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Bonnie e Clyde: due figli dell’America depressa

Bonnie e Clyde, la coppia di amanti-rapinatori come simbolo di atteggiamenti d'istintiva ribellione a una società di tipo convenzionale
Bonnie e Clyde

SUONAVANO COL REVOLVER LE CANZONI DI PROTESTA

di Gigi Movilia

A questa coppia di amanti-rapinatori la storia della criminalità d’oltre oceano non ha dedicato la dovizia di pagine riservata ai meno grossolani e più spietati George e Kathryn Kelly, Costello, Dillinger, Anastasia e rispettive donne. Ma il cinematografo, che in Gangster story narra la loro tragica vicenda, ce li ha proposti addirittura come simbolo di un’epoca — i caotici e turbolenti anni trenta — suggestionando il mondo dei giovani, che si compiace di imitarne, se non le violenze, gli atteggiamenti d’istintiva ribellione a una società di tipo convenzionale.

La Ford V8 iniziò la salita della collina: veniva su lentamente, lasciandosi alle spalle Arcadia, in una nebbia di vapori. Faceva caldo: un caldo nuovo e sorprendente, pur essendo maggio, il 23 maggio del 1934.

Il ragazzo si volse verso la sua compagna, la guardò intensamente negli occhi, e disse: «Questa strada sembra portare al paradiso» e sorrise. Poi rallentò; erano arrivati in cima alla collina e in fondo alla strada, prima della curva, si vedeva un autocarro Dodge, fermo di traverso. Lei si girò per guardare un’ultima volta nella direzione di Arcadia e disse piano: «Ho fame». Lui non rispose. Una ruga gli si era disegnata in mezzo alla fronte. Poi riconobbe l’uomo che stava accanto al camion fermo: «Ma è Methvin!», disse. La ragazza gli aveva poggiato una mano sul braccio: «Sei fresco e allegro, stamani», disse, ma le rispose solo un sogghigno.

Dalla parte sinistra della strada venne uno scoppio di voce e improvviso, lacerante, l’abbaiare tenace delle shotgun. Il ragazzo che stava alla guida, (il volante era a destra) si piegò in avanti senza un lamento; lei, invece, ebbe tempo di dire in un soffio: «Oh, Dio, Clyde!». E cadde in fuori perché istintivamente aveva aperto la portiera.

I due cadaveri restarono nel loro sangue per tre ore: fino a mezzogiorno, quando il giudice Stephens dello Stato del Texas ordinò di rimuoverli. Quella sera stessa Jordan vendette tutta la storia della sua avventura con Bonnie e Clyde all’Arcadia News per trecento dollari.

Così finisce una delle vicende più sconvolgenti ed elementari della storia gangsteristica americana. Il cinema, almeno due volte, qualche libro, la leggenda hanno teso attorno a Bonnie Parker e Clyde Barrow il tessuto della leggenda. In effetti si trattava di due ragazzi disperati, per nulla romantici, salvo forse nei loro ultimi momenti, che rappresentarono perfettamente la delinquenza di provincia, primitiva, brutale e anche un poco sciocca nella sua straordinaria audacia. Certo quando la giovane Bonnie, venti anni, modestamente bella, incontrò Clyde Barrow, ladro di gomme e piccolo biscazziere, non si sognava neanche lontanamente che dopo trent’anni la sua storia sarebbe stata portata sullo schermo.

Bonnie aveva la testa calda. Dice qualcuno, e fra questi anche la sorella, che aveva grandi ambizioni e scriveva poesie. In realtà qualche poesia di Bonnie Parker è rimasta, e fra quei versi è facile trovare una certa elementare ispirazione, qualche idea, una nascosta e disperata commozione. Fondamentalmente, però, Bonnie era una ragazza traviata, che aveva avuto la sua prima esperienza sessuale a sedici anni con un parente del padre, e che non si faceva troppe illusioni sul proprio avvenire.

Quando Clyde Barrow le disse: «Ho bisogno di una come te», Bonnie non se lo fece ripetere. «E io ti seguo, farò tutto quello che vuoi», rispose; non aveva fantasie, non aveva romanticismi. Si conobbero in una sala da ballo di Dallas, nella primavera del ’33. Clyde disse subito a Bonnie: «Hai degli straordinari capelli biondi…», ed era abbastanza vero, anche se quei capelli erano tinti… Non fu un amore: anzi, Clyde aveva certe tendenze. Bonnie, oltre all’esperienza con il parente del padre, aveva nel sangue una specie di maledizione che la divorava. «Mi piacciono gli uomini», confessava un giorno allo sceriffo Boyd, che la banda aveva catturato in una imboscata: ma con Clyde, la ragazza non poté soddisfare i suoi desideri. Anzi i due cercarono sempre un complice, giovane, robusto, che piacesse a Clyde, e che fosse il partner della ragazza.

