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Killers of the Flower Moon (2023) | Recensioni

Recensioni italiane di "Killers of the Flower Moon", il film del 2023 diretto da Martin Scorsese. La pellicola è l'adattamento cinematografico del romanzo "Gli assassini della terra rossa" scritto da David Grann, a sua volta tratto da fatti realmente accaduti.
Killers of the Flower Moon - Robert De Niro and Jesse Plemons

Oklahoma, anni venti: i membri della Nazione Osage scoprono che sotto la terra in loro possesso si cela moltissimo petrolio e, appena la notizia diventa di dominio pubblico, molti di loro vengono uccisi o scompaiono. A indagare, guidata dal ranger Tom White, giunge un’FBI ancora in stato embrionale. Il giovane Ernest Burkhart, reduce della Grande Guerra e sposato con l’indiana Mollie, scopre ben presto che sul banco degli imputati c’è suo zio, lo spietato proprietario agricolo William Hale, il quale aveva inizialmente spinto il nipote a sposare proprio un’Osage in modo da aver la possibilità di mettere le mani sui terreni.

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Cannes 2023, «Killers of the Flower Moon»: Martin Scorsese e le accuse all’America bianca

di Paolo Mereghetti

Presentato fuori concorso il film più atteso sulla Croisette. In cui Robert De Niro e Leonardo DiCaprio sono zio e nipote spinti dall’avidità e dal denaro ad atti indicibili

Era stato il libro-inchiesta del giornalista David Grann «Gli assassini della terra rossa» (pubblicato in Italia da Corbaccio) a rinverdire la memoria, nel 2017, di quello che era avvenuto negli anni Venti in Oklahoma, dove la scoperta del petrolio nella riserva della nazione Osage aveva fatto di questi nativi americani — fino a quel momento deprivati della loro cultura e delle loro tradizioni — una delle popolazioni più ricche degli Stati Uniti. Ma anche delle più tormentate da una serie di strani e irrisolti delitti. Adesso quella storia è diventata un film da duecento milioni di dollari, Killers of the Flower Moon (che poi era il titolo originale del libro), prodotto da Apple, sceneggiato da Eric Roth e diretto da Martin Scorsese, presentato ieri fuori concorso al festival di Cannes.

Interpreti: Leonardo DiCaprio e Robert De Niro, rispettivamente nipote e zio. Il primo, Ernest Burkhart lo vediamo tornare a casa dalla prima guerra mondiale senza arte né parte ed essere accolto a braccia aperte dal secondo, William K. Hale, l’unico coltivatore di bestiame in una zona dove tutti cercano petrolio. Ma in realtà anima nera di una comunità bianca che non si ferma davanti a niente per spossessare gli «indiani» (allora si diceva così e nel film così vengono chiamati) dalle loro terre e dalle loro ricchezze. Così, il matrimonio (d’amore) tra Ernest e l’Osage purosangue Mollie (la nativa Lily Gladstone, 36 anni) finisce per favorire proprio i piani malvagi di zio William, che si rivela la più cinica e diabolica delle menti criminali.

Dietro un paio di occhialini rotondi, con quell’aria sorniona che ha affinato negli anni (ad agosto ne compie ottanta), De Niro ci offre uno dei più riusciti ritratti di burattinaio del Male, pronto a sfruttare la mancanza di morale di un Paese che pensava solo ad arricchirsi disprezzando chi considera inferiore, come appunto i nativi. E il primo a subirne il fascino è proprio il nipote Ernest, incapace di opporsi alle sue proposte, pronto a trasformarsi in un killer o in un sicario, a cui DiCaprio sa restituire quella ingenuità e quella malleabilità che finiranno per trascinarlo sempre più giù.

Chi forse non sembra all’altezza delle aspettative (specie dopo quel capolavoro che era stato The Irishman) è proprio la regia di Martin Scorsese, che finisce per cercare un andamento narrativo fin troppo solenne quando ci fa conoscere i riti e poi i dolori della nazione Osage, ma che perde vigore quando dà l’impressione di volersi dilungare sui troppi casi di una storia che invece si poteva raccontare con maggior stringatezza: la svolta giudiziaria in questo western-crime, con l’arrivo sul campo della neonata Fbi (guidata dall’agente White interpretato da Jesse Plemons) arriva dopo due terzi.

