Full Metal Jacket in cui parlava del problema, fondamentale, di ‘mantenere identiche le sensazioni’ (cito a memoria, non ho mai più ritrovato quell’intervista e questo mi dà il privilegio di alterarne i contenuti a mio piacimento). Il regista si riferiva soprattutto al delicato passaggio dal libro al film, pratica che ha affrontato, come è noto, in quasi tutti i suoi lungometraggi. Si tratta però di una chiave decisiva per aprire la prodigiosa macchina dei suoi film. I corpi-automi di cui sono costellati i suoi film, la sensibilità esasperata per l’imprevedibilità in grado di compromettere le meccaniche e i dispositivi più raffinati e sofisticati (dal piano della rapina di Rapina a mano armata agli schieramenti contrapposti della deterrenza nucleare nel Dottor Stranamore al computer di 2001), la curiosità morbosa per tutti i sistemi che la cultura umana è in grado di approntare per manipolare una coscienza, dalla riconversione di Alex in Arancia meccanica alle tecniche di addestramento dei marines in Full Metal Jacket, non sono, da questo punto di vista, che differenti maschere della stessa scena in cui un soggetto o un’istituzione, crudele e in preda al panico, cerca di sottrarre le sensazioni alla loro insorgenza anarcoide. Tra essere dominati dalla loro irrazionale libertà ed evanescenza e l’imprigionarle in un rudimentale schema d’azione soggetto alla pressione di un potere senza umanità (in questo senso, la disciplina militare in guerra, è il più canonico dei modelli di questa scena), non sembra esserci nulla nel mondo. Per quanto brutalmente semplificatoria, questa lettura, a mio avviso, getta una luce straordinaria sul suo lavoro, una luce abbagliante e potente, quale quella che Kubrick ha sempre amato nella fotografia dei suoi film. 2001 è forse il film in cui luce e buio si sfidano con più inaudita violenza: il loro set è l’intero universo, ma non c’è film di Kubrick in cui non si racconti questa battaglia tra la potenziale libertà della specie umana e l’infinità delle prigioni che essa e la natura costruiscono per piegarla, dando vita a soggetti-automi, uomini-macchina, svuotati e inerti. Compreso il suo ultimo film, Eyes Wide Shut. I momenti più belli son quelli in cui Tom Cruise incontra le due prostitute. Sono quelli in cui il desiderio, stordito ed esaltato dalla confessione del presunto adulterio della moglie, vaga senza controllo alla ricerca di un appagamento. Tutte e due le volte in cui Tom Cruise si trova nell’appartamento in cui fa conoscenza di due corpi diversi che gli si offrono, Kubrick registra picchi e depressioni del suo desiderio con la fedeltà di un apparecchio per eseguire un elettrocardiogramma. Non c’è inquadratura dove una espressione non possa eccitarlo o una semplice pausa bloccarlo. Basta la pressione di uno sguardo o l’imbarazzo di una domanda per liberare o uccidere la pulsione verso un abbraccio o un amplesso. Esiste un codice per domarla, un rituale per soggiocarla, una macchina per sottomettere la sua natura ad uno schema elementare e ridotto di prestazioni? Esiste un dispositivo per mantenere il desiderio sempre identico a sé? Il film convince assai meno come esplorazione delle aree estreme della libido che come istruzione di un arcano sortilegio per irretirla e irregimentarla dopo averla irrazionalmente liberata. Cruise sperimenterà l’errare del desiderio e di tutte le sue possibili deviazioni (l’inappagamento costante, la morte, l’AIDS) prima di ritornare dalla moglie svuotato e disabilitato, pronto a indossare la divisa che gli consentirà di esercitare un ruolo senza dubbi o incertezze: ora le sue sensazioni saranno identiche a se stesse per tutta la vita. È come Palla di lardo alla fine dell’addestramento nei marines in Full Metal Jacket; come Alex dopo la cura in Arancia meccanica, come l’astronauta redivivo dopo il viaggio oltre Giove in 2001. La famiglia, invece di essere lo spazio di conforto e protezione che alcuni sembrano aver visto nel film, è l’alveo primordiale in cui è possibile mettere a punto un raffinatissimo sistema di allucinazioni e ritorsioni (una macchinazione la cui regia è interamente nelle mani di Nicole Kidman, come rivela la maschera sul cuscino alla fine), l’unico strumento per avere la meglio sul più anarchico generatore di sensazioni, il desiderio. La famiglia è una macchina, la più potente, la più spietata, la più duratura che la specie umana abbia mai inventato. Prima della guerra o della tecnologia, della società o della storia – sembra questa l’ultima sentenza di Kubrick – l’uomo non è libero perché non può che nascere e raggiungere un equilibrio solo in una famiglia e in questa, perlopiù, tende a diventare adulto e ad invecchiare. Ma ciò che è straordinario, ancora una volta, non è la qualità ideologica di questo teorema, ma la fenomenale ambiguità dello sguardo che l’attrezza: dire che Eyes Wide Shut è un film che disarticola (o celebra) la famiglia è come dire che 2001 condanna o celebra la tecnologia o che Arancia meccanica condanna o celebra la violenza. Nessun film di Kubrick si merita la volgarità di tale opzione, anzi, il suo stesso cinema è la più convincente obiezione a una lettura così schematica (e quanta critica se ne è infatuata e riempita la bocca). Lo spettatore non sa mai se Kubrick è in preda ad un raccapriccio muto per il caos della natura e della vita o se ne è patologicamente e crudelmente curioso, se il rigore delle sue geometrie, la ferocia delle sue costruzioni, esprime una divina imperturbabilità o uno sconcerto senza parole. Non sapremo mai, in altre parole, se quel signore che sulla barca, in silenzio, in pieno oceano, fissa ora le onde maestose ora le pedine, si ritenga prigioniero del peggior incubo dell’universo o il più grande dei marinai.

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2/3/2001
Alberto Farassino

2001: Odissea nello spazio, l’imprevedibilità del genio.

