2001: FUORI NELLO SPAZIO MA DENTRO LA VITA

  • 2001 - Kubrick on the set

2001: IL FILM DI STANLEY KUBRICK

Il viaggio interplanetario è un viaggio biologico

di Lino Curci

Sono giorni di scienza, non di fantascienza. Per la prima volta, con l’«Apollo 8», ritorno ha varcato il confine che separa il campo gravitazionale della Terra dalla zona in cui agiscono le forze dì attrazione di un altro corpo celeste: il geo­centrismo, spodestato scientificamente da Galileo, comincia a tramontare nella nostra psicologia. E ancora una volta una complessa rete di comunicazioni, una macchina di estensione planetaria, ci ha consentito di vivere l’avvenimento in dimen­sione simultanea: ricordo le voci delle stazioni terrestri che a duecentomila chilometri di distanza, controllandolo sui monitor, guidavano l’operatore di bordo alla telecamera perché la spostasse fino a centrare l’immagine lontanissima della Terra. Scienza, dunque, con le sue prodigiose strutture di collegamento entrate ormai a far parte delle normali esperienze della nostra vita, fino a porre i fondamenti di una nuova cultura. E tuttavia scienza e fantascienza come sempre interagiscono, continuando la prima a fornire le premesse alle avveniristiche illazioni della seconda, e la seconda ad anticipare, in molti casi, le conquiste e i risultati della prima.
In bilico tra scienza e fantascienza, discontinuo ma inquietante, spettacolare ma abbastanza problematico, il film
2001: odissea nello spazio è venuto a coincidere con l’esplorazione umana della Luna. Prodotto e diretto da Stanley Kubrick, ha avuto uno sceneggiatore di eccezione, Arthur C. Clarke, serio e notissimo scrittore di cose scientifiche e di «science-fiction», autore, fra l’altro, di quel Profiles of the Future dov’è scritto che «la traversata dello spazio interplanetario darà il via a un nuovo Rinascimento e infrangerà la struttura in cui altrimenti la nostra società e le nostre arti si congelerebbero».
Ma non saprei dire fino a che punto, sopratutto nella prima parte del film, si sia tenuto coerente a queste idee. Forse per una pura e semplice estrapolazione della mentalità presente, fors’anche per la vena di sottile ironia, alla Swift, che altri vi ha intravisto, la rappresentazione della società di domani, nelle sue strutture industrializzate e convenzionali, non fa che riprodurre, esasperandoli in modo perfino monotono, certi vizi della società dei consumi di oggi. E il viaggio spaziale, diven­tato ormai, sul percorso Terra-Luna e limitatamente a una casta di scienziati e di tecnici detentori di un ampio potere, l’abitu­dine e la norma, somiglia molto da vicino, salvo che per gli effetti dell’assenza di gravità, le scarpe magneto-adesive delle hostess e una profusione, del resto esattissima, di particolari tecnologici, al volo su un reattore di linea della Panam.
La rappresentazione di questa realtà è permeata da un senso del quotidiano piuttosto freddo e
«asettico», come le attuali apparenze della vita americana, come le sonde di cui sir Bernard Lovell non si stanca di raccomandare la sterilizzazione perché non infettino dei nostri batteri la superficie di altri mondi. Poche cose sembrano mutate, rispetto all’organizzazione socio-economica di oggi: tutt’al più, la società del futuro qui descritta potrebbe spingersi fino alla visione tecnocratica e neopositivista di un Servan-Schreiber… E allora, dove vanno a finire la spe­ranza, la fede di un «Rinascimento» cosmico? Di un rinnova­mento dell’uomo, dei suoi sentimenti e della sua cultura? Nel 2001 saremo ancora ai principi dell’impresa, e forse, per quel suo «Rinascimento», Clarke confida nei grandi tempi dell’evo­luzione. Ad ogni modo, sono incline a ritenere che in questa prima parte del film sia stato guidato sopratutto da un’inten­zione critica: riserbandosi di proporre soltanto nelle sue con­clusioni, sul quadro piuttosto desolante di un «mondo nuovo» infetto di banalità e di un eccesso di scientismo, ciò che egli definisce la riapparizione del «senso di stupore e dello spirito d’avventura», l’eterno slancio dell’uomo verso la conoscenza e gli interrogativi sul suo destino finale.
