HARRY GREY – MANO ARMATA – Testo italiano

Italian translation of Harry Grey’s novel The Hoods (it. Mano Armata), published by Longanesi. The book was the model for the film Once Upon a Time in America by Sergio Leone.

MANO ARMATA

Romanzo di HARRY GREY
Traduzione dall’originale inglese The Hoods di Adriana Pellegrini
Edizione Longanesi Milano

CAPITOLO I

COCKEYE HYMIE si piegò eccitato sul banco, con gli occhi azzurri completamente fuori squadra. Era insistente, zelante e ossequioso.
«Ehi, Max, senti, Max. Mi vuoi ascoltare, no, Max?» supplicò.
Big Maxie lanciò uno sguardo alla nostra insegnante, la vecchia Mons, seduta impettita sulla cattedra, appoggiò in grembo il suo libro d’avventure e si volse con aria di degnazione. I suoi occhi erano acuti e fermi; il suo atteggiamento, calmo e autoritario; il suo tono, sprezzante
«Perché non leggi e non chiudi il becco?» Riprese il libro borbottando:
«Rompiballe».
Cockeye gli lanciò un’occhiata piena di rimprovero. Si rannicchiò sul sedile, imbronciato e infelice. Maxie lo guardò con aria di degnazione da dietro il libro e sospirò rassegnato: «Va bene, va bene,
Cockeye, che vuoi?»
Cockeye esitò. Si era un po’ calmato per l’atteggiamento di Maxie. Lo si capiva dagli occhi che adesso puntavano giusto. «Be’, non saprei, pensavo.»
«Pensavi? A che?» Maxie stava perdendo la pazienza.
«Se ce ne andassimo nel West a metterci con l’esse James e la sua banda?»
Big Maxie gli lanciò un’occhiata di profondo disprezzo. Liberò le lunghe gambe di sotto il banco e stiracchiò con comodo le braccia muscolose, fin sopra la testa. Sbadigliò e mi toccò con il ginocchio. Parlò come facevano quelli in gamba, dall’angolo della bocca: «Ehi, Noodles, l’hai sentito quell’ebete? Lo domando a te. Come si fa ad essere tanto cretini? Avanti, parlagli tu. Gesù, che razza di somaro».
«È un somaro con le orecchie a sventola», approvai. Mi chinai verso Cockeye con il mio solito sogghigno di superiorità e dissi: «Perché non usi il cervellone? Quei tipi sono bell’e morti da un pezzo».
«Morti?» fece lui, tutto ammosciato.
«Già, morti, bestione», ghignai.
Cockeye sorrise. «Tu sai sempre tutto. Ne hai della roba in quel cranio, eh, Noodles?» Fece una risata servile. Sorbii l’adulazione. Aumentò la dose: «Sei un dritto, ecco perché ti chiamano Noodles, eh, Noodles?» Rise di nuovo, nello stesso modo.
Alzai le spalle con falsa modestia e mi volsi a Max:
«Che altro ti aspetti da un cretino come Cockeye?»
«Aspettare cosa da Cockeye. Noodles?» domandò Patsy, il duro che sedeva dall’altro lato di Max.
La signorina Mons ci lanciò un’occhiata irosa. Non le badammo.
Patsy scostò i folti capelli neri dalle sopracciglia cespugliose, arricciò l’angolo del labbro superiore e domandò in tono battagliero e minaccioso: «Che ha detto quello scemo, stavolta?»
Il piccolo e paffuto Dominick, il più vicino a Cockeye, intervenne con la sua vocetta acuta: «Vuole andare nel West per mettersi con Jesse
James. Vuole un cavallino!»
Dominick rimbalzò sul banco, tenendo in una mano delle redini immaginarie e battendosi il fianco con l’altra.
«Galoppa, galoppa, Cockeye!» sghignazzò.
Fece schioccare la lingua. Tutti e quattro lo imitammo e ci mettemmo a rimbalzare in su e in giù.
Cockeye gemette imbarazzato: «Ehi, ragazzi, piantatela, scherzavo».
«Psst, vecchia scure di guerra», sussurrò Patsy.
Come una vera nuvola viaggiante nel cielo sereno, una enorme figura ondeggiante e scarmigliata calò verso di noi. I suoi fianchi garganteschi erano ricoperti da un’infinità di sottane nere appuntate con spilli. Ci squadrò dall’alto.
«Fannulloni, vagabondi, buoni a nulla… che state facendo?»
La signorina Mons scoppiava di rabbia. Con un rapido gesto sbatacchiò il libro di Cockeye sul banco. Le gote le si gonfiarono come se dovesse esplodere.
«Delinquenti… mascalzoni! Criminali! Siete… siete dei… degli avanzi da fogna! Leggere una porcheria simile! Consegnate subito quella robaccia!»
Mise la mano sotto il naso di Maxie. Lentamente, sfacciatamente, Maxie arrotolò il libro e se lo cacciò in tasca.
«Dammi subito quel libro!» La signorina Mons batté il piede con ira. Maxie le sorrise dolcemente: «Kish mir in tauchess, cara professoressa», disse in yiddish.
La signorina Mons prese un’espressione scandalizzata. Aveva capito in quale parte Maxie voleva essere baciato.
Ci fu un attimo di silenzio. Si sentiva soltanto l’ansare asmatico che usciva dalla paonazza signorina Mons. Poi si scatenò un coro di risatine represse. La professoressa si voltò di scatto, soffiando più che mai e si guardò attorno, muta dall’indignazione. Poi batté in ritirata, con l’enorme didietro sussultante d’ira.
Dominick si piantò la mano sinistra a metà del braccio destro teso: un gesto italiano.
«Gola Tay, vecchiaccia», le gridò dietro.
Patsy batté sulla spalla di Dominick e ridacchiò. «Il tuo è troppo piccolo, per quella ci vuole un manico di scopa.»
Maxie fece un rumore sprezzante con la bocca e tutta la classe scoppiò in una risata.
La signorina Mons, ferma davanti alla cattedra, osservava la scena. Tremava d’ira. Poi riprese il controllo e si schiarì la gola. Tutti tacquero.
«Voi cinque criminali che avete causato questa indegna gazzarra, avrete quello che vi meritate. Ho dovuto sopportare per mesi la vostra disgustosa, volgarissima presenza. Mai, in tutta la mia lunga carriera, ho incontrato dei giovani delinquenti e spudorati come voi. No, sbaglio.» Un sorriso trionfante le apparve sulle labbra. «Molti anni fa ho conosciuto degli individui altrettanto abominevoli.» Il sorriso di soddisfazione si allargò: «E nel giornale di ieri sera ho letto della gloriosa fine di due di loro. Erano farabutti, proprio come voi». Ci puntò contro un dito. «E sono certa che, a suo tempo, tutti e cinque finirete la vostra carriera allo stesso modo: sulla sedia elettrica!»
Sedette, continuando a sorridere e scuotendo la testa, piena di lieta aspettativa.
Patsy mormorò: «Vuol dire Lefty Louie e Dago Frank».
Maxie sibilò tra i denti. «Quei due, un paio di balordi qualsiasi!»
Si volse a me. «Quel Lefty Louie, Noodles, era davvero tuo zio?»
Scossi la testa. Sarei stato molto orgoglioso di poter vantare quella parentela.
«No, era soltanto un amico di mio zio Abraham, sai, quello che hanno agganciato perché trafficava in diamanti.» Maxie annuì.
La professoressa estrasse un pesante orologio d’ottone dalle pieghe della gonna nera. «Grazie a Dio, mancano soltanto quindici minuti alla campana.»
Continuava a guardarci con quel sorrisetto sulle labbra, come se pregustasse la fine che ci aveva predetto.
Maxie tolse di tasca il suo libro e con un’insolente occhiata alla signorina Mons si sistemò comodamente nel banco. Gli altri si rimisero al lavoro.
Anch’io mi adagiai con tutto comodo e mi misi ad ascoltare il noto rumore del traffico del basso East Side di New York che entrava dalla finestra aperta, fantasticando. Il penetrante fischio del poliziotto era il segnale d’inizio del direttore d’orchestra. Il rimbombare degli zoccoli dei cavalli, che trascinavano i carretti sui ciottoli del selciato. era il battito ritmico del tamburo. Il clangore dei segnali degli autocarri e delle automobili, gli strumenti a fiato di diverso tono. Le grida dei bambini erano gli archi e il lontano brontolio dell’elevata, il battito pulsante delle viole. Le voci che chiamavano e gridavano in una profusione di dialetti erano il coro di sfondo; il ritornello del venditore ambulante, che vantava la qualità della sua merce, la voce del tenore. E infine, al di sopra di quel fracasso musicale, risuonò lo stridente grido di una donna. La sistemai come soprano. Si sporgeva dalla finestra e gridava:
«Shloymie… Shloymie… Ehi, non dimenticare, di’ che ti dia una bella aringa grassa!»
Poi immaginai streghe e folletti in volo su queste onde sonore e sui fetori che entravano dalla finestra. Volavano sulla puzza dei cavoli marci nei recipienti delle immondizie, nel putrido odore delle fogne, confuso con quello di cucina che usciva dai cupi appartamenti e con l’acre odore d’orina del gabinetto della scuola. Entravano dalla finestra a ondate soffocanti e i folletti impertinenti emettevano fetide secrezioni. Quei suoni e quegli odori dell’East End rimasero impressi per sempre nella mia memoria.
Dopo qualche minuto, tornai alla realtà. Guardai Big Maxie, Patsy, Dominick e Cockeye Hymie. Chissà a che cosa pensavano. Li immaginai tutti e cinque a cavallo, pistole in pugno, al galoppo per le praterie. Sarebbe stato divertente, pensai. Risi di me stesso… io, Noodles con quelle idee infantili! Ancora un paio di mesi e sarei stato bar-mitzvah. Con quelle idee da scemo sbrodolone, come Cockeye Hymie. Risi tra me.
«Perché ridi?» Max depose il libro e si volse a guardarmi.
«Niente, pensavo.»
Max ridacchiò. «Anche tu? A che?»
«Be’, a Cockeye e alla storia della banda di Jesse James.»
«Già, proprio scemo quel Cockeye. Proprio con loro, andrei, gente di provincia, erano.» Maxie sbuffò. «Non che Jesse James non fosse uno svelto con la ferraglia, ma lo sai quello che intendo? Rapine a cavallo! Robetta vecchio stile di provincia. Quando incominceremo noi, vedranno!» Maxie si pulì il naso con il dorso della mano. «Faremo un milione di dollari con un po’ di rapine alle banche e poi andremo in pensione.»
Dominick domandò: «Un milione per tutti e cinque, Max?»
«No, un milione a testa. Che ne dici di un bel milione di grano,
Noodles?»
Maxie era serissimo.
«Un milione? Mi piacerebbe, ma magari basterebbe anche mezzo. Un milione è un mucchio di danaro, Maxie», dissi in tono sentenzioso.
«Magari mezzo milione sarà anche un bel mucchio di danaro per qualcuno, ma per me ci vuole un milione», rispose Maxie con aria di sfida.
Alzai le spalle. «Già, magnifico, al lavoro per quel milione. Che differenza fa adesso?»
«Quando abbiamo un milione da parte si smette?» domandò Patsy.
«Già, si pianta tutto e si va nel Bronx a fare i pezzi grossi», annunciò Max in tono deciso.
«Ehi, ragazzi.» Cockeye si piegò in avanti. «Quant’è un milione di dollari?»
Max si batté la testa scandalizzato.
«Che ne dite di questa domanda? Ha più di tredici anni e domanda quant’è un milione di dollari!» Dominick intervenne.
«Cockeye, sei tutto scemo. Un milione di dollari è un milione di dollari.»
«Già, proprio così.» Cockeye sorrise cordialmente. «Ma quant’è?
Dimmelo, Dommie. Quante migliaia?»
Dominick si grattò la testa. «Credo che un milione siano diecimila dollari.»
«Ma che razza di scemenza vai dicendo, un milione è più di cinquantamila dollari, vero Noodles?» fece Patsy in tono sprezzante.
Mi sentivo fiero di me stesso. Io sapevo tutto. Per queste mi chiamavano Noodles. «È dieci volte centomila dollari» annunciai ironicamente.
Pat sorrise storto. «Già, stavo proprio per dirlo.» Per nascondere il suo imbarazzo, decise di cambiare argomento «Quando si comincia a
raccoglier legna per il falò del l’elezione, Max?»
Max pensò un attimo. «Incominciamo domenica prossima.»
Cockeye era eccitato. «Quest’anno faremo un gran fuoco come sempre… anche se Wilson perde?»
«Già, non è sempre il più grande della zona? Non c’interessa chi eleggono, Wilson o Hughes, noi facciamo il nostro falò.»
La campana suonò e noi afferrammo i libri. Gli altri scolari si fecero da parte per lasciarci passare. La signorina Mons si alzò in piedi e allungò una mano per fermarmi.
«Tu!» esclamò in tono imperioso.
«Chi? Io?»
Ero pronto a darle uno spintone. Maxie si fece avanti per darmi man forte.
«Sì, proprio tu, giovanotto. Il signor O’Brien vuole parlarti.»
«Da capo?» esclamai preoccupato. «E perché?»
«Niente domande impertinenti, giovanotto. Fila di sopra e zitto.» Mi rivolsi a Max.
«Aspettami. Faccio una corsa di sopra a vedere che cosa vuole quella vecchia capra.»
Max mi accompagnò fino alla scala. «Se serve aiuto, siamo qua fuori. Chiama e veniamo su tutti a sbattere il vecchio fuori dalla finestra.»
«No, non è poi tanto male il vecchio O’Brien.»
«Be’, per essere un preside non lo è neanche tanto», approvò Max.
Uscì. Aspettai che scomparisse: non volevo che mi vedesse togliere il berretto. Bussai timidamente. Una piacevole voce profonda disse: «Avanti».
Mi fermai sulla soglia. «Volevate vedermi, signor O’Brien?» domandai.
La larga faccia rossa sorrise cordialmente. «Entra e chiudi la porta. Siediti, giovanotto. Finisco subito. Guardavo i tuoi compiti; sono molto buoni, proprio buoni.»
Mi guardò. Aggrottò le sopracciglia. «Ma la tua domanda per la carta di lavoro mi delude.»
Riprese la sua ispezione.
Gli sedevo di fronte. Mi sentivo a disagio. Allontanò la sedia, la inclinò all’indietro e prese a dondolarsi con le mani dietro la testa. Gli occhi azzurri pieni di comprensione ammiccarono. Mi guardava e basta. Ce ne metteva del tempo per decidersi a parlare. Mi sentivo sempre più a disagio. Poi, di colpo, smise di dondolarsi e si chinò in avanti. Il suo viso prese un’espressione cupa.
«A volte mi domando perché mi interesso a te. Forse perché vedo che potresti fare molto. I rapporti dei tuoi insegnanti dicono che sei un ragazzo di un’intelligenza eccezionale. Ho voluto parlarti…»
Si alzò in piedi e si mise a camminare per la stanza. «Adesso, non prenderla come un’altra predica. Non lo è. Non hai più molti mesi di scuola qui e di conseguenza il tuo comportamento non ha grande importanza per noi. Ma», alzò un dito, «d’ora in avanti, sarà molto, ma molto importante per te. Soltanto per te. Questo potrebbe essere il momento decisivo della tua vita. Te lo ripeto, se tu non fossi un ragazzo intelligente, non perderei il mio tempo. Non cercherei di farti capire che la strada che tu e i tuoi compagni seguite… non porta a nulla di buono. Credimi.» Lo disse in tono molto convinto.
Pensavo. Parli pure il vecchio. Che ne sa dei ragazzi, un vecchio come lui? Deve averne almeno quarantacinque, sta con un piede nella tomba. Re’, ma è proprio un bravo irlandese. E, come preside, è certo il meglio che sia mai capitato in questa fogna. Non come quell’ultimo fetente, sempre con le botte.
Il signor O’Brien continuò:
«La colpa in parte è dell’ambiente. Capisci quello che vuol dire ambiente?»
Per un attimo mi lasciai andare. «Chissà se lo so che cosa vuol dire!» esclamai in tono beffardo.
O’Brien rise. «Oh, dimenticavo che’ sei quello chiamato Noodles. Sai tutto.»
Mi ammosciai e cambiai tono. «Ambiente. Be’, volete dire 1’East
Side?»
«Be’, sì e no, più che altro, no. Molta brava gente che ha avuto successo nella vita è nata e vissuta in questa zona.» Si fermò e mi guardò attentamente per un attimo. «L’ultimo guaio che avete combinato, tu e i tuoi amici… perché?… perché lo avete fatto?» Alzai le spalle.
«Lo sai a che cosa mi riferisco?»
Scossi la testa. Mentivo. La faccia mi scottava. Come faceva a saperlo?
«Lo sai di che parlo.» La voce s’indurì. «Sentimi bene. giovanotto, parliamoci chiaro.» Continuava a camminare ed io mi sentivo come se mi facessero il terzo grado.
«Parlo della pasticceria di Schwartz, quella brutta storia di qualche giorno fa.»
Avrei voluto affondare nel pavimento. E così, lo sapeva. Andasse al diavolo.
«Non ti rendi conto che se non fosse stato per il tuo rabbi e per il prete dei tuoi amici cattolici e una piccola spinta da parte mia, sareste finiti tutti in un riformatorio?»
Alzai le spalle. Lo crede lui, quel cretino. Figurati se sa chi ha sistemato la faccenda. Chissà se devo dirglielo che è stato lo zio di Maxie, l’imprenditore di pompe funebri. che l’ha sistemata? È andato da Monk, il gangster che è andato dal capo del distretto di Tammany. È lui che ha dato gli ordini al giudice, prima ancora che il rabbi, il prete e O’Brien gli parlassero. Balordi incapaci. Monk e il capo del distretto, ecco da che parte si deve stare. Comandano loro. A tutti. Alla polizia, al giudice, a tutti.
«Parlo con te, giovanotto. Perché non rispondi?»
Alzai le spalle. Non riuscivo a guardarlo in faccia. Continuava a camminare avanti e indietro. «Lo domando a te. Perché lo hai fatto? Per divertimento? Per danaro? Dimmi, i tuoi genitori, ti danno del danaro per le tue spese?»
«Ogni tanto, quando mio padre lavora», borbottai. «E adesso lavora?» Scossi la testa.
«Quante volte ti ho detto che non è educato scuotere la testa o alzare le spalle? Parla, non rispondere a gesti. Sta diventando un’abitudine ridicola.» Alzai le spalle.
Sollevò le braccia in un gesto di rinuncia.
«Bene, c’è un’altra cosa che vorrei sapere.» Esitò per un attimo. «È tutto il trimestre che me lo domando ma, nota bene, non voglio cacciare il naso nelle tue faccende private. Voglio soltanto sapere a mio uso e consumo, perché tu e i tuoi compagni non approfittate del pasto caldo offerto dalla scuola. Ho notato che invece di andare a mangiare, giocate al pallone in cortile. Sei molto magro, una minestra calda non ti farebbe male.» Parlava in tono gentile.
«Dimmelo, forse perché non è quello che chiamate kosher?»
Scossi la testa. «No, non m’interessa.» «E allora perché? Vorrei proprio saperlo.» Non risposi. Alzai le spalle.
«Il comune affronta spese molto forti per questa colazione gratuita e molti di voi che potrebbero approfittare di questa generosa offerta, non lo fanno.»
«Generosa», sbuffai.
«Già, generosa. Che cosa c’è che non vi va in quella colazione?» «Minestra», precisai in tono derisorio.
«Minestra?»
«Già, minestra. Carità», borbottai.
«Mmm… sì, purtroppo, pane e minestra. È il piatto principale fornito gratuitamente a voi, ragazzi denutriti di queste zone sovrappopolate.»
«Minestre scolastiche», sogghignai.
«Va bene, va bene, l’ho già sentito altre volte. Minestre scolastiche.
Be’, lasciamo perdere la minestra per un momento, d’accordo?»
Annuii. O’Brien scosse tristemente la testa e fece schioccare la lingua. «Tch, tch, tch.» Il mio disagio crebbe.
Sospirò a fondo. «Per questo hai fatto la domanda per la carta di lavoro? E per questo non vuoi finire le scuole? Vuoi lavorare per aiutare la tua famiglia?»
«Già.»
«È molto bello, ma non preferiresti continuare a studiare?» Alzai le spalle.
«Sì o no?»
Alzai di nuovo le spalle.
«Senti, voglio aiutarti. Posso aiutarti se cambi sistema. Gira alla larga da quei poco di buono e continua ad andare a scuola. Soltanto se studi…»
Lo interruppi. «Non posso finire la scuola. Devo lavorare. Mio padre non lavora», dissi, tutto d’un fiato, in tono di sfida.
«Da quanto tempo tuo padre non lavora?»
«Quanto? Tre mesi.»
«Mmm…» O’Brien si grattò il mento. «Bene, ho un’idea. Sei intelligente e fondamentalmente onesto.»
Esitò, poi aggiunse: «Sono convinto che bene istradato, puoi ancora diventare un bravo e utile cittadino. Farò esaminare il tuo caso e la tua famiglia sarà aiutata, in modo che tu possa continuare gli studi. Ma sta’ alla larga dalle cattive compagnie.» Sul viso gli apparve un sorriso fiducioso. Credeva di aver risolto il problema. Aveva la voce piena di gioia. «Non sei contento? Ti aiuteranno, in modo che tu possa aiutare te stesso. Continuerai gli studi e, se ti comporterai bene, riuscirai. Vuoi avere successo nella vita, vero? Per conquistartelo devi specializzarti. So che sei molto bravo in matematica. Perché non dovresti specializzarti nel ramo amministrativo? Non devi lasciarti andare così, senza uno scopo ben definito. L’istruzione è un coltello affilato. Ti aprirà la strada verso la
meta. Il successo. Capisci quello che voglio dire?» Sì, lo capivo, ma feci il finto tonto.
«Giusto, mi voglio procurare un bel coltello.» Perdette la pazienza per la prima volta.
«Accidenti alla tua stupidità», esplose. «Credevo tu capissi quel che ti sto dicendo.»
Alzai le spalle. Incominciavo a seccarmi.
«Ebbene?» domandò.
«Cosa?» Fingevo di non capire.
Mi guardò in faccia. Abbassai gli occhi. Allora comprese che avevo capito.
Già, certo, che avevo capito. Voleva che continuassi a studiare, lasciassi perdere Max e quel milione di dollari che ci saremmo procurati, sapevamo noi come. Mi aiuteranno, eh? E tutti ci guarderanno storto. Carità, puah! A che serve l’educazione? Ne sapevo abbastanza, per quello che volevo fare. So scrivere, fare i conti. So leggere. Uso il cervello. Già, proprio per questo la gente mi chiama Noodles. Perché sono un dritto. Già e mi voglio procurare un bel coltello bene affilato. Un vero coltello.
O’Brien mi guardava con espressione severa.
«Farò in modo che la tua famiglia riceva un sussidio e tu possa continuare gli studi», disse.
Il suo tono era deciso.
Mi alzai. Mi sentivo eroico, come Nathan Hale. «Non voglio la vostra carità. Non mi serve. Lascio la scuola.»
Era un tipo in gamba. Mi dispiaceva per lui. Sembrava così triste, per me e per tutti gli altri ragazzi.
«Bene, bene, ragazzo. Questo è tutto.» Mi batté sulla spalla.
Andai verso la porta.
Mi volsi e domandai: «Allora, me la procurate la carta di lavoro?» Non rispose. Mi guardò e sospirò.
Insistetti. «La voglio, signor O’Brien.» Annuì tristemente. «L’avrai.»
Gli amici mi aspettavano dabbasso.
«Che voleva il vecchio balordo?» domandò Maxie.
«Niente di speciale. Parlava da solo. Voleva che continuassi a studiare.»
Cockeye tirò fuori l’armonica. C’incamminammo cantando: Goodbye, My Coney Island Baby.
Maxie aveva una bella voce di baritono. Patsy una voce di basso così così. Dommie cantava in falsetto: stava cambiando la voce. lo cantavo da tenore, secondo me. Eravamo fierissimi del nostro quartetto.
Proseguimmo marciando al ritmo della musica. Di colpo ci fermammo a bocca aperta. L’uomo più grande del mondo. Ai nostri occhi era molto più grande di Giorgio Washington. Guardava proprio noi.
«Ciao bambini», disse.
Eravamo molto impressionati. Maxie aveva sempre più coraggio di tutti. Rispose: «Ciao, Monk». Era Monk, l’uomo più duro di tutto l’East Side e, per quanto ci riguardava, di tutto il mondo.
«Ragazzi, mi serve un piacere», disse Monk.
«Tutto quello che vuoi, Monk», rispose Maxie.
«Molto bene, allora. Venite.» Agitò una mano.
Se ce lo avesse chiesto, avremmo seguito il nostro eroe all’inferno. Ci condusse in un bar di Ludlow Street dove c’erano dieci grossi duri intenti a mandar giù birra. Monk rise e domandò loro: «Vi piace la mia nuova banda?»
Ci guardarono e sorrisero. «Accidenti che banda solida, Monk. Vi va la birra, ragazzi?» fece uno di loro.
Era la prima volta che si beveva birra. Aveva un sapore orribile, ma vuotammo i bicchieri, sentendoci un po’ annebbiati e importanti.
Monk Eastman spiegò quello che voleva da noi. Ci diedero due mazze da base-ball a testa e ci dissero di trovarci in Jackson Street Park. Una banda di irlandesi aveva preso l’abitudine di invadere il parco e di dar fastidio ai vecchi ebrei che vi si riunivano. Questa volta gli irlandesi avrebbero avuto una bella sorpresa. Monk aveva riunito tutti i capintesta della zona per l’avvenimento. Una squadra di campioni, composta dei più in gamba di tutt’e due le squadre. Oltre a Monk, c’era Kid ,Dropper, Pulley, Abie Cabbage, Big Louie, Crazy Izzy… tutti grossi nomi.
Se Monk e i suoi fossero andati in giro per le strade con le mazze, poliziotti e irlandesi avrebbero capito tutto. Per questa ragione avevano chiamato noi.
Monk e i suoi uomini s’infilarono nel parco uno alla volta. fingendo di non conoscersi. Andarono a sedersi sulle panchine, insieme ai vecchi, tolsero di tasca i giornali ebrei e vi si nascosero dietro, per non essere riconosciuti. Noi stavamo poco lontano, pronti con le mazze. Non ci fu molto da aspettare. Gli irlandesi arrivarono dalla parte del fiume, una quindicina di scaricatori dall’aria solida. Gli ebrei religiosi e timidi lasciarono immediatamente il parco.
Abie era il più vicino alla banda che veniva avanti. Era famoso per la grossa testa, molto più solida di quella di un cavolo, e perciò lo chiamavano Abie Cabbage. Il più grosso degli irlandesi si avvicinò ad Abie e ruggì: «Fila, squaglia via di corsa, maledetto giudeo».
Abie si alzò lentamente dalla panchina, come se intendesse andarsene, poi, a testa bassa, caricò come un toro. Non aspettammo il segnale di Monk. Corremmo avanti con le mazze. Monk e i suoi balzarono in piedi, presero ciascuno una mazza e la carneficina incominciò. Noi aspettavamo con i sassi in mano. Se una testa irlandese ci capitava a tiro. pestavamo. Ci divertivamo come matti.
Quella fu la prima volta che ci capitò di vedere Pipy, Jake Goniff e Goo-goo. Maxie fu il primo a notare qualcosa di strano. Tre ragazzi, più o meno della nostra età, saltavano dentro e fuori, dove la mischia era più fitta. Max mi disse: «Guarda quei due ragazzi ebrei e quell’irlandese. Lavorano insieme. C’è sotto qualcosa, scommetto».
Stavano nel mezzo di un gruppo; poi si staccavano e piombavano nel mezzo di un altro.
«Non pestano», dissi. «Che diavolo stanno facendo?» Maxie alzò le spalle.
Finalmente arrivò il carrozzone per i polli con i poliziotti in elmetto, armati di manganelli. Quelli che ce la facevano, via di corsa.
Maxie ed io afferrammo una mazza a testa. Max gridò agli altri di seguirci e partimmo a caccia dei due ebrei e dell’irlandese. Li agguantammo vicino all’East River. Il ragazzo irlandese non aveva più fiato, ma sorrideva.
«Non vi pare che per oggi basti?» chiese. «Facciamo amicizia.»
Porse la mano e si presentò. «I miei amici mi chiamano Pipy e questi sono i miei due soci, Jake e Goo-goo.»
Jake porse la mano sorridendo e disse con forte accento ebreo: «Felice di conoscervi, ragazzi».
Maxie sollevò la mazza, pronto a colpire e disse: «Piantatela con questa idiozia dell’amicizia. Noodles, guardagli in tasca».
Porsi a Patsy la mia mazza. Si tenne pronto a colpire, mentre io e Dominick frugavamo nelle tasche. Fummo sbalorditi alla vista di quel che c’era. Tre portafogli e quattro orologi d’oro con catena. Togliemmo il danaro dai portafogli, ventisei dollari circa. Maxie diede a Pipy, Jake e Goo-goo due dollari a testa. Poi ci ripensò e ne diede un altro ad ognuno di loro.
Jake Goniff era alto, Pipy basso e solido, Goo-goo tozzo, con enormi occhi sporgenti. Erano così diversi l’uno dall’altro, che la trovavo una strana combinazione. Quando li. conobbi meglio, capii che sotto sotto erano simili. Venivano da zone diverse, ma avevano tutti e tre un certo spiritaccio astuto e l’istinto di rubare.
Pipy ci raccontò alcune delle sue imprese e noi restammo ad ascoltarlo. Qui fu il nostro sbaglio perché Whitey, il poliziotto, arrivò di corsa. Prima pestò Jake con il manganello.
«Siete proprio quelli che cercavo. Fuori gli orologi e i portafogli», disse.
Ci frugò nelle tasche e ci prese tutto.
«Via, squagliate, prima che vi metta dentro», disse. Ci allontanammo imbronciati.
«Quel maledetto Whitey», mormorò amaramente Maxie, «è. un
bandito. Scommetto che quella roba non la restituisce. Se la tiene lui.»
«Che credevi?» domandai in tono ironico. «Non lo sai che tutti sono banditi? Tutti fuorilegge?»
«Già, proprio così», fece Maxie.
«Certo, Noodles ha ragione», approvò Patsy. «Sono tutti ladri.» Eravamo usciti dal parco.
«Spero che ci rivedremo», disse Pipy, sorridendo.
E con Jake e Goo-goo se ne andò verso Broome Street.
«Ehi, venite dalle nostre parti», gridai. «Noi si va spesso al negozio di
Gelly in Delancey Street.»
«Arrivederci», gridò Jake Goniff.
Ce ne andammo anche noi. Avevamo bell’e dimenticato lo spiacevole episodio con Whitey.
Era venerdì pomeriggio. Il sole, le strade, la gente, tutto sembrava diverso, il venerdì pomeriggio. Eravamo felici e liberi. Avevamo davanti a noi un’eternità: due intere giornate di vacanza. Avevo fame e quella sera c’era il gran pranzo settimanale. Il pranzo del sabbato, l’unico vero pasto della settimana. Niente pane strofinato con l’aglio e tè, quella sera. La mamma cuoceva il pane. E per pranzo c’era chaleh caldo e pesce gefuellte e radicchio fresco. Avevo l’acquolina in bocca. Mi leccai le labbra al solo pensiero. Accidenti, se avevo fame. Ma a quanto sembrava. non ero il solo.
Cockeye smise di suonare l’armonica e disse: «Che ne dite di andare al forno di Yoine Schimmel a prenderne un paio?»
Patsy domandò: «Chi ha soldi? Tu hai soldi?»
«Ho un cent che Whitey non mi ha preso», disse Cockeye.
«Nessun altro ha soldi?» Maxie allungò la mano per prendere il cent.
Dominick levò dalla tasca segreta due cents. Gli altri niente.
«Compreremo uno knish e un sacchetto di haiseh arbess.»
Comprammo lo knish e il grano caldo e, all’angolo della strada, mangiammo un boccone e qualche chicco a testa. Aveva un ottimo sapore, ma ci fece venire ancor più fame. Attraversammo Orchard Street, dove i venditori ambulanti riunivano la loro merce, prima di andare a casa per il sabbato. Ci guardarono con sospetto. Ci avevano riconosciuti. Dopo un certo numero di intricate manovre, Max e Patsy sgraffignarono un’arancia a testa. Il venditore ci gridò dietro le maledizioni.
«Banditten, a broch zu eich
Passeggiando per Delancey Street ci dividemmo le arance. Abitavo in quella strada.
«Ecco Peggy, la bumehkeh», balbettò Cockeye eccitatissimo.
Sulla soglia di casa mia, languidamente appoggiata alla porta, c’era la bionda Peggy, la ninfomane figlia del portinaio.
«Ciao, ragazzi! Dammi un pezzo d’arancia, Patsy!» ci disse.
«Ti do un pezzo d’arancia se tu mi dai la tua…» Patsy non terminò la frase, ma rimase là a guardarla con aria speranzosa.
«Sfacciato.» Peggy ridacchiava tutta soddisfatta. Agitò una mano. «Più tardi, adesso no. Ma non per un’arancia. Portami una charlotte russa se la vuoi.»
Le passai accanto dandole una palpata.
«Oh, Noodles, piantala. Andiamo nel sottoscala», sussurrò.
Ero giovane. Dissi: «Adesso no, ho fame».
Maxie mi gridò dietro: «Ci troviamo da Gelly dopo pranzo».
«Certo!» risposi.
Salii di corsa i cinque piani di scale, fino al nostro cupo appartamento. Era pieno di deliziosi odori.
«Pronto, mamma?» gridai e lanciai i libri in un angolo.
«Sei tu, caro?»
«Sì, Ma’. Ho domandato se è pronto.»
«Hai domandato?»
«Sì, Ma’. Ho domandato se è pronto.»
«Sì, sì, è pronto ma aspetta che papà e tuo fratello tornino a casa. E devo accendere le candele del sabbato.»
«Ho fame. Ma’, perché devo aspettare le candele e papà?»
«Perché se tu fossi come papà e tuo fratello non saresti sempre nei guai e forse non avresti sempre tanta fame e forse penseresti ogni tanto anche alla sinagoga.» La mamma sospirò.
«Penso a mangiare e a far soldi, un mucchio di soldi. Ma’, un milione di dollari.»
«Un milione di dollari? Sei proprio scemo, figliolo, credimi. Il milione di dollari è per i milionari; per la povera gente c’è solo da pagare. E adesso lasciami in pace. Devo finire di lavare, così possiamo fare il bagno tutti prima del sabbato. E non dimenticare
di ricordarmelo: devo lavarti la testa con cherosene.» «Papà ha trovato il danaro per l’affitto?» La sentii sospirare dalla cucina.
«No, figliolo».
Presi il libro di Robin Hood che Maxie mi aveva prestato e mi misi a rileggerlo. Leggevo con avidità, tutto quello che mi capitava tra le mani.
Sentivo la mamma che strofinava vigorosamente i panni nella vasca. La luce divenne sempre più debole, non riuscivo quasi più a leggere. Accesi un fiammifero e salii sopra una sedia. Cercai di accendere il gas, ma dal bocchettone non uscì nulla.
«Mamma», gridai, «non c’è gas!»
Sospirò. «L’ho usato tutto per cucinare e per l’acqua calda del bucato».
«Dammi un quarto per il contatore, Ma’».
«Non posso, figliolo».
«Perché?»
«Questa sera usiamo le candele».
«Ma non posso leggere con le candele».
«Mi dispiace, figliolo, ma non te lo do. Lo metterò nel contatore domani, così forse durerà per tutta la settimana».
Sbattei la porta e andai al gabinetto del corridoio, che serviva a tutt’e sei le famiglie del piano. Mi ci volle un minuto intero per abituarmi alla puzza. In un buco nascosto sopra lo sciacquone, tenevo una scatola dove riponevo i mozziconi di sigaretta che trovavo per la strada. Fumai tre cicche per calmare l’appetito. Notai che appesi al chiodo non c’erano quei foglietti che servono ad involtare le arance.
«Niente carta», mormorai.
Dovevo ricordarmi di raccattarne in Attorney Street dove i venditori di frutta ne lasciavano un po’ dappertutto; oppure di rubare un elenco del telefono da Gelly.
Sentii dei passi venire verso di me. Aspettai pieno di speranza. La porta si aprì. Sì, era Fanny che abitava allo stesso piano. Aveva la mia stessa età.
«Oh, sei tu», fu la sua sorpresa e compiaciuta esclamazione. «Perché non chiudi la porta come dovresti?» Sorrise civettuola.
Mi inchinai scherzosamente. «Vieni, vieni avanti, come disse il ragno alla mosca».
Non si mosse dalla soglia. «E perché, spiritoso, per farmi palpeggiare da te?»
Ridacchiò. Si mise le mani sui fianchi e ancheggiò. Sorrideva con aria provocante. L’abito attillato rivelava il rotondo seno gonfio e il corpo grassoccio. Mi eccitai tutto. Le infilai una mano nulla scollatura e le toccai una mammella. calda, morbida. Le premetti piano il capezzolo. Chiuse gli occhi, ansando.
«Non ti fa piacere alle tette, Fanny?» sussurrai.
Aprì gli occhi e sorrise. «Le tette sono per i bambini, per dare il latte. Non servono ai ragazzi per giocarci».
«Entra», sussurrai, «così chiudo la porta e ci gioco come si deve».
Fanny si tirò indietro. «Va’ da Gelly e comprami una charlotte russa, prima»
«Chi te l’ha data quest’idea? Peggy?» borbottai. Fanny ridacchiò.
«Be’, me ne comperi una? Se me ne comperi due ti lascio giocare anche tra le gambe».
«Sì, sì», ansimai, «ti compero una scatola intera di charlottes russe».
Rise della disperazione che sentiva nella mia voce. L’afferrai per le morbide natiche e me la premetti contro. Stavo per chiudere la porta, quando un cupo muggito, come una mucca che chiama il suo vitello, risuonò nel corridoio.
«Fanny, Fanny, fai presto!»
Fanny sussurrò: «È la mamma. Andiamo da Tanta Rifke per pranzo. Lasciami adesso, ti faccio giocare un’altra volta». Non volevo mollarla, ero troppo eccitato,
«Per piacere, lasciami, altrimenti me la faccio nelle mutande».
La lasciai andare. Si tirò su il vestito, abbassò le mutande e sedette sul gabinetto. Me ne andai disgustato. La trovavo volgare.
Scesi, dabbasso, sperando d’incontrare Peggy. Scesi in cantina. Cercai in tutti i gabinetti di tutti i piani. Cercai sul tetto. Non c’era. Mi misi sul portone a guardare le ragazze, facendo commenti osceni al loro passaggio.
Big Maxie arrivò di corsa. Agitò una mano: «Vieni, Noodles!»
Scesi dagli scalini e lo seguii.
«Che c’è, Max?» domandai.
«Andiamo a fare un giro con la Pierce Arrow di mio zio».
«Va a prendere un morto con il carro?» domandai, beato.
«Già. Ad Harlem, Madison Avenue. Gli diamo una mano. Non se lo aspettava».
Arrivammo all’impresa senza fiato, appena in tempo per dare una mano allo zio di Maxie che trasportava la lunga cassa di vimini a bordo della macchina. Salimmo fieramente nel sedile anteriore. Mentre percorrevamo la Quinta Avenue, lungo il parco, lo zio ci indicò i palazzi signorili.
«Proprio come nell’East Side», commentò in tono sarcastico.
«Scommetto che in quelle case non hanno quasi da mangiare!»
L’osservazione mi ricordò la mia fame cronica. Sussurrai a Maxie:
«Non credi che potremmo cavargli un paio di salsicce?»
Maxie annuì e mi strizzò l’occhio. Mi diede una gomitata. «Un giorno ce ne compreremo quante ne vorremo».
«Non sarà mai abbastanza presto per me».
«Ragazzi, vi andrebbe un paio di salsicce?» Lo zio di Maxie sorrise. «Be’, li capisco i sottintesi. Appena abbiamo raccattato il morto».
Tornando verso l’East Side, con il morto a bordo, lo zio di Maxie si fermò davanti ad un carretto che vendeva salsicce. Ne comperò due a testa. Le mangiammo appoggiati al carro funebre. Quando risalimmo in macchina, lo zio ci offrì per scherzo due sigari. Con sua grande sorpresa, li accettammo, li accendemmo e fumammo. Ridacchiò ammirato. «Ragazzi in gamba», disse. Lo aiutammo a trasportare il corpo nel suo ufficio.
«Grazie, ragazzi». Poi ridacchiò d nuovo e si corresse. «Grazie, signori», e ci lanciò un quarto a testa.
Maxie disse: «Contento di esserti stato utile, zio. Quando ti serve qualcosa, mandamelo a dire».
Lo zio lo guardò teneramente. «Stai diventando un ragazzone», e gli diede una pacca affettuosa.
«Grazie della passeggiata e di tutto», dissi.
«Di niente. Arrivederci, amici». Ci sorrise.
Entrammo da Gelly con i sigari accesi. Ci sentivamo uomini di mondo. Patsy, Dominick e Cockeye c’erano già. Patsy come ci vide, esclamò: «Ehi, pezzi grossi, di dove uscite?»
Maxie lanciò il suo quarto sul banco e disse: «Frullati e charlottes russe per tutti».
Il figlio di Gelly, Fat Moe, stava dietro il banco, con un grembiule sporco attorno alla gran pancia. Prese la moneta e l’esaminò. Patsy sbuffò irosamente. «Che guardi, ciccione?» Moe mormorò subito: «Niente, Pat, niente».
«Allora, datti da fare con quei frullati».
Sedemmo sugli sgabelli e succhiammo rumorosamente la panna della charlotte russa, osservando il frullatore che girava veloce. Quelle macchine elettriche erano la novità sensazionale del momento, nell’East Side.
Entrarono Jake Goniff, Goo-goo e Pipy, i nostri nuovi amici di Broome Street. Ci salutammo.
Jake disse: «Ragazzi, vi piacerebbe ascoltare una bella poesia?»
«Una poesia?» domandò Maxie incerto. «Su che? Non sarai per caso un… poeta?»
«Jake ha sempre qualche poesia e qualche storiella», spiegò Pipy. «Le inventa lui».
«Già, sporche», aggiunse Goo-goo. «Buone, anche».
«Benone, sentiamone una», fece Maxie.
Ci voltammo verso Jake che si piazzò davanti a noi con un sogghigno sulla faccia sporca e recitò:
La buona ragazzina disse a quella birichina:
«Com’è duro esser buoni!» La ragazza birichina disse a quella buona:
«Dev’esser duro per esser buono!»
Tacque e ci guardò in attesa della nostra approvazione.
«Tutto qui?» domandò Maxie.
«Sì, ti è piaciuta?» domandò Jake, ansioso.
«Fa schifo», rispose Maxie.
Jake ‘rimase male.
Pipy suggerì: «Prova con un indovinello».
Jake si volse con un sorriso speranzoso sulle labbra: «Perché l’East River è come le gambe di una ragazza?» Nessuno seppe rispondere.
«Perché più in su si arriva, più è bello».
Ci sorrise, cercando di leggere l’approvazione sulle nostre facce inespressive.
Offrimmo loro un sorso dei nostri frullati. Pipy occhieggiava la scatola di charlottes russe sul banco. Poi tutti e tre si lanciarono sulla scatola.
Fat Moe strepitò:.: «Ehi, ragazzi, giù le mani. Li avete i soldi?»
Pipy mostrò un biglietto da un dollaro. Jake glielo tolse di mano e lo agitò.
«Ragazzi, ne volete?» ci domandò.
Ne prendemmo due a testa
Max domandò: «Dove lo avete preso quel dollaro?»
«Pipy ha spolverato uno sbronzo nella Bowery», rispose Jake mettendogli un braccio intorno alle spalle.
«Già. Era uno spacciatore», disse modestamente il piccolo Pipy. «Gli ho preso anche questo». Ci mostrò un grosso coltello.
Ricordai il coltello del successo di O’Brien. Era una specie di presagio. Il coltello mi apparteneva. Dovevo averlo. Mi avrebbe dato un potere magico.
«Vederlo, Pipy», dissi.
Me lo porse. Era un coltello a molla di fabbricazione tedesca. Faceva uno scatto affascinante e la larga lama lucida scattava fuori. Non c’era da discuterne, l’avrei tenuto. Continuai ad aprirlo e richiuderlo sotto il naso di Pipy che, spaventato, fece un passo indietro. Maxie mi guardava. «Ti piace, Noodles?» disse. «Lo tieni?» «Sì. È uno splendore».
«E allora tientelo. È suo, vero Pip?»
Maxie rivolse il suo sorriso alla saccarina a Pipy, poi a Jake e ,poi a Goo-goo. Capirono che quel sorriso e il mio atteggiamento volevano dire botte. Patsy avvicinò la faccia a quella di Pipy e sibilò: «Lo fai un regalino a Noodles, vero Pip?»
Dominick e Patsy si portarono dietro di loro, pronti a scattare. Fissavo Pipy e facevo scattare il coltello, dentro e fuori, sotto il suo mento. L’atmosfera era tesa e silenziosa. Jake finalmente ruppe la tensione con la sua bonaria risata.
«Certo, tientelo, Noodles. È troppo grosso e pericoloso per un ragazzino come Pipy».
Andai verso gli scaffali di libri, accarezzando e contemplando la lama. Era bellissima, affilata da tutti e due i lati e finiva in una punta acuta e solida. Solo la lama era lunga quindici centimetri. Bastava premere il bottone perché sgusciasse fuori dal lungo manico. Stava giusto giusto nella tasca dei pantaloni. Posai gli occhi avidi sull’esposizione di libri. Mi ipnotizzavano: Nick Carter, Diamond Dick. Avventure. Sfogliai Dagli stracci alla ricchezza di Horatio Alger, indeciso se comperare un libro o usare il quarto dello zio di Maxie per il contatore. Se lo avessi comperato, quella sera non avrei avuto luce per leggere a letto.
Fat Moe mi si avvicinò e sussurrò: «Presto, Noodles„ cacciatene uno in tasca, prima che arrivi il vecchio. Non piegarlo troppo e riportamelo domani».
Infilai in tasca Dagli stracci alla ricchezza, felice e pieno di riconoscenza. «Lo tengo da conto. Grazie, Moe. Domani te lo riporto».
Mi sembrava che la vita fosse completa. Avevo un quarto per il contatore, un coltello nuovo e un libro da leggere.
«Bene, ragazzi». Maxie si toglieva la cravatta e la giacca. «Mettiamoci in moto. Volete venire anche voi?» domandò a Jake, Pipy e Goo-goo.
«Che fai?» domandò Jake.
«Un po’ di corsa», rispose Maxie.
«Non è per noi», disse Jake. «Ci vediamo».
Uscirono.
Seguimmo l’esempio di Maxie e deponemmo le giacche sopra una sedia. Ci dirigemmo verso la città, per la nostra corsa giornaliera. Maxie, in testa, stabiliva il ritmo. Quando si trattava di esercizi, diventava spartano.
«Da grandi, ci servirà: avremo muscoli e fiato e saremo duri come il ferro».
Seguivamo in gruppo compatto, dietro le lunghe agili gambe di Maxie. Dopo dieci isolati, il piccolo paffuto Dominick che sbuffava e ansimava da un pezzo, gridò: «Non ne posso più. Maxie. Sono scoppiato».
Maxie volse la testa. Respirava senza fatica. «Mangi troppi spaghetti, Dommie. Un giorno te ne pentirai».
Dominick si fermò. Continuammo, cambiando ritmo, un po’ rapido, un po’ lento. Arrivammo al distretto finanziario. Ci fermammo a riposare sull’orlo del marciapiede, davanti ad un immenso edificio, con spesse sbarre di ferro alle finestre.
Patsy osservò: «Sembra una prigione».
«Qui non ci sono prigioni», dissi.
Patsy domandò: «Come fai a saperlo?»
Maxie rise. «Non discutere con Noodles. Sa tutto. Lo dice sempre anche lui».
«Già», sorrisi, «sono un tipo in gamba».
Maxie si rivolse ad un passante: «Ehi, signore. Che cos’è quel palazzo? Una prigione?»
L’uomo sorrise. «Una prigione? No, è dove tengono tutto il danaro».
Patsy intervenne: «Molto danaro?»
«Ma sì», rispose l’uomo divertito. «Un bel po’ di milioni. la riserva federale».
Se ne andò sorridendo.
Maxie si avvicinò al palazzo e cercò di guardar dentro. Poi tornò da noi e ci disse: «Un giorno questo posto lo vuotiamo. Che ne dici,
Noodles?»
«Per me, d’accordo, ma sarà un lavoro duro», dissi. «Accidenti, se dev’esser duro. Come fai a entrarci?»
Maxie rispose: «Non preoccuparti. Un mezzo lo troverò».
Guardai Maxie. Fissava l’edificio. Mi ricordava una vignetta che avevo visto da qualche parte: un topo che sfidava un elefante.
«Per un milione di dollari, questo posto lo scassino io», mormorò.
Tornammo indietro di corsa, fino al negozio di Gelly. Dominick era sulla soglia e parlava con la graziosa sorella di Moe, una brunetta. L’intoccabile Dolores. Avevamo tutti una segreta passione per lei. Aveva un paio di scarpette da ballo sulla spalla. Quando ci vide, sorrise freddamente. Salutò soltanto Cockeye.
«Ciao, Hy», disse, «ti dispiace suonare . per me stasera, mentre mi esercito?»
«Certo, Dolores; è un piacere».
Cockeye era beato. «Quando vuoi, quando vuoi», ripeteva.
Andarono nella retrobottega. Li seguimmo e guardammo Dolores che si cambiava le scarpe. Cockeye prese a suonare e lei improvvisò una danza. I suoi movimenti mi inebriavano. Seguivo con gli occhi ogni suo gesto. Saltava e piroettava con grazia, attorno attorno. Dopo un po’ smise per riprender fiato. Sedette a parlare con Cockeye.
Maxie la chiamò: «Ehi, Dolores!» Si volse e lo squadrò freddamente.
«Con chi credi di parlare, con Peggy? Non sono abituata a sentirmi interpellare a quel modo».
Gli voltò le spalle e continuò la sua conversazione con Cockeye. Provai un brivido delizioso. Era il primo palpito della mia profonda infatuazione per Dolores. Un’emozione pulita e gentile, ben diversa da quella che provavo per Peggy e le altre ragazze del vicinato. La guardai, seduta composta e distante e mi parve un angelo. Qualcosa di etereo. Eh sì, proprio così, amavo Dolores.
Sorrisi e le andai vicino. «Che tipo di danza è?» domandai.
«Come si chiama?»
Mi guardò con alterigia da sopra una spalla. «Credevo che tu sapessi tutto. Danza interpretativa. Non sei quello che credi di essere».
Arrossii e non seppi che cosa dire.
Cockeye intervenne. «Dolores si esercita per diventare una ballerina professionista. Un giorno o l’altro sarà una stella di Broadway». Batté l’armonica sul palmo della mano e attaccò Yes Sir, That’s My Baby.
Dolores corse ancora per la stanza, a tempo di musica. Le sue attenzioni per Cockeye, non so perché, non mi disturbavano, ma Maxie risvegliava la mia gelosia. Mentre Dolores danzava, andò a prendere le sue scarpe e le gettò dietro una panca.
Dolores si fermò, sorrise a Cockeye e disse: «Grazie mille, Hy. Suoni molto bene l’armonica».
Cockeye arrossì e mormorò qualcosa. Dolores si mise a cercare le scarpe, molto irritata. Andai dietro la panca, le raccolsi e gliele diedi. Lei interpretò male il mio gesto. Mi lanciò un’occhiata furibonda e le infilò senza dire una parola. Avrei ucciso Maxie. Dolores uscì dalla stanza, con gli occhi verdi lampeggianti, a testa alta.
Uscii in silenzio e mi fermai sulla porta. Mi sembrava che il mondo fosse crollato. Dolores voleva dir molto per me e Maxie aveva rovinato tutto.
Una voce mi risvegliò dalle mie tristi meditazioni. «Vuoi una Sweet
Caporal, Noodles?»
Maxie mi porse una sigaretta. Accettai la sua offerta di pace.
Fumammo in silenzio. Gelly veniva verso di noi. Quando ci arrivò davanti, sussurrò: «Ragazzi, domattina mi portate un paio di pacchi?»
Manie annuì e disse: «Be’, non ve lo forniamo sempre il giornale del mattino?» Gelly gli accarezzò la testa.
«Trovami un pacco di Tageblatts domani, eh?»
«Sì». Maxie mi diede una gomitata. «Domani ci si alza presto, Noodles».
Annuii. «A che ora?»
«Quattro e mezzo circa. Ci troviamo all’angolo». Non riuscivamo a fare conversazione.
«D’accordo»..
Bloccavamo l’ingresso. Un cliente fece per entrare. Ci spostammo con deferenza per lasciar passare il ben vestito e baffuto «professore». E quando ci salutò con un cordiale sorriso, ci sentimmo fremere d’orgoglio.
«Come va, ragazzi?»
«Okay, professore», rispose Maxie.
«Bene, professore», dissi io.
«Ragazzi, aspettatemi qui. Vengo subito.»
«Certo, professore», disse Maxie. Lo vedemmo entrare nella cabina telefonica.
«È dritto quel tipo e ne ha di cervello.» Maxie traboccava d’ammirazione. «È uscito di galera da una settimana scommetto che sta già trafficando. Proprio un drittone. Chissà dove se lo procura.»
«Ha relazioni. Lo importa, immagino. In questo paese non cresce», dissi in tono saputo.
«Da dove, secondo te? Dall’Italia?»
«Può darsi. Oppure dalla Cina. I cinesi ne fumano parecchio. L’ho letto da qualche parte.»
«Perché la gente fuma l’oppio?»
«Fa fare bei sogni.»
«Sogni umidi, sulle ragazze». Max sorrise.
Ridemmo tutti e due. «Mi piacerebbe provarne una pipa», dissi. «Anch’io», fece Max. «Lo chiamano suonare il gong, no?» Annuii e sorrisi con affettazione.
Il professore uscì fumando un grosso sigaro.
«Ho un lavoretto per voi, ragazzi. Seguitemi a casa mia», sussurrò.
Gli andammo dietro. Svoltò l’angolo e s’infilò in una cantina sotto un negozio. Tenne aperta la porta finché non fummo entrati, poi richiuse con il chiavistello. Lo seguimmo in un’altra stanza buia. Accese un fiammifero e il gas. Il professore aveva un’officina in grande stile, con arnesi da falegname, perforatrici a mano e una piccola pressa meccanica. Scorsi una piccola mola. Appena il professore mi volse le spalle, me la cacciai in tasca. Sopra una panca, c’era una scatola di legno, aperta. Dentro si vedevano meccanismi e ruote. Aveva fessure davanti e dietro e le maniglie ai lati. Era ben lucidata e sembrava fuori posto in quella cantina polverosa. Il professore ci guardò arricciandosi i baffi.
Maxie accennò con la testa. «Che roba è?»
«Quella?» Il professore si divertiva. Chiuse il coperchio e rispose: «Voglio mostrarvi la mia nuova invenzione, una cosa che tutti dovrebbero avere in casa».
Girò una manopola, sentimmo un movimento nell’interno e, davanti ai nostri occhi spalancati, un biglietto nuovo e frusciante da dieci dollari uscì dalla fessura.
«Be’, lasciamo perdere questa macchina per un po’. Voglio che voi ragazzi…»
Tacque. Ci guardò e riprese ad arricciarsi i baffi. «Volete far soldi, vero?»
«Certo, professore, siamo qui per questo», risposi.
Ci guardò con espressione severa. «Voi due siete in gamba e sapete tener la bocca chiusa, giusto?»
Rispondemmo in coro: «Giusto».
Sorrise, mostrando i grossi denti bianchi. «Bene, bene, siete bravi ragazzi, proprio i tipi che mi ci vogliono. Di voi ci si può fidare. Non lo chiederei a nessun altro, perché quasi tutti i ragazzi parlano troppo. E adesso vi dirò quello che dovete fare. Sapete dov’è Mott
Street?»
«Sì, professore», rispose Maxie orgogliosamente. «Noodles conosce la città come un libro.»
«Mott Street è nel quartiere cinese», dissi.
«Esatto.»
Tolse da un cassetto una pallottola. «Mettetela in tasca e consegnatela a questo indirizzo. Lasciatela sul tavolo e andatevene. Tutto qui. Capito?»
Ci fece ripetere il numero della casa più volte.
«Stateci attenti. Vale molto. Non ci giocate.»
Maxie annuì. «Bene, professore. Sappiamo quello che c’è dentro.» Il professore sollevò le sopracciglia.
«Droga», dissi.
Il professore ridacchiò e mi diede una pacca sulla schiena.
«Ragazzo in gamba. Vi aspetto qui e quando tornate vi do un dollaro a testa.»
Quando arrivammo nel quartiere cinese, trovammo subito il posto. Era un negozio. Mentre aprivamo la porta, un poliziotto ci passò vicino senza neanche vederci. Il campanello emise un lieve tintinnio. Nella grigia penombra distinguemmo appena un grasso cinese seduto ad un tavolo. Ci fissava con occhi furenti. Ero contento di avere un coltello in tasca. Mi dava una sensazione di suprema fiducia in me stesso. Gli restituii l’occhiataccia e giocherellai con il pulsante del coltello. Immaginavo di immergerglielo più volte nella grassa gola; poi di colpirlo in faccia.
Accadde una cosa strana: gli occhi gli si spalancarono veramente dal terrore. Giuro che aveva capito quello che pensavo. Ne ero certo. Sapeva che mi bastava fare un passo avanti. Con il mio coltello magico lo avrei ridotto a brandelli. Distolse terrorizzato la flaccida faccia bianca. Risi e sputai a terra. Max depose la pallottola sul tavolo e uscimmo.
«Perché ridevi, Noodles?» domandò Max.
«Del cinese.»
«Ai cinesi non piace vedersi ridere in faccia.»
«Lo avrei sistemato io quel cinese, come qualsiasi altro», mi vantai.
Maxie mi guardò incuriosito. «Era piuttosto grosso.»
Alzai le spalle. «Che vuol dire? Lo avrei ritagliato sulle mie misure.»
Maxie rise. «Dimenticavo che hai il coltello di Pipy.»
«Il mio coltello.»
«Giusto, il tuo coltello. Ti senti a posto, eh, con qualcosa a portata di mano?»
Annuii. «Ci si sente qualcuno.»
«Voglio procurarmi anch’io qualcosa», disse Maxie. Raccattò un mozzicone di sigaro da terra e se lo infilò all’angolo della bocca. «Uno di questi giorni mi procuro una rivoltella. La chiederò al professore.»
Mi porse il mozzicone. Fumai un poco, poi glielo restituii.
Il professore ci aprì la porta.
«Tutto bene? L’avete consegnato?» domandò con ansia.
«Sì, tutto bene, consegnato.» Maxie sputò a terra e aspirò dal suo mozzicone di sigaro. Guardai freddamente il professore.
Rise e ci diede un dollaro a testa. «Voi due ne farete della strada.
La stoffa c’è.»
«Eh, professore, noi vogliamo far soldi. Ci servono», dissi. «Ne farete parecchi e vi mostrerò come.» «Il professore siete voi», scherzò Maxie.
Ridacchiò e si strofinò le mani.
«Sì, sì, ve ne posso insegnare di trucchi, con vantaggio reciproco.» «Ehi, professore», Maxie si avvicinò prudentemente.
«Sì, Max?»
«Ce li procurereste due ferri, a me e a Noodles?» «Ferri?» Il professore parve sorpreso.
«Be’, un paio di pistole, capite, rivoltelle.» «Sì, Max, capisco.»
Si attorcigliava i baffi. Ci guardò pensoso.
«Perché e quando?»
«Sapete, per una rapina.»
«Chi vuoi rapinare, Maxie?»
Max esitò per un attimo, poi rispose: «Non abbiamo ancora scelto il posto».
«Sentiamo un po’ che cosa avete in mente. Potrei anche darvi un paio di consigli. Che cosa vuoi rapinare, il negozio di Gelly?» «No, la Banca federale», disse Maxie con aria decisa.
Il professore si voltò e si coprì la bocca con un fazzoletto. Ci sembrò che ridesse, ma sbagliavamo. Tossiva violentemente. Quando riuscì a riprender fiato, si scusò e asciugò gli occhi.