Quando 2001 apparve sugli schermi, nell’autunno – se ben ricordo – del 1968, la parola “epocale” non si usava, anzi forse non esisteva proprio. Ma immediatamente ci si rese conto di avere davanti un film diverso da ogni altro, che avrebbe cambiato la storia del cinema. E sì che in quei mesi si pensava anche ad altro, in tema di grandi cambiamenti. È vero che qualcosa di grande era nelle attese: degli enormi manifesti stradali in formato Scope (quello che oggi è diventato il formato Berlusconi) annunciavano il film da tempo e Stanley Kubrick era già un regista “di culto”, o meglio lo sarebbe stato se fosse già esistita anche questa espressione. Ma quell’inatteso prologo animalesco in quella che ci si immaginava come una space-opera ultratecnologica, quella vertiginosa ellissi temporale che in un secondo attraversava milioni di anni trasformando un osso casualmente schizzato in aria in una astronave perduta nello spazio nero, e subito dopo quel valzer di Strauss che dai vecchi dischi della radio diventava nientemeno che la musica del cosmo, rappresentavano l’imprevedibilità del genio, lo sconcerto del capolavoro. Bisogna ricordare che il cinema di fantascienza, dopo la grande stagione degli anni Cinquanta, da un decennio non dava opere memorabili, almeno nel campo delle storie spaziali e di anticipazione. C’era semmai, e sembrava aver preso il sopravvento, una fantascienza “d’autore” e magari “nouvelle vague” (Alphaville di Godard, La Jetée di Chris Marker, Farenheit 451 di Truffaut) certamente più intelligente, raffinata e “interiore” di quella dei vecchi Jack Arnold e Byron Haskin ma visualmente ben poco gratificante. Il fatto è che il grande film di fantascienza lo si stava vivendo quotidianamente, sui giornali e alla tv, con la accanita gara spaziale fra Urss e Usa: avevamo appena visto partire i primi satelliti artificiali, i primi voli orbitali di astronauti, i primi “allunaggi morbidi” e i primi cauti viaggi di circumnavigazione lunare. Allo sbarco dell’Apollo 11 mancava meno di un anno. Pensavamo di non doverci più sorprendere di niente. E invece un film di un genere moribondo e che era sempre stato povero e disprezzato veniva a ricordarci che il cinema aveva ancora serbatoi di immaginario impensabili. Con esso non solo la fantascienza ma il cinema stesso ritrovavano il grande respiro spazio-temporale che negli ultimi anni avevano perduto o volutamente trascurato. Con 2001 il cinema tornava a guardare in grande, a voler essere non solo “bigger than life” ma bigger than Earth, più grande della vita e della Terra. Oggi si tende a osservare che la avveniristica tecnologia di 2001 era in realtà ancora piuttosto tradizionale: gli effetti speciali erano in fondo abbastanza “classici”, per quanto realizzati con grande cura e in grande quantità, e molti di essi restavano anzi effetti manuali, ottenuti lavorando la pellicola fotogramma per fotogramma. E tuttavia l’impressione dell’epoca fu sicuramente quella di un cinema di alta innovazione tecnologica, e l’idea corrente secondo cui con esso la fantascienza esce definitivamente dalla serie B e si apre a un periodo di grandi costi e grandi investimenti è ancora valida e giustifica la funzione demarcante del film. Ma 2001 non era solo tecnica e meraviglia. Quanto si discusse – di filosofia, di religione, di politica – sul quel misterioso monolito. Quanto sulle possibilità e le prospettive – superfluo ricordare che non esistevano ancora i PC – dei “cervelli elettronici”. Perché se molti critici, soprattutto americani e soprattutto i più famosi, non seppero capire il film e topparono clamorosamente nelle loro sussiegose recensioni, tutti gli spettatori – dal più “comune” a Federico Fellini che mandò subito un entusiastico telegramma a Kubrick – vi trovarono qualcosa che apparteneva a loro: il senso dell’avventura o il gusto della forma, la tradizione e lo sperimentalismo da film “underground”, i misteri dell’individuo e la grandezza del mondo. Di fronte ad esso il “vero” 2001, quello che stiamo vivendo, sembra davvero un filmetto a basso costo con mediocri attori, scenografie di cartapesta e ogni tanto qualche effettaccio truculento di pessimo gusto.

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2/3/2001
Paolo D’Agostini

Christiane Kubrick: “La mia vita con un genio”.

Intervista con la vedova del regista, a Roma per presentare la nuova edizione di 2001: Odissea nello spazio.

Durante questo incontro la signora Christiane Kubrick è accompagnata da Jan Harlan, strettissimo collaboratore del regista negli ultimi trent’anni e autore del documentario Stanley Kubrick: a life in pictures. Interverrà nella conversazione spiegando la quasi totale assenza di Kubrick nel suo documentario con la mancanza di materiale e di interviste (soltanto una registrazione radiofonica anni Cinquanta e un filmino familiare); ricordando che Kubrick era un divoratore di cinema altrui (ultimamente gli interessavano lo spagnolo Carlos Saura e Edgar Reitz, l’autore di Heimat. Di italiani? Amava very much – che domande – Fellini e De Sica) ma che mai e poi mai si sarebbe sbilanciato in giudizi pubblici, “non voleva interpretare i propri film, figuriamoci quelli degli altri”; ricordando anche che nella sua biblioteca sterminata c’era “tutto quello che è stato scritto su: Napoleone, Terzo Reich e Olocausto, fascismo, sul Diciottesimo secolo e sui robot”; negando le chiacchiere secondo le quali Eyes Wide Shut avrebbe preparato il terreno alla separazione Kidman-Cruise (“Stanley è stato come un nonno per loro, ne sarebbe sorpreso e rattristato”); e infine minimizzando le leggende sull’odio che portava ai primissimi film: “era soltanto molto giovane, è la stessa insoddisfazione che proverebbe chiunque di noi”. La signora Kubrick è accompagnata anche da una delle sue tre figlie, Anja. Che interverrà un sola volta, con una risata incontenibile. L’idea sarebbe di andare sul personale più che sul cinefilo. L’alone di inaccessibilità che circondava il marito fa temere il peggio, ma la signora sdrammatizza digrignando scherzosamente i denti, che è pur sempre un avvertimento: le faccia pure le domande personali, bisogna vedere se le rispondo.

Niente di offensivo. Per esempio: come lo conobbe?