Poiché penso che il suo contributo al film sia stato determi­nante, può anche darsi che sia caduto in contraddizione con se stesso: il che gli accade certamente, come vedremo più oltre, almeno una volta nel corso dei racconto, nella configurazione di quel rapporto uomo-macchina che ne costituisce senza dubbio il nucleo più significativo. Può darsi che la sua concla­mata fede nel progresso si veli ogni tanto di pessimismo, anche per l’inesauribilità della nuova frontiera e del nuovo oceano, che lo richiama al sentimento del nostro limite e della nostra imperfezione. Queste alternative e oscillazioni non dovrebbero stupire, se è vero che in tutta l’opera di Clarke narratore e sag­gista non mancano inquietudini di ordine metafisico e religioso.

Il metafisico e il religioso, nel film, hanno il loro simbolo, in verità piuttosto oscuro, nella presenza di uno strano monolito, un parallelepipedo di forma perfettamente levigata. In un rac­conto di Clarke, The Sentinel, da cui il film parzialmente deriva, il monolito è una macchina lasciata sulla Luna da in­telligenze extraterrestri, perché segnali loro l’arrivo degli uo­mini sul satellite. Ma qui è presente non solo sulla Luna, dove la sua scoperta dà l’avvio alla vera e propria «odissea nello spazio»: è presente in tutta la vicenda, a cominciare dall’ante­fatto preistorico, dove appare per la prima volta ai primati antropoidi, ai nostri terrestri e lontanissimi antenati, che lo avvicinano con timorosa meraviglia confrontandone la super­ficie con le rocce scabre. Per spiegarci questa ubiquità, do­vremmo ammettere che Clarke abbia adottato la teoria del distacco della Luna dal pianeta per effetto di una remota cata­strofe cosmica, il clic comporterebbe, penso, un grosso errore cronologico, se si consideri la data relativamente recente dell’ap­parizione del preominide sulla terra. Ma qui, l’abbiamo detto, il monolito è un simbolo: il simbolo di un mistero che attende puntualmente l’uomo in ogni successiva fase della sua evoluzione.
Il ritrovamento di questa forma evidentemente
«artificiale» e la rivelazione che comporta di una vita intelligente extraterrestre mettono gli uomini in allarme. Il segreto sulla scoperta va mantenuto ad ogni costo perché non si turbi la persistente orgogliosa coscienza «antropocentrica» degli abitanti del pianeta: viene sospeso il traffico spaziale con la colonia lunare di Clavius e diramata la notizia falsa di un’epidemia per giustificarne il rigo­roso isolamento. Un altissimo funzionario è inviato sulla Luna a ispezionare il misterioso oggetto e dare ordini di assoluto riserbo all’assemblea dei tecnocrati che governano Clavius. Quando si avvicina con altri al monolito, situato nella luce convergente dei riflettori al centro di un’immensa salaun messaggio, un altare, il simbolo di una nuova religione tecno­logica. e probabilmente dell’universalità della vita —, il cauto stupore di questi uomini del futuro nell’avvicinarsi al mistero non differisce affatto dal timore del preominide: alla prima pressione delle loro mani, il monolito emette un acutissimo segnale radio che li investe come una raffica di straordinaria potenza.