Bonnie aveva anche un poco di esibizionismo dentro di sé e quando incontrava un giornalista non si faceva mai sfuggire l’occasione di dichiarare: «Sì, sono Bonnie Parker, quella della banda, amo gli uomini, i soldi e le banche indifese». La loro bruciante avventura fu una veloce, disperata corsa da uno stato all’altro. Fino a quando si unì a loro il fratello di Clyde, Buck Barrow, che era più deciso di Clyde, più disperato e anche più sfortunato.

Poi si unì a loro anche la moglie di Buck, Blanche, una donna isterica e paurosa: Bonnie la odiò subito. «Non tollero che ci sia un’altra gallina nel pollaio!», disse quella stessa sera a Clyde. E proprio Blanche doveva combinare il grosso guaio nei pressi di Dexter, dove la banda si era rifugiata a villeggiare dopo un paio di grossi colpi.

La banda aveva deciso di fare ancora un colpo, a Joplin, città che già avevano attaccato, e poi filare velocemente verso la frontiera della California con il Messico e mettersi al sicuro. A quell’epoca non esisteva estradizione fra gli Stati. Bonnie stava scrivendo nella poltrona: una poesia, naturalmente, la più struggente. Poi si alzò in piedi e si avvicinò alla finestra che aveva le tende accostate. Vide subito la nera “Ford” avanzare lentamente nel giardino. «Ci siamo», disse freddamente. E si volse verso Clyde. Poi gli si avvicinò: «Arrivano i poliziotti!». E si precipitò sulla cassa dove erano nascoste le armi. Buck balzò in piedi, estrasse la sua “Walther” e si appostò dietro la finestra. Clyde lo imitò mentre Donaldson cadeva dal letto e Blanche emetteva un urlo isterico. A questo punto i poliziotti aprirono il fuoco e dalle finestre rispose l’inferno: tre poliziotti caddero subito, poi le altre due macchine, che si erano messe di traverso sulla strada che passava davanti al cancello, si fecero avanti vomitando fuoco.
Clyde gridò: «Alla porta del garage, scendiamo!». «Portate sulla testa i materassi» ammonì Buck e si lanciò prima di tutti. Clyde cadde in terra, inciampando nei piedi di Blanche, mentre Bonnie scendeva precipitosamente le scale e correva verso il garage. Il fracasso era infernale; una lampada colpita da un proiettile esplose come una bomba, e proprio in quel momento Clyde riuscì a mettere in moto l’auto. Tutti erano già a bordo meno Buck, che si era nascosto dietro al parafango sparando. In quel momento, ebbe un sussulto, urlò e si portò la mano alla testa: «Mi hanno colpito!», fece, «mi hanno preso, quei maledetti!». Clyde vide la faccia del fratello tutta rossa di sangue e bestemmiò ma non aveva tempo da perdere, ingranò la marcia e l’auto si mosse. Clyde sapeva che Donaldson e Bonnie ci avrebbero pensato e infatti la ragazza allungò una mano e afferrò Buck, tirandolo dentro.

Lentamente la “Terraplane” della banda avanzò, spinse una delle piccole “Ford” della polizia, mentre lo sceriffo Harper urlava: «Sparate, per Dio, sparate!»; due dei suoi uomini cercarono di sbarrare il passo alla “Terraplane”, ma uno fu colpito subito all’occhio destro e l’altro si gettò di lato, per non essere investito. Ora la strada era libera: Clyde affondò il piede sull’acceleratore e la “Terraplane” saettò in avanti.

Si fermarono dopo un’ora di corsa: Bonnie diceva: «Questo qui è nei guai» e teneva sul grembo la testa di Buck che era seduto. Blanche piangeva in silenzio, Donaldson dormiva. Trovarono lo spiazzo di un circo abbandonato e scendendo dall’auto Clyde disse: «Ho voglia di mangiare un pollo», e diede una pacca sulla schiena a Donaldson. Clyde sorrise a tanta incoscienza, mentre aiutava Buck a stendersi sull’erba.