“Lui stava cercando un’attrice per interpretare una parte nella quale bisognava cantare nel film Orizzonti di gloria. (È proprio lei, nella celebre scena del film che nel ’57 il ventinovenne Kubrick dedicò alla cruda verità delle trincee della Prima guerra mondiale, la ragazza tedesca che canta davanti ai soldati francesi, ndr). Aveva chiamato la mia agente la quale a sua volta mi ha chiamato dicendomi che un regista americano avrebbe voluto incontrarmi. La mia agente gli aveva mostrato una cosa che avevo interpretato assieme a un’altra attrice per la televisione, e lui tra le due aveva scelto me. Così ci siamo incontrati, e lui mi ha accolto con una specie di ghigno sulle labbra. Ecco, è cominciato così”.

Di lui si dice spesso che era un dittatore. È vero?

Comincia a rispondere con aria molto seria, la signora: “Penso che nel campo artistico lo fosse. In altri ambiti”, prosegue sorniona dopo una pausa infinitesimale ma studiata, “ci provava. Ma non ci riusciva”.

A proposito di 2001: Odissea nello spazio. Stanley Kubrick lo riteneva il proprio vertice artistico?

“Io credo che lui sperasse sempre che il film che stava realizzando in quel momento fosse il suo film migliore. E credo che sia così per tutti gli artisti”.

Nello stesso periodo della progettazione e della preparazione di 2001: Odissea nello spazio, tra il ’64 e il ’68 quando il film uscì, la stessa materia sulla quale Kubrick esercitava la sua immaginazione era oggetto di ricerche reali. L’uomo è sbarcato sulla Luna nel 1969, un anno dopo il film. Non è il solo caso ma è il più clamoroso: con quale sentimento viveva questo suo essere sempre in anticipo?

“Bisogna ricordare che in quel periodo erano, eravamo tutti pazzi per lo spazio. La cosa che Stanley viveva con più impazienza era la possibilità di vedere come è fatta la Terra, il suo colore, che quando finalmente si vide apparve non sbiadito e pallido, ma di un colore forte, blu molto acceso. Avevamo letto, lui ed io, e discutevamo moltissimo tra noi i libri di Arthur Clarke. Quando Clarke venne sul set di 2001 fu come l’esplosione di una bomba talmente era carico di informazioni, qualcosa di fantastico”.

Il film è stato presentato ieri e forse tornerà ad essere proiettato nei prossimi giorni in Vaticano. Quali motivi di interesse, secondo lei, può avere oggi la Chiesa cattolica verso questo film?

“Credo che la Chiesa cattolica debba essere interessata verso i pensieri degli agnostici, di coloro che desiderano credere, che pur avendo un fortissimo desiderio di credere non ci riescono, non riescono a distinguere tra desiderio di credere e fede. Ma vivono una ricerca continua, insistente, costante: credo che la Chiesa debba essere affascinata da questo. Che è poi quello che vediamo in 2001: Odissea nello spazio, un film che si distingue per essere un atto reverenziale nei confronti del Creatore, sia pur sconosciuto, ignoto. Un discorso, beninteso, che vale nei confronti della Chiesa cattolica come di qualsiasi altra religione. Questo film è un grande inchino verso qualsiasi tipo di fede”.

I progetti non realizzati di Kubrick sono famosi quasi quanto i suoi film realizzati. Tra essi quello noto come A.I., Artifical Intelligence, passato nelle mani di Spielberg (il film, girato, è attualmente in fase di edizione e uscirà in luglio). È vero che ha qualche relazione con la fiaba di Pinocchio?

“Sì, vero. Anche se molto alla lontana. In fondo anche qui si tratta di qualcosa che vuole vivere e vivo non è. La maggior parte dei bambini ha letto Pinocchio, Stanley invece non lo conosceva e quando lo ha letto ha detto: ottima storia”.

Altri due progetti non sono mai andati in porto, quello su Napoleone e quello di un film sull’Olocausto (Aryan Papers): il regista rinunciò perché erano già usciti, rispettivamente, Waterloo e Schindler’s List. È vero dunque che lo preoccupasse molto, che addirittura lo ossessionasse il timore di arrivare in ritardo? Eppure il fatto di arrivare dieci anni dopo la fine della guerra non ha impedito a Full Metal Jacket di essere il film definitivo sul Vietnam…

“Alla prima domanda rispondo: sì, è vero che Stanley si preoccupava di questo, di essere superato – e battuto – da altri. Alla seconda: comunque lui sperava di avere qualcosa di importante da dire, altrimenti non avrebbe mai fatto Full Metal Jacket“.

Com’è trascorrere più di quarant’anni accanto a un genio?

La signora esplode in una risata fragorosa cui fa eco sua figlia Anja e all’unisono esclamano: “Short question!” (Come dire: all’anima della “domandina”). Ma trova la battuta e l’ironia giuste: “Stanley era solito dire che dietro ogni uomo di successo c’è una moglie in adorazione”.

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1/3/2001
Camillo De Marco

Io, Stanley e 2001, la signora Kubrick ricorda.

La vedova e il produttore del regista presentano la riedizione di 2001: Odissea nello spazio, nelle sale dal 7 marzo.