Diciotto mesi dopo, una grande astronave a propulsione atomica fa rotta su Giove alla ricerca degli esseri intelligenti che hanno lasciato quella traccia. Il viaggio corrisponde alle leggi profonde dell’evoluzione, che è ricerca di sintesi materiali e spirituali sempre più complesse, di nuovi collegamenti, e quindi ansia di comunicazione crescente; ma è anche, in definitiva, un viaggio verso le origini. Ho più volte ripetuto e scritto che la più significativa conquista del pensiero scientifico contempo­raneo, avvalorata dalle scoperte della fisica, consiste nell’aver riconosciuto una fondamentale unità di struttura fra l’uomo e il cosmo. L’uomo
«pensante» — dice Teilhard, rivendicando l’universale presenza dello psichismo fin dallo stadio della particella elementare, — è la zona di emersione dove culmina l’evo­luzione profonda di un cosmo fondamentalmente e in primo luogo vivente; «è la fiamma che scaturisce sulla Terra da un fermento generale dell’Universo». La Natura è «una», una sostanza unica e continua di cui l’uomo non è che un aspetto, sicché, esploran­dola, non fa che muovere verso se stes­so, e indirettamente si esplora. Anche questa «odissea nello spazio», come ve­dremo nella sua finale trasparente alle­goria, potrebbe essere interpretata in questo modo, un viaggio alle origini del­la vita. «Qui sulla Terra – dichiarava nel 1963 il biologo Lebedinski – i mi­lioni di anni attraverso i quali gli esseri viventi hanno compiuto la loro evolu­zione ne cancellano ormai la fonte. Ma lo spazio cosmico contiene senza dubbio le forme primitive della vita organica. Dunque il volo spaziale può esser con­siderato un nuovo passo verso la sco­perta dei grandi misteri della vita: noi speriamo di scoprirne l’essenza e deter­minare le leggi della sua evoluzione». Questo viaggio verso Giove può confi­gurarsi come l’allegoria di un ritorno: all’oceano di materia e di coscienza dif­fusa e indifferenziata donde provenim­mo. Di là è emerso l’Homo sapiens, al vertice di un lunghissimo processo evo­lutivo di sintesi; e torna ad essere « crea­tura dello spazio », in una regione dove si annodano misteriosamente, per un eterno ciclo di metamorfosi e cambia­menti di stato, il principio e la fine.

Così l’astronave naviga verso Giove con i suoi cinque uomini di equipaggio, tre dei quali ibernati fin dalla partenza perché si trovino con le energie intatte al momento dello sbarco sul pianeta. L’elaboratore elettronico «Al 9000», un calcolatore delle future generazioni «con funzioni cerebrali superiori», guida, adempie e controlla tutte le operazioni di bordo, dalla navigazione alla vigilan­za sui processi vitali degli ibernati. Il grado delle sue capacità è praticamente illimitato, è il vero «cervello» e il coordinatore dell’impresa. La somma d’in­formazioni che riesce ad elaborare e la velocità con cui le elabora superano in­finitamente le possibilità del pensiero umano. E il suo rapporto con l’uomo — i due astronauti «in stato di coscienza» discutono familiar­mente con lui – è un rapporto benigno di piena cooperazione, concreta in singolare idillio ciò che potremmo definire la colla­borazione tra pensiero e macchina pensante.
A turbare l’idillio, il calcolatore segnala un’avaria in un ele­mento esterno dell’astronave. Uno degli astronauti, con la capsula per l’attività extraveicolare, esce a prelevare l’elemento: l’elemento funziona. E il guasto non risulta neanche all’elabo­ratore gemello che da terra controlla la missione. È dunque pos­sibile che
«Al 9000» sia incorso in un errore, e i due astro­nauti si consultano sull’eventuale necessità di escluderlo, di scol­legarlo, lasciando la guida della missione all’elaboratore gemello terrestre: ma lo fanno staccando tutti i contatti, in modo che l’elaboratore non possa ascoltarli. Alle insistenti domande del capoequipaggio David, ha infatti risposto proclamando con fer­mezza che nessun elaboratore della sua serie ha mai sbagliato; e non si sa in che modo potrebbe reagire all’esclusione.
Questo del rapporto uomo-macchina e del grado di
«umanizzazione» infuso nella macchina, dell’imprevedibilità del suo comportamento, è il significato più suggestivo e problematico del film, offrendosi a molte considerazioni. Poiché, come osserva lo psicologo Wilhelm Arnold, «la causa prima dell’attività della macchina non è mai la macchina, ma sempre e soltanto l’uomo che l’ha creata», evidentemente lo sce­neggiatore Clarke ha immaginato che nel suo supercalcolatore sia stato immesso non solo un altissimo quoziente di «in­telligenza artificiale», ma anche un altissimo quoziente di sensibilità, fino a consentirgli di sviluppare tutta la gam­ma delle passioni umane, comprese le peggiori: la presunzione, l’orgoglio e, co­me vedremo, lo spirito di vendetta. La esclusione del calcolatore equivarrebbe in certo senso alla sua morte, e il calco­latore lo sa e lo teme: è dunque dotato di «coscienza». Potrebbe reagire impre­vedibilmente, ed è dunque capace di «at­tività spontanea», di iniziativa, e quindi di un notevole grado di «libertà». Nes­suna macchina, fino ad oggi, ha raggiun­to questo livello di antropomorfismo e la maggioranza dei cibernetisti più autore­voli è d’accordo che non potrà raggiungerlo in avvenire. «Lasciarsi dominare da un computer – scrive Walter R. Fuchs – non è meno ridicolo che lasciarsi dominare dall’automobile, dalla televisione e dal telefono». Per quante analogie possano verificarsi, nella struttura e nel funzionamento, tra meccanismi neuroni- ci e meccanismi elettronici, tutti sono d’accordo che non si può spingere l’analogia fino all’identificazione.

