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HEAVEN’S GATE: RECENSIONE DI ERMANNO COMUZIO

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James Averill (Kris Kristofferson) faces the realization that 125 citizens of his town are condemned to day in Michael Cimino's
James Averill (Kris Kristofferson) faces the realization that 125 citizens of his town are condemned to day in Michael Cimino's "Heaven's Gate"

di Ermanno Comuzio

Heaven’s Gate non è solo un film. È un affair, uno scandalo, un trauma. Un fatto che trascende il mondo del cinema. Forse un banco di prova o addirittura un nodo cruciale. Per parlarne, bisogna prima interrogarsi sulla filosofia del metodo: trattarne da “puri”, secondo i criteri esclusivi dell’estetica, o immergersi nelle circostanze che hanno segnato nascita, sviluppo e offerta del prodotto? Poiché non si può far finta di ignorare ciò che sta a monte del film, penso si debba “informare” il lettore di questo aspetto e si possa nel contempo giudicare i risultati come critica comanda. Se poi si debba discutere se per un film è giustificato o meno spendere cifre da capogiro, e se si deve tener conto di questo nell’esprimere un parere sul valore complessivo dell’opera, vista nel suo contesto produttivo-politico, ci sembra una questione moralistica, o meglio un falso problema, di cui nessuno di noi conosce i termini completi.
L’iter dell’impresa, anzitutto. Nel 1971 Michael Cimino sottopone a un produttore indipendente il copione di un western intitolato The Johnson County war (ispirato a un fatto storico), ma costui lo dirotta ad altri. La Fox lo incarica di rendere il racconto più “commerciale”. Cimino, che nel 1974 ha debuttato come regista con Thunderbolt and Lightfoot (per la United Artists), nel 1975 sottopone la nuova versione, intitolata Paydirt, alla Fox, che la trova troppo ardita. Appena finito di girare The deer hunter (Il cacciatore, 1978) Cimino offre il copione, che ora ha preso il titolo definitivo di Heaven’s Gate, ad altre case. La United Artists dà finalmente il suo accordo, e nel gennaio 1979 Cimino firma il contratto (lavorazione prevista tre mesi, budget undici milioni e mezzo di dollari). La lavorazione dura otto mesi, il costo diventa di quasi quaranta milioni di dollari (diciamo in tondo quaranta miliardi di lire italiane, per allora: un primato assoluto nella storia del cinema).
Nel novembre del 1980 Heaven’s Gate esce contemporaneamente in due sale, una a New York e una a Los Angeles. La durata è di 3 ore e 39 minuti. Il giorno stesso, fatto senza precedenti, la U.A. decide di ritirare il film dagli schermi, sospendendo i noleggi già concordati: le reazioni dei critici sono infatti unanimamente feroci, un vero e proprio gioco di massacro. Due giorni dopo, la pellicola è sul tavolo di montaggio: Cimino, in cinque mesi di lavoro, ne trae una versione più ridotta (2 ore e 28 minuti) che, ripresentata in tutta l’America, ha un esito mediocre (incassi scarsi, critica divisa ma sostanzialmente tiepida). La compagnia Transamerica crea un fondo di soccorso per compensare le perdite causate alla U.A. Il film viene richiesto dal Festival di Cannes (maggio 1981), durante il quale si annuncia la notizia che la U.A., in posizione finanziaria difficile, ha accettato l’offerta di collaborazione della Metro. Le voci sono diverse: qualcuno giura che si tratta in pratica di una offerta d’acquisto della U.A. da parte della M.G.M.; qualcun altro afferma che Cimino non c’entra, che la Metro, per ricominciare a girare in proprio, ha chiesto semplicemente l’appoggio tecnico della U.A.
A Cannes Heaven’s Gate è stato visto in una edizione “quasi originale”, abbastanza vicina a quella primariamente concepita dal suo autore ma nel montaggio manipolato. La storia si ispira, come detto, a fatti realmente accaduti: nella Johnson County (Wyoming) del 1890, i proprietari terrieri della zona linciano un certo Averill insieme alla sua donna, una prostituta, e ad un amico, Champion. Tre anni dopo i mandanti del delitto assoldano una squadra di killers e sterminano una intera comunità di agricoltori, tutti immigrati dell’Europa Orientale, colpevoli di rubacchiare ogni tanto, per sopravvivere, qualche vitello. La strage viene coperta dal silenzio complice dell’esercito e delle autorità.