“Di 2001 ho uno strano ricordo, un ricordo che riguarda la scena dell’esplosione delle stelle, nella parte finale”. Christiane Kubrick sorride leggermente e lascia che l’ebrezza di raccogliere una scheggia del genio di Stanley avvolga tutti gli astanti. L’effetto che vede il protagonista passare attraverso un fluire spazio-temporale di immagini e visioni “è stato realizzato in una grande fabbrica newyorkese: per fare quella scena sono state utilizzate lacche, colla, colori di tutti i tipi, ed era tutto molto puzzolente. A tutto ciò è stato dato fuoco e la cosa è stata ripresa in fast motion. Ribolliva tutto come in un calderone. Sembrava di essere in una fucina delle streghe…”. Siamo alla conferenza stampa di presentazione della riedizione dell’icona 2001: Odissea nello spazio e la vedova del regista, seduta in prima fila, camicione nero a fiorellini piccoli, ruba la scena solo per un momento a Jan Harlan, cognato e produttore di Kubrick, che invece fronteggia i giornalisti (leggi l’intervista completa con Christiane). Il film che ha catturato generazioni di spettatori uscirà nelle sale il 7 marzo, distribuito in Italia dall’Istituto Luce, che ha già diffuso nelle sale il trailer originale. È una edizione in 35mm “rigenerata” e con il suono rimasterizzato e verrà distribuita in 10 copie proiettate in cinema dotati di schermi di 13 metri. Unica eccezione, una copia in 70mm proiettata nella Multisala Arcadia di Melzo (MI) su megaschermo da 30 metri. Cosa c’è da sapere su Kubrick che non sia stato già detto, suggerito nelle tante biografie, sussurrato dagli scooper in Rete? Jan Harlan, che ha incontrato per la prima volta Kubrick in occasione dei sopralluoghi in Romania per il mai realizzato Napoleon e che è stato quotidianamente a fianco di Kubrick come parente e soprattutto come produttore da Barry Lyndon in poi, è gravato di un compito che non può appartenergli: da lui vogliono sapere quale sia l’essenza di 2001. Harlan è paziente, si schermisce, spiega che lui nemmeno c’era quando è stato girato il film di fantascienza per eccellenza e che no, nessuno s’immaginava l’importanza di quello che si stava realizzando. Ci permettiamo di dissentire su quest’ultimo punto e preferiamo immaginare che Kubrick sapesse quello che stava facendo, ma quanto ai “significati”, ha certamente ragione Harlan quando ricorda che “Stanley non amava interpretare. Non rispondeva a domande del tipo ‘cosa significa questo?’. Doveva essere il pubblico a cogliere il significato dei suoi film.” Di 2001 gli era stata chiesta una spiegazione: “È il tentativo di una persona che non sa di descrivere l’ignoto”, aveva risposto laconico. “Stanley era una persona decisa, determinata, ma anche costantemente piena di dubbi. Guardava molto al pubblico”. Far tornare nelle sale 2001: Odissea nello spazio nel duemilauno, in concomitanza con l’anniversario della sua morte, era comunque per Harlan “un’idea non certo originale”. Una sorta di obbligo morale. Cosa è cambiato da allora, dal lontano 1968? Harlan sa cosa non è cambiato, “quel desiderio di affrontare l’ignoto, di conoscere l’inconosciuto. Del resto gli sviluppi sono stati solo prettamente tecnologici. È rimasta la spinta alla conoscenza”. Anche spirituale? Il 2001 che verrà proiettato in Vaticano al cospetto di prelati e teologi è il film di un regista “che vedeva il Creatore in ogni cosa”, senza appartenere, lui di genitori ebrei, a nessuna religione in particolare. Scampoli del Kubrick più intimo: “fino all’ultimo è stato un divoratore di film”, racconta Jan Harlan. “Vedeva qualsiasi cosa, nel weekend proiettavamo fino a 10-12 film al giorno, anche europei”. I registi preferiti? “Era attirato da Carlos Saura e Edgar Reitz”. E gli italiani? “Fellini e De Sica, naturalmente”. Non esattamente giovani leve. Alla fine, com’è naturale, i film di Kubrick che non vedremo mai. Della sceneggiatura di Aryan Papers, la sua personale interpretazione della Shoa, cancellata dopo la visione di Schindler’s list, non leggeremo mai una parola, perché “Stanley non ne era soddisfatto”. Maggiori speranze invece per la pubblicazione di Napoleon, considerato dal cognato Harlan “straordinario”. Ma la nostra curiosità è ora tutta per A.I. – Artificial Intelligence, un Pinocchio cibernetico intorno al quale Kubrick ha lavorato per vent’anni, prima di cedere il testimone/scettro a Steven Spielberg, che ha appena finito di girarlo. “Erano davvero amici” assicura Harlan, quasi a voler placare gli animi di chi considera l’operazione un vero e proprio scippo. “Ma se fosse stato in vita – corregge il produttore-cognato – lo avrebbe realizzato lui”.

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27/02/2001
(ANSA)

2001 di Kubrick torna nelle sale dal 7 Marzo

ROMA, 27 FEBBRAIO – Il 7 marzo, a un anno dalla morte di Stanley Kubrick e nell’anno che ha dato il titolo al film, torna nelle sale italiane 2001: Odissea nello spazio in un’ edizione completamente restaurata. Per l’occasione arrivano domani a Roma la moglie di Kubrick, Christiane, la figlia Anya, e il cognato Jan Harlan, produttore dei film del regista e autore del documentario Stanely Kubrick: life in pictures, presentato all’ultimo festival di Berlino. Il primo marzo la famiglia Kubrick assisterà in Vaticano all’anteprima di 2001. Il film è distribuito in Italia dall’Istituto Luce, che ha già diffuso nelle sale il trailer originale. Il 7 marzo, 2001 uscirà anche in Francia, Inghilterra, Germania e Spagna.

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La Repubblica 18/02/2001
Maria Pia Fusco

2001, odissea nel genio Kubrick.

Chiude oggi la Berlinale con il capolavoro restaurato. Un documentario di Harlan sul grande regista scomparso.

