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FULL METAL JACKET: KUBRICK E I ‘MINISTRI DI MORTE’

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Full Metal Jacket - Animal Mother (Adam Baldwin)
Full Metal Jacket - Animal Mother (Adam Baldwin)

di Tullio Kezich

La durissima scuola dei “marines” a Parris Island (South Carolina), il solito sergente di ferro che scarica sulle reclute il suo terrificante repertorio di insulti minacciosi, il grassone della compagnia che suda freddo e non ce la fa… Per tutta la prima parte di Full Metal Jacket, il nuovo atteso film di Stanley Kubrick, lo spettatore è tormentato dal sospetto di aver già visto le stesse cose in decine di occasioni precedenti. E anche quando il grand guignol dell’addestramento si compie, lasciando due morti ammazzati sul pavimento di un cesso militare, il trasferimento delle reclute in prima linea non reca apparenti novità: massacri, isterismi, azioni belliche insensate, commenti cinici, furore e cuore in gola. Il film è diviso molto classicamente nei due tempi, la preparazione e la tragedia, e avvitato su una tensione che si scarica solo nel finale, quando fra corruschi bagliori d’ incendio i “marines” celebrano l’avvenuta regressione all’infanzia cantando in coro l’ inno del Club di Topolino. A quel punto, parallelamente alla sensazione di “dèjà vu”, è cresciuta e maturata nello spettatore la sensazione opposta, cioè quella di non aver mai visto siffatte situazioni e implicazioni, motivazioni e figure investite in maniera altrettanto radicale. E si comincia a capire che Full Metal Jacket non è una cronaca ricostruita come Platoon né un allucinante melodramma come Apocalypse Now. È una fantasmagoria trascritta dalle cronache dei giornali e della Tv (quella del Vietnam è stata la prima guerra televisiva in diretta), ma badando bene a non cercare né la verisimiglianza né la denuncia né una qualsiasi morale a senso unico. Forse memore di Lewis Milestone, che filmò le trincee d’Europa sulle colline di Hollywood in All’ovest niente di nuovo per raccontare il Vietnam Kubrick non si è allontanato dai dintorni di Londra. Qualche critico americano ha lamentato che il film, privo della solarità americana o asiatica, resta immerso nel tipico grigiore dell’atmosfera britannica. Ma la relativa inattendibilità dell’ambientazione conferisce alle immagini una connotazione più personale, trasformando lo spettacolo nel sogno di una cosa. Si pensa a Fellini per l’analoga coazione a ricostruire tutto e per il divertimento di incastonare nell’elaborazione fantastica qualche elemento iperrealistico: come la presenza, nella parte del sergente Hartman, di un vero ex-sottufficiale dei marines, Lee Emery, manesco e roboante. Pauline Kael nella sua recensione sul The New Yorker sostiene che Kubrick non è riuscito a trasferire sullo schermo l’orrore del romanzo The Short-Timers di Gustav Hasford. Non abbiamo ancora potuto leggere il libro, né conosciamo Dispatches dell’altro co-sceneggiatore Michael Herr, ma è chiaro che il regista ha elaborato tali suggestioni finalizzandole, in sintonia con i riconoscibili reperti storico-cronachistici, alla messa a punto di un teorema. All’autore di Arancia meccanica interessa la radice del male che si annida nell’animo dell’uomo, scatenando la violenza degli antropoidi di 2001: Odissea nello spazio o del pazzo assassino di Shining. Qui il campo di addestramento è visto come una specie di università del male, dove fra sconce litanie corali e prevaricazioni aggressive, patologiche fornicazioni con il fucile e sadomasochismi scatenati, l’individuo si trasforma in un “ministro di morte”. “Non robot, ma killers” vuol fare l’istruttore dei suoi uomini. È come se intorno alla coscienza si creasse, giorno dopo giorno, una corazza simile a quella che avvolge in acciaio la cartuccia da 7.62 millimetri chiamata appunto “full metal jacket”. La riflessione di Kubrick si concentra sulla “scorza del marine”, quella che permise a ex-membri del corpo come l’assassino di massa Charles Whitman o Lee H. Oswald cecchino di Kennedy di mettersi in luce per la loro virtù di tiratori scelti (ed è tipico che il sergente Hartman proponga con orgoglio questi modelli alla truppa senza minimamente entrare in valutazioni morali del loro operato). “Mother Marine and His Killing Machine” (Madre Marina e la sua macchina per uccidere) sono i protagonisti di questo film disossato, feroce e pieno di sgomento. Un’ altra odissea, non meno straniante di quella del 2001, in uno spazio terrestre dove i termini della vita civile sono stati interrotti per tornare ai tempi metastorici della “guerra di tutti contro tutti”. Certo la prima e più facile lettura di Full Metal Jacket è antimilitarista, pacifista e via condannando. Ma in prospettiva il film svela un sottofondo di inquietante ambiguità: se la guerra è una condizione naturale dell’esistenza, la scuola dei “ministri di morte” non assume in qualche modo una sua positività? In fondo quel diabolico e pagliaccesco Hartman può essere visto come un esperto fabbricante di simulazioni attraverso le quali la recluta impara l’arte della sopravvivenza, che in guerra (e nella vita) è tutto. Se il grande film galattico di Kubrick esaltava il progresso e insieme lo condannava, questo apologo iperrealistico sul Vietnam del ’68 denuncia la guerra e contemporaneamente insegna il modo per uscirne vivi: accettare fino in fondo le regole del gioco, crearsi una corazza imperforabile, colpire per primi. Attori poco noti come Matthew Modine (il soldato Joker), Adam Baldwin (il soldato Animal) e Vincent D’Onofrio (il grassone Pyle) si scatenano nell’urlo e nell’isteria, memori di un film survoltato come Prima linea di Robert Aldrich ma forse anche di uno spettacolo storico come The Brig del Living Theatre. La fotografia di Douglas Milsome è quasi brutta, tant’è tirata via alla maniera del cinegiornale: e le musiche di Abigail Mead alternano timbri minacciosi e cori di falsa allegria.

La Repubblica, 10 ottobre 1987

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