Ma Clarke non è tra i sostenitori della supremazia cerebrale dell’uomo; è anzi convinto dell’avvento di una Machina sapiens destinata a escludere gli uomini dalla Terra. «L’utensile che noi abbiamo inventato – scrive nei suoi Profiles of the Future – è il nostro successore… Non è detto che, pur derivando esclusivamente dalla vita, l’intelligenza non possa un giorno abbandonarla». Ciò avverrà at­traverso una serie di eventi, per cui l’evo­luzione biologica dovrà cedere definiti­vamente il passo all’evoluzione tecnolo­gica — il maggior stimolo all’evoluzione dell’intelligenza meccanica, in contrappo­sto a quella organica, ci è offerto dalla conquista dello spazio -, né è escluso che in una fase intermedia le macchine pos­sano combinarsi con il corpo umano, rea­lizzando ciò che fin da oggi si definisce un «cyborg», un «organismo cibernetico», e che in seguito da questa associazione, da questa sintesi uomo-macchina, venga del tutto eliminato, come un impaccio, il componente mera­mente organico. Visione finale terrificante, ma che lascia tran­quillo Clarke: il quale, anzi, ritiene «cosa nobilissima aver servito a un simile scopo». E non è da stupirsi che con queste idee abbia fatto del suo calcolatore qualcosa di più di una macchina intelligente e pensante, ne abbia fatto «una persona»: è da stupirsi, invece, che abbia creduto di poterle accordare con la sua profezia di un Rinascimento cosmico. Perché è qui sopratutto, sul problema dei rapporti uomo-macchina, che egli cade per vari aspetti in contraddizione. Il suo ottimismo sul futuro cede il posto, nel film, alle più gravi perplessità, al più amaro pessimismo sulla natura umana, che il calcolatore «Al 9000» riproduce e perfettamente realizza. E non sappiamo come possa conciliarsi l’idea di una macchina «senziente», ed emotiva fino a ribellarsi con furia omicida all’uomo che l’ha fatta e che ha osato dubitare di lei, con queste parole di Profiles of the Future: «L’idea comune, alimentata dai fu­metti e dalle forme più basse della fantascienza, che le macchine intelligenti devono essere entità malevole ostili all’uomo, è così assurda che non vale la pena di sprecare energie per confutarla. Coloro che vedono nelle mac­chine dei nemici tutt’altro che inerti, semplicemente proiettano i propri istinti aggressivi, ereditati dalla giungla, in un mondo in cui cose simili non esistono. Quanto più alto è il grado d’intelligenza, tanto maggiore la possibilità di coope­rare. Se mai vi sarà una guerra fra gli uomini e le macchine, non è difficile indovinare chi la scatenerà».

«Al 9000» non ha potuto ascoltare, ma « ha visto » i due che progettavano la sua eventuale esclusione, e quindi la sua morte: ha carpito, e capito, i movi­menti delle loro labbra. E reagisce ingag­giando una lotta mortale. Quando uno dei due astronauti esce nel cosmo per rimettere a posto l’elemento in cui * Al » ha segnalato erroneamente l’avaria, «Al » rompe il cavo che collega l’uomo alla capsula, e l’astronauta va a perdersi nell’infinito; quindi uccide i tre ibernati, sre­golandone e disorganizzandone le fun­zioni vitali. Quando il capoequipaggio David esce con un’altra capsula per rag­giungere il compagno nel vuoto cosmico, lo aggancia con i bracci articolati, e si dispone a rientrare nell’astronave, « Al « si rifiuta di rispondere all’impulso elet­tronico che dovrebbe aprire la saracine­sca, rivelando a David di averne capito le intenzioni. E scandisce il suo linguag­gio «umano» con lenta e umana cru­deltà. È qui che il film riscatta i suoi ar­bitra e le sue disuguaglianze in sequenze di drammatica bellezza. A bbandonato nel cosmo il compagno ormai esanime, Da­vid riesce a rientrare con un disperato espediente di emergenza, e «uccide» me­todicamente il calcolatore scollegandone i centri vitali. Non sarà facile dimenti­care il lamento di questa creazione ecces­sivamente antropomorfa, che supplica e invoca promettendo di non sbagliare mai più: «Ho paura, David… La mia mente se ne va, svanisce, lo sento». L’effetto è così efficace, che lo spettatore dura fatica a reprimere un equivoco senso di pietà. Ma è poi questo il rapporto uomo-mac­china? È possibile che l’uomo trasferisca nella macchina «pen­sante» tutto se stesso?
Perché qui non è più questione del «pensare
», ma del «sen­tire»… Afferma Teilhard che la macchina è anch’essa «biolo­gica», è un prolungamento di natura, è natura «umanizzata»; ma nel senso che offre all’uomo nuovi organi artificiali di sen­sibilità e di azione, e ripete certe leggi e procedimenti della vita. Così l’informazione e lo scambio di informazioni saranno in eguale misura il segreto funzionale del circuito nervoso e del circuito elettronico, dell’organismo vivente e della macchina automatica, e il meccanismo della retroazione, un principio fon­damentale della cibernetica, agirà egualmente in tutti i processi di autoregolazione, sia meccanici che organico-biologici: perché l’organismo vivente e la macchina sono entrambi « sistemi auto­regolati ». Ma è ovvio che, come osserva il fisiologo Hans Schaefer, « i dispositivi di regolazione sono costruiti in analogia all’uomo e non i meccanismi di regolazione biologica in ana­logia con quelli tecnici ». In altre parole, l’uomo sarà sempre all’origine della macchina, e nulla potrà riscattarla dal suo carat­tere «ausiliario», dalla sua funzione puramente integrante.
A questo punto, dovrò fare riferimento a quanto scrivevo, in parte sulla traccia di Pierre de Latil e del suo libro
La pensée artifìcielle, ne Gli operai delta terra; « In realtà la macchina è sempre strumenta­le, ed è inutile sottolinearne il carattere «buono» o «cattivo», o immaginare che l’uomo, come altri ha scritto, possa dimettersi da suo amministratore mora­le: agitando fantasmi di mostri mecca­nici capaci di ridurlo in schiavitù. La macchina ha i suoi limiti. La macchina non «pensa», ma «registra il pensiero». Né credo che sia stata inventata, fino ad oggi, una macchina capace di astrarre, di percepire il puro schema delle forme, di adempiere insomma a quella funzione d’integrazione che la Gestalttheorie rico­nosce caratteristica della mente umana: potrà reagire alla percezione di un og­getto, non alla percezione della pura forma astratta, non vedrà per esempio la lettera r nelle r d’ogni carattere e dimen­sione, la figura della croce in tutte le croci. Ho trovato in una rivista la diver­tente registrazione d’una «tavola roton­da» di cibernetisti sovietici, presieduta, per decisione dei partecipanti, da un ro­bot opportunamente preparato: gli scien­ziati parlano delle vastissime applicazioni e prospettive della cibernetica, dei nume­rosi compiti e poteri della macchina. Il robot presidente insuperbisce, e gli uomi­ni riaffermano la loro supremazia spe­gnendolo».