BERLINO “Il tentativo di un ignorante di fare un film sull’ignoto”. Parlando con Jan Harlan, suo collaboratore e cognato, Stanley Kubrick definiva così 2001, Odissea nello spazio, che nella versione restaurata; solo tecnicamente, il montaggio è rimasto quello approvato dal regista; chiude stasera il 51mo festival di Berlino. Ieri intanto è stato presentato Stanley Kubrick: a life in pictures, un documentario di 144 minuti, tre puntate per la tv, prodotte e realizzate da Harlan: “Senza l’aiuto di Christiane Kubrick che ha messo a disposizione il materiale non sarebbe stato possibile farlo”. Presentato da Tom Cruise, girato e montato in modo tradizionale, con interviste a personaggi che parlano di lui; Christiane, Cruise, Kidman, Scorsese, Spielberg, Pollack, Nicholson, McDowell, ecc. alle immagini private, a brevi spezzoni di film e a riprese su qualche set, il documentario è emozionante, perché corregge l’idea di Kubrick cupo, serioso e solitario: nel privato il regista è sempre sorridente, cordiale, circondato da amici nella grande cucina, pronto a giocare con le sue bambine, pieno di affetto e premure per i suoi gatti. Molti gli inediti: esterni di Full Metal Jacket, scenografie di 2001, Kubrick bambino nel Bronx, che suona il piano con la sorellina e sorride con lo stesso sguardo intelligente e ironico di sempre, la precoce mania della fotografia che passò presto al professionismo, con il debutto su “Life” con una foto dedicata alla morte di Roosevelt, il primo film Fear and Desire, ritirato dalla circolazione dal regista. Durante le riprese di Orizzonti di gloria conobbe Christiane, giovanissima che nel film canta timida e spaurita una canzone in tedesco. “Mentre si girava, mi sorrideva: ha continuato a sorridermi per 43 anni”, ricorda la vedova. Lavorare con Kubrick non era facile. “Dovevi fargli sentire la totale dedizione al film”, dice la Kidman. “Era la persona più tenera e dolce fuori dal lavoro, ma sul set poteva distruggerti con crudeltà”, dice Nicholson. “Pretendeva molto, ma sapeva dare molto”, dice Tom Cruise. La dimostrazione più divertente della precisione di Kubrick è in una lettera lasciata in casa prima di una breve assenza: 37 punti su come comportarsi con i gatti. Harlan evoca anche i momenti neri. Come all’uscita di Lolita, quando la ferocia con cui fu attaccato dalla stampa anglosassone gli fece decidere di non parlare più con i media. “Ricordo la prima proiezione di 2001 ai dirigenti degli Studios, manager conservatori. Stanley non riuscì a dormire la notte, perse la voce, e mi raccontò il dolore di vedere contro l’immagine finale sullo schermo, quella dei tratti del bambino in formazione che avevo girato con tanta cura e tanto amore, le ombre di quelli che si alzavano per scappare dalla sala, indignati. Era il pubblico sbagliato, il giorno dopo il film fu visto dai giovani e il loro entusiasmo salvò il film che ha riconciliato Kubrick con i cattolici, dopo il furore per Lolita“. Non a caso, 2001, che sarà distribuito in Italia dall’Istituto Luce dal 7 marzo, sarà presentato l’1 marzo nella Filmoteca del Vaticano alla presenza di autorità ecclesiastiche. Si parla anche dei film a lungo preparati, mai fatti. Napoleone per esempio. Kubrick aveva già pronto il piano di lavorazione quando uscì Waterloo con scarso successo. Meno noto è il progetto di un film sull’Olocausto, a cui Kubrick lavorò a lungo, finché non seppe che Spielberg faceva Schlinder’s list. Harlan ha lavorato con Spielberg nella produzione di A.I., che uscirà negli Usa il 24 giugno. “Credo che sia il film voluto da Kubrick, che ammirava molto Steven, lo chiamava “you, futuristic fantastic”. Se non fosse scomparso, sarebbe stato lui a produrlo. Kubrick produttore, Spielberg regista: una bella coppia”.

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il Corriere della Sera 18/02/2001
Maurizio Porro

Berlino, ritratto inedito: “Il mio Kubrick privato”.

Al Festival un documentario sul regista girato dal cognato: l’infanzia, la famiglia, i set e testimonianze celebri.

BERLINO – Oggi si chiude il Festival con il restaurato 2001 Odissea nello spazio e si aprono gli omaggi per Kubrick, il grande regista nuovayorkese morto due anni fa, il 7 marzo, prima del suo 71mo compleanno. Nel bel documentario in tre parti girato dal cognato Jan Harlan, dal titolo Stanley Kubrick: a life in pictures (speriamo che la televisione italiana non se lo faccia sfuggire), lo si vede per 144 minuti in pubblico e in privato, spesso con l’obiettivo come prolungamento dell’occhio, sui set dei suoi film subito mitici e riconoscibili. Con l’affetto per una vita piena, da quando era il bel giovanotto che fotografava edicolanti pensosi il giorno della morte del presidente americano Roosevelt, a quando l’età gli regalò la barba grigia e l’aria burbera. Ed in qualche inedito brano di famiglia lo si vede perfino sorridente con le figlie in braccio. Un papà normale. Si raccontano, con la voce fuori campo di Tom Cruise e gli interventi di molti illustri colleghi, i 37 anni di carriera di questo campione che ha ripudiato solo l’iniziale debutto di Fear and Desire, oggi infatti tenuto sottochiave dalla famiglia. Dice il regista del documentario, anche produttore per il cognato Stanley: “Ho potuto realizzare il film commissionato dalla Warner perché mia sorella, la vedova Christiana, mi ha permesso l’uso di molto materiale inedito di famiglia”. E la prima cosa che si scopre è infatti che la moglie, oggi presente qui a Berlino, e silenziosa in occhiali e chignon, è la timida ragazzina che canta per i soldati tedeschi alla fine di Orizzonti di gloria: “Mi sorrise allora sul set e continuò poi a farlo per altri 43 anni”. Bella dichiarazione. Se di Kubrick non si sente mai la voce – tanto da sospettare sia stata tenuta segreta appositamente per il Dvd con i suoi film in uscita a fine anno – la figlia legge le 37 regole da lui lasciate postume su come si vive con i suoi molti gatti, che adorava e con i quali giocava e sorrideva. Ma eccolo innanzi tutto, bimbo bello e scatenato, giocare, ballare, suonare il piano con la sorellina, sui panorami del Bronx anni ’30. Tra brani leggendari del suo cinema che ha lasciato segni indelebili, ecco le interviste. Woody Allen lo mette nell’empireo vicino a Orson Welles ma confessa: “La prima volta che vidi 2001 non mi piacque affatto, la seconda un po’ di più, la terza ne fui entusiasta”. Si gioca al grottesco, con Jack Nicholson, che ha l’aria di chi ha fatto notti bianche: “Era un personaggio charmant e burbero, l’ho conosciuto in occasione di “Shining”, un film ottimista, la cui difficoltà fu che non doveva mai essere naturalistico, Stanley doveva fotografare un’altra realtà”. Shelley Duvall, sua moglie nella storia di Stephen King: “Lo feci perché era lui, ma non rifarei l’esperienza per niente al mondo”. Il più cinefilo è il prof. Scorsese: “Quando vidi 2001 e poi gli altri film, mi resi conto che non avevo mai visto niente del genere prima e gli altri film mi sembrarono improvvisamente vuoti”. Steven Spielberg rincara la dose di elogi: “Vedendo 2001 mi sembrò che il modo di fare cinema fosse completamente cambiato”. Con Spielberg si sviluppò amicizia e fu rasentata la rivalità: “Kubrick – dice Harlan – voleva fare un film sulla seconda guerra mondiale e l’Olocausto, ispirato ad Arian papers, ma il successo di Schindler’s List e la difficoltà di filmare una tragedia che giudicava irrappresentabile, lo fermarono. Artificial Intelligence il fantafilm, lo lasciò poi a Spielberg, giudicato più idoneo”. E poi c’è il famoso Napoleon per cui Kubrick telefonava a Fellini, Fellini al mago Rol, il mago Rol a Rota e poi Rota a Kubrick, evocando e intonando le marcette militari in flash back. “Ma il fiasco di Waterloo bloccò l’idea”. A volte ha lanciato attori, ma fissandoli per sempre in un ruolo. Dice Malcom McDowell, protagonista di Arancia meccanica: “Mi disse: non so cosa voglio, ma so cosa non voglio. Avevamo entrambi sense of humor, giocavamo a ping-pong per relax e credevo di essere entrato nella sua vita, ma mi sbagliavo”. “A proposito di quel periodo in cui fu girato Clockwork Orange – ricorda la vedova -, Stanley era accusato di essere un pericoloso sovversivo, era addirittura minacciato e io avevo paura a mandare le bambine a scuola”. Potenza dei cinema e dei media. Si arriva ad Eyes Wide Shut, ecco le dichiarazioni, già separate, dell’ex coppia Kidman-Cruise. Lei sostiene che è un film pieno di speranza, che il regista le aveva anche confidato il suo privato, che è stato meraviglioso. Lui ricorda i molti ciak girati con Sydney Pollack e conclude da yankee: “La verità è che non avremo più un film di Stanley Kubrick”. L’ultima parola viene lasciata alla vedova: “In fondo credo che Stanley sia stato fortunato, ha potuto raccontare tutte le sue storie”.