E in effetti le tre ore e i ventisei minuti del film seguono passo passo i piani criminali di Hale e la trasformazione in agente del Male di Burkhart senza che però quella lunghezza finisca per offrire un qualche scavo dei due personaggi principali: così come ci sono presentati all’inizio li ritroviamo alla fine (solo con qualche rimpianto in più per DiCaprio). Certo, ogni tanto la mano di Scorsese colpisce nel segno, come nel modo in cui trasforma le solitamente pedanti didascalie finali sul destino dei vari protagonisti in una straordinaria idea di «cinema radiofonico» (regalandosi anche un personale cameo in chiusura), ma riflettendo sul film subito dopo questa prima visione viene il dubbio che l’esigenza di sottolineare il Male che storicamente i bianchi hanno fatto ai nativi abbia appesantito la storia, come se le esigenze «didascaliche» abbiano finito per annacquare la forza del racconto.

Corriere della Sera, 21 maggio 2023

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Un colpo da maestro. E il cinema rovescia l’epica americana

di Alberto Crespi

Le prime e le ultime parole di Killers of the Flower Moon, il nuovo film di Martin Scorsese passato a Cannes fuori concorso, sono in lingua Osage. Gli Osage sono un popolo nativo americano deportato in Oklahoma alla fine dell’Ottocento, come tante altre tribù. La prima cosa da dire, su questo film, è che si tratta di un grande tributo alla memoria di questo popolo, e di tutti i nativi americani che i vari governi degli Stati Uniti hanno ucciso, derubato, ingannato, espropriato della loro terra e della loro cultura. Le ultime parole in inglese del film sono invece pronunciate dallo stesso Scorsese, in un toccante cameo che vi strapperà le lacrime. Ma il finale non va raccontato: sappiate solo che è un colpo di genio, una delle più incredibili sequenze viste al cinema da molti anni. Quando vedrete Killers of the Flower Moon, arrivate assolutamente all’ultima sequenza. Non ve ne pentirete.

In precedenza, per oltre tre ore di narrazione, abbiamo visto il ritorno a casa di Ernest Burkhart (Leonardo DiCaprio), che dopo aver combattuto nella Prima Guerra Mondiale si rifà una vita in Oklahoma, dove il suo vecchio zio William Hale (Robert De Niro) è lo sceriffo di Osage County. È terra indiana, ed è appena stato scoperto il petrolio: gli Osage, improvvisamente, sono ricchi. E a molti bianchi sembra una buona idea sposare donne native per impossessarsi legalmente dei loro diritti sui pozzi petroliferi. Ernest sposa così Mollie (Lily Gladstone): la sposa sperando un giorno di avere i suoi soldi, ma anche perché la ama. È questa la contraddizione su cui si regge tutta la drammaturgia del film: Ernest scopre pian piano le malefatte dello zio, e spesso ne è complice, ma nel profondo del suo cuore semplice forse c’è ancora una speranza di redenzione.

Killers of the Flower Moon potrebbe essere definito un western, il primo western che Scorsese abbia mai fatto, ma la trama diventa presto quella di un noir, con complicazioni, misteri e omicidi insoluti manco fossimo in un romanzo di Dashiell Hammett. È non è affatto secondario che tutto l’intrigo si sciolga quando in Oklahoma arrivano gli agenti dell’FBI. Quando Hale chiede all’agente che gli ha messo le manette: “Chi l’ha mandata qui? Il presidente?”, quello gli risponde: “No, J. Edgar Hoover”, e Hale ribatte: “Mai sentito nominare”. Il film ha momenti faticosi nella parte centrale, dovuti a una trama molto contorta, e ogni tanto De Niro e DiCaprio si abbandonano alle tipiche “scenette” da gangster furbo e gangster tonto, un po’ alla Goodfellas, che Scorsese ama tanto. Ma nell’ultima ora si vola letteralmente nello spazio, e dal noir si passa a una tragedia dai toni altissimi, che fa capire quanta violenza e quante ingiustizie si nascondano nel passato della più grande democrazia del mondo. Con Killers of the Flower Moon Scorsese realizza ciò che non era riuscito a Michael Cimino in I cancelli del cielo: il grande romanzo americano, ma visto finalmente attraverso gli occhi di coloro che erano già lì, in America, ben prima di Colombo.