Ma a Joplin la polizia non era rimasta con le mani in mano. Ed Portley, il capo degli investigatori, aveva radunato una decina di uomini fra agenti della stradale, rangers e guardie cittadine. «Dobbiamo prendere quei maledetti», disse masticando la sua sigaretta. Nella notte gli uomini raggiunsero la zona dove si era fermata la banda: un bosco ceduo permetteva di avvicinarsi senza essere visti. Ed dispose il suo piccolo esercito a tenaglia: «Dobbiamo lasciare loro l’illusione di fuggire», aveva detto, «altrimenti qui viene fuori un massacro; ma quando loro fuggiranno noi gli saremo addosso con le nostre “Chevrolet”, che sono più veloci». Attesero l’alba, non fumarono, non mangiarono, trattennero il respiro; poi quando il sole fece capolino dietro le colline di Joplin, Ed Portley disse a voce alta e ferma: «Banda Barrow! arrendetevi, siamo cento uomini, siamo pronti a sparare!».

I Barrow erano ancora distesi, mezzi addormentati: Clyde dormiva con la testa sotto lo châssis della macchina, Buck era bocconi, Bonnie e il ragazzo stavano nell’interno con Blanche. Quest’ultima urlò subito e cadde in terra mentre Buck tentava di ripararsi dietro l’auto. Bonnie e Clyde spararono e allora Ed ordinò ai suoi: «Fuoco, fuoco!». Fu l’inferno e ancora una volta Buck fu colpito. Bonnie, che aveva capito che non c’era troppa speranza, prese Clyde per un braccio e disse piano: «Vieni con me»; filarono via, veloci, con le schiene curve verso un campo di grano: era proprio il lato che Ed aveva lasciato appositamente sguarnito. Ma Bonnie e Clyde non commisero l’errore di salire sulla strada, si tuffarono nel grano alto, corsero e corsero, fino a quando lei si gettò in terra ansante e lui le cadde sopra ridendo come un pazzo. «Siamo salvi anche questa volta!» E invece…

John Dillinger

Era il 24 luglio 1933.

Da due mesi un giovanotto di Mooresville gironzolava senza meta fra Saint Paul e Minneapolis. Si chiamava John Dillinger, zoppicava da un piede e coltivava un pretenzioso paio di baffetti sotto il naso. Non era uno stinco di santo: era già stato in galera per qualche furto. La sua prima cella l’aveva trovata nel carcere di Michigan City, a 70 km. da Chicago: un carcere tranquillo e abbastanza confortevole, moderno, soprattutto, con tanto di bagno per ogni due celle e un cibo più che passabile. Johnny, quando vi era stato rinchiuso, aveva pensato: «Se questa è la galera, ogni tanto conviene rischiare…», ma poi il 20 maggio di quell’anno 1933 era stato chiamato dal direttore del carcere, Walter H. Daly, il quale gli tenne un discorso tranquillo e accorato: «Ragazzo», disse, «stai finendo la tua pena e ti sei comportato bene. Ora purtroppo devi essere forte perché uscirai subito, prima della scadenza: c’è qui un telegramma che mi comunica che tua madre sta molto male… Forse avresti voluto tornare a casa in altro modo. Ma anche questo è un modo. Coraggio, ragazzo, e ricordati che non voglio più vederti da queste parti…».

Dillinger partì. La madre era morta e quando Johnny arrivò a casa, era già pronto il funerale. Il padre, molto più tardi, raccontò che durante il trasporto funebre il figlio era molto commosso e fra i denti prometteva a Dio, agli uomini e alla memoria della madre che «mai più sarebbe caduto nelle reti della polizia e che non avrebbe mai più fatto qualche cosa che avesse provocato la preparazione di quelle reti».

John Dillinger era nato il 3 giugno del 1903. Il padre era un modesto commerciante, la madre una donna tranquilla, Johnny un tipo inquieto, un ragazzo difficile. A sei anni ebbe la sua prima banda e Fred Brewer fu il suo primo complice: lanciavano pietre contro i lampioni, soffiavano frecce alle ragazze, molestavano i vecchi. A tredici anni fondò i «Dirty Dozen», un’altra banda che fece parlare di sé alla periferia di Chicago: vetrine di negozi, macchinette per la distribuzione di sigarette e di caramelle, mostre di verdurai, furono questi gli obiettivi della banda. E John si distingueva per la sua abilità, per il coraggio e la fortuna. Il poliziotto Carl Talberg, che aveva messo gli occhi sul ragazzino, un giorno fermandolo dopo una ennesima marachella gli disse: «Se continui ad essere così bravo e fortunato, i giornali parleranno di te e darai lavoro alla sedia elettrica, alla fine!». Johnny non dimenticò mai quelle parole.