«Ho una brutta tosse. Questa cantina umida, sapete. Allora, per questa rapina alla Banca federale. Siete ancora troppo giovani. Aspettate qualche anno. Un po’ d’esperienza, roba di poco conto, pasticcerie, drogherie eccetera, man mano arriverete alla Banca federale. Giusto, ragazzi?» Sorrideva. «E se avete bisogno d’aiuto, venite sempre da me.»
«Potete procurarci le rivoltelle?» insistette Max.
«Sì, sì. Posso procurarvi tutto. Lascia fare a me. Quando vedrò che siete pronti, ve le farò avere. Vi soddisfa? Una cosa devi imparare, ragazzo mio: a non essere impulsivo.»
Batté una mano sulla spalla di Maxie.
«Come si chiama quel libro che hai in tasca?» mi domandò.
Glielo mostrai. Lo guardò con aria disgustata. «Dagli stracci alla ricchezza» lesse. «Non è un po’ indietro, per un ragazzo della tua età?» Alzai le spalle.
«Ti piacciono i libri?» domandò sorridendo.
«Sì, mi piace leggere.»
«Perché non ti procuri qualche buon libro, alla biblioteca pubblica?»
«La biblioteca è per i citrulli.»
Il professore rise. «Senti, farò così, ti iscriverò alla mia biblioteca.
Avanti, serviti.»
Indicò la porta del gabinetto.
«Avete dei libri?»
«Sì, avanti, scegli. È il posto migliore per tenerci la biblioteca.
Là ci si può davvero concentrare, su quello che si legge.»
Entrai nel gabinetto. Le pareti erano coperte di scaffali pieni di libri. Avevano tutti titoli sconosciuti. L’Educazione di Henry Adams di un certo Yeats, ad esempio, e molti altri.
«Be’, hai trovato qualcosa che ti piacerebbe leggere?» domandò il professore.
Lessi un titolo che mi diceva qualcosa: la Vita di Johnson di Boswell. Be’, pensai, questo dev’essere molto buono.
Tutto su Jack Johnson, il campione. Presi il libro.
«Che cosa hai scelto?» domandò il professore.
Glielo mostrai. Mi guardò dubbioso. «Credi che ti piacerà e che riuscirai a capirlo?»
«Scherzate?» sbuffai.
«Roba piuttosto profonda per un ragazzo», disse.
«Non conoscete Noodles, professore. È un tipo fantastico. Il più in gamba di tutta Delancey Street.»
«Va bene, Noodles», disse il professore. «Quando lo avrai finito, mi farà piacere sapere che cosa ne pensi.» «Bene, ve lo dirò», promisi.

CAPITOLO II

«TENIAMOCI in contatto», ci sussurrò mentre uscivamo. Tornammo da Gelly.
Maxie domandò: «Che ha detto? Che devo imparare a non essere…
quella parola, imp… non so che. Te lo ricordi, Noodles?»
«Impulsivo?»
«Oh sì, impulsivo. Che vuol dire?»
«Vuol dire che non devi buttarti a capofitto.»
«Be’, è un buon consiglio. Il professore la sa lunga. Giusto, bisogna pensarci alle cose. Me lo ricorderò.»
Patsy, Cockeye e Dominick ci aspettavano sulla soglia. «Dove siete andati?» domandò Patsy.
«A guadagnarci un dollaro», disse Maxie ed entrò nel negozio. Lo seguimmo.
«Dammi il tuo dollaro, Noodles», disse Maxie. «Darti il mio dollaro? E perché?» «Dividiamo tutti», rispose.
Glielo porsi con riluttanza. Maxie andò dal vecchio Gelly.
«Cambiatemeli.» Mise i biglietti sul banco.
Poi divise in cinque parti i due biglietti. Presi i miei quaranta cents. Mi sentivo deluso; Maxie invece sorrideva.
«Non te la prendere, Noodles, ce ne sono degli altri, dove abbiamo trovato questi.»
Maxie comprò un pacchetto di Sweet Caporal. Uscimmo. Fumammo, fischiammo e facemmo commenti sulle ragazze che passavano.
Il padre di Dominick arrivò, gli levò la sigaretta di bocca con uno schiaffo e lo spedì a casa. Gli urlammo dietro.
Guardavo Dolores, affacciata alla finestra, dall’altro lato della strada. Maxie la salutò con la mano e lei chiuse i vetri di botto. Sognavo di lei ad occhi aperti. Il mio primo amore. La immaginavo in mille difficoltà, inseguita e perseguitata da uomini malvagi. Nei miei sogni avevo sempre il ruolo dell’eroico salvatore, con il coltello. Poi pensai a Peggy. Un nuovo eccitamento mi prese. Chissà se era sulla porta.
O magari sarei riuscito ad agguantare Fanny.
«Vado a letto, ragazzi», annunciai e mi incamminai verso casa.
«Che fretta, così di colpo!» mi gridò dietro Max. «Non scordartelo, domattina alle quattro e mezzo!»
«Non preoccuparti, verrò», risposi.
Peggy non era sulla porta. Vagai per i corridoi come un gatto randagio, volevo lei o Fanny. Quando raggiunsi la porta di casa, mi sentivo stupidamente deluso. C’era silenzio. Dormivano tutti.
Le candele del sabbato gocciolavano sulla tovaglia, vicino al piatto di pesce e di chaleh che mia madre aveva messo da parte. Divorai il cibo e andai a bere un bicchier d’acqua. in cucina.
Misi il quarto nel contatore e andai nella mia camera da letto senza finestre. Accesi il gas, mi spogliai, spinsi da parte il fratellino che russava e mi misi a letto. Aprii il libro. La vita di Johnson, di Boswell. La prima pagina. Era un’introduzione, parlava di quello che aveva scritto il libro. E a chi gliene importava dell’autore? La saltai. Volevo sapere tutto del campione, dei suoi incontri e se era vero che andava in giro con un mucchio di donne e aveva sposato una bianca. Incominciai a leggere. Ma che diavolo era quella roba? Si trattava di un certo Samuel Johnson, un medico.
Disgustato deposi il libro e allungai la mano verso l’altro: Dagli stracci alla ricchezza. Poi ricordai che il professore mi aveva quasi riso in faccia quando aveva visto il libro. Non l’avrei capito, diceva. Io, Noodles, non capire quello che c’era scritto in un qualsiasi fetentissimo libro? Era una sfida. Mi misi a leggere.
Dovetti andare in cucina a prendere il dizionario. Ragazzi, era un mucchio di scemenze. Quel Johnson non faceva altro che chiacchierare di questo e di quello, senza mai agire. Mi costrinsi a leggere. Caddi addormentato con la luce accesa.
CAPITOLO III
Mi svegliai di soprassalto. La luce era ancora accesa. Mio fratello russava. Lo spinsi verso la parete.
«Schifoso figlio di puttana, spegni quella luce», borbottò.
Spensi e andai a tastoni fino alla cucina, poi accesi la luce. Era ancora molto presto: la vecchia sveglia ammaccata segnava le tre e mezzo. Come al solito, avevo fame. Aprii la finestra e guardai nella scatola di latta appesa sul davanzale che da noi sostituiva la ghiacciaia.
C’era qualche pezzo di pesce gefuellte e di kishkeh, evidentemente messi da parte per il pranzo di sabato e di domenica. Tagliai con il mio coltello un pezzo di kishkeh e un pezzo di pane. Scaraventai gli scarafaggi giù dalla tavola e mi misi a mangiare. Chissà come se la sarebbe cavata il vecchio con i soldi dell’affitto, e che avrebbe fatto per procurarsi un lavoro prima che ci sbattessero per la strada. Di quanti mesi eravamo in arretrato? Due o tre? Quel fetente del padrone di casa che arrivava tutto in ghingheri a strepitare per quei quattro soldi. Quello schifoso, sempre con un fiore bianco all’occhiello, dev’essere un po’ storto da qualche parte.
E quel balordo del mio vecchio perché non riesce a trovare un lavoro e a fare un po’ di soldi? Vecchio rimbambito, forse perché non sta molto bene. E perché va tanto alla sinagoga? Due ore ogni mattina e due ore ogni sera. Sabato ci si caccia per tutta la giornata, con tutti gli altri vecchi rimbambiti con quei barboni e i mantelli, che si dondolano avanti e indietro e pregano, avanti e indietro e borbottano un mucchio di balordaggini dentro i barboni. Ma che è tutta quella storia? Scommetto che neanche il vecchio rabbi lo sa. Il vecchio farebbe meglio a darsi da fare per trovare lavoro, invece di perder tempo con quelle stupidaggini. Non è roba per me. Io sono dritto. E quando sarò grande, altro che barbe e sinagoga, il grano è quello che mi serve. Gesù, e che ci sto a fare qui a borbottare? È tardi.
Lavai i due piatti che avevo usato, spazzai le briciole dalla tavola e bevvi un bicchier d’acqua. Tolsi di tasca i quaranta cents e li deposi sul cassettone. Risi, perché la mamma e il vecchio li avrebbero coperti con un foglio di carta e non li avrebbero toccati fino al tramonto. Che rimbambiti! Risi di nuovo: gli ebrei ortodossi non toccano il danaro durante il Sabbato, saranno rimbambiti?
Io no. Mostratemelo il danaro, corro a maneggiarlo, in qualsiasi giorno della settimana, a cominciare da venerdì, avanti per tutto il Sabbato. Cribbio, anche un milione di gettoni! Guardai l’orologio: le quattro e venti. Spensi il gas, chiusi la porta e scesi le scale senza far rumore. Al primo piano sentii qualcosa nel sottoscala. Misi la mano in tasca e il coltello mi rassicurò. Sfiorai il bottone e rimasi in ascolto. Sentii un fruscio ritmico e un respiro ansante, poi un gemito maschile.
«Oh Gesù, che bello!» Una risatina femminile e poi la risata di un uomo. Riconobbi la risatina. Era Peggy, la bumehke. Scesi l’ultima rampa di scale fischiettando. Sotto si fece silenzio. Uscii nella strada. Maxie mi stava già aspettando.
«Ho sentito Peggy con un tale che fottevano nel sottoscala», gli dissi.
«Sul serio?»
Max aveva in faccia un ghigno lubrico. «Torniamo indietro a vederli in azione.»
Entrammo nell’atrio in punta di piedi. Sentivamo il sussurro nel sottoscala. Quando il fruscio ritmico e l’ansimare ricominciarono, ci avvicinammo senza far rumore, fino a trovarci a meno di un passo dalla coppia in movimento.
Maxie gridò: «Ciao, Peggy!»
Non ho mai visto due persone staccarsi tanto in fretta. Ma adesso toccava a noi rimanere stupefatti. Nella poca luce riconoscemmo il compagno di Peggy: Whitey, il poliziotto di ronda. Restammo tutti e quattro a guardarci. Peggy fu la prima a ricomporsi.
In tono deciso disse: «Whitey, questi sono amici miei. Maxie e Noodles».
Si tirò su le mutande e riabbassò il vestito. Whitey si abbottonò i pantaloni.
Era scocciato.
«Perché andate in giro a spiare? E che ci fate alzati a quest’ora?»
«Che ci fate nel sottoscala con Peggy? La ronda?» rispose Maxie in tono insolente.
Whitey non riusciva a decidere se doveva infuriarsi o accettare le domande di Maxie come uno scherzo. Finalmente sorrise, il sorriso divenne un sogghigno, il sogghigno una risata e attaccò a ridere come un matto.
Le lacrime gli rigavano la faccia.
«Mi avete colto davvero con le mani nel sacco!» Cercava di calmare la risata isterica. Ce ne andammo. Peggy sussultava e lui non aveva più fiato.
A pochi isolati di distanza, in Hester Street, davanti alla pasticceria di Spevak vedemmo tre pacchi di giornali. Ce li caricammo sulle spalle. Mentre andavamo da Gelly, Maxie osservò: «Stavolta non dobbiamo stare attenti a Whitey. Sappiamo dov’è».
«E neanche un’altra volta. Con questa storiella possiamo metterlo nei guai quando ci pare. D’ora in poi, si fa quello che si vuole.»
Maxie mi guardò eccitato e felice. «Cribbio, hai ragione, Noodles, l’abbiamo per le palle. Peggy è minorenne, roba da galera. Accidenti se lo possiamo mettere nei guai!»
Lasciammo i pacchi di giornali davanti al portone di Gelly.
«Andiamo da Sam a bere un caffè, finché Gelly non apre», disse Maxie.
Esitai. «Non ho soldi, Max. Li ho lasciati alla famiglia.» «Be’? E di che ti preoccupi? Io ne ho.» Mi diede una pacca sulla spalla.
Un tassì era fermo davanti all’Ali Nite Coffee Pot di Sam in Delancey Street.
Maxie disse: «Sembra la carriola del fratello di Cockeye».
Da Sam, seduto su uno sgabello, trovammo Hooknose Simon, fratello di Cockeye che leggeva un giornale e mangiava uova al prosciutto.
Maxie domandò: «Come ti va, Hooknose?»
Hooknose sollevò la testa, agitò una mano e si rimise a leggere e a mangiare. Sedemmo all’altro lato del banco e ordinammo il caffè, poi lo bevemmo inzuppandoci dentro un paio di bagels caldi.
Maxie sussurrò: «Guarda chi arriva».
Era Whitey, il poliziotto. Non ci vide. Sedette accanto a Simon e incominciò a sfotterlo.
«Attento, Hooknose, quel naso finirai col lasciarlo da qualche parte!»
Simon tirò su la testa e grugnì: «Oh guarda, uno dei più fetenti di
New York! Perché non vai a fare la ronda?»
«La ronda? Mi son fatto qualcosa di meglio, stamattina.» Fece una gran risata. «E mi è venuta una gran fame.»
Guardò il piatto di Hooknose e chiamò Sam. «Ehi, Sam, dammi quello che ha preso Hooknose, uova e prosciutto.»
Diede una gomitata a Simon. «Dimmi un po’, come mai mangi prosciutto? È fatto con un maiale circonciso?»
Simon depose il giornale con aria esasperata. «Perché non vai a farti fottere, prima che ti peschi il sergente?»
Whitey si divertiva un mondo. «Ehi, Hooknose, che cosa direbbe il tuo rabbi? Lo sa che mangi prosciutto?»
Simon borbottò: «Va’ a farti arrestare, piedipiatti. Al tuo prete gli racconti tutto?»
Come fosse la coscienza di Whitey, Maxie fece eco: «Gli racconti tutto?»
Rincarai. «Ehi, Whitey, lo vai a dire al prete, sai che cosa?» Gli strizzai l’occhio.
Whitey sobbalzò e si volse a guardarci. Lo fissammo freddamente. In quello scambio di occhiate arrivammo ad una completa comprensione. Abbassò gli occhi; Io avevamo in pugno.
Sam venne a togliere dal banco il cestino di bagels. «Quanti ne volete per un nichelino, ragazzi? Ne avete mangiati sei a testa.» Finimmo di bere il caffè.
«Ehi, Whitey, paga il conto», ordinai con un sogghigno arrogante.
Max mi guardò pieno d’ammirazione.
Sam, stupefatto, servì uova e prosciutto a Whitey. «Sfacciati, ragazzi proprio sfacciati, che si fa, Whitey?» E Whitey borbottò: «Niente, niente».
Sam pulì il banco mormorando tra sé e scuotendo la testa: «Vuoi pagare dodici bagels e due caffè? Venti cents? Per quei due ragazzi sfacciati?»
Whitey annuì in silenzio.
«Arrivederci», ed uscimmo ridendo.
Camminavamo sull’orlo del marciapiede alla ricerca di cicche. Maxie scoprì un grosso mozzicone di sigaro, ancora con la fascetta. Lo accese, sbuffò fuori il fumo e scrutò la fascetta con aria da conoscitore.
«Ottima roba, Noodles, prova.»
Mentre me lo porgeva, lesse il nome. «Ah, un Corona Corona.
Quando avrò il grano, fumerò questa marca.» Intanto io fumavo.
«Come ti pare, Noodles?» domandò.
«Ottimo. Strano trovarlo in Delancey Street», osservai. Max rise. «Oggi andremo nel distretto finanziario a cercare altri Corona
Corona.»
«E rapiniamo la Banca Federale, Max?»
«Smettila di scherzare, Noodles. Un giorno o l’altro, vedrai, quando avremo un bel po’ d’esperienza, lo vuoteremo quel posto.»
Mi guardò con espressione seria.
Entrammo da Gelly. Gelly tagliava gli spaghi dai pacchi per mettere i giornali sul banco. Ci diede cinquanta cents a testa.
«E i frullati e le charlottes russe?» domandò Maxie.
Mi avvicinai e guardai Gelly con aria minacciosa. «Quando si è detto, si è detto.»
«Va bene, farò i frullati», disse Gelly. Mise in moto la macchina. «Prendete una charlotte a testa, perché discutere?» Alzò le spalle e ripeté: «Perché discutere?»
«E se ci metteste dentro un uovo?» domandò Maxie.
Gelly rispose: «E se ce lo mettessi? Va bene, ci metto dentro un uovo. Perché discutere?» Ruppe un uovo e lo versò nel bicchiere d’alluminio che girava.
Mentre gli voltava le spalle, Maxie agguantò una tavoletta di cioccolata. Gelly ci versò i frullati in due grandi bicchieri. Mentre li sorbivamo, Maxie tolse la carta dalla cioccolata, la ruppe in due e me ne porse un pezzo con aria assente. Mangiammo la cioccolata e bevemmo il frullato.
Gelly scorse la cioccolata. «Dove diavolo l’avete presa?»
Max rispose in tono di esagerato rimprovero. «Ma, signor Gelly, l’abbiamo comperata da Spevak quando abbiamo preso i pacchi di giornali.»
«Eh sì», feci io. «Perché discutere? L’abbiamo comperata.» «L’avete comperata da Spevak? Vivrete a lungo, voi due margniffoni!» Ci guardò con nobile indignazione.
«Che ne dici? Margniffoni, ci ha chiamati?» disse Maxie in tono ironico.
«E voi, signor Gelly, siete proprio così in regola?» domandai.
«In regola?» domandò.
«Così onesto che chiamate noi margniffoni?»
«Oh, volevate dire onesto?»
«Sì, volevo proprio dire onesto.»
«E così sono onesto?»
«No, siete come tutti gli altri, fuori regola.»
«E che vuol dire, fuori regola?»
«Vuol dire ladro, margniffone, gaglioffo.»
«Tu che rubi, chiami me, un uomo onesto che non ruba e che va alla sinagoga, gaglioffo? Perché? Come?» Ci fulminò con un’occhiata.
«Rubiamo per voi, siete voi che ci mandate. Comperate quello che rubiamo e così siete proprio come noi, fuori sede», spiegai in tono cordiale.
«Credi di essere tanto dritto. Rigiri le cose in modo che invece di essere tu tin gaglioffo, salta fuori che lo sono io.»
Gelly scosse la testa e sollevò le mani, come se non riuscisse a capire. «Bene, bene. E così io sono un ladro e voi siete a posto.» Rise. «Le rigiri le cose, sei un dritto davvero. Lo adoperi il cervellone, eh, signor Noodles?»
«Certo che lo adopero, capito..»
Stavo per chiamarlo sporco giudeo, poi mi venne in mente Dolores. Quello sporco giudeo poteva anche diventare mio suocero, un giorno o l’altro.
Max cercò di spiegare. «Ehi, Gelly, ecco che cosa vuol dire
Noodles, se tieni una specie di bisca nel retrobottega, sei fuori.»
«Ah sì? Anche quando pago a Whitey il dieci per cento per ottenere il permesso?»
Negli occhi di Gelly brillava una luce astuta. Faceva il finto tonto.
«E la concorrenza qui vicino, Noodles? Come la chiameresti la concorrenza, tu che sei tanto dritto? Sono anche loro fuori?»
«E di chi parlate?»
«La chiesa all’angolo. Fanno i giochetti nel sotterraneo. Due o tre volte la settimana. Giocano a bingo. È un gioco d’azzardo, ma non devono pagare Whitey per il permesso.»
Gelly rise. «Ce l’hanno in mano un buon affare, eh, drittone?
Sono fuori, quelli?»
«Certo», risposi, alzando le spalle. «Così la vedo io. Voi siete fuori, Whitey è fuori e i vostri concorrenti sono fuori.» Il vecchio Gelly ridacchiò. «Allora lo sono tutti?» «Già, proprio tutti.»
CAPITOLO IV
COCKEYE entrò. Cambiammo argomento. Disse: «Ciao». Aveva un’aria allegrissima. «Che c’è di nuovo? Successo niente?» domandò.
«Successo?» fece Maxie in tono sarcastico. «Dove ti credi di essere, nel West con la banda di Jesse James? Nell’East Side non succede mai niente.»
«Ehi, dico, Max, non te lo puoi scordare?» L’allegria di Cockeye scomparve. «Scherzavo, con quella storia della banda di Jesse James.»
«Va bene, Cockeye, scordiamocelo. Sai cosa devi fare? Va’ a svegliare Patsy e Dominick e di’ che ci troviamo alla scuola.» «Dove vai, in palestra?» domandò Cockeye.
«Oh, cribbio!» Maxie si diede una botta in testa, disperato. «Ma dove vuoi andare di sabato? In classe a studiare la storia?»
«Il vecchio di Dominick farà l’inferno se vado a bussare alla porta», borbottò Cockeye andandosene.
Max ed io scavalcammo la ringhiera della scuola, aprimmo la finestra della palestra, quella che dava sul dietro e saltammo giù. Ci spogliammo, meno la biancheria. Corremmo in su e in giù finché non incominciammo a sudare, poi Max stese il materassino e prese l’opuscolo sullo jiu-jitsu. Tentammo diverse prese, finché Max non mi fece male al braccio. Persi la pazienza e gli mollai un calcio al basso ventre.
Nonostante il dolore, Max ansimò in tono ammirato: «Bravo
Noodles, fatti furbo!»
Attaccammo a calci e a pugni, con tutte le nostre forze. A un certo punto, Maxie mi agguantò, piegandomi all’indietro, con il pollice premuto sulla mia carotide. Stavo per soffocare e vedevo macchie nere davanti agli occhi.
Fui ben contento di sentire la finestra che si apriva. Max mi mollò. Patsy e Cockeye saltarono dentro.
Max mi diede una botta sulla spalla. «Stai diventando in gamba,
Noodles.»
Si volse a Cockeye e domandò: «Dov’è Dominick?» Patsy rispose: «È dovuto andare in chiesa».
«Chiesa», sbuffò Max. «Tempo sprecato. Avanti, voi due, spogliatevi.»
Sollevammo pesi, saltammo, volteggiammo alle parallele, poi Max ci lasciò riposare per consultare il suo libro di istruzioni. Ci esercitammo per ore intere allo jiu-jiutsu e alla lotta libera, poi pestammo per quindici minuti la testa contro il sacco.
Cockeye cedette per primo. Disse che doveva andare a casa a mangiare. Ci ripulimmo con la camicia e ci rivestimmo.
Cockeye andò a casa. Max, Pat ed io andammo da Katz in Houston Street. Quando entrammo, l’odore di carne bollita e pastramis, esposti sul banco, ci avvolse. Come tre animali affascinati, contemplammo e annusammo i piatti. Tremavamo d’estasi. Decidemmo per tre corned beefs e tre pastramis con capperi. Diedi a Max i quindici cents, lui ci aggiunse i suoi e li depose insieme sul banco.
«Metteteci un bel po’ di carne in quei panini», disse con voce autoritaria.
Con il fiato sospeso, la lingua pendente e la saliva colante, tre paia d’occhi affamati seguivano tutti i movimenti del commesso.
Con cura meticolosa, come se portassimo l’oggetto più sacro, più fragile, manovrammo nel negozio affollato e portammo i nostri piatti ad un tavolino. Mangiammo con voluta lentezza, perché durasse più a lungo. Non parlavamo. Mordicchiammo il pane tutto attorno. Facemmo schioccare le labbra e altri suoni animaleschi di gioia.
I miei due panini scomparvero troppo in fretta. Raccolsi le briciole e i pezzetti di carne dal piatto. Leccai la mostarda la sporcizia dalle dita. Avrei dato cinque anni di vita per altri due panini. Guardammo con invidia l’uomo seduto al tavolino vicino: aveva davanti a sé tre panini con l’arrosto, dello knish, un pezzo di salame, patate fritte una bottiglia di salsa.
Max mi diede una gomitata. «Un giorno mangeremo come lui.» Pensai tra me: Max e le sue promesse!
Uscimmo da Katz con riluttanza e camminammo sull’orlo del marciapiede alla ricerca di cicche. Finalmente Max si chinò a raccogliere un mozzicone di sigaro, lo annusò e lo buttò via.
«Tabacco scadente», disse.
Quando arrivammo da Gelly, fumavamo tutti e tre; tre diversi mozziconi. Cockeye e Dominick stavano sulla porta parlavano con Dolores. Per la prima volta in vita mia, mi rendevo conto di essere sporco e stracciato. Dominick, Cockeye e Dolores avevano l’abito della festa, specialmente Dominick, che indossava i pantaloni lunghi nuovi. Mi sentii a disagio nei miei calzoni corti, stretti e consunti, nella camicia sporca, sdrucita e lo strappo nella giacca di mio padre mi sembrava enorme. Rosso in faccia, rimasi muto e vergognoso. Mi guardai le scarpe spellate. Per la prima volta in vita mia, badai a come ero vestito.
Guardai Max, con il berretto strappato messo di traverso. Non era davvero vestito meglio di me. E neanche Patsy. Questo mi fece sentir meglio. Poi pensai all’inverno che si avvicinava e ai venti gelidi di Delancey Street. Provai pietà per me stesso. Avrei dovuto mettermi i giornali nella fodera della giacca e le suolette di cartone nelle scarpe per tappare i buchi. Scommetto che il vecchio non troverà lavoro e non avremo neanche il carbone per la stufa. Scommetto che mi si geleranno le palle. Tossirò mi colerà il naso per tutto l’inverno. Scommetto che il vecchio non troverà lavoro e scommetto che quel fetente del padrone di casa ci butterà per la strada. Scommetto che taglierò la gola di quel fetente infiorato, se lo fa. Inutile, devo muovermi; trovare lavoro. Devo procurarmi del danaro.
In quel momento Dolores mi lanciò un’occhiata gelida mi voltò le spalle. Mi sentii uno schifo. Se solo avessi potuto scomparire, io, la mia sporcizia e i miei stracci. Se avessi potuto sprofondare attraverso il marciapiede.
Stavo male dalla disperazione. La vita era uno schifo. A che serviva? Avevo un groppo alla gola. Con un immenso sforzo ricacciai indietro le lacrime. Mi facevo maledettamente pena. Senza che se ne accorgessero, mi staccai dal gruppo e vagai senza meta, infelice, disperato, pieno. di sconforto. Andai fino al fiume e guardai l’acqua buia e fredda. Poi mi diressi verso il quartiere cinese e vagai per ore e ore. Si faceva buio. Ero affamato, stanco e infelice.
Camminavo sotto la rimbombante elevata. Ero nella Bowery. Ubriachi giacevano o barcollavano lungo la strada. Pensai a Pipy, dalle dita rapide e leggere. Ottima idea, mi agguanto uno sbronzo e se fa storie, ho il mio coltello.
Guardai attentamente da tutti i lati e saltai in un portone. Ci trovai un ubriaco addormentato e puzzolente e gli frugai nelle tasche. Vuote. Gli avevano rubato anche le scarpe. Poi ricordai l’osservazione di Pipy che la sapeva lunga. «Quelli stesi nei portoni sono belli e ripuliti. Non hanno più un soldo addosso. Agguanta i barboni che si reggono ancora in piedi.»
Come uno sciacallo, seguii un uomo barcollante lungo i muri. Ero emozionato, lo trovavo eccitante. Chissà se aveva un bel mucchio di soldi? Crollò in un portone. Dal nulla uscì un vecchio dall’aria malvagia e gli balzò addosso. Ero così stupefatto che rimasi là a guardare. In fretta e con movimenti esperti, il vecchio frugò dappertutto, trovò qualcosa e se lo mise in tasca. Gli slacciò le scarpe e corse via, a venderle in Bayard Street dove c’è il mercato dei ladri.
Mi sentii deluso, tradito. E disgustato di me stesso.
Quell’ubriaco era mio. L’avevo visto per primo. Ecco com’è la gente, vi porta via la roba sotto il naso. Giurai che non sarebbe successo mai più. Ero furibondo.
«Rimbambito», dissi, «agguanta e agguanta svelto, o qualcuno ci arriva prima. Accidenti agli altri, agguanta, pensa a te e agguanta!»
La sensazione di avvilimento mi riprese. Il mondo è uno schifo. Tutto e tutti sono contro di me. Qualcosa mi colpì con forza alla nuca. Un acuto dolore mi corse lungo la spina dorsale. Persi il controllo e mi bagnai i pantaloni.
Il poliziotto ruggì: «Che ci fai in giro così tardi? Squaglia, vagabondo, prima che te ne molli un’altra».
Corsi via come un cane bastardo, sporco, odiato da tutti, corsi per le strade deserte, verso casa.
CAPITOLO V
WILSON venne eletto presidente. Come sempre, celebrammo l’elezione con il più grande falò dell’East Side. Per un breve periodo continuai ad andare a scuola, poi domandai ad O’Brien la carta di lavoro. Me la concesse a malincuore.
Vagabondai per settimane alla ricerca di un posto e finalmente ne trovai uno come aiutante in una lavanderia, per quattro dollari e mezzo la settimana.
Il lavoro incominciava alle sei di mattina. Il conducente ed io caricavamo il furgone con biancheria bagnata, pesantissima. Andavamo in giro tutto il giorno, salivamo rampe e rampe di scale, per portar su i mucchi di roba bagnata e ritirare quella sporca. Un lavoro da spezzare le reni. Mi dolevano le gambe, le braccia, la schiena, tutti i muscoli del corpo. Nonostante la pioggia, la neve e il gelo di quel terribile inverno, ero sempre sudato.
Il conducente lavorava a commissione. Era avido e aveva una straordinaria energia. Ci prendevamo dieci minuti per mangiare un panino. Questo era il nostro intervallo per la colazione. Poi ricominciavamo a lavorare, fino a notte inoltrata. Dopo un magro pasto, mi trascinavo mezzo intontito in un letto gelido, svuotato di ogni ambizione o desiderio. Sognavo di camminare con un mucchio di biancheria bagnata legato alle caviglie ed un altro in bilico sulla testa. Quando mi svegliavo nella fredda alba, irrigidito, affamato e dolorante e contemplavo la mia esistenza, un’ondata di feroce risentimento mi saliva dentro. Mi sfogavo con le imprecazioni. Incominciavo con il conducente, continuavo con il padrone della lavanderia e finivo con il mondo intero. I quattro dollari e mezzo che portavo a mia madre, quando tornavo a casa barcollando ogni sabato sera, servivano appena per quel poco che mangiavamo.
Il vecchio restava sempre più a lungo nella sinagoga e la sua barba diventava sempre più bianca. Gli accessi di tosse duravano sempre di più. I mesi passavano ed eravamo sempre più in arretrato con l’affitto. La vita era già molto amara per noi, ma non bastava ancora.
Il temuto sfratto arrivò. E arrivò l’impassibile usciere. Fummo per la strada, nel gelo, con la nostra poca e miserabile roba ammonticchiata sul marciapiede. Tutto intorno la vita dell’East Side proseguiva il suo corso, indifferente, frettolosa.
A quanto pareva, tutte le preghiere del vecchio non servivano proprio a nulla. Quello stesso giorno lo portarono in ambulanza all’ospedale Bellevue.
Finalmente arrivò il mio amico, Big Maxie. Suo zio parlò con la mamma che piangeva. Poi parlò anche con il capo del distretto di Tammany che venne in nostro soccorso. Ci fece sistemare in un altro appartamento di Delancey Street e pagò due mesi d’affitto in anticipo. Mandò cinque secchi di carbone e una nuova stufa di ghisa. Mandò patate e viveri che sarebbero bastati per due settimane. Ma il vecchio non tornò più a casa. Morì il giorno dopo, di polmonite.
Lo zio di Maxie seppellì mio padre gratis.
Tornai a caricare e a scaricare pacchi di biancheria bagnata, ancora intontito.
Un giorno arrivò alla lavanderia un delegato della Teamsters Local e interrogò alcuni conducenti e i loro aiutanti sulle condizioni di lavoro.
Il mio disse:
«Tutto bene. Non va affatto male».
Alcuni dissero la verità e sostennero che le condizioni erano infami. Io dissi al delegato che ci sfruttavano; lavoravamo più di ottanta ore la settimana. Il conducente mi disse di chiudere la boccaccia. Parlavo troppo. Lo guardai storto. Il delegato prese i nomi di quelli che volevano far parte del sindacato. Il mio conducente e alcuni rifiutarono. Il delegato preparò un contratto con una settimana lavorativa di cinquantaquattro ore, con un aumento del dieci per cento sul salario e lo presentò al padrone. Il padrone gli disse di spararsi e di andare all’inferno. Il delegato ordinò lo sciopero a quelli del sindacato.
Il mio conducente e molti altri fecero i crumiri. A noi gridavano dietro che eravamo sporchi agitatori e socialisti.
Un giorno il poliziotto di sentinella scomparve di proposito. Arrivò una macchina con quattro uomini che mostrarono dei distintivi. Erano di un’agenzia privata. Ci dissero di stare alla larga dalla lavanderia, lo sciopero era finito.
Io ed un altro ci rifiutammo di andarcene. Ce le diedero.
I poliziotti tornarono con un sogghigno in faccia e domandarono: «Che è successo?» Sorridevano maligni. «Ma che guaio, drittoni! Bene, filate.»
Ci cacciarono via. Il conducente e il suo nuovo aiutante risero del mio occhio nero e della mia testa insanguinata. «Che diavolo c’è da ridere?» dissi.
«Fila, idiota, prima che ti dia una ripassatina anch’io!» Lo guardai. Stavo per balzargli addosso, ma qualcosa
dentro di me continuava a ripetere: «Ragiona, usa il cervello; è troppo grosso per te». Mi allontanai pensando:
ecco che cosa bisogna affrontare per guadagnarsi di che vivere una vita miserabile! Per me non va. Ne ho piene le scatole. Cosa faccio, l’aiutante in una schifosa lavanderia?
Quella sera incontrai Maxie, Pat, Dominick e Cockeye.
Aspettammo il mio conducente e il suo aiutante al terzo piano di una casa in Henry Street.
Colpii a caso e gli tagliai una guancia con il coltello a molla. Gli portai via il danaro. Li pestammo da lasciarli svenuti. Ce ne andammo con carro a cavallo e li portammo ad un molo aperto. Staccammo il cavallo e spingemmo carro e biancheria nell’East River. Il cavallo annuì vigorosamente, come se approvasse. Scalciò, poi scappò via.
Quella sera mangiammo da Katz.
Fat Moe venne a cercarmi. «Ci sono in giro i bulli. Chiedono di te, meglio che tu non vada a casa.»
Per fortuna trovai il professore nella sua cantina. Gli spiegai in che razza di grana mi trovavo. Mi diede una branda. Era quella la prima notte che passavo fuori casa.
Non riuscii a dormire molto bene. Non avevo paura, ero soltanto nervoso. Passai gran parte della notte nel gabinetto, a leggere Don Chisciotte.
L’indomani, il professore mi portò del caffè e delle ciambelle calde. Mi diede la chiave della cantina e disse: «Nasconditi qui, finché non va giù il bollore».
Mi diede due dollari. Era un tipo in gamba.
Venni a sapere che il delegato dell’unione mi cercava. Feci in modo d’incontrarlo.
Disse: «Buon lavoro, Noodles. Ancora un colpetto come quello al tuo conducente e lo sciopero finisce. I crumiri hanno paura di lavorare».
Quella coltellata in faccia mi guadagnò la reputazione di saperci fare con il coltello. Mi chiamavano Noodles, la Lama di Delancey Street. Ero orgoglioso del titolo.
Assalimmo un altro conducente e aiutante. Li tagliuzzai ben bene e li mandai all’ospedale. Fu qualcosa, per me: mi sentivo felice e soddisfatto. Scoprii di essermi divertito molto. Quando facevo scattare il coltello, tutti sobbalzavano. Mi dimostravano un nuovo rispetto.
Gli altri conducenti avevano paura di uscire. Il capo chiamò il sindacato e, a malincuore, firmò un contratto per cinquantaquattro ore di lavoro con un aumento del dieci per cento sul salario.
Il delegato venne a parlarci nella cantina del professore. Aveva una proposta per noi: «Volete lavorare per me e il sindacato, come organizzatori? Dieci dollari la settimana a testa».
Fu la nostra prima paga fissa come «organizzatori». Organizzammo molti lavoratori delle lavanderie. Nel nostro lavoro, vedemmo di quali crudeltà, avidità e incoscienza i datori di lavoro non controllati dai sindacati erano capaci. Ciò giustificava il nostro odio contro tutte le autorità. I loro sistemi, ai nostri occhi, erano quelli della società.
I poliziotti mi ricercavano quasi sempre e così stavo alla larga da casa, ma ogni settimana mandavo del danaro alla mamma.
CAPITOLO VI
IL presidente Wilson dichiarò la guerra alla Germania. Un alone d’avventura avviluppò tutto. Gloria e brutalità andavano di pari passo, erano all’ordine del giorno. Tentammo tutti e cinque di partecipare alla violenza autorizzata e ci presentammo per arruolarci. Ci risero in faccia: eravamo troppo giovani. L’atmosfera era ovunque entusiasmante, sembrava di vivere in un’immensa giostra. Noi balzammo sulla nostra piccola giostra privata e ci afferrammo solidamente alle sbarre. Andavamo sempre più veloci.
Con la paga settimanale di dieci dollari come base, cercammo e trovammo altri mezzi per aumentare il reddito, nel campo più difficile e più pieno di concorrenza che esistesse: la delinquenza. Entrammo in campo ben equipaggiati perché avevamo già seguito i primi corsi alla scuola più dura della città.
Adesso eravamo matricole. Le nostre aule erano i cortili, le cantine, i tetti, i mercati e le fogne .dell’East Side. Vagavamo nel labirinto di stradine, come cacciatori nella giungla. Assorbivamo ogni specie di notizia, assaggiavamo di tutto. Eravamo curiosi di ogni bizzarra avventura. Avevamo dei manganelli fabbricati da noi con il piombo delle saldature. Assalivamo pedoni dall’aria prospera nei vicoli oscuri.
Imparammo tutto sul sesso da un’insegnante esperta e attenta: Peggy la bumehke.
Dopo la consegna bisettimanale di «roba» del professore all’indirizzo di Mott Street, esploravamo le strade del quartiere cinese, affascinati dagli strani spettacoli e dagli strani odori. Osservammo le abitudini dei tossicomani.
Sotto l’esperta guida del professore, apprendemmo i segreti e i trucchi di molte professioni illegali. Ci iniziò ai piaceri dell’oppio. Ci fornì un assortimento di pistole di armi micidiali, indispensabili all’arte perfezionata del crimine.
Diventammo duri e crudeli, capaci di qualsiasi specie di violenza.
Cockeye Hymie aveva imparato a guidare il tassì di suo fratello. Divenne così abile che sembrava assurdo. In molte occasioni utilizzammo la sua abilità e la bagnarola di suo fratello, cambiando le targhe. Creammo uno stile personale nelle rapine. Prima di andarcene, toglievamo i pantaloni alle vittime: I giornali ci chiamavano i ladri di pantaloni. Eravamo fieri della nostra originalità e della pubblicità che ci facevano. Diventammo presuntuosi e sfacciati. E qui commettemmo lo sbaglio.
Dopo una piccola rapina in una drogheria che ci aveva reso ventidue dollari e cinquanta, il proprietario corse fuori spudoratamente senza pantaloni e diede l’allarme. Mentre fuggivamo per Delancey Street nel tassì del fratello di Cockeye, restammo senza benzina. Saltammo fuori dagli sportelli e scappammo in tutte le direzioni. Il poliziotto e il sergente che ci inseguivano, non riuscirono ad agguantarci. Dentro di me, ringraziavo Maxie per la vigorosa preparazione fisica che aveva voluto darci. Era un gran vantaggio. Sentii alcuni spari. Pensai che ce la fossimo cavata.
Più tardi, nella retrobottega di Gelly, venni a sapere la triste notizia. Dominick era morto. Non ce la faceva a starci dietro. Il piccolo paffuto Dominick si era preso una pallottola nella nuca. Gli aveva sparato il sergente. Ci portarono tutti dentro. L’influenza dello zio di Maxie servì parecchio. Ci permisero di assistere al funerale di Dommie, sotto sorveglianza. I genitori e i parenti del povero Dommie ci guardavano con ira e ci lanciavano imprecazioni in italiano. Patsy ce le tradusse sottovoce. Andammo anche alla messa in chiesa. I lamenti sommessi dei genitori di Dominick spezzavano il cuore. Quando il prete benedisse il morto, sentii un atroce crampo allo stomaco. Ero tutto intontito dal dolore.
Non potevo piangere.
Dalla chiesa, seguimmo il povero Dommie a Long Island, alla sua tomba. Mentre lo calavano nella fossa, tutti piangevano e pregavano e chiedevano a Dio di perdonare i peccati del povero Dommie.
Mentre tornavamo a New York. cercai di piegarmelo. Il mio amico Dommie, pieno di vita e sempre sorridente, adesso era freddo, inchiodato nella bara, con una pallottola nella testa. Non riuscivo a spiegarmelo. Non riuscivo a capire che non avrei mai più rivisto il mio amico Dommie.
CAPITOLO VII
IL capo del distretto fece tutto il possibile, ma non c’era niente da fare, doveva cedere: due di noi dovevano andarci di mezzo. Pat ed io decidemmo di prestarci.
Max promise di consegnare alla mia famiglia i dieci dollari e magari anche di più, ogni settimana.
Mandarono Patsy in un istituto cattolico e me alla Casa ebraica, Cedar Knolls, Hawthorne, New York.
Non stavo poi così male. Si mangiava bene e a sufficienza. La vita di campagna era una novità. Non ci trattavano come criminali, sembrava quasi un collegio. Ci lasciavano una grande libertà di movimento e dovevamo risponderne sul nostro onore. Era difficile che qualcuno mancasse.
A dire la verità, mi piaceva moltissimo. Il cambiamento d’aria mi fece molto bene. Gli odori puliti della campagna erano ben diversi dai fetori dello squallido ghetto. E quello che mi piaceva più di ogni altra cosa, era la biblioteca. Mi seppellii tra i libri e così visitai tutti i paesi del mondo, e degli altri mondi: la luna, Marte e gli altri pianeti. Volai con gli aeroplani ed esplorai gli abissi del mare. Fui pirata, missionario, bandito, prete, chirurgo e ammalato: Fui un ricco arrogante e un uomo del popolo, un re e il suo più umile suddito. Fui tutto e tutti.
Il giorno della mia partenza da Cedar Knolls, il rabbi mi chiamò nel suo studio e mi fece la predica finale: come diventare un bravo ragazzo israelita. Entrò da un orecchio e uscì dall’altro. Quando ebbe finito, sorrise e mi diede una pacca sulla schiena.
«Ho una sorpresa per te: c’è un amico che ti aspetta per riaccompagnarti a New York.»
Mi domandai chi mai potesse essere. Uscii dal cancello. Appoggiato ad una nuova Cadillac, nera e luccicante, con un sigaro in bocca, tutto sorridente, c’era Big Maxie.
Benché fossimo cresciuti insieme e fossimo amici intimi fin dai tempi della scuola, non so come, mi sembrava un estraneo. Doveva essere la separazione di diciotto mesi. Sembrava diverso. Era cresciuto molto, raggiungeva il metro e ottanta, era grande e grosso da tutte le parti, meno i fianchi snelli. Doveva aver lavorato parecchio in palestra, mentre ero stato via. Stava benissimo. Gli occhi gli scintillavano e aveva il solito sorriso contagioso che mostrava i denti perfetti.
«Noodles, vecchio mio, come stai? Che piacere rivederti!» Mi porse la mano e la sua stretta sembrava una morsa.
Un imbarazzante impeto di affetto mi prese. Gli restituii il sorriso. «Sto bene. Che bell’aspetto hai, Maxie.»
«Non stai mica male neanche tu, Noodles. Sei cresciuto parecchio qui in campagna. Un bel po’ di movimento, eh?» Mi fece voltare.
«E che paio di spalle. Non ti riconoscevo, quasi. Sei alto come me.»
«Parecchio lavoro, per impedirci di combinare guai. Siamo una società per l’ammirazione reciproca, eh Max?» Ridemmo tutti e due.
Aprì lo sportello della Cadillac. Salii e mi sedetti accanto a lui, sentendomi uomo di mondo. Max fece manovra con destrezza e schizzò via lungo il vialetto.
«Dove l’hai presa questa Caddy. Maxie?» domandai.
«È dell’impresa pompe funebri», rispose.
Mi offrì un sigaro con aria noncurante. Morsi la punta, la sputai dal finestrino e accesi il sigaro. Mentre aspiravo, guardai la fascetta. Era un Corona Corona.
«Non te l’ho scritto che lo zio ha tirato i pedalini?» domandò.
«Già. Ma come? Non me l’hai detto.»
Maxie sputò dal finestrino. «Cancro al fegato.»
«Brutta faccenda. Era un brav’uomo.»
«Eh sì, proprio in gamba. Mi ha lasciato l’azienda. La prendo appena compio i ventun anni.»
«Sarai un pezzo grosso con quell’azienda, eh Maxie?»
«Già.» Mi sorrise. «Siamo tutti pezzi grossi. Noi due siamo sempre soci, io, te, Cockeye e Pat.»
Ero emozionato. «Ci prendi con te?»
«Sì.»
Mi appoggiai allo schienale. Mi sentivo a posto e sicuro.
Il mio amico Max era sempre stato generoso; un tipo a posto, come ce n’erano pochi.
Durante il viaggio, Maxie mi fece il riassunto di tutto quello che era accaduto nell’East Side durante la mia forzata vacanza.
«Sì, sei sempre sul libro paga del sindacato. Sono andato a casa tua ogni settimana. Tutti bene. Lo sai che il tuo fratellino lavora in un giornale? Fa il giornalista.»
«Sì», annuii.
«Peggy è diventata professionista, lo sapevi?»
«No. Che professionista? Ballerina?»
Mi venne in mente Dolores. Pensavo ancora a lei.
Maxie rise.
«Ballerina? Sì, balla sul letto. Da dilettante è diventata professionista. Adesso si fa pagare.»
«Quanto?»
«Uno al colpo.»
«Lo vale.»
«Sì, è bravissima.»
«Ricordi quando la facevamo fuori per una charlotte russa?» «E ricordi Whitey, il poliziotto?» continuò Maxie.
«Se lo ricordo? E come potrei dimenticarlo?»
«Be’, adesso è sergente.»
«L’onestà rende», commentai e scoppiammo di nuovo a ridere.
«Proprio un irlandese svelto. E sul libro paga di Peggy», disse Max. «Scommetto che si fa pagare in natura.» «Direi», approvò Maxie.
Morivo dalla voglia di domandargli di Dolores. Le avevo scritto ogni settimana, ma non mi aveva mai risposto. Dissi invece: «E come vanno Patsy e Cockeye?»
«Be’, Cockeye ha preso la patente e ogni tanto guida uno dei tassì di suo fratello.»
«Hooknose ha dei tassì?»
«Già, ha messo insieme una flotta di quattro tassì. Patsy viene da me, mi aiuta all’impresa. E se ci soffiano qualcosa di buono, si va fuori.»
«Rapina?»
«Già.» Maxie annuì. «Devono esserci almeno due bigliettoni, altrimenti non ci si sposta. E con il proibizionismo, da qualche mese c’è un mucchio di grano in circolazione. Ogni tanto si fa qualche contratto per, confezionare qualcuno.»
«Ho sentito che si fanno dei bei soldi con il contrabbando.»
«Eh sì, aprono speakeasies dappertutto.»
«Speakeasies
«Sì, li chiamano così; circoli privati con sportello sulla porta.»
«Oh!»
Eravamo nell’East Side. Maxie guidava la grossa macchina senza preoccuparsi del fitto traffico. Ci mancò poco che staccasse il parafango di un’altra macchina. Si affacciò al finestrino e insultò l’autista.
«Ehi, scemo, dove hai imparato a guidare? Per corrispondenza?»
Il vecchio signore ben vestito gli gridò dietro: «Bandito! Vi credete i padroni della città!»
Maxie ridacchiò e svoltò l’angolo, verso la rimessa. «Lo sai,
Noodles, non sarebbe una cattiva idea.»
«Cosa?»
«Quello che ha detto quel tale, gli straccioni dei quartieri miserabili divenire padroni della città.»
«Di tutta la città?»
«Perché no? Lo sai, basta organizzarsi.»
CAPITOLO VIII
DURANTE i diciotto mesi della mia assenza, erano avvenuti quattro cambiamenti memorabili. La guerra era finita. Il proibizionismo, instaurato. Dolores aveva un certo successo come ballerina in una commedia musicale di Broadway. Big Maxie, con Patsy e Cockeye, in società con Pipy, Jake Goniff e Goo-goo si erano guadagnati una bella reputazione tra la malavita della città come una delle bande più dure dell’East Side.
Scoprii anche che durante la mia assenza era nata una leggenda su di me. Mi consideravano un esperto accoltellatore. Maxie mi raccontò alcune storielle che circolavano sul mio conto. Ridemmo tutti e due di quelle immaginarie imprese.
La nostra reputazione come duri e assassini, fu la forza che ci spinse in alto nell’ondata della violenza generata dal proibizionismo.
La gente veniva da noi per quelli che chiamavano «contratti». Da tutte le parti della città, arrivavano proposte con richieste di rapine a gioiellerie e banche. Contrabbandieri e trafficanti venivano da noi ad offrirci contratti perché ammazzassimo i loro soci, amanti, fratelli, mariti, mogli e nemici. Ci offrivano somme favolose e somme irrisorie.
Dapprima respingevamo ridendo quegli incarichi che non avevamo sollecitato. Poi, sia perché ci sentivamo solleticati da tante richieste di gente così in alto o perché volevamo il danaro o meglio per tutte e due le ragioni insieme, capitolammo. Incominciammo a giustificare la nostra reputazione, ma sceglievamo contratti secondo un nostro speciale codice morale.
Come i baroni ladri del tempo antico, con la forza fisica e il coraggio ci impadronimmo di quasi tutte le attività illegali dell’East Side. Eravamo piuttosto giovani di anni, ma veterani abilissimi quando occorrevano brutalità e decisione. La fortuna ci fu propizia e il successo ci diede un’aria di fredda arroganza.
In un periodo relativamente breve, avevamo stretto rapporti con piccole bande spuntate ovunque. Per rivendere una partita di whisky che avevamo prelevato nella città alta, ci incontrammo con Arthur Flegenheimer, l’olandese, e con la sua banda che provenivano da una miserabile zona del Bronx. Per una faccenda di macchine per sigarette, trattammo con Joe Adonis, Leo Bike e alcuni dei loro che uscivano dalle zone malsane, sovrappopolate e squallide di Brooklyn. Conoscemmo Tony Bender, Vito Genovese e il loro gruppo che usciva dai porcili e dai fetidi pollai della parte inferiore del Greenwich Village. Discutemmo con Charlie Lucky e Lupo Wolf che venivano dalle stalle a est di Manhattan. Discutemmo l’estradizione di uno dei soci della «Mano Nera» che risiedeva nei nostri domini, dove era venuto a chiedere la nostra protezione. Ci incontrammo e formammo una coalizione con il più onorato, signorile e coraggioso teppista di tutta la città: Frank, o Francesco, di una delle zone più misere di Harlem. Li conoscemmo tutti ed era un fatto irrefutabile e sorprendente; provenivano tutti da famiglie misere come le nostre. Venivano da zone diverse della città, ma tutti dallo stesso tipo di scuola.
Avevamo sei speakeasies, compreso quello di Delancey Street che era il nostro quartier generale. Lo avevamo chiamato Fat Moe, in onore del figlio dì Gelly. Moe era il nostro capo barista e amministratore. Avevamo anche una fetta nell’affare dei numeri che un banchiere portoricano introduceva in quel momento nell’East Side ed eravamo sul libro paga di molti allibratori clandestini. Contrabbandieri e proprietari di speakie venivano a chiedere la nostra protezione contro teppisti sciacalli che li spogliavano. Naturalmente i nostri servigi avevano una tariffa. La gente non riusciva a credere che, a causa delle passate esperienze e delle amicizie profonde, evitassimo di aver a che fare con lo sfruttamento operaio, con lo spaccio degli stupefacenti e con la prostituzione.
Benché spendessimo in grande, avevamo tanto danaro e tanto ce ne entrava in tasca, che le nostre cassette di sicurezza si riempivano.
Io ero l’amministratore in capo e tenevo i libri delle nostre varie imprese illegali. Ma avevamo un’azienda legale, le pompe funebri che lo zio scapolo aveva lasciato a Maxie. Maxie manteneva le promesse: ci fece tutti soci alla pari. Le pompe funebri coprivano il resto. Sui libri, per quanto riguardava le tasse federali, erano l’unica fonte di reddito. Era molto comodo anche per la nostra organizzazione generale. Le automobili servivano al capo del distretto di Tammany o agli uomini politici. Aveva tutta l’aria di un’azienda legale, ma seppellivano molte «mummie» che non lo erano altrettanto.
Ogni tanto, malvolentieri, prendevamo parte a qualche grossa rapina e soltanto quando l’informazione veniva da fonte sicura. Ne avevamo una al fuoco, una vecchia storia che aspettava da molto. Attendevamo il segnale di via libera. Dovevano esserci centomila dollari in diamanti.
A volte, dopo qualche leggero scontro tra le diverse bande, scoppiava la guerra aperta su scala nazionale. I giornali facevano un pandemonio e il pubblico si spaventava. Le autorità federali e locali diramavano l’ordine alla malavita di «piantarla» altrimenti dovevano «far sul serio».
Ma l’avidità e l’odio trionfavano. La guerra tra le bande continuò finché non sorse un capo, il nostro amico Frank di Harlem. Ci chiamò, ci incontrammo e Frank ci sottopose il suo programma. Gli assicurammo il nostro appoggio incondizionato. Ci avrebbe fatto sapere quando sarebbe stato pronto a mettere in atto il piano. Avremmo risposto alla sua chiamata fosse giorno o notte.
Benché andassi in giro con ogni tipo di donne e avessi avuto rapporti con molte di loro, non riuscivo a superare la mia infantile adorazione per Dolores. Non l’avevo più vista se non a teatro. Non accettava i miei inviti, non voleva aver a che fare con me. Andavo a teatro almeno due volte la settimana, soltanto per vederla. Non sapeva che c’ero. La contemplavo come trasognato, amandola sempre di più. Non riuscivo a capirmi, un tipo come me, comportarsi da scolaretto. Le mandai mazzi di fiori e un braccialetto di diamanti che Dolores non volle accettare. A volte ero disperato e facevo progetti assurdi per costringerla a cedere.
Divenne un’ossessione, tutto il resto era secondario. Stavo malissimo.
Per fortuna, un avvenimento emozionante mi distrasse del pensiero di Dolores. Ricevemmo l’ordine da Frank. Doveva aver luogo la gigantesca riunione delle bande di tutto il paese. Ci inviò l’indirizzo e andammo.
Era una folla indicibilmente pittoresca. L’incontro si risolse proprio come Frank aveva voluto: venne creata una «Combinazione nazionale del delitto» con Frank come autorità suprema.
Quando tornammo da quella riunione, arrivò la notizia che si aspettava; dovevamo agire l’indomani, per quei diamanti. Io ero contrario.
«Perché correr rischi con una rapina? Nella nostra posizione?» Big Maxie non mollò.
«Prima di tutto, gli ho dato la mia parola; secondo, correr rischi fa parte del nostro mestiere», disse. «Si fa domani. È già tutto organizzato.»
«Max», protestai, «siamo appena tornati da un viaggio. Siamo stanchi…»
Max m’interruppe: «Si va a tirarci un po’ su. Andiamo da Joey a sbattere il gong.»
Salimmo nella Caddy con Cockeye al volante e andammo da Joey. Stavo diventando un tossicomane. Fumavo l’oppio più spesso dei miei compagni, perché ne avevo più bisogno di loro. Non so se fosse perché ero nervoso o a causa di quella che chiamavo «Doloresmania». Forse perché soltanto così riuscivo a possedere Dolores, ed era l’unico posto dove non mi respingeva. Nei sogni, mi amava ardentemente come l’amavo io, fino a darmi una vera e propria soddisfazione fisica.
Ma non sapevo bene perché desideravo Tanto la pipa. Amavo gli strani sogni pieni di avvenimenti reali misti ad avventure elisabettiane, sogni variopinti di re e di baroni in paesi esotici. Ad alcuni partecipavo, ad altri assistevo eccitato e pieno di interesse. Mi piaceva leggere la storia inglese e suppongo che per questa ragione i miei sogni avessero sempre qualcosa di britannico.
Nascosi la mia impazienza, finché non fummo discesi dalla macchina. Fui il primo che si adagiò sul divano, con la pipa fra le labbra. Giacqui tranquillo e rivissi le emozioni degli ultimi giorni. La pipa era ciò che ci voleva. Pensai nebulosamente che il vecchio Joey aveva sempre l’oppio migliore e sapeva davvero come adoperarlo. Aspirai l’umido vapore dolciastro e incominciai a provare una sensazione di pace e di suprema beatitudine. L’immagine annebbiata di Dolores danzò davanti ai miei occhi. Aspirai a fondo, languidamente ed esalai. Il vapore prese forma al di sopra di me. Era Max, come barone, barone ladro. Lo seguimmo in una locanda e sedemmo ad un tavolo. Max batté il pugno e ruggì: «Portateci della birra!» Fat Moe apparve sorridendo con un vassoio di grossi boccali schiumanti.
L’immagine scomparve. Giacqui in un felice stupore, con il felice ricordo del messaggio di Frank.
Le ballerine erano di tutte le razze e di tutti i colori. Morbide, lisce pelli bianche, corpi perfetti che si muovevano voluttuosamente; fanciulle rosee danzavano languide. Veneri olivastre agitavano i fianchi, donne splendide dalla pelle rossa, verde, azzurra, nere amazzoni. Poi si riunirono tutte in cerchio. Il ritmo accelerò, divenne rapido, sempre più rapido, in un folle roteare di colori. Giravano, giravano in un vortice frenetico.
E all’improvviso, dal vortice, una femmina nuda esplose. Scese scivolando lungo il pavimento di marmo e si alzò in tutta la sua nuda bellezza. Bella da non dirsi. Non era una fanciulla, ma una donna morbida, rotonda, voluttuosa. Era perfetta in tutti i suoi gesti e creata per un solo scopo: il piacere dell’uomo!
Una leggera nebbia nascose la sua invitante nudità, sembrava una ragnatela di seta. La donna girava su se stessa, emanando una musica divina, avvicinandosi sempre più. Sussurrava freneticamente:
«Vieni, tesoro, vieni da me!»
Fu una rivelazione. La danzatrice nuda era Dolores! E mi chiamava! Danzava verso di me, Noodles. Sentivo il suo profumato ed eccitante tepore femminile, mi attirava come una potente calamita. Gli eccitanti boccioli di rosa sulle punte del suo seno erano due segnali di passione senza pudore. Era nel suo momento di palpitante, tormentosa, esultante agonia. Agitava i fianchi e le braccia in selvaggi movimenti. Era nel momento della resa suprema!
L’abbracciai con forza. Ma la mia anima, la mia vita si immersero in lei. Eravamo uniti, fusi, rapiti. Il mio animo si gonfiò d’amore.
Era una sensazione meravigliosa, un’esplosione celeste di miriadi
di stelle.
CAPITOLO IX
QUALCUNO mi scuoteva. La nebbia si diradò del tutto. Una voce burbera esclamò: «Svegliati, ehi, svegliati, Noodles. Svegliati, c’è la rapina».
Aprii gli occhi: era Maxie. Sedetti e mi guardai attorno. Patsy stava davanti allo specchio e sistemava la Roscoe nella fondina alla spalla. Scesi dal letto. Sentivo l’odore dolciastro dell’oppio, ma stavo abbastanza bene, un po’ vago, ma bene.
Ragazzi, che sogno! Fremevo ancora tutto, tanto era stato reale. Se solo avessi potuto stringere Dolores tra le braccia come facevo nei sogni! Sospirai.
Maxie ricaricava la quarantacinque e la ripuliva con il fazzoletto. Mise la pistola nella fondina e accennò con il capo a Cockeye ancora addormentato e disse a Patsy: «Sveglialo, meglio muoverci».