Repubblica, 21 maggio 2023

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Scorsese si scorda Scorsese: i suoi “Killers” sono loffi

di Federico Pontiggia

Giovedì arriva nelle nostre sale Killers of the Flower Moon, l’ultimo film di Martin  Scorsese. Battezzato allo scorso festival di Cannes, dopo l’uscita cinematografica andrà su Apple Tv+: dura tre ore e 26 minuti, ed è con ogni evidenza un film lungo una serie. Anche Oppenheimer di Christopher Nolan si aggira sulle tre ore, però ci corre l’obbligo di avvisarvi: queste si sentono, ché la drammaturgia è compassata, il ritmo brachicardico, la lena sussiegosa. Non il miglior Scorsese, ma ci arriviamo.

Adattando il libro di David Grann Killers of the Flower Moon: the Osage Murders and the Birth of the Fbi, l’ottantenne regista non si concentra sulle vittime indiane o su Edgar J. Hoover, che sul caso artatamente impiantò il Bureau, ma sui carnefici, lo zio William “King” Hale e il nipote Ernest Burkhart, rispettivamente incarnati da un ottimo – al netto di qualche faccetta – Robert De Niro e un appena discreto Leonardo DiCaprio. Dislocata dal natio Kansas al depresso Oklahoma da parte del governo federale, la nazione indiana di Osage negli anni Venti registrò il reddito pro capite più alto degli Stati Uniti grazie al petrolio rinvenuto nel sottosuolo. Ma la predazione dei bianchi non avrebbe tardato: messi sotto tutela, turlupinati, sposati per interesse, assassinati, i nativi avrebbero conosciuto la sostituzione etnica, il “popolo eletto del destino” la dissipazione. Qui la mente è William, il braccio Ernest, di bell’aspetto e brutti interessi: va in marito alla purosangue Mollie Kyle (Lily Gladstone, splendida), verso cui la moria dolosa dei congiunti convergerà la fortuna della famiglia, con l’epilogo che potete immaginarvi.

Scorsese re-interpella la Nascita di una nazione, i nativi sono sineddoche del tema razziale, e il Massacro di Tulsa echeggia stentoreo: perpetrato dai wasp sugli afroamericani, contiguo per tempo (1921) e spazio (Oklahoma), abita potente il fuoricampo interno. C’è tutto per farne un film importante, tutto per farne un film grande, eppure Killers of the Flower Moon non è un grande film. L’autore si muove con politica correttezza, cerca il paradigma edificante e trova l’esemplarità ideologica, ma la circospezione dà nell’occhio, eccome: trattenuto, reiterato, imbolsito, sembra un film su commissione o, peggio, un film dello Scorsese ultimo scorso. Che da dieci anni, da The Wolf of Wall Street del 2013, non ci regala più se stesso, ovvero un filmone: Silence del 2016, sui gesuiti in Cina, era il progetto accarezzato da una vita ma accantonato dall’arte, irrimediabilmente stracco; The Irishman del 2019 è costato a Netflix 159 milioni di dollari – Killers ne costa 200, che il buon Martin voglia far fallire gli streamer? – e ha suonato il de profundis al mafia-movie, con De Niro e Pesci digitalmente ringiovaniti e tutto il resto drasticamente invecchiato. Scorsese non ha più nulla da dimostrare, ma forse nemmeno da mostrare: è sempre cinema, però sempre meno film, un gigante che procede per inerzia e, ahinoi, indolenza. Gli manca l’adrenalina del Lupo Jordan Belfort (DiCaprio), e una battuta di quel lungometraggio screanzato e spassoso: “È il rischio che ci mantiene giovani, tesoro”.

Il Fatto Quotidiano, 14 ottobre 2023

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