Dopo la morte della madre, Johnny non mantenne a lungo la promessa. Per settimane stette in casa a leggere i giornali: sarebbe meglio dire che li studiava. In cella non aveva avuto la possibilità di informarsi da tutte le fonti, il guardiano gli passava ogni giorno una copia del Chicago Tribune, debitamente purgata delle pagine che riportavano notizie di cronaca nera e ora il giovanotto apriva gli occhi e si accorgeva di vivere in una specie di giungla nella quale solo chi aveva coraggio, fortuna e decisione poteva, non solo restare a galla, ma diventare qualcuno, ricco e potente. In cella aveva stretto amicizia con Harry Peter Pierpont e Homer Van Meter, due tipi piuttosto decisi. Erano due rapinatori che avevano formato con il ragazzo di Chicago un sodalizio a prova di bomba e quando lui era uscito si erano fatti promettere che avrebbe tentato qualsiasi cosa pur di liberarli. E lui non era tipo da dimenticare le promesse.

Proprio leggendo i giornali, Johnny ebbe l’ispirazione, il suggerimento di come potere mantenere quella promessa: le rapine nelle banche erano all’ordine del giorno, bastava effettuarne un paio, con una certa fortuna, e avrebbe potuto raggranellare la cifra sufficiente per montare il meccanismo dell’evasione di Pierpont e di Van Meter. «Ho avuto l’ispirazione da quei giornali», dirà più tardi Dillinger.

Johnny studiò la situazione e agì di conseguenza; prima di tutto si ritirò a Saint Paul. La cittadina era l’ideale rifugio per tutti coloro che avevano qualche cosa da nascondere.

Qui, in questa città ideale, simile agli ospitali porti dei pirati del diciassettesimo secolo, John Dillinger comparve nell’agosto 1933, si installò in una pensione modesta e cominciò a preparare il suo piano. Lavorò un paio di giorni, in capo ai quali era riuscito a mettere insieme un progetto preciso e chiaro: prima di tutto procurarsi dei soldi, e questo era abbastanza facile, poi delle armi, che avrebbe dovuto fare entrare nel carcere di Michigan City, per organizzare la fuga di Pierpont e compagni.

La rapina fu effettuata a una piccola banca di Rochester, la North Bank. Dillinger si presentò alle dieci della mattina del 24 agosto 1933, vestito di grigio, con un cappello di paglia e un giornale sotto il braccio che nascondeva la shotgun. Si avvicinò al banco e chiese del direttore dicendo di chiamarsi Morgan. Intanto si guardò attorno, contò tre clienti e sei impiegati, quasi tutti intenti agli affari loro. Quando il direttore si affacciò al banco, Johnny estrasse la shotgun, gliela mise sotto il muso, e disse freddamente: «Per piacere, mi faccia strada alla cassaforte, senza fare baccano». Con un balzo volò al di là del banco, si affiancò all’esterrefatto direttore e lo spinse verso la cassaforte spalancata: nessuno si era accorto di nulla. C’era uno strano silenzio, da fuori veniva il latrato di un cane, e il direttore, pallidissimo, gli indicava la cassaforte dicendo: «Ecco… ». Dillinger allungò la mano, afferrò una dozzina di mazzette da cento dollari, le chiuse nel giornale, poi afferrò altro denaro, un blocco di assegni, e retrocedette verso la porta. Solo allora alzò la voce: «Siete stati rapinati, ma state buoni: non succede nulla di male, se state buoni!».

Appena fuori svoltò l’angolo e si avviò rapidamente alla fermata dell’autobus per Saint Paul. Proprio in quel momento arrivava il pullman, vi saltò sopra, si sedette accanto all’autista e guardò con un sorriso il gruppo di gente che correva verso la banca, sulla cui porta, il direttore, pallidissimo, urlava disperato.

Dillinger si fermò ancora due giorni a St. Paul: il colpo gli aveva fruttato tredicimila e cinquecento dollari: non molto ma sufficiente. Acquistò una “Crysler” di seconda mano e la mattina del 27 agosto partì per l’Indiana.

A Warsaw, cittadina a 55 km. da Michigan City, si fermò per dormire e prese alloggio in un alberghetto proprio di fronte alla stazione di polizia. Dopo cena, uscì per fare una passeggiata: il cielo era limpido, c’era la luna, poca gente sostava davanti al bar per ascoltare alla radio la partita notturna fra “Diamonds e Tigers”. Chiacchierò con il barista e conobbe l’anziano sceriffo; questi gli disse: «Ho già visto la vostra faccia», e lui rispose freddamente: «Mi avrete arrestato, qualche volta». Lo sceriffo rise, alla battuta, e gli offerse da bere. «Non sono mai entrato in una stazione di polizia», fece Dillinger, fra un sorso e l’altro. «Se non è che questo che vi incuriosisce», fece lo sceriffo, «venite con me». E si avviò.