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Il Mattino 18/02/2001
Valerio Caprara

Kubrick, un angelo sopra Berlino.

Si assegnano oggi gli Orsi che tramandano l’edizione n°51 del festival, l’ultimo diretto dal discusso Moritz de Hadeln: l’assenza imbarazzante degli attori solo in parte è stata bilanciata dalla qualità della gara. Anche se quassù i film pretendono ancora un’attenzione altrove completamente abrogata, la tendenza comune delle grandi kermesse è quella d’impetrare la grazia dai media sciorinando presenze divistiche che tonifichino lo scarso appeal della media produzione mondiale. Gli americani Traffic di Steven Soderbergh e Wit di Mike Nichols, l’inglese Intimacy, il danese Italiano per principianti, il francese Little Senegal e lo spagnolo Una historia de entonces sono in pole position per la premiazione di stasera sprovvista di fanfare mondane, ma non è un caso che i picchi glamour sono saliti con l’epifania dei mitici vegliardi Sean Connery e Kirk Douglas. Tuttavia il vecchio spirito sopravvive perché, se vogliamo essere obiettivi, il vero scoop cinéfilo è coinciso con le splendide proiezioni del restaurato capodopera Metropolis, delle impeccabili retrospettive di Lang e di Douglas e della versione a 70mm di 2001: Odissea nello spazio. A proposito di Stanley Kubrick, l’ultima giornata resta segnata dall’anteprima mondiale del documentario in tre puntate A Life in Pictures, che Jan Harlan ha diretto e prodotto per la televisione. L’atmosfera era quella delle grandi occasioni, con lo stato maggiore della Warner Home Video stretto attorno al cognato/collaboratore e alla vedova Christiane visibilmente commossa e aliena da qualsiasi dichiarazione. Appena si è illuminato il megaschermo del Film Palast, si è però capito che occasioni simili possono trasformarsi in un boomerang al di là delle spontanee ovazioni: come diffondersi sulle volenterose virtù dell’attualistica selezione, se la mente, gli occhi ed il cuore volano con il ralenti biancovestito di Malcolm McDowell, lo sguardo in tralice di Lolita, il fiume di sangue dell’Overlook Hotel o l’osso della scimmia primigenia che si tramuta nel balletto straussiano delle astronavi? Harlan impagina con competenza, senza forzare l’interpretazione, raggiungendo un risultato utilissimo per la divulgazione anche se non sconvolgente per i numerosi specialisti dell’opera kubrickiana: tra i quali possono annoverarsi prestigiosi testimoni come Scorsese, Allen, Pollack, Mazursky, Spielberg, che commentano sin troppo ripetutamente il montaggio accompagnato dalla calda e partecipe voce di Tom Cruise. Le parti più interessanti dal punto di vista filologico riguardano la vita privata, notoriamente protetta con l’accanimento perfezionistico che qualcuno ha scambiato per bizzarria puntigliosa: ammiccanti filmati domestici, rare interviste e remote apparizioni nei cinegiornali s’alternano, così, con le foto inedite che, tra l’altro, ricordano l’essenziale formazione che portò il maestro a essere il più giovane fotografo mai ingaggiato da Look dal ’46 al ’50. Del resto l’inimitabile concezione visionaria straripa ogni qualvolta il ragazzo del Bronx continua a “parlarci” attraverso la storia del cinema, nient’altro che le immagini di Barry Lyndon o 2001, Full Metal Jacket o Arancia meccanica. Non ce ne vogliano, pertanto, i lettori se regaliamo solo una citazione all’aggraziato, neorealistico Le biciclette di Pechino del giovane cinese Wang Xiaoshuai e al turgido, iperletterario The Claim dell’artigiano inglese Michael Winterbottom.

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Messaggero
Fabio Ferzetti

A Berlino un documentario sul regista scomparso.

E oggi la nuova versione del mitico film di fantascienza 2001, ricomincia l’Odissea. Il capolavoro di Kubrick torna restaurato nelle sale il 7 marzo.