Bussarono alla porta. Joey il cinese entrò sorridendo: «Siete già alzati, ragazzi?» Ridacchiò.
«Bei sogni?»
Salutammo Joey e uscimmo. Un gatto randagio inseguiva soffiando e miagolando la sua compagna per la strada deserta e buia. Lo osservammo con interesse. La agguantò tra i bidoni della spazzatura, le balzò sul dorso e le piantò i denti nel collo, costringendola a cedere. La gatta urlò di dolore e di piacere.
Salimmo in macchina ridendo e Maxie cantò una arrischiata parodia di Everybody’s doing it, doing it.
Cockeye, al volante, si volse a domandare istruzioni.
Max guardò l’orologio e disse: «Le tre, tutto il tempo di fare un bel bagno per tirarci su del tutto». Si grattò il mento con aria pensosa. «Bene, così sistemiamo anche l’alibi con Lutkee.»
Cockeye mise la prima, premette l’acceleratore e si diresse verso South Street. Sembrava che la macchina gli obbedisse da sola, come la lampada di Aladino.
Con Cockeye al volante, la Cadillac prendeva vita. Quando capitava qualche momento difficile, le parlava affettuosamente, la chiamava «bimba» con il tono di voce di un ardente innamorato. Con quella macchina ci sapeva fare, trucchi che nessuno avrebbe mai sognato. Era diventato il più abile autista dell’East Side: aveva in mano qualcosa di solido perché la Cadillac era una macchina speciale, a prova di pallottole da capo a fondo, capace di duecento chilometri l’ora.
Correvamo canticchiando nella notte. La grossa macchina nera si mimetizzava nel buio delle strade deserte, come un camaleonte. Poi, di colpo, ci trovammo tra luci abbaglianti e in un alveare di attività.
«Ah!» esclamò Cockeye respirando a fondo. «Chanel numero cinque!»
Maxie si chinò in avanti, affondando le dita nella schiena di Cockeye. «Quante volte ti ho detto di chiudere il finestrino quando passiamo per il mercato del pesce?»
Cockeye rise del nostro disgusto. Avevamo tutti il naso nel fazzoletto.
«Per me è delizioso, siete troppo sensibili.»
Usciti dal mercato, aspirammo a fondo. La puzzolente aria dell’East River, al confronto, aveva un odore piacevole. Scivolammo rapidi nel labirinto di viuzze.
Poco lontano, splendeva un’insegna al neon: Bagni turchi da Lutkee. Cockeye mise in folle e andò a fermarsi lentamente proprio sotto l’insegna. Spense il motore. Entrammo nei bagni.
Nell’atteggiamento di Lutkee che ci venne incontro sorridendo, c’era un misto di paura, rispetto e piacere. Ci spogliammo ed entrammo nudi nella sala a calore. Mentre passavamo nelle diverse stanze, il soffice tonfo dei nostri piedi nudi, la vista di quei corpi pelosi, mi fece pensare: Darwin aveva ragione. Scommetto che abbiamo più della bestia selvaggia che non dell’homo sapiens in noi. Un branco di feroci animali in viaggio attraverso l’umida e calda giungla.
Big Maxie snello, muscoloso e bruno camminava con i lunghi passi felini di una tigre mangiatrice d’uomini. Patsy gli stava dietro, con le lunghe braccia e le lunghe gambe dai movimenti ritmici. I muscoli potenti si gonfiavano fluidi sotto i peli folti. Sembrava una pantera nera e Cockeye, un leopardo. Ridacchiai. Chissà a che animale assomigliavo.
Entrammo nella sala a calore secco. L’aria scottante colpì i nostri corpi freschi come la folata dallo sportello di una fornace.
Il pavimento bruciava. Cockeye saltellava prima su un piede poi sull’altro. Io mi sentivo ancora un po’ esaltato.
«Che ti piglia, ragazzo? Troppo caldo? Meglio che tu ti abitui, non vorrai farti ridere in faccia dal nostro amico Mefistofele, quando ti avrà finalmente giù da lui.»
«E chi diavolo è questo Mefistofele? Dev’essere un tale greco.»
Risi. «È un accidenti di greco! È quel tale con le corna il tridente, laggiù dabbasso.»
Cockeye si chinò e indicando il deretano disse: «Se mi capita d’incontrarlo, può baciarmi il tauchess». Poi, saltando su di un piede solo, andò a sedersi su di una sedia… e balzò in aria con una scarica d’imprecazioni. «Maledetto figlio di puttana!»
«Meglio che tu ti abitui. Ricordi quello che ci diceva la cara vecchia Mons, che finiremo tutti sulla sedia elettrica?» Maxie rideva.
Cockeye saltellava su un piede solo, strofinandosi il didietro.
«Che caschi secca, maledetta vecchiaccia!»
Entrò un inserviente con le lenzuola fredde, le stese sulle sedie e noi andammo a sederci.
Poco dopo, il sudore colava a rivoli. Il calore era feroce. Cockeye si batté la coscia: «Come la preferite, al sangue ben cotta?»
Patsy lo scrutò. «Sei un po’ troppo magro e legnoso, caro il mio
Cockeye.»
Gli altri uomini che si trovavano nella stanza, si scambiavano gomitate e sussurri. Eravamo celebrità della malavita. Stavamo facendoci l’abitudine a quell’attenzione. Li salutammo con cordiale cenno del capo. Maxie ordinò birra fresca per tutti.
Due bei giovanotti vennero a ringraziare, agitati e nervosi come due scolaretti. Uno dei due aveva la lisca.
«Abbiamo fentito tanto parlare di voi, signor Maff. Fiamo venuti a ringraziarvi perfonalmente per la birra.»
L’altro tratteneva il lenzuolo sul fianco. Si passò la mano sui lunghi capelli ossigenati con un gesto tipicamente femminile.
«Volevamo vedere se nudi eravate belli come quando siete vestiti», disse.
«Lo siamo?» domandò Max divertito.
«Oh, altro che fe lo fiete e che mafchioni! Fignore!»
Ruggii: «Basta, ragazze, filate. Squagliate».
I due giovanotti si riaggiustarono i lenzuoli intorno al corpo. «Vieni via, Frankie, quefti ragazzi fono troppo brutali!» esclamò quello con la lisca.
Frankie scappò agitando una mano: «Ciao, ciao, belli!» Cockeye sputò disgustato.
«Maledetti schifosi, perché, non diamo a tutti e due una ripassata? Magari li guarisce.»
«Sarebbe una grossa sciocchezza e non servirebbe a niente», dissi.
«Eh sì, fanno pena, vero Noodles?» disse Max.
Annuii. «Sì, non possono farci proprio niente.»
Patsy domandò: «Ma che cos’è che li fa diventare strani?» «Le circostanze, soprattutto», risposi.
«E che vuol dire?» domandò Cockeye.
«Be’…» Pensai per un attimo come spiegarglielo. «Prendi noi, ad esempio. Le circostanze, come siamo stati abituati o come ci siamo abituati, ci hanno portati ad avere Peggy e Fanny a disposizione.» Tutti risero al ricordo.
«Noi siamo l’opposto di quei due. Anche noi siamo strani, in un certo senso. Siamo all’estremo opposto. Forse abbiamo una sovrabbondanza di ormoni maschili. Per questo siamo duri e decisi. Si crede che le cause dell’omosessualità siano soprattutto ambientali. In alcuni casi può esserci qualcosa di congenito.» «Ripetilo un po’ in inglese», fece Cockeye.
Maxie tradusse ridendo. «Vuol dire che certi erano così anche nella pancia della mamma.»
«Ehi, Noodles», chiamò Cockeye. «Come fai a sapere sempre tutto? Sei nato così?»
«Be’, dato che me lo hai domandato, te lo dirò, caro Cockeye», risposi, in tono faceto. «Non sono nato con un gran cervello, ma l’ho sviluppato leggendo questo e quello.. Ti svelerò un piccolo segreto.
Mi consideri un tipo in gamba perché leggo dei libri, vero?»
«Eh già.»
«Non interrompere. E così, a differenza di te che non leggi mai niente, io so tutto, vero?»
«Che vuoi dire?»
«Ma al confronto di quelli che leggono davvero e hanno un’educazione, sono analfabeta, proprio come voi. Tutto è relativo.»
«Relativo come la teoria di Einstein?» fece Patsy. «Sì, come la teoria di Einstein sulla relatività.»
«E così ammetti di non essere il tipo più in gamba del mondo? Einstein lo è?» domandò Cockeye.
«Sì», ammisi modestamente. «Dopo Einstein, sono il tipo più in gamba del mondo.»
«Oh piantatela», protestò Maxie assonnato.
Restammo là ancora un po’, poi passammo nella sala accanto dove un inserviente ci lavò.
Maxie andò nell’ufficio di Lutkee, ci rimase dieci minuti e quando uscì, disse: «Tutto sistemato».
Andammo nelle nostre camerette separate per fare un pisolino.
Alle sette e mezzo del mattino, Maxie bussò piano alla mia porta e sussurrò: «Salve, Noodles, è ora di alzarsi».
Mi svegliai di soprassalto. Avevo fatto un sogno confuso, dovevo essere ancora sotto l’influenza dell’oppio. Strano, poco prima, al bagno turco avevo avuto la mente chiara. Adesso mi sentivo di nuovo un po’ intontito.
Ci vestimmo in fretta e uscimmo in punta di piedi dall’uscita posteriore. Nessuno ci vide.
Andammo da Yoine Schimmel in Houston Street a fare una leggera colazione.
Il sole era già abbastanza alto sull’East River. Le massaie affaccendate scuotevano le lenzuola dalle finestre. Una donna strillava
dall’ultimo piano: «Ehi, ghiaccio! Ehi, quello del ghiaccio!»
L’uomo fermò il cavallo e rispose: «Sì, signora?»
«Mandatemene su un bel pezzo da dieci cents, eh?»
«Va bene, signora.»
Quelli della spazzatura stavano vuotando i bidoni puzzolenti nei loro carri e li rilanciavano con fragore sul marciapiede.
Una porta si spalancò e ne schizzò fuori un ragazzino. Una donna spalancò una finestra con i grossi seni penduli bene in vista.
«Jake, Jake, tesoro, non dimenticartelo e sii bravo a scuola», gridò dietro al ragazzino che correva.
Uomini di mezza età, distrutti, invecchiati prima del tempo, arrancavano verso il lavoro. Da una finestra volò fuori una scatola di sardine, mancando di poco la testa del marito che andava al lavoro. La virago si sporse dalla finestra gridandogli dietro: «Lieg in dred,
Yankel. A broch zu dir.»
Le rispose soltanto una parola: «Yenta.»
Come splendidi fiori che crescono in aiuole fetide, eleganti ragazze fresche e ben curate, pronte per la nuova giornata, uscivano da vecchie case cupe e nerastre.
Già, pensavo mentre camminavamo, questa gente fa parte del docile elemento delle catapecchie. Guardateli. Che vita, stipati in quei porcili puzzolenti! E adesso vanno al lavoro, per tornare poi a casa. Che vita! Mi facevano pena.
Guardateci. Anche noi siamo cresciuti così, Max, Patsy, Cockeye ed io. Facciamo parte dell’East Side e stiamo per iniziare un nuovo giorno. Ah, ah, ridevo tra me. Ma com’ero diverso. Noi non siamo di quelli docili. Noi siamo una banda della malavita, un’unità in una potente combinazione di bande. Sì, una banda di ribelli.
Percorremmo quelle strade sporche e affollate con indifferenza, e con la stessa indifferenza distratta avremmo commesso la rapina. Discutevo con me stesso. Quali sono le conseguenze di una vita in questo ambiente? Non ci sono bande nelle zone eleganti delle città. Chi ha mai sentito parlare di una banda di Park Avenue o della Quinta Avenue? Be’, a dire il vero, le bande c’erano, ma agivano con sistemi diversi.
Risi. Molto più dritti di noi. Agivano legalmente; alleggerivano il prossimo come facevamo noi, ma senza pistole, in Wall Street. E anche loro agivano in bande finanziate. Usavano il danaro come noi usavamo le pistole, come arma per piegare il mondo, Forse sotto un certo aspetto, la loro etica è come la nostra. Quei fetenti! Forse noi siamo più onesti e puliti di loro. Sono fuorilegge né più né meno come siamo noi. Tutti sono fuorilegge, tutti fetenti.
All’inferno, il mondo è una giungla, cane mangia cane. I fortunati e i più forti stanno in cima. Noi siamo forti. Bene, le nostre energie in sovrappiù potrebbero venire usate per altri scopi, ma chi ne ha la pazienza? Vogliamo arrivare in cima per la scorciatoia. Ne abbiamo le scatole piene della miseria.
Non preghiamo Dio, né Allah, né Budda. «Dacci oggi il nostro pane quotidiano.» Un accidenti. Il pane ce lo prendiamo e anche il resto. Napoleone diceva: «Il fato è una prostituta». Giusto, i fortunati hanno tutto quello che vogliono. E gli altri? Briciole sporche e roba marcia, lanciata nei bidoni della spazzatura del mondo. Ma noi no, noi strappiamo la nostra parte a forza, dalle grinfie della puttana traditrice. Devo averlo letto da qualche parte.
Ridacchiai tra me. «Ecco, ricomincio con la giostra, mi preparo il cervello a questa rapina, ragionando. Per quanto male si possa agire, si trova sempre modo di giustificarsi,»
Risi forte della mia confusa filosofia. Stavo davvero diventando duro. Pochi anni prima, quando ci si metteva in moto per una rapina, me la facevo letteralmente addosso.
Maxie mi guardò incuriosito e disse: «Qualcosa di divertente,
Noodles? O ancora un po’ brillo per la pipatina?» «Tutti e due», risposi ridendo.
«Ti ci vuole un po’ di caffè nero per rimetterti in sesto», disse Max.
CAPITOLO X
MENTRE mangiavamo knishes al formaggio e bevevamo il caffè,
Max ci diede le istruzioni.
«L’informazione viene da uno dei capi della compagnia d’assicurazione. Pare che in cassaforte ci siano diamanti per cento bigliettoni. Ecco la pianta dell’ufficio.»
Maxie spiegò un foglio, lo distese sulla tavola e, puntando la forchetta, disse: «Va dalla Quarantacinquesima Strada, ingresso principale, alla Quarantaquattresima, ingresso secondario. L’ingresso della Quarantacinquesima è pieno di piedipiatti perché il locale è carico. Ci sono circa venticinque gioiellieri in tutto l’edifico. Il più importante è quello del dodicesimo piano.»
Max ce lo mostrò sulla pianta. «Il capo di questa ditta è un ometto grasso con un enorme naso. È la nostra ostrica. Dunque, la faccenda funziona dall’ingresso secondario della
Quarantaquattresima.» Guardò l’orologio.
«Sono esattamente le otto. Alle otto e mezzo finiscono di rimuovere la spazzatura dell’edificio per mezzo dell’ascensore di servizio. A questo punto tocca a noi. Mi dicono che nessuno cercherà né l’ascensore di servizio né l’inserviente, dalle otto e mezzo in poi, finché non incominciano ad arrivare le merci, dopo le nove. Entriamo in azione alle otto e mezzo. Prendiamo il montacarichi, saliamo al dodicesimo piano e aspettiamo Nasone. L’informatore assicura che Nasone arriva alle nove in punto. Allora si agisce. Capito, ragazzi?»
Max ci guardò. Continuammo a masticare. Annuii. Maxie riprese: «John, l’informatore, non vuole che si faccia del male. Sua moglie lavora in quell’ufficio e, per di, più, Nasone è suo amico personale, niente fuochi d’artificio, intesi? Se proprio non si può farne a meno, pazienza…»
Max sorrise e alzò le spalle. «Vi do io il segnale, e tu, Noodles, forse farai un lavoretto con il coltello.»
Annuii. Patsy accarezzò la sua Roscoe.
Maxie continuò. «È un affare in tenuta di gala. Portiamo i guanti, niente impronte. Ecco qui dei fazzoletti nuovi senza iniziali o altro, sapete a cosa servono.»
Ce ne diede uno per uno, poi si rivolse a Cockeye Hymie. «Tu, come al solito, pensa alla macchina. A te non spiego niente.»
Accentuò il te. Hymie annuì con aria annoiata e continuò a mangiare.
Maxie era un capo nato e lo ammiravo. Sempre, prima di uno di quegli affari speciali, ripeteva ogni particolare, esaminava ogni possibilità. Non lasciava nulla al caso.
«Ripeterò ancora una volta», disse. «Prendiamo il montacarichi, saliamo al dodicesimo piano. Aspettiamo finché quel tale, il capo dal gran naso esce dall’altro ascensore. L’informatore dice che è molto puntuale, deve scortarci oltre la porta a rete d’acciaio perché la moglie di John possa aver modo di aprirla. E poi soltanto lui conosce la combinazione della cassaforte. Benone. Per noi non è una faccenda troppo difficile, ma cerchiamo di non prenderla alla leggera. Bisogna far presto. Non abbiamo molta gente da tenere a bada, soltanto tre uomini. La ragazza è dalla nostra, come vi ho già detto. È la moglie di quello delle assicurazioni che mi ha passato la notizia. Adesso non dimenticate l’importante, dobbiamo paralizzarli tutti dallo spavento. Dobbiamo mettere in chiaro che si fa sul serio. O loro o noi, Devono farsela addosso dalla paura. Così li controlliamo in modo perfetto e non riusciranno neanche a ricordare come eravamo. Saranno terrorizzati. La gente spaventata come testimone non vale nulla.»
Maxie si volse a me. «Noodles, tu taglia l’allarme. È qui.» Mi mostrò la cartina dell’ufficio. «E tagli anche i fili del telefono, eh?» Annuii.
«E adesso, non dimenticatelo, quando siamo fuori, si va svelti, senza farci notare, come una scorreggia nel temporale.»
Non so che effetto facesse agli altri la ripetizione di Max, ma io stavo diventando maledettamente nervoso. Cercai di non ascoltare più, di pensare ad altro.
Pensai a tanto tempo prima, quando ci riunivamo attorno a Maxie, come in quel momento, alla stessa tavola, bevendo caffè e, quando avevamo danaro, mangiando knishes al formaggio.
Eravamo ragazzini a quei tempi, appena usciti da scuola. Prima di ogni impresa, ci riunivamo sempre attorno a quella tavola del caffè di Yoine Schimmel a discutere il nostro piano. Max prendeva sempre il coniando. Dava i segnali e prendeva le decisioni.
Eravamo in cinque a quel tempo, noi quattro e Dominick, pace all’anima sua. Caro Dominick. Come mai pensavo a lui in quel momento? Che sto a fare? Voglio darla a bere a me stesso? Ammettila la tua segreta superstizione! Secondo te lo spirito di Dominick aleggia sopra di noi, come una specie di santo patrono.
Allora eravamo inseparabili. Oh, se avesse potuto vedere quello che avevamo fatto, come avevamo le mani in pasta in tutti gli affari dentro e attorno New York! Come tutti ci conoscevano, un gruppo importante nella «Combinazione nazionale del delitto». Gli sarebbe piaciuto, specialmente quest’ultima riunione di tutte le bande del paese.
Maxie mi guardava. Sapeva che non ascoltavo più e non gli piaceva. Sapeva che sognavo ad occhi aperti. Ma come diavolo mi era venuto in mente Dominick? Il sogno della pipa, quello sì che era un bel sogno. Sono tutti belli i sogni, basta che abbia Dolores tra le braccia. Gesù che bellezza, mi venivano i brividi soltanto a ricordarlo.
Ascolto Maxie che ripete ancora i particolari. Ma che crede? Che siamo dilettanti? Balle. Perché non ci si mette in moto? Già, divento troppo sicuro di me, una rapina non mi scompone neanche. Sto diventando maledettamente furbo. Forse è l’oppio. Sì, mi sento un po’ brillo. Risi forte.
«Ehi, Noodles, sei ancora brillo per la pipa?»
Maxie mi diede una gomitata. «Di che ridi?»
«E chi ride?» risposi.
Maxie era scocciato. «Borbotti da solo. Se ti fa quell’effetto, niente più pipa per un bel pezzo.»
Maxie mi guardava di traverso.
«Ma che ti piglia, Noodles, hai l’aria tonta. Questo è un lavoro da far svelto e bene.»
Lo interruppi: «Come una scorreggia in un temporale».
Sorrise e mi diede una pacca sulla schiena. Chiamò il cameriere.
«Due tazze di caffè nero», disse.
Insistette perché le bevessi tutte e due. Bevvi. Mi sentii meglio, più sveglio. Accesi un sigaro e guardai Maxie.
Guardò l’orologio e disse: «Lutkee dovrebbe esser qui con la macchina da un momento all’altro».
Aspettammo ancora qualche minuto, poi sentimmo la macchina fermarsi davanti alla porta. Cockeye andò ad affacciarsi, si volse e annuì.
«C’è fuori la Caddy», disse.
Maxie lasciò la mancia sul tavolo, pagò il conto e uscimmo.
Cockeye ci portò lentamente fino nella Quarantaquattresima Strada e si fermò a mezzo isolato di distanza dall’ingresso secondario. La strada era affollata di gente che andava al lavoro. Facce indifferenti. Un grosso svedese vuotava i bidoni della spazzatura nel carro fermo davanti all’ingresso. Maxie Io scrutò con attenzione.
«Secondo le mie informazioni, dev’essere l’inserviente del montacarichi. Ci penso io.»
Aspettammo circa quindici minuti. Quando fu pieno, il carro si allontanò. Maxie annuì e Cockeye spostò la Caddy nel posto lasciato libero dal carro. Il grosso svedese stava rotolando i bidoni vuoti nell’interno dell’edificio. Come attori professionisti, aspettammo nella macchina, come tra le quinte, in attesa del momento di entrare in scena.
Maxie scese dall’automobile.
Cockeye rimase al volante. Lo svedese trasportava i bidoni vuoti nel montacarichi. Tra il frastuono dei recipienti di latta e l’attenzione che dedicava al suo lavoro, non si accorse di niente. Maxie lo seguì in punta di piedi e gli assestò un potente pugno sotto l’orecchio. Lo svedese cadde a terra. Pat ed io lo raccattammo e lo infilammo nel montacarichi insieme con i bidoni vuoti.
Salimmo. Patsy toccò la leva. Invece di salire, il montacarichi scese nel seminterrato.
«Non importa. Aspettiamo qui», disse Max con calma.
Fumammo e aspettammo in silenzio, seduti sui bidoni vuoti. Diventavo sempre più nervoso e teso, ma cercavo di non mostrarlo. Poi Maxie guardò l’orologio.
«Be’, andiamo. Mancano cinque alle nove. Infilate i guanti.» Li infilammo.
Max manovrò la leva e dopo qualche sobbalzo salimmo al dodicesimo piano. Nessuno parlava. Guardammo lungo il corridoio. All’altra estremità c’era l’ascensore per passeggeri. Fino a quel momento, il piano del nostro informatore era perfetto.
Alle nove in punto, la porta dell’altro ascensore si aprì. Pronti a scattare, come gatti in attesa di balzare sul topo ignaro, osservammo l’ometto tronfio e paffuto dal gran naso che veniva verso di noi.
Maxie sussurrò: «Ecco il pollo. Ora copritevi».
Nascondemmo la parte inferiore del viso dietro i fazzoletti. Feci scattare il coltello. Gli altri levarono dalla fondina le loro Roscoe. Andammo verso Nasone. Fischiettava allegramente. Non ci badò nemmeno. Mi faceva un po’ pena pensando al colpo che lo aspettava. Poi mi dissi: «Vada all’inferno, ne ha in abbondanza. Meglio a lui che a me».
Max ed io scivolammo lungo la parete, seguendo la nostra preda come due pantere. Nasone ci vide. Si fermò di colpo e smise di fischiettare. Sul viso gli apparve lentamente la paura. Balzammo su di lui. Gli avvicinai il coltello alla gola con aria minacciosa. Maxie gli premette la Roscoe nella pancia sibilando: «Sta’ zitto, o ti accoppiamo subito».
Spalancò la bocca; gli occhi sembravano di vetro. Balbettava qualcosa. Maxie lo spinse nell’ufficio davanti a noi. Nascondemmo le armi. La ragazza sedeva alla scrivania. Era una buona attrice. Sorrise e disse: «Buon giorno», appena vide il padrone. Premette il pulsante e il cancello d’acciaio si aprì.
Entrammo tutti. C’era un impiegato., Tirammo fuori le armi. Fece un passo avanti e mormorò in tono sbalordito: «Ehi, dico, ma che fate?»
Maxie gli diede una botta in testa con la pistola. L’uomo scivolò lentamente a terra mormorando: «Oh, la mia testa!»
Un tipo alto e magro uscì correndo dall’ufficio interno, con in faccia un’espressione spaventata e incredula. Patsy gli diede una botta in testa con la pistola. L’uomo cadde a terra gemendo. Li legammo e imbavagliammo tutti e due. Intanto la ragazza ci fissava con interesse affascinato. Tutte e due le volte, quando gli uomini vennero colpiti, emise uno strano prolungato: «Oooooh, oooooh», come se le piacesse. Si agitò, strofinandosi contro l’orlo della scrivania.
Maxie spinse Nasone verso la cassaforte e sibilò: «Adesso apri, cretino».
Nasone scosse la testa. «No, non apro.»
La mano sinistra aperta di Maxie si sollevò, volò per l’aria come un proiettile e andò a cadere con un terribile schiocco sulla faccia di Nasone. La parrucca gli volò via e una metà della faccia gli divenne rosso sangue. Incominciò subito a gonfiarsi. La bocca gli pendeva aperta e contorta. Aveva la mascella rotta. Piangeva, supplicava, chiedeva pietà. Poi si mise a girare freneticamente la combinazione della cassaforte.
Tenevo d’occhio la ragazza. La pacca che Maxie aveva dato a Nasone la scatenò. Era magra e piatta, un tipo insignificante, tranquillo. Ma il suo aspetto ingannava. Aveva il viso chiazzato dì macchie rosse per l’eccitazione.
Dopo la pacca di Maxie perse il controllo. Sembrava pazza. Si lanciò su di noi. L’afferrai e lei cercò di graffiarmi con le lunghe unghie. Abbassai la testa e la tenni stretta.
«Piantala, puttana, non occorre che ti dia tanto da fare», le sussurrai all’orecchio.
Non rispose. Tentava di mordermi. La lasciai andare e cercai di scostarmi. Si aggrappò ancora più stretta, cercando di piantarmi le unghie negli occhi, singhiozzando istericamente. Dovetti mollare il coltello e tenerla ferma con tutte e due le mani.
La ragazza sapeva dove un uomo è più vulnerabile. Cercò di colpirmi con il ginocchio, ma glielo trattenni tra le cosce. Non potei controllarmi. Ero terribilmente eccitato.
Quando si trattava di donne, non ragionavo più. Forma, misura, colore, credo, tipo, momento o luogo, niente contava più. Guardavo le donne con un solo pensiero in testa. Esistevano soltanto per uno scopo, ma quella puttana, in quel momento, non mi andava.
Non volevo farle del male.
Le sussurrai all’orecchio: «Piantala, piantala subito! Ma che diavolo ti prende?»
«Picchiami, picchiami», ansimava.
«Perché? Mi pare che reciti già abbastanza bene. Piantala.»
«No, no», singhiozzava, «picchiami, mi piace, mi piace.» Sventolava le braccia. Mi distrassi. L’afferrai e mollai il ginocchio.
Quella sadica sollevò di scatto la gamba, ma riuscii a ritirarmi in tempo. Riuscì soltanto a togliermi il fiato per un attimo ed a farmi perdere la pazienza. Le mollai un sinistro al mento.
Cadde lunga distesa. Non aveva né busto né mutande sotto la gonna. Giaceva lunga distesa con le gambe larghe.
Questa scenetta con la ragazza prese soltanto pochi secondi. Mi guardai intorno. Pat stava di guardia alla porta. I due uomini a terra ci guardavano terrorizzati, paralizzati dallo spavento. Erano intontiti completamente.
Nasone trafficava ancora con la combinazione. Gli tremavano le mani. Gli ci volle qualche minuto per aprire la cassaforte. Quella nera caverna spalancata mi diede una strana sensazione di lussuria. Doveva essere una conseguenza della scena di prima. Il pensiero della ragazza sul pavimento mi disturbava. L’apertura della cassaforte mi procurò un’altra erezione. O il pensiero della ragazza caduta e scoperta? Era tutt’uno nella mia mente e la cassaforte mi dava un brivido sessuale. Mi ci gettai dentro.
Afferravo le piccole buste piene di diamanti con infinita soddisfazione e le porgevo a Maxie che se le cacciava in tasca. I guanti mi impedivano i movimenti. Lasciai cadere una busta e i brillanti ne uscirono.
Maxie si affacciò nell’interno: «Calma, Noodles, calma». Esaminò la cassaforte, aprì tutti i cassetti per assicurarsi che non avessi dimenticato nulla.
«Tutto fatto», sussurrò. «Abbiamo tutto. Okay, Noodles, taglia il telefono e l’allarme.»
Presi il coltello e tagliai. Max e Patsy trascinarono i tre uomini terrorizzati nell’ufficio interno.
«Meglio legarla quella pazza, Noodles. Metti anche lei là dentro», disse Max.
La guardai. Aveva ripreso conoscenza e mi guardava con occhi avidi ed erotici. Mi chinai a legarla. Era completamente diversa. Si lasciò legare senza resistere, ma mi mormorava alle orecchie osceni inviti.
Quando la trasportai nell’ufficio, mi promise piaceri eccezionali, se accettava un appuntamento una qualche sera. Scossi la testa.
«Non confondo mai gli affari con il piacere, bambola», le dissi.
Non potei impedirmi di darle una toccatina mentre la deponevo a terra e lei si contorse come un animale in calore.
Max e Patsy non avevano visto quello che era accaduto tra me e la ragazza. Pensavano che avesse una specie di attacco isterico e lo attribuivano allo spavento.
Maxie si guardò attorno.
Annuì soddisfatto e fece schioccare le dita. Ci levammo i fazzoletti e intascammo l’artiglieria.
Salimmo nel montacarichi. Patsy manovrò la leva per la discesa. Lo svedese stava svegliandosi. Cercò di mettersi in piedi, inciampò e cadde tra i bidoni con un fracasso terribile.
«Fallo tacere», scattò Maxie. «Fa più fracasso di due scheletri che fottono su un letto di lamiera!»
Patsy prese la «convincente» e mollò una formidabile pacca allo svedese che non si mosse più.
Arrivammo a pianterreno e uscimmo con calma, uno alla volta, dal montacarichi e dall’edificio.
Cockeye sedeva al volante col motore in moto. Salimmo a bordo.
«L’albergo di Eddie», ordinò Max.
Cockeye s’infilò abilmente nel traffico. Arrivammo all’albergo. Eddie, tutto sorridente, era nell’atrio. Maxie gli fece segno di non muoversi.
Entrammo nell’ufficio di Eddie, chiudendo a chiave la porta. Maxie aprì la cassaforte, levò una chiave di tasca, aprì i nostri scompartimenti personali, vi mise dentro le bustine e richiuse tutto. Uscimmo e Eddie annuì al nostro passaggio.
Nessuno di noi aveva detto una sola parola. Entrammo di corsa dall’ingresso secondario dei bagni di Lutkee, ci chiudemmo ognuno nella nostra stanzetta privata e ci spogliammo. Poi tornammo nei bagni. Erano deserti a quell’ora, le nove e mezzo. Gli inservienti avevano terminato il lavoro del mattino e preparato tutto per la sera.
Erano nelle loro camere, perché dovevano restare a disposizione durante tutta la giornata.
Soltanto Lutkee ci aspettava. Sussurrò: «Benone, Max, tutto a posto».
Indicò l’orologio appeso alla parete. Segnava le otto e venti.
Lutkee domandò: «Che ne dici, Max. Va bene? L’ho messo indietro di un’ora e dieci minuti».
Max annuì: «E quello del barbiere?»
«Sistemato anche quello.»
«Bene, bene. Sveglia un paio di inservienti e il barbiere. Di’ che ci siamo appena alzati. Aspetta un secondo.» Max mise un braccio sulla spalla di Lutkee.
«Hanno orologi, da tasca o da polso?» Lutkee sorrise.
Sì, ma li chiudo sempre nella mia cassaforte con tutto il resto. L’ora la devono chiedere a me e all’orologio a muro. È tutto a posto, te lo posso garantire, Max.»
Gli inservienti e il barbiere uscirono dalle loro camere brontolando. Quando ci videro, si tirarono un po’ su per via delle mance. Mentre ci radevano e ci massaggiavano, ogni tanto uno di noi chiedeva l’ora per fissarla bene nella loro mente. Se ci avessero fermati come sospetti, avevamo dei testimoni degni di fede: tra le otto e venti e le nove e venti ci trovavamo , ben lontani dalla Quarantaquattresima Strada.
Quando la nostra toilette fu finita, lasciammo un dieci a testa al barbiere e agli inservienti che tornarono nelle loro camere.
«Da Fat Moe, Max?» domandò Cockeye quando fummo saliti sulla Caddy.
Max annuì.
CAPITOLO XI
MAX aprì la porta secondaria del nostro speakeasy. Andammo a sederci attorno alla tavola con un sospiro di soddisfazione.
Fat Moe arrivò con un vassoio di doppi guardandoci con affetto ed ammirazione. Depose i bicchieri.
«Vi ho sentiti entrare», disse.
Max prese il bicchiere, inghiottì le quattro once di rye in un solo sorso e sospirò soddisfatto. «Nessun messaggio, Moe? Venuto nessuno?»
Moe scosse la testa. «Nessuno», rispose e tornò ad occuparsi del bar.
Max tolse una manciata di Corona dalla scatola e ne lanciò uno a ciascuno. Accendemmo. Sorseggiammo i nostri doppi, fumando il sigaro.
Ci sentivamo in uno stato d’animo espansivo. Avevamo appena concluso un ottimo affare, con quel tanto di emozione da rimanerne piacevolmente scossi.
Poiché Cockeye non era stato con noi durante la rapina, volle sapere tutto. Maxie gli fece un breve riassunto.
Patsy mi rivolse un sogghigno dall’altro lato del tavolo. «Perché non glielo dici a Cockeye di quella che ti palpavi? Eccitata come una gatta,
e con un bel paio di cosce, vero Noodles?» Sorrisi scioccamente.
Pat continuò: «Dovevi vederla la faccia di quel tipo, dopo che Maxie lo ha sistemato. Neanche sua moglie gliel’avrebbe guardata, forse soltanto il giorno di paga!»
Man mano che Moe ci portava da bere, la tensione ci abbandonava lentamente. Ogni battuta ci sembrava intelligente e buffissima.
Sì, eravamo allegri e un po’ eccitati come un qualsiasi gruppo di uomini dopo un affare ben riuscito.
«E il naso di quello!» esclamò Maxie ridendo. «Così lungo che se fosse pieno di grano potrebbe andare in pensione!» Quando le risate si spensero, riprese: «Sapete, questa rapina l’abbiamo fatta con molta abilità. Il professore sarebbe fiero di noi.»
«Ricordi i suoi quattro punti per riuscire in una rapina?»
Max li elencò. «Primo, ci vuole un informatore sicuro; secondo, mezzi di trasporto rapidi e veloci; terzo, e importantissimo, l’azione dev’essere rapida, decisa e brutale. Sapete», Maxie prese un altro bicchiere, «a momenti dimenticavo il quarto punto. Preparare in anticipo un alibi perfetto.»
Si guardò attorno con un sorriso soddisfatto, voleva la nostra approvazione.
Gli strizzai l’occhio e dissi: «Eh sì, il professore ci ha insegnato parecchio! E che ne diresti di masticare qualcosa? Nessuno ha fame?»
«Buona idea», disse Max. «Me n’ero dimenticato.»
Mandò Cockeye da Katz. Sulla porta, Cockeye si volse e domandò:
«Che volete?» Maxie sorrise.
«Non ho molta fame; per me soltanto due pastramis caldi e due
di carne.»
Patsy gridò: «Per me quattro pastramis!»
Cockeye disse: «Io mezza dozzina di salsicce e tu, Noodles?»
«Due panini di lingua e due di carne», risposi. Mi venne l’acquolina in bocca.
Mentre aspettavamo che Cockeye tornasse con i panini, fumammo e bevemmo in silenzio. I miei pensieri tornarono alla moglie dell’informatore. Perché non le avevo dato un appuntamento? No, quella era troppo per qualsiasi uomo, anche per me. All’inferno! Tre o quattro donne normali alla settimana mi bastavano. Mi stiracchiai, soddisfatto di me stesso e di tutto il resto. Incominciai a sognare ad occhi aperti. Cercavo di scacciare la moglie di John dalla mente e di pensare ai profitti di quei diamanti. Inutile. Il ricordo della sua eccitazione e delle oscene promesse, mi perseguitava. Mi venne da ridere.
I miei compagni mi guardarono incuriositi.
Maxie disse: «Ricominci? A Noodles sta per dare di volta il prezioso cervello».
Per fortuna Cockeye tornò in quel momento con i panini caldi. Ci lanciammo sui panini con la stessa gioia ansiosa di una volta. L’unica differenza era che adesso ne avevamo abbastanza da comperare tutta la carne che ci andava di mangiare. Una sensazione piacevole.
Fat Moe andava avanti e indietro con i bicchieri di birra. Cockeye inghiottì le sue sei salsicce, poi tirò fuori l’armonica, inclinò la sedia contro la parete e incominciò a suonare Goodbye, My Coney Island Baby.
Maxie masticò in fretta l’ultimo boccone, mandò giù un bel sorso di birra e attaccò il primo ritornello. La sua voce baritonale s’intonava piacevolmente con l’armonica di Cockeye. Tutto quello che Cockeye faceva, lo faceva bene. Era abilissimo con l’armonica: a noi sembrava un’orchestra sinfonica. Cockeye e Maxie passarono a The Sheik of Araby, poi a Dardanella.
Dopo un po’ Maxie tacque e Cockeye continuò a suonare una ballata dopo l’altra, ballate dei tempi in cui eravamo bambini, senza un soldo e cantavamo per le strade.
Stavamo comodi, con le sedie inclinate contro la parete, i profumati sigari in bocca. La birra era ottima. Avevamo la pancia piena. Il nostro mondo era sicuro e perfetto. Sulla faccia di Maxie apparve un’espressione beata e soddisfatta. Mi ricordava quella di una giovane ed appassionata vedova di un marito anziano, impotente ormai da molti anni, dopo che l’avevo finalmente soddisfatta.
Eravamo così tranquilli e rilassati, che ci appisolammo uno alla volta. Cockeye russava come una sega nelle mani di un operoso taglialegna. Il trillo del telefono ci svegliò di colpo.
Max prese il ricevitore e disse: «Sì… sì… sì».
Ascoltò per qualche minuto, poi riprese con quel «Sì, sì, sì» e infine riattaccò.
Lo guardammo incuriositi. Maxie se la prese con comodo; accese il sigaro, sbuffò fuori il fumo, buttò via il fiammifero, poi disse in tono indifferente: «Quel maledetto marmocchio, Vincent Coll della banda dell’Olandese su nel Bronx, quello che chiamano Mad Mick si è imbizzarrito».
«Importante, eh? E chi lo conosce?» domandai in tono sarcastico.
«Non è tutto qui», rispose Maxie. «L’ufficio dice che ha convinto trenta soci della banda dell’Olandese a unirsi a lui.»
Maxie aspirò una boccata dal sigaro e continuò: «Ha giurato di far fuori l’Olandese e tutti quelli della ‘combinazione’ che gli capitano tra i piedi. E l’Olandese ha offerto cinquanta bigliettoni a chi fa fuori il marmocchio.» Fischiai.
Patsy disse: «Gesù Cristo!»
Cockeye balzò in piedi eccitato. «Vado a prendere la Caddy,
Max? Si viaggia?» Maxie scosse la testa.
«No, ci correranno tutti appresso alla lotteria. Quello scemo ha le stesse probabilità di fregare la ‘combinazione’ quante ne ha una mucca di fermare un rapido.» Ridacchiò. «E questo non è tutto.» «Che c’è d’altro? Parla, Maxie!» esclamò Patsy.
«Il marmocchio è anche spiritoso. Ha agguantato Big Frenchie, gli ha tagliato un orecchio e lo ha spedito con un biglietto. Dice che vuole ottanta pezzi da mille!» Maxie rise e continuò: «E ha promesso che domani manderà la salsiccia di Frenchie in un panino, se non gli sganciano il grano».
«Con o senza senape?» domandai io.
Maxie non mi rispose.
Continuò: «All’ufficio dicono di stare all’erta. Ci facciamo i fatti nostri, stavolta, se non ci chiamano.»
Moe arrivò con un vassoio di doppi. Giocammo a rummy con due mazzi di carte. Dopo un paio d’ore, Cockeye vinceva cinquecento dollari.
Ero stanco. Respinsi la sedia e annunciai: «Sono scoppiato, vado in rimessa».
«Buona idea, tanto per cambiare si va tutti a sbatterci a letto un po’ presto», disse Maxie.
«Noodles va a casa a sbattere una bionda», esclamò Cockeye ridendo.
«No, stasera no», dissi, andando verso la porta.
«Ehi, Noodles», chiamò Cockeye.
«Sì?»
«Non mi va di cacciare il naso nella tua vita sessuale, ma
dimmelo, è vero quello che si dice in giro di te?»
Guardai Cockeye e non sapevo se offendermi o no. Ma ero curioso di sapere che cosa si diceva in giro di me. Tornai a sedermi al tavolo.
«Be’, Cockeye?» Accesi un sigaro con aria indifferente. «Sono fatti miei, ma sentiamo un po’. Che vuoi sapere della mia vita sessuale?» Sembrava imbarazzato.
«Be’, dicono…» s’interruppe.
«Avanti, da quando sei diventato timido?» Gli sorrisi con aria di superiorità.
Cockeye riattaccò: «Dicono che ogni sera ce n’hai una diversa».
«Una diversa ogni giorno della settimana?» domandai. «Che esagerazione! Non sono così in gamba.»
Sorrisi. «Be’, una sera sì e una sera no, magari sarebbe quasi vero.»
«Eh sì, Noodles, dicono proprio che sei un Casanova.» Maxie sollevò le sopracciglia con aria ironica. «Il Casanova di Broadway.»
«Ah, è così che mi chiamano adesso? Noodles la Lama, Il Casanova di Broadway?» domandai in tono secco. «Uno strano titolo, eh?» Ridemmo tutti.
Patsy disse: «Anche una donna diversa una sera sì e una no è un bel colpo».
«Tre alla settimana per dieci anni, fa…» Alzò gli occhi al soffitto, contando.
Fischiò.
«Gesù, saranno millecinquecento donne!»
Maxie commentò con voce solenne: «Noodles è molto più in gamba di Salomone».
«Già, e posso scegliere meglio di lui. Ci sarà un milione di donne disponibili ogni sera a Broadway.»
Quella discussione incominciava ad annoiarmi. Mi alzai. «Ma stasera mi porterò a letto solamente un buon libro.»
«Che libro?» sogghignò Cockeye. «Dagli stracci alla ricchezza di
Horatio Alger o Diamond Dick
Sorrisi. «Vanno bene per te, Cockeye. Il professore mi ha promosso molto tempo fa.»
Presi un tassì. Feci fermare ad un’edicola e comperai tutti i giornali della sera. Li sfogliai per vedere se c’era qualcosa della rapina. Niente, neanche una riga. Rimasi deluso. Avrebbe dovuto esserci almeno la notizia.
Ero stanco. Arrivato al Fortune Hotel feci una doccia e mi misi a letto. Pensavo ancora alla moglie di John. Un tipo incredibile davvero. Chissà perché era così anormale sessualmente? E in circostanze come quelle. Accidenti, Peggy è una ninfomane, ma in confronto può sembrare una monaca di clausura. Chissà se è una faccenda fisica o mentale. Evidentemente si mette in quello stato quando vede picchiare qualcuno o quando gliele suonano. Le reazioni di una persona normale sarebbero paura o dolore. A lei veniva un gran desiderio sessuale. Be’, scommetto che è un corto circuito, qualche filo ingarbugliato da qualche parte.
Avevo dei libri sul sesso da qualche parte. Andai a guardare nell’armadio zeppo di libri di ogni specie e trovai i quattro volumi, Studi sulla psicologia del sesso di H. Ellis. Sfogliai un volume. Non riuscivo a concentrarmi bene su quello che leggevo, ma conclusi che doveva essere una combinazione di due perversioni: era sadica, e cioè raggiungeva la soddisfazione facendo soffrire il .compagno, ed era masochista, perché le piaceva soffrire. Secondo il libro, era una sado-masochista. Bene, aveva imparato qualcosa di nuovo.
I libri, accidenti, sono meravigliosi. Si riesce a cavarne tutto quello che si vuole, quando si vuole. Di qualsiasi tipo siano, anche romanzi, qualcosa si impara sempre. Ci sono libri su qualsiasi argomento. Chissà se qualcuno scriverà un libro su quest’èra dei gangsters? Una storia successa davvero, come un generale o un soldato che racconta la storia delle battaglie nelle quali ha combattuto. Non sarebbe fantastico, se un tipo come Frank scrivesse le sue memorie? Sarebbero così sensazionali che nessuno ci crederebbe. Che effetto farebbero, stampate, le nostre imprese? Pezzo di imbecille che sono, come si fa a scrivere della rapina di oggi, mettiamo, senza finire in galera? O chi ci crederebbe che è andata così? La gente però legge queste storie ogni giorno nei giornali, lo sa che succedono davvero. Ma che effetto farebbe, scritto da uno che ci ha partecipato?
Risi da solo. Mi sembrava un’idea ridicola. Come facevo a descrivere le nostre imprese illegali, senza accusare Maxie, Pat, Cockeye e tutti quelli della Combinazione? Ma l’idea mi piaceva. E mi misi a pensare.
Forse quando uscirà la vera storia nei giornali, tra molti anni, venti, trenta. Meglio lasciar perdere. È un’idea troppo stupida. Dovrei annotare tutto man mano che accade. Non sarebbe magnifico se la polizia trovasse i miei appunti? E se li mettessi in modo che soltanto io potessi capirli? Forse. Ma se scrivessi come veramente ci comportiamo e parliamo, sarebbe troppo sconcio e volgare. Certe espressioni, che effetto farebbero? Terribilmente volgari. Ma accidenti, tra un po’ gli elegantoni le useranno tutti i giorni. Nascono nell’East Side, le inventiamo noi e loro le adoperano. Credo proprio che proverò. Vediamo, come la chiamerò? La vita di Noodles? O come Pepys, la chiamerò Diario di Noodles. Tutti scrivono libri, perché io no? Vediamo, che forma devo scegliere. Biografico? No, non va. I fatti veri ci manderebbero tutti in prigione. Ecco come farò. Una specie di storia romanzata, cambierò le date, altererò un poco la verità, aggiungerò qualcosa di fantasia. E quando l’avrò scritta, bisognerà che la tenga da parte per una ventina d’anni, soltanto allora i giornali sapranno di questa fantastica Combinazione ed io non canterei su nessuno. Dopo tanti anni, la legge che ci può fare? Devo procurarmi un codice da Brentano.
Pensai agli incidenti che valeva la pena di raccontare.
Vediamo, la faccenda di Capone e la sua organizzazione di Chicago. Credevano di essere abbastanza potenti e sono usciti di squadra. Avevano idee balorde, ma non ci hanno messo molto a capirla. Gliel’abbiamo spiegato noi. Eh sì, Capone ha capito che il solo modo di scamparla era quello di farsi arrestare per porto d’armi abusivo.
Per sua fortuna, gli amici hanno sistemato tutto con la Combinazione, perché neanche la galera era un posto sicuro per quel pallone gonfiato dalla grinta piena di cicatrici.
Poi potevo raccontare come si manovrava con la bevanda.
Proibizionismo? Balle. Entrava da tutte le parti. Le navi della Combinazione stavano all’ancora oltre il limite delle acque territoriali e veloci motoscafi andavano a scaricare la roba. Transatlantici attraccavano in punti isolati di Long Island e la Combinazione lavorava sul velluto, d’accordo con la polizia di tutta la zona. E quei moli dell’East Side, dove arrivava la merce del Canada nei rotoli di carta per i giornali e dove gli autocarri caricavano whisky sotto il naso delle guardie di dogana e della polizia? Nessuno crederebbe se dicessi come quei camion entravano dal Canada, dritti filati, e lasciavano il carico nei diversi centri di smistamento, Detroit e Plattsburg, di dove veniva spedito in tutto il paese. E noi andavamo in giro a ungere le zampe dei federali e degli sceriffi e a dare il fatto loro a gruppetti di teppisti isolati, ignoranti e sfacciati che cercavano di lavorare per conto proprio.
Non riuscivo a dormire. I ricordi si affollavano alla mente. Scesi dal letto, afferrai una matita e incominciai a prendere appunti.
Prima avrei parlato degli inizi della Combinazione: viaggiavamo per tutto il paese per organizzare quello che non era ancora organizzato, a cercare le piccole bande indipendenti che agivano per conto proprio. E avrei detto quello che facevamo con loro. Se diventavano importanti e avevano un forte reddito, si interveniva e le si dichiarava fuorilegge. Dovevano mollare quasi tutto, altrimenti avremmo preso tutto. Ogni tanto, gli indipendenti, o fuorilegge come li chiamavamo, sfidavano la Combinazione, allora venivano sistemati nel solito modo.
Presi appunti sull’affare delle macchine a gettone. Accennai alle lussuose case da gioco sparse per tutto il paese e al controllo sui campi di corse.
Presi nota di come la Combinazione, ricca e potente, controllava il governo per mezzo della corruzione dei funzionari e delle elezioni truccate.
Descrissi la romantica agitazione di quell’epoca e spiegai come ci considerassero con ridicola ammirazione, rispetto e paura.
Scrissi degli speakeasies dei quali ci eravamo impadroniti, compreso quello dove stavamo abitualmente.
Descrissi i clienti dei nostri bar: uomini d’affari, funzionari di polizia, uomini politici, agenti del proibizionismo, tutta la crema dell’East Side. Non potevano venirci i ladruncoli, i malviventi di poco conto e le donne, qualsiasi fosse la loro reputazione. Gli appoggi, le amicizie e le mance facevano del nostro rifugio un fortino inviolabile. La nostra saletta privata era arredata con una grande tavola e delle vecchie poltrone di cuoio molto comode. Consumavamo litri e litri di birra gelida, durante l’estate e dal gelo dell’inverno ci difendevamo con i radiatori bollenti e con i doppi whiskies.
Quella saletta ci serviva da ufficio, rifugio e centro di divertimenti; aveva pesanti porte d’acciaio, finestre a prova di pallottole e tre uscite segrete che non usammo mai. Ci serviva anche da palestra. A volte ci spogliavamo e tiravamo fuori il materassino e i guantoni, come ai tempi andati. Ci esercitavamo nei colpi che non vengono mai usati dai professionisti. Pestavamo il «sacco» appeso in un angolo. Max si divertiva con un aggeggio che teneva nella manica, una sottile rivoltella calibro trentacinque applicata ad una molla d’acciaio che legava alla parte superiore del braccio. Ne toglieva le pallottole e si esercitava per ore intere, in tutte le posizioni e da tutti gli angoli. Faceva scattare la molla, l’arma gli cadeva in mano e lui premeva il grilletto nello stesso istante. Aveva imparato a farlo in un baleno. Cockeye, Pat ed io gli stavamo attorno con le Roscoe nella fondina, senza pallottole, Max gridava: «Via!» e prima che riuscissimo a estrarre le pistole, aveva già sparato tre volte. Allora rideva e diceva: «Siete morti tutti e tre!»
Ma un giorno riuscii a fargliela. Tenevo le mani in tasca. Max disse: «Via» ed io scattai con il coltello chiuso. Glielo puntai contro e dissi: «Sei morto. Hai quindici centimetri d’acciaio nella pancia». Mi guardò con incredulità e rispetto, poi mi batté sulla spalla dicendo: «Bel colpo, Noodles. Continua ad esercitarti. Stai diventando un asso con quel coltello».
A volte passavamo le giornate sonnecchiando, mentre Cockeye suonava l’armonica, altre volte giocavamo a carte, bevendo doppi a tutt’andare.
I miei appunti mostravano come vivessimo bene insieme e le nostre personalità si adattassero le une alle altre. Era raro che avessimo a che dire.
Raccontai come avevamo portato via Fat Moe a un tale chiamato Benny Bum. Il gran difetto di Benny Bum era la mancanza di carattere. Barava, comperava il whisky e la birra da ditte illegali. Lo avevamo avvertito molte volte, ma continuava a comperare da altri, gente dalla pessima reputazione. Molti dei suoi clienti erano diventati ciechi a causa del suo fetido alcool di legno e molti erano crollati morti nei rigagnoli dell’East Side. E sua moglie era la piccola grassa Fanny che avevo conosciuto bambino, quella delle avventure nel gabinetto. Aveva sposato Benny Bum, ma era troppo in gamba per lui. Finalmente lui le ruppe il naso e la piantò per una gallinella di diciotto anni. Perdemmo la pazienza e mettemmo Benny definitivamente al bando della società. Altroché se lo mettemmo al bando! Lo portammo a fare un giretto nella «Borscht Country».
Durante il ritorno da quel viaggio, Patsy guidava e Cockeye suonava una melodia lenta e triste. Maxie lo guardò incuriosito:
«Che cosa suoni, Cockeye?» Cockeye alzò le spalle.
«Non lo so, suono come mi sento. Dev’essere una canzone che mi è rimasta in mente.»
«Un secondo Irving Berlin, suppongo?» fece Patsy in tono ironico.
Cockeye non gli badò e continuò a suonare, per chilometri e chilometri quella nenia dolorosa e lenta.
Mi venne di colpo un’idea. Guardai Maxie e capii che pensava alla stessa cosa.
«Cockeye mette in musica il viaggio di Benny Bum. Mica male, eh, Maxie?» domandai.
Maxie si volse a guardarmi e sorrise. «Tu che ci sai fare con le parole, Noodles, vedi un po’.»
Presi carta e matita e, un po’ alla volta, misi giù le parole seguendo il ritmo. Quando ebbi finito, sentivo il sapore della musica, tant’era familiare. Porsi il taccuino a Max e dissi: «Max, prova a cantare la mia dotta lirica». A bassa voce, Maxie cantò:
C’era una volta Benny Bum, gaglioffo senza scrupoli. L’ultima domenica di luglio, decidemmo di far giustizia.
Lo portammo a passeggio con noi per monti, per valli e per boschi.
‘Fermi, ci siamo.’ ‘A che fare?’ chiese Benny. ‘Raccogliere fiori’, dicemmo, ‘son tanti.’ E quel che fu fatto, fu fatto e tornando.
guardammo e guardammo, ma Benny Bum non era tornato con noi.
‘Che ne è del mio povero Benny?’ domandò la vedova allegra, Fanny.
Non so come, il ricordo di quell’episodio macabro e di quella canzone, mi fece scoppiare a ridere come un matto.
Smisi di scrivere e andai a letto. Ero stanco ma non avevo sonno.
Mi rotolai per il letto, cercando di dimenticare il libro. E ricominciai a pensare alla moglie di John. Il pensiero mi teneva sveglio, mi eccitava. Ma che diavolo aveva quell’asse da lavare? Accidenti, se mi scaldo pensando a lei. Da un po’ di tempo in qua mi eccito al minimo stimolo. All’inferno; che ci sto a fare qui da solo?
Presi il telefono e dissi al centralino che volevo Sweeny.
«Sì, Sweeny, il poliziotto dell’albergo», ripetei. Venne all’apparecchio.
«Ne ho voglia, Sweeny. Hai niente di piacevole giù nell’atrio? Qualcosa di rotondo, niente roba piatta», dissi.
Sweeny ridacchiò. «Ehi, ce n’è finché ne vuoi. Quante te ne servono? Bionde o brune?»
Risi. «Scegli tu. Basta che sia pulita e carina.»
Arrivò due minuti dopo. La guardai dal letto mentre si spogliava. Era molto graziosa e aveva la biancheria nuova e pulita. Si infilò sotto le coperte.
Mi venne vicina e mi sussurrò all’orecchio: «Mi servono i soldi per l’affitto». Lo disse con un sorriso di scusa.
«Sei una ballerina disoccupata?» domandai.
«Come fai a saperlo? Mi hai vista lavorare?»
«No, ma basta guardarti.»
Sorrise e sospirò. «Accipicchia, sei un uomo in gamba. È così difficile trovare lavoro oggi.»
«Calmati piccola. Ne ricaverai più di un mese d’affitto. Sono il patrono di tutte le belle ragazzine disoccupate.» «Quanto sei simpatico», esclamò.
«Per questo ti becchi cinque dollari in più.»
Mi venne più vicina e sussurrò: «Ti adoro, bello, grande, grosso, simpatico, astuto, meraviglioso patrono delle ballerine disoccupate».
Scoppiammo tutti e due a ridere: eravamo due vecchi amici.
Spensi la luce. Era rotonda, morbida e calda.
CAPITOLO XII
IL giorno dopo, dato che non avevamo nulla da fare, incominciammo subito a giocare a rummy. Giocammo per due ore.
Moe entrò e disse: «C’è fuori Moishe, vuole vedervi. Sembra nei guai, eh sì, ha proprio l’aria di avercene parecchi».
«Moishe?» domandò Maxie in tono dubbioso. «È forse quello che ha un negozietto nella Tredicesima Strada?»
«Proprio lui», risposi. Lo ricordavo perché abitava vicino a noi in Delancey Street.
Moishe entrò. Aveva davvero l’aria di esser stato sbatacchiato per bene: una benda intorno alla testa e un occhio viola e le labbra così gonfie che riusciva appena a parlare.
Patsy domandò in tono malizioso: «Che ti capita, Moishe? La moglie ti ha legnato?»
Spostai una sedia e dissi: «Siediti, Moishe. Bevi qualcosa e raccontaci i tuoi guai».
Si inchinò con il bicchiere in mano e disse: «Ah!» dopo aver bevuto. Poi sedette con un gemito e mormorò: «Guai con la moglie? No», e scosse la testa.
Cockeye domandò ridendo: «Allora chi ti ha decorato così bene, la suocera?»
Moishe si volse e guardò Cockeye. Scosse tristemente la testa. «Veh is mir», disse. «Con la suocera me la cavo. Sono grane di lavoro. Mi sono cacciato in un imglick.» Si dondolò sulla sedia con aria dolente. «È terribile. Ho preso a prestito cinquecento dollari da Nutchy per pagare gli operai. Sono dentro fino al collo negli interessi. Ho già dato a Nutchy ottocento dollari, lui dice che gliene devo altri seicento. Io gli ho detto soltanto: ‘Quello che è troppo, è troppo, Nutch’ e mi sono beccato questo.» Si toccò la testa e l’occhio. «Altri seicento, ha detto, o mi rompe tutte e due le mani e i piedi. Che posso fare?»
Continuava a dondolarsi disperato. «Vengo da voi a chiedere protezione, non voglio andare alla polizia. Ho paura di andarci.» «Come mai sei venuto proprio da noi?» domandai.
«Ho raccontato i miei guai al capo del Tammany Club e lui ha detto che forse voi potevate aiutarmi.»
Ci scrutò in faccia cercando di leggervi un po’ di compassione. Fece anche un patetico tentativo di adulazione.
«Tutti dicono che siete così brava gente, potete aiutarmi, per favore?
Parlerete al signor Nutchy, perché la smetta di picchiarmi?» Cockeye si piegò in due dalle risate.
«Quel caro vecchio Nutch. Proprio lui, Nutchy, lo Shylock della
Trentunesima Strada. Non ha cuore!»
Il vecchio fissò Cockeye, offeso e addolorato dalle sue risate.
Maxie lo rassicurò. «Hai fatto bene a venire da noi, Moishe. Non andare mai alla polizia. Nutchy li compera tutti con una charlotte russa. Non ti aiuterebbero davvero!»
Patsy osservò: «Credevo che Frank avesse mandato a dire agli Shylock di calmarsi».
«L’ho sentito anch’io», dissi. «Ma questo Nutchy è avido. A quanto pare non prende ordini.»
«Fetenti come pesci marci, tutti quegli Shylock», disse Patsy.
«Già, uno schifo», approvò Maxie. «Perché diavolo non gliela fanno piantare?»
«Perché c’è in ballo un mucchio di soldi», dissi. «Già, dev’essere così. Quanto vogliono d’interesse quei lerci individui? Mille per cento, no?»
«E anche più. Nessuno sa come li contano i loro interessi», dissi. «Mettono interesse su interesse e alla fine dell’anno arrivano al diecimila per cento.»