«Una vita dura, la nostra», spiegava lo sceriffo, aprendo la porta della baracca della stazione. Dillinger assentiva in silenzio. Lo sceriffo lo precedeva dicendo: «Venite, vi faccio vedere anche la cella…», ma tacque quasi subito perché Dillinger gli aveva poggiato la shotgun alle reni e gli stava sussurrando calmo: «Cammina sceriffo, cammina diritto fino alla cella, senza voltarti». Il pover’uomo obbedì e si trovò chiuso in cella senza sapere come. Immediatamente Dillinger si diede da fare: afferrò tre fucili, due mitragliatori, pistole, bombe a mano e munizioni. Carico come era, riuscì a correre, attraversò la strada e gettò tutto quello che aveva preso nel bagagliaio della “Crysler”.

Pochi minuti dopo filava veloce sulla strada di Michigan City. Alle porte della città si fermò davanti a una villetta silenziosa, dove era parcheggiata una “Ford T”: scese, passò la «merce» dal bagagliaio della “Crysler” a quello della “Ford”, controllò il radiatore dell’auto e partì indisturbato. «Quella “Crysler” scottava», si disse. (Dill aveva il vezzo di parlare da solo).

Trascorsero alcune settimane: nel carcere Pierpont e Van Meter erano stati avvisati. Fuori Dillinger stava lavorando sodo e bene. Si trattava soltanto di attendere il momento giusto. Un bel giorno, il 25 di settembre, Dillinger, seduto ad un bar del centro di Michigan City, beveva una coca cola. Accanto a lui, sulla sedia, era posata una grossa borsa, a due tavoli di distanza due poliziotti bevevano e parlavano di sport. Poi i due si alzarono, pagarono alla cassa e uscirono; allora Dillinger si soffiò il naso con un grosso fazzoletto bianco e dalla parte opposta della strada due giovanotti si avvicinarono, sedettero dove erano stati fino a quel momento i poliziotti e accesero grossi sigari, ordinando da bere. Johnny chiamò il cameriere, pagò e uscì dimenticando sulla sedia la grossa borsa. Il cameriere non si avvide di nulla (o finse di non vedere) e i due giovanotti afferrarono la borsa nascondendola sotto il loro tavolo.

Quella sera nella cella di Pierpont e Van Meter entrarono due pistole, una shotgun, due scatole di pallottole. Il resto delle armi passava in altre due celle, dove c’era gente decisa, fidata, sicura, dove c’era un piccolo tozzo individuo dai capelli rossi e la faccia sottile, «Baby Face» Nelson. Alle dieci del giorno successivo, 26 settembre, Pierpont, Van Meter e «Baby Face» Nelson evadevano con altri otto.

Così nacque la prima vera banda di John Dillinger. Ne facevano parte, oltre a Dillinger, la sua ragazza Billie Frechette, Harry Pierpont con la sua bella Mary Kinder, Charles Makley, Red Hamilton, Russel Clark, Harry Copeland, Ed Shouse.

* * *

Un uomo intanto aveva iniziato proprio in quei giorni la caccia al bandito che i giornali ormai definivano «l’imprendibile», «l’elegante», «il sorridente»; John Dillinger, insomma. Quell’uomo si chiamava Matt Leach, un tenente di polizia, un tipo triste e deciso, frustrato e timido, coraggioso e cattivo. Matt Leach aveva capito che quel Dillinger gli avrebbe dato molti fastidi. A un amico con il quale si stava sfogando, Matt disse, un mattino del settembre 1933: «Credo che lo inseguirò fino alla morte, alla morte mia o sua, beninteso…».

In un certo senso la previsione era perfettamente precisa. Matt comandava una squadra di polizia dello Stato dell’Indiana e, quando era stata rapinata la stazione di Warsaw, non aveva esitato a riconoscere nel colpevole il suo «uomo nero», Dillinger. Matt prese contatto con l’F.B.I. e conferì personalmente con Hoover al quale disse: «Bisogna creare una speciale squadra che dia la caccia a questo Dillinger!». Hoover lo pregò di non esagerare e Matt rispose: «Fino a quando non ci decideremo a fare qualche cosa di eccezionale contro questo Dillinger non potremo stare tranquilli. E per ora non è successo ancora nulla, vedrete in futuro…». Il tenente Leach era un profeta: i successivi nove mesi furono tremendi.