Capita a tutti di vedere un film e non apprezzarlo per niente, poi di rivederlo qualche tempo dopo e scoprire che non era affatto male, poi di rivederlo ancora e dirsi: che idiota che sono, questo è il lavoro di un genio! A Woody Allen capitò con 2001: Odissea nello spazio, come racconta lui stesso nel docu-kolossal (144 minuti) Stanley Kubrick – A Life in Pictures. L’onesto Woody, d’altra parte, era in buona compagnia. Le firme più prestigiose d’America infatti demolirono senza pietà il massimo film di fantascienza mai realizzato. Per non parlare di quella primissima proiezione a inviti durante la quale ben 241 spettatori – contati da Kubrick in persona, ironizza Jack Nicholson – uscirono prima della fine. Il tempo ha reso giustizia al controverso capolavoro che oggi chiuderà la Berlinale nella versione restaurata in 70 mm., la stessa che uscirà anche in Italia il 7 marzo, almeno nelle sale munite di proiettori adeguati. E già si parla di un’anteprima in Vaticano destinata a una platea di porporati, alla presenza della vedova e delle figlie di Kubrick. Vescovi a parte, come reagiranno i più giovani, che non lo hanno mai visto? Cosa rischia di apparire invecchiato (poco, siamo pronti a scommettere), e cosa manterrà invece intatta la forza originaria? Aspettando di vedere che effetto farà 2001 nel 2001, il documentario visto al FilmFest (voce narrante di Tom Cruise) non fornisce certo nuove letture critiche. Però offre una gran mole di testimonianze e una serie di foto e filmati inediti, perlopiù domestici, cui il regista Jan Harlan, che di Kubrick era cognato, ha avuto accesso per evidenti ragioni di famiglia. Ed ecco il piccolo Stanley con la sorellina e il padre dottore, che più tardi lo incoraggerà nei suoi exploit da fotografo prodigio (celebri gli scatti sui boxeur) e riscatterà addirittura la propria assicurazione sulla vita per finanziare il suo primo film Fear and Desire. Ecco il futuro regista che a 12 anni ha già un’incredibile faccia da adulto e la Rollei sempre in mano. Ecco Spielberg (che sta realizzando A.I., l’ultimo progetto di Kubrick) lodare la sua capacità di raggiungere il sentimento senza cadere nel sentimentale. Mentre Scorsese ammira il coraggio con cui, 30enne, diresse mostri sacri come Laurence Olivier e Charles Laughton in Spartacus. E la vedova, Christiane, conosciuta girando Orizzonti di gloria (era lei la cantante del magnifico finale), ricorda che il primo spettatore, sui suoi set, era proprio Kubrick, e che se Peter Sellers si scatena nel Dottor Stranamore è perché il regista cadeva letteralmente dalla sedia dal ridere. Naturalmente non furono solo rose e fiori, e la passione di Kubrick per gli scacchi (ci giocava anche sul set) e per la strategia militare lo aiutò a superare una serie impressionante di attacchi e censure. Per far uscire Lolita negli Usa, ad esempio, “alleggerì” la scena in cui James Mason, a letto con Shelley Winters, guarda disperato la foto di Sue Lyon, considerata oscena dalla mente contorta dei censori. Mentre lui stesso, dopo un anno, avrebbe ritirato Arancia meccanica dalle sale inglesi, nauseato dall’ondata di imitazioni che le gesta di Alex avevano scatenato nel paese – e dalla relativa campagna stampa contro di lui.

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Il Resto del Carlino
Silvio Danese

2001, Odissea nell’arte di Kubrick.

La Berlinale celebra Stanley a due anni dalla morte – Spielberg dice che era il solo, Kubrick, a controllare l’insieme e i dettagli come un grande pittore. Woody Allen fa lo spiritoso: “Quando ho visto ‘Odissea’ ero afflitto: c’era un regista veramente più grande di me”. Nicole Kidman alza la testa e le mani al cielo, per ricordare Kubrick. La sorella, cento chili sprofondati nella poltrona, ricorda la gelosia e il puntiglio del fratello. Spezzoni di superotto, con il piccolo Stanley al pianoforte, a passeggio su un marciapiede del Bronx, seduto sul gradino dello stadio, in mano un’archeologica macchina fotografica. E i suoi celebri ritratti della New York anni ’40, quell’edicolante assorto come il pensatore di fianco al titolo sulla morte di Roosevelt e la serie sulla boxe. La moglie Christiane racconta sopra una sequenza di Orizzonti di Gloria (1957): “Ci siamo conosciuti lì, mi piaceva per la personalità e perché continuava a sorridermi. E ha continuato a farlo per i seguenti 43 anni”. Lolita toglie lentamente gli occhiali, mentre Scorsese dice: “Questo per me è il primo vero film di Kubrick”. Omaggio in tre momenti. Parte la voce di Tom Cruise a raccontare il secolo breve, troppo breve, di Stanley Kubrick, che ha ricevuto il primo omaggio festivaliero qui a Berlino, a due anni dalla morte. In tre momenti: la proiezione di Orizzonti di gloria, l’altra sera, con la conferenza stampa del protagonista ultraottantenne Kirk Douglas; ieri il documentario bio-filmografico diretto dal cognato Jan Harlan “Stanley Kubrick. Una vita al cinema”, che uscirà anche in Italia distribuito dalla Warner; oggi, a conclusione della 51esima Berlinale, la proiezione dell’edizione restaurata e rimasterizzata di 2001 Odissea nello spazio, capolavoro sul tempo, nel tempo. Vale oggi più di ieri, non soltanto per l’allineamento celebrativo tra l’anno di finzione e quello di realtà: il pubblico forse è più maturo per capire l’avventura nello spazio a bordo del Discovery come pensiero filosofico e viaggio spirituale. L’edizione 2001 di 2001 uscirà in tutta Europa il 7 marzo, in Italia distribuito dall’Istituto Luce che, unico al mondo, è riuscito a strappare i diritti alla Warner distratta dal lancio di altri titoli di cassetta. Il 15 marzo è prevista una proiezione in Vaticano, esclusiva per il Concilio. Il papa vedrà, rivedrà, Odissea, probabilmente. Da quelle parti il film di Kubrick è tra i dieci film spirituali più importanti della storia del cinema. Kubrick ha sempre evitato di fornire chiavi interpretative, per fortuna. Ma questa dichiarazione è inequivocabile: “Il film raggiungerà il suo scopo se coinvolgerà un ampio numero di persone che, di solito, non si soffermano sul destino dell’uomo nel cosmo e sulla relazione con forme di vita più elevate”. Ricca agiografia. Completa di dichiarazioni e spezzoni di ogni film, composta da memorabili e inediti documenti fotografici (rarissimo, Kubrick con i figli piccini nel giardino della sua residenza eremitica a St. Albans), questa carrellata è un’agiografia corretta, esplicativa e ricca. Manca di passione, però. E non raggiunge la visione etica-estetica di Kubrick. Forse è troppo presto.

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28/2/2001
Orazio La Rocca

Anteprima in Vaticano per il Kubrick restaurato.