«Quegli sciacalli giudei vogliono la carne umana», disse Patsy.
Guardai Patsy. Ero sorpreso.
«Per l’esattezza, Patsy, vecchio mio, questo Nutch è italiano», dissi.
Patsy mi rise in faccia. «Lo sapevo. Mi meraviglio di te, Noodles; un fetente è un fetente e basta.»
Maxie disse: «Siamo tutti fetenti. Noodles, diventi troppo suscettibile».
«Be’, può darsi.»
Sorrisi a Patsy che mi strizzò l’occhio.
«Come mai voi del ramo abbigliamento prendete prestiti dagli
Shylock?» domandò Maxie. «Non ci sono abbastanza banche?»
Il vecchio lo guardò imbarazzato, come se si vergognasse delle ragioni che lo avevano ridotto in quello stato.
«Niente depositi, eh, Moishe?» domandai.
«No, niente fido, niente.»
«Qual è il tuo lavoro?» domandai. «Zipper contractor, sapete, montaggio.» «Rende?» domandò Max.
Il vecchio alzò le spalle. «E come faccio a guadagnare, se devo lottare con gente che ha cinquanta milioni di dollari, come il signor Talon. Ha macchine migliori, ha un prodotto migliore. Compra più a buon mercato, vende a miglior prezzo. Fa le tratte a trenta e sessanta giorni. I miei clienti vogliono le stesse condizioni, allora devo pagare i fornitori con le cambiali. Sono disperato, ho bisogno di danaro, allora ipoteco il macchinario. Per una settimana va tutto bene. Poi sono disperato di nuovo. La compagnia telefonica vuole tagliarmi i fili. Il padrone di casa vuole l’affitto. Ho bisogno di merce per lavorare. Devo pagare Ruby e Itzik, i miei operai. E devo portare a casa un pezzo di pane per mia moglie e i bambini, no? Oy, ziz bitter, bitter.»
Si dondolò avanti e indietro con la testa tra le mani. «E adesso imglick con Nutch. Che posso fare? Buttarmi dal tetto?»
Max mi sussurrò: «Questo Nutch non accetta ordini. Che dici, gli si dà una ripassata? Meglio di no, se si può evitarlo».
Raggrinzò le labbra per un momento. «Forse possiamo sistemarlo in altro modo. Dimmi, Moishe, questo, Nutch ha molto kupper
«Oh sì, credo di sì, signor Max. Dicono che ha tanto kupper.
Presta migliaia e migliaia ogni giorno.»
«Benissimo», disse Maxie in tono deciso. «Visto che non prende ordini, pesterò dove gli farà più male. Nel portafogli. Quanto dice che gli devi, Moishe?»
«Seicento dollari.»
Maxie si chinò a sussurrare qualcosa all’orecchio di Cockeye e gli porse una chiave. Cockeye lo guardò con aria di disapprovazione, poi alzò le spalle, prese la chiave e se ne andò.
Maxie sussurrò a Pat e à me: «Voglio dare una bella fregatura a Nutch. Gli faccio fare il trucco da Jake e Pipy». Mi guardò per vedere se approvavo.
Ridacchiai. «Credi che ci cascherà?»
Max alzò le spalle. «Proviamo, che abbiamo da perdere?» Pat ed io annuimmo.
Maxie si rivolse al nostro ospite. «Bevi, Moishe. Quando torna Cockeye metto tutto a posto io.»
Gli diede una pacca sulla spalla.
«Grazie, signor Max», disse Moishe. Bevve lentamente il suo liquore.
Ci rimettemmo a giocare e Moishe rimase a guardare.
Mezz’ora dopo, Cockeye tornò, porse a Maxie la chiave e una bustina. Max la aprì e una pietruzza scintillante cadde sul tavolo. Uno dei diamanti .della rapina. Maxie lo porse a Moishe.
«Ecco, prendi questo diamante, Moishe. Vale per lo meno due bigliettoni. Dallo a Nutch e digli che te l’ha dato il tuo amico Jake. Jake non ha soldi, ma molti diamanti. Digli di trattenere quello che gli devi e fatti dare qualche centinaio di dollari di resto. Capisci quello che dico?»
Il vecchio annuì. «Sì, sì, capisco.»
«Tieni i soldi che ti dà, sono per te.»
Moishe lo guardò con occhi umidi. «Un giorno lo restituirò.»
«Scordatelo», disse Max. «Ti garantisco che quando vede il diamante strabuzzerà gli occhi.»
Maxie sorrise al pensiero. «E adesso sta’ attento, Moishe. Questo è importante. Ti domanderà dove l’hai preso. Digli che te l’ha detto Jake Goniff, Broome Street. Probabilmente lo conosce. Digli che Jake ne ha molti altri da vendere. Cerca un compratore, vende a buon mercato.
Capisci?»
Povero vecchio Moishe. Dondolava la testa e cercava di trattenere le lacrime di gratitudine.
Finalmente riuscì a borbottare: «Come posso ringraziarvi, signor Max? Siete così buono con tutti, che Dio vi benedica».
«Lascia perdere i ringraziamenti», disse Max in tono burbero. «Ricordati di dire a Nutch che la pietra te l’ha data Jake Goniff che ne ha molte altre da vendere, a buon prezzo. Questo è l’importante.» Moishe annuì umilmente.
«No, non dimenticherò. Gli dirò che me l’ha data Jake Goniff di
Broome Street, signor Max.»
Max gli batté sulla spalla e l’accompagnò alla porta, poi si volse verso Cockeye. «Va’ a scovare Pipy e Jake e di’ che voglio vederli subito.»
Cockeye uscì e noi riprendemmo a giocare a carte. Circa un’ora dopo, Cockeye tornò, seguito da Jake Goniff, Pipy e Goo-goo. Maxie sorrise.
«Vedo che ti porti appresso tutta la banda, Jake.» «Ti dispiace?» domandò Jake.
«Mi dispiace? Da quando sei diventato così educato? Siediti e bevi qualcosa.»
Jake e i suoi amici bevvero.
Patsy attaccò: «Ehi, Jake, non dirmi che sei venuto senza una poesia o un indovinello!»
Jake rise. «Giusto. Pat, stavo proprio per dirvene una.»
«Che tipo di poesia, di Broome o di Delancey Street?» domandò Cockeye.
«Le mie poesie me le faccio da solo.»
Jake era offeso. «È una combinazione di poesia e di indovinello.» «Okay, dacci sotto», disse Max.
Jake non aveva bisogno d’incoraggiamenti.
Il postino venne il primo maggio. Il pompiere arrivò il giorno dopo.
Nove mesi dopo ci furono i guai. Chi ha sparato per primo?
Jake aspettava con ansia la mia critica.
«Mica male, se l’hai davvero fatta tu.»
«Giuro, l’ho fatta da solo», rispose Jake serissimo.
«Va bene, Jake. Lo sappiamo, tutto quello che hai, l’hai rubato a qualcuno, comprese le poesie.»
Maxie tolse di tasca il rotolo, srotolò tre centoni e ne diede uno a testa ai tre, «Ecco la caparra, ragazzi», disse.
Jake sorrideva da un orecchio all’altro. «Grazie Maxie, arrivano al momento giusto. Sono piatto come una ragazza senza tette. Che c’è?
Che bolle?,»
«Conoscete Nutchy, ossia Shylock?»
«Se lo conosciamo, quel fetente? Poco di buono», rispose Jake. «E un tipo che parla dai due lati della bocca e fischia ‘Aspetta che ti frego’. Ho cercato di fargli sganciare qualcosa tempo fa. Niente, lavora soltanto con la gente onesta. È più tirato del sedere di una donna grassa in pantaloni.»
«Eh sì», intervenne Pipy. «è fetente come il pesce marcio. Lo conosciamo. Venderebbe sua nonna per un pezzo di cioccolata.» «Con o senza mandorle?» domandò Cockeye.
«Gli piacciono le cose pelose», disse Goo-goo.
«Molto bene», intervenne Maxie, «lo sapete raccomandare uno, voi. Attenti, dunque. Nutchy si metterà in contatto con voi. Lo sa dove può pescarvi?»
«Tutti sanno che Jake Goniff circola sempre in Broome Street», rispose Jake. «Che c’è in ballo?»
Maxie spiegò: «Tu hai dato a Moishe un brillante da due bigliettoni, come tuo amico e perché nei guai. Badate bene a questo. Voi tre avete fatto una rapina, sollevato un centinaio di bigliettoni di scintilloni e vi guardate in giro. per scaricare la mercanzia. Capito?»
Jake sembrava perplesso. «Sì, ma dove sta il trucco?»
«Il trucco è questo», spiegò Max. «Pipy gli gioca lo scambio, capito? Fornisco io il materiale.»
Jake ridacchiò soddisfatto e batté sulla schiena di Pipy. «Che ci mette Pipy a farci lo scambio con Nutchy? Quanto gli chiediamo per il pietrame?»
«Venti bigliettoni.»
«Muoio dalla voglia di vedere la faccia di Nutchy, quando si accorge che gli abbiamo fregato venti bigliettoni.»
«Appena Nutchy vi manda la parola, venite subito qui. Sarà tutto pronto», spiegò Maxie.
Dopo un altro paio di bicchieri, se ne andarono di ottimo umore.
Noi andammo da Luigi a mangiare.
Mentre mangiavamo, entrò un ragazzino con le ultime edizioni. Max comperò un giornale. C’era tutta la storia. Non capivamo perché avessero aspettato un giorno intero. Audace rapina di diamanti in pieno giorno. L’articolo diceva che sette uomini mascherati armati di mitra avevano rubato per centocinquantamila dollari di diamanti, ed erano fuggiti a bordo di due grosse macchine.
Sorrisi. «Versione caratteristica di un testimonio oculare. Ce n’era di folla a quella rapina. Saranno andati a sbattere l’uno contro l’altro.»
Patsy rise. «Chissà se era qualcuno che conosciamo.»
«Improbabile», fece Max. «Noi non conosciamo gentuccia di poco conto.»
L’indomani, mentre Moe ci preparava bistecche e uova per colazione, arrivarono Jake, Pipy e Goo-goo.
«Magnifico», disse Jake. «Nutchy si è messo in contatto con noi.
Dopo quella storia nei giornali, ci è caduto in pieno, palle e tutto.»
«Già, e con lo scintillone che gli ha dato Moishe: Ho detto che ne avevamo un bel mucchio e che glielo sganciavamo per venti bigliettoni.» Pip ridacchiò. «Vuole concludere l’affare in un appartamento della Cinquantunesima Strada alle otto di stasera. Va bene, Max?»
«Va bene», rispose Max con la bocca piena.: «Volete mangiare qualcosa?»
«Sì, sì, prosciutto, la mia frutta preferita per colazione», disse Jake.
Sedettero con noi. Moe tagliò dell’altro prosciutto e lo mise sulla griglia.
Mandammo giù la colazione con doppie razioni. Maxie lanciò a tutti dei Corona Corona.
Mentre accendevamo, disse: «Cockeye, tu va da Sammy il gioielliere e digli che voglio cinquanta bei zirconi e due sacchettini di tela, identici. Devono essere due, ricordatelo. E della carta velina, capito?»
«Sì, sì, capito», borbottò Cockeye. Uscì fumando e Max porse a Patsy una chiave.
«Lo sai quello che devi prendere nella cassaforte di Eddie?» Pat annuì e disse: «Vado».
«Sai, Max, l’appartamento dove si fa l’affare con Nutchy, è di un certo Oscar», disse Jake.
«Già, Max», interruppe Pipy. «Dev’essere Oscar Setaccio.»
«Probabilmente», dissi, «Nutchy intende vendergli tutto.»
«C’è da scommetterlo», fece Jake. «Ragazzi, quel Nutch va liscio come l’olio.»
«Liscio, certo, e dritto come un corno e due volte più balordo», disse seccamente Maxie.
Moe continuò a portarci la benzina e noi diventammo sempre più allegri. Il tempo passò rapidamente. Cockeye tornò con gli zirconi. Max, con un rapido gesto, li sparse sulla tavola.
«Gesù, brillano come scintilloni veri!» disse lake.
Patsy arrivò poco dopo e si tolse di tasca le bustine. Maxie le aprì e fece un mucchietto di diamanti sul tavolo. Pipy si chinò a guardare.
Maxie esclamò: «Niente dimostrazioni della tua arte, Pipy. Controlla quelle dita svelte o te le rompo una alla volta. Capito?» Maxie mi strizzò l’occhio. Pipy assunse un’aria offesa.
«Dopo tutti questi anni! Lo sai, Max, con te non faccio scherzi.»
Maxie cominciò ad avvolgere i diamanti nella carta velina e li mise ad uno ad uno nel sacchetto di tela. «Volevo soltanto ricordartelo, tutto qui.»
Aiutai Max ad avvolgere i diamanti, poi mettemmo i due sacchetti sul tavolo.
«Ehi, Pip, vediamo un po’ come sei bravo. Dacci una dimostrazione.»
Pipy prese il sacchetto delle imitazioni e lasciò i diamanti sul tavolo. Fece un giro per la stanza, poi tornò lentamente verso il tavolo, prese un bicchiere e lo depose vicino all’altro sacchetto. Poi sedette sorridendo.
«Be’», fece Max. «che aspetti?» Guardammo tutti Pipy.
«Niente», rispose Pipy. «Li ho già cambiati.» Incredulo esaminai il sacchetto.
«Accidenti», esclamai ammirato. «Come hai fatto?»
Controllai di nuovo per assicurarmi di non sbagliare, ma Pipy aveva veramente scambiato i sacchetti. «Ma come hai fatto?» ripetei.
«Così.» Pipy spinse un posacenere vicino agli zirconi e scosse la cenere dal sigaro, poi si volse e disse: «Semplice».
Maxie, ancora incredulo, andò a guardare nel sacchetto e un’espressione piena di rispetto gli apparve in viso. «Pipy, ragazzo mio, sei un vero artista.»
«Naturale, ho studiato e non dimenticarlo», disse Pipy con fierezza. «Vero», aggiunse Jake, «e si è laureato a Sing Sing.»
«E si è anche specializzato», aggiunse Goo-goo. «Ha fatto tanti viaggi avanti e indietro che lo chiamiamo ‘rapido’.» Riprendemmo a giocare e Pipy continuò ad esercitarsi.
Badavo più a lui che non al gioco. Quelle lunghe dita abili mi affascinavano. Ne ho visti di tagliaborse e di artisti dell’imbroglio in azione, ma Pip era un maestro. Un vero artista.
Si trattennero con noi fino all’ora di andare all’appuntamento con Nutch, in casa di quel certo Oscar.
Mentre uscivano, Max disse: «Se succedono guai, chiamate. Aspettiamo qui fino al vostro ritorno. Fate un lavoretto svelto».
«Non ci saranno guai. Lo sistemiamo noi quel. Nutchy», esclamò Jake in tono fiducioso. Se ne andarono.
Il tempo passò. Incominciavamo a preoccuparci. Tolsi la mola dal cassetto, ci sputai sopra e mi misi ad affilare il coltello. Avevo ormai acquistato i movimenti sicuri di un barbiere che affila il suo rasoio. Cockeye prese l’armonica e suonò: We took Benny for a ride in the country. Patsy armeggiava con la sua pistola. Aveva la ridicola abitudine di lucidare i proiettili ad uno ad uno con un fazzoletto pulito. Max camminava avanti e indietro fumando.
Patsy alzò la testa e borbottò: «Forse era meglio andare con loro».
«Jake, Pipy e Goo-goo sanno come cavarsela», dissi. «Aspettiamo altri venti minuti, poi andiamo a darci un’occhiatina», disse Max.
Passarono trenta minuti e stavo per dire a Max: «Be’, si va?» quando arrivarono, tutti sorridenti e compiaciuti. Non ci voleva molto per capire che era andata secondo i piani.
Jake annunciò: «È stata una sciocchezza per Pipy. Non ce ne siamo accorti nemmeno noi, quando l’ha fatto.»
«Una sciocchezza», e Pipy agitò una mano con noncuranza. «Facile come sganciare cinque dollari ad una puttana da due. Tiro fuori gli scintilloni, Nutchy li guarda, fa un fischio e dice: ‘Accidenti!’ Poi se li porta in un’altra stanza. Doveva esserci Oscar Setaccio. Sussurrarono per un po’ e finalmente Nutchy torna senza sacchetto e dice: ‘Bene, vi do quindici bigliettoni’. Fingo che ho preso fuoco strillo: ‘Ridammi le pietre, fetente, venti sono i bigliettoni!’ Nutchy dice: ‘Non t’arrabbiare, Pipy. Provavo, tutto lì. Gli affari sono affari’. Poi Jake afferra Nutchy per il gargarozzo e dice: ‘Merda per gli uccelli, se a loro va bene, a me no. Riporta qui le pietre, si parla dopo’. E così Nutchy corre in camera da letto, morto di paura, riporta le pietre e mette il sacchetto sul tavolo. Io mi piego a guardare e li rigiro.
Nutchy sgancia il ventone e noi si squaglia.»
Pipy gettò il sacchetto e il danaro sul tavolo. Max esaminò i diamanti e annuì soddisfatto, poi contò il danaro.
«Venti bigliettoni, giusti. Lo sapevo che voi ragazzi ce l’avevate la fibra per questo lavoretto.»
Porse loro due bigliettoni da mille a testa.
«Va bene?» domandò. Pipy, Jake e Goo-goo erano felicissimi.
«Certo che va», rispose Pipy.
«Una cosa», intervenne Jake con un sorriso imbarazzato. «Ci ho messo un dollaro e mezzo per il trasporto.»
«Bene, Jakie, gli affari sono affari.» Maxie ridacchiò e lanciò un centone a Jake. «Comperatevi le charlottes russe, bambini!» Jake intascò il danaro.
Ci bevemmo sopra, poi i tre dissero: «Salve» e se ne andarono. Noi ci mettemmo a giocare a rummy. Nessuno stava attento. Giocavamo svogliatamente.
Sbadigliai e dissi: «Che ne direste di un po’ di riposo?»
«Nulla per conto mio», fece Maxie. «Che novità proponi?»
«L’albergo di Eddie, con bionde correnti calde e fredde?» propose
Cockeye. «Una festicciola, così per celebrare.»
«L’avrei giurato», disse Maxie sorridendo. Chiamò Fat Moe. «Se qualcuno ci cerca, siamo da Eddie.»
Lanciammo le carte sul tavolo e andammo da Eddie. Maxie rimise i brillanti nella cassaforte, poi salimmo a prepararci, mentre Eddie organizzava i festeggiamenti.
CAPITOLO XIII
IL giorno dopo, quando arrivammo, Moe ci disse: «Ieri sera un tale ha telefonato almeno dieci volte. Non ha voluto lasciare il nome, soltanto il numero telefonico. Dice che è molto importante».
Maxie guardò il numero con aria pensosa e domandò: «Chi diavolo può essere? E chi diavolo gli avrà dato il nostro numero?
Chiamalo, Cockeye.» Cockeye andò al telefono.
Max disse: «Perché non ci hai avvertiti da Eddie?» «Quel tale non voleva dire niente, allora ho pensato di non scocciarvi», rispose Moe.
Cockeye tornò. Alzò le spalle. «Dice che ha chiamato il capo a Hot Springs, il numero del telefono gliel’ha dato lui. Ha un’ospite e non vede l’ora di liberarsene. Dice di chiamare il capo per la conferma.»
«Ha dato il nome?» domandò Max.
«No, soltanto l’indirizzo. Cinquantunesima strada, appartamento 4D.
Dice di andare subito, l’ospite è già piuttosto maturo. Puzza.» Max ed io ci scambiammo un’occhiata.
«Gli hai domandato se ha tappeti?» disse Max a Coekeye.
«Già. Dice da una parete all’altra.»
«Bene, Cockeye. Va’ da Klemy, quello della pulizia dei tappeti e digli che mi serve il furgone. Non scordarti un paio di uniformi.
Poi vieni con il mezzo a casa di quel tale. Noi ci saremo già.» Cockeye annuì e borbottò: «Sempre il fattorino».
Arrivammo in un baleno nella Cinquantunesima Strada, salimmo al quarto piano e suonammo all’appartamento 4D.
Da dietro la porta, una voce lenta, rauca e insolente, domandò:
«Chi è?»
Maxie disse il proprio nome e la porta si aprì lentamente. Maxie entrò cauto, con la Roscoe pronta. Io seguivo, con la mano in tasca. Pat mi stava dietro, ferro in pugno. L’ometto grassoccio e anziano ci rivolse un largo sorriso.
«Accomodatevi, signori», disse. «Perché tutto questo spiegamento di ferraglie?»
Maxie si guardò intorno. «Paura delle ferraglie? Dov’è l’ospite?» L’uomo indicò un’altra stanza.
«Di là.» Sorrise. «No, niente paura.»
«Hai chiamato Hot Springs?» domandai.
Il grassone replicò: «Sì, prima ho provato a New Orleans».
Sorrise con aria saputa. «P. C. mi ha dato il numero di Hot Springs. Ecco come vi ho scovati. Ho sentito molto parlare di voi.» Maxie sollevò le sopracciglia con aria interrogativa. L’altro riprese a parlare con quella sua voce lenta e gracchiante: «Oh, non fraintendetemi! Mai sentito niente che non fosse buono, ragazzi in gamba eccetera. t un vero piacere conoscervi». Porse la mano.
«Mi chiamo Oscar Antwerp. Sentito mai nominare?»
Lo disse come per farci capire che sarebbe rimasto molto deluso se dicevamo di no.,
«Sì, sei Oscar Setaccio», dissi.
Oscar s’illuminò d’orgoglio. «Sì, sono io, il più grosso setaccio di New York. Compro merce di valore, ma non questa robaccia», indicò il nostro sacchetto.
«Che c’è la dentro?» domandai con aria innocente.
Oscar aprì il sacchetto e sparse gli zirconi sulla tavola. «Belli, come scintilloni», fece Patsy.
Oscar scosse la testa. «Belle imitazioni, valgono cinquanta dollari. La mummia è Nutchy, lo chiamano Shylock. Mai sentito nominare?»
Maxie scosse la testa. «No. Chi è?» «Mai sentito nominare», aggiunse Patsy.
«Be’», riprese Oscar, «questo Nutchy arriva e dice che è in contatto con quelli della rapina dell’altro giorno, quella di centocinquantamila che era in tutti i giornali. Questo Nutchy dice che ha sistemato tutto per ricomprare il peso. Gli ho detto di pagare quello che vuole, io gli davo il venti per cento del valore delle pietre. E capita questo:
«Ero in camera da letto e guardavo dal buco della serratura. Entrano tre tipi, mostrano un sacchetto a Nutchy, Nutchy viene da me, li guardo con la lente. Sono belle pietre, limpide, ma non valgono centocinquanta bigliettoni. Dico a Nutchy che per novanta vanno sul mercato di fuori e che non gli pago più di diciotto, perché scottano parecchio. Dice che con diciotto ci perde; ne ha promessi venti a quei ragazzi. Infine dico: ‘E va bene, te ne do ventidue’. Siamo d’accordo. Torna nell’altra stanza, li sento discutere. Cerca di fregarli con quindici. Non ce la fa. Viene di corsa da me, riprende il sacchetto e lo riporta là. Vedo attraverso il buco della serratura che paga i venti bigliettoni e quelli se ne vanno.
«Allora esco. A Nutchy non gli va .molto un profitto di duemila.
Gli sgrano i miei ventidue, ma ci sto bene attento in questo genere di affari. È facile farne saltare un paio e così apro il sacchetto per contarli. Vedo subito che sono falsi e dico a Nutchy: «Che ti credi di fare, l’altalena? Sono falsi! Nutchy poco ci manca che caschi morto.
«Fa l’agguanto sul mio mucchietto di grano, gli dico giù le mani. E quel fetente mi accusa di averla fatta io la girandola! Io! Con la mia reputazione di onestà!
«Dico: ‘Nutchy, o stai cercando di dondolarmi o quei tre ti hanno rifilato la fregatura. Meglio che tu prenda i fasulli e squagli’. Allora ci rifà con l’agguanto. Questo è proprio ironico, ragazzi». Il grassone sghignazzò con la pancia traballante. «Invece di ventidue, Nutchy si becca una quarantacinque.» Aprì la giacca e ci mostrò la pistola sotto l’ascella. Come quella che portavamo noi.
Entrammo in camera da letto ed eccolo là Nutchy, con un bel buco nella testa, tutto coperto di sangue. Il grassone rise di nuovo.
«Quanto mi costerà levarmi di torno la mummia?» Continuava a ridacchiare, come se lo trovasse uno scherzo divertentissimo. Non riuscivo a capirlo.
«Cinque grandi», disse Maxie.
Oscar smise di ridere e una cupa espressione di tristezza gli apparve in viso.
«Direi che è caruccio», disse. «So che i membri della Combinazione ne pagano soltanto tre per lo stesso servizio.»
«Bene, bene», fece Maxie, «per farti felice.»
«Sì, mi fa proprio felice.»
E riattaccò con quella sua risatina macabra.
Staccò tre bigliettoni da un rotolo grande abbastanza da imbavagliare Joe E. Brown.
«Chissà se posso toglierli dalla tassa sul reddito», disse.
«Certo», feci io. «Rischi professionali.»
Il grassone emise una gran risata. «Ragazzi, siete meglio del solletico.»
Maxie guardò la figura distesa a terra. «Questo Nutchy era così torto che dovremmo metterlo sottoterra con un cavatappi.» Il grassone parve scoppiare. Poi si riprese.
«Come la spostate, la mummia?» domandò.
«Vedrai. Garantisco ai miei clienti la completa soddisfazione», disse Maxie.
Il grassone sghignazzò di nuovo, come se non. avesse mai sentito niente di tanto buffo.
«Tipo allegro, eh?» osservai io in tono sarcastico.
Non avevo ancora finito di dirlo, che già me ne pentivo. Sghignazzò per cinque minuti consecutivi. Per farlo smettere, gli domandai se aveva niente da bagnarci le labbra.
Il grassone tirò fuori una bottiglia di scotch e una di soda. Noi bevemmo lo scotch e lui la soda.
Ci guardava ammirato. «Ragazzi, la riponete in fretta quella roba, eh?»
«Siamo stati allevati così. Ci hanno svezzato a un mese, niente più latte.»
Oscar scoppiò a ridere ancora una volta. Incominciava ad annoiarmi a morte.
Mormorai a Maxie: «Se quel fetido grassone continua così, ne avremo due di mummie da sistemare».
Il campanello suonò e Cockeye entrò in uniforme da autista; ne portava un’altra per Patsy. Sulla camicia c’era scritto: Pulizia tappeti. Cockeye domandò in tono serio:
«Quanti tappeti, signora?»
«Piantala», rimbeccò Maxie, «abbiamo da fare.» Spostammo i mobili, arrotolammo il tappeto con dentro Nutchy e legammo le due estremità. Patsy indossò l’altra uniforme e insieme con Cockeye trasportò il tappeto nel furgone che aspettava dabbasso. Max ed io finimmo la bottiglia di scotch.
Mentre stavamo per andarcene, Oscar domandò: «Mi restituirete il tappeto? È cinese autentico, costa parecchio».
«Già. Rimesso a nuovo», rispose Maxie. «Lo riconsegneremo tra una decina di giorni, niente paura.»
Il grassone riattaccò con lo sghignazzamento. Uscii in fretta, prima di perdere la pazienza e di fare qualcosa di inutile.
Andammo alle pompe funebri. Patsy e Cockeye c’erano già e preparavano Nutchy per la sepoltura. Lo avevano infilato nella cassa più a buon mercato che avevamo. Max mandò Cockeye dal tipografo di Thompson Street per i documenti indispensabili, poi telefonò al cimitero di tener pronto un buco. Io telefonai ai luttuosi professionisti. In meno di trenta minuti, Nutchy era in viaggio.
«Un saluto rapido, direi», fece Max.
«Meglio di quello che si merita», dichiarò Patsy.
«Che nome c’era sul certificato?» domandai a Cockeye. «Tanto per la regolarità.»
«Non sono riuscito a pronunciarlo», rispose Cockeye. «Pete ha detto che era quello di suo cognato e mentre scriveva, ripeteva:
‘Spero, spero proprio’.»
«Allora vada al diavolo», dissi. «Questo lo si cancella definitivamente.»
Appena entrammo in ‘ufficio’, Moe arrivò con un vassoio carico di bicchieri e la notizia che l’ufficio centrale aveva chiamato.
«Telefonare subito, dicono che è molto importante.» Maxie andò all’apparecchio. Noi sentimmo soltanto il solito: «Si, sì, sì». Finalmente riattaccò. Si avvicinò lentamente alla tavola e sedette con aria preoccupata. Lo guardammo. Prese il bicchiere e lo vuotò in un sorso solo.
«Niente d’importante», disse. «In città non si muove niente, almeno per quanto ci riguarda. Una faccenda sola che non quadra. Quel maledetto Vincent Coll. Ha avuto i suoi ottanta grandi dalla
Combinazione e Frenchie è rientrato tutto intero.» «Meno un orecchio», dissi.
Maxie sorrise: «Piantala di tagliare in due i capelli, Noodles. Be’, l’ufficio dice che Mad Mick è ancora sul sentiero di guerra, a caccia di pezzi grossi da agguantare.»
Max sorrise di nuovo. «Deve credersi di averla avuta grandiosa la trovata, il marmocchio, con l’agguanto dei pezzi grossi. Per il momento, c’è lui in testa, con un prelievo da ottanta pezzi e cinque morti di piccolo calibro.»
«Perché non si entra in gara, Max?» dissi. «E non si confeziona questo Vincent?»
«No», rispose Max, «l’ufficio ha diramato cinquecento cannonieri carichi. E non ha bisogno di noi. Tanto più che è già in contatto con Shorty, la mano destra di Vincent. Shorty ha mandato parola che vuol sapere se la taglia dell’Olandese gli va su misura. L’ufficio dice che è caccia aperta a tutti. Entra in gara chi vuole e così si tratterrà ormai di un paio di giorni. Shorty ci sta già vicino all’incasso. Credo che lo farà fuori.»
Patsy sembrava deluso. «E così noi non si esce?»
Maxie scosse la testa. «Dice di star fermi. Ma è una buona cosa, perché oggi aspetto John.»
«Che viene a fare? A ricomperare i diamanti per la compagnia di assicurazione?» domandai.
«Sì», fece Max. «E questo mi ricorda una cosa.» Si rivolse a
Cockeye. «Va’ a prendere le pietre nella cassaforte di Eddie.»
Gli lanciò le chiavi e Cockeye uscì borbottando. Tornò quaranta minuti dopo con il sacchetto dei diamanti.
Max lo intascò senza far commenti, poi inclinò la sedia all’indietro, appoggiò i piedi sul tavolo, spinse il cappello sugli occhi e si addormentò. Patsy e Cockeye lo imitarono.
Il sapore dello scotch di Oscar mi era rimasto in bocca. Non ne bevevamo quasi mai, sempre rye. Andai al bar e presi una bottiglia di scotch, la riportai in ‘ufficio’ e mi versai un buon bicchiere. Il sapore mi andava proprio. Un ottimo whisky scozzese. Riempii di nuovo il bicchiere. Sedetti e continuai a bere.
Mi annoiavo. Presi la mola e affilai il coltello. Il movimento mi calmò. C’era silenzio, a parte il ronfare di Cockeye e lo strofinio ritmico del mio coltello sulla mola.
Non so quanto tempo dormissero, ma so che bevetti un bicchiere dopo l’altro di whisky, continuando ad affilare la lama.
Quando arrivò Moe, smisi di bere e di affilare e gli altri sì svegliarono. Mi guardò in modo strano. Prese la bottiglia, fischiò e la depose di nuovo sul tavolo. Vidi in quel momento che era quasi vuota.
Moe dichiarò: «Dolente di svegliarvi, ragazzi, ma c’è fuori un signore. Dice che si chiama John. Dice che lo aspettate. Va bene, se lo faccio entrare?»
Maxie si stiracchiò sbadigliando. «Va bene. Mandalo dentro.»
Entrò un uomo alto e magro di media età, con una borsa in mano. Lo osservai con interesse. Mi ispirò un’immediata antipatia, e non perché era il marito di quella pervertita. Non lo avevo mai visto, ma mi ricordava qualcuno che avevo detestato molti anni prima. Ecco, mi ricordava proprio quel maledetto padrone di casa, quando abitavamo in Delancey Street. Aveva gli stessi occhi sfuggenti, gli stessi baffetti militareschi e ben curati. Anche gli abiti mi ricordavano il padrone di casa, la bombetta di sghimbescio, il fiore bianco all’occhiello e il cappotto nero attillato. Ci guardò con aria sprezzante, come se il padrone del mondo fosse lui.
Maxie ce lo presentò.
Aveva un sorriso altezzoso, meccanico. Anche come porgeva la mano, era un insulto. Chissà chi si credeva di essere, quel fetente. Maxie, evidentemente, lo conosceva bene.
«Bevi qualcosa, John», gli disse.
Non ho mai sentito nessuno rispondere «no» in tono tanto sprezzante. Quel figlio di puttana si comportava come se non fossimo degni di bere con lui. Guardai Max. Per un attimo credetti che avrebbe reagito, ma riuscì a controllarsi. Io stavo perdendo rapidamente la pazienza.
«E allora, come va la vita?» domandò Maxie in tono cordiale.
«Tralasciamo gli inutili convenevoli e veniamo agli affari», fu la secca risposta.
Accidenti, schiumavo. Avevo una gran voglia di mollargliene uno di solido sul grugno. Guardai i miei compagni. Lo fissavano con occhi gelidi. Strano, non erano furibondi come me. E così, questo era il funzionario delle assicurazioni che ci aveva fornito le indicazioni per le varie rapine? Il proverbiale Giuda che tradisce i suoi amici per le proverbiali trenta sporche monete d’argento? Lui e la sua distintissima consorte.
Proprio buffo, pensai. Scommetto che, oltre a tutto ci guarda dall’alto perché siamo cresciuti nell’East Side. Scommetto che si considera un uomo d’affari onesto, un membro onorato della società. Razza di fetente ipocrita!
Cribbio, se ne incontrano di tipi come quello, con quell’atteggiamento valgo-più-di-te. Puttane, tutti quanti. Vengono via per una charlotte russa. Sfruttatori, farabutti. E quei vermi dei funzionari pubblici che si lasciano ungere da tutte le parti. E gli uomini di legge che tradiscono i loro clienti.
Una bollente indignazione mi cresceva dentro. Lo sapevo, erano pensieri assurdi per uno come me, ma non riuscivo a controllarmi. Continuavo a ruminare.
E di colpo, mi vennero in mente le nostre poche cose accatastate sul marciapiede, mia madre piangente per la vergogna e la disperazione. Ed io mi ero avvicinato ad uno degli uomini che trasportavano la nostra roba. Gli avevo toccato il braccio e gli aveva detto soltanto: «Per favore, signore, per favore».
E lui aveva risposto: «Fuori dei piedi, ebreo puzzolente».
E quel fetente ipocrita di direttore della compagnia di assicurazione, era il ritratto del padrone di casa. Compagnie di assicurazione? Che cosa sono? Scommettitori, allibratori in grande, legali. Scommettono che non morirete ad una certa età o che non vi capiterà un incendio. Scommettono su qualsiasi cosa.
La mia furia cresceva. Avevo la mano destra in tasca, con un dito sul pulsante del coltello. Se lo avessi tirato fuori e glielo avessi piantato nella trachea, l’espressione su quella faccia da schiaffi sarebbe cambiata, e in fretta! Quel figlio di puttana! Mi guarda. Scommetto che lo sente, quanto lo odio. Sarebbe un gran bel cadavere distinto, con il fiore bianco all’occhiello. Eh sì, lo sposo di quella masochista ci starebbe a pennello, lungo disteso in una cassa.
Feci un passo avanti. La pressione cresceva. Sentivo il sangue pulsarmi nella testa. Ero avvolto in una nebbia di furia e di ubriachezza. Quel fetente mi guardava terrorizzato. Mi avvicinai ancora. Premetti il pulsante e la lama scattò fuori. Lo scatto e il lampeggiare del coltello lo ipnotizzarono.
«Niente chirurgia con questo paziente», disse Maxie, afferrandomi il braccio. «Che ti piglia, così di colpo?»
Sudavo. Sedetti. Già, che mi piglia? Max mi lanciò un Corona. Lo presi al volo, morsi la punta e cercai i fiammiferi. Quel fetente continuava a guardarmi. Maledizione, tremavo tutto dalla rabbia impotente. Meglio che me lo scordi. Mi dà di volta il cervello. Vada al diavolo! Che mi piglia, sto diventando un bullo sadico o cosa?
Patsy si chinò ad accendermi il sigaro. «Che ti prende, Noodles?» sussurrò.
Come potevo spiegargli che quell’individuo era il simbolo… di cosa? Be’, di quel che odiavo di più al mondo? Forse quel tale Freud avrebbe potuto spiegarglielo, poi mi dissi: «Sei fradicio, cretino, fradicio!»
«La sua faccia non mi va», risposi.
«Neanche a me», disse Patsy.
L’uomo sedette. Tolse di tasca il fazzoletto e si asciugò la fronte con mano tremante. Maxie spinse un bicchiere pieno verso di lui. John lo prese, mormorando un sommesso e rispettoso: «Grazie, Max». Tremava tanto che versò metà del contenuto, prima di riuscire a portare il bicchiere alle labbra.
«E allora, John?» disse Max cordialmente. «Tauchess offen tish.»
A quanto pare, capì. Tolse dalla borsa una grossa busta.
Max l’aprì, sparse sul tavolo trenta pacchetti di banconote legati con strisce di carta che portavano la scritta: diecimila dollari. Levò di tasca il mucchietto dei diamanti e lo lanciò all’assicuratore.
«Manca una pietra, perduta nel trambusto. Tutto bene, John?»
Aspettavo che protestasse, ma non aprì bocca. Annuì docilmente. Il suo atteggiamento era cambiato. L’appartenente ad un’alta classe sociale in visita presso i rifiuti della cloaca non c’era più. Max spinse verso di lui tre mucchietti di danaro.
«La tua percentuale, John.»
«Molte grazie, Max.»
Il sorriso e l’inchino ci comprendevano tutti, come un cameriere ossequioso, dopo aver ricevuto la mancia.
Poi, dopo aver bevuto di nuovo, riprese un po’ di corda. Mise i tremila nella borsa e chiuse la lampo.
«Posso dirvi che è stato un ottimo lavoro? Davvero perfetto. Una cosa sola, beninteso non voglio criticare, ma era necessaria tanta violenza?» Fece una risatina nauseante. «Tre uomini all’ospedale e mia moglie a casa in preda a grave shock.»
Un accidenti, lo shock! È una gran voglia, ecco che cosa ha. Scommetto che non ce la fai a soddisfare quella cagna. Max emise una nuvola di fumo.
«Be’, John, ti dirò che quando si fa una rapina, non si fa per scherzo. Roba seria.»
«Oh sì, sì. Lo so che avete fatto un ottimo lavoro e che siete i migliori nel ramo. Mi siete stati raccomandati tempo fa.» Trasudava compiacenza e cordialità.
Max tagliò corto. «Va bene, John. Quando te ne capita un’altra, mettiti in contatto con il solito sistema.»
«Sì, sì», mormorò. Prese la borsa e si alzò. «Ne sto preparando un’altra ancora più succosa. Sarà matura tra un mese all’incirca. Uno dei miei clienti più grossi.»
Max lo prese per un braccio e lo accompagnò alla porta. «Molto bene, faccelo sapere, John.»
Il pusillanime fetente sorrise. «Sarà un piacere lavorare di nuovo con voi, ragazzi.»
Colse la mia occhiata sarcastica. Si volse e uscì con un quasi inintelligibile «arrivederci».
Max rispose: «Arrivederci» e noi lo guardammo andarsene in silenzio.
Max sedette e mi sorrise.
«Tutta quella voglia di tagliare la gola alla gallina dalle uova d’oro?»
«Fa schifo. Non possiamo fidarci di lui», dissi. «Può metterci nei guai per questa faccenda. È il nostro tallone di Achille.»
Maxie ammucchiò il danaro. «Giusto, Noodles. Fa schifo. Un giorno o l’altro dovremo eliminarlo.»
Tolse del danaro di tasca e lo aggiunse al mucchio. «Ventisette di John, quattordici dopo aver pagato Jake e i suoi per la giostra di
Nutchy e tre per averlo seppellito. Vediamo un po’…»
Si frugò in tasca alla ricerca di una matita, prese un biglietto da cento dollari e si mise a scarabocchiare.
«Mmmmm… Sono quarantaquattro grandi. Diviso per quattro… Be’, secondo i miei calcoli, fa undici a testa. Controlla, Noodles, dimmi se è giusto.»
Lanciai un’occhiata distratta. Ero troppo intontito per capire qualcosa. «È giusto», dissi.
Maxie diede ad ognuno di noi la sua parte e osservò in tono cinico: «Il delitto non rende. Dovremmo cercare un impiego come magazzinieri da Macy».
Patsy disse: «Cribbio, se quel posto andrebbe bene da ripulire! So che il giorno prima di Natale hanno in cassa almeno un milione di dollari».
«Un milione di dollari», ripeté Cockeye con aria ansiosa. «Ehi, Max, è una buona idea. Dovremmo andare a lavorare da Macy.»
«No, niente Macy. Sto preparando qualcosa di molto più grosso.»
Maxie si dondolò con la sedia. Aveva in viso una espressione sognante.
Chissà che cosa intendeva dire? Una rapina di più di un milione di dollari? Che diavolo, pensa ancora alla Banca Federale? Dopo tutti questi anni, ci pensa ancora?
«Max, stai sempre ruminando il lavoretto alla Banca Federale?» domandai in tono sarcastico.
Mi guardò per un attimo e rispose: «Sì, esatto. Sto inquadrando la faccenda e appena ho tutto in mano, si va».
Non sapevo se ridere o discuterne. Lo guardai per un secondo. Lo guardammo tutti. Avevamo un accidenti di fiducia in lui, ma rapinare la Banca Federale? Era una fortezza impenetrabile,
proprio nel centro del distretto finanziario e tutti sapevamo che se un noto criminale faceva soltanto sentire il suo odore in quella zona, lo beccavano. Tutta la malavita sapeva che il distretto finanziario era inavvicinabile. Ma come diavolo si fa a saperlo? Con Maxie tutto è possibile.
«Hai qualcuno che dà lo scandaglio al locale?» domandai. «Già, ho qualcuno.»
«Notizie?» domandò Patsy.
«Ci si fa?» domandai.
«Be’, sì e no. Sto cercando di capirlo. I sotterranei forse sono troppo difficili, ma ho un piano per agguantare quel poco che i furgoni corazzati sbarcano ogni giorno, i depositi delle banche
associate. Agguantare all’esterno, mentre scaricano.»
«Quant’è quel poco che scaricano?» domandai in tono sarcastico.
«Oh, più o meno dieci milioni in contanti», rispose Maxie con un sorriso freddo. Ci guardò per vedere se eravamo abbastanza colpiti. Gesù, pensai, sono ubriaco o lo è Maxie?
CAPITOLO XIV
ERA mercoledì mattina. Avevamo avuto pochi visitatori e di scarso interesse. Moe e i suoi aiutanti si davano da fare al bar con la solita clientela. Noi ci dedicavamo al nostro solito rummy. Poi arrivò Moe annunciò: «C’è fuori Peggy. Vuole vedervi».
Stavamo giocando e non gli badammo.
Poi Maxie alzò gli occhi dalle carte per un attimo. «Peggy? Che Peggy?» domandò.
Moe si mise tutte e due le mani sui fianchi e avanzò dondolando le grasse chiappe.
Maxie depose le carte di colpo ed esclamò tutto eccitato: «Peggy la bumehke? Perché non l’hai detto? Falla entrare!»
Sapevamo che lavorava come professionista da molti anni e ci aspettavamo di vedere la solita prostituta dall’aria squallida, distrutta, disseccata e drogata. Mi faceva una pena terribile.
«Viene per soccorsi. Ragazzi, sarà felice di quello che le daremo!» Mi sentivo tutto riscaldato al solo pensiero.
Mi vedevo nell’atto di porgerle il danaro e di dirle: «Ecco, Peg, qualcosa per comperarti una charlotte russa».
E come rimasi quando entrò! Ci alzammo tutti in piedi e ci inchinammo cavallerescamente. La bionda Peggy fece un ingresso in grande, come Mae West nella Signora dei diamanti. Era giovane e avida come non mai, coperta di pelliccie e di gioielli scintillanti. Ci abbracciò e baciò uno alla volta.
Cockeye le corse tutto intorno annusando. «Ah, che profumo! Che adoperi, Peggy? Mercato del pesce? Sei proprio una puttana ben messa, con tutto quell’arredamento di gran classe!»
Peggy rispose: «E tu hai l’aria di soffrire della malattia hawaiana».
Cockeye era preoccupatissimo. «Che malattia è?»
Peggy lo guardò, sorridendo, da capo a piedi. «Mancanza di sfogo. Intasato. E fare il pagliaccio a quel modo! Quello che ti occorre, è un bel giro intorno al mondo con una francesina che ho nel mio locale.»
Maxie rise. «Serve qualcosa, eh Peggy?»
«Sì, ma non danaro. Per voi ragazzi, da me è tutto gratis. Come ai bei tempi. Portatemi una charlotte russa.» Rise allegramente. «Paga la casa, quando venite voi a trovarmi. Te ne ricordi, Noodles?» Mi mandò un bacio.
Glielo restituii.
«Che c’è?» domandò Maxie. «Non sarai venuta in Delancey Street per il piacere di rivedere i vecchi luoghi, no?»
«Be’, Max, c’è un lavoretto che potete fare soltanto voi.»
Maxie sollevò le sopracciglia. Peggy fraintese e alzò una mano, come per rassicurarlo.
«Non preoccuparti, pagherò quello che c’è da pagare per il tuo disturbo.»
«Peggy», intervenni. «Hai offerto i tuoi servizi gratuitamente e disinteressatamente a tutti noi. Dobbiamo ricambiare. Ti aiutiamo per niente.»
Maxie aspirò dal suo sigaro, gettò la cenere sul pavimento e fece un inchino. «Sì, Noodles dice bene. La nostra abilità professionale è a tua disposizione, Peggy.»
Avevo notato l’atteggiamento cortese e rispettoso di Maxie. Era una lezione imparata dal nostro vecchio amico, il professore. Ci ripeteva sempre: «Trattate una puttana come una signora e una signora come una puttana».
Max parlava con galanteria. «E per quanto riguarda il danaro,
Peggy, dalle donne non ne prendiamo mai. Quella è roba da ruffiani.»
Peggy aprì la borsa e agitò un grosso rotolo di biglietti da cinquecento. «Andiamo Maxie, mi va bene. Non voglio niente per niente. Lo sai che non scrocco mai, mi piace pagare per quello che ricevo.»
Maxie meditò un attimo, poi levò di tasca il suo rotolo, ne tolse dieci biglietti da cento dollari e li mise sulla tavola.
«Dato che ci tieni tanto a sganciare, sai che faremo, Peg? Soltanto perché insisti, bada bene. Copri questo gruzzolo e lo mandiamo alla
Casa del fanciullo. Prometto di risolvere i tuoi problemi.»
La faccia di Peggy si illuminò. «Ottima idea», disse. Sorrise e aggiunse altri mille dollari. «A buon mercato, anche se fosse il doppio.»
Maxie si rivolse a Cockeye: «Il buon samaritano lo farai tu».
Cockeye prese il danaro.
Mentre apriva la porta per uscire, Maxie gli gridò dietro: «Fatti fare una ricevuta o una lettera di ringraziamento».
Cockeye si fermò, guardò Max con aria risentita e domandò: «Be’, e questa? Non ti fidi più di me?»
«Non fare il cretino! Voglio la ricevuta per le tasse!»
Peggy allungò la mano verso un altro bicchiere, accese una sigaretta ed emise il fumo dalle narici sottili. Poi sospirò. «Lo sai
Max che ho un locale di gran classe?»
«Sì. Così mi dicono. Allora… veniamo al dunque. Che c’è che non va, Peg? Poliziotti o artisti dello sfrutto?»
«No.»
Peggy aggrottò la fronte e scosse la testa. «I poliziotti non mi hanno mai infastidita. Whitey fa servizio nel mio distretto e lo sai
che noi due siamo sempre andati d’amore e d’accordo.» Chinò la testa con un gesto civettuolo.
Scoppiammo a ridere. Ricordavamo.
«Quel vecchio fetente, gli resta ancora qualcosa?» domandò Patsy.
Peggy gli pizzicò una guancia. «Non ci crederesti!»
«Ne ha abbastanza da soddisfarti, Peggy?»
Peggy agitò i fianchi. «Lo sai che a me non basta mai!»
«Be’, polizia tutto a posto, allora che ti preoccupa, Peg?» domandai.
«Che mi preoccupa?» ripeté lei.
Sbatté gli occhi con ira e arrossì sotto il trucco. Sottolineò ogni parola battendo un dito sul tavolo:
«Durante tutto il mese scorso, ogni venerdì, il giorno più pesante della settimana, appare misteriosamente un figlio di puttana che mette contro la parete le mie ragazze e i clienti e svaligia tutti. Incomincia a scocciare parecchio».
Scoppiammo a ridere. «Ma insomma, Peg, deve mangiare anche lui», dissi. «Vivi e lascia vivere!»
«Ridete pure, voi, ma per me non è divertente. Be’, se fosse successo una volta sola, ma mi sembra un po’ strano, per tre settimane di fila. Diventa monotono. Ogni maledetto venerdì sera, la stessa storia. Oltre a rovinarmi gli affari; fa scappare i clienti. Hanno paura. E le ragazze, sono così spaventate che non pensano più a quello che fanno.» «Be’, pazienza», dissi io.
«Già, capisco», fece Max.
Peggy agitò le mani. «Va bene, ridete pure. Me lo sistemate, vero
Max? Eh, Noodles?»
«Certo, Peggy, prenderemo in mano la situazione. Non preoccuparti», dissi.
«Quel figlio di puttana sa che non posso rivolgermi alla polizia e che non voglio tirare in ballo Whitey. E così si approfitta di una donna, quel fetido bastardo», fece Peggy in tono lamentoso.
«Non prendertela», dissi Patsy accarezzandole i capelli biondi. «Quando avremo finito di sistemarlo, capirà che è più salubre una banca e non il tuo locale.»
Peggy mise un braccio intorno alla vita di Patsy e gli sorrise. «Puoi immaginartelo, Patsy, che effetto fa ai miei clienti. Proprio nel bel mezzo di un tête-à-tête con una bella figliola, li interrompono e gli dicono: ‘Alto le mani!’ Imbarazzante, no? A te che effetto farebbe,
Patsy?»
«Se il tête-à-tête fosse con te, non gli baderei neanche.» Patsy rise. «Continuerei a farmi i fatti miei.»
Peggy si strinse a Patsy e gli sorrise teneramente. «Questo si chiama un lavoratore coscienzioso!»
Maxie non scherzava. «Che faccia ha quel bestione?» domandò.
Peggy si alzò in piedi e si tirò giù il busto con un affascinante contorcimento di fianchi.
«Non lo so, è molto alto, mi pare. Pressapoco come Patsy.»
Lanciò a Patsy uno sguardo invitante e lui se lo godette tutto. Lo eleggeva principe consorte per quella notte.
Maxie prese la penna. «Dammi l’indirizzo della tua casa.»
Peggy gli spiegò che si trovava nell’Upper East Side, vicino a Park Avenue. Maxie batteva sul tavolo con la penna; sembrava perplesso.
«Dimmi un po’ Peg», disse. «Come ci arriva quel bisonte nell’interno della casa? Tieni la porta chiusa e apri soltanto quando si tratta di clienti conosciuti, non è vero?»
«Qui sta il mistero, Max. Certo che la tengo chiusa quella maledetta porta e proprio quando i miei clienti sono nel bel mezzo della festa, ecco che quel fetente salta fuori dal nulla.»
Maxie si grattò la testa. «Be’, non prendertela tanto, Peg. Passeremo un po’ di tempo da te.»
La faccia di Patsy si illuminò.
«Risolveremo per te questo mistero, Peg», dissi.
Cockeye entrò e porse a Max una busta. Maxie ne tolse un foglio e lesse ad alta voce. Era un ringraziamento della Casa del fanciullo.
«Mi sento proprio come un boy scout dopo una buona azione.»
Maxie sventolò la lettera. «Garantisco la completa soddisfazione, Peggy.» «Questo è il motto del mio stabilimento. Be’, ho da fare.»
Vuotò un altro bicchiere guardando Patsy con occhi espressivi. Lo aveva scelto per la serata, ma l’invito prese Patsy di sorpresa.
«Be’, credo proprio che adesso andrò. Ti spiace accompagnarmi,
Patsy?»
Sulla faccia di Pat apparve un’espressione beata, come quella volta che, da bambini, avevamo svaligiato la prima pasticceria, con tutti quei vassoi di paste e di charlottes russe a nostra disposizione.
«Ti accompagno a casa, al parco, al fiume, dove vuoi, Peggy, e finché vuoi.» La attirò a sé. «Completa soddisfazione, è il mio motto.»
Peggy si finse vergognosa, come una scolaretta. «Birichino!» esclamò.
«Saremo da te venerdì mattina», disse Maxie mentre i due uscivano.
Patsy tornò il giorno dopo, nel pomeriggio. Maxie lo guardò e sorrise.
«Sei ridotto come uno straccio», disse.
Patsy si lasciò cadere in una poltrona e agitò una mano per farsi dare qualcosa da bere. Vuotò il bicchiere in un sorso solo e sussurrò con voce roca: «La padrona è meglio di tutte le sue pollastrelle».
Chissà com’era arrivato a quella conclusione. Non poteva avercela fatta a far confronti, perché nessun uomo normale ci sarebbe riuscito, con Peggy da sistemare.
Patsy sistemò due poltrone, vi si distese e cadde addormentato di colpo. Noi ridemmo dello stato nel quale era ridotto.
Incominciammo a giocare a poker e giocammo tutto il giorno. Cockeye uscì a comperare un vaso di kreplach da Rappapport. Fu una giornata piacevole e riposante.
Quella sera, giovedì, avevamo un incarico per la Combinazione: scortammo un furgone carico di whisky da Long Island, dove lo avevano scaricato, al deposito di New Jersey.
Venerdì mattina presto andammo da Peggy. Era un posto molto ben messo, in una bella casa a due piani, con dodici camere. Le dieci camere da letto erano bene arredate. Quando arrivammo, trovammo soltanto Peggy; le ragazze arrivavano più tardi.
Peggy ci spiegò che teneva dieci «operaie» e, a quanto ci disse, avevano il loro daffare. Dieci dollari, la tariffa. E per lo «squillo», trenta. Divideva con le ragazze sulla solita base del cinquanta per cento. Era più generosa delle altre padrone, perché lasciava loro le mance.
Maxie si mise a far calcolo. «Tra i profitti per le bevande e la pulizia di qualche balordo, Peggy deve arrivare ai cinquemila la settimana. Mica male, per una ex dilettante che faceva della beneficenza in Delancey Street.»
«Più di quello che incassa il presidente degli Stati Uniti», osservai.
«Be’, questo è libero scambio», fece Max. «Tutti hanno le stesse occasioni. Forse andrebbe meglio, se Hoover mandasse avanti la barca come un casino.»
«Ottima idea, Max», approvai. «E invece dello slogan ‘un pollo in ogni pentola’ potrebbero usare ‘una pollastrella in ogni letto’.»
«Chissà quale dei due attaccherebbe di più!» Maxie ridacchiò.
Maxie fece un giro di ricognizione, poi disse a Peggy: «Staremo in questa saletta. È quella più centrale. Nessuno deve sapere che siamo qui, nessuno, capito? Neanche le ragazze».
«Come vuoi, Max. Posso offrirvi una bottiglia di Mount Vernon?»
Maxie annuì. «Anche subito.»
Peggy tornò poco dopo con una bottiglia e dei bicchieri e li depose sul tavolino. «Quando e se agguantate quel tipo», disse, «non potreste farlo in silenzio? Niente fuochi d’artificio, per favore.»
Max alzò le spalle. «Be’, cercheremo di non far rumore, ma quel cafone si porta appresso la ferraglia, no?» Peggy annuì.
«Cercate di non far rumore: i vicini credono che questa sia una scuola di danza.»
«Be’, nelle altre scuole si balla vestiti e in piedi, tu invece fornisci i letti, vero Peggy? Tutta qui la differenza», dissi.
Peggy mi strizzò l’occhio e se ne andò.
Maxie mandò Cockeye da Katz: «Prendi venticinque panini assortiti, pastramis soprattutto. E, questo è importante, Cockeye,
quando torni, fermati a comperare un bel succhiello.» «Un succhiello?» fece Cockeye.
Guardai Maxie domandandomi che diavolo volesse farci con quell’arnese. Poi capii e mi misi a ridere. «Si organizza uno spettacolo, eh?» esclamai. Max era formidabile, pensava a tutto.
Quando Cockeye tornò, Max fece dei buchi nelle pareti che davano verso le altre camere da letto. Noi ci trovavamo in una camera quasi di centro, di fronte alla porta d’ingresso, oltre l’atrio, lussuosamente arredato con eleganti seggioline e tavolini sui quali erano sparse fotografie pornografiche e opuscoli francesi sui piaceri del sesso.
Ci trovavamo al secondo piano. Maxie mandò giù Cockeye a vedere che cosa c’era sotto.
«Una bella camera da letto», riferì.
Maxie fece un foro nel pavimento ed uno nella porta. Avevamo quattro osservatori. Peggy entrò e vide Max al lavoro. Sulle prime protestò per i danni, poi si mise a ridere.
«Mi hai dato un’idea. Affitterò i buchi per dieci dollari», esclamò.
Il telefono suonò. Peggy si affaccendò ad annotare le richieste «squillo» per la serata. Mi invitò con un gesto a sedere accanto a lei perché ascoltassi la conversazione. Era molto orgogliosa dei grossi nomi che chiedevano ragazze.
Alcuni di quei nomi sorpresero perfino me. Un bel gruppetto di gente ben nota: un giudice, un critico letterario dell’Evening World, un grande industriale e un banchiere che voleva dieci ragazze per un ricevimento che dava ai suoi soci, un’atleta lesbica ben nota nel mondo dello sport e un paio di privati cittadini che si sentivano soli. Dopo un po’ mi scocciai di ascoltare e andai a giocare a poker con gli altri nella camera-osservatorio.
Alle due del pomeriggio, suonò il campanello dell’ingresso. Andai al foro della porta e vidi entrare un paio di ragazze, graziose e ben vestite, niente a che fare con le comuni passeggiatrici: quello che si dice «roba di qualità». Si tolsero i cappotti e Peggy consegnò loro dei grandi lenzuoli da bagno. Diede loro una pacca sui paffuti deretani e le spinse nella camera da bagno. Si sentiva lo scroscio della doccia. Una delle due aveva una voce molto gradevole. Descrissi quello che vedevo e tutti balzarono dalle sedie. Guardammo a turno dal foro della porta.
Maxie rise e si mise un dito sulle labbra, sussurrando: «Ehi, calma, non eccitatevi a questo modo!»
Cockeye e Patsy afferrarono due sedie e si sistemarono davanti ai buchi nelle pareti laterali. Le ragazze entrarono nelle camere da letto dalla parte opposta dell’atrio, fuori portata dei nostri osservatori. Maxie ed io ridemmo del disappunto di Patsy e Cockeye. Tornammo alle nostre carte, ma non pensavamo al gioco. Pochi minuti dopo, il campanello suonò di nuovo. Le ragazze continuarono ad arrivare, da sole e a coppie, ridendo e chiacchierando. Sembravano commesse di qualche elegantissimo negozio: erano fresche e graziose. Sarebbero state benissimo nella prima fila del corpo di ballo in uno spettacolo di Broadway.
Peggy distribuiva a tutte il lenzuolo di spugna e le spediva nel bagno. Quando uscivano, le assegnava alle diverse camere.
Max ed io discutemmo.
«Stupide vitelle», disse Max.
«Giusto», approvai. «Se riuscissero ad immaginarsi come saranno tra un paio d’anni!»
Ce n’era una giovanissima, non poteva avere più di diciotto anni.
«Appena arrivata da una fattoria della Pennsylvania», osservò Max.
«Con un paio d’anni di questa vita, avrà l’aria di averne cinquanta. Ce ne sono poche con l’energia di Peggy. Strano, finiscono tutte col mettersi a bere o a prendere la polvere.»
«E come farebbero con un uomo dopo l’altro? È una vitaccia.