Spegnendolo, appunto; ed è né più né meno quel che fa nel film l’astronauta, escludendo il suo calcolatore «Al 9000». Dice Fuchs, parlando del conflitto tra la macchina e l’uomo nei racconti di letteratura fantascientifica, dove « schiavi pensanti con quoziente di intelligenza su­periore a quello dei loro inventori si ele­vano contro l’umanità », che « la più stu­pida delle soluzioni, ma di uso frequente, è che in qualche modo il terrestre riesca a staccare la “spina”». Osserveremo inoltre che nel film il calcolatore capisce le parole, e il loro significato, dai movi­menti delle labbra; è dunque capace di reagire alla percezione di forme in mo­vimento, di percepire lo schema delle forme indipendentemente dalle loro va­riazioni – in questo caso la diversità delle labbra dei due astronauti —, ed ha quindi raggiunto, elaborando concetti formali, uno dei più alti privilegi della mente. Il problema ha appassionato i cibernetisti fin dalle origini della nuova scienza. Vi sono due modi di percepire, osservava de Latil nel 1953. Mediante sensazioni puramente qualitative e quantitative, ed è il modo delle macchine e degli animali, come anche dei nostri sensi che non siano la vista: in questo campo è superiore la macchina. Vi è poi la percezione per forme, ed è il modo della vista degli animali superiori e in particolare del­l’uomo. E aggiungeva che, «nonostante gli attuali studi teorici del Wiener, sembra che sarà difficile che la percezione delle forme fatta dalla macchina possa essere spinta molto lontano». Per quanto negli ultimi anni alcuni progressi siano stati rag­giunti nel campo del riconoscimento automatico di forme, resta da vedere fino a che punto un calcolatore riuscirà ad elaborare il riconoscimento e a farne un’astrazione concettuale.
Un altro problema il film sottintende e suggerisce, quello dei modi di comunicazione fra uomo e macchina. Qui la macchina parla, e comprende, il linguaggio umano. Ma è noto che fino ad oggi il linguaggio di cui l’uomo si serve per comunicare le sue istruzioni a un calcolatore, per parlare alla macchina, è un linguaggio artificiale che traspone e codifica il linguaggio natu­rale: è il linguaggio logico e matematico del sistema binario, che si risolve in un semplice schema, l’alternativa e la scelta fra due eventualità, il meccanismo di decisione
«sì – no» e l’«1 – 0» che lo simbolizza. E la macchina decide, scegliendo tra sì e no sui quesiti che le vengono sottoposti nel programma. Naturalmente questo meccanismo, per la stessa velocità opera­tiva dei calcolatori, si spinge a un altissimo grado di elabora­zione delle informazioni, di « ragionamento » meccanico e di complessità. Ma è certo cne il sistema binario costituisce l’unico linguaggio con il quale la macchina può « comunicare »; che a tutt’oggi « si parla » a un calcolatore con nastri e schede perforate e « l’unità di ingresso », attraverso la quale avviene il rifornimento delle informazioni e dei dati da elaborare, costi­tuisce il mezzo della comunicazione; e che infine la macchina « risponde » egualmente con risultati perforati, i quali vengono automaticamente decifrali e tradotti dal codice binario nella scrittura normale. Non è escluso che in futuro la macchina possa reagire alla parola e rispondere con la parola. Ala se è vero che vi sono attualmente dei robot in grado di dire alcune frasi registrate su nastri magnetici, è anche vero che, per quante « memorie », nastri, dischi e tamburi magnetici un elaboratore del futuro possa contenere, non potrà mai coprire ed esaurire tutta la gamma di situazioni, l’infinita varietà e ricchezza del linguaggio naturale.
Anche in tal senso il film accentua « l’imprevedibilità » del calcolatore, mentre in questo genere di macchine tutto è pre­visto e programmato. Esse valgono per gli ordini e le istruzioni ricevute dall’uomo, risolvono soltanto i problemi per cui sono state costruite. Sono macchine « determinate », dice de Latil; « deterministiche », ribadisce Fuchs. Sono macchine « libera­trici », direbbe Teilhard, destinate a liberare il pensiero del­l’uomo da tutto ciò che ne appesantirebbe l’ascesa e a render possibile ciò che Wiener definiva « l’uso umano di esseri uma­ni »; sono macchine ausiliarie della nostra ragione. Ma non avranno mai « un’anima », quell’anima che il film riconosce ad « Al 9000 ». Anche il loro « pensiero » sarà necessariamente limitato: « Poiché il nostro pensiero naturale si svolge nell’am­bito straordinariamente ricco del linguaggio quotidiano, sarà sempre di molto superiore – nota giustamente Fuchs — al pen­siero artificiale che gli uomini hanno ideato per le loro mac­chine-schiave pensanti ». E non avranno mai « una coscienza », non sapranno di essere macchine, come dimostra di sapere l’elaboratore « Al 9000 »: perché « la ricezione, elaborazione, accumulazione e restituzione di informazioni » sono, sì, fun­zioni del nostro pensiero, rientrano nell’ordine dei processi spi­rituali, ma non esauriscono certamente l’infinita varietà e tota­lità delle azioni dello spirito.