Questa è una storia, uno stralcio di storia, che abbraccia solo qualche anno della vita americana di quei favolosi «anni trenta» che oggi, per un film, sono tornati tanto di moda. È solo un particolare, certamente il più sanguinoso e brutale, della malavita americana di quell’epoca. Leggendo queste cronache, infatti, non vi imbattete mai nei famosi banditi che si chiamavano Al Capone, Lucky Luciano, Vito Genovese, Bugsie Siegel, eccetera: perché? La malavita americana di allora aveva numerosi e differenti aspetti: uno brutale, violento, rozzo, appunto quello del quale ci stiamo occupando; un altro più raffinato, sottile, ma non per questo meno pericoloso e inquietante, che è quello che faceva capo ai grandi boss della mafia italiana. Quelli uccidevano di persona, pagando spesso in proprio, questi quasi sempre facevano uccidere.

Intanto l’F.B.I. organizza le sue file: dai duecento agenti iniziali si passa a tremilacinquecento uomini, armati di tutto punto, con giubbotti a prova di pallottola, bombe lacrimogene e la collaborazione di tutte le polizie statali. Matt Leach è riuscito finalmente a convincere Hoover a costituire una speciale squadra anti-Dillinger, perché i crimini di questo individuo che rapina senza uccidere sono ormai decine: due volte lo hanno preso e due volte è riuscito a fuggire. E ogni settimana, il sabato sera, Dillinger telefona a Matt Leach: «Tenente, come va? Balbetti ancora? (Matt era afflitto da una grave forma di balbuzie). Credi proprio di fartela? Se hai bisogno di me, sai dove trovarmi…». E Matt, naturalmente, dopo queste telefonate, è colto da crisi isteriche.

Johnny, intanto, si è unito a nuovi compagni: c’è sempre «Baby Face» Nelson e c’è Van Meter ma c’è anche un Eddie Green e un Pat Reilly. L’atmosfera nella banda è abbastanza serena, soprattutto perché Johnny raccomanda ai compagni di evitare spargimenti di sangue. «Io ho paura della sedia elettrica, e se ammazziamo qualcuno la sedia elettrica e là che ci aspetta». Solo «Baby Face» Nelson, nevrotico e isterico, morde il freno. Quando, davanti a una banca, i poliziotti tentano di sbarrare il passo a Dillinger e ai suoi compagni, «Baby Face» perde la testa, si getta in terra e sgrana il rosario della sua shotgun, uccidendo lo sceriffo Parker. Naturalmente sul conto di Dillinger l’assassinio dello sceriffo ha un peso determinante.

Matt Leach strilla: «È venuto il momento: non lasciamocelo scappare!». E un giorno della primavera del ’34, quando Dillinger si era recato a Mooresville per visitare il padre, la polizia lo blocca e lo arresta. Viene ora alla ribalta un personaggio singolare e inquietante nella storia di Dillinger: l’avvocato Louis Picquett. Si tratta di un uomo abile, dall’oratoria feconda e dalla morale piuttosto elastica, che riesce con abilità diabolica, giocando sulle rivalità politiche tra il giudice del tribunale, repubblicano, e il procuratore generale, democratico, a stabilire una corrente di interessi e di maneggi in modo che Dillinger viene condannato soltanto a due anni di prigione e rilasciato due giorni dopo, dietro cauzione di trentacinquemila dollari.

Ma ormai i giorni di Dillinger sono segnati. Matt Leach da una parte e Hoover, dall’altra, stringono le reti. La sentenza del tribunale è stata uno scandalo. Il Senato chiede a Roosevelt che sia studiata una legge speciale contro la malavita. La squadra speciale dell’F.B.I. scorrazza nello Stato dell’Indiana e dell’Illinois e non dà tregua al terribile bandito.

Verso la metà di aprile del 1934, una mattina fresca e profumata, Dillinger e la sua banda, con due auto, si dirigevano verso il nord del Wisconsin. Superata Rhineland, la comitiva viaggiava tranquilla verso Mercer.

Forse nei progetti di Dillinger e dei suoi compagni c’era la possibilità e la speranza di entrare in Canada e da qui imbarcarsi per l’Europa. Una volta, infatti, Dillinger aveva detto alla sua donna, Billie Frechette: «Pensa, cara, in Europa non esiste sedia elettrica».

Qualche chilometro prima di Mercer, c’era un piccolo albergo, il Little Bohemia, nascosto in un boschetto di pini che distava dalla strada circa 300 metri. La posizione era perfetta: alle spalle dell’albergo c’era un ripido pendìo che portava direttamente al piccolo lago Little Star. Quando la banda si fermò per fare colazione, Dillinger vide quella via di salvezza e gli piacque. «Potremo fermarci qui qualche giorno per riposare» disse a “Baby Face”.

L’albergo era gestito da una coppia di emigrati cecoslovacchi, Emil e Nan Vanatka. La compagnia chiese all’albergatore se aveva delle camere libere e Vanatka rispose che in quella stagione l’albergo era deserto: «Perfetto!» commentò John Dillinger.