Cimino elabora liberamente la materia raggruppando insieme fatti distribuiti nel tempo e determinando funzioni e rapporti dei personaggi. Averill è ora un aristocratico che, per sua scelta, diventa sceriffo nelle terre dell’Ovest e difende i diritti degli immigrati. Di fronte si trova Irvine, un suo ex-compagno di college, che per la classe cui appartiene si ritiene in dovere di fiancheggiare l’operato dei proprietari terrieri, riuniti in una associazione guidata da Canton, un intransigente; ma allo stesso tempo affoga il suo disgusto nell’alcool e in una cinica inazione. Averill deve fare i conti, piuttosto, con Champion, uomo di bassa estrazione che si è schierato con i proprietari, diventando il loro giustiziere. Sia Averill che Champion amano la stessa donna, la prostituta Ella; e mentre il primo, con tutto il suo idealismo, non saprà intervenire con sufficiente decisione nella strage che si compie a danno degli immigrati, il secondo maturerà una crisi che gli farà cambiare di campo e schierarsi al fianco dei diseredati.
Western atipico, Heaven’s Gate non è soltanto una storia di frontiera, ma anche un apologo sull’America. Un film polemico sulla nascita di una nazione, un’ “anti-conquista del West”, che intende rivelare su quali basi è costruito l’orgoglio americano. Metafora, anche, dell’evoluzione del mondo nel suo sviluppo economico e capitalistico, in cui chi detiene il potere (cioè il denaro) contende la terra e le sue ricchezze a chi s’era già insediato sul posto, a chi, la terra, la lavora. Gli immigrati del film (Cimino ama molto descrivere queste comunità, ritrovandosi anche lui figlio d’immigrati: ricordiamo gli oriundi ucraini di Il cacciatore) giocano qui il ruolo che hanno gli indiani negli westerns del nuovo corso.
Nello scambio delle parti dei due personaggi che si fronteggiano (l’aristocratico che difende i deboli, il proletario che protegge i ricchi) c’è anche il significato di un’America che respira di volta in volta i valori idealistici e il pragmatismo dell’azione al di là di ogni norma morale; e nel succedersi dei momenti di partecipazione a quelli di “chiusura”, quel doppio movimento di espansione e di isolazionismo che è una caratteristica dell’atteggiamento americano verso gli “altri” (siano questi anche gli stranieri che ha in casa, e che hanno contribuito a fondare la nazione). Non credo sia il caso di parlare di “sinistra” e di “destra”. Tra le critiche rivolte a Cimino, c’è quella di aver voluto riscattarsi dalle accuse di “fascismo” a proposito di Il cacciatore buttandosi nella direzione opposta; ma la sua “ideologia” è stata respinta dalle due rive. Da sinistra perché apparirebbe quanto meno ingenua la scoperta da parte del regista, nel 1980, della dottrina marxista del ricco che sfrutta il povero, da destra perché viene attaccato il capitale. Tra l’altro Cimino è stato anche definito reazionario perché “maltratta la Storia”. A noi pare indubbio che Heaven’s Gate sia permeato di spirito liberal, ossia di quell’idealismo democratico che appartiene alla parte progressista dell’America.
Ma anzitutto il film è una saga, un affresco mobile di vaste proporzioni che avanza a grandi ondate come la piena di un fiume o i movimenti di una ciclopica sinfonia (il suo ritmo è in certo senso lirico, teatrale; anche nei “movimenti” e nel distacco fra i tempi descrittivi e le romanze). Realizzato con il perfezionismo di un fanatico, è stato girato tutto in esterni, con ricostruzioni di interi quartieri stile 1890, e l’utilizzo di vestiti e suppellettili d’epoca o rifatti sui modelli autentici; è stata girata una quantità impressionante di pellicola e ogni scena è stata ripetuta puntigliosamente molte volte (un episodio sembra abbia avuto 75 ciak; ma pare che 20 o 30 ciak fossero la norma).
L’accuratezza della lavorazione si vede e non si vede. Intendo dire che la spettacolarità delle azioni, la fedeltà dei luoghi, il respiro degli spazi ci sono, sono evidenti; ma non altrettanto facili da “leggere” i minuziosi riferimenti scenografici e compositivi all’interno dell’inquadratura, che l’operatore Vilmos Zsigmond illumina con la sua consueta maestria. Osservando per esempio con attenzione una fotografia, dunque un’immagine fissa tolta dalla sequenza che si svolge nella città di Casper nel Wyoming in cui Averill arriva col treno per prendere possesso della sua carica, si apprezzano preziosità nella via ferrata, negli edifici, nella vita che si svolge nelle strade, nei costumi ecc. che sullo schermo non si fa in tempo a notare.
Altri sono i valori per i quali quest’opera affascinante si fa apprezzare (si sarà capito a questo punto che, a chi scrive, Heaven ’s Gate è piaciuto). Il suo procedere lento, il suo privilegiare i movimenti circolari (nei personaggi e nella macchina da presa), la sua stessa struttura centrifuga, che rifiuta il sostegno di una linea semplificata attorno a personaggi ben definibili, ad archetipi, per seguire il ritmo fluviale della vita, non l’episodica significante dei “tempi forti”. La pellicola scombussola gli schemi, non presenta ne’ eroi positivi né negativi, non offre una costruzione compatta e consolatoria, non ritaglia dal magma dell’esistenza l’avventura folgorante, non compie sintesi. Questi non sono né elementi positivi né elementi negativi, di per sé: diventano apprezzabili, mi pare, nell’utilizzo stilistico che ne fa Cimino.
È facile rilevare, nel fluire dello spettacolo, come si stacchino dal resto alcuni blocchi narrativi che sono anche momenti di gran cinema. Per esempio: la consegna della laurea all’Università di Harvard a Cambridge nel Massachussets, da cui provengono Averill e Irvine, con le cerimonie nell’aula magna e soprattutto il delirante e panico girotondo che si scatena attorno alla grande quercia del cortile sulle note del Danubio Blu, pagina superba da vedere, ma anche “necessaria” a spiegare poi la derivazione dei due personaggi “aristocratici”, e l’amarezza successiva del tradimento di questa esaltante atmosfera che celebra l’amicizia, il domani, la gloria, la giovinezza. Altri acuti: la domenica dei coloni, che si riuniscono in un grande padiglione (è questo luogo di divertimento, meglio di stordimento, che dà il titolo al film: “La porta del paradiso”) per ballare e schettinare, in una atmosfera magica, permeata di provvisoria ma intensa felicità; la riunione dei coloni nello stesso luogo, quando si tratta di decidere se opporsi con la forza all’associazione dei proprietari terrieri e ai suoi sgherri, con quelle donne ancora infagottate in fogge che ricordano la lontana Lituania, o la Polonia, o l’Ucraina, che intervengono con fierezza a tutela dei loro diritti; la battaglia finale e l’ecatombe dei coloni, che rovesciano la retorica – con le cavalcate delle giacche blu e lo sventolare della bandiera a stelle e strisce – utilizzando gli stessi elementi che, nel western tradizionale, servono a celebrare le glorie della nazione in marcia.
Ma non si tratta solo di episodi riusciti sparsi frammezzo a materiali di bassa gradazione, come qualcuno ha detto. È tutto un discorso unitario, quello di Cimino, che – per quanto lungo – è fatto di momenti staccati, anzi di frammenti. Per comporre il mosaico, il cemento lo deve mettere lo spettatore. Il talento di Cimino è visionario, ma il suo filmare, malgrado l’apparenza di epica follia, è concettualmente rigoroso. Affermare che il lungo proemio all’università e la coda (Averill è ritrovato, circa dieci anni dopo i fatti centrali, su una imbarcazione vicino a Newport, in un immobilismo di una stanchezza significativa: iniziata sulla costa Est, ivi l’amara epopea si conclude) non c’entrano per niente con i fatti del Wyoming, è assurdo, è rifiutarsi di leggere il film per quel che è, e cioè un discorso sull’America tutta intera.
Perché la critica americana ha seppellito il film con una ferocia mai registrata prima? Si può azzardare qualche motivazione a mo’ d’ipotesi. Perché gli americani non sopportano l’autocritica, e rifiutano di specchiarsi in una rappresentazione amara che è l’essenza del loro essere americani. Perché il film è costato troppo ed è sembrato indecente spendere tanto per un film che non è né una commedia musicale né una pellicola di fantascienza. Perché i critici USA – cui non par vero di mozzar teste e di influire sull’industria, cosa che non capita solitamente ai loro colleghi europei – hanno voluto ammonire, attraverso Cimino, tutti i giovani cineasti arroganti e “irresponsabili” che dilapidano le sostanze dei produttori, affinché la smettano con le stravaganze. Come rileva il critico francese Jean-Pierre Coursodon su “Cinéma 81”, i consigli di David Denby, critico della rivista “New York”, sembrano esprimere perfettamente il sentimento generale: “Occorre rinunciare a farsi passare per un artista visionario e provare a soddisfare le legittime aspirazioni del pubblico normale, tra cui il desiderio di essere divertito”.
Lui, Cimino, è convinto di essere vittima di una specie di complotto. “Mi hanno distrutto perché io rappresento ai loro occhi il talento e il successo”, ha detto. Dichiarazione che incoraggia la fama di megalomania del regista, e fa fumigare vieppiù la traccia di “film maledetto” che Heaven’s Gate lascia dietro di sé. Non incoraggerei il discorso. Lascerei stare i riferimenti a Von Stroheim e a Welles. Il film parla per sé solo, forse denuncia la vena maniacale del suo regista, certo ha dei difetti (la lunghezza non gli impedisce di annoverare parti non chiare, di lasciare inspiegati certi nodi o certi precedenti nel comportamento dei personaggi), ma senza dubbio è un esempio di cinema avvolgente, moderno, totale. È cinema, e dobbiamo tenerne conto.

Pubblicato su Letture, agosto/settembre 1981

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