Perduti i compagni, scollegato il « cervello » elettronico, l’uomo rimane solo: e riappare in tutta la sua tragica bellezza il destino del « folle volo », dell’uomo a confronto con se stesso, che si avventura verso gli ultimi segreti della conoscenza sul­l’oceano ignoto. Ed è qui che Clarke torna finalmente d’ac­cordo, in più modi, con la sua idea di un Rinascimento cosmico: con la legge della « sfida » e della « risposta », sperimentata da Toynbee, per cui la risposta di una civiltà è superiore quando la sfida è più forte, « quando il nuovo territorio dev’essere rag­giunto con il passaggio di un mare… ». Appena l’astronave giunge in vista di Giove e delle sue lune, viene investita da una tempesta magnetica che ricorda il turbine dantesco del canto di Ulisse. E dirò per inciso che le immagini coloratele vorticanti sono di eccezionale potenza; che l’essere riusciti a fare « spettacolo », e spettacolo drammatico e avvincente, di un mondo immaginario, è merito indiscutibile degli autori del film; né mancano momenti in cui la sua stessa perfezione tecnica riesce a trasfigurarsi, specialmente in quest’ultima parte, in vibrazione di poesia. Non vorrei atteggiarmi a critico di cinema, ma credo che questo film resterà comunque memora­bile per la sua inquietudine moderna e la somma stimolante dei pensieri e problemi che solleva, fino ai suggerimenti della conclusione inattesa. Dove in un gorgo psichedelico di luci e di colori l’uomo si trova di fronte i grandi cicli e misteri della vita e della morte. Nella tempesta si vede invecchiare e morire, e quindi rinascere, in virtù del monolito che riappare a trasfor­marlo: in un embrione, in un feto. Torna alle origini, e rico­mincia il suo viaggio nel tempo. Allegoria, dicevo in principio, di un viaggio alle origini della vita; ma sopratutto allegoria di una rinascita dell’uomo nell’èra cosmica, di una sua seconda nascita nella nuova fase della sua evoluzione.
Perché, sulla scala evolutiva, tale è il valore, e il significato, del
« salto qualitativo » che la specie umana ha senza dubbio compiuto esplorando lo spazio: un salto qualitativo non meno importante dell’altro, lontanissimo, per cui le creature viventi seppero passare dal mare alla terra, e su di essa sviluppare un’intelligenza. « Non è escluso — dice Clarke — che la nostra Terra sia soltanto un posto di ristoro di breve durata, fra il mare di sale dove siamo nati e il mare di stelle in cui dobbiamo ora avventurarci ».
Ma qual è, in tutto questo, il significato « religioso » del suo monolito? Vuol forse alludere a un rinnovato sentimento di religiosità cosmica? Noi non crediamo che la religiosità cosmica possa ridursi alle dimensioni, sia pure tecnologiche, del totem. Mai la scienza si è avvicinata a Dio come in questi ultimi anni. Dio ha cominciato ad esser presente sulla scala dell’evoluzione come una necessità inseparabile, un richiamo profondo dell’in­conscio. E se Gordon Cooper, nel suo volo orbitale del 1963, ha pregato per l’unità, Frank Borman, nel suo volo circumlu­nare, ha pregato per la conoscenza: « Dacci la conoscenza, perché noi possiamo continuare a pregare con cuore consape­vole ». Per Einstein, per Teilhard. la scienza ha potuto emer­gere naturalmente in adorazione. E non sarà certamente il totem a ricordarci che l’ansia di conoscenza dell’uomo si è riconciliata con Dio, che i due linguaggi, della ragione e della fede, si sono uniti per sempre.

Il Dramma, Febbraio 1969, pp. 92-96

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