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ARANCIA MECCANICA – Recensione di Giovanni Grazzini

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A Clockwork Orange - Alex
A Clockwork Orange - Alex

di Giovanni Grazzini

Un morso all’Arancia meccanica, e gli apocalittici più forsennati, i più cupi profeti di sventura, quelli che mandano in bestia i marxisti ortodossi, vedono felicemente condivisa dal cinema la loro ipocondria. Anche secondo il film che Stanley Kubrick ha tratto dall’omonimo romanzo di Anthony Burgess ci prepariamo infatti a vivere nel peggiore degli inferni possibili, dove alla violenza dei teppisti corrisponderà quella della scienza e della polizia. Poiché tuttavia la violenza dell’establishment sarà perfidamente legittimata dai governi e avrà il crisma del progresso sociale, potrà accaderci di preferire, con una smorfia di ironia, l’aggressività naturale dei giovani che, come in un gioco, uccidono e stuprano per il piacere di vivere.
Uno di questi (siamo alle soglie del Duemila, in luoghi di stampo inglese) è Alex, un diciottenne uscito dal riformatorio, che alla testa d’una banda di coetanei, vestiti con una sorta di tuta metà cosmonautica metà baseball, e all’occorrente forniti di maschere carnevalesche, battono notte tempo la città armati di catene, sbarre di ferro e coltelli.
Il loro sport è l’oltraggio e il delitto, il loro punto di ritrovo un bar in cui lubriche femmine di plastica offrono latte e droga. Dopo aver pestato a sangue un vecchio ubriaco, ed essersi misurati con una banda rivale, Alex e i suoi provocano una serie di disastri stradali e finalmente irrompono nella villa isolata d’uno scrittore: mettono a soqquadro le stanze e, a turno, sotto i suoi occhi, gli violentano la moglie (che ne morrà). Più tardi, dopo aver riaffermato il proprio potere ferendo un compare, Alex con una scultura a forma fallica massacra una bizzarra signora, amica dei gatti. Tradito dai suoi, il ragazzo però, questa volta, cade nelle mani della giustizia. Condannato per omicidio, evita di trascorrere quattordici anni in galera offrendosi come cavia in un esperimento psichiatrico voluto da un ministro per soffocare gli istinti distruttivi dei criminali, consistente nell’infliggere la visione di scene cinematografiche così violente da provocare terribili nausee. La prova riesce, e Alex rabbonisce al punto da poter riacquistare la libertà. Ma che razza di uomo è il nuovo Alex? Succubo di qualunque prepotente, privato d’ogni istinto vitale, sempre sull’orlo del vomito, il ragazzo è respinto dai genitori, pestato da un gruppo di barboni e dai vecchi compagni, ora arruolatisi nella polizia. Spinto al suicidio da una delle sue antiche vittime, l’infelice si butta nel vuoto, e tuttavia ne esce soltanto con le ossa rotte. A questo punto, tornando utile il caso ai politici impegnati nella campagna elettorale, Alex è aiutato a riacquistare il suo carattere autentico: come dire che la violenza e la rivolta sono il sale della vita, e che l’ultima vittoria sarà sempre della natura.
Raccontate in prima persona dal protagonista, le agghiaccianti avventure di Alex esprimono con straordinario sarcasmo un giudizio pessimistico sui destini della società (è tipica degli umanisti, quali sono Burgess e Kubrick, la paura del futuro: e giustamente suol dirsi che questa paura blocca la volontà di migliorare il presente). Il grande interesse del film – tuttavia un po’ al di sotto dell’affascinante ed enigmatica Odissea nello spazio – sta a parer nostro più nel caustico linguaggio che nell’impegno moralistico con cui propone interrogativi sul diritto dei governanti a soffocare il libero arbitrio, sull’umanità di fantocci che ci preparano la psichiatria e la neurochirurgia, sull’inutilità di combattere contro il male, fratello gemello del bene.
Anche se molte domande restano senza risposta, e comunque appartengono a un repertorio già convenzionale, ciò che conta è la eccezionale evidenza espressiva conferita al film da una regia che almeno in qualche parte ha del geniale. Pensiamo alle note grottesche di cui, anche grazie al suo slang anglo-russo, è ricco il profilo del diabolico Alex (benissimo interpretato dal Malcolm McDowell già apprezzato in If ), insieme repulsivo e attraente, che nella sua grande passione per la musica, e soprattutto per Beethoven, anticipa una generazione di barbari raffinati, di perfetti nazisti. Pensiamo ai brividi terrificanti suscitati dalle scene più feroci, dove la brutalità delle immagini ha però per contrappunto la grazia delle sinfonie di Rossini e di Cantando sotto la pioggia.
Tutto il film è, nei suoi orrori e nelle sue scabrosità, un trionfo dell’umor nero, espresso nell’invenzione scenografica e in situazioni, come quella del trattamento terapeutico imposto ad Alex, che Kubrick conduce abilmente sull’orlo della farsa, in un continuo andirivieni fra l’atroce e il buffonesco. L’idea che egli continua ad avere del futuro è, insomma , ancora catastrofica, ma il gusto di rappresentarlo con le linee e i colori della caricatura, come già gli accadde nel Dottor Stranamore, ora prevale sull’angoscia. La sua folgorante sapienza spettacolare fa il resto.

Corriere della Sera, 24 agosto 1972
Ripubblicato in Gli Anni Settanta in Cento Film, Editori Laterza, 1976

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