Diventano ben presto relitti, in tutti i sensi.»
«Ehi, Noodles», fece Max. «Se sto ancora un po’ qua a guardare, sarò io quello che diventa un relitto.»
«Controllo, Max.» Ridemmo tutti e due.
Cockeye e Patsy erano incollati ai loro posti d’osservazione. Maxie si distese a terra per guardare nella camera del piano di sotto. Io avevo il panorama meno interessante, l’atrio.
A giudicare da come gli altri stavano incollati al muro, dalle loro esclamazioni e dai commenti, doveva trattarsi di uno spettacolo davvero eccitante. Cockeye faceva anche troppo baccano. Maxie gli legò un fazzoletto intorno alla bocca e minacciò di staccarlo dal suo posto. Ci levammo le scarpe per non far rumore muovendoci.
Dalla mia parte, non si vedeva nulla e così spinsi da parte Cockeye e guardai. Rimasi di stucco. Guardai Cockeye che sussurrò qualcosa di incomprensibile da dietro il bavaglio. Guardai di nuovo. Se ne stava seduta su una sedia, vestita da capo a piedi, e si limava le unghie. Andai da Patsy e gli diedi una gomitata. Presi il suo posto.
«Ma che diavolo!» sussurrai. «Non c’è niente da vedere, è tutta vestita e legge una rivista.»
«Dovevi vederla prima che si vestisse», mormorò Patsy. «Ha un paio di palloncini!»
Mi inginocchiai accanto a Maxie. Anche la sua era vestita. Maxie sussurrò: «Dovevi vederla un minuto fa. Che carrozzeria!» E le mandò un bacio.
«Eh sì», commentai. «Peggy la conosce la psicologia maschile, lo sa che vederle spogliare un poco alla volta fa molto più effetto.»
«Ecco perché Gypsy Rose è così popolare», fece Max. Alle quattro circa, arrivò il primo cliente. Sembrava un commesso viaggiatore. Consegnò la borsa a Peggy che gli accarezzò la guancia e gli mostrò un album di fotografie. Tutte le ragazze che aveva in magazzino, nude. L’uomo sfogliò attentamente l’album, da conoscitore. Peggy sottolineava i punti più salienti delle varie anatomie come un abile venditore, fiero della propria mercanzia. Finalmente l’uomo fece la sua scelta.
Peggy lo scortò dalla ragazza. Era in una camera che dava sull’atrio, fuori della nostra portata.
Peggy bussò e mise dentro la testa sussurrando: «Ancora presto perché arrivi. Di solito viene nell’ora di punta, quando tutte le camere sono occupate. Vi piacerebbe un paio di simpatiche ragazze, nell’attesa?»
Maxie rifiutò con riluttanza. «Siamo qui per lavoro, un altra volta,
Peggy.»
«Al diavolo il lavoro!» borbottò Cockeye indignato.
Alle sei, i clienti incominciarono ad arrivare in massa, di ogni specie ed età: studenti pieni d’imbarazzo, impiegati e uomini d’affari di media età, dall’aria sciocca e colpevole. Altri, gente decisa e sicura di sé, non perdevano tempo in convenevoli: andavano diritti al punto. Tutte le camere erano occupate. Gli uomini sedevano nell’atrio, fumando, leggendo e discutendo di base-ball, come se aspettassero il loro turno dal barbiere.
Mi voltai a guardare che cosa facevano frattanto i miei compagni.
Patsy e Cockeye non fiatavano. Il divertimento doveva essere incominciato. Si contorcevano dalle risate represse. Perfino Maxie, così composto di solito, si rotolava sul pavimento con un cuscino sulla faccia.
Mi chinai a guardare con Maxie. Il cliente finalmente si rivestì. Quando si voltò, la ragazza corse alla finestra e fece un segnale a qualcuno. Maxie, disteso accanto a me, sì irrigidì. Mi diede una gomitata.
Un piede apparì sul davanzale, poi tutto il corpo. Era un tipo robusto e teneva in mano una pistola.
Si avvicinò in punta di piedi all’uomo che stava vestendosi e lo colpì con il calcio della rivoltella. L’uomo cadde e quello con la pistola gli vuotò le tasche. La ragazza prese a rivestirsi in gran fretta.
CAPITOLO XV
MAXIE fece schioccare le dita.
«Andiamo!»
Corse fuori dalla stanza ed io lo seguii. Patsy e Cockeye balzarono dalle loro sedie. Ci precipitammo tutti nell’atrio scalzi e con le Roscoe in pugno.
I clienti in attesa ci guardarono stupefatti. Scendemmo dabbasso. Quel tipo c’era ancora, dietro la porta chiusa.
Maxie ci indicò di metterci ai due lati, strappò una tenda da una finestra e aspettò. Lentamente la porta si aprì, un centimetro per volta e l’uomo apparve con la pistola in pugno. Maxie gli balzò addosso, coprendogli testa e braccia con il tendaggio. La pistola cadde a terra. Confezionammo il pacco con il cordone, poi lo avvolgemmo nel tappeto. L’uomo non si mosse.
Peggy corse a calmare le altre ragazze e i clienti, scusandosi per il disturbo arrecato e invitandoli a riprendere le loro attività. Maxie andò dalla ragazza che era d’accordo con il bandito. Piangeva e supplicava.
«Perdonatemi, non dite niente a Peggy, ve ne prego. Io non volevo.
Lo conoscevo appena. E si faceva anche dare tutto il mio danaro.»
«Va bene, piccola, scordiamocelo», disse Max. «E così è anche un fetido ruffiano?»
La ragazza annuì.
Cockeye disse: «Ho perso tutto il mio rispetto per quel delinquente. Credevo che fosse un onesto rapinatore».
Patsy ed io raccattammo il pacco e lo portammo fuori. Peggy ci venne dietro sussurrando: «Grazie ragazzi. Fatevi rivedere».
Lo lanciammo nel baule della Caddy.
Cockeye domandò: «Dove si va, Maxie?»
«Portiamolo all’impresa. Voglio che se la faccia addosso dalla paura, prima della predica.»
Entrammo dall’ingresso secondario, direttamente nel magazzino dove stavano le casse da morto. Maxie disse a Izzy il guardiano di notte: «Svanisci». E Izzy scomparve senza far domande. La sapeva lunga.
Slegammo il pacco e srotolammo l’uomo dal tappeto e dalla tenda. Era ancora addormentato e aveva in faccia una strana espressione di terrore. Maxie continuava a guardarlo. «Un bel pezzo di fetente, eh? Fetido ruffiano, ha una
paura da crepare. Aspetta, vedrai come ti spavento io!» lo lo presi per i piedi e Max per le braccia e lo scaraventammo in una cassa da morto. Chiudemmo il coperchio.
Max rise. «Lasciamo che si svegli là dentro.»
Si tolse la giacca e si distese in una lussuosa cassa da morto, foderata di velluto. «Be’, mentre si aspetta, mi faccio un riposino.» Cockeye disse: «Ti sta molto bene, Maxie».
«Grazie», rispose. «Servitevi pure.»
«Spaventiamolo ben bene», aggiunse e agitò una mano per indicarci le altre casse sparse per il magazzino.
Ci sistemammo attorno alla cassa del ruffiano. Le luci erano tenui e riposanti. Mi parve sentir russare Cockeye. Mi abbandonai ad una specie di piacevole dormiveglia.
Poi ci fu un rumore soffocato. Balzai a sedere. Anche gli altri si sollevarono nelle loro casse. I rumori uscivano dalla cassa di centro. Aspettammo in silenzio. L’uomo gemeva e singhiozzava. Cercava di uscire.
Finalmente il coperchio saltò via con un botto. Apparve una testa. Ne ho vista di gente spaventata, ma quello non lo era, era atterrito. Aveva gli occhi quasi fuori dell’orbita. Si volse lentamente e ci vide, seduti nelle nostre casse. Noi lo fissammo, impassibili.
Sussurrò tremante: «Chi siete? Dove sono? Sono morto?» Noi continuammo a fissarlo. Tremava come una foglia. Guardò Maxie per cinque minuti filati.
Poi balbettò: «Vi riconosco… ho sentito parlare di voi», e indicò Max. «Siete Big Maxie, il becchino, quello che seppellisce la gente ancora viva, lo dicono.»
La mano gli ricadde e la bocca gli si spalancò, ma non ne uscì nessun suono. Accidenti se era balordo, quel cretino! Dove l’aveva pescata quella storiella? Era impietrito dal terrore.
Maxie si alzò lentamente, avanzò pian piano e a voce bassa e minacciosa, disse: «Vero, seppellisco la gente ancora viva». Lo fissò negli occhi: «Ti inchioderò nella tua bara, poi la metterò nella fossa».
Maxie tacque. Un silenzio sepolcrale calò sul magazzino, sembrava un cimitero a mezzanotte, una seduta spiritica. Sentivo il terrore e l’angoscia di quell’uomo.
Maxie riprese con voce spettrale: «Calerò lentamente la tua bara. Toccherà fondo. E noi getteremo la terra su di te».
L’uomo pareva in trance.
«E sarai ricoperto di terra. I vermi incominceranno a strisciare. Non potrai più respirare e, un poco alla volta, morirai soffocato», sibilò Maxie in tono drammatico.
Stavo per uscire dalla mia bara per andare a complimentarmi con lui, quando l’uomo ebbe un violento fremito. La testa gli ciondolò di colpo e un suono gorgogliante gli uscì dalla bocca. Gli occhi si rivolsero in alto, come succede quando a qualcuno viene un colpo. Aveva la faccia colore del gesso. Ricadde all’indietro nella bara con un tonfo secco.
Maxie ridacchiò. «Ehi, sono un bravo attore o no? Appena quel ruffiano si sveglia, dategli dieci dollari e sbattetelo fuori. La lezione gli sarà servita, spero.»
Aspettammo qualche minuto. Cockeye si avvicinò alla cassa e lo scosse: «Ehi, fifone maledetto, svegliati. Alzati.»
Cockeye si rivolse a noi e disse: «Mi sa che deve averci una trombosi nel respiratorio».
Maxie indicò un secchio pieno d’acqua e Cockeye lo vuotò in faccia all’uomo svenuto. Patsy si chinò e lo scosse. «Sveglia, alzati!»
Cockeye continuò a scuoterlo per un po’. Maxie si avvicinò alla bara e lo toccò. «Quel fetente mi sembra morto. Prova un po’ a vedere tu, Noodles.»
Gli sollevai le palpebre e gli tastai il polso. « È morto»,. annunciai.
«Maledetto!» esclamò Maxie. Era furibondo.
«Adesso ci tocca seppellirlo.»
Cockeye disse: «Ehi, Maxie, che ti porti appresso la ferraglia a fare? Puoi farli morire di paura, d’ora in poi».
Maxie sembrava un po’ scocciato. «Forse mi ci proverò con te, uno di questi giorni. Frugalo e vedi chi è. Tanto per curiosità.»
Cockeye frugò nelle tasche del morto. Trovò delle chiavi, un temperino ed un portafogli con dentro cinquanta dollari in biglietti di piccolo taglio e una patente di guida con una fotografia. La patente era intestata ad Andrew Moore. In una tasca c’era una foto di due sposi e la moglie era la prostituta che lo aveva fatto entrare da Peggy.
Maxie guardò la foto. «Mica brutto. Strana coppia, quei due.»
Tolse alcune carte da uno scompartimento interno del portafogli e un ritaglio di giornale cadde a terra. Maxie non si chinò a raccoglierlo e continuò ad esaminare una tessera dei sindacati che aveva trovato.
«Vedete che roba? Questo faceva parte di un sindacato, lo pagavano. Era in regola. Chissà come mai si sono messi a fare quella vita insieme e perché andava a rubare tanto spesso da Peggy.»
«Forse gli piaceva l’atmosfera del casino», disse Patsy. Cockeye ridacchiò.
Maxie si chinò a raccogliere il ritaglio di giornale e lo lesse. «Ehi,
Noodles, questo spiega perché si spaventava così facilmente.»
Lo lessi ad alta voce. Parlava di un crollo in una galleria, avvenuto sei mesi prima. Un uomo era rimasto prigioniero per due giorni. Lo avevano dato per morto, ma il secondo giorno erano riusciti ad estrarlo; si chiamava Andrew Moore.
Maxie si rivolse al morto nella bara.
«Spiacente, ragazzo, ti è andata male.»
Poi mi disse: «Deve essergli venuto qualcosa… come si chiama?» Schioccò le dita con impazienza.
«Che vuoi dire, Max, una malattia?» domandai.
«No, non una malattia del corpo, qualcosa nella testa. Lo sai, quelli che hanno paura di stare chiusi in una stanza o simili.»
«Oh, ho capito», dissi. «Si chiama claustrofobia. La paura di sentirsi rinchiuso lo ha accoppato.» Maxie si grattò il mento.
«Forse ha genitori, fratelli, sorelle, oltre alla moglie prostituta», disse.
«E allora?» domandò Patsy.
«Sarebbe una cattiva azione seppellirlo con un altro nome, senza dir niente, e poi magari i suoi lo cercano per tutta la vita.»
«E che possiamo fare, Max? Non possiamo piantarlo qui. Domattina verrà gente. Ci sono un paio di funerali», dissi.
Maxie si grattò la testa. «Sì, hai ragione, Noodles. Be’, lo molleremo da qualche parte, finiranno per trovarlo, così lo seppelliscono col suo nome.»
«E dove lo molliamo il signor Moore?» Ci guardammo l’un l’altro.
«Non ha grande importanza, soprattutto per il signor Moore. Da qualsiasi parte, anche in un portone.»
«E se qualcuno ci vede sganciare la mummia?» domandò Cockeye.
«Be’, per quanto riguarda la legge, non saprei. Sì, deve esserci una legge sui cadaveri lasciati in giro.»
«Omicidio di primo grado», annunciò Cockeye.
«Nossignore. Il signor Moore testimonierà personalmente di esser morto di morte naturale.»
Maxie sorrise. «Giusto, Noodles. Anche se ci vedono quando lo molliamo, un’autopsia dimostrerà che è morto per conto suo.» Maxie ricacciò il portafogli nella tasca del signor Moore.
«Suvvia, Cockeye, avvicina la Caddy alla porta.»
Togliemmo il corpo dalla bara e lo avvolgemmo nella tenda.
Cockeye si affacciò alla porta. «La macchina è pronta.» Max si issò il corpo sulla spalla sinistra, senza sforzo visibile.
«Vuoi una mano?» domandai.
«Che peserà? Meno di cento chili. Guarda se la pista è sgombra.»
Cockeye si affacciò a guardare. Sollevò una mano per dire di aspettare. Maxie, fermo in mezzo alla strada, incominciava a sudare.
«Ehi, che succede? Diventa sempre più pesante.»
«Una coppia di innamorati. Ora puoi andare.»
Maxie uscì in fretta, borbottando, e il signor Moore gli scivolò quasi dalla spalla. «Lurido fetente», ringhiò Max.
Avevamo appena svoltato l’angolo, quando incominciò a piovere a dirotto. Sembrava che annaffiassero la città con una pompa. Maxie esclamò: «Ma non possiamo lasciare il signor Moore all’aperto con questo tempo. Tanto vale depositarlo da Moe per un po’.»
Passammo dalla porta secondaria e trasportammo dentro il signor Moore.
«Mettilo nell’armadio», disse Max. «Dopo penserò al posto adatto, voglio trovargli un bel posto.»
Sistemammo delicatamente il signor Moore nell’armadio e lo coprimmo con il materassino.
Cockeye andò alla porta del bar, sporse la testa e gridò: «Siamo qui!»
Ci sedemmo per giocare a klabiash. Moe arrivò con un vassoio di doppi.
«Che c’è di nuovo?» domandò Max.
«Ha telefonato l’ufficio. Dovete richiamare. E ci sono qui fuori i fratelli Himmelfarb. Insistono da ore per vedervi. Dicono che hanno del danaro da investire.»
«Miserabili commercianti da strapazzo. Sempre alla ricerca di qualche inghippo per cavarci del danaro facile», esclamò Maxie disgustato. «Vadano al diavolo! Cacciali fuori. No, aspetta un momento. Darò loro una lezione. Di’ che aspettino.»
Andò al telefono e chiamò l’ufficio. Cockeye scimmiottò il suo «Sì, sì, sì».
Maxie gli fece segno di piantarla e continuò: «Sì, sì, sì». Un ultimo «sì», poi riattaccò. Tornò al tavolo e prese le carte. Lo guardammo incuriositi.
«Avrete i particolari nei giornali della sera», disse Maxie in tono indifferente.
«Che c’è?» domandò Cockeye. «Che cosa vedremo nei giornali della sera?»
Maxie sorrise. «Il marmocchio, Vincent Coll, l’hanno fatto fuori.» «E chi ha incassato il premio della lotteria?» domandai.
«Shorty.»
Patsy disse: «Non vivrà tanto da goderseli».
«Circolo vizioso, no? E come è andata con Vincie?» domandai.
«Nella Ventitreesima Strada, in una cabina telefonica.»
«Cosa ha usato Shorty. per il lavoretto?» domandò Patsy con interesse professionale.
Maxie fece una breve risata. «Lo conosci, Shorty. Non c’era da correre rischi con quel Coll. È entrato con lo spruzzatore e lo ha tagliato in due. Shorty sarà popolare come uno scarafaggio in un piatto di chop sucy, d’ora in poi.»
«E altrettanto cadavere», commentai.
Cockeye domandò: «Quello Shorty, dicono che ci sa fare con il
Tommy, eh?»
Maxie rispose in tono di noncuranza. «Ci saprebbe fare chiunque. Basta tenerlo stretto e premere il grilletto.»
Riprendemmo a giocare a klabiash. Moe ogni tanto entrava con un carico di doppi. «I fratelli Himmelfarb sono ancora di là.»
Maxie rispondeva sempre allo stesso modo. «Lasciali aspettare.
Siamo occupati.»
Si rivolse a me. «Voglio inventare qualcosa, qualcosa per fregarli. Voglio dare una buona lezione, a quei due fetenti ingordi.» «E se gli vendessimo il ponte di Brooklyn?» propose Cockeye.
«Ho un investimento migliore», dissi.
«Cosa?» domandò Max.
«Una delle macchine del professore», risposi.
«Mica male come idea, Noodles.»
Dopo un po’, Maxie buttò via le carte. «Al diavolo! Cockeye, suonaci qualcosa. Suona We took Benny for a ride in the country.» Cockeye si batté l’armonica sul palmo della mano e attaccò il malinconico motivo. Maxie inclinò la sedia all’indietro e continuò a fumare. Aveva negli occhi uno sguardo sognante. Ma perché se la prende tanto? pensai. Perché non se li leva di torno quei due maledetti fratelli Himmelfarb? Basta dire a Moe che non li vuole tra i piedi. Manda a dir loro che squaglino. Quando sono venuti da noi la prima volta, un anno fa, me lo ricordo ancora, erano appena arrivati dalla Germania, carichi di grano. E subito si sono dati un gran daffare. Tutti buoni investimenti. In quel momento, avevano una fabbrica in Grand Street e guai con la mano d’opera. Secondo loro, gli operai americani erano troppo indipendenti, non come in Germania. Sembravano un numero di rivista, quando Moe li aveva fatti entrare.
«Abbiamo molti soldi, vogliamo fare affari. Anche in Germania abbiamo sentito dire che per far soldi in America bisogna organizzare traffici.»
E da quel giorno, venivano a scocciarci una volta la settimana. E scocciavano parecchio. Perché diavolo Max non li sganciava una volta per tutte? Be’, saprà lui quello che vuol fare.
Cockeye continuava a suonare la nostra canzoncina. Anche Patsy stava diventando nervoso. Indicò l’armadio. Alzai le spalle.
Finalmente Patsy disse: «Ehi, Max, che si fa del signor Moore? Forse ha smesso di piovere».
Cockeye uscì a controllare le condizioni del tempo. «Sta venendo giù peggio di prima.»
Aspettavamo che cessasse di piovere. I fratelli Himmelfarb aspettavano fuori. Noi aspettavamo e loro aspettavano. La pioggia non cessava e i fratelli Himmelfarb non se ne andavano.
Poi Max chiamò dentro Moe. «Di’ ai tre fratelli che ho una proposta per loro. Che vengano domattina alle dieci e mezzo.»
Lasciammo il signor Moore nel suo armadio e ce ne andammo ai nostri rispettivi appartamenti.
Presi un tassì. Nell’atrio del mio albergo, incontrai Sweeney, il poliziotto.
«Com’era quella di ieri sera?» domandò. «Una ragazzina proprio simpatica.» Gli sganciai un doppio dieci.
«Grazie, ragazzo. Ogni volta che vuoi una di quelle coccolone, fammelo sapere.»
«Di solito caccio per conto mio. Il brivido, capisci.»
Sweeney ridacchiò. L’ascensore si aprì ed io salii in camera.
Presi qualche appunto per il libro, poi tolsi dallo scaffale una vecchia copia di Men, Women ad Boats, di Stephen Crane e andai a letto.
CAPITOLO XVI
L’INDOMANI mattina arrivai da Fat Moe un po’ in ritardo. Gli altri giocavano a carte. Andai ad aprire l’armadio. Il signor Moore c’era ancora.
«Che credevi», fece Maxie, «che se ne andasse a spasso per conto suo?»
«No», disse Patsy. «Noodles voleva soltanto dire: ‘Buongiorno, signor
Moore!’»
Sedetti. Cockeye mi diede le carte.
Dopo un po’, arrivò Moe e disse: «Ci sono di nuovo quei tre Himmelfarb. Dicono che hanno un appuntamento. Devo sbatterli fuori?»
«No, falli aspettare un poco, te lo dirò io quando dovrai mandarli dentro.»
Max tolse di tasca il rotolo e ne staccò un paio di biglietti da mille. Lo guardammo incuriositi.
Si volse a Cockeye e disse: «Fa’ una corsa alla Banca Nazionale e fatteli cambiare in biglietti da dieci, ma bada che siano nuovi di zecca».
Rimasi perplesso per un attimo, poi ricordai. Certo, voleva rifilare la macchina del professore a quei tre, come gli avevo suggerito il giorno prima.
«Gli metti nella trappola un po’ di formaggio, agli Himmelfarb?» domandai.
Max annuì. Cockeye prese il danaro e se ne uscì. Dieci minuti dopo, tornò con pacchetti di biglietti nuovi, da dieci dollari.
Maxie ridacchiava da solo. Strappò le fascette e le intascò, poi coprì tutto il tavolo di banconote; ne gettò un po’ per terra, sulle poltrone, dappertutto. La saletta era cosparsa di biglietti da dieci dollari. Rideva come un matto e si divertiva un mondo.
«Noodles, do la prima battuta a te e voialtri andate avanti. Ci siamo?»
Annuimmo.
Poi disse a Cockeye: «Va’ a dire a Moe di mandar dentro i fratelli Himmelfarb».
Moe fece entrare i tre fratelli. Tutti e tre piccoli, grassi e brutti. Avanzarono timidamente, cercando di non calpestare il danaro, pieni di stupore e di rispetto.
Maxie esclamò in tono brusco: «Avanti, avanti, venite avanti. C’è un po’ di disordine, siamo molto occupati. Che volete?»
I1 più vecchio dei tre aprì la bocca per parlare. Maxie sollevò una mano.
«Un secondo, Himmelfarb», disse.
Raccolse un biglietto e lo esaminò attentamente, come se lo avesse scoperto in quel momento.
Si volse a me e osservò: «Lo sai che quest’ultima infornata non è affatto male?»
Me lo porse perché lo ispezionassi.
«Che ne dici, Noodles?»
Lo feci schioccare tra pollice e indice, lo guardai e poi lo buttai via dicendo: «Vero, Maxie. Sembra proprio vero».
Max sorrise. «Proviamo a domandarlo agli Himmelfarb. Sono industriali anche loro, sanno distinguere un buon prodotto.» Porse un biglietto al maggiore dei tre.
Himmelfarb si tolse gli occhiali e lo esaminò con grande attenzione, poi si schiarì rumorosamente la gola e disse: «Questo è danaro buono, signor Max. t vero, no?»
«Voi che ne dite?»
«Buono. Buono. Danaro vero», rispose Himmelfarb e lo passò ai suoi fratelli. Tutti confermarono, era danaro buono..
Maxie prese un’altra banconota, le diede fuoco, accese il sigaro e lasciò che il danaro andasse in cenere. I tre fratelli si agitarono a disagio.
«E allora», domandò Max ai tre, «che volete? Dolente di avervi fatto aspettare. ma come vedete, siamo molto occupati.»
Appena il maggiore dei tre che, a quanto pareva, era il portavoce ufficiale, aprì bocca, Max sollevò una mano. «Un minuto, Himmelfarb.»
Si volse a me e disse: «Domani comperiamo la macchina del professore. Tu che ne dici?»
«Sono della tua idea», risposi. «Difficile trovare un’industria più comoda. Niente mano d’opera, niente tasse. Un ottimo investimento.»
Patsy e Cockeye fecero eco. «Ottimo investimento.»
Maxie disse: «Un momento, ragazzi. Non abbiamo considerato una cosa. Non abbiamo un locale. Ci vuole un locale per sistemarci la macchina. Qui non va bene». Maxie agitò una mano indicando la saletta.
Gli Himmelfarb sussurravano tra loro. Palpavano e scrutavano il danaro, cercando di non farsi scorgere da noi che non li degnavamo di uno sguardo. Continuammo a discutere i particolari dell’acquisto, il costo della carta, dell’inchiostro eccetera.
Finalmente Max concluse: «Be’, sistemiamo prima gli Himmelfarb. Hanno i loro problemi, i nostri affari non li interessano».
Il portavoce degli Himmelfarb disse: «Non ci importa, aspettiamo. Finite pure quello che dovete fare, signor Max. È molto interessante. Un gran buon affare, quello che discutete».
Poi si volse a me: «Continuate pure a discutere, signor Noodles, noi aspettiamo».
Sorrisi educatamente. «Ma no, avete già aspettato fin troppo. Che desiderate?»
«Ecco», incominciò Himmelfarb. «Gli affari sono molto, molto lenti.» Si’ schiarì la gola.. «E i nostri profitti non sono profitti e così, sapendo che voi ragazzi avete un mucchio di sistemi per far molto danaro, pensiamo che forse ci direste qualche buon affare, eh? Qualcosa di redditizio, eh? Una bella proposta che voi ragazzi non avete il tempo di trattare. Abbiamo del danaro da investire in una bella, solida impresa, eh?»
Si rivolse ai suoi fratelli che annuirono vigorosamente. E sorrisero per cattivarsi la nostra simpatia. Adesso mi facevano un po’ pena. Abboccavano, troppo facile.
Max fumava e si strofinava il mento. «Sentite un po’, Himmelfarb, datemi un paio di giorni per pensarci. Vedrò cosa posso fare. Be’, tornate domani, va bene?»
Maxie, da buon pescatore, ci andava con delicatezza. Avevano abboccato, dava corda.
Gli Himmelfarb annuirono, poi accostarono le teste in animata discussione. Non li guardammo, ma riprendemmo a discutere del probabile profitto settimanale della macchina del professore. Cifre astronomiche. I tre, ad ogni cifra, diventavano sempre più eccitati. E finalmente non riuscirono più a contenersi.
Uno degli Himmelfarb disse: «Scusatemi, signor Max. Potremmo avere un paio di questi biglietti da dieci dollari?»
Maxie, con un grandioso gesto della mano, rispose: «Fate pure. Costano solo venticinque cents l’uno».
«Davvero!» esclamò Himmelfarb. «Gott in Himmel, che profitti!»
«Certo», intervenni, «al governo degli Stati Uniti, la manifattura dei biglietti da dieci dollari non costa più di un cent al pezzo. Perché loro hanno macchine più grandi e una produzione più vasta. Capite,
vero? Più vasta è la produzione, minore è il costo, no?»
I tre annuirono seri in volto. «Ja», mormorò quello più anziano.
«E poi», dissi, «il professore usa della carta di qualità superiore a quella del governo, per questo gli costano di più.» Mi domandavo se non esagerassi un po’ troppo. No, avevano ingollato esca, amo, filo e galleggiante.
Il più giovane dei tre Himmelfarb si fece avanti deciso: «Abbiamo sentito che parlavate di un capannone. Noi abbiamo un magnifico capannone per la manifattura del danaro, signor Max».
«Be’, non saprei», fece Max con aria dubbiosa. «Non vogliamo soci. Ma d’altra parte, siamo così occupati, con tutti gli altri affari.» Ci guardò come per consultarci.
«C’è da guadagnarci parecchio», dissi, «e posto per molti. Max, mi sembrano gente onesta.»
Il più anziano dei tre annuì con entusiasmo. «Sì, possiamo darvi tutte le referenze che volete.»
«Be’, vedremo», rispose Max. «Voglio pensarci.»
Si grattò il mento, come se considerasse la cosa con molta serietà.
«Faremo così: vi associo per la metà. La macchina costa trentacinquemila dollari. Noi ce ne mettiamo ventimila e voi quindici soltanto, perché adopreremo il vostro capannone.
D’accordo?»
Li aveva agganciati per bene. Adesso poteva tirarli a riva con tutto comodo. Senza più perder tempo, incominciò ad arrotolare il filo. Tolse di tasca il suo rotolo e sgranò i ventimila dollari sotto i loro occhi stupefatti.
Lanciò il danaro al più anziano degli Himmelfarb, con un gesto di noncuranza. «Beviamo alla nuova società!»
Il pesce era nel cesto. Non restava che rinchiudercelo.
Cockeye andò al bar e ordinò. Moe arrivò con il vassoio di doppi. Brindammo in coro.
Il più giovane degli Himmelfarb raccattava fogli da dieci e si scusava dicendo: «Sono soltanto campioni, no?»
Vidi che Maxie si innervosiva un poco. Prese il più giovane per un braccio, riunì gli altri e li spinse verso la porta. «Andate in qualche negozio, anche alla Banca Nazionale, se volete, e provate con quei campioni. Non dimenticate che è sabato e la banca resta aperta soltanto fino a mezzogiorno. Tornate tra un’ora. Intanto io prendo gli accordi con il professore per far trasportare la macchina al capannone. Arrivederci, soci.»
Alla parola «soci» le loro facce si illuminarono. Immaginavo il loro orgoglio, soci del famoso Big Maxie, l’uomo che tutti temevano e rispettavano, uomini politici, polizia, sindacati, pistoleri, tutti. Big Maxie, contrabbandiere milionario e proprietario delle macchine a gettone, l’uomo al quale il danaro pioveva in tasca e che lo gettava al vento. Soci! Le loro facce brillavano d’orgoglio. Adesso, pensavano, tutti li avrebbero protetti. Potevano dire a tutti di andare a quel paese. Erano soci di Big Maxie. Si sentivano pieni di una nuova dignità, ma cercavano di controllare la loro crescente agitazione.
Il più anziano dei tre porse la mano. «È un gran piacere essere amici e soci, signor…»
Maxie lo interruppe. «Diamoci del tu», rispose in tono modesto.
Himmelfarb rise ed esitò, poi riprese: «Sì, caro Maxie. Torneremo tra un’ora. Buon giorno, Noodles, arrivederci soci».
Maxie gli diede una pacca sulla schiena e lo spinse fuori. «Arrivederci, soci, arrivederci. Ci si rivede tra un’ora.» I tre uscirono ridendo soddisfatti.
Appena furono scomparsi, Maxie schioccò le dita. «Presto, Cockeye, tienili d’occhio. Hanno i miei ventimila, quegli stupidi fetenti.» Cockeye uscì di corsa.
Maxie chiamò il professore al telefono e gli disse di venire subito. C’era un colpo per lui. Il professore disse che sarebbe stato da noi tra venti minuti.
Maxie lanciò a Pat e a me due Corona. Accendemmo. Maxie disse:
«Che ne pensi?»
«Mi sembra bene», risposi. «Sono tipici uomini d’affari. Qualsiasi cosa pur di guadagnarsi onestamente un dollaro.»
Patsy aggiunse: «Quei polli ci cascano, palle e tutto».
Moe arrivò con un vassoio di doppi e domandò: «Rinfreschi?» «Leggi nella mente», esclamò Maxie.
Bevemmo lentamente e in silenzio.
Il professore arrivò puntuale, allo scoccare dei venti minuti. Ci scambiammo cerimoniose strette di mano. Col passare degli anni, era molto cambiato, in meglio. Aveva acquistato un nuovo lustro. Era sempre il solito italiano basso, tarchiato e con i soliti baffoni cespugliosi, ma trasudava prosperità, fiducia e benessere: un vero cosmopolita. Aveva molto viaggiato, per vendere le sue macchine e altri trucchetti ai gonzi ingordi di tutto il mondo. Lavorava di concerto con tutte le più distinte e importanti confraternite della malavita, compresi la mafia, l’Unione siciliana, la Limehouse Clique di Londra, la squadra parigina e con alcuni membri più eminenti della Combinazione criminale degli Stati Uniti.
Maxie domandò: «Bevi qualcosa, professore?»
Il professore replicò con un elaborato gesto della mano.. «Un po’ di vin ordinaire.» Si dava delle arie, dimenticava che lo conoscevamo da un pezzo.
Maxie guardò Patsy con aria perplessa. Patsy alzò le spalle e domandò: «Vino rosso normale, vuoi dire?» E sorrise mostrando i suoi straordinari denti bianchi.
Maxie disse: «Lo chiamano sempre rosso Guinea».
Il professore ridacchiò. «Sto imparando alcune delle vostre espressioni idiomatiche americane. Rosso Guinea, questa è formidabile. I liquori forti non mi vanno molto, ma se decido di concedermi qualcosa, i miei gusti tendono al plebeo, sono di solida stirpe contadina.» Prese una posa drammatica. «Ma traggo un immenso piacere nel mescolarmi con l’aristocrazia, ogniqualvolta mi è possibile.»
«Sotto questo aspetto», sparai io, «siamo gens de même famille.» Era un pezzo che avevo voglia di adoperare quella frase.
«Sì, sì», annuì il professore con un sorriso. «Siamo tutti uccelli sullo stesso ramo.»
«Voi due piantatela con le frescacce. Non è ancora il momento di recitare la scenetta», disse Max. «Quando sarà ora, farete il vostro numero.»
Maxie informò il professore di tutti i particolari della nostra progettata transazione con i fratelli Himmelfarb.
Il professore trovò molto divertente la messa in scena e interruppe ogni tanto il racconto con sonore risate e dicendo: «Intelligente, molto intelligente davvero».
Quando Maxie gli disse che i fratelli dovevano investire quindicimila dollari, divenne molto serio. Mise da parte gli atteggiamenti e parlò la nostra lingua, usando le nostre espressioni.
«Mettiamoci d’accordo tra noi, ragazzi. Tauchess offen tish, ragazzi.
Qual’è la mia fetta?»
Maxie sollevò le sopracciglia. «Secondo te, quanto?»
«Lo domandi a me? Be’, voglio cinquemila dollari.»
«Cinquemila? Non ti toccherebbe davvero una fetta così grossa. Ma va bene, la metteremo in conto per l’istruzione che ci hai data in passato.» Maxie sbadigliò. «Va bene, il tuo pezzo è cinquemila. Non mandarti a fuoco le palle.»
Il professore rise e si fregò le mani. «Bene, Max, bene. Quando e dove si fa?» Sorrideva tutto soddisfatto.
«Vieni qui domani pomeriggio alle tre con la macchina», rispose Maxie.
«D’accordo.»
Ci stringemmo la mano. Sulla porta divenne di nuovo l’uomo di mondo. Agitò una mano e disse: «A rivederci».
«Au revoir», risposi.
Tornammo a sederci. Max mi lanciò un altro Corona. Sorrideva.
«Bel tipo, quel professore. Ehi, Noodles, tu e lui sareste una bella coppia.»
«Non è colpa mia, se sono così dritto!» Maxie rise.
Domandai a Patsy: «Secondo te, da che parte dell’Italia proviene il professore, a giudicare dal suo accento?»
«Sono un gallo di montagna io, l’italiano che parlo è goola tay», rispose.
Ridemmo.
Moe arrivò con un vassoio di doppi. Bevemmo e fumammo per un po’.
Poi Patsy esclamò: «E il signor Moore nell’armadio?»
«Gesù, me l’ero scordato», rispose Max. La sua faccia infelice ci fece scoppiare in una risata.
«C’è proprio da ridere», protestò. «Ma abbiamo tutto il tempo di sistemarlo a dovere.»
Moe entrò ci disse: «Ci sono di nuovo gli Himmelfarb. Li faccio passare?»
In quel momento Cockeye entrò dall’altra porta, tutto sfiatato: «Quei balordi me ne hanno fatto fare di strada!»
Maxie disse a Moe: «Falli aspettare un po’». Poi si rivolse a
Cockeye: «Che è successo?»
«Sventolavano biglietti da dieci dappertutto. Hanno fatto tutti i negozi dei dintorni per provare i campioni.»
«Be , devo proprio dirlo, come campioni, erano proprio buoni», sogghignò Maxie.
Cockeye riprese: «Li hanno provati anche alla Banca Nazionale».
Scoppiammo a ridere.
Cockeye disse: «Ma questo ci dà un taglio alle vostre risate. Li ho visti depositare i ventimila.»
Al vedere la faccia di Maxie, Cockeye scoppiò a ridere e così tutti noi. Si grattava la testa con aria perplessa e borbottava: «Mmmm, mmmmm».
Poi disse: «All’inferno! Vediamo che fanno adesso. Di’ a Moe di mandarli dentro».
I tre fratelli arrivarono di corsa, così eccitati che inciampavano l’uno nei piedi dell’altro. Il più anziano si premeva una mano sul petto ansante. Respirava a fatica. Aveva le grosse labbra umide e spruzzava saliva dappertutto ad ogni parola.
«È stato splendido, magnifico. Tutti i negozi hanno accettato i campioni. Ho cercato persino di cambiarli in banca, là sono esperti. Per un minuto ho avuto una terribile paura, poi l’impiegato mi guarda e dice: ‘Bel biglietto, signor Himmelfarb, l’avete fatto voi?’ Morto di paura rispondo: ‘No, li fa un mio amico’. E sapete che cosa mi ha detto quello schlemihl? ‘Himmelfarb, fatevi socio del vostro amico, diventerete milionario!’ E si è messo a ridere, quel meshuggener
Gli altri fratelli attaccarono a parlare insieme di come dovevamo sistemare la macchina per far dollari. Erano tanto eccitati, che noi non riuscimmo a metterci neanche una parola. Volevano a tutti i costi comperare subito la macchina del professore e mettersi a stampar danaro quel giorno stesso: «Il tempo è…» balbettò uno dei tre.
«Il tempo è infinito», dissi.
«Cosa? Sì, sì, giusto, caro Noodles.»
«Calmatevi, soci.»
Maxie batté sul tavolo per farsi sentire. «Calmatevi!» ripeté.
Sorrideva del loro entusiasmo. Finalmente riuscì a farsi sentire.
«Signori», disse, «vedo che siete dei veri uomini d’affari. Siete abili. Sapete riconoscere un buon affare a colpo d’occhio. Ma fino a domani non si può incominciare. Ho preso gli accordi con il professore che ha inventato questa formidabile macchina. Verrà da voi domani alle quattro del pomeriggio e allora completeremo la transazione. Va bene, soci?»
Annuirono. Il più anziano continuava a spruzzare saliva tutto intorno. «Magnifico, bene, bene.»
Maxie si chinò ad accendere il sigaro e sussurrò: «Per quel vecchio porco mi ci vuole un ombrello».
«E i tuoi ventimila?» mormorai.
Maxie annuì. «Himmelfarb, caro amico, hai messo i miei ventimila dollari in un posto sicuro?» domandò in tono di noncuranza.
«Ma certo», rispose Himmelfarb. «Sono un uomo d’affari, no? Li ho depositati alla Banca Nazionale e domani faccio un assegno per tutta la somma a nome del professore. Sì?»
Patsy ed io ci scambiammo un’occhiata. Come se la sarebbe cavata Max con questa difficoltà imprevista? Semplice, non ci pensò neanche.
«Niente assegni. Danaro contante, o compro la macchina per conto mio.» Parlava in tono secco e deciso. «Trentacinquemila dollari in contanti per domani alle quattro. Il professore verrà con la macchina. Sia ben chiaro, contanti o non se ne fa nulla.»
«Certo, certo. Come vuoi tu, socio. Avrò il danaro contante.»
Himmelfarb sorrise. «Una cosa ancora: il professore ci darà una dimostrazione?» Sollevò le sopracciglia. «E magari la garanzia per un anno?»
Guardò i suoi fratelli chiedendo approvazione. Gli sorrisero ammirati per la sua previdenza.
Maxie rispose in tono placido: «Tutto quello che volete e non è escluso che, dato che si è amici, il professore ci dia una garanzia di due anni». Si alzò in piedi. «Allora, signori, direi che è tutto.
Ho molto da fare. A domani.»
Maxie li accompagnò alla porta con l’atteggiamento di un indaffaratissimo industriale che deve liberarsi dei visitatori.
«Uffa!» sospirò Maxie. «Quei fetenti sono davvero un servizio per tre.»
«Che servizio per tre?» domandò Cockeye.
Ridemmo.
Cockeye tirò fuori l’armonica e si mise a suonare Dardanella.
Patsy scosse la testa. «Ehi, Cockeye, un po’ di rispetto.» Accennò con il pollice in direzione dell’armadio. «Per il nostro amico, il signor
Moore.»
Cockeye si fermò, batté l’armonica sul palmo e domandò: «Questo va meglio?» E attaccò Melancholy Baby.
Patsy sorrise .e annuì. «Giusto, ci vuole qualcosa di triste.»
Ci mettemmo comodi e chiacchierammo del più e del meno, bevendo e fumando.
Patsy disse: «Ho sentito che quel solito poliziotto in borghese non la pianta. Continua a pizzicare le macchinette di Harlem. Che succede, Frank non lo becca?»
Maxie alzò le spalle. «E come diavolo si fa a saperlo? Quello vorrà vincere il campionato per gli arresti di macchinette.»
Patsy disse: «Lui e il suo campionato, andranno a sbattere in fondo a dove so io. Quel rognoso! Be’, che ci si rompano le palle quelli del reparto legale. Gente in gamba, eh Max?»
«Eh sì!» Maxie fumava placidamente. «Uno dei più dritti, uno degli uomini di Jimmie. Farà strada. Diventerà presidente di zona, magari anche sindaco.»
«A proposito di strada», e Cockeye si alzò e sbadigliò. «Perché non si va da qualche parte, Max?»
«Come volete», rispose Max languidamente. «Vi do tre idee da scegliere: una festicciola all’albergo di Eddie con servizio di bionde, da Joey a sbattere il gong o una bella serata tranquilla al bagno.» «L’albergo di Eddie», votarono concordi Patsy e Cockeye.
«Il bagno», dissi io.
«D’accordo», disse Maxie strizzando l’occhio. «Vince la maggioranza. Si va al bagno.»
L’espressione delusa di Cockeye ci fece scoppiare a ridere.
«Cockeye, hai una fissazione, devi sempre bruciare la candela da tutte e due le parti», lo rimproverò Maxie.
«No, non è vero, non da tutte e due», protestò Cockeye.
Mentre mi avviavo per uscire, dissi: «Il signor Moore si sentirà un po’ solo».
«Perché non lo invitiamo a venire al bagno con noi?» propose Maxie.
Quando fummo a bordo della Caddy, Cockeye domandò: «Da
Lutkee?»
«No. Ai bagni del Pennsylvania Hotel. Calmo, tranquillo, niente gentaglia della malavita e niente fior di pisello», dissi.
Maxie approvò.
Patsy si voltò. «Non mi piace sentire nominare malavita e fior di pisello insieme.»
«Perché, Patsy?» domandai. «Pensi di far parte della malavita? Sbagli. Siamo uomini d’affari, tutti i tipi di affari facciamo: commerciamo in diamanti, manifatturiamo biglietti da dieci dollari, eccetera.»
Patsy mi fece una pernacchia.
CAPITOLO XVII
L’INDOMANI ci sentimmo freschi e riposati e affamati. Dissi a Moe di friggere bistecche di prosciutto e dodici uova. Cockeye andò a comperare due dozzine di bagels caldi da Ratner. Dopo aver bevuto il caffè e accesi i sigari, Maxie chiamò l’ufficio centrale. Quando riattaccò, alzò le spalle.
«Niente di niente. Tutto tranquillo sul fronte occidentale.»
E così giocammo a klabiash quasi tutta la mattinata. Moe ogni tanto faceva entrare qualcuno che voleva qualcosa.
Poi arrivò il rabbi della vicina sinagoga. Ci raccontò in yiddish una storia commovente di un’improvvisa morte in una famiglia povera.
«Neanche un soldo per il funerale.»
Maxie telefonò al cimitero e disse di mettere in conto a noi, poi diede al rabbi il permesso di usare la nostra impresa e di scegliere una cassa di pino.
Il rabbi disse: «Che Dio vi benedica, signori. Pregherò per voi».
Potevo anche tacere, ma risposi in yiddish., «Non occorre, rabbi, siamo agnostici.»
Il rabbi sorrise filosoficamente è rispose: «Ragione di più per pregare per voi, come ho pregato per tuo padre. Sì, un tempo tuo padre parlava come te e faceva quello che fai tu».
«Che cosa faceva? Che volete dire?»
«Forse ti sorprenderà, ragazzo mio», rispose il rabbi con tono indulgente, «ma tuo padre era un uomo famoso a Odessa.» «Cosa?» esclamai.
«Sì, anche tuo padre aveva un soprannome pittoresco, come te.» «No!» esclamai incredulo.
«Sì», replicò il rabbi. «Nel ghetto di Odessa, tuo padre era chiamato Srulick Shtarker! Era un ben noto ladro di cavalli e contrabbandiere.» Rise della mia faccia sbalordita.
«Mio padre era chiamato Israele il duro e il forte!» esclamai. C’erano sorpresa e ammirazione nella mia voce.
«Sì», confermò il rabbi. «e te lo dico soltanto perché, a quanto pare, sono le uniche qualità che tu rispetti nella gente.»
«E come mai è cambiato, da un estremo all’altro?»
«Quando siamo venuti qui insieme, nel nostro nuovo paese, io l’ho aiutato a cambiar vita; poi, dopo essersi redento ed aver accettato Dio, ha tentato di cancellare i suoi peccati.» Il rabbi si avviò verso la porta, continuando a parlare. «La Bibbia dice, i peccati dei padri…» Si fermò e sorrise. «Be’, l’espressione americana è: tale padre, tale figlio. Un giorno o l’altro ti trasformerò in un bravo ebreo.
Grazie di tutto e sholem aleichem, ragazzi.»
«Venite a trovarci, rabbi, e a fare due chiacchiere», gli dissi.
«Verrò per chiedervi aiuto finanziario per qualche caso pietoso», rispose ridendo.
«Siete sempre il benvenuto», dissi.
Quando il rabbi se ne fu andato, rimasi per un po’ a bere e a meditare.
Maxie mi scosse per un braccio. «Sveglia, Noodles, a che stai pensando?»
«Cosa?»
«Che fai?»
«Oh… pensavo a mio padre. Capito, era proprio un uomo. Lo chiamavano Srulick Shtarker. Ehi, Max, lo conosci un posto dove posso comperare una bella pietra tombale per mio padre?» «Sì che lo conosco. Ci andremo insieme appena possibile.» Jake Goniff, Goo-goo e Pipy vennero a farci una breve visita.
Maxie esclamò: «Proprio voi volevo vedere! Cosa siete, indovini?»
Jake scosse la testa. «No, siamo venuti per berci qualcosa e per un paio di dollari. Siamo piatti…»
«Come una manza senza tette?» terminò Max. «Sentiamo, prima una poesia. Ne hai delle nuove?»
«Max, non incoraggiarlo», esclamò Patsy.
«Avanti, Jake, recitagli quella nuova che hai fatto oggi pomeriggio.» Goo-goo gli diede una gomitata d’incoraggiamento.
«Va bene, va bene», disse Jake, «ecco qua.»
Mary aveva un agnellino lo portò con se a lettino.
Saltò fuori che era montone Mary ebbe un agnellone.
Aspettammo che Jake continuasse. Ci guardò, poi alzò le spalle. Aveva finito.
«Oh no!» gemetti.
Max disse: «Gesù».
Cockeye rise. «Non badare a quei due, Jake. È proprio bella. Sei un genio poetico.»
Max attaccò. «Come dicevi quando sei entrato, hai un mucchio di soldi.
E allora?»
«Se ne ho di danaro!» fece Jake con aria smarrita. «Tanto che mi basterà finché campo, basta che caschi secco entro stasera.»
Max diede un centone a tutti e tre, poi disse: «Questo è un acconto. Ho un lavoretto per voi, tornate stasera alle dieci».
Jake domandò: «Di che si tratta?»
«Te lo dico stasera.»
Ne bevvero ancora un paio, poi se ne andarono.
Mi domandavo a che diavolo dovevano servire. Che aveva adesso Max nel cappello?
Alle tre e mezzo, Moe annunciò: «C’è fuori il professore».
Max disse: «Fallo entrare».
Il professore entrò a passo spedito, come un dinamico direttore delle vendite, con gli occhi splendenti e i denti lampeggianti in un cordiale sorriso. Ci strinse la mano con calore, sembrava sincero: era proprio contento di rivederci.
«Ragazzi, volete una dimostrazione preliminare?» domandò.
«Sì, se non ti spiace», rispose Max.
Il professore sorrise. «Ma per niente, niente affatto. È un piacere.
Uno di voi può assistermi con questo meccanismo?» Cockeye si offrì volontario.
Portarono dentro la macchina, un affare piuttosto ingombrante, lungo più di un metro e mezzo e profondo mezzo, una specie di cassettone tozzo. Lo deposero con precauzione sulla tavola.
Il professore attaccò la canzonetta. Era convincente. Non mi meravigliavo davvero che tanti polli creduloni cascassero nella pania. Proprio là, davanti ai nostri occhi, girava una manovella, infilava la carta bianca da una parte e dall’altra, lisci e nuovi, i biglietti da dieci dollari scivolavano fuori della macchina. Mica roba da poco. Sembrava proprio che li fabbricasse. Si sentiva lo sferragliare del complicato meccanismo. Mi parve un suono familiare, ma non riuscii a riconoscerlo subito.
Max disse in tono faceto: «Troppo buona, la macchina, per gli Himmelfarb, teniamocela per noi».
«Certi momenti, ci credo perfino io», disse il professore. «Aspetta di vedere l’interno.»
Tolse il coperchio: c’era una massa di ruote, molle e rotelle.
«Accidentaccio», esclamò Max, «non è vero!»
Il professore sorrise. «Certo che è vero. Ci sono dentro i meccanismi di due vecchie macchinette a gettoni della compagnia, con qualche lieve modifica.»
Il professore levò il macchinario dalla cassa e ci mostrò lo scompartimento nascosto dov’erano sistemati i biglietti da dieci dollari. Quando si girava la manovella, la macchina afferrava la carta bianca che entrava e la spingeva in un altro scompartimento, proprio sotto il danaro.
Poi spingeva nella fessura un autentico biglietto da dieci dollari, lucido e nuovo come se fosse appena stampato. Era una faccenda semplicissima, tutte le ruote e rotelle e molle servivano a darle un aspetto complicato e a far rumore. Una trovata formidabile. Il professore accolse con soddisfazione i nostri commenti d’ammirazione.
«Una cosa ancora», disse Max. «Vorrei un altro cassone, ma senza il meccanismo.»
Il professore sollevò le sopracciglia. «Pardon
Maxie ripeté la richiesta e aggiunse sorridendo: «Non preoccuparti, professore, non ho nessuna intenzione di farti concorrenza. Mi piacerebbe un cassone vuoto, senza macchinario. Ne hai uno a disposizione? Non posso spiegarti il perché, ma è importante».
«Certo, Maxie, certo», esclamò il professore pieno di premura.
«Se solo lo avessi saputo, lo avrei portato con me.»
«Appena abbiamo finito con gli Himmelfarb, ti mando Cockeye in magazzino. D’accordo?»
«Quanti ne vuoi», rispose il professore.
«Me ne basta uno.»
Non capii subito perché Maxie volesse il cassone vuoto, ma quando l’ebbi afferrata, l’idea non mi piacque molto. Cambiamenti inutili, pensai.
Il professore rimise insieme la macchina; la preparò con quaranta biglietti nuovi da dieci dollari, contò quaranta fogli bianchi e se li mise in tasca. Poi caricammo l’arnese sulla giardinetta del professore e lo precedemmo nella Caddy verso la fabbrica degli Himmelfarb.
Al nostro arrivo, i tre fratelli mandarono via tutti, compreso il guardiano, con l’intera giornata di paga. L’idea della paga era di Maxie.
Il professore fu perfetto. I tre fissavano a bocca aperta i biglietti da dieci dollari che scivolavano fuori della macchina. Poi il professore la scoperchiò e mostrò loro il complicato meccanismo. Ne rimasero impressionatissimi. L’Himmelfarb anziano spruzzò tutti con la saliva, tant’era eccitato. «Wunderbar! Meraviglioso! Kolossal!» esclamava.
Quando venne il momento di sganciare i trentacinquemila, ci fu un breve intoppo. Himmelfarb voleva una garanzia scritta per un anno.
Finalmente il professore lo convinse. «Ve la porterò domani, stampata e autenticata.» Era un venditore travolgente.
Maxie sussurrò: «Quello sarebbe capace di sfondare i timpani a un elefante».
Himmelfarb consegnò i trentacinquemila al professore con mani tremanti. «È una grossa cifra», disse.
Il professore gli batté sulla spalla. «Non preoccupatevi. Domani arriva la partita di carta da stampare e la prima consegna la faccio a voi. Vi garantisco un profitto di molto superiore ogni settimana.»
La sua sfacciataggine e la gonzaggine di quei tre mi stupivano.
Lasciammo gli Himmelfarb occupati a calcolare i profitti. Ci dissero che avrebbero fatto anche gli straordinari, appena ricevuta la carta. Capivo che se non ci si sbrigava ad andar via, Cockeye sarebbe esploso. Soffocava dalle risate represse.
Andammo direttamente all’officina del professore. Era la stessa squallida cantina, ma equipaggiata con tutti i macchinari più moderni per la lavorazione del metallo e del legno. Il professore contò trentamila dollari e li porse a Maxie.
«Non ne conosci altri di pollacchioni come quelli?» domandò.
Maxie sorrise e rispose: «Non prendertela, professore, ognuno si fa i fatti suoi, ma a noi questi trucchi non vanno molto. I tre Himmelfarb ci scocciano da un sacco di tempo, Morivano dalla voglia di farsi far fessi».
«Un lavoretto remunerativo, te l’assicuro», disse il professore. «Sgancio almeno una macchina al mese. Incasso dai tremila in su. L’incasso più grosso è stato quello di cinquantamila, un conte italiano. Di solito, stabilisco il prezzo a seconda delle condizioni economiche dei miei clienti… o dovrei dire polli?» Ridacchiò. Poi riprese in tono più serio: «Naturalmente non occorre che vi avverta. Questi polli ogni tanto corrono dalle autorità a lamentarsi».
Maxie rise. «Li sistemiamo noi. E poi c’è dell’altro, professore. Non avranno neanche le prove. Riavrai stasera stessa la tua macchina. Ma devi fare una cosa. Hai un rotolo di carta igienica?»
Il cassone vuoto, l’avevo capito, ma la carta igienica? Il professore ripeté esterrefatto: «Carta igienica? Certo che ne ho, nel gabinetto».
Andò nel gabinetto e tornò con un rotolo di carta. Lo porse a Max con espressione perplessa.
Maxie si avvicinò ad una macchina vuota e vi mise dentro il rotolo.
«Puoi fare in modo che giri e che metta fuori i foglietti?»
«Sì, sì, capisco quello che vuoi fare. Mi ci vorrà un quarto d’ora.»
Si mise al lavoro ridendo di cuore. «Un’altra trovata!» Io protestai.
«Ma perché darsi tanta pena?»
Max mi rivolse un allegro sorriso. «Capito eh, Noodles? Divertente, no?»
Sorrisi del suo entusiasmo fanciullesco.
Il professore ci impiegò venti minuti buoni per sistemare il rotolo di carta igienica e per far funzionare a dovere la macchina. Maxie era beato, come un bambino con un giocattolo nuovo.
Caricammo il cassone sulla Caddy. Maxie domandò: «Sarai in officina verso le undici? Ti faccio consegnare la macchina che hai venduto agli Himmelfarb».
Il professore rispose: «Se occorre, aspetto tutta la notte. Sarò ben felice di riceverla. Mi risparmierà una settimana di lavoro».
Portammo il cassone vuoto da Moe. Lo sistemammo sul pavimento. Sorrisi a Maxie. Era capace di tutto pur di farsi quattro risate.
«Facciamo accomodare il signor Moore nella scatola, Max?» domandai.
Scoppiai a ridere, perché Max sobbalzò.
«Proprio così, avanti.»
Togliemmo il signor Moore dall’armadio.
«Ma come hai fatto a saperlo, Noodles?» domandò.
«Elementare, mio caro Watson. Lo sai che adopero le meningi.
Scommetto che l’ha capito perfino Cockeye.»
Cockeye borbottò: «Kish mir in tauchess, Noodles».
«Accidenti se comincia ad essere maturo», esclamò Max. Sistemammo il signor Moore nel cassone.
«Chanel numero cinque, pfui!» sbuffò Max.
«Più forte del numero cinque», dissi. «Puzza almeno come il numero sette.»
«Lo hai sistemato bene da quella parte?» domandò Maxie.
«Attento che non disturbi l’operazione carta da gabinetto.»
«Tutto a posto. Gli ho legato i piedi dalle due parti», risposi. Avvitammo saldamente il coperchio.
Maxie girò la manovella; un torrente di carta scivolò fuori dalla fessura. Maxie scimmiottò il vecchio Himmelfarb, sputacchi compresi. «Meraviglioso! Kolossal
Cockeye disse: «Accidenti se mi piacerebbe esserci, quando girano la manovella e ne esce questa cartaccia».
«E quando aprono il coperchio per guardarci dentro», disse Patsy ridendo, «si trovano a faccia a faccia con il signor Moore.»
«Giuro che cascano secchi», aggiunse Cockeye. Lasciammo il cassone dove stava.
Maxie esclamò: «Direi che dopo tutto questo lavoro, è ora di passare ai rinfreschi».
Cockeye sporse la testa nel bar e gridò: «Rinfreschi!»
Moe arrivò con un vassoio di doppi. Patsy si diede un po’ da fare con il «sacco», Max si esercitò con la trentadue nascosta nella manica e Cockeye suonò la sua armonica. Io lavoravo col coltello.
Jake Goniff, Pipy e Goo-goo arrivarono alle dieci in punto. Entrarono, come sempre, nello stesso ordine e in fila indiana. Prima Jake con la sua andatura dondolante, poi Pipy simile ad un furetto sorridente, con gli occhi vivacissimi e poi Goo-goo, cauto e ingobbito, come se si aspettasse sempre un colpo alle spalle.
Maxie domandò: «Una sorsata?»
Domanda del tutto superflua, perché non avevano mai rifiutato una sola volta.
Cockeye sporse la testa nel bar: «A rotazione, Moe!» Moe arrivò con un vassoio dopo l’altro.
Jake e la sua coorte continuavano ad occhieggiare il cassone. Finalmente Jake domandò: «Che diavolo ci hai messo là dentro,
Max?»
Max rispose con aria altezzosa: «Vieni che ti mostro l’ultimo ritrovato della scienza».
Prese un giornale e lo strappò a pezzi larghi dieci centimetri circa. Li infilò nella fessura ricevente della macchina, girò la manovella e, mentre la carta da gabinetto usciva dall’altra parte, annunciò in tono serissimo: «Ecco l’invenzione del secolo, la macchina per fabbricare carta da cesso!»
«Mai visto niente di simile!» aggiunsi. «Dovrebbero averne una in tutte le famiglie.»
Jake Goniff annuì. «Ragazzi, pensate ai soldi che risparmierebbero tutti. Specialmente le famiglie numerose: fabbricarsi in casa la carta da gabinetto, con i giornali vecchi!»
«La più grande invenzione, da quando Edison ha inventato la lampadina elettrica», aggiunsi.
Maxie spiegò in tono cattedratico: «Questa l’ha inventata Marconi. Lo sapete, vero, chi è Marconi? Quello che ha inventato il telegrafo senza fili?»
Goo-goo disse: «Eh sì, lo abbiamo sentito nominare. Un dritto di italiano».