CITTA’ DEL VATICANO – “Non posso fare nessun commento perché è una iniziativa della Santa Sede a carattere assolutamente privato”. L’iniziativa di cui parla l’arcivescovo John Patrick Foley, presidente del Pontificio consiglio per le comunicazioni sociali è l’anteprima in Vaticano della proiezione del film capolavoro di Stanley Kubrick, 2001, Odissea nello spazio, nella nuova versione restaurata e rimasterizzata. Un inusuale evento cultural-cinematografico per il piccolo stato vaticano, a due anni dalla morte di Kubrick e a una settimana (il 7 marzo prossimo) dal ritorno di 2001 nelle sale cinematografiche italiane, francesi, inglesi, tedesche e spagnole. In Italia sarà distribuito dall’Istituto Luce. L’appuntamento in Vaticano è in programma domani pomeriggio nella sala cinematografica di palazzo San Carlo, il dicastero delle comunicazioni sociali e della Filmoteca pontificia. La stessa sala dove papa Wojtyla è solito assistere a qualche proiezione. Come fece l’11 gennaio 1999, assistendo a La vita è bella accanto a Roberto Benigni, protagonista e regista del film, e all’autore Vincenzo Cerami. Due anni fa, sulla proiezione del lavoro di Benigni le autorità vaticane osservarono uno stretto riserbo fino all’ultimo. Più o meno, come stanno cercando di fare con la nuova edizione di 2001 Odissea nello spazio. Monsignor Foley, principale fautore dell’iniziativa, si limita, infatti, a confermare che “il film di Kubrick sarà presentato domani a palazzo San Carlo” ma senza dire di più perché tenta di schermirsi “è un appuntamento privato”. Non sarà, comunque, la prima volta che il “ministro” della stampa pontificia Foley, vedrà il film di Kubrick: “L’ho già visto e apprezzato anni fa ed ora mi accingo a farlo di nuovo”. All’anteprima sarà presente un selezionatissimo pubblico formato da 35 alti prelati (cardinali, vescovi e monsignori di curia), e altrettante personalità del mondo della cultura e del cinema, tra gli altri, Franco Zeffirelli, Ermanno Olmi, Giuliano Montaldo, Felice Laudadio. Ospiti d’onore, Christiane e Anya Kubrick, la moglie e la figlia del regista, e Jan Harlan, cognato e produttore dei film di Kubrick, nonché autore del documentario Kubrick: a life in pictures presentato al Festival di Berlino. L’anteprima di domani suona come un definitivo riconoscimento vaticano per Kubrick, che in generale ha potuto contare sull’aperto apprezzamento della gerarchia cattolica dentro e fuori il Vaticano. In particolare, va ricordato che 2001 Odissea nello spazio è stato scelto dalla Filmoteca vaticana come i 45 film più importanti del secolo passato e posto in testa alla speciale sezione di film d’arte, seguito da La Strada di Fellini, Quarto Potere di Orson Wells, Metropolis di Lang, Tempi Moderni di Chaplin, Napoleone di Gance, Otto e mezzo di Fellini…

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12/2/2001
Claudia Morgoglione

Marzo 2001, l’Odissea torna nelle sale italiane.

Accordo tra l’Istituto Luce e la famiglia del regista: la pellicola-cult sarà distribuita in almeno 12 copie.

ROMA – Ha trentatré anni, ma non li dimostra. Anzi, proprio ora sta vivendo la sua seconda giovinezza, candidandosi a vero, grande evento cinematografico di quest’anno. E non solo perché la data coincide con quella evocata nel titolo: infatti 2001 Odissea nello spazio, il capolavoro della fantascienza firmato Stanley Kubrick, torna sugli schermi in versione restaurata, forte soprattutto di un suono digitale di ultimissima generazione. L’anteprima mondiale ci sarà il 18 febbraio nella capitale tedesca, dove la pellicola chiuderà, in bellezza, il festival di Berlino; la novità, però, è che il film approderà, a breve, anche nelle sale italiane, grazie all’accordo appena raggiunto tra la casa di produzione Warner Bros, la famiglia del regista e l’Istituto Luce, che lo distribuirà nel nostro Paese. E, per vedere (o rivedere) l’Odissea spaziale sul grande schermo, i cinefili non dovranno attendere molto. Lo rivela Giovanni Tamberi, il dirigente dell’Istituto Luce che ha partecipato alla complessa trattativa con gli eredi Kubrick: “Faremo di tutto – dichiara – per farlo uscire qui in Italia entro il 10 marzo. Si tratta di una corsa contro il tempo, visto che i familiari del grande autore tengono a controllare personalmente l’intero processo: sono loro a stampare le copie della pellicola, loro a verificare che la qualità sia quella giusta. E hanno chiesto naturalmente anche garanzie molto rigide sulle sale in cui la pellicola verrà distribuita, in particolare per il sonoro”. Insomma, il mitico film tratto da un romanzo di Arthur Clarke, “padre” e per molti esempio insuperabile della fantascienza al cinema, sta per arrivare. Per il primo week end di programmazione, dovrebbe essere proiettato in una decina di sale, nel formato “tradizionale” a 35 millimetri, e in una o due sale in un formato doppio, e cioè a 70 millimetri (lo stesso dell’anteprima berlinese). La differenza, per chi guarda, è notevole: la risoluzione visiva è incredibilmente più spettacolare, con la sensazione di essere davvero “dentro” lo schermo. A Roma è stato già individuato il luogo: è una delle sale del cinema “Quattro fontane”, quella al piano superiore. Solo in questo caso, però, per entrare sarà necessario prenotare, visto che ci sono solo 200 posti, e tre spettacoli al giorno.Quanto al potenziale commerciale di una pellicola girata 33 anni fa, Tamberi non ha dubbi: “Già adesso – racconta – siamo subissati di richieste di partecipazione al lancio del film, soprattutto da società Internet. Odissea esercita ancora una grande fascino sul pubblico”. E c’è da scommettere che – come nel caso della versione restaurata dell’Esorcista, apparsa con successo un paio di mesi fa sugli schermi di mezzo mondo – la fascia d’età degli spettatori sarà ampissima: ci sarà da chi era già adulto nel ’68, e poi i giovani di allora che ne fecero un film-feticcio generazionale, e perfino gli adolescenti di adesso. Se piacerà anche a loro, ai ragazzi di oggi, allora vuol dire che la pellicola gode davvero di un’eterna giovinezza.

 

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