Furono giorni tranquilli e di vera distensione: meno che per i due albergatori, i quali avevano riconosciuto nel giovanotto con i baffi biondi il nemico pubblico numero uno che l’F.B.I. ricercava in tutti gli Stati Uniti.

Ma la mattina del 22 aprile, l’albergatrice riuscì a sfuggire a «Baby Face» che, sospettoso, la seguiva sempre, e a raggiungere la casa di sua sorella e, col cuore in gola, urlarle: «Il telefono, Mary, il telefono: C’è Dillinger e tutta la sua banda da noi!». Formò il numero della polizia e appena ebbe risposta disse con voce rotta: « Ci sono i Dillinger al Little Bohemia! Correte! ».

A questo punto la vicenda assume un movimento di balletto: la piccola stazione di polizia di Mercer non aveva uomini sufficienti per affrontare una banda agguerrita come quella di Dillinger. D’altra parte l’ordine era preciso: prendere vivo o morto il pericolo pubblico. Allora il comandante della stazione di Mercer telefonò a Hoover che si trovava a Chicago. Il capo dell’F.B.I. convocò subito Melvin Purvis, che comandava la squadra Dillinger, ma questi gli ricordò che gli uomini della squadra erano divisi in gruppi a pattugliare le autostrade attorno alla città. Hoover rispose che entro quella sera tutti gli uomini dovevano essere convocati alla centrale e quindi immediatamente spediti con un aereo speciale all’aeroporto di Rhineland da dove avrebbero raggiunto in auto il Little Bohemia.

Per tutta questa operazione ci vollero circa dieci ore, durante le quali — era un sabato — al Little Bohemia vi fu un andirivieni di avventori, mentre i Dillinger giocavano a biliardo e i Vanatka se ne stavano tremanti in cucina.

Le auto della polizia arrivarono davanti al Little Bohemia alle dieci di sera, proprio mentre un gruppo di minatori usciva dal bar: i poliziotti, stanchi per il viaggio e nervosi, credendo che gli uomini che si stagliavano contro la luce del bar fossero i banditi, apersero il fuoco abbattendo due innocenti. Dillinger e compagni, appena sentirono i colpi balzarono verso l’uscita posteriore e si precipitarono verso il lago, sulle cui rive due barche erano state preparate da Pierpont e da «Baby Face». La fuga non ebbe nulla di drammatico: solo qualche ora dopo, Pierpont fu preso da una pattuglia, ma tutti gli altri riuscirono a fuggire. John Dillinger fece l’autostop ed ebbe un passaggio da un giovane sacerdote che viaggiava a bordo di una Buick. Si fece condurre fino a Madison, dove acquistò un giornale per leggere le notizie, quindi prese il treno per il sud e un giorno e mezzo dopo scendeva alla stazione di Chicago. Ormai l’F.B.I. era scatenato. La squadra Dillinger sembrava frustata da quello che scrivevano i giornali: insulti, dileggio, scandalo. Matt Leach, proprio quella sera, ebbe una telefonata. Dillinger gli disse freddamente: «Non ce l’avete fatta neppure questa volta!». Matt non rispose, dovette ricorrere ad un medico per riprendersi dal collasso che lo aveva colto dopo la telefonata.

Qualche settimana dopo, Dillinger, che si era nascosto in una pensione di East Chicago, facendosi passare per un operaio disoccupato, (ma era troppo elegante ed aveva troppi quattrini per essere un operaio senza lavoro!) lesse sul giornale la cronaca della morte di Bonnie e Clyde. Ad un amico che vedeva ogni sera in un piccolo bar accanto alla pensione dove abitava, disse: «Hanno avuto la loro paga» e accese una sigaretta.

Nella pensione, Dillinger aveva iniziato una relazione con la padrona, una bella e prosperosa vedova di origine rumena, che si chiamava Anna Sage. Ma ogni tanto riceveva anche Polly Hamilton, la sua nuova fiamma. E forse fu proprio la gelosia di Anna Sage a finirlo.

Anna non aveva avuto un passato facile: da ragazza aveva battuto il marciapiede, poi un maturo amante le aveva regalato qualche centinaio di dollari con i quali lei aveva affittato l’appartamento e si era pagata la tassa per aprire la pensione. Ora era una donna «regolare» e tranquilla, ma ricordava con terrore gli anni duri e quando capì che quel giovanotto non era giusto, si mise in testa di indagare fino in fondo per scoprire che razza di tipo fosse. E anche a lei capitò un giornale di qualche tempo prima che pubblicava la foto di Dillinger: Anna, più tardi, avrebbe dichiarato: «Sono stati gli occhi che mi hanno fatto capire che era lui». Dillinger aveva occhi speciali, magnetici, freddi e ironici: anche se un medico, tale Moran, gli aveva fatto la plastica facciale, non aveva potuto certo cambiare il fuoco freddo e inquietante di quello sguardo.

E Anna capì di avere in casa il nemico pubblico N. 1, che spesso le preferiva Polly Hamilton. E finalmente, dopo settimane, si decise a fare la telefonata. Dicono che alla centrale di Chicago, quando ebbero la denuncia della donna, molti furono increduli: negli ultimi mesi almeno mille persone avevano giurato di avere visto Dillinger, facendo perdere tempo agli agenti. Ma ogni volta poteva essere quella buona, e anche quella sera Hoover consigliò a Purvis di incontrare la donna, per indagare su quello che affermava.

Anna attese l’ispettore Purvis alla periferia della città, sulle rive del lago, alle dieci. Era una notte buia e ventosa: probabilmente Anna non si rese conto che stava per tradire l’uomo che in un certo senso aveva amato. Prima di tutto Purvis volle essere certo che l’uomo che alloggiava nella pensione della donna fosse proprio Dillinger e chiese alla donna di scoprire in qualche maniera se l’uomo aveva un tatuaggio sotto l’ascella sinistra. Le disse: «Appena tu avrai questa certezza mi telefonerai e vedremo che cosa si può combinare». Anna ribattè: “D’accordo, però non dimenticatevi che non possiamo perdere tempo!”.

Il giorno dopo Anna entrò nel bagno mentre Johnny faceva la doccia e vide che effettivamente l’uomo aveva sotto la ascella sinistra un cuoricino tatuato in rosso. Telefonò subito alla centrale e Purvis la convocò in ufficio. Anna disse che il pomeriggio del giorno successivo, una domenica, Dillinger aveva promesso di condurre al cinema lei e l’amica Polly Hamilton. «In quale cinema?», chiese Purvis.

«Al Biograph», rispose Anna, «c’è il film “Manhattan Melodrama” con Clark Gable e William Powell». Allora Purvis disse che il pomeriggio successivo gli uomini avrebbero atteso alla centrale un’ulteriore telefonata di Anna, per avere la conferma che Dillinger le avrebbe condotte proprio al Biograph.

La domenica mattina si raccolsero alla centrale 40 uomini, venne anche Hoover, il quale divise gli agenti in quattro gruppi, uno dei quali avrebbe bloccato l’uscita del cinema e gli altri tre avrebbero pattugliato le strade circostanti. L’attesa fu spasmodica fino a quando, verso le 17, arrivò la telefonata di Anna: «Andiamo al Biograph». Quel giorno Dillinger indossava un abito di canapa chiara, scarpe bianche e marrone, camicia bianca con cravatta azzurra a strisce gialle e un cappello di paglia. Era allegro perché aveva avuto una telefonata da «Baby Face» Nelson che proponeva un colpo facile e redditizio. Polly indossava un abito di seta a pallini bianchi e Anna un tailleur di tela rosa.
Era l’afoso 22 luglio del 1934.

I poliziotti arrivarono davanti al cinema circa mezz’ora dopo la telefonata di Anna e Purvis ordinò all’agente Bob Parcker di entrare nella sala per controllare se c’era effettivamente John Dillinger. L’uomo entrò, ma al buio non riuscì a vedere quasi nulla, non riconobbe affatto nel giovanotto che stava fra le due ragazze il famoso pericolo pubblico n. 1 e quando uscì e disse a Purvis che non aveva visto Dillinger, il capo si innervosì e scoppiò in una bestemmia: «Ci è sfuggito anche questa volta!».

Alle 19,15 esatte il film finì e il pubblico cominciò a sfollare: Purvis non aveva previsto la folla e fu preso dal panico perché capì che in mezzo a tutta quella gente era impossibile riconoscere il bandito. Ma il suo panico durò un attimo perché una donna in tailleur chiaro lo prese per un braccio e indicandogli un uomo che camminava davanti a lei gli sussurrò: «Non lo riconosce? È Dillinger!». Allora Purvis balzò in avanti ma Dillinger, che aveva fiutato l’agguato, scattò prima di lui e s’inoltrò in un vicolo correndo piegato in avanti. Purvis allora urlò e cominciò a sparare. I proiettili fischiarono, Dillinger fece un paio di balzi in avanti, poi cadde bocconi come se avesse inciampato, ma nella schiena gli erano spuntate quattro grandi rose di sangue.

Historia, Maggio 1968 – N. 126, pp. 38-49

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