«Adesso ascoltami bene, Jake», disse Maxie. «Ti dirò quello che devi fare e non attaccare con un mucchio di domande sciocche.»
Jake prese un’aria offesa. «Quando mai ti ho fatto delle domande?»
«Suvvia, non prendertela tanto. Lo sai dov’è la fabbrica dei fratelli
Himmelfarb?» Jake annuì.
Goo-goo interruppe: «Sì, ho un cugino che lavora nella loro fabbrica.»
Max riprese: «Benissimo. Voglio che ci portiate questo cassone e pigliate l’altro uguale che sta là. Un cambio, capito?»
«Stasera?» domandò Jake. «Chiudono lo stabilimento alle sette.
Sono, le dieci passate.»
Max scattò. «Se lo volevo consegnare quando c’erano loro, avrei chiamato un fattorino qualsiasi, non te, balordo!»
Jake si mise a ridere. «Oh, adesso ho capito! Vuoi che scassiniamo l’ingresso!»
Max sorrise. «Diventi più dritto ad ogni minuto che passa! Puoi procurarti un camioncino?»
«Certo, possiamo prendere a prestito quello di Klemy, quello che pulisce i tappeti», rispose Jake.
Maxie ridacchiò. «Klemy lo presta a tutti il suo camioncino. Finirà con il sedere al caldo.»
«Gliene abbiamo fatti di piaceri», disse Pipy.
Goo-goo domandò speranzoso: «Già che ci siamo, possiamo darci una ripulita a quel posto?»
«Be’, non saprei», rispose Max incerto. «Fate così, non toccate il materiale o la merce, ma se trovate del grano, è vostro.» «Grazie, Max», disse Jake.
Lo guardai per capire se lo diceva ironicamente. No, era serissimo.
Max disse: «Allora, in marcia!»
Jake si volse a Goo-goo e disse: «Va’ a casa di Klemy e digli che ci serve il furgone».
Goo-goo afferrò il bicchiere, lo vuotò ed uscì.
Mentre aspettavamo il suo ritorno, Pipy e Jake si scambiarono sussurri e occhiate eccitate. Pipy insisteva: «Domandaglielo, avanti, domandaglielo».
«Be’, che vuoi, Jake?» domandai infine. «Avanti, parla, non vergognarti.»
«Non mi vergogno, Noodles.»
Jake si schiarì la gola, esitò un attimo, poi in tono di scusa sbottò: «Pip ed io si parlava…» Esitò ancora.
Max lo incoraggiò: «E allora?»
Jake decise di tuffarsi. «Ci piacerebbe entrarci con quell’affare», disse indicando il cassone.
Maxie non capiva. «Che affare?»
«Fabbricare carta igienica», spiegò Pipy.
«Gesù Cristo!» esclamò Maxie incredulo. «E mai possibile?»
Oh santo cielo pensavo io! Eccoli là, un paio di tipi scafati e duri dell’East Side garantiti, tipi che la sapevano lunga su tutti i trucchi e le fregature che mai siano state affibbiate, cascano come pere davanti a una delle meno meditate balordaggini di Maxie. Barnum aveva ragione.
Maxie domandò incredulo: «Ma davvero volete investire del danaro in quell’arnese?»
Jake é Pip annuirono.
Jake disse: «Certo, Maxie, abbiamo qualcosa da parte». Si corresse, dopo una breve esitazione: «Quello che ci hai dato tu, e pensavamo che forse ci prestavi il resto».
Maxie riuscì con uno sforzo a non mettersi a ridere. «Senti cosa faremo», disse. «Questa baracca per fabbricare carta da cesso non va bene per voi. È roba legittima. Non ci siete tagliati, per la roba regolare. Poi siamo in un periodo di depressione, gli affari vanno male, dappertutto.»
«Perfino la sotterranea è sotto», disse Patsy.
«Eh sì», aggiunse Cockeye, «perfino i tappeti sono verdi.» «Battute vecchie, puzzano da asfissiare», protestò Maxie.
«È geloso, Pat», disse Cockeye, «perché non sono venute in mente a lui.»
«Adesso vi dico io che cosa faremo.»
Maxie si mise a passeggiare a testa china e con la fronte aggrottata, poi si fermò e guardò Jake e Pipy. La faccia gli si illuminò di un affettuoso sorriso. Mi consultò con lo sguardo. Annuii. «Certo, per me va benissimo», dissi.
Si volse a Jake e a Pipy. «Vi darò qualcosa del genere che va per voi, qualcosa da contarci davvero per cavarne qualche dollaro.»
E con l’aria di un nobile che conferisse ai vecchi e devoti servitori un meritato premio, esclamò: «Da questo momento, lo speak di Broome Street appartiene a Jake, Pip e Goo-goo. Dite a Izzy di darvi le chiavi e se fa storie ditegli di telefonarmi. Non sapevo che vi andava di entrare in affari. Che ne dite? Vi va?»
Maxie domandava se a loro andava bene. Era come dare ad un giovane sostituto la parte principale al Metropolitan. Uno speakeasy per quei tre rappresentava il culmine del successo.
La voce di Jake era strozzata dall’emozione.
«Grazie Maxie, Noodles, grazie ragazzi, grazie!»
Il piccolo Pip si asciugò il naso con la manica. Sembrava sconvolto.
«Accidenti, aspettate che lo sappia Goo-goo! Grazie mille, amici!» Ci guardò con occhi pieni d’affetto. «Cosa devo sapere?»
Goo-goo entrò strascicando i piedi e si guardò attorno incuriosito. «C’è fuori il furgone di Klemy.»
Pipy gli mise un braccio intorno alle spalle. «Siamo in affari!
Maxie, Noodles e i ragazzi ci hanno dato lo speak di Broome Street.»
Gli occhi di Goo-goo si spalancarono tanto che sembravano sul punto di schizzar fuori. Deglutì e fu preso da un accesso di tosse. Jake gli batté sulla schiena.
«Calmati, calmati», disse.
Finalmente Goo-goo riuscì a balbettare: «Oh grazie, amici, grazie!»
Max si volse a me e domandò: «Come funziona quello speak di
Broome Street, Noodles?»
Tolsi di tasca il mio taccuino e lo aprii alla pagina degli speaks. Cercai i dati su Broome Street e dissi: «Fa circa duemila otto la settimana tra birra e whisky, quattrocento con le macchinette. Tolte le spese, affitto, olio per le ruote eccetera, restano circa milledue la settimana di profitto».
«Benone, ragazzi», disse Max, «è tutto vostro. Tenete la stessa gente, tenetelo pulito e rispettabile.» Guardò Jake diritto in faccia. «E niente rivoltare gli addormentati.» Guardò Pipy e Goo-goo con occhi feroci e agitò l’indice sotto i loro nasi. «E niente puttane.»
Jake disse: «Ti prometto di tenerlo pulito, Max.»
«Ancora una cosa», riprese Max, sempre agitando severamente il dito. «Vi siete aggiudicati un lavoretto che vi darà circa quattro centoni puliti la settimana. Mettetene un po’ in salamoia per l’inverno, capito? Il proibizionismo non durerà in eterno. Ricordatevelo, non pisciatelo in giro. E adesso, mettetevi in moto.» Accennò alla macchina con il pollice. «Andateci piano, c’è dentro del macchinario delicato», avvertì, mentre Pip e Goo-goo sollevavano il cassone. «L’avete l’armamentario per aprire la porta della fabbrica?»
Jake lo guardò sorpreso. «Che ti credi, che siamo dilettanti?»
Levò di tasca un anello di chiavi universali e le fece tintinnare. Dovevano essercene perlomeno venticinque, di tutte le misure e tutte le forme. «E Pipy ne ha un altro assortimento. Scommetto che possiamo aprire tutte le porte di New York in dieci minuti, senza grimaldello; e se ci fosse da scassinare la porta. Goo-goo ha l’arnese migliore che c’è in commercio.»
«Benissimo», approvò Max. «Dicevo così per dire. Non scordatevi di riportare qui l’altro cassone che c’è dagli Himmelfarb. È molto importante.»
Jake agitò una mano con impazienza. «Okay, non scorderemo niente.» Si avviarono verso la porta. Jake si volse e disse: «Sembra di portare una bara».
«Addio signor Moore», dissi con voce cupa.
Jake si voltò. «Cosa?» «Oh, niente.» Uscirono.
Ci impiegarono più del previsto, ma tornarono arzilli e soddisfatti con l’altro cassone.
«Com’è andata?» domandò Max. «Nessuna difficoltà per entrare nello stabilimento?»
«Quante ce ne vuole per entrare da Peggy», rispose Jake. «Serve altro? Ci piacerebbe fare un salto al nostro speak.» Lo disse con un sorriso timido e fiero.
Anche Maxie sorrise. «Stammi a sentire, Jake, se Izzy fa storie, digli di chiamarmi.»
I tre dissero: «Grazie, amici».
Ci andarono volando, a quanto pareva. Pochi minuti dopo, Izzy chiamò Maxie per sapere se era d’accordo.
Maxie disse: «Sì, sì. Il posto è loro e di’ a Jake che ho detto di darti un aumento di venticinque».
Riattaccò e si volse a Patsy e a Cockeye. Puntò un dito contro di loro e domandò: «Tu e tu, siete disposti a riportare il cassone al professore?»
Quando restammo soli, gli dissi: «Che ne pensi? Può darsi che ne esca qualcosa con gli Himmelfarb. Non sono tipi da tener chiuso il becco, quando ci rimettono quindici bigliettoni».
Max rispose sorridendo.
«E che diavolo possono provare? Per quanto ne sanno, a noi ne hanno fregati venti. Gli Himmelfarb possono anche capire che si lavorava con il professore, ma non hanno prove. Non hanno neanche più la macchina. E poi c’è un altro problemino, non dimentichiamolo, che li terrà occupati parecchio: che farsene del signor
Moore?»
Maxie inclinò la sedia all’indietro e il cappello sugli occhi. Pensai che si fosse addormentato.
Invece si stiracchiò pigramente e disse: «Lo sai, Noodles? Per male che vada, potranno sempre darsi alla fabbricazione della carta da gabinetto».
CAPITOLO XVIII
«TELEFONARE subito al club», disse Moe, appena arrivammo la mattina dopo.
Maxie mi guardò sollevando le sopracciglia. «Lo pensavo», disse. «Ha detto perché?» domandò a Moe.
«No», e Moe scosse la testa. «Ha detto solo che era molto importante. Ha chiamato due volte.»
Maxie tracannò il doppio e chiamò il capo del distretto Tammany al club. Dopo una breve conversazione, riattaccò con un’espressione perplessa.
«Filiamo, è urgente.»
Entrammo nell’ufficio del capo senza bussare. Sedeva alla scrivania con aria preoccupata. Ci indicò le sedie sparse per la stanza. Le prendemmo e ci avvicinammo alla scrivania.
«Che c’è?» domandò Max.
«Be’, ho ricevuto due chiamate stamani Street…» Ci guardò per vedere se eravamo scossi.
«Be’?» fece Max.
«E una dalla polizia. La prima veniva diritta dall’ufficio del procuratore distrettuale.»
«Be’? Che altro?» domandò Max.
«Voglio soltanto che lo sappiate, sono dalla vostra.»
«Questo lo sappiamo. E allora che c’è di nuovo?»
«Va bene, Max. Te lo dico come m’è arrivata dalle due parti. Una strana faccenda su questi Himmelfarb che mi hai detto di tener d’occhio. Per un tuo amico, hai detto.»
Max ed io ci scambiammo un’occhiata.
«Be’, che cosa è successo a quei cafoni rognosi » domandai.
Il capo mi guardò fisso.
«Bene, stamattina, appena arrivati in fabbrica, i fratelli Himmelfarb corrono subito a vedere una certa cassa con dentro una macchina speciale per stampare. La macchina non funziona. Aprono il coperchio per vedere che cosa c’è che non va.»
Fece una pausa drammatica. «E che cosa c’era nel cassone, secondo voi?»
«Che cosa c’era nel cassone?» domandai in tono interessato.
«C’era un corpo, nel cassone.»
«Un corpo morto?» domandò Max senza neanche l’ombra di un sorriso. «Be’, e che c’è d’altro di nuovo?»
«Sì, un morto», disse il capo in tono sarcastico guardando Max. «Naturalmente voi ragazzi non ne sapete niente, tanto più che il morto è morto di morte naturale.» Ridacchiò. «Le morti naturali non sono nel vostro stile.»
«Sì, ho capito. Che c’è di nuovo?» domandò seccamente Max. «A che punto entriamo in ballo noi? Sempre ammesso che c’entriamo.
Hanno detto che cosa avrebbe dovuto stampare quella macchina?»
«Certo che ci siete in ballo voialtri, non abbiate paura. No, non hanno detto che cosa avrebbe dovuto stampare la macchina. Be’, intanto l’Himmelfarb più vecchio è all’ospedale; shock o attacco cardiaco, non so bene. Gli altri due hanno raccontato alla polizia una strana storia sconclusionata che riguarda voi.»
«E che cosa c’entriamo noi in questa storia ridicola?»
«Dicono che hanno comperato il cassone tramite voialtri.»
«Danno la colpa a noi di qualsiasi balordaggine che succede nell’East Side», protestai.
«Sì, Noodles, verissimo», disse il capo scrutandomi con attenzione. «Be’, meno male che è morto di morte naturale, così non vi saranno altre complicazioni. E gli Himmelfarb sono piuttosto evasivi su quello che avrebbe dovuto stampare Ia macchina… Non ci vorrà molto per sganciare il procuratore distrettuale e la polizia da questa faccenda.»
«Quanto?» domandò Max tirando fuori il rotolo di banconote. «Un paio di quei ritratti di Cleveland, dovrebbero bastare.» Max staccò due bigliettoni da mille e li gettò sulla scrivania.
«Non che noi si sappia niente di questa storia degli Himmelfarb, ma il danaro serve per mantener tutti di buon umore», disse.
Il capo sogghignò. «Giusto, buon umore; ma non quello dei fratelli
Himmelfarb.»
Max si alzò. «Che altro c’è di nuovo?»
Il capo sorrise e alzò le spalle. Uscì con noi. Mentre ci allontanavamo, ci gridò dietro: «Che altro c’è di nuovo?»
«Adesso si diverte con quel: ‘Che altro c’è di nuovo’» disse Max ridendo. «Certo che si sente a posto. Con due bigliettoni in più!» «Divide con il procuratore e la polizia, mica si tiene tutto», dissi.
«Già, un po’ gliene darà agli altri, ma te l’assicuro io, molto poco.»
«Probabile. Questo dimostra il potere del dollaro.»
«Giusto, Noodles. Questo dimostra che si può comperare chiunque con una charlotte russa.» «Sì», dissi.
«Appunto», disse Max.
* * *
Finalmente mi capitò un colpo di fortuna. Quella mattina fui il primo ad arrivare nella nostra saletta ed ero solo quando il telefono suonò. Era Dolores che voleva parlare con suo fratello, Moe. Quando mi resi conto di chi stava dall’altra parte del filo, fui così sorpreso da rimanere senza fiato per un momento.
Poi tutta la mia fame contenuta ruppe la diga. Domandai, supplicai, ragionai, pregai e finalmente Dolores capitolò con grazia e mi concesse un appuntamento per il pomeriggio.
«Va bene, va bene, Noodles», esclamò, ridendo della mia insistenza, «il tuo entusiasmo mi travolge. D’accordo, oggi, ma ho uno spettacolo nel pomeriggio, prima delle cinque e mezzo non posso. Soddisfatto?» Poi, con un tocco di civetteria, aggiunse: «Mi hai già vista nello spettacolo?»
Se l’avevo vista? Se solo avesse saputo, quante volte l’avevo contemplata dal buio della platea, tormentato dal desiderio di lei!
«No, ma mi piacerebbe molto.»
«Offro io allora, Noodles. Ti lascio un biglietto al botteghino. Ci vediamo all’uscita del palcoscenico, venti minuti dopo la fine dello spettacolo. Va bene?»
«Mi chiamerò impazienza fino a quel momento», dissi.
Mi rispose la sua allegra risata. «Ne dubito, ma hai imparato a dire delle cose carine. Adesso, per favore, mandami Moe al telefono,
prima che dimentichi quello che volevo dirgli.»
Gridai: «Moe, ehi Moe, c’è tua sorella al telefono».
«Chi, Dolores? Oh, benone.»
Mentre parlava, lo guardavo, grasso, flaccido, così diverso. E pensavo a lei, snella, agile, piena di grazia. Si assomigliavano come un’orchidea a una zucca, pensavo. Aspettai che Moe finisse di parlare. Non potevo non sentire quello che diceva. Dolores voleva andare a visitare le tombe dei loro genitori, prima di partire per non so dove. Cercai di capire dove, ma non ci riuscii. Voleva andarci domenica.
Moe disse: «Non so se posso, Maxie non c’è ancora».
«Ma certo, Moe», esclamai. «domenica sei libero.» Poi aggiunsi: «Fornisco io automobile e autista».
«Dolores ha detto di ringraziarti molto, Noodles.»
«Niente.» Poi, nel tono più noncurante possibile, domandai: «Dove va?
Parte?»
«Eh sì, non lo sai? Ha ricevuto un’offerta da Hollywood. Una parte in un film musicale.» Mi sentii male.
«Non lo sapevo», dissi.
Uscii di corsa per evitare Maxie. Poi tornai indietro e lasciai detto a Moe che sarei rimasto fuori tutta la giornata, affari personali. Avrei telefonato per spiegare a Maxie.
Ero come uno scolaretto al primo appuntamento. Balzai in un tassì e corsi in albergo. Incominciai frenetici preparativi. Levai dall’armadio tutti i miei abiti e li disposi sul letto. Scelsi quello blu scuro con una sottilissima riga bianca, quasi nuovo e piuttosto severo, ma molto elegante.
Frugai in gran fretta nel cassetto delle camicie e scelsi la più bianca e la meglio stirata. Esaminai la collezione di scarpe. Non me ne piaceva neanche un paio. Decisi di fare una corsa nella Quinta Strada a comperarle. E dato che c’ero, avrei comperato anche una bella cravatta da Sulka. E tanto valeva comperare anche un cappello nuovo. Magari un derby. Un derby? Niente da fare, ci rinunciai. Non andava bene con la mia faccia, troppo rossa e grassa.
Scoppiai a ridere: grassa? Non ero grasso. Mi guardai allo specchio dell’armadio. Niente ciccia, né in faccia né altrove. Ero tutto ossa e muscoli. E in gran forma. A me non occorrevano imbottiture alle spalle. Be’, forse solo un pochino, perché la giacca cadesse bene. Meglio togliere i finimenti. La Roscoe avrebbe rovinato la linea. La lama me la sarei tenuta, ero nudo senza. Mica male come ragazzo, vero Noodles, vecchio mio? Quasi uno e ottanta, be’ diciamo uno e settantacinque. È quasi uno e ottanta, in tutte le lingue.
Accidenti, dopo tanti anni, un appuntamento con Dolores. Ecco cosa mi ci voleva, vederla ben bene da vicino per distruggere quest’illusione, questa mania. Gesù, poco ci mancava, l’adoravo! Perché? Non .la conoscevo neanche.. Le avevo parlato quattro o cinque volte in dieci, dodici anni.
Cribbio, l’aveva davvero qualcosa, quella donna! E così finalmente accondiscendeva a vedermi. E chi diavolo si credeva di essere? Una manza qualsiasi dell’East Side, buona da stendere, per quello che ne sapevo. Probabilmente me n’ero fatte di molto meglio, cento volte. All’inferno, perché non la piantavo di pensare e di comportarmi come un teppista?
Esiste una sola Dolores, una dolce bambina, pura e pulita come il giorno che è nata. Colta, ha studiato all’Hunter College, bella, e, scommetto, anche tenera e fedele. Una ragazza della quale ci si potrebbe fidare. Che donna, la mia Dolores! Quando danzava con indosso quei veli sottili, sotto la luce dei riflettori. e s’intravvedeva il suo corpo, proprio una dea… non so come faccio a controllarmi. Un giorno o l’altro divento matto, soltanto a pensarci.
Feci una doccia fredda, scesi dal barbiere e ordinai il servizio completo: barba, capelli, shampoo, massaggio e manicure. Dissi ad Angelo di andarci piano con la lozione, non voglio puzzare come una scimmia. Poi telefonai a Carey per la macchina e l’autista. La ragazza domandò chi parlava.
«Sono sorpreso che tu non riconosca la mia voce», dissi. «Sono il signor
Dupont.» Lei si scusò.
«Sono nuova di qui.»
Le diedi l’indirizzo e le dissi che volevo la macchina per la giornata.
Quando l’autista arrivò, chiese del signor Dupont. Mi feci avanti e lui mi guardò di sottecchi. Poi tolse il berretto e spiegò: «Non ci siete in lista. Sono davvero desolato, signore, ma ho l’ordine d’incassare in anticipo».
Presi un centone, lo strappai in due e dissi: «Bene, amico. Alla fine della serata ti prendi anche l’altra metà come mancia. Basta?»
Un sorriso gli illuminò la faccia. Fece scattare i tacchi e disse: «Sissignore».
«Piantala col sissignore. Non mi si addice. Sono un ragazzo casalingo.»
Capì e scoppiò a ridere dicendo.
«Giusto, ci hai l’aria troppo in regola per essere un tipo della società».
Salii in macchina accanto a lui. «Voleva essere un complimento, se non sbaglio.»
«Sì, quelli si comportano come se la loro merda non puzzasse.»
Gli dissi di andare alla Quinta Avenue. Mi aiutò a fare le compere. Gli regalai una cravatta da cinque. Ci fermammo da Riker a mangiare un paio di hamburgers senza cipolle, caffè e ciambelle. Andai da una fiorista della Cinquantasettesima Strada a comperare qualcosa di speciale, delle orchidee.
Poi andammo a teatro. Trovai il biglietto al botteghino. Per Jimmy non c’era altro che un posto nell’ultima balconata.
Jimmy disse:
«Va benissimo, ho la vista buona».
La danza di Dolores fu incantevole. Finì troppo presto e non me la sentivo di vedere il resto dello spettacolo, così tornai in macchina. Era ferma al posteggio davanti all’ingresso di palcoscenico. Rimasi in piedi, appoggiato al cofano, troppo nervoso per sedermi.
Finalmente lo spettacolo finì e Jimmy uscì di corsa.
«Capperi che spettacolo!» esclamò. «Quella pupa del numero coi veli, che pezzo! Mi ci sono preso una certa simpatia. E adesso, dove si va?»
Era senza fiato.
Risposi seccamente: «Aspettiamo qui finché quella pupa per la quale ti sei preso una certa simpatia non ha appeso i veli e non viene fuori».
Jimmy disse: «Oh», in tono imbarazzato. Accesi un sigaro e aspettai. Quando finalmente la vidi venire verso di me, mi sentii proprio confuso, già, io, Noodles, agitato e confuso.
Mi salutò in modo ben diverso dal mio, imbarazzato e balordo. Aveva un atteggiamento fiero, tranquillo, cordiale e amichevole. Mi porse la mano morbida e delicata e mi sorrise da togliere il fiato.
«Come stai, Noodles? Sono proprio contenta di vederti, dopo tutti questi anni.»
Non mi ero reso conto che fosse così alta. Quasi come me, compresi i tacchi. Stavo per aprirle la porta, ma Jimmy, con gli occhi luccicanti d’ammirazione, arrivò prima di me. Richiuse lo sportello e poi, in tono di esagerato rispetto, domandò: «Dove, signore?»
«Da Ben Reilly, James», risposi in tono secco, poi, per riparare, aggiunsi: «Ehi, Jim, sai dov’è?»
Si volse con un sorriso pieno di comprensione e fece: «Sissignore».
«Avremo il tempo di andare fin laggiù?» domandò Dolores. «Non dimenticare che per le otto devo essere di nuovo in teatro.»
«Prometto di riportarti indietro per quell’ora.»
Le presi la mano e lei me la lasciò. La strinsi. Dolores sorrise e mi restituì la stretta. Una scarica elettrica passò dalle sue dita alle mie, rovente, acuta e mi corse per tutto il corpo. Ero fremente e senza fiato. Mi appoggiai nell’angolo e la guardai. Era avvolta da un profumo squisito che mi intontiva dal desiderio. Emisi un sospiro e finsi di svenire. Dolores mi guardò, divertita.
«Oh, Noodles, andiamo, non dirmi che ti faccio quell’effetto!»
Ero sconvolto dall’emozione. Come potevo spiegarle che mi faceva proprio quell’effetto?
In tono da Dalila, disse: «Oh, Noodles, sei proprio un bel tipo!»
Parlava soltanto lei. Tutto quello che diceva era divertente, brillante, interessante. Ed io me ne stavo là come uno scemo, con la sua manina tra le mie e guardavo il movimento delle sue labbra, le ciglia di seta, i verdi occhi splendenti.
Ammiravo il suo abito semplice ed elegante e glielo dissi. Tutto in lei era perfetto e armonioso.
I quaranta minuti di viaggio mi parvero due.
Il direttore ci dedicò la sua personale attenzione. Il sontuoso pranzo di dieci portate fu una delizia. Dolores mangiò con l’appetito di un bell’animale sano. Ero troppo preso di lei per riuscire a mangiare o forse erano le hamburgers che Jimmy ed io avevamo mangiato da Riker. Sbocconcellai qua e là come un mangiatore di loto.
Dolores mi accarezzò la mano. «Non sarebbe un gesto simpatico, se tu invitassi l’autista a mangiare qualcosa con noi?»
Chiamai il capo cameriere e glielo dissi, ma lui si inchinò e rispose: «È già stato servito nella saletta degli autisti. È l’uso del locale».
Dolores ed io scoppiammo a ridere. Ci sembrava buffissimo.
Uscimmo a passeggiare per qualche minuto. Dolores fumò una sigaretta. Mi colse uno strano impulso: guardai tutto intorno nel vialetto alla ricerca di un mozzicone. Lo dissi a Dolores e lei rise e mi prese la mano.
«Ben diverso dai vecchi tempi, eh? Sono tanto contenta per te, tesoro, ma…» Era seria; scosse tristemente la testa. «Che vita terribile conducete voi, ragazzi!»
Tacqui. Capì che non volevo discutere la mia vita e. cambiò argomento. Ero tutto emozionato perché mi aveva chiamato tesoro. Questo dimostrava che provava interesse per me. Se vuoi, amore, condurrò la vita che sceglierai tu. Mi ritirerò. Smetterò e mi ritirerò subito. Avevo più di un centinaio di migliaia di scorta. Glielo avrei ammucchiato ai piedi e le avrei chiesto di sposarmi. Certo, gliel’avrei chiesto al ritorno. Mi sarei messo in affari legittimi, in un’altra città, una piccola città. Avrei comperato una casa, lontana dal fetore di New York. Dolores ed io.
Mi misi a canticchiare. «Gli uccelli cinguettano per me e per la mia ragazza.»
E come diavolo continua? Gliela farò suonare a Cockeye, al matrimonio. Una trovata. Maxie farà da testimonio.
Accidenti se saranno sorpresi quando glielo dirò! Sposo la mia adorata e mi ritiro. Sì, anche lei si ritira. Niente più teatro.
Cribbio, adesso che ci penso, a dar retta a tutti quei balordi film, un teppista che molla la banda, lo fanno fuori. Accidenti, che balordaggini! Nella vita reale non succede mai. Che gliene frega alla banda se un membro si ritira? Basta che la pianti davvero e badi ai fatti suoi. Ne resta di più per quelli che rimangono.
Mentre andavamo verso la macchina, Dolores mi strinse la mano.
«Perché sorridi e canticchi, tesoro?»
«Te lo dirò presto, mia bella fanciulla, molto presto.» Fluttuavo nell’aria. La aiutai a salire in macchina. «Torna al teatro, Jimmy, ma va adagio», ordinai tutto allegro.
Gli lanciai un sigaro. Sorrise. Gran bella vita, questa. Mi compro la macchina e domando a Jimmy di lavorare stabile per me, ma non lo tratterò da autista. Lo tratterò come un amico, un essere umano. Gran bravo ragazzo. Anch’io sono un bravo ragazzo. E sono anche un fetente presuntuoso.
Presi la mano di Dolores. Mi sentivo molto sicuro di me. «Dolores, tesoro, è stato il più bel giorno della mia vita. Non mi sono mai sentito tanto felice, come con te, tesoro.»
Lei mi sorrise e disse: «Davvero? Sono contenta». Mi accarezzò la mano.
Il suo sorriso e il fatto che fosse «contenta» mi diedero il resto per sicuro.
Attaccai deciso. «Dolores, tesoro. Ti amo. Voglio sposarti.»
Le misi un braccio attorno alle spalle con un gesto sicuro e cercai di baciarla. Sobbalzò sorpresa e cercò di ritirarsi da parte.
«Ma ci conosciamo appena. E poi…» incominciò in tono sorpreso.
Non la lasciai finire. «Ci conosceremo meglio quando saremo sposati…»
Lei m’interruppe con calma. «Avrei dovuto parlartene molto tempo fa. Ma posso dirtelo anche ora. Sto per sposarmi, sono fidanzata. E poi vado a Hollywood. Ho un contratto per un film. Spero di rimanerci.»
«Cosa? Quando parti?» domandai, sconvolto.
«Domenica sera.»
Mi sentii affondare. Che avevo che non andava? Le ero così odioso? Che cosa ha rovinato l’atmosfera perfetta di prima? Non è la stessa calda Dolores di un momento fa.
E fredda e distante, fuori portata. Perché? Un momento fa sembrava provare le mie stesse sensazioni. Ne ero certo. E adesso parla così? Non riuscivo a capirlo. Che cos’era, per lei, uno scherzetto abituale? Faceva sempre così?
«Noodles, prima di tutto, non ti conoscevo, non ti ho mai conosciuto bene. Non sapevo che tu fossi un così caro ragazzo.»
«Ragazzo?»
«Be’, uomo. Ti piace di più?» Sorrise educatamente.
«Ma cosa credevi che fossi?»
«Meglio non parlarne, ma per essere sincera, credevo che tu fossi diventato qualcosa di ben diverso.»
«E perché? Non mi hai mai dato la possibilità di farmi conoscere.»
«Andiamo, siamo pratici. Ti ricordavo come…» Rise, poi incontrò il mio sguardo. «Oh, perdonami, Noodles. Non ridevo di te. Ma eri…» sospirò. «Ebbene, ti ricordo…» «Eri piuttosto malvagio.»
«Avanti, dillo, uno sporco, puzzolente straccione dell’East Side!» la incitai.
«Oh, no.» Agitò una mano. «Credimi, Noodles, non volevo dire niente di simile. Provengo anch’io dallo stesso ambiente. Non ho mai pensato una cosa simile, solo che, non so come, avevo paura di te.» «Bene, avevi paura. E ci sono altre ragioni per avermi ignorato durante tutti questi anni?»
«Il mio atteggiamento era sciocco, adesso che ci penso. Avrei dovuto comportarmi in modo diverso, rispondere alle tue lettere e alle tue telefonate. Ma non volevo che qualcosa interferisse con il mio lavoro. Sono molto ambiziosa. Adoro danzare, non ho mai tempo e poi», lo disse in fretta, senza emozione, «sono innamorata da molti anni. Un uomo pacifico, tranquillo che un giorno o l’altro sposerò. Per questa ragione oggi sono uscita con te, per dirti di non tentare più di vedermi, di non mandarmi più fiori… o altro.»
Non dissi una parola. Guardavo dall’altra parte. Le sue parole mi trafiggevano il cuore. Ero sconvolto e la mia vanità era ferita. Guardai fuori dal finestrino, poi mi volsi lentamente verso di lei. Si spostò e guardò fuori. Poi si volse. I nostri occhi si incontrarono. La sua mano scivolò nella mia. Me la strinse.
«Lo sai, Noodles, sei un uomo molto piacevole.» Aveva gli occhi pieni di pietà. «Mi piaci davvero.»
«Già, ma non vuoi aver niente a che fare con me», borbottai.
«Ma… ci sono tante altre ragazze carine…»
Ragazze? Non lo so anch’io che ci sono altre ragazze? Ma che diavolo viene a dirmi? Qualcosa che non so? Io, Noodles? Le ho avute tutte, quelle che Winchell chiama le debuttane, quelle degli speaks, di Park Avenue, le avventuriere di Broadway. Se mettessi in fila tutte le manze che ho avuto, andrebbero dal Bronx alla Battery. E questa dove vuole arrivare? Già, ci si diverte e basta. Non esiste nessun’altra per me. Devo avere lei. L’ho nel sangue. È dentro, in me. Se non la prendo almeno una volta, divento matto, scoppio. Mi venne un’idea folle. Forse se la faccio fuori, spezzerò l’incanto, la presa che ha su di me. La faccio fuori adesso. Già, la userò. E poi, spero, me la scorderò. Ecco come funziona con me, la stendo e me la scordo. Il pensiero mi diede un’eccitazione potente, incontrollabile.
Balzai su di lei, l’afferrai per le braccia e la strinsi con tutte le mie forze, come se potessi spremere la bellezza e l’amore del suo corpo riempiendo il vuoto famelico del mio.
Gridava: «Fermati, Noodles, ti prego, basta». Era pallida di paura.
«Mi fai male!»
La coprii di umidi baci ardenti. Le morsi le labbra fino a farle sanguinare. Era come un uccellino inerme in una morsa. Con le ginocchia la costrinsi ad allargare le gambe.
La vista delle mutandine, di pizzo nero contro le rosee cosce mi portò alla frenesia.
Le strappai il vestito dalle spalle, strappai le spalline del reggiseno e denudai il seno fermo e rotondo. Vi affondai la faccia.
Dolores gridò: «No, ti prego, no! Lasciami, ti prego, lasciami!»
La macchina si fermò di colpo, scaraventandoci tutti e due giù dal sedile. Lo sportello si aprì e apparve Jimmy, tutto spaventato.
«Per l’amor di Cristo, piantala. Vuoi ammazzarla? Vuoi farci arrestare?»
Dolores giaceva svenuta in un angolo. Ancora intontito, vidi che Jimmy cercava di rianimarla. E dopo un po’, mi resi conto che Dolores stava male. Mi chinai su di lei, frenetico, le strofinai le mani, la chiamai. La schiaffeggiai piano. Socchiuse gli occhi. Poi li aprì e mi guardò piena di paura.
«Come stai? Come ti senti, cara?»
Le asciugai il sangue sulle labbra. «Perdonami, Dolores, perdonami!»
Le baciai la mano. Me la strappò via, gridando: «Sei un bruto, sei un uomo malvagio!»
Eravamo fermi in una strada deserta. Dolores si lamentava.
«Hai ragione, è vero, ma perdonami, perdonami!» mormorai.
«Lasciami andare. Sto male, ho bisogno d’aria.» L’aiutammo a scendere e a passeggiare in su e in giù. Sembrava una bambina, debole distrutta.
«Sto male», gridò. «Sto male.» Fu sul punto di cadere, poi vomitò.
Jimmy balzò all’indietro. Io la tenni e lei mi vomitò sull’abito nuovo. Non me ne importava. La tenni stretta a me. La pulii il viso. Piangeva. Il rimmel le colava in rivoli neri lungo le guance.
«Ti prego, portami a casa», disse debolmente.
La aiutai a risalire in macchina. Dissi a Jimmy di fermare a un distributore.
Dissi a Dolores: «Va’ a lavarti alla toilette».
Lei ubbidì e anch’io andai a ripulirmi come meglio potevo.
Durante il ritorno, cercai di farla uscire dal suo muto avvilimento. Ero desolato e glielo dissi, mi scusai in tutti i modi, ma non servì a nulla. Non riuscii a scuoterla. Sedeva in un angolo e guardava dal finestrino, triste e amara. Non sapevo più come farmi perdonare. Non mi ero mai sentito così infelice e disperato in vita mia.
«Quando parti?» domandai.
«Non ti riguarda», rispose freddamente.
«A che ora devo mandare Jimmy con la macchina per accompagnarti al cimitero?»
«Prenderemo la sotterranea. Non voglio nessun favore da te.»
Durante tutto il tragitto, fino al teatro, non mi disse più una sola parola, neanche addio, quando scese dalla macchina. Ero pieno di vergogna.
Diedi a Jimmy l’altro pezzo del centone. Lui disse: «Grazie. Ma lo sai che usi un sistema davvero balordo con le ragazze, amico?»
CAPITOLO XIX
IL peggio che potessi fare, era andare a casa. Meditai cupamente, mi impietosii su me stesso. Bevvi, suonai dei blues e delle canzoni d’amore sulla victrola e bevvi fino a cadere secco.
L’indomani, domenica, mi svegliai presto. Il mio primo pensiero fu che Dolores sarebbe partita quel giorno. La testa mi pulsava come se mi trapanassero il cranio. Stavo proprio male. Male in tutti i sensi. Anche dentro. Già, ero malato d’amore. Doveva esser questa la malattia principale. Andai avanti e indietro per la camera, pestando il pugno nel palmo della mano. Ma che diavolo mi prendeva? Perché ci avevo provato? Dove volevo arrivare?
Mi sbattei fuori a prendere un po’ d’aria, ma dove? In quel puzzolente East Side, per restar tutto il giorno da Moe; con Max, Pat e Cockeye? Sarei morto di noia. Accidenti, se ero conciato bene! Se, dopo tutti quegli anni, mi mettevo in testa di esser qualcosa di meglio di loro… e chi mi credevo di essere, annoiarmi in loro compagnia! Giusto, ero depresso. Con quella storia della Combinazione, diventava tutto troppo noioso.
Vagai da uno speak all’altro. Tentai con il cinema. Andai allo Strand, in balconata e fumai e pensai a Dolores e al suo viaggio. Già, ecco dove andava. Dove avevano fatto quel film. Partiva oggi. Sbattei il sigaro a terra, pieno d’ira, all’idea della sua partenza e le scintille caddero sugli abiti di quello che sedeva accanto a me. Si volse con aria battagliera.
«Ehi voi, che vi prende? Siete matto?» Ero matto.
Prima ancora di pensarci, gli premetti la lama contro la pancia, sibilando: «Vuoi che te lo infili, fetente? Siediti prima che ti scavi fuori il fegato».
Sedette.
Corsi fuori e qualcosa dentro di me sussurrava. «Fetente bullo, fetentissimo bullo, con chi è incapace di difendersi, fetentissimo bullo dell’East Side».
Andai allo speak di Mario. Mi salutò con entusiasmo.
«Sparati», scattai. Scappò via di corsa. Inghiottii tre doppi in fretta. Il barista non volle essere pagato.
Sorrise dicendomi: «Noodles, lo sai, Noodles, che il tuo danaro qui non si accetta».
Gli sbattei in faccia un biglietto da cinque dollari. Gli sputai in faccia:
«Fila, rognoso, incassa».
Mi guardò stupefatto e mise in fretta il danaro nel registratore.
La mia reazione attrasse l’attenzione di un grosso individuo, ben vestito e ubriaco che venne verso di me con un brutto sogghigno in faccia.
«Ehi, sei un duro, eh?» domandò.
Mi colse di sorpresa. Era rapido, forte. Finse di sinistro e mi mollò un uncino destro al mento. Barcollai all’indietro.
Fui sul punto di perdere l’equilibrio. Sul bar c’era un quadro di Golden Wedding. Lo afferrai e glielo sbattei sulla faccia. Scappò gridando dal dolore. Gli lanciai dietro la bottiglia rotta. Ero coperto di whisky.
Corsi fuori e la gente si fece da parte disgustata.
Un ragazzino mi gridò dietro: «Puzzi come un’osteria, ehi, fabbrica di birra!»
I miei piedi, o fu il mio cuore, mi guidarono. Mi accorsi che tempestavo di pugni il banco di marmo dell’ufficio informazioni alla Grand Central Station.
«Quand’è il primo treno per Hollywood?» urlai. Avevo la folle idea di prenderlo e di andarci.
«Fra trentacinque minuti, signore», rispose la ragazza spaventata.
«Che binario?» abbaiai.
Me lo disse. Andai a cercarlo. Proprio davanti a me, diretti verso lo stesso binario, seguiti da due facchini carichi di valige, c’erano Dolores e un uomo. Per me fu la fine. Tutto mi crollò addosso.
Non so come tornai all’albergo, ma mi accorsi all’improvviso di essere disteso sul letto, completamente vestito, comprese le scarpe. Un quarto di whisky era su una sedia accanto a me. Ero un uomo miserabile, disgraziato, finito.
I1 mio mondo era crollato. Ero pieno di disperazione. Adesso vedevo tutto ben chiaro. Uno spostato, un teppista dell’East Side. Provai un’infinita pietà per me stesso. Bevvi un lungo sorso di whisky.
Dopo un po’, avevo bevuto tanto che caddi in una specie di stupore. Molte ore dopo mi svegliai.
Avrei dovuto saperlo che il whisky sarebbe servito soltanto ad aumentare la mia tristezza e il vuoto dentro di me. Cercai di nuovo di ragionare con la mia indomabile fame di Dolores. Perché non potevo scuotermi di dosso la tristezza? Io, Noodles, uno dei più duri dell’East Side, mi comporto come un marmocchio innamorato? Il migliore antidoto è procurarmi un’altra donna. Giusto, mi procuro da qualche parte una bellissima pupa e mi scordo quella cagna, Dolores.
Feci il bagno, mi vestii con cura e uscii. Broadway era piena di luci. C’erano milioni di belle donne dappertutto. Molte mi sorrisero, ma nessuna di loro era Dolores.
CAPITOLO XX
ANDAI in un locale della Cinquantaduesima Strada che frequentavamo ogni tanto. Sedetti a un tavolino e ordinai una bottiglia di Mount Vernon. Rimasi a bere da solo.
Helen era al piano e cantava le sue funebri canzoni. Il mio cuore divenne sempre più pesante. Bevvi dalla bottiglia. Ero in una nebbia alcoolica e ascoltavo la calda voce di Helen che gemeva di un amore non ricambiato.
Una ragazza venne al mio tavolo. Era una bella ragazza. Sorrise e disse: «Ciao, ragazzone. Ti senti solo?» sedette.
Avevo gli occhi pieni di lacrime. La voce mi si ruppe.
«Sei Dolores?» domandai. «Voglio solo la mia Dolores.»
«Accidenti, ce l’hai solida», disse la ragazza.
«Cos’ho di solido?» domandai.
«Un attacco di nera. Ti scotta da qualche parte per qualcuno, eh?
Dillo alla mamma, di Dolores, ti sentirai meglio.»
Era carina e gentile. Mi accarezzo la mano e disse al cameriere di portarle un bicchiere. Quando tornò l’uomo si chinò a sussurrarle qualcosa. Lei mi guardò Jon nuovo interesse e versò per tutti e due. «E così sei Noodles» domandò sorridendo. «Sei famoso, lo sai?» Alzai le spalle con indifferenza.
«Ho lavorato in molti speakeasies e ho scoperto che è vero», disse.
«Cosa è vero?» borbottai.
«Voi ragazzi cattivi avete sempre un punto morbido. Vi piglia sempre una folle passione per una donna, un cane, un cavallo, un bambino, una madre. Strano quanto si attaccano quelli come te!» «È strano? Non siamo esseri umani?» gemetti.
Mi accarezzò la mano e sorrise con aria di scusa. «Non volevo dir questo. Volevo dire che è strano ma in modo simpatico.»
«Giusto, ma io non sono simpatico. Io sono fetente. Ho cercato di violentare una ragazza, lei.»
Pestai i pugni sul tavolino.
«Non valgo niente, sono un fetente qualsiasi. Rognoso.» Amare lacrime caddero nel mio whisky. Non riuscii a controllarmi e scoppiai in singhiozzi.
«Ssss, la gente ci guarda. Te ne prego», sussurrò la ragazza.
«Lasciami perdere, voglio solo la mia Dolores», e continuai a piangere.
«Accidenti se ce l’hai solida!» esclamò e scappò via.
«Avanti, Noodles, controllati.»
Era Helen. Non sapevo da quanto tempo sedeva vicino a me e mi guardava piangere. Mi asciugò la faccia bagnata con un tovagliolo.
«Il liquore e le canzoni malinconiche non possono farti che peggio. Sono come il vento che alimenta il fuoco. Ti sei sfogato a piangere, adesso calmati.» Mi accarezzò la guancia. «Lo sai con che cosa? Una bella ragazza. Possibile che tu sia ridotto in quello stato? Vuoi che ti procuri una bella ragazza?»
«No», borbottai, «me la trovo da me.»
«Allora va’ fuori, prendi un po’ d’aria. Se resti qui, ti sentirai sempre peggio.»
«Sì», mormorai.
Buttai una banconota sul tavolino, senza neanche guardare che cos’era e uscii.
Lungo la Cinquantaduesima Strada una ragazza prese a camminarmi accanto.
Sorrise e disse:
«Buona sera, vuoi divertirti?» «Sei Dolores?» domandai.
Sorrise e annuì. «Per dieci dollari sarò la tua Dolores.»
Mi prese sottobraccio e mi accompagnò in un alberghetto della Quarantasettesima Strada.
La presi tra le braccia singhiozzando: «Dolores, Dolores, ti amo, ti amo, ti amo!»
Feci l’amore per procura con la prostituta da dieci dollari e immaginai di essere con Dolores. Ma quando fui sazio e l’ebbi pagata più di quello che aveva chiesto, mi sentii depresso e disgustato. Me ne andai, nauseato per aver macchiato il ricordo di Dolores.
L’indomani mattina quando arrivai da Moe, ero distrutto e mal conciato. Il mio arrivo interruppe la conversazione. L’argomento dovevo essere io.
Max aveva un mezzo sorriso e uno sguardo perplesso. «Parlavamo di te,
Noodles.»
Avevo indovinato: discutevano di me. Alle mie spalle? «A che proposito?» ruggii.
«Sembri qualcosa che il gatto s’è portato appresso.» Cockeye si alzò e mi girò attorno esaminandomi da tutte le parti con aria divertita.
«E hai anche un odore che non ti dico.» Annusò l’aria con gran rumore.
Incominciavo a scocciarmi. Guardai Cockeye con occhi furibondi.
Patsy ordinò: «Piantala con le buffonate, Cockeye».
«Lascialo in pace», aggiunse Maxie, poi mi rivolse un sorriso amichevole. «Ieri sera sei capitato in un locale della Cinquantaduesima?»
«E allora?»
«Be’, Helen ti ha rimandato questo.» Era un biglietto da mille dollari. «Ha detto che lo hai dimenticato sul tavolo. Dice che eri pieno e hai aperto l’innaffiatoio per una bambola.»
Non risposi.
La voce di Max era gentile. «Ha detto che l’avevi solida per una ragazza.»
«Ero ubriaco», mormorai.
«Si è dimenticata il nome della pupa che ti ha messo al trotto», disse Cockeye. «Qualcuna che conosciamo?» «Senti, Cockeye…» ruggii.
«Dacci un taglio, Cockeye», avvertì Max. «E così, Noodles, l’ha presa solida. E con ciò? Fatti suoi.»
Mi versò un doppio. Quando l’ebbi bevuto, mi sentii un po’ meglio. Max me ne versò un altro. Cambiai punto di vista. Sorrisi a Cockeye.
Mi batté sulla spalla con aria pentita.
«Lo sai, scherzavo, Noodles…»
«Giusto, me lo merito. Ieri sera mi sono comportato da fesso.»
Riuscivo a pensare al mio operato della sera prima con una certa obiettività.
«Dev’essere una schifosa», disse Patsy.
«Sì, è una schifosa», mi affrettai ad approvare.
«Strana faccenda», fece Max. «Un tipo come te, che conosce la faccenda e le donne di dentro e di fuori, prendersela così. E dopo tutte le donne che hai avuto.» Scosse la testa incredulo. «Quante donne hai avuto, Noodles? A cominciare da Peggy?» Maxie rise.
«Non so contare abbastanza», risposi.
«Questo vale per tutti», riprese Max. «Be’, che diavolo, a quest’ora dovresti saperlo, una donna non è che una donna.» Aspirò dal suo
Corona. «E un sigaro è una bella fumata.» «Deve averlo già detto qualcuno», commentai.
«L’hanno già detto?»
Max non riusciva a crederci. «Il tipo che l’ha detto deve essere stato parecchio dritto. Dritto come me.» Ridacchiò.
Si adagiò comodamente nella poltrona e mandò anelli di fumo verso il soffitto.
«I dritti come noi dovrebbero saperla lunga, più di tutti gli altri», meditò ad alta voce. «Abbiamo avuto tutte le specie di manze, di tutti i colori specie e nazionalità. Eh sì, prova a capovolgerle, è la stessa cosa.»
Max guardò pensoso il fumo che saliva verso l’alto. Gli mancavano le parole.
Si rivolse a me. «Non ho ragione?» Fece una risatina. «Ehi, Noodles, non è così? Una donna è una donna. Prova pure a metterle a testa sotto, ne cavi la stessa cosa.»
«Non sempre», risposi brusco. «Se rivolti un ermafrodita, ti capita una bella sorpresa, eh, Maxie?»
L’idea lo fece scoppiare a ridere.
Cockeye domandò: «Ehi, Noodles, che cos’ha un ermafrodita?» «Tutto», risposi ridendo.
Quelle risate e il discorso sconclusionato di Maxie sulle donne in generale, mi fecero bene. Che cos’era quella scemenza, quel cosiddetto amore per Dolores? Difficile definirlo. Come tutto quello che provavo, cercai di analizzarlo.
Per giorni, settimane, mesi, non mi veniva neanche fatto di pensarci, e anche se ci pensavo, era soltanto un attimo, poi me ne dimenticavo. Altre volte, come quando aveva telefonato chiedendo di Moe, la sua voce era come un incantesimo. Scatenava qualcosa dentro di me. Miglior cosa da fare, mai permettermi di pensare a lei. Vada al diavolo e per sempre.
Maxie guardò l’orologio. «Bene, ragazzi, mettiamoci in moto.» «Che bolle?» domandai mentre uscivamo.
«Oh, dimenticavo che non lo sai. Ho avuto una chiamata dall’ufficio ieri sera. Si va a casa di Frank.»
«Hai un’idea di quello che vuole il Gran Capo?» domandò Patsy mentre andavamo verso il centro.
Max alzò le spalle. «Non lo so. Ieri sera ho ricevuto l’ordine dall’ufficio centrale. Hanno detto solo: ‘Domattina a casa di Frank in
Central Park West’.»
«Ehi Max», la voce di Patsy suonava incredula. «Vuoi dire che il padrone è già alzato a quest’ora e bada agli affari?»
«Quello lavora sodo, più di tutti gli altri della Combinazione. Attacca alle sette e lavora fin all’una, alle due, alle tre di mattina.
Dicono che a volte lavora per ventiquattro ore filate.»
Cockeye domandò: «Se li paga gli straordinari, quando li fa?»
«Gli va bene, non aver paura», lo rassicurò Max. «Cava dieci bigliettoni la settimana dalle macchinette soltanto.» Fischiai.
«Mezzo milione l’anno soltanto con quello», dissi.
«E la bevanda, sale da gioco, corse, locali notturni, beni immobili e gli altri traffici legittimi, dove li metti?» domandò Maxie.
«Accidentaccio», fece Patsy. «Quanto credi che si becchi, in tutto?»
Max alzò le spalle. «E chi lo sa? Scommetto che non lo sa neanche lui. Io direi tra i dieci e i quindici milioni l’anno.»
Cockeye scoppiò a ridere. «Riesce a camparci?»
«Te lo ricordi, Noodles, quando ha incominciato come guardiano sulle navi-bisca a quindici per notte?» «Eh sì», risposi.
«Oh, dimenticavo che non lo sai. Ho avuto una chiamata dall’ufficio ieri sera. Si va a casa di Frank.»
«Hai un’idea di quello che vuole il Gran Capo?» domandò Patsy mentre andavamo verso il centro.
Max alzò le spalle. «Non lo so. Ieri sera ho ricevuto l’ordine dall’ufficio centrale. Hanno detto solo: ‘Domattina a casa di Frank in
Central Park West’.»
«Ehi Max», la voce di Patsy suonava incredula. «Vuoi dire che il padrone è già alzato a quest’ora e bada agli affari?»
«Quello lavora sodo, più di tutti gli altri della Combinazione. Attacca alle sette e lavora fin all’una, alle due, alle tre di mattina.
Dicono che a volte lavora per ventiquattro ore filate.»
Cockeye domandò: «Se li paga gli straordinari, quando li fa?»
«Gli va bene, non aver paura», lo rassicurò Max. «Cava dieci bigliettoni la settimana dalle macchinette soltanto.» Fischiai.
«Mezzo milione l’anno soltanto con quello», dissi.
«E la bevanda, sale da gioco, corse, locali notturni, beni immobili e gli altri traffici legittimi, dove li metti?» da mandò Maxie.
«Accidentaccio», fece Patsy. «Quanto credi che si becchi, in tutto?»
Max alzò le spalle. «E chi lo sa? Scommetto che non lo sa neanche lui. Io direi tra i dieci e i quindici milioni l’anno.»
Cockeye scoppiò a ridere. «Riesce a camparci?»
«Te lo ricordi, Noodles, quando ha incominciato come guardiano sulle navi-bisca a quindici per notte?» «Eh sì», risposi.
Max continuò. «Poi ha messo su roba in proprio. Vi dirò una cosa, ragazzi, chiunque gioca da lui è sicuro di lavorare con dadi giusti. Niente di fasullo nei posti che controlla. Tutta roba di prima. Ha sempre avuto la stoffa che ci vuole, per arrivare dov’è oggi. E palle di ferro. E volontà. Quando quell’uomo dà la sua parola su qualsiasi cosa, la mantiene, gli costi la vita o dieci milioni. Vero,
Noodles?»
«Sì, tipo formidabile. Mai barato su niente in vita sua.»
Cockeye svoltò in Central Park. Proseguimmo ancora per qualche isolato.
«Ecco la sua casa, quella con il tendone», disse Max.
Cockeye premette la frizione, mise in folle e fece scivolare la grossa Caddy fin davanti alla porta.
Il portiere dell’elegante casa ci aprì lo sportello con un ampio sorriso. Scendemmo tutti e quattro, con Maxie in testa.
Nell’atrio, due solidi portieri in uniforme grigia ci vennero incontro sorridendo.
Uno dei due disse: «Un momento, amici. Gli ordini sono ordini. Ci vuole il benestare dal piano di sopra».
Andò al telefono interno, inserì la spina e sussurrò qualche parola.
Si volse sorridendo verso di noi e disse: «Bene». Ci scortò fino all’ascensore. Salimmo.
Maxie premette il pulsante del campanello. Un sorridente cameriere negro in giacca bianca ci aprì la porta con un cordiale: «Buongiorno, signori».
Prese i nostri cappelli e ci indicò il bar. «Qualcosa da bere o del caffè? Il padrone sarà da voi tra qualche minuto.» «Uno svegliarino», disse Max.
«Bene, signore. Da questa parte, signori.»
Ci accompagnò al bar, arredato con lo stesso lusso e la stessa stravaganza dei più fastosi bar di New York. Il banco era di maiolica azzurra, importata dall’Italia. In un angolo, notai un oggetto familiare, in contrasto .con il resto del costoso arredamento… una macchinetta a gettone.
Il maggiordomo ci servì da bere.
«Ghiaccio, acqua o soda, signori?»
«Niente. Liscio, grazie», rispose Maxie. «Come stai e come sta tua moglie?»
«Godiamo entrambi ottima salute, signor Max, grazie.»
Il maggiordomo negro e sua moglie stavano con Frank da molti anni,, fin dall’inizio del suo successo. Personale senza pretese, pensai, per un uomo della sua posizione e della sua ricchezza. Che diavolo! Probabilmente non sta mai a casa e quest’appartamento non dev’essere neanche molto grande. Aveva altri dieci appartamenti e case in altre città. Certo che era una sistemazione ben diversa dal vecchio e cupo appartamento vicino alla ferrovia nel quale era cresciuto. Eh sì, un bel po’ di strada, dalle baracche di Harlem.
Voltavamo le spalle alla porta. Mentre vuotavamo il secondo bicchiere, sentii entrare qualcuno.
Poi una voce bassa e piacevole, disse: «Salve, voi. Come state, ragazzi?»
Ci voltammo. Eccolo là, a braccia tese, con un sorriso di benvenuto sul bel viso abbronzato e liscio. La veste da camera amaranto, con una sciarpa legata attorno alla vita sottile, metteva in evidenza le larghe spalle. Un fazzoletto di seta bianca sporgeva dal taschino. I capelli neri erano pettinati lisci all’indietro.
Non ricordavo dove, certo in qualche galleria d’arte, avevo visto il ritratto di un re del medioevo. In quella faccia c’era la stessa combinazione di forza e di delicatezza, lo stesso naso prominente, gli stessi occhi acuti e intelligenti, pieni di comprensione.
Era proprio un re. Era il re di tutti i teppisti del mondo e al suo comando un esercito di molte migliaia di desesperados, in tutte le città e paesi del mondo, sarebbe sorto e avrebbe combattuto.
«Francisco!» esclamò Maxie.
Si abbracciarono con calore. Tra loro esisteva senza dubbio un vero affetto. Diede ad ognuno di noi una cordiale stretta di mano e ci salutò chiamandoci per nome. Venne al bar con noi. Bevemmo alla sua salute. I suoi modi erano rudi e soavi allo stesso tempo. Fece molte domande a Maxie che gli diede un riassunto delle nostre attività. Frank annuiva approvando. Parlava come parlavamo tutti noi, allievi della «minestra calda». Il th lo pronunciava d.
«Posso sempre contare sulla vostra lealtà e sul vostro appoggio.» Non suonò teatrale o affettato, sembrava giusto. «Nella Combinazione, per me siete dei primi. Volete qualcosa? Dell’altro territorio? Posso far niente per voi?»
Lo disse in modo così sicuro, così pratico che si sentiva come possedesse un potere in grado di soddisfare qualsiasi richiesta materiale.
Pensavo a quando Max, con un gesto grandioso aveva regalato a Jake, Pipy e Goo-goo lo speak che avrebbe reso loro milleduecento dollari la settimana. Erano coriandoli, a confronto di quello che avrebbe potuto fare per noi quell’uomo. Un suo gesto grandioso, poteva renderci padroni di un territorio grande come lo stato del Jersey, con una rete di lucrosi affari capaci di rendere milioni di dollari. Una sua parola «gentile» e venivamo eletti giudici della corte suprema, sindaci, governatori. Infatti era stata una sua parola «gentile» che aveva eletto Jimmy Walker.
Frank ripeté: «Volete dell’altro territorio, ragazzi?»
Maxie sorrise e rispose: «Ci accontentiamo, Frank. Ci va piuttosto bene. Tutto bene. Preferiremmo continuare così, nelle zone che conosciamo».
Frank gli batté affettuosamente sulla spalla. «Bene, bene.
Se siete contenti, io sono contento. Vi ho fatti venir qui perché volevo vedervi di persona.» Ci guardò con un largo sorriso. Impossibile impedirsi di rispondere con calore. «Parto per le vacanze a Hot Springs», riprese.
«Ho lasciato un regalino per voi in ufficio. Un piccolo extra. Una sciocchezza personale. Gli affari vanno bene.» Lo disse con espressione compiaciuta.
Lo ringraziammo. Sollevò le mani dicendo: «Niente, non è niente. Non voglio ringraziamenti». Poi riprese a parlare. «Ragazzi, ho un contratto per voi. Voglio che andiate a…» e nominò una nota località balneare del South Jersey. «C’è un politico locale, manovra un casinò. Benissimo, lo lascio lavorare, non lo disturbo. Ma ecco il punto. Ecco che quel pallone si approfitta della mia bontà d’animo: fa credere ai giocatori che il casinò appartiene a me. Ma questo non è tutto. L’equipaggiamento è fasullo; ecco dove per me e per la Combinazione non va affatto. La massa della gente che gioca, sapete, quelli carichi di danaro, hanno fiducia nei miei locali. Ce ne sono voluti di anni e di sudore per costruire tutto sul solido e sul pulito. In tutti i casinò nei quali ho le mani io, il pubblico sa che tutto fila per il verso giusto. Funzionano puliti. E quello, con la storia che il casinò è mio, richiama la clientela, poi truffa tutti con l’equipaggiamento fasullo. Ragazzi, capirete che questo è molto male.
La gente truffata viaggia, ha amici… e la storia gira.» Agitò una mano in circolo. «E così, per colpa sua, si rischia di rovinare la nostra reputazione e quella di tutti i nostri locali.»
S’interruppe per bere; poi riprese con quella voce lenta e roca: «Chiudere o togliergli il casinò. Gli ho fatto sapere che ero disposto a comperare a buon prezzo. Niente da fare con lui. Ho scelto voi, ragazzi, per questo contratto duro.»
Parlava a scatti, conciso. «Siete ragazzi in gamba. Non perdete mai colpi. Qualsiasi cosa serva per questo contratto, uomini, danaro, chiamate l’ufficio. Il contratto è vostro, tutto vostro.» Agitò le mani. «Sistematemi quel pallone.»
Ci strinse di nuovo la mano sorridendo e ci accompagnò fino alla porta.
L’ascensore aspettava. Un uomo in uniforme aprì la porta. Frank salutò ancora dalla soglia. «Buona fortuna. Ci vediamo presto.» Mentre andavamo verso l’ufficio centrale, Cockeye disse:
«Che io sia maledetto, ogni volta che vedo il Capo, mi tiro su. Ha qualcosa».
«Sì, ha quella che si può chiamare una personalità magnetica.»
«Ricordo una storia che mi raccontava il mio vecchio», intervenne Patsy, «di quando ha visto il re al suo paese, e il vecchio si è levato il cappello e si è inchinato. Il re ha sorriso e lo ha salutato con la mano. Il mio vecchio diceva che si è sentito su per giorni interi.»
«Sono quasi tutte storie», dissi. «Non è tanto la loro personalità, ma quello che possiedono. È l’immenso potere che ispira alla gente quella sensazione di rispetto. Non sono loro. Non che Frank non abbia qualcosa. Ha una personalità, altrimenti non sarebbe dov’è, ma per quanto riguarda i re eccetera… be’, sono tutte frescacce belle e buone.»
«Se lo dici, dev’essere così», osservò Max.
Cockeye non riuscì a trovare un buco nel posteggio di Broadway. Lasciammo la Caddy in una traversa e proseguimmo a piedi.
L’ufficio occupava un intero piano. Maxie si avvicinò alla graziosa segretaria. Disse i nostri nomi e aggiunse: «Vogliamo vedere P. C.»
La ragazza prese il telefono, con un sorriso civettuolo come per dirci: «Ragazzi, ecco tutto quello che posso darvi, un sorriso. Cavatene più che potete».
Parlò al microfono, poi ci disse: «Entrate pure, conoscete la strada».
E ci sorrise di nuovo.
«Non dovreste», dissi. «È sconvolgente.» Sollevò le sopracciglia e sorrise più che mai.
Cockeye sospirò. «Le darei un bel centone anche subito.» «Non pensi che al danaro», dissi.
«No, al letto», rispose Cockeye.
Entrammo e salutammo e stringemmo le mani a tutti. Erano soltanto uomini.
La sala ronzava di attività.
Maxie bussò ad una pesante porta di legno. Una voce disse:
«Avanti.»
Un uomo di media età e di media statura si alzò dalla scrivania. Tutto in lui sembrava medio, finché non gli si arrivava vicino. Notai gli abiti. Era difficile spiegare che cosa destasse l’attenzione, qualcosa che avrebbe colmato d’invidia Adolphe Menjou, l’uomo meglio vestito del mondo. Aveva una bella faccia dall’espressione intelligente.
Era questo il grande cervello. dietro il capo e la Combinazione. Tutta l’organizzazione criminale era idea sua. Pochi sapevano che era socio di Frank alla pari in molte imprese. Era modesto. Stava nello sfondo. Era il potere dietro il trono. Alcuni anni prima, era stato uno dei consiglieri di un’importante società di Wall Street.
«Come stai, Max?» domandò Dandy Phil in tono cordiale. «E tu, Noodles?» Si diede da fare a stringere mani. «Felice di vederti, Pat. E come sta il mio amico Hymie?» I suoi modi erano bruschi, ma insieme cordiali. «Frank vi ha incaricati di sistemare quel casinò del
Jersey?»
«Già, sappiamo tutto, Phil», risposi.
«Benissimo.» Phil sorrise. «Chiamatemi se succede qualcosa d’imprevisto o se vi serve aiuto.»
Maxie annuì. «Certo, Phil.»
Phil riprese: «Naturalmente, in questa faccenda potremmo usare provvedimenti estremi, ma lo sai come la vedo io: evitare la violenza quando è possibile; e se è inevitabile, dev’essere l’ultima risorsa».
«Comprendiamo perfettamente come tu e Frank la vediate a questo proposito», dissi.
Dandy Phil andò alla scrivania e ne tolse una grossa busta bianca. La porse a Max con noncuranza e disse: «Immagino che sappiate quello che c’è dentro. Una piccola dimostrazione di riconoscenza da parte nostra». Ci strinse la mano e ci accompagnò alla porta. «Fatevi vivi, ragazzi», disse. «E arrivederci. Buona fortuna.»
Quando le passammo davanti, la segretaria alzò la testa dalla rivista di moda che stava leggendo, sorrise con civetteria e disse: «Ciao, ragazzi».
Le mandammo dei baci e lei ce li restituì sulla punta delle dita.
«Eh, Noodles, Phil è molto diverso da Frank», disse Maxie. «Sì, lui fa i piani. Frank agisce.»
CAPITOLO XXI
SALIMMO ai nostri soliti posti sulla Caddy, con Cockeye al volante, Patsy vicino a lui, Max ed io dietro. Cockeye mise in moto.
«Qual’è la prossima fermata?» domandò.
«L’autorimessa», rispose Max. Tolse di tasca la busta e l’aprì.
Cockeye disse: «Ehi, Max, non tenerci sulle spine. Quanto?»
Maxie guardò nella busta, poi domandò in tono solenne: «Be’, lo sai cosa c’è dentro?»
Cockeye si voltò tutto eccitato: «Cosa?»
«Un foglietto rosa che dice che i tuoi servizi non sono più richiesti.»
Ridemmo tutti dell’espressione incredula che apparve in viso a Cockeye.
«Fetentissimo fetente, puzza come pesce marcio la tua battuta!» «Ma te la sei voluta», rise Max, contando il danaro.
Contava rapido, lasciando ricadere le banconote in grembo, con i movimenti esperti di un cassiere di banca.
«Trenta settimane di paga in più», disse infine. Annuì compiaciuto.
«Sessanta bigliettoni, mica male. Quindici a testa.»
Cockeye ridacchiò soddisfatto. «Quest’anno Papà .Natale è arrivato in anticipo.»
Max divise il danaro in quattro mucchi, ne prese uno e lo batté leggermente sulla testa di Cockeye. «Ecco qui, amico Cockeye.
Comprati charlottes russe.»
Cockeye allungò una mano, prese il danaro e lo intascò dicendo: «Buon Natale a tutti».
Maxie porse un altro mucchietto a Patsy. Patsy lo baciò e lo intascò dicendo: «Buon anno!»
Max mi porse il mio. «Tieni, Noodles. Comprati una tavoletta di cioccolata.»
«Con le nocciole d’oro?» domandai.
Cockeye infilò la rampa della rimessa. Scendemmo.
Max disse: «Cockeye, mettiti una tuta, così non ti sporcherai sotto la macchina. Toglietevi i finimenti, ragazzi».
Seguimmo il suo esempio. Ci togliemmo la giacca e sganciammo le fondine. Maxie arrotolò pistole e fondine in un pezzo di tela. «Ora,
Cockeye, nella scatola… Un momento.»
Si rivolse a me. «Ehi, Noodles, se succede che la polizia ci ferma e ci perquisisce», parlava in tono leggermente sarcastico, «non credi che quindici centimetri di coltelleria in tasca sarebbero imbarazzanti? Che gli dirai ai poliziotti? Che sei un chirurgo? Che ti serve per operare?» Max sorrise.
«Lo avevo dimenticato.» Lanciai il coltello a Cockeye.
«Proprio come tu hai dimenticato l’arnese nella manica.»
«Oh, hai ragione, Noodles. Sarà strano, so di averlo, ma non me ne rendo mai conto. Mi sento perso, senza.»
Arrotolò la manica, sganciò la molla e porse la trentacinque a Cockeye.
«Dev’essere lo stesso per te», disse.
«Già, abitudine», risposi.
Cockeye si infilò sotto la macchina. C’era una scatola d’acciaio sotto lo chassis. Cockeye sistemò il pacco nella scatola, strisciò fuori, si levò la tuta e andò a lavarsi le mani.
«Non prendi lo spruzzatore?» domandò Patsy.
«No, non credo che occorra. Prima diamo un’occhiata al locale, poi, se ci serve, ce lo facciamo mandare.»
Prendemmo lo Staten Island Ferry per evitare il traffico di Jersey e i poliziotti.
La Caddy infilò Hyland Boulevard, poi il Perth Amboy Bridge e poi diritto sulla strada provinciale che portava alla località balneare.
Ci fermammo poco lontano da New Brunswick a mangiare hamburgers e a bere caffè. Poi Patsy si mise al volante, Cockeye tirò fuori l’armonica e Max ed io ci allungammo comodamente nel sedile posteriore.
Viaggiammo tutta la notte e arrivammo di mattina presto.
Era ancora buio.
Scendemmo al più grande albergo sul lungomare. Un inserviente sistemò la Caddy nella rimessa dell’albergo. Avevamo due appartamenti comunicanti che Cockeye descrisse con un «non ti dico, che classe!»
«Vi andrebbe una nuotata prima di schiaffarci a letto?»
«E come?» domandò Patsy. «Non abbiamo il costume.»
«Che importa? Non si può andarci come una volta, nudi?» domandò Maxie.
«Stiamo diventando pudichi, Max!» esclamai.
Dopo il bagno ci stendemmo sulla spiaggia a fumare e a guardare le stelle. La spiaggia era deserta. Anche Max e Patsy si tolsero le mutande per farle asciugare. Sentivamo soltanto il rumore della risacca. Questa sì che è vita, pensai. Altro che l’East Side, affollato, puzzolente e soffocante. La brezza era un piacere. Ed era piacevole starsene là distesi, quasi nudi.
Cockeye si alzò e sbadigliò.
«Che ne direste di chiudere? Quest’aria umida fa schifo, per i miei gusti.»
«Non fare il fesso», borbottò Patsy assonnato. «Stenditi, quest’aria ti fa bene.»
«Sei intasato, Cockeye», disse Max pigramente. «Sei tanto abituato al fetore dell’East Side che quest’aria pulita ti sembra strana. Facciamo un sonnellino qui. Fingi di essere disteso sulla sabbia di
Coney Island.»
Si voltò e, un attimo dopo, russava già.
Cockeye obbedì brontolando. Si stese sulla sabbia e mormorò in tono piagnucoloso: «Ma perché diavolo paghiamo quelle camere in albergo, se non le usiamo?»
Fu l’ultimo suono che udii per un bel pezzo. Me ne stavo là disteso e pensavo: guarda un po’, eccoci qui bell’e scoppiati per un viaggetto in macchina. Stiamo rammollendoci. Una volta si viaggiava senza fermate da Chicago, Louisiana, Florida e un lavoretto in Canada era niente. Avevamo la reputazione di uomini di ferro… un mucchio di movimento nei primi tempi della Combinazione. Accidenti, che sonno maledetto, dev’essere l’aria di mare!
Mi appisolai. Probabilmente dormimmo per molte ore. Incominciai ad aver caldo. Intontito com’ero, credetti di essere ai bagni, sotto una lampada solare. Scottava sempre più.
Una voce femminile strillò: «Ma è una vergogna!» Mi parve sentire una risata maschile. Una ragazza ridacchiò e altre voci esclamarono: «Un’indecenza, chiamiamo la polizia».
Alla parola polizia, aprii gli occhi e mi guardai attorno.
A rispettosa distanza da noi, c’erano diversi gruppetti di persone. Alcuni ci guardavano storto, altri ridevano. Afferrai le mutande.
«Ehi, Max», sussurrai. «Ehi, Max!»
Max balzò su spaventato, si guardò attorno e svegliò Patsy e Cockeye con due pedate. Indossammo in gran fretta le mutande e ci alzammo in piedi con calze e scarpe in mano. Ci sentivamo come dei cretini.
Maxie borbottò: «Che schifo!»
Marciammo verso l’ingresso dell’albergo. Quando passammo davanti al primo gruppo di donne, Max s’inchinò e disse:
«Dolenti, signore, ma siamo amanti della natura. Dovete scusarci.
Siamo una colonia nudista.»
Una di loro ci strillò dietro: «Perché non andate nei boschi?
Dovremmo farvi arrestare, amanti della natura!» Le altre ci insultarono.
Maxie disse: «Mi sento maledettamente scemo».
«Anch’io», mormorai.
Salimmo nelle nostre camere e ci mettemmo a letto.
Dormimmo tutto il giorno.
Quando mi svegliai, faceva quasi buio. Il mio orologio segnava le sette. Maxie russava ancora nel letto accanto al mio. Lo guardai. Aveva il viso rilassato e un’espressione giovanile e innocente, nonostante la vita brutale che aveva vissuto, che avevamo vissuto. Eravamo stati sempre insieme, nella buona e nella cattiva sorte, come diceva Horatio Alger. Sì, senza dubbio ci capivamo. Be’, e perché no? Eravamo cresciuti insieme, avevamo fatto e pensato le stesse cose insieme.
CA P I T O L O X X I I
MAX si mosse e aprì gli occhi.
«Che ore sono, Noodles?» domandò.
«Sette e venti.»
Max si alzò, attraversò il bagno e passò nella camera accanto. Svegliò Patsy e Cockeye, poi prese il telefono e chiamò il centralino. «Mandate su un paio di ragazzi.»
Risi. «Penseranno che sei un invertito, chiedere di mandarti su un paio di ragazzi a quel modo.»
Max sorrise. «Oh, giusto», poi parlò di nuovo al telefono. «Signorina, mandateci su un paio di fattorini e il barbiere. Vi assicuro che siamo normali, sempre che vi interessi.»
Cinque minuti dopo bussarono alla porta e Patsy andò ad aprire. Apparve un uomo ben vestito con un cappello tirato giù sugli occhi. Ci guardò da capo a piedi. Aveva un’aria svelta e intelligente.
Maxie lo squadrò con insolenza, poi disse: «Ho chiesto il barbiere. Non mi hai l’aria di un barbiere. Ho chiesto un paio di fattorini e non mi hai l’aria d’un paio di fattorini. Be’, che vuoi, simpaticone?» «Lavoro per l’albergo», rispose l’uomo sorridendo.
«Poliziotto della casa?» domandai.
«Sì, direi proprio di sì», confermò l’altro, continuando a sorriderci cordialmente.
Sembrava un tipo simpatico che sapeva il fatto suo.
Max disse in tono brusco: «E allora ripeto, che vuoi, simpaticone?»
«Senza offendervi, signori. Soltanto un paio di domande poi me ne vado.»
Ci rivolse un sorriso di scusa.
«Bene, sentiamo, dunque», esclamò Max in tono impaziente.
«Primo», disse, con lo stesso sorriso di scusa, «il portiere ha trascurato la regola della casa: niente bagaglio, pagamento in anticipo.»
Max tolse di tasca il rotolo, con un «Tch, tch, tch», dispiaciuto.
«Mille cinquemila? Quanto dobbiamo?»
Il poliziotto della casa guardò stupefatto il danaro che Max teneva in mano. Per lui probabilmente era una cifra favolosa. «Vedo che questo si può sistemare molto facilmente. Quando vi sarà comodo, signori, scendete a pagare.»
Max rise. «E adesso?»
Il poliziotto sembrava indeciso.
«Il problema che segue, così per dire, è quell’episodio del costume da bagno giù alla spiaggia, o dovrei dire l’episodio del niente costume da bagno?»
«Oh, non succederà più», disse Max. «È stato soltanto un errore!»
«Lo pensavo. Capisco che non siete i tipi.»
Cockeye mise le mani sui fianchi e disse: «Ma certo, carino!»
Ridemmo tutti. Il poliziotto disse: «Avete detto alla ragazza di mandar su il barbiere. Veramente, non è nostra abitudine mandarlo in camera, a meno che non si tratti di un ammalato, ma nel vostro caso», sorrise, «lo farò salire. E adesso, la faccenda del paio di fattorini…»
«Volevamo mandarli a comperare della roba, biancheria pulita, alte uniformi…»
«Si può comperare della biancheria…»
Si strofinò il naso. «Ma mandar fuori a quest’ora un fattorino a procurarsi quattro abiti da sera…» Passeggiò per la camera, sempre strofinandosi il naso e sorridendo. Si fermò, raggrinzò le labbra concentrandosi. «Sapete che faremo, c’è un certo signor Schwartz, un sarto, poco lontano di qui, che affitta abiti da sera. Vi andrebbero, abiti in affitto?»
«Che differenza fa?» disse Max. «Li prendiamo in affitto. Occupatevene voi. Mandateci questo Schwartz a prendere le misure.»
Tolse di tasca un biglietto da cento. «Questo per il tuo disturbo, comprati un paio di charlottes russe.»
L’uomo guardò il biglietto con occhi increduli. Sorrise e scosse la testa e disse: «Davvero, non occorreva!» con l’aria di una ragazza che dice: «No, no» ma vuol dire: «Fallo ancora, mi piace.
Costringimi.»
«Metti in tasca e scordatelo», disse Max.
«Grazie, grazie mille. C’è qualcosa che posso fare per voi, ragazzi?
Basta una parola.»
Cento dollari per lui erano un sacco di soldi.
Max sollevò il pugno chiuso per aria e lo agitò, come se agitasse
i dadi. «Dove potremmo trovare un interessante campo di golf al coperto?»
Il poliziotto esitò.
«C’è soltanto un posto, alla periferia della città…» Nominò il casinò del quale ci aveva parlato Frank.
«Non occorre nient’altro che l’abito da sera per entrarci.»
A quanto pareva, ogni volta che meditava, aveva l’abitudine di strofinarsi il naso. «Be’, ripensandoci, meglio starci alla larga. Lo dico soltanto agli amici. È un posto fasullo. Potete scuotere quanto vi pare, ma rotolano sempre per il verso loro.»
«Che diavolo, molliamo un paio di dollari», disse Max. «Dov’è?»
Il poliziotto scrisse l’indirizzo su un pezzo di carta. «Non mi va proprio per niente di mandarvici, ragazzi.» Ci guardò con un caldo sorriso. «Voi, ragazzi, per me siete okay. Vedete, è un piacere spedirci gli onnipotenti fetenti della società a farsi fregare, ma voi ragazzi, per me siete okay».
Scosse la testa. Non gli andava.
Maxie disse: «Amico, non preoccuparti. Ci sappiamo fare.»
«Be’, il danaro è vostro. Bene allora, mando su il barbiere e il sarto. Grazie, ragazzi, arrivederci.»
Rispondemmo: «Arrivederci» e il poliziotto lasciò la camera sorridendo.
Max disse: «Tipo simpatico».
«Già, simpatico davvero», approvai.
Max si volse a Cockeye. «Scendi in rimessa e prendi la ferraglia di sotto la macchina.»
Cockeye disse: «Va bene», e uscì.
Pochi minuti dopo il telefono suonò. Era il barbiere che si scusò per il ritardo. Sarebbe salito tra mezz’ora.
Dieci minuti dopo, bussarono alla porta. Andai ad aprire.
Un uomo anziano, dall’aspetto distinto entrò.
«Siete voi, signori, che desiderate gli abiti da sera?» domandò.
«Schwartz?» fece Max.
«Sì, sono Schwartz. il sarto.»
Tolse di tasca un metro a nastro, un taccuino e una matita.
«Quattro abiti?» Si guardò attorno perché eravamo soltanto tre.
«L’altro torna subito», dissi.
«E camicie, cravatte, scarpe, gemelli? Ho tutto quello che può occorrervi.» Sorrise. «Posso sistemarvi da capo a piedi. Dalla minestra al caffè. Dieci dollari il giorno per tutto. Anche i calzini.
Cinquanta dollari di deposito per ogni completo. Va bene?» Max disse: «Va bene, Pop».
Il vecchio mormorò tra sé in yiddish con aria risentita:
«Pop? Lusz dir poppin in kopf».
«Non è carino, Pop». dissi. «Noi parliamo yiddish.»
Il vecchio sorrise benigno. «Ebrei? Non si vede. Davvero, non volevo insultarvi ragazzo mio. Non mi piace che mi chiamino Pop, non sono poi così vecchio, no?»
Ne dimostrava anche più di ottanta. «Non dimostrate un giorno di più di cinquanta.»
«Be’», disse Schwartz guardandoci da sopra le lenti, «magari un pochino di più.»
Sorrise. Sorridemmo tutti.
Era un simpatico vecchietto. Si mise al lavoro, ci misurò tutti e scarabocchiò nel suo libretto canticchiando tra sé un lideleh.
Cockeye entrò come un ciclone. Non vide il vecchio, inginocchiato in un angolo, che prendeva le misure a Patsy per i pantaloni. Scaraventò il contenuto del sacco sul letto, le quattro grosse quarantacinque, la trentacinque di Maxie, quattro fondine da spalla di cuoio e il mio coltello a molla.
Il vecchio si alzò in piedi e guardò la collezione con aria cupa, poi noi, severamente. «Gangsters?» Scosse la testa. «Gangsters ebrei, una vergogna.» Tornò ai pantaloni di Patsy, borbottando tra sé con aria delusa.
Mi sembrava un vecchietto in gamba. Lo trovavo interessante. Decisi di fare conversazione. «Signor Schwartz, non siamo gangsters ebrei, quello è un gangster italiano», dissi in tono scherzoso e accennai a Patsy con il capo.
Patsy sorrise e mi disse in yiddish: «Lieg in dred, momser».
Il vecchio sorrise.
Quando ebbe finito di prendere le misure, disse: «Telefono al negozio da qui. Si fa più in fretta. Darò le misure ai ragazzi del laboratorio».
«I vostri figli?» domandai.
«No, due bravi ragazzi di colore.»
Ottenne la comunicazione e dettò le misure. Aspettavamo
che arrivasse la roba. Il vecchio disse che ci sarebbe voluta almeno una mezz’ora perché i ragazzi trovassero quello che occorreva. Sedette su una sedia. Sembrava esausto.
«Fumerò una sigaretta e mi riposerò un poco. Posso, ragazzi?
Non disturbo?»
«Ma no, Pop, mettetevi comodo». disse Max.
Il vecchio lo guardò di traverso. «Pop. Soll dir poppin in kopf.» Scoppiammo tutti a ridere.
Il vecchio riprese: «Bene, allora sono Pop. E se sono Pop, mi prendo i privilegi di un vecchio. Mi piace parlare. Sono autorizzato?»
«Avanti, siete autorizzato», risposi.
Era un vecchio gallo chiacchierone, dritto e sveglio, come se ci fosse passato anche lui per il mulino. Tra noi era nato subito un sentimento di simpatia e di fiducia reciproca. E qualsiasi fosse la ragione, ci sembrava un vecchio amico e lui sembrava a suo agio con noi.
Ma lo avvertii.
«Signor Schwartz, siamo qui per divertirci. Siamo qui per una piccola vacanza. E qualsiasi cosa vediate o sentiate… capito? Fateci un favore, un grosso favore, tenetevelo per voi, eh?»
Il vecchio sbuffò. «Cosa credete, che sia un bambino o una spia?» Gli sorrisi con aria di scusa.
Mentre noi pulivamo le pistole, lui continuò a chiacchierare. Dimostrò molto interesse quando Max si esercitò nel trucchetto della manica. E finalmente non riuscì più a contenersi. Ci fece quella che secondo lui era una domanda molto semplice.
Prese un’aria distratta e domandò: «Quanta gente avete ucciso, ragazzi?»
Lo guardammo sbalorditi.
«Signor Schwartz», dissi, «andate troppo spesso al cinema.»
Il vecchio rispose: «Sì, vado al cinema, e leggo anche libri e giornali. So tutto su quelli come voi. Lo so quello che succede in giro per il mondo».
«Che libri leggete?» domandai, per distrarlo.
«Ho letto il romanzo di Hemingway, The Killers», rispose il vecchio in tono fiero.
Mi interessava. «L’ho letto anch’io. Come lo trovate, signor
Schwartz?»
«Bello, bello, molto emozionante.»
«E allora?»
Mi divertivo. «Assomigliamo ai personaggi di quel libro?»
Il vecchio meditò. Prima guardò me attentamente, poi passò a Patsy e a Cockeye. E poi scrutò Maxie a lungo. Scosse la testa.
«No, non assomigliate a quei tipi di assassini e rapinatori di Hemingway e dei film. Proprio per niente.» Scoppiammo a ridere di cuore.
«E perché, signor Schwartz?» domandai. «Perché siamo diversi?»
«Be’, adesso ve lo spiego. Voi avete l’aria simpatica, non così… sin…»
«Sinistra?» suggerii.
«Sì, sì», approvò con entusiasmo. «Non così sinistra. Avete l’aria più intelligente», aggiunse, soddisfatto di quello che diceva.
Max disse: «Grazie del complimento, Pop», poi si corresse in fretta, «cioè, signor Schwartz.»
«E così», dissi, «signor Schwartz, visto che non siamo affatto come gli assassini di Hemingway e quei manigoldi del cinematografo, allora sarete arrivato alla conclusione che non siamo gangsters per niente, giusto?»
Il vecchio sorrise. «No, amico mio. La mia conclusione è che i manigoldi del cinema sono fasulli e gli assassini di Hemingway sono barboni da quattro soldi che chiacchierano tanto e ammazzano soltanto a parole. Voi ragazzi siete la merce originale.» Ridemmo.
«Già, quando ho letto il romanzo di Hemingway quei personaggi mi sembravano fasulli e parecchio.» Bussarono alla porta.
Maxie disse: «Un momento».
Corremmo a nascondere la ferraglia nell’armadio. Patsy andò ad aprire la porta: era il barbiere. Si precipitò nell’interno trasudando sorrisi, lozione per capelli e buon odore. Assomigliava al barbiere sull’etichetta del tonico Pinaud.
«E una riunione letteraria», dissi. «L’assemblea discute la rassomiglianza dei Killers di Hemingway con i veri gangsters. Che ne pensate?»
«Ernest Hemingway, lo scrittore?» domandò il barbiere. «Certo che quello li conosce i suoi personaggi. Sì, ho letto la sua roba. È un genio. Dalle sue descrizioni, saprei riconoscere un gangster a prima vista.
Dove avete studiato, voi? A Princeton?» Poco mancò che soffocassi.
Maxie imitò il modo di parlare di uno dei Killers.
«Sei un ragazzo sveglio, vero, ragazzo sveglio? Da te, ragazzo sveglio, vogliamo soltanto taglio e barba. Al diavolo quel tale
Hemingway, hai capito, ragazzo sveglio?»
Il sorriso scomparve dala faccia del barbiere. Al suo posto comparve un’espressione stupefatta. Guardò le nostre grinte impassibili, l’una dopo l’altra. Nessuno parlò. Maxie sedette e gli ordinò con un gesto di mettersi al’ lavoro.
Nella stanza c’era soltanto il rumore delle forbici del barbiere che tagliava i capelli di Max. Perfino il vecchio fumava in silenzio. Gli sorrisi e lui mi restituì il sorriso.
Vecchio simpaticone, quello Schwartz, pensai.
Mi ricordava un po’ il mio vecchio. Sarei andato a visitare la sua tomba. Cribbio, la mamma e il fratello saranno contenti della nuova pietra tombale.
Bussarono di nuovo alla porta.
Cockeye disse: «Accidenti, ce n’è del movimento!» E andò ad aprire.
Era il commesso del negozio. Gli ordinai la biancheria. Max disse:
«Mi raccomando che sia marea Reis UnionMade.»
Il commesso sorrise e disse: «Righto, vecchio mio».
Presi nota della parola «righto»: suonava molto britannico.
Incuriosito, domandai: «Inglese?» Scosse la testa. «No, sono nato qui.» Sorrise.
«Spiego subito l’accento, vecchio mio. Dipende dall’atmosfera del negozio. Si chiama Ye Olde London Shoppe, vecchio mio, vecchio calzino.»
Scoppiammo a ridere. Se ne andò, dicendo che sarebbe tornato con la mercanzia.
«Cheerio», disse.
Quando il barbiere ebbe finito, Cockeye si mise davanti allo specchio, con una mano sul fianco e si lisciò i capelli ricci. «Non trovi che fiamo cavini da movive?» Lo imitammo tutti.
Max diede un doppio dieci al barbiere che se ne andò completamente frastornato. Il vecchio si mise a ridere come un matto.
Patsy disse: «Qui non si mangia?»
Max disse: «Sì, appena vestiti, si va a pranzo».
Pochi minuti dopo, il commesso britannico di jersey tornò con la roba che avevamo ordinato. Max lo pagò. Non volle accettare una mancia. Questo, non riuscimmo a capirlo.
Quando finimmo di fare la doccia, arrivò uno dei ragazzi del signor Schwartz, carico di scatole. Maxie gli sganciò un dieci e il ragazzo ci mise a disagio con i suoi ringraziamenti. Il signor Schwartz rimase ad aiutarci ad aprire i pacchi.
«Ve lo faccio io il nodo della cravatta, ragazzi», disse. Mentre ci aiutava, continuava a chiacchierare. Ci contemplava con la fierezza di un padre. Una volta vestiti, insistette per ispezionarci.
«Adesso, ragazzi, sembrate proprio dei gentiluomini», decretò alla fine.
Scendemmo insieme.
«Posso venirvi di nuovo a trovare?» domandò.
«Quando volete, signor Schwartz», risposi. «Venite a pranzo con noi?»
«No, grazie. Divertitevi.» Ci salutò e se ne andò.
Dopo pranzo, andammo a prendere la Caddy alla rimessa dell’albergo. Girammo un po’, poi trovammo il casinò. Cockeye fece un paio di giri tutt’attorno perché ci facessimo un’idea della zona. Era un edificio in legno, basso e solido, costruito nel centro di un’ampia distesa di prati. Il parcheggio retrostante era affollato di costose macchine provviste di autisti che dicevano «grana».
CAPITOLO XXIII
COCKEYE infilò il viale. Un inserviente in uniforme ci aprì lo sportello. «Buona sera, signori», disse. Porse a Cockeye lo scontrino del posteggio. Un altro inserviente in uniforme portò. la Caddy a posto. Contammo dieci uomini in uniforme, soltanto all’esterno.
Maxie osservò: «Guardie».
Entrammo nell’edificio. L’atrio era piccolo. Una ragazza prese i nostri cappelli. Due alti individui in abito da sera ci scrutavano con attenzione. Li ignorammo. Uno dei due si avvicinò.
«Turisti?» domandò educatamente.
«Siamo qui apposta per diventare di casa», rispose Maxie in tono secco.
L’uomo ci accompagnò alla gabbia del cassiere. Maxie tolse di tasca il danaro e disse in tono falsamente modesto: «Per un paio di piccole puntate. Diecimila dollari di gettoni».
Staccò diecimila dollari dal rotolo e li gettò sul banco.
Il cassiere era un figlio di puttana a sangue freddo. Non si scompose. Sollevò appena le sopracciglia. Spinse verso di noi i mucchi di gettoni. Li intascammo.
Entrammo nella sala, larga e lunga quanto l’edificio.
Patsy disse: «Classe!» Questo descriveva l’arredamento e il pubblico. Ci fermammo un attimo a contare. «Circa quattrocentocinquanta persone», dissi.
«A me sembrano quattrocentocinquanta polli», osservò Patsy.
Uomini e donne erano tutti in abito da sera. Maxie si guardò intorno.
«Ci saranno circa venticinque ‘operai’.»
«E gli altri tutti allocchi di prima qualità», dissi.
«Pieno di polli pieni di grana», disse Cockeye.
«Così, tanto per divertirmi, mi piacerebbe scoprire il trucco nell’armamentario», disse Max.
Entrammo nella sala.
C’erano cinque tavoli di carte tutto intorno alla parete. Nel centro, la roulette e, più indietro, i dadi. Il bar si trovava nell’angolo.
Ci mescolammo alla folla che giocava alla roulette. Patsy si mise accanto al croupier. Cockeye si sistemò accanto a quello che ai nostri occhi esercitati appariva un «operaio».
Io mi misi di fronte a Patsy. La folla si dava da fare parecchio con la roulette.
Maxie mise tre gettoni su tre numeri pari. Il gioco era fatto. La ruota girò e Maxie perse. Mise tre gettoni su tre numeri dispari.
Dalla sua aria pensosa dedussi che faceva degli esperimenti.
Il gioco era fatto. La roulette girò. Guardai Patsy che sorvegliava il croupier da vicino. Fingeva di essere eccitato per il gioco. Spinse il croupier da parte e fece scivolare la mano sotto il tavolo alla ricerca di bottoni o leve. Poi si scusò sorridendo per la sua goffaggine.
Non avevo notato dove Max metteva i gettoni. Seguivo Patsy che andava dietro al suo «operaio» sorvegliato da Cockeye. Gli fece lo stesso trattamento che aveva fatto al croupier. Tutto eccitato, lo spinse da parte e tastò sotto il tavolo.
Max non puntava più. Finse di inciampare e lasciò cadere tutti i gettoni a terra. Sorrise scusandosi e si mise carponi per raccoglierli. Stava controllando se c’erano pulsanti sotto il tappeto. Quando si rialzò, sembrava deluso. Non aveva trovato nulla. Poi riprese a giocare, tentando tutti i sistemi, niente da fare. Continuava a perdere.
Sorvegliavo quelli che vincevano con regolarità. Erano senza dubbio «operai». Ma non riuscivo a capire come facessero.
Maxie abbandonò il gioco e andò al gabinetto. Lo seguimmo uno alla volta, senza farci notare.
«La ruota è fasulla», disse Max, «ma accidenti a me se capisco come lo fanno. Trovato niente, voi?»
Patsy disse: «Il croupier non controlla la ruota, questo è sicuro».
«Già», intervenni, «dev’essere qualcun altro.»
Cockeye annunciò: «Non ho visto niente di niente.»
«Come farebbe un altro a controllare la ruota?» domandò Maxie.
Un controllo sistemato altrove.
Alzai le spalle.
«Ci ho mollato più di tre bigliettoni a quei fetenti», disse Max. «Andiamo a dare una guardata ai dadi.» Passammo dal bar a berne un paio.
Il tavolo dei dadi era regolare: feltro verde e asse sul fondo, dove andavano a rimbalzare i dadi. Ci mettemmo a guardare. Niente gettoni qui, danaro contante. Quando venne il suo turno, Maxie tirò fuori un biglietto da cinquecento.
Max fece undici. Raddoppiò. Mise un mille. Gli «operai» coprirono subito. Max avrebbe perso. Non si davano neanche la pena di farli divertire un poco, i polli. Non correvano rischi. L’assistente del croupier lanciò i dadi a Maxie. Era uno scambio.
Maxie agitò i dadi e li tirò. Quattro.
Gli «operai» scommisero contro di lui. L’assistente restituì i dadi. Max sorrise e mi sussurrò mentre li agitava: «Salta», voleva dire che, nove su dieci, sarebbe uscito un sette. Maxie lanciò i dadi fasulli. Sette.
Poi toccò ad un «operaio». Puntò forte. Fece sei colpi di fila e vinse quattro bigliettoni. Questo ravvivò l’interesse dei polli. Era evidente che il croupier, il suo assistente e gli «operai», lavoravano di comune accordo. Il croupier dirigeva, dava il segnale all’assistente, a seconda del tipo di dadi che doveva rifilare. Gli «operai» badavano al segnale. Più semplice di così.
Mentre ci allontanavamo dal tavolo, Cockeye mormorò: «Rognosi fessi!»
Patsy disse: «Già, non ce la fanno a capire che quello che vince lavora per la casa e deve restituire il danaro.»
Passammo accanto ai tavoli di carte e scoprimmo i vari trucchi. Andavamo a tutta birra. Un gioco diverso ad ogni tavolo. E ad ogni tavolo c’era la squadra al lavoro, il banco era in società con qualche «operaio».
Da una parte usavano carte segnate. Al secondo tavolo, passarono tre colpi prima che riuscissimo ad individuare il trucco: uno specchietto ben nascosto nell’anello di quello che dava le carte. Le leggeva man mano che le distribuiva.
Al terzo tavolo, usavano un mazzo passato alla carta vetrata. Lo si capiva da come il banco palpava le carte prima di distribuirle.
Passeggiammo con finta indifferenza, fermandoci ogni tanto a guardare. Ad un altro tavolo, giocammo. Usavano assi «scivolosi», così ben lucidati che sembrava impossibile che nessuno se ne accorgesse. Quello che distribuiva, un artista dello scivolo, pescava gli assi dal mazzo a volontà e li aggiudicava a se stesso o ad uno degli «operai». Era davvero formidabile.
Il gioco più forte funzionava al tavolo del poker. Non usavano gettoni, ma danaro. Si apriva al buio con un centone. Niente limiti. Max prese una mano per un po’ e noialtri si stette attorno.
Qualcosa che non andava, c’era, ma non riuscivamo a cogliere il trucco. L’unica cosa che trovavo strana era la visiera del croupier. Un fesso mollò seimila dollari in meno di mezz’ora.
Completammo il giro infilando un paio di gettoni nelle macchinette, sistemate in un angolo nascosto. Anche quelle erano truccate. È facile scoprire come: la striscia di centro era fissa e rendeva impossibile fare lo jack-pot. Andammo alla cassa. Max cambiò i gettoni in danaro e uscimmo.
Salimmo sulla Caddy e mentre andavamo verso l’albergo, Maxie disse: «Se la prendono una bella fottuta i giocatori!» «Già e senza vaselina», aggiunse Cockeye.
Ci fermammo a mangiare qualche hamburger. Sedemmo ad un tavolino e ci scambiammo le idee su quel balordo casinò.
«Ci ho mollato cinque bigliettoni», disse Maxie. Accese il sigaro. «Ma me li ripiglio. Ne cacceranno di grano quei fetenti, prima che abbia finito di sistemarli.»
«Quello del poker, era piuttosto dritto, eh?» osservai.
«Lo organizzo io, quello», disse Max seccamente. «Lo so come funziona. Avete notato il trucco che usa?» Nessuno rispose. «Ehi, non avete notato la visiera?»
«Sì, ho notato che ci guardava attraverso e con ciò?» domandai.
«Noodles, mi deludi. È quello che si chiama lettura luminosa. State attenti, scolaretti.»
Maxie era tutto sorrisi. Sapeva qualcosa che io non sapevo, era beato.
«Ragazzi, ve lo ricordate quel negozio di Delancey Street dove per un soldo ci davano una busta di figurine colorate e un pezzo di isinglass?» Annuimmo. «Be’, non ci siete? Quando guardavamo attraverso il vetro, il disegno delle figurine cambiava, no? Compariva la figura nascosta. Be’, fresconi, quello usa un mazzo di carte fatto apposta con dei segni speciali sul dorso che si possono leggere soltanto con quel vetro colorato. La visiera è fatta di isinglass colorato.»
Guardai Max pieno d’ammirazione. «Ottima deduzione, Max.»
«Grazie, mio caro signor Holmes.»
«E la ruota, Max? Hai capito anche quella?» domandai.
«No», e scosse la testa. «Sono bloccato, ma domani torno a darci un’occhiata.»
«Niente azione rapida con quei fetenti?» domandò Patsy.
Maxie rispose: «Be’, pensavo di chiamare l’ufficio di New York e di farmi mandare la squadra demolizione di Mulberry Street per far saltare il locale. Sarebbe il sistema più rapido. Ma che fretta abbiamo? Oui si sta bene e paga la Combinazione.»
«Direi che hai ragione», approvò Patsy. «Non ci serve l’aiuto di quei frenetici zulù.»
«Phil non voleva violenza e così si vede se ci si fa con l’altro sistema», disse Maxie. «Andiamo in camera a giocarci un onesto pocherino.»
Andammo all’albergo e giocammo tutta la notte. Max mandò gli abiti a Schwartz con l’ordine di farli spazzolare e stirare e rimandarceli.
Dormimmo fino alle sette di sera, poi Maxie chiamò il centralino:
«Vogliamo la colazione.»
Evidentemente gli dissero che era un’ora un po’ strana per la colazione.
«Bene, bene», scattò Max, «chiamala come ti pare, ma manda su sugo d’arancia, uova, prosciutto e caffè per quattro.» Finito di mangiare, Max ordinò dei costumi da bagno.
C’era poca gente sulla spiaggia.
Cockeye disse: «È molto più divertente nuotare nell’East River, al chiaro di luna, attaccai ai barconi della spazzatura».
Maxie disse in tono sarcastico:
«Be’, accontentiamoci».
Nuotammo a lungo. Poi tornammo in camera, e, dopo la doccia, aspettammo gli abiti. Finalmente arrivò il signor Schwartz, ansante sotto il peso. Scaricò tutto sul letto con un sospiro.
«Come va, ragazzi? Vi divertite?» domandò.
«Grazie, signor Schwartz», risposi. «È una vacanza molto piacevole.»
Incominciammo a vestirci. Il signor Schwartz rimase. Fumava e chiacchierava. All’improvviso, ci fece una delle sue strane domande. «Ragazzi, voi siete coraggiosi, eh?» Sorrisi e alzai le spalle.
Maxie domandò:
«Perché?»
Il vecchio, con un sorriso e con sorprendente candore, rispose: «Perché dicono che gli ebrei sono tutti codardi».
Patsy ed io ridemmo di Max. L’aveva avuta la risposta.
«Il coraggio o la vigliaccheria non sono caratteristiche razziali, signor Schwartz», dissi. «A volte è questione di circostanze, di necessità.
Oh, di ragioni ce ne sono molte. Da quanto ho osservato, e credetemi, questa conclusione è basata su esperienza di prima fila, non si può stigmatizzare un qualsiasi gruppo di persone. Soprattutto per la mancanza di coraggio. Il coraggio si sviluppa, parlo di quello solido, stabile, contemporaneamente alla forza fisica o mentale. Posso darvi alcune prove», dissi in tono scherzoso. Indicai i miei compagni. «Sono prove in carne ed ossa che confermano la mia asserzione.»
«Grazie.» Max si inchinò gravemente, continuando ad abbottonarsi i pantaloni. «In tutta modestia, mio caro Noodles, ti sei incluso tra le prove in carne ed ossa?»
«In tutta modestia», e gli ricambiai l’inchino, «mi sono incluso.» «Come sei bravo.» Maxie s’inchinò di nuovo.
«Avete intenzione di divertirvi per tutta la sera?» domandò Patsy.
«Ho fame.»
«Siete vestiti?» domandò Maxie. Si guardò attorno. Agganciammo le fondine e indossammo le giacche. «Come gentiluomini», ridacchiò il vecchio palesemente soddisfatto.
CAPITOLO XXIV
DOPO un altro pasto sontuoso, tornammo al casinò. Max comperò diecimila dollari di gettoni da cento. Il casinò era affollato come la sera prima. Andammo direttamente alla roulette. Max perse di continuo. Giocò per ore intere, mentre io osservavo il gioco con attenzione meticolosa. La pallina, la ruota, il croupier. Esaminai ogni particolare più insignificante. Inutile. Max perdeva più di seimila, ma continuava a giocare. Mi allontanai dal tavolo disgustato. Eccoci qua, quattro esperti in gamba, che dovrebbero conoscere fino all’ultimo trucco del mestiere, incapaci di stanare la volpe.
Poi, notai che un «operaio» lanciava un’occhiata al soffitto. Seguii la direzione del suo sguardo. Mi parve di scorgere un buchetto, nascosto nella decorazione del soffitto. Segnalai a Patsy perché i suoi occhi erano più acuti dei miei. Ci trovammo vicini e gli sussurrai il mio sospetto. Patsy lo confermò. Tornammo al tavolo. Strano, sembrava un’idea assurda, ma mi sentivo come se un paio d’occhi mi sorvegliassero dal soffitto. Richiamai l’attenzione di Maxie che mi seguì nel gabinetto. Gli dissi quello che avevo scoperto.
«Buon lavoro, Noodles. Probabilmente ci siamo». Incassò i gettoni che restavano. Ce ne andammo; erano quasi le due del mattino.
Andammo al ristorante aperto tutta notte, sedemmo allo stesso tavolino, ordinammo hamburgers e caffè. Poi fumammo. Passò più di un’ora.
Ruppi il silenzio. «Dobbiamo tornare sul posto e darci la ripulita.» Maxie annuì.
«Quello che pensavo anch’io», disse. Guardò l’orologio. «Le tre e mezzo. Si va.»
Tornammo al casinò. Fermammo la macchina ad una certa distanza a fari spenti, per sorvegliare il luogo. Una alla volta, le automobili uscirono dal posteggio, finché non ne restarono che due. Le luci erano quasi tutte spente. Aspettammo finché non si spensero del tutto. Poi le due macchine che restavano se ne andarono insieme. Aspettammo ancora per assicurarci che nell’edificio non ci fosse più nessuno.
Maxie scese dalla Caddy. «Benone.»
Evitammo il vialetto coperto di ghiaia e camminammo silenziosamente sull’erba, girando tutto intorno all’edificio. Dall’interno venne un rumore di passi.
«Dev’essere il guardiano», sussurrai.
Max ci fece cenno di seguirlo. Levò la pistola dalla fondina e picchiò leggermente contro la parete con la canna. Una finestra si aprì e noi ci nascondemmo dietro un cespuglio. Apparve una testa.
Una voce disse: «Chi è?»
Poi il raggio di una lampadina girò tutto intorno. «Maledizione», esclamò la voce. La finestra si richiuse con un tonfo.
Maxie batté di nuovo. La finestra si spalancò di colpo, la lampada frugò nel buio e la voce irata gridò: «Ma chi diavolo c’è là fuori?» La finestra si richiuse di nuovo con un tonfo. Una porta si aprì. Un uomo alto, con la pistola nella destra e la lampadina nella sinistra, apparve sulla soglia.
Borbottava tra sé: «Che sia maledetto».
Maxie gli scivolò dietro, con la Roscoe in mano. Patsy, Cockeye ed io eravamo tra i cespugli. Maxie prese lo slancio e gli diede una terribile botta sulla testa. L’uomo cadde nell’erba. Non emise suono. La testa gli sanguinava. Mi chinai su di lui e Max mi guardò con uno sguardo interrogativo. Alzai le spalle. Non sentivo il polso.
Max sussurrò: «È andato? L’ho fatto fuori?»
«Eh sì, credo di sì.»
Poi, lievissimo, sentii il polso.
«No, un momento.» Gli appoggiai l’orecchio sul petto. Sentii il battito regolare. «Niente di grave. Gli passerà.»
Lo raccogliemmo e lo trasportammo nell’interno. Lo fasciammo con dei fazzoletti e lo stendemmo sul pavimento. Poi girammo dappertutto e arrivammo nell’ufficio del cassiere. Era una stanzetta di circa tre metri per tre, con una finestrella che dava sull’atrio, come lo sportello di una banca. Il vetro era a prova di pallottola. Frugammo nei cassetti e nella piccola cassaforte. Era tutto aperto e vuoto.
L’arredamento dell’ufficio consisteva di poche sedie, la scrivania e un refrigerante. Lo aprii. Conteneva soltanto tre bottiglie di latte. Nient’altro. Maxie guardò al disopra della mia spalla.
«Probabilmente il cassiere ha l’ulcera», disse.
«Strano posto per un refrigerante», osservai.
Nella parete di fondo c’erano due porte. Andai ad aprirne uno. Un qualsiasi bagno. Aprii l’altra: c’era una scaletta che portava alla soffitta. Notammo una botola nel pavimento. Portava alla cantina.
Maxie, in mezzo alla stanza, era perplesso. Guardava verso la soffitta, poi verso la cantina. Non sapeva quale esplorare per prima, poi si mosse verso la scala, accennandoci di seguirlo. L’attico aveva il soffitto molto basso. Fummo costretti ad accoccolarci. Max andava avanti con la lampada tascabile che aveva tolta al guardiano. Quello che cercavamo, doveva essere direttamente sopra la parte anteriore e centrale del salone sottostante. Trovammo una porta ed entrammo in una minuscola cameretta. Maxie passò il raggio della lampadina sulle pareti.
Quando illuminò il pavimento, scoprimmo il trucco: una roulette dipinta e, accanto ad ogni numero, un interruttore elettrico. Un buco coperto da una lente d’ingrandimento puntava esattamente sopra la roulette del piano di sotto.
«Fetenti e furbi», sussurrai. «La pallina della roulette dabbasso, non è di marmo come dovrebbe essere. Probabilmente è di acciaio
ricoperto. Proprio come immaginavo. Controllo a distanza.» «E be’?» fece Cockeye.
«E be’?» scimmiottò Maxie indignato. «Non capisci?»
Cockeye scosse la testa.
«Quello che sta qui su», spiegò Maxie con impazienza, «guarda il tavolo e segue il gioco. Uno degli «operai» punta forte su di un numero. Quando la ruota gira, quello che sta qui preme un bottone e manda una scarica di corrente che colpisce il numero sul quale l’operaio ha puntato. La pallina d’acciaio si ferma. Gli altri fresconi perdono.» Max si strofinò il mento. «Mica male, proprio mica male. Ogni tanto lasceranno vincere qualche pollo, tanto per rendere più interessante il gioco.»
Continuò ad esaminare l’impianto, sorridendo e parlando tra sé. «Se avessi qui un mio amico occupato a premere bottoni, ci sarebbe da far soldi.»
Il sorriso divenne un sogghigno. «Ehi, Noodles?» «Direi che è una buona idea», approvai.
Uscimmo silenziosamente dalla stanzetta ed esplorammo il resto dell’attico. C’erano feritoie dappertutto dalle quali si poteva osservare tutto quanto avveniva nella sala sottostante. Scendemmo pian piano le scale e tornammo nell’ufficio del cassiere. Maxie indicò la botola.
«Tanto vale dare un’occhiata anche laggiù.» Prese l’anello e tirò. Lo sportello si sollevò lentamente.
Restammo tutti e quattro a bocca aperta. Non ce l’aspettavamo davvero. Ad un tavolo coperto di grossi libri sedeva un uomo anziano. Aveva un librone aperto davanti a sé e scriveva attentamente, alla fioca luce della lampada da tavolo. Senza sollevare la testa, disse: «Ragazzi, siete venuti troppo presto, ma ho quasi finito. Questi sono completi. Potete incominciare a trasportarli».
Max sussurrò: «Ma che diavolo?»
Alzai le spalle. «E che ne so?» Il vecchio indicò una pila di libroni. «Prendete questi. Sono finiti.» Sussurrai: «Accontentiamolo».
Max disse: «E va bene!»
Incominciammo a scendere la scala. Il vecchio ci diede un’occhiata, poi tornò ai suoi libri. Andai a guardare al di sopra della sua spalla. Copiava tomi. Guardai meglio. Falsificava i nomi dei registri elettorali della contea.
«Che te ne pare, figliolo?» mi domandò con fierezza guardandomi appena.
«Perfetto», risposi, «perfetto». Non volevo far domande a rischio che il gatto scappasse dal sacco.
«Sono all’ultima pagina dell’ultimo libro», disse, lavorando rapidamente. Ci mettemmo tutto intorno a guardare con ammirazione.
Finalmente il vecchio depose la penna con un sospiro. «Sono contento di doverlo fare una volta l’anno. È una scocciatura.»
Sorrise. «Dov’è John?» Probabilmente intendeva quello che Maxie aveva steso.
Con la solita presenza di spirito, Maxie rispose: «Uscito un momento».
Il vecchio annuì. «Bene, incominciamo a trasportare la roba.»
Prendemmo i libri e li portammo di sopra un poco alla volta. Il vecchio era ingenuo. Non fece domande. Salì nel sedile posteriore. Max ed io gli sedemmo ai lati. Cockeye premette sullo starter. Infilammo la strada provinciale.
Maxie disse: «All’albergo, Cockeye».
Il vecchio lo guardò incuriosito.
All’albergo, Max, Patsy e Cockeye salirono in camera a cambiarsi. Rimasi in automobile con il vecchio. Tenevo la mano sul coltello. Quando scesero, toccò a me andare a cambiarmi. Pagai una settimana e raccomandai all’impiegato di mandare gli abiti a Schwartz. Partimmo.
Il vecchio incominciava a capire che c’era qualcosa di strano. Ci guardava insospettito.
«Dove andate? Non andiamo all’archivio del tribunale?» Non rispondemmo. Restammo impassibili. Aveva l’aria spaventata. Con voce tremula domandò: «Chi siete?» Maxie sorrise e gli batté sulla schiena.
«Fa’ il bravo ragazzo, Pop. Va tutto benissimo. Prenditela calma.»
Si rivolse a Cockeye. «Da Moe.»
Durante il viaggio, il vecchio parve calmarsi, soprattutto quando capì che lo avremmo trattato con rispetto e considerazione. A metà strada, eravamo amici. Max aveva comperato un quarto in uno speak di una cittadina. Servì a lubrificargli la lingua e a metterlo di buon umore. Ci disse tutto del politicante che comandava nella zona. Lo descrisse come: «pancione, ingordo, malvivente e figlio di puttana». Molto potente politicamente. Comandava su tutta la contea. Era perfino capo del Ku Klux Klan locale.
«Brutta faccenda impegolarsi con lui», disse il vecchio. «Tutti gli uomini che lavorano al casinò sono membri del Klan. Questo politicamente è un dritto della malora. Non lascia niente al caso. Organizza tutto a suo favore, dall’equipaggiamento del casinò alle elezioni della contea.»
Il vecchio domandò: «Voi siete del partito politico d’opposizione?» Scossi la testa. Tentò ancora .l’indovinare. «Dell’ufficio del procuratore distrettuale?»
Max fu chiaro. Gli disse: «No, siamo di un’organizzazione che s’interessa soltanto al casinò.»
Ero curioso. «Come mai siete così bravo a copiare nomi? Come mai avete a che fare con quell’individuo?»
Il vecchio spiegò: «Sono dentro per la seconda volta: falso. Il pancione mi prende a prestito prima delle elezioni per sistemare i libri».
«Columbia, gemma dell’oceano, terra della libertà e del coraggio», cantai e risi. Tipico, tipico, tipico, maledizione com’è tipico, in questa terra della libertà. Nebishes e schlemhils se la pigliano una fregatura completa.
Noi della teppa, per mezzo di Frank, sosteniamo al massimo un paio di candidati qua e là. Con del danaro. Magari mandiamo in giro un paio di ripetitori a votare un po’ più spesso di quello che la legge permette. Ma questo qui, tutta la torta! Lui non è della teppa. Lui dovrebbe essere legittimo. Ma potrebbe insegnare a noi come rigirare un’elezione.
Quelli della teppa sono dilettanti, al confronto di certi cosiddetti tipi a posto delle alte sfere.
«E così dovresti essere in prigione?» domandai.
Il vecchio falsario rispose: «Ci sono cascato due volte. John, quello che è rimasto là, è il mio guardiano. È il capo dei poliziotti della contea. Doveva riportarmi nella stia.» Il vecchio aggrottò la fronte.
«Che ne avete fatto? È il braccio destro del pancione.» «Lo abbiamo addormentato», risposi.
Il vecchio si spaventò. «Lo avete ucciso?»
«No», rispose Maxie. «Lo abbiamo messo a riposo temporaneamente.» «Oh!» Sorrise sollevato.
«C’è un guardiano notturno al casinò?» domandai.
«Non lo so», rispose il vecchio. «Credo che ogni sera alla chiusura portino via tutto il danaro.»
Quando arrivammo a New York City, Maxie domandò: «Che vuoi fare, Pop?»
«Che vuol dire?»
Maxie ripeté: «Che cosa vuoi fare? Vuoi tornare in prigione o squagliare e restare a New York?»
«Mi piacerebbe stare qui, se riesco a ritrovare qualcosa da fare e se non mi ripescano», rispose il vecchio.
«Niente paura, non ti ripescano», dissi.
«Bene, Pop, ti troviamo da fare. Niente scribacchino. Qualcosa per tenerti alla larga dai guai.» Maxie sorrise. «Come sei sistemato?
Hai danaro?»
Il vecchio scosse la testa. Max levò di tasca cinquanta dollari e glieli porse.
«Grazie.» Lo sguardo di profonda riconoscenza che lanciò a Maxie valeva molto di più di quella parola.
Arrivammo da Moe e portammo dentro i libri. Li accatastammo nell’armadio. Poi Moe ci sentì e venne con un vassoio.
Maxie si volse al vecchio: «Dunque, Pop, scegli tu. Che tipo di lavoro vuoi? Preferisci maneggiare mummie fredde in un’impresa di pompe funebri o mummie ubriache in uno speakeasy?»
«Mi piacerebbe molto lavorare qui», rispose il vecchio con aria ansiosa.
«Moe», chiamò Maxie, «dagli un grembiule. Ti ritrovi con un altro assistente.»
«Per favore, chiamatemi Philip», disse il vecchio timidamente.
Max sorrise: «Bene, Philip, Moe ti mostrerà gli ingranaggi e ti troverà una camera».
Moe sorrise approvando: «Ecco, Phil, sei bell’e sistemato».
Max si rivolse a Cockeye: «Prossima fermata, il locale di Jake».
Salimmo in macchina e andammo in Broome Street. Pipy stava al bar. Ci salutò tutto allegro e preparò dei doppi.
«Come ti vanno gli affari? Tutto bene?» domandò Max.
Pipy rispose: «Tutto bene».
«Dove sono Jake e Goo-goo?»
«Riposano. Erano nell’ultimo turno. Abbiamo avuto una serata pesante.»
Pipy aveva un’aria soddisfatta.
«Ho bisogno del vostro aiuto per un paio di giorni. Un lavoretto fuori sede. Trova qualcuno che badi al locale.» Max parlava in tono brusco e autoritario.
«Tenetevi pronti per stasera tutti e tre. Veniamo a prendervi.»
«Saremo pronti. Chiamo subito Jake e Goo-goo.»
Quando uscimmo, Patsy disse: «E se mettessimo qualcosa sotto i denti?»
«Appoggio la mozione», disse Cockeye.
Andammo da Sussman in Delancey Street. Ordinammo tutto doppio, corned beef, patate fritte e bottiglie di celery tonic.
«Te lo ricordi l’indirizzo della Quarta Avenue?» domandò Max.
«Che indirizzo?» Presi un po’ delle sue patate.
«Lo sai, di quel tipo che traffica coi dadi.»
«Oh, quello che traffica con aggeggi truccati? Dove ci ha mandato il professore a prendere della roba per lui?»
«Proprio quello. Te lo ricordi dov’è?»
Pensai un momento e spalmai la mostarda sopra una bella fetta di corned beef.
«No, ma riconoscerei la casa. Nella zona est della Quarta Strada.
Perché?»
Max masticò pensoso uno stuzzicadenti.
«Voglio procurarmi un paio di arnesi. Mi è venuta una idea.» «Fargli sentire il sapore della loro medicina?» domandai.
«Sì, press’a poco.»
«Riconoscerò la casa», dissi.
Percorremmo lentamente la Quarta Strada, ritrovai il posto e Cockeye accostò al marciapiede. Max ed io salimmo un paio di scale. «Salve a voi due», disse il proprietario. «Dove siete scomparsi?» «Vi ricordate di noi?» domandai meravigliato.
«Certo.» Rise. «Come potrei dimenticarvi? Sembra ieri. Ricordo i due ragazzini tosti che parlavano con la bocca di traverso: ‘Ci manda il professore’.» La sua imitazione ci fece ridere.
«Che posso fare per voi?» domandò poi. Max gli descrisse il mazzo di carte a lettura luminosa che volevamo.
«Certo», esclamò il proprietario. «Li tengo soltanto per la clientela molto discreta.»
Tirò fuori di sotto il banco diversi mazzi di carte con le visiere di isinglass. Ci mostrò come si faceva a leggere sul dorso. Era molto facile, una volta imparato a memoria il codice.
«Ogni mazzo di carte ha il suo codice speciale. Non ce ne sono due uguali.»
Comprammo una dozzina di paia di dadi truccati e ce ne andammo.
«Da Rubin, quello degli occhiali, in Canal Street», ordinò Max.
«Farne degli occhiali?» Rubin parve incerto. Toccò la visiera.
«Non ha senso.»
«Lascia che del senso ci preoccupiamo noi, Rubin. Tu fa’ due paia d’occhiali.»
Max depose dieci dollari sul banco. «Bastano?»
«Va bene, va bene.» Rubin intascò il biglietto. «Saranno pronti tra un’ora.»
Uscimmo e ci fermammo indecisi, non sapendo come far passare quell’ora.
Poco lontano c’era un cinematografo che dava due interessanti film di cow-boys. Era fatto apposta per Cockeye che non aveva mai superato l’infantile segreto desiderio di diventare un cow-boy… come probabilmente tutti noi. Gli altri decisero di andarci, ma io volevo vedere mia madre.
«Va bene, va’. Ci troviamo da Jake tra un’ora.»
Presi un tassì. Salii le scale malferme e percorsi il corridoio puzzolente. Una sensazione di disagio mi prese. Bussai alla porta.
Una voce rispose: «È aperto. Avanti».
Era mio fratello. Aprii la porta. Sedeva al tavolo di cucina e leggeva, fumando.
«Oh, sei tu.» Mi lanciò un’occhiata fredda.
Entrai. «Perché sei a casa così presto? Dov’è la mamma?» domandai.
«Mi hanno telefonato in ufficio. La mamma sta male. di là», indicò la camera da letto.
«Che ha?» domandai. Mi avviai verso la porta della camera.
«Non disturbarla, dorme. Il dottore è appena andato via. Le ha dato una pillola.»
Mi fermai. «Che cos’ha?»
«Ti interessa davvero? Mi fai ridere con tutta la tua premura.
Perché non vieni qui più spesso, eh, pezzo grosso?»
«Non vengo più spesso perché non mi piace il tuo scadente sarcasmo. E poi questa tana mi dà i brividi. Perché diavolo non vi trasferite in un posto decente? Forse verrei più spesso. Forse verrei ad abitare con voi. Pagherei io tutte le spese, come ti ho già detto cento molte.»
«Prima di tutto, la mamma non vuole cambiare. È abituata a stare qui, ci sono tutti i suoi amici.»
«Yentes e kurshineerkehsn», brontolai. «E c’è una puzza maledetta.»
Mi resi conto troppo tardi che la mia franchezza l’avrebbe irritato ancora di più. Volevo evitarlo.
«Yentes, kurshineerkehsn e puzza», disse in tono amaro. «La gente di qui non è della tua altezza, eh, mio grande, coraggioso fratello teppista? Chi diavolo ti credi di essere?» Arricciò un labbro con disprezzo.
«Non volevo dire questo», esclamai.
Non mi badò, era troppo furente.
«Di’, ti chiamano sempre Noodles ‘Lama’? E così Noodles ‘Lama’ non si degna di vivere qui. Di che cosa sei fatto, secondo te? Materiale diverso da quello della brava gente che abita in questa zona? Un criminale come te, che va in giro con coltello e pistola come la gente tranquilla e per bene porta penna e matita? Che usa whisky e droghe per farsi coraggio?»
«Non uso droghe», mormorai. «Ogni tanto si sbatte il gong, e questo non dà l’assuefazione.»
«L’oppio non è una droga, eh? Non dà assuefazione?» Sghignazzò. «E credi anche che per andare in giro a fare il bullo ci voglia del coraggio? E credi che l’unico modo di procurarsi del danaro sia rubare e truffare? Non hai rispetto per niente, né per Dio né per il prossimo. Tu e quei manigoldi dei tuoi amici, credete di essere al di sopra della legge, vero? Con i vostri coltelli, pistole e pugni di ferro! Secondo voi tutto quello che è fasullo e illegale va bene e tutti quelli che sono onesti sono fresconi. Ti consideri una figura romantica, eh? Una specie di Robin Hood moderno. Non dirmelo, non occorre. Lo so quello che pensi.»
«Senti», sibilai, «piantala con queste frescacce ogni volta che vengo qui. Lascia perdere la scenetta di Caino e Abele. Non sono venuto per continuare la solita ridicola discussione. Sono venuto a trovare la mamma.»
«Se venuto a trovare la mamma», scimmiottò. «C’è un’altra cosa che voglio discutere con te: chi diavolo ti ha dato il permesso di spostare il corpo di nostro padre in un’altra fossa e di mettere sulla sua tomba quella pietra? Non lo hai mai rispettato quand’era vivo, non hai pregato per la sua anima, e adesso salta fuori tutta questa devozione filiale. Fa schifo. Non domandi mai a nessuno, fai quello che ti pare, come sempre. Perché diavolo non puoi mai agire come un uomo normale, onesto?»
«Senti», scattai, «sta’ attento a non esagerare. Potrei anche scordarmi che sei mio fratello. Non rompermi l’anima con la tua gente normale! Gente normale. Chi ti credi di essere! Un esemplare eccezionale? Tu e quelli come te. Voi dei giornali! Scribacchi quattro righe e con questo ti credi di essere un’autorità sulla vita morigerata. Chi è stato implicato nello scandalo dell’ambulanza tempo fa? Non erano i tuoi amici giornalisti? E come mai la Combinazione sa il numero vincente prima che sia stampato? Chi glielo dice, se non i tuoi amici giornalisti? Chi scrive quegli articoli pieni di fandonie per imbrogliare il pubblico? Un agente pubblicitario vi può comperare quando vuole, basta pagarvi, scrivete quello che vi dicono. E per quattro soldi. I vostri padroni, gli editori, sono gente morale e onesta? Quelli si comperano con la pubblicità. La loro opinione si muta con il danaro. E voi non usate la violenza nel vostro mestiere, eh? Mai sentito parlare di giornali che vengono venduti con la forza? E delle edicole costrette a venderli? Che cos’hanno nei loro reparti vendita? Teppa, ecco che cosa hanno. Chi adoperano per interrompere gli scioperi, se non gorilla a pagamento? E quante volte quella brava gente dei tuoi amici ci ha avvicinati per proporci azioni che perfino noi ci vergogneremmo di commettere? E in tempo di guerra, tutta questa brava gente, non arraffa e ruba e imbroglia fin dove può? Sì, piantala con tutte le tue frescacce. Nessuno è onesto. Sono tutti corrotti, in un modo o in un altro. Non ce n’è di gente onesta. Fingono e fingono di crederci. Sì, noi siamo molto più elementari, noi portiamo le pistole, lo facciamo sapere in giro. E che diavolo ti aspetti di ricavarne, scocciandomi ogni volta che mi vedi? Sei una vecchia zitella acida.»
Gli voltai le spalle e andai in camera da letto. La mamma dormiva. La baciai sulla guancia e le misi cinquecento dollari sotto il cuscino.
Tornai in cucina in punta di piedi. Mio fratello fumava e leggeva. «Che cos’è stato… il cuore?» chiesi.
Annuì senza alzare gli occhi.
«Grave?» domandai.
«Un attacco leggero», borbottò. «Si riprenderà.»
Mi scottava ancora, avevo voglia di stuzzicarlo. «Ho letto certe tue balordaggini nei giornali della domenica.»
«Ah, non ti piace?» Mi guardò furente. «Se non altro, è un modo onesto di guadagnarsi da vivere. Danaro pulito.»
«Danaro pulito!» Risi. «Come quello che si guadagnano le prostitute.»
Divenne bianco dalla rabbia.
«Figlio di puttana!»
«Sì», ripresi. «Proprio lo stesso tipo di danaro. Ti pagano, ti comperano per scrivere un mucchio di balle reazionarie. Dove sono le tue idee liberali? Non eri tu quello che ammirava il suo eroe, Heywood Broun? Te lo ricordi? Be’, e dov’è il tuo amore sviscerato per gli oppressi? Ti hanno comperato. Hai venduto le tue opinioni liberali. Per una charlotte russa. Perché? Perché hai paura di scrivere quello che vuoi, hai paura che ti mettano fuori. Hai merda nelle vene, invece di sangue. Come tutti i tuoi colleghi. ‘La penna è più potente della spada’. Lo dicevi, una volta. Ma il tuo padrone ti dà una bottarella sulla mano e la penna cade dalle dita e fate tutti a pugni per salire sul carrozzone reazionario.»
«Non si trova lavoro oggi, se si hanno idee liberali», borbottò.
«Ecco, proprio quello che dicevo io. Sei tu quello che citava Lincoln e Tom Paine? Sei tu quello che mi ha insegnato questa frase: ‘Dio mi dia la forza di guardare la realtà e di scriverne, costi quel che costi’. Te lo ricordi? Ecco che cosa voglio dire. Ti sei venduto come una prostituta.»
«Tu e le tue maledette tirate. Sempre la solita mania di venire a fare le prediche.»
«Io faccio le prediche?» domandai.
«Sì, sempre la stessa storia con le stesse maledette tirate.» «Ma questa sì che è bella.» Lo guardai schifato.
«Oh, accidenti, non vale proprio la pena. Salutami la mamma.» Non rispose. Gli lanciai un’occhiataccia.
Allora disse: «Va bene».
«Se la prossima volta che vengo qui riattacchi con questa storia, ti sbatto fuori della finestra.»
Non rispose. Mi guardò soltanto con aria di sfida.
Uscii. Nel locale di Jake, c’era uno sconosciuto al bar. Ne bevvi un paio per calmarmi. Evidentemente il barista sapeva chi ero, perché mi fece passare nella saletta retrostante. Max, Pat, Cockeye, Jake. Pipy e Goo-goo erano assorti in una partita di poker. Ci salutammo. Osservai il gioco per un po’ di tempo. Max e Patsy si esercitarono con gli occhiali luminosi. Sembravano normali occhiali da sole.
CAPITOLO XXV
PROBABILMENTE Maxie aveva già preparato il piano per il lavoro al casinò.
Per questa ragione aveva invitato Jake, Pipy e Goo-goo ad accompagnarci.
Dopo un po’ Max disse: «Oh, piantiamola e mettiamoci in moto».
«Avete la ferraglia?» domandò agli altri tre. Annuirono.
Deposero la roba sulla tavola. Jake aveva una Luger e una Police Special. Pipy tirò fuori una trentotto dalla tasca dei pantaloni. Googoo teneva la sua trentotto infilata alla cintura.
«E queste?»
Jake e Pipy mostrarono una collezione di chiavi.
«Inutile complicare le cose», disse Max. «Mettetele nel mucchio. Vale anche per noi.»
Ci togliemmo le fondine. Levai di tasca il coltello e Maxie sganciò la molla dalla manica. Era un grosso mucchio. Infilammo tutto nel sacco di juta.
«Vado a metterlo sotto lo chassis?» domandò Cockeye.
«No, aspetta un momento. Va’ in rimessa a prendere il Tommy, poi sistema tutto sotto lo chassis. Ti aspettiamo qui.» Cockeye prese il sacco e uscì.
Andammo al bar e facemmo un paio di giri. Cockeye tornò venti minuti dopo.
«Hai sistemato bene il Tommy?»
«Non preoccuparti, Max», rispose Cockeye. «Lo spruzzatore è a posto.»
Salimmo tutti e sette sulla Caddy, ma non stavamo scomodi.
Potevano starcene altri due, in caso di necessità.
Cockeye disse: «Questo ci darà il peso più giusto per un viaggetto rapido» .
E così fu.
Arrivammo all’albergo verso le undici di sera. Jake, Pipy e Coo-goo occupavano una grande camera allo stesso nostro piano. Eravamo tutti stanchi.
Max disse: «Allunghiamoci. Ci alzeremo domattina alle quattro».
Dopo la doccia, andammo a dormire.
Mi addormentai subito, e quando mi svegliai ero fresco e riposato. Guardai l’orologio. Le quattro e dieci. Maxie dormiva ancora e russava come sempre, con un’espressione rilassata. Lo chiamai. Si rizzò a sedere strofinandosi la testa.
«Come ti senti? Bene?» domandò.
«Sì», risposi.
Discutemmo il piano d’azione. Max approvò le mie idee.
Si vestì e andò nella camera accanto a svegliare Cockeye e Patsy. Poi uscì senza scarpe e andò a svegliare gli altri tre.
Alle quattro e mezzo scendemmo in rimessa. Cockeye strisciò sotto la macchina e tirò fuori il sacco di tela e il Tommy.
Maxie distribuì l’equipaggiamento ed esaminò con interesse le chiavi di Jake e Pipy.
«Vuoi imparare il mestiere, Max?»
Max sorrise. «No grazie, Jake. A ognuno il suo.»
Ci fermammo a mangiare. Maxie ordinò una dozzina di hamburgers.
«Giusto, ottima idea», dissi. «Prima di stasera avremo una gran fame.»
«Sì, noi due specialmente», osservò Max con un’occhiata significativa.
Alle cinque ci fermammo a poca distanza dal casinò. Era ancora tutto illuminato e nel posteggio c’erano molte macchine. Aspettammo. Verso le cinque e mezzo, le automobili incominciarono ad andarsene. Nell’edificio, le luci si spegnevano una alla volta.
Alle cinque e quarantacinque il posteggio era vuoto e l’edificio immerso nel buio. Scendemmo dalla macchina e ci avvicinammo silenziosamente. Max sussurrò: «Tirate fuori i ferri. Jake, levati le scarpe e seguimi».
Ci fermammo dov’eravamo. Max e Jake strisciarono fino alla porta, coperti da cinque Roscoe, Jake si mise al lavoro con le sue chiavi universali. Gli ci vollero cinque minuti per aprire la porta. Max ci fece segno di venire avanti.
Entrammo in punta di piedi, con le armi pronte per l’azione. Non c’era nessuno. Ci riunimmo al bar. Maxie servì del Mount Vernon.
«lo e Noodles ci fermiamo nell’attico. Voi tornate all’albergo a riposare. Chiamate Schwartz il sarto e fatevi addobbare. Poi tornate qui stasera alle undici in punto.
Appena arrivi, Patsy, concentrati sulla roulette. Punta leggero, poi sempre più pesante. Alle undici e mezzo in punto, metti tutto su di un numero.»
Patsy sembrava incerto.
Maxie spiegò: «Qualsiasi numero. Tu Pip, va’ ai dadi.»
Cockeye te ne darà un paio di truccati. Alle undici e mezzo, si va a tutta forza. Ecco cinque bigliettoni per giocare».
Pipy prese il danaro e annuì.
«Tu, Jake e Goo-goo mettetevi al poker e lavorate meglio che potete. Cockeye vi spiegherà come usare occhiali e carte. Alle undici e mezzo, puntate tutto. Questo vale per tutti. Tu, Cockeye, porta la Caddy davanti all’uscita alle undici e quaranta.» Cockeye annuì.
«E adesso, questo è l’importante», riprese Max. «Alle undici e quaranta in punto, tutti voi, ad eccezione di Cockeye che resta al volante, entrate nell’ufficio del cassiere.
Noodles ed io scendiamo dall’attico alle undici e quaranta esatte. Non so che tipo di comitato ci sarà a riceverci. Voi ragazzi, state in gamba. Capito?»
Maxie ci guardò ad uno ad uno. «Restate in albergo fino all’ora di venir qui. Pulite la ferraglia, può darsi che ci siano fuochi artificiali.»
Maxie si rivolse a Cockeye. «Va’ in macchina e prendi il sacchetto di hamburgers e lo spruzzatore.»
Quando Cockeye tornò, Maxie domandò: «Domande da fare? O è tutto chiaro?»
Gli uomini annuirono.
«Allora, mettetevi in moto. Jake, chiudi la porta dall’esterno.» Maxie prese il sacchetto degli hamburgers e lo spruzzatore. «Inutile soffrire la fame, no, Noodles? Abbiamo parecchio da aspettare.»
«Tu e Napoleone», dissi.
«Napoleone? Che c’entra Napoleone?» Gli spiegai la logica di Napoleone.
«Buonsenso e basta», disse.
Salimmo la scaletta. Arrivati nell’attico, ci togliemmo le giacche e trasportammo un paio di sedie vicino alla finestra che guardava sul vialetto. Ci sistemammo comodamente.
Maxie riprese la conversazione dal punto di vista di prima. «Come dicevo, Noodles, è buonsenso e basta. Prendi un po’ per me e te. Dobbiamo aspettare parecchio, magari dodici ore o di più. Napoleone era un dritto. L’esercito funziona con lo stomaco. Era un tipo in gamba, eh, Noodles?»
«Sì», dissi.
Maxie mi lanciò un Corona. Accendemmo.
«Dimmi di quel tipo. Ha vissuto una vita d’azione, dico bene, vero?» Sorrisi, sputai dalla finestra e risposi: «Eh sì».
Discutemmo di Napoleone per ore intere. Raccontai a Max la sua vita, la sua carriera militare, i suoi amori. Maxie era interessatissimo.
Poi gli spiegai come la gloria gli avesse dato alla testa.
Voleva impadronirsi del mondo.
Discutemmo le sue campagne militari, l’errore dell’invasione russa.
«Lo sbaglio di quel fetente è stato di essere troppo arzillo.»
«Già», approvai. «Avrebbe potuto essere davvero un grand’uomo e fare molto bene al suo popolo, ma poi si è messo alla caccia della gloria personale.»
«Quel fetentissimo fetente voleva diventare il dittatore del mondo.»
«Già, c’è sempre qualche fetente che ci si prova. Sottovalutano sempre gli altri.»
«Lo sai che Frank viene dallo stesso paese di Napoleone?» disse Maxie.
«Lo so, Frankie è un tipo molto battagliero.»
«Già, sotto un certo aspetto. Ma non credo che abbia il complesso di Napoleone. Rispetta la gente. Sotto sotto, ha una certa umiltà. E se si bevesse qualcosa, ora, Max?»
«Sì, tanto vale farsi una scorta. Bada alla strada, Noodles.»
Max scese dabbasso. Da dove mi trovavo, potevo sorvegliare la strada principale e accorgermi subito se una macchina svoltava nel viale del casinò.
Max tornò di sopra, carico di ginger ale, Coca Cola e Mount Vernon. Depose le bottiglie nella stanza con la roulette dipinta sul pavimento.
«Cosa? Niente ghiaccio?» domandai.
«Se la scala fosse più larga, ti accontenterei. Porterei su il refrigerante dell’ufficio.» Max stappò un paio di bottiglie.
Sedemmo alla finestra e bevemmo lentamente. Era un’attesa faticosa. Facemmo a turno. Uno passeggiava e l’altro sorvegliava la finestra. ll sole che batteva sul tetto scaldava la stanza come un bagno turco. Un poco alla volta ci spogliammo, fino a rimanere soltanto con le mutande e le scarpe.
Maxie rise: «Dovresti vederti in uno specchio!» Indossavo fondina e pistola. Avevo infilato il coltello nell’elastico delle mutande. Il sudore mi scorreva per tutto il corpo.
«Non sei addobbato per ricevere neanche tu, Maxie.»
Oltre alla fondina, aveva anche l’arnese con la trentacinque attaccato al braccio destro. Teneva il Tommy in grembo.
Alle dodici e mezzo, mangiammo hamburgers con una bottiglia di ginger ale. Aggiunsi un po’ di whisky. Era caldo ma bevibile.
«E se andassi a prendere qualche cubetto di ghiaccio nel refrigerante,
Noodles?»
Scesi in ufficio e tirai il vassoio del ghiaccio. Era tutto un blocco. Mi guardai attorno alla ricerca di qualcosa per staccarlo, ma non trovai niente. Pensai al mio coltello, poi ci rinunciai. Non volevo rovinare la lama.
«Cosa, niente ghiaccio?» domandò Max.
«Quel maledetto vassoio è attaccato. Mi ci vuole un arnese per staccarlo.»
«Vada al diavolo», disse Max.
Dopo un po’ di tempo non sapevamo più che cosa dirci.
Il tempo passava così lentamente che ci sembrava di star rinchiusi là dentro da un secolo.
Infine, alle due del pomeriggio, una vecchia Ford imboccò il vialetto e venne verso il casinò. Guardammo con interesse i due uomini di colore che scesero dall’automobile. Uno dei due tirò fuori delle chiavi e trafficò un momento con la serratura. Entrarono. Li sorvegliammo dai fori del pavimento. Aprirono un ripostiglio, tirarono fuori secchi, stracci e spazzoloni. «Schifo. Sono inservienti», disse Maxie.
«Be’, tanto per rompere la monotonia.»
Li guardammo passare l’aspirapolvere sui tappeti. Non avrei mai creduto di potermi interessare a qualcosa di tanto monotono. Alle quattro avevano finito. Riposero l’armamentario nell’armadio e andarono al tavolo dei dadi. Si misero a giocare.
«Andiamo anche noi?» domandò Max.
Lo guardai per capire se parlava seriamente. Era capace di tutto.
Giocarono finché uno dei due perse tutto il danaro, tre dollari e mezzo. Alle sei se ne andarono, chiudendo la porta dietro di loro.
Mangiammo ancora hamburgers e dietro mandammo giù l’intruglio tiepido di ginger ale e whisky. Il calore aumentava. Sembrava di essere in un forno. Stavamo più vicini possibile alla piccola finestra. Continuammo a bere. Anche dopo il tramonto il calore era soffocante.
Alle otto e mezzo, arrivarono una Hudson e una Buick.
Ne scesero dieci robusti individui in uniforme. Maxie sussurrò: «Guardie».
Li guardammo attentamente. Nessuno di loro aveva delle chiavi.
Presero il loro posto all’esterno.
Maxie fletté i muscoli. Danzò tutto intorno come un pugilatore. «Presto si entra in azione, speriamo», disse con un sospiro di sollievo.
Alle nove, due Chrysler Imperials si fermarono davanti alla porta. Da ognuna delle due macchine, scesero cinque uomini con pistole al cinturone. Due di loro portavano delle valigette, in tutto simili a quelle dei dottori.
«Portano il grano», osservò Maxie.
Uno di loro aprì la porta. I dieci uomini entrarono. Li sorvegliammo dalle fessure del pavimento. Deposero le valigie nell’ufficio del cassiere. Il cassiere contò e distribuì rapidamente il danaro nei vari cassetti, a seconda del valore.
«Eh, Maxie», sussurrai, «devono essere almeno centomila», sussurrai.
Maxie annuì.
Mi prudevano le mani.
Sentimmo arrivare altre macchine. Andai alla finestra. Uomini in abito da sera entravano nel casinò. Riconobbi il croupier della roulette e gli altri, gli «operai» e gli assistenti.
CAPITOLO XXVI
ERANO le dieci. Guardavo nell’ufficio del cassiere. Chiamai Max. Un uomo alto e grosso stava salendo con una lampada tascabile in mano.
Levai di tasca il Coltello e sussurrai: «Un lavoretto silenzioso?»
«No, Noodles. Voglio fargli un paio di domande.» Maxie aveva in mano qualcosa di bianco. Era la sua camicia. Il grassone veniva su ansimando. I nostri occhi erano abituati all’oscurità, i suoi no.
Quando arrivò al pianerottolo, la lampada si spense. Si chinò a batterla sul pavimento perché si riaccendesse. Maxie lo afferrò da dietro, passandogli un braccio intorno al collo. Con la destra gli cacciò la camicia in bocca. L’uomo si abbandonò, Maxie lo sostenne. Mi avvicinai a guardare. Aveva gli occhi chiusi.
«È andato», sussurrai.
Lo trasportammo dentro e lo stendemmo a terra. Guardai di sotto, nell’ufficio del cassiere.
Sussurrai:
«Non hanno sentito niente».
Max levò il bavaglio all’uomo ed io gli versai un po’ di Mount Vernon tra le labbra. Lo schiaffeggiai e gli misi la luce in faccia. Sbatté le palpebre.
«Le mie pillole», ansò con voce roca.
Frugai nel taschino del panciotto e trovai una scatola piatta. Mise una pillola sulla lingua e la inghiottì. Si premeva la mano sul cuore. Era mortalmente pallido. Lentamente, la sua faccia prese un po’ di colore.
«Sto male», mormorò debolmente.
Maxie gli sibilò all’orecchio: «Zitto, manigoldo. Fai quello che ti diciamo o starai peggio».
Tremava. Guardò Maxie che gli torreggiava davanti, poi me. Dovevamo sembrargli due apparizioni infernali.
Fu di nuovo sul punto di svenire. Gli diedi un buffetto. «Calma, calma. Comportati bene, non ti faremo niente.»
Gli diedi un altro sorso della nostra mistura, whisky e ginger ale.
Maxie domandò: «Come ti senti?»
«Un po’ meglio.» Si tirò su a sedere, sempre guardandoci.
«Che sei venuto a fare quassù?» domandò Maxie.
«Manovro quell’affare», rispose indicando con mano tremula la roulette dipinta sul pavimento.
«Viene mai nessuno durante la serata, ad aiutarti o a rilevarti?»
Non capivo se fosse la paura o se cercasse di prender tempo. Non si potevano correr rischi. Dovevo mettergli in corpo una paura infernale perché ubbidisse a tutti i nostri ordini. Gli premetti il coltello contro il petto.
«Fatti furbo, fetente. Coopera o ti infilo», sibilai.
Gli tremavano le labbra. Le inumidì e deglutì. Con voce roca, rispose: «Che cosa volete? Ve ne prego, non fatemi del male».
«Rispondi», sussurrò Maxie. «Vengono su ad aiutarli o a rilevarti durante la serata?»
«Nessuno, se non premo quel bottone.» Indicò tremando un pulsante a destra della roulette dipinta.
«Se qualcosa va male, ti faccio fuori», disse Maxie in un truce sussurro.
«Con questo», aggiunsi io, premendogli la punta del coltello contro la vena giugulare.
«Farò quello che mi dite», gemette l’uomo.
«E niente sbagli», disse Maxie.
Guardai dabbasso. Incominciava ad arrivare gente. Si facevano i tavoli. Erano le dieci e mezzo. Un gruppo di quattro persone ben vestite si riunì attorno alla roulette, poco dopo altri li raggiunsero. Il gioco stava per incominciare.
Max indicando la sala sottostante domandò: «Quell’uomo, quell’altro e quella donna sono operai’?»
«Anche quello», disse l’uomo, indicando un giovanotto dalle larghe spalle.
«Quattro alla roulette?» domandò Max. «E poi, che succede?»
«Guardo quale dei quattro punta più alto e faccio vincere il suo numero», balbettò l’uomo.
«Bene», disse Max. «Lavora come al solito.»
Era semplice. Ci spiegò il sistema mentre manovrava. I fili correvano dal pavimento alle pareti, giù lungo le pareti e il pavimento del piano sottostante, fin dentro il tavolo della roulette. Per controllare il gioco, bastava muovere la leva giusta. Poteva far vincere qualsiasi numero. Lasciai l’uomo e Maxie nella stanza e andai a fare un giro nell’attico per guardare da tutti i buchi. Mi avvicinai alla finestra. Continuavano ad arrivare macchine, una dietro l’altra e a scaricare la folla elegante. Vedevo le guardie che pattugliavano i prati circostanti. Faceva un po’ meno caldo. Chissà se era ora che arrivassero i nostri amici.
Avevo lasciato l’orologio nella stanzetta. Ci tornai. Maxie mi rivolse un sorriso soddisfatto. Fumava un Corona e osservava il gioco.
Guardai l’orologio. Le dieci e quarantacinque. Ero teso come un pugilatore che si è allenato per mesi interi e freme dalla voglia di salire sul ring e far fuori qualcuno. Max mi lanciò un Corona.
«Calma», disse.
Guardava dabbasso. «Ecco Patsy», esclamò. Mi chiamò con un cenno perché guardassi anch’io.
«Accidenti quant’è bello», dissi. «Alto, bello e bruno, il nostro Pasquale. Undici in punto.» Sorrisi.
Poi vidi Pipy, poi Jake e Goo-goo che passeggiavano con aria noncurante. Max ed io scoppiammo a ridere a quello spettacolo: Jake Goniff in abito da sera.
«Scommetto che è la prima volta», sussurrò Maxie.
Faceva piacere vederli, tra tutte quelle facce sconosciute. Sapere che c’erano, dava una sensazione piacevole, quanto una buona dose nel braccio.
Patsy si mise a giocare. Puntava distrattamente. Max non disse nulla all’uomo che manovrava le leve. Lasciò che Patsy perdesse.
Pipy uscì dal mio campo visivo. Andai al foro che guardava sul tavolo di dadi ed eccolo là, il piccolo Pipy, che si intrufolava tra la folla. Scommetteva contro il banco.
Poi toccò a lui gettare i dadi. Era meraviglioso. Cercò le sigarette, poi i fiammiferi e lanciò i dadi. Risi. La sua formidabile abilità mi diede un’intensa emozione. Non perdeva davvero tempo.
Fece sette. Vidi che il croupier lo guardava meravigliato. Poi guardò il suo assistente; pensava che avesse sbagliato dadi. Rimasi ad osservare un altro paio di colpi. Pipy era di una finezza indicibile.
Passai da una fessura all’altra. Poi andai alla finestra. Poi guardai nell’ufficio del cassiere. Tutto normale, tutto regolare.
Andai al foro che guardava sulla gran tavola del poker. C’erano Jake e Goo-goo, con gli occhiali luminosi. Jake poteva avvantaggiarsene soltanto se riusciva a mettere in gioco le sue carte. La partita diventava interessante. Non volevo andarmene, ma dovevo tener d’occhio tutto. Passavo regolarmente da un foro all’altro.
Infine tornai nella saletta dei controlli. Max fumava, di Ottimo umore e a suo agio. Teneva d’occhio il pancione con sguardo da falco. Mi sorrise.
«Come va?»
«Tutto alla perfezione.»
Pochi minuti dopo, Maxie guardò l’orologio. «Ci siamo», disse. «Sono le undici e ventitré.»
Afferrò il Tommy. Cambiò tono. «Questo parla chiaro, lo sai, pancione», ringhiò. «Un movimento di troppo e sei freddo.» L’uomo sembrava sul punto di venir meno.
«L’ho già detto che farò quello che volete», piagnucolò.
«Bene, sta’ attento al gioco e rispondi alle domande. Chi è il rognoso che comanda qui dentro?»
L’uomo disse il nome del grosso personaggio politico.
«Qual è il suo numero del telefono e indirizzo?»
«Sono nel libro, dabbasso.»
«Quando scendiamo, lo chiami e gli dici di venire qui subito.» L’uomo annuì spaventato.
Guardai la roulette. L’orologio segnava le undici e venticinque. Patsy aumentava gradualmente le puntate. Il croupier incamerava con soddisfazione. Patsy mancò un gioco. Vidi che guardava l’orologio. Erano le undici e trenta.
Ecco il momento. Patsy riunì tutti i gettoni in un mucchio solo, poi li spinse lentamente sul numero otto. ll croupier lo guardò stupefatto. Era la puntata più forte.
Gli altri giocatori sussurravano tra loro e si agitavano eccitati.
Il croupier esitò, poi alzò le spalle. Probabilmente fu più forte di lui: lanciò un’occhiata al soffitto.
Max premette il Tommy alla nuca dell’uomo e sussurrò con ferocia: «Senti, fetente, quella grossa puntata vince o ti faccio scoppiare la testa».
Ansante, tremante, il grassone premette la leva che avrebbe fatto vincere Patsy.
Dabbasso tutti gli occhi seguivano la pallina che girava. Quando si fermò, per un attimo, ci fu silenzio. Poi si scatenò un pandemonio. La gente accorse dagli altri tavoli.
Sentivamo le grida: «Ha fatto saltare il banco!»
Tutti si congratulavano con Patsy, gli battevano sulla spalla. Il croupier fissava il soffitto a bocca spalancata.
Un uomo tozzo dai modi decisi si avvicinò di corsa alla roulette, per un attimo rimase incerto, poi alzò le spalle e accennò al croupier che riprendesse il gioco.
Patsy riunì le sue vincite e s’incamminò verso l’ufficio del cassiere. L’uomo tozzo e altri due individui robusti lo seguirono.
Poi vidi Jake, Pipy e Goo-goo che partivano da punti diversi.
Max guardò l’orologio. Premette il Tommy contro la schiena dell’uomo e ordinò: «Ora si va dabbasso, pancione».
Il pancione si diresse di malavoglia verso la scala e noi lo seguimmo, Maxie con il Tommy ed io con la quarantacinque.
Arrivammo in fondo alle scale. Sembrava una commedia, con tutti gli attori che arrivavano in scena dai diversi punti del palcoscenico. Il cassiere, con in viso un’espressione stupefatta, si volse verso di noi.
Patsy stava sulla soglia con la quarantacinque puntata; aveva un’aria feroce. Dietro di lui, c’erano l’uomo tozzo e i due uomini robusti e, dietro ancora, Jake, Pipy e Goo-goo che li spingevano nella stanza. Tutti gli occhi erano fissi su noi due, Maxie e me. Maxie teneva in mano il Tommy, la fondina con la quarantacinque era agganciata sul petto nudo, la trentacinque al braccio destro, io avevo la quarantacinque nella destra e il coltello nella sinistra.
Eravamo sporchi, sudati e seminudi: uno spettacolo sconcertante. Questa era la scena madre della commedia. Per un momento, ebbi la sensazione, una sensazione meravigliosa, che tutto andasse a modo nostro. Mi parve persino di sentire una marcia trionfale.
Accidenti, ecco per che cosa valeva la pena di vivere! Ero Noodles. Certo, Noodles la Lama di Delancey Street, il coltello più veloce dell’East Side, certo, più veloce del mondo. Era un momento di esaltazione, uno dei più intensi di tutta la vita, più intenso di una soddisfazione sessuale. Era fantastico. Dentro di me, tutto chiedeva a gran voce l’azione.
E l’azione incominciò. Patsy girò su di sé di scatto, afferrò l’uomo tozzo per la testa e lo scaraventò nell’interno. Jake, Pipy e Goo-goo buttarono dentro gli altri due.
Mi raggomitolai, pronto a scattare.
Maxie gridò: «Chiudi la porta!»
Jake si volse per chiuderla e l’uomo tozzo fuggì verso la porta, cercando contemporaneamente di estrarre la pistola. Quello che mi ci voleva. Era mio, tutto mio. Mi sentivo sicuro come un gatto col topo. Scattai e gli piantai il coltello nella mano che teneva la pistola. Il sangue sgorgò e l’uomo cadde in ginocchio. La pistola scivolò via.
Gli puntai il coltello alla gola.
«Vuoi crepare, fottuto bastardo?» ringhiai. Gli pulii la lama sulla guancia. Era rigido come una statua.
Max si rivolse ad uno dei due uomini alti e ordinò: «Sistemalo, prima che muoia dissanguato».
L’uomo lanciò a Maxie un sguardo di sfida e mormorò: «Figli di puttana!»
Patsy, rapido come il lampo, abbassò la pistola e lo colpì sul naso, appiattendoglielo. L’uomo crollò lentamente a terra gemendo e non si mosse più. Teneva con tutte e due le mani il naso quasi staccato e sanguinante. Si dondolava avanti e indietro lamentandosi.
Bastò. Questo bastò a dar loro la sensazione che volevamo provassero, la necessità di un’assoluta obbedienza. Eravamo in un momento difficile, inferiori per numero: dovevano capire che eravamo ben decisi a tutto, anche a uccidere.
«Ehi, tu», disse Maxie all’altro individuo alto. «Sistema i tuoi amici prima che muoiano dissanguati. C’è altro che ti piacerebbe dire?»
L’uomo scosse la testa e si affannò a tamponare la mano dell’altro con un fazzoletto. Tremava troppo. Lo spinsi da parte e legai strettamente il polso.
«Fruga, Jake», disse Maxie con un rapido movimento del Tommy. Jake tolse loro tre «pezzi».
«Mandali tutti e quattro giù in cantina.»
Max puntò il Tommy contro l’uomo grasso, i due feriti e l’altro individuo alto.
Sollevai la botola. Jake aiutò l’uomo tozzo a scendere. L’uomo alto sosteneva il suo singhiozzante compagno. Il pancione debole di cuore calò per ultimo.
«Jake, sta’ giù con loro», ordinò Max.
Jake scomparve. Chiusi la botola con un calcio.
Il cassiere ci guardava impietrito dal terrore.
Maxie ruggì: «Chiama il tuo padrone. Digli che è molto importante, e che deve venire subito qui». Si avvicinò con aria minacciosa. «Una parola di troppo, fetente, e desidererai che il tuo vecchio si fosse scaricato nella gomma, così non saresti mai nato.»
Il cassiere prese l’elenco e lo sfogliò con dita tremanti, poi andò al telefono e diede il numero al centralino con voce gracchiante. Ebbe delle difficoltà con il suo padrone.
Sentivamo la voce che gridava dall’altra parte: «Che c’è? Che c’è di tanto importante?» Ma finalmente lo sentimmo dire: «Sarò lì tra quindici minuti. Maledizione, se non è importante te la faccio vedere io!»
Un uomo e una donna si avvicinarono al banco del cassiere. Max ed io, nel nostro strano abbigliamento, avemmo appena il tempo di nasconderci nel bagno. Maxie sibilò: «Lascia che il cassiere lavori, tu stagli sotto». Patsy si mise a fianco del cassiere.
Pipy e Goo-goo si accovacciarono a terra. La coppia cambiò cinquecento dollari e si allontanò. Uscimmo dal bagno.
«Goo-goo», chiamò Maxie, «di’ a Cockeye di fermare la macchina qui vicino. Torna con lui.» Goo-goo uscì.
Proprio in quel momento, vedemmo un altro individuo che si avvicinava alla cassa. Scappammo nel bagno. Lasciai la porta socchiusa. Pipy scivolò a terra.
L’uomo si affacciò allo sportello. Guardò incuriosito Patsy accanto al cassiere e domandò: «Dov’è Paul? Dentro?»
Il cassiere, dopo una gomitata di Patsy, rispose: «Sì, è di là».
Corsi a tirare la catena per l’effetto sonoro.
L’uomo allo sportello scrutò Patsy con aria insospettita. «E questo, chi è? »
«Il nuovo assistente», spiegò Patsy.
«Non ti ho mai visto in vita mia. Ehi. Si…» fece l’uomo rivolto al cassiere. «di’ a Paul che voglio parlargli. Sta succedendo qualcosa di strano. Non riesco a spiegarmelo. Qualcosa che non funziona.
La roulette e tutto il resto, stanno andando alla malora.»
Patsy, con un sorriso disarmante, invitò: «Vieni dentro e diglielo tu».
Pat spalancò la porta. L’uomo si fermò un attimo, sembrava perplesso. Pat lo prese cordialmente per un braccio e gli sorrise: «Vieni, caro, vieni dentro».
Appena ebbe varcata la soglia, divenne sospettoso. Cercò di liberarsi dalla stretta di Patsy. Pipy chiuse la porta di colpo. L’uomo sobbalzò.
«E tu che ci fai qui?» domandò a Pipy.
«Sei un fottuto ficcanaso, eh?» domandò Patsy in tono sarcastico. E gli mollò una botta sul cranio con il calcio della pistola. L’uomo cadde lungo disteso a faccia in avanti, come un coniglio morto. Pipy lo frugò ed estrasse una Colt trentotto. «Tch, tch», fece, «questi bambinoni fanno i duri, portano delle vere pistole. Dovrebbero portare pistole ad acqua, invece.»
Fece roteare la rivoltella intorno al dito, come un cow-boy, poi la intascò.
Uscimmo dal bagno. Max disse: «Ora, Noodles, sbattiamolo in cantina».
Pat ed io lo trasportammo vicino alla botola e lo spingemmo dentro, ma ci scivolò di mano e rotolò giù a testa in avanti.
«Ehi voi, dove vi credete di essere?» gridò Jake da sotto. «A scaricare immondizia in Delancey Street?»
Andai giù a vedere come stava quel tipo. Ero il medico del gruppo.
Jake domandò: «Come sta?»
Lo esaminai: «Be’, respira», risposi. «Ma potrebbe avere la testa rotta.»
Jake aveva sistemato i quattro in gruppo. Aggiungemmo il quinto. «Ehi, spostatevi!» abbaiò Jake. «Avete compagnia.» Raccomandai a Jake di tenerli ben d’occhio.
«Non preoccuparti, ho le due Roscoe.»
Tornai di sopra. Era tornato Goo-goo con Cockeye.
Maxie disse a Cockeye: «Che fanno gli scimmioni là fuori?» Voleva dire le guardie in uniforme.
«Quei somari!» Cockeye sputò per mostrare il suo disprezzo. «Non riconoscono un gomito da un deretano. Quei fottutissimi balordi fetenti!»
Altra gente si avvicinò allo sportello. Patsy e il cassiere cambiarono il danaro in gettoni.
Quando i clienti si furono allontanati, Patsy disse al cassiere: «Cambia anche a me. Sono carico di roba».
I gettoni più piccoli che Patsy aveva in tasca erano da cento. Gli altri erano tutti da cinquecento, in totale settantacinquemila cinquecento dollari.
ll cassiere esitò.
«Ho detto cambiali», ordinò Patsy.
«Senti, rognoso», dissi, «possiamo prenderci tutto, se ci va di prenderlo.»
«Non c’è molto di più», gemette il cassiere. Maxie gli diede un incoraggiamento con il Tommy. L’uomo si mise subito a contare il danaro.
Mi sembrava che Maxie si desse un gran daffare per niente.
Prima la storia della roulette, adesso i gettoni. Risi tra me.
Bastava che prendesse il danaro dai cassetti e buttasse via i gettoni.
Maxie squadrava il cassiere. «Come ti chiami?» domandò.
«Robinson, Simon Robinson», rispose l’altro con voce tremula.
«Quanto ti paga il padrone?»
«Quaranta dollari la settimana.»
Maxie gettò via la cenere. «Il tuo padrone è un ladro fottuto, vero Sì? Pagare così poco un tipo che maneggia tutto questo danaro.» «Su questo punto sono d’accordo», mormorò il cassiere.
Maxie lo guardò pensoso. «Mi hai l’aria okay, Si. Come mai ti sei cacciato in un postaccio così fetido?» Alzò le spalle.
Maxie si volse a Pipy che stava silenzioso accanto alla porta.
«Quanto hai vinto con i dadi, Pipy?»
«Stavo scaldandomi proprio allora», rispose. «Ma andavo benino. Sette bigliettoni. Li vuoi adesso?» «Faremo i conti dopo», rispose Max.
CAPITOLO XXVII
SORVEGLIAVO l’ingresso dell’atrio. Sussurrai: «Ehi, Max, sembra che arrivi il pezzo grosso».
Si guardò fuori e annuì. «È lui.»
Veniva verso l’ufficio, affiancato da due guardie. Era del tipo chiassoso, sportivo. Indossava un abito celeste pallido, una cravatta sgargiante a righe bianche e rosse e il cappello color perla, di sghimbescio, alla Jimmy Walker.
«Pat, resta con lui», disse Maxie indicando il cassiere. «Voi altri dietro la porta.» Maxie accennò a Cockeye, Pipy e Goo-goo. lo seguii Maxie nel bagno.
Il pezzo grosso bracalone si precipitò oltre la porta. Berciava dall’angolo della bocca, come i gangsters che si vedono nei film. «Che diavolo sta succedendo qui? Che c’è?» Scorse Patsy. «E chi diavolo sei tu?» urlò.
Patsy stava per dire qualcosa, ma non ebbe il tempo di aprir bocca. Il pezzo grosso se la prese con il cassiere: «Accidenti a te, Si. Quante volte devo dirti che qui non deve entrare nessuno? E dove diavolo è Paul? Quel figlio di puttana non c’è mai, quando occorre.» La voce gracchiante ci scocciò.
Entrammo nell’ufficio e Maxie gli puntò contro il Tommy. «Che cos’hai, la diarrea alla bocca, cagnaccio? Non lo chiudi mai il becco?» Max gli sputò addosso.
Quello spalancò la bocca, ma non ne uscì nulla. Poi vide Pipy. Cockeye e Goo-goo con le rivoltelle puntate.
Il silenzio fu rotto dalla risata di Patsy. Il cambiamento di quel pallone gonfiato era stato rapidissimo. Se ne stava là tutto moscio, senza aprir bocca. Sembrava rimpiccolito. Da quell’altoparlante non usciva più niente.
Sussurrò: «È una rapina?»
«Senti… fottutissimo… fetente.» Maxie pronunciava ogni parola con violenza selvaggia. «Sei… pieno… d’aria… e… di… merda… Da… questo… momento… parlo… solo… io… o… ti… tappo… la… bocca… con… questo.»
Gli sbatté in faccia il calcio del Tommy facendogli saltare due denti L’uomo cadde all’indietro con un grido di dolore. Sputò denti e sangue. Poi sedette, premendosi il fazzoletto sulla bocca.
«Pat e Cockeye, badateci voi qui di sopra.» Maxie mi fece cenno di aprire la botola. «Tutti gli altri dabbasso.»
Patsy afferrò il pezzo grosso per la collottola e lo calò giù. «Arriva la spazzatura, Jake!» gridò.
Jake era in fondo alla scala e rideva. Aveva una pistola per mano.
Quando fummo tutti dabbasso, Maxie ruggì: «Avanti, somari cornuti, mettetevi tutti da una parte».
Obbedirono con alacrità. Tutti, meno una delle guardie in uniforme che era pallida e sudava. Non si mosse. «Fila», sibilò Maxie.
«Non posso, ho lo stomaco nervoso», balbettò. «Devo andare di sopra.»
«Devi andare, devi andare», borbottò Maxie. «Goo-goo, scorta il signore all’immondezzaio.»
Maxie s’inchinò con sarcastica cortesia.
Poi gli gridò dietro: «Ehi, Goo-goo, sta’ attento che quel cafone vada davvero a scaricarsi e che non si masturbi, invece».
Lo trovammo straordinariamente divertente. Goo-goo si volse verso Maxie e rise. Questo fu il suo errore. Sentimmo uno sparo.
Maxie scattò con il Tommy.
Goo-goo cadde per le scale.
Un paio di gambe salì di corsa.
Maxie spruzzò piombo caldo in quella direzione. L’individuo in uniforme rotolò giù.
Cadde addosso a Goo-goo.
Gridava: «Oh le mie gambe!»
Goo-goo era coperto di sangue.
Usciva dai buchi nelle gambe della guardia.
Patsy scese di corsa.
Aveva un’espressione feroce e selvaggia.
«Ti faccio fuori, fottuto rognoso!» Max lo fermò con un gesto.
Goo-goo si rotolava dal dolore.
Gli tolsi giacca e camicia. Aveva un brutto buco nella schiena, vicino alla spalla destra. Feci a pezzi la camicia e lo fasciai.
Max si chinò ansioso. «Che ne pensi, Noodles?»
«Andrà a posto», risposi. «Ma non possiamo perdere molto tempo. Bisogna togliere la pallottola.»
«Li sbrigo presto questi fetenti», disse Maxie.
«Ehi, Pip», gridai. «Va’ a prendere due bottiglie di whisky
«Buona idea», approvò Maxie. Premette la grossa mano sulla bocca della guardia per soffocare le sue grida.
Gli tolsi i pantaloni. Strano com’erano ben distribuiti i buchi. Ne aveva quattro per gamba. Strappai la sua camicia. Feci due tourniquets, uno per gamba, tamponai i buchi e lo fasciai.
Sussurrai a Maxie: «Questo deve filare in ospedale, altrimenti è bell’e andato.»
Maxie alzò le spalle con indifferenza.
Pipy scese con due bottiglie di whisky. Ne diedi una Goo-goo e l’altra alla guardia.
«Bevete adagio», dissi.
Maxie domandò a Pipy: «Che fanno quelli di sopra? Hanno sentito gli spari?»
Rispose Si, il cassiere. «Qualcuno ha fatto delle domande. Ho detto che non era niente, soltanto degli operai con una perforatrice pneumatica in cantina.»
«Grazie della cooperazione. Non lo scorderò», disse Maxie. «Pat, meglio che voi due torniate di sopra.»
Portammo il pezzo grosso in un angolo. Jake e Pipy rimasero di guardia agli altri.
L’altoparlante era del tutto sfiatato. Era moscio e mencio conce uno straccio. Perfino i suoi abiti, nella penombra avevano cambiato colore e il cappello non era più di sghimbescio. Aveva gli occhi pieni di terrore.
«Prima cosa, fetente», Maxie gli premette la canna del Tommy nella pancia, «chiudi il locale, capito?» Mormorò un timido: «Capito».
Interruppi. «Andrò su a prendere i nostri vestiti. Qui incomincia a far freddo.»
«Bene», disse Maxie. Me ne andai.
Portai giù tutto e ci rivestimmo.
«Suvvia, porco!» Maxie gli diede una botta con il Tommy. «Arrampica.» E lo spinse verso la scala.
Quando arrivammo di sopra, Maxie diede rapidamente gli ordini.
«Pat, tu va’ in giro con Si. Di’ a tutti di andarsene. Tutti… croupiers, guardie, tutti. Di’ che stasera si chiude presto. Appena incominciano ad andarsene, torna qui con Si. Cambieremo tutti i gettoni dei clienti. E tu, fetente», Maxie puntò il Tommy contro il tremulo proprietario, «tu mettiti allo sportello e convinci tutti i tuoi uomini che va tutto benissimo e che è ora di andarsene. Una mossa sbagliata e ti spalmo sul pavimento come letame di vacca.
Noodles, sta’ con lui.»
Maxie andò nel bagno. Rimasi accanto al padrone. Gli tenni il coltello puntato nelle costole.
Venti minuti dopo, se n’erano andati quasi tutti.
Uno dei croupiers divenne troppo curioso. Continuava a domandare: «Perché si chiude così presto, capo? Che avete alla bocca? Sanguina?»
La sua faccia non mi piaceva. Troppo curioso. Dissi al suo padrone: «Fallo entrare».
Entrò, profumato da vomitare. Aprii la botola e dissi: «Fila, bel bambino».
Esitò. Gli mostrai quindici centimetri di lama. Corsie giù in gran fretta, pallido di paura. Sbattei la botola dietro di lui.
Uno alla volta, ci liberammo degli ultimi rimasti. Chiudemmo la porta. Eravamo padroni del posto.
Max, Patsy, il capo ed io andammo nel bar. Max depose il Tommy e disse: «Ora, ragazzi, riponete la ferraglia». Mettemmo le Roscoe nelle fondine.
Max andò a prendere una bottiglia di Mount Vernon, mise quattro bicchieri sul tavolo e li riempì.
Il pezzo grosso allungò la mano verso il suo bicchiere con un sorriso accattivante. «Davvero che ne ho bisogno.» Parlava stranamente, senza i due denti davanti.
Al secondo giro, Maxie domandò: «Lo sai perché siamo qui?» Il liquore gli aveva dato un po’ di coraggio.
«Niente di buono per me, immagino», borbottò. Poi esitò, aspettando di vedere come la prendevamo.
«Bene, sentiamo il resto», fece Maxie.
Il sangue gli colava ancora dalla bocca, ma riuscì a inalberare una specie di sorriso.
«Da principio ho pensato che voi ragazzi eravate qui per una rapina», continuò. Prese il toro per le corna. «Suppongo che vi mandi Frank, della Combinazione…»
Maxie, a grinta dura, rispose: «Mai sentito nominare». Guardò l’uomo in faccia. «Be’, diciamo che ci manda qualcuno che vuole incaricarsi di questo locale. Allora?»
Maxie versò il terzo giro. Lo ingozzava di whisky per fargli riprendere l’aria di sufficienza. Voleva provare il vecchio proverbio romano, in vino veritas.
Come no?
Si raddrizzò la cravatta chiassosa, si riaggiustò il cappello di sghimbescio alla Jimmy Walker e rispose a Maxie con la bocca di traverso.
«E perché dovrei mollare questo locale? Ho avuto grosse offerte. E una miniera d’oro, l’ho costruito io. È mio. E vi dico una cosa, ragazzi: nessuno mi sbatterà fuori, se non mi va.»
Colse lo sguardo premonitore di Maxie e quel poco di coraggio che aveva messo insieme svanì.
«Non ho ragione, amici? Vi sembra giusto andare in giro a malmenare il prossimo? Spaventare la gente perché molli quello che è suo? Io.. io», si batté sul petto con aria tronfia, «l’ho costruito io questo casinò, lo sapete? Non è legale, soprattutto quando si tratta di quello straniero, quel Frank.» Gli occhi gli si accesero.
«Sono americano, americano al cento per cento.» Alla parola americano, Maxie gli sbatté il sigaro acceso negli occhi. Cenere e scintille sprizzarono dappertutto. Patsy gli assestò un sinistro al ventre.
Il pezzo grosso si rotolò a terra gemendo e strofinandosi gli occhi.
«Fottuto fetente», Maxie gli sputò in faccia. «Prova a sventolarla, la bandiera! Volevo darti una via d’uscita, furti una proposta, lasciarti in mano questo locale se lo facevi marciare con altri sistemi. Ma per te non c’è speranza. Fai schifo dentro e fuori. Vero, fetente? E parli di diritti? Figlio di puttana, sei più in basso della merda di balena che sta in fondo all’oceano. Hai una casa da gioco truccata. Ti agguanti tutti i profitti. Paghi male quelli che lavorano per te. Probabilmente vai in giro a metter paura alla gente con quella vigliacca organizzazione del Klan. E saresti un buon americano? Rubi perfino il diritto di voto, con i registri falsificati. Ti consideri migliore di Frank? Lurido rognoso. E saresti capace di mandare avanti questo locale come va mandato? Pagare quelli che ci lavorano come vanno pagati? Fregartene dei soldi? Mantenere la tua parola? Aiutare chi ne ha bisogno? È più americano…»
«Be’», pensavo, «hanno ragione tutti e due. Questo rognoso è l’America, con il suo Ku Klux Klan e tutta la schifosa mangiatoia truccata. In qualche parte del mondo, se non in America, lo si trova un personaggio come questo politicante ladro? Dove, se non in America, potrebbe esistere una figura come Frank? E noialtri della teppa, tutti veri e tipici americani.» Risi tra me. «Dio benedica l’America.»
Maxie continuò la sua ridicola arringa sui veri americani. Stava procurandosi da solo un attacco di furia omicida. Afferrò il Tommy e lo puntò contro la nuca dell’altro che gemeva disteso sul pavimento. «Prega, cornuto, prega!» L’uomo guardava Maxie inorridito.
Poi si mise a piangere e a supplicare: «Per favore, per favore, lasciatemi andare. Vi darò del danaro, ne ho molto. Qualsiasi cosa, ma lasciatemi andare.»
Scossi Maxie per il braccio e gli sussurrai all’orecchio. Andammo al bar. Versai da bere. Maxie si raffreddò.
Tornammo dal pezzo grosso.
«Quanto danaro hai in. giro?» domandai. «Abbiamo vinto tutto quello che Si aveva in cassa. Ne hai dell’altro?» «Mi lasciate andare?» gemette.
«Noi manteniamo la parola, rognoso, non siamo come te», rispose Maxie.
«Sentiamo», domandai, «che idea hai in mente?»
«Ho qui un po’ di danaro. Ve lo darò tutto. Mi lasciate andare?»
«Quanto hai?»
«Quarantacinquemila.»
«Sì, d’accordo. Dov’è?» domandai.
«Promettete di mantenere la parola?» gemette. «Sì, lo giuriamo. Dove lo tieni?» «Qui dentro», borbottò.
«Dove qui dentro?»
«Nel refrigerante.»
«Nel refrigerante?» ripetei.
«Sì, l’ho messo nel refrigerante dell’ufficio.»
«Be’, andiamo.»
Maxie lo fece alzare e lo seguimmo nell’ufficio. Aprì lo sportello del frigorifero. C’erano soltanto le bottiglie di latte. Infilò dentro una mano e tirò il vassoio del ghiaccio. Quello che avevo tentato di staccare durante il pomeriggio.
«Là dentro?» domandai, sorpreso.
Annuì.
«Per quarantacinquemila, rovino la lama», dissi e incominciai a pestare. Pestai tutto intorno, poi tirai con forza. Ci mancò poco cadessi all’indietro. Tenevo in mano un blocco di ghiaccio:
non era trasparente.
«Ci hai messo del latte nell’acqua?» domandai.
«Sì», rispose debolmente.
Portammo il vassoio nel bagno e lo mettemmo sotto il rubinetto. Il ghiaccio si sciolse. Picchiai con il coltello.
Apparve un pacco avvolto in tela impermeabile.
Maxie lo svolse e contò le banconote.
«Bene», esclamò, soddisfatto.
L’uomo domandò: «Va bene allora? Mi lasciate andare? Posso mandare avanti il casinò?»
«Senti, questo non l’ho promesso. Non cercare di fare il furbo. Ho detto soltanto che ti avremmo lasciato andare», esclamò Maxie con ira. «Cosa ti credi, che mi abbiano fabbricato con un dito?»
Maxie prese in disparte Cockeye e gli sussurrò qualcosa.
Afferrai la parola «benzina».
Cockeye disse: «Va bene» e uscì.
Maxie si rivolse a Patsy. «Resta con quel cornuto. Vieni,
Noodles.»
Scendemmo in cantina. Goo-goo e la guardia riposavano comodamente. Erano ubriachi.
«Come stai, Goo-goo?» domandai.
«Una bellezza», rispose con un largo sorriso ebete. «Adesso ce ne andiamo», disse Maxie.
«Non me ne importa niente», ridacchiò Goo-goo.
Maxie lo prese delicatamente tra le braccia e ordinò: «Tutti di sopra. Portatelo su», disse alle guardie, accennando all’uomo ferito alle gambe.
Attraversammo l’ufficio e andammo al bar. Patsy rimase nell’ufficio con il padrone.
Deponemmo i due feriti sul tavolo dei dadi. Versai da bere per tutti.
Maxie si mise di fronte al gruppo.
«Dolente di avervi malmenati un po’», disse. «Quel lurido elefante non se la meritava la vostra lealtà. Lo mettiamo a riposo. Niente più casinò. È finito. Scordatevi di noi o vi assicuro che torniamo a seppellirvi tutti.»
Maxie andò avanti e indietro agitando lo spruzzatore sotto i loro nasi tremanti.
Tolse di tasca del danaro, contò mille dollari e andò da quello con le otto pallottole nelle gambe.
«Questo per rimetterti in piedi», disse.
L’uomo guardò per un attimo la mano tesa di Max, come re non capisse.
Poi tra il dolore, la paura, il whisky e il danaro, non ci vide più. Si mise a ridere e a piangere contemporaneamente. Infine porse la mano.
«Grazie signore», farfugliò con voce da ubriaco, «siete molto buono. Grazie.»
A quello dal naso rotto, Maxie diede cinquecento dollari o altri cinquecento a Si, il cassiere. Agli altri, duecento testa. «Be’? Dai a tutti la liquidazione?» gli domandai ridendo.
Cockeye apparve sulla porta. «Ehi, Max», disse. «Ce l’ho.»
«Va bene, lascia fuori.»
Maxie si rivolse di nuovo al gruppo. «Da questo momento in avanti, non avete visto niente, sentito niente e non sapete niente o…» Accarezzò il Tommy con aria significativa.
Uscii con lui. Accanto alla porta c’erano due galloni di benzina.
Maxie ci batté sopra con un piede: «Pieni?» «Fino all’orlo», rispose Cockeye.
Ferme al posteggio c’erano una Buick e una Plymouth. «La Buick dev’essere del capoccia», disse Max. «Noodles, datti da fare.» Tornò nell’interno dell’edificio.
Sollevò Goo-goo con estrema delicatezza e lo depose nel sedile posteriore della Caddy.
Quello con le gambe ferite, lo caricammo sulla Buick. Max si rivolse a Si. «Sai guidare?» domandò.
«Certo.»
«Mettiti al volante della Buick. Gli altri salgano sulla Plymouth. Jake, guidi tu. Pipy, tu aiuti Jake a tener d’occhio questa gente. Si, tu segui la Caddy, e tu, Jake, sta’ dietro alla Buick, capito?» Annuirono.
Si avvicinò a Cockeye che stava al volante della Caddy. «Va’ fino alla svolta. Aspettaci lì.»
Cockeye disse: «Bene».
La carovana di tre macchine si mise in moto. Aspettammo finché scomparvero dietro la curva.
Max prese un gallone e ordinò con un cenno a Patsy di prendere l’altro. «Pat, scendi in cantina e annaffia tutto. Ma sta’ attento ai tuoi vestiti.»
Patsy annuì e scese le scale.
«Tu aspetta qui, Noodles. Io vado su.» Maxie salì nell’attico con la latta.
Mi guardai attorno. Peccato, era troppo bello per distruggerlo. Si poteva farne del danaro in quel locale. Scommetto che la Combinazione ne caverebbe un mezzo milione all’anno, anche mandandolo avanti come va fatto. Maxie agiva con troppa precipitazione. Be’, toccava a lui decidere. Probabilmente non vedeva altra via. Probabilmente andava bene così. Ma era davvero un peccato. Un posto così bello.
Maxie scese. «Patsy è ancora dabbasso?» domandò.
Annuii. «Si dà parecchio da fare, direi.»
Maxie si mise al lavoro nel salone a pianterreno. Spruzzava benzina dappertutto.
Patsy tornò su sorridendo: «Ragazzi, se mi son dato da fare!»
«Bene, Patsy, finisci di vuotare la latta in fondo alla sala», disse Maxie.
Li guardai bagnare tutto con estrema cura. Mi dispiaceva. Quando ebbero finito, Maxie disse: «Ora, Patsy, giù in cantina. Hai fiammiferi?»
Patsy annuì.
«Prendi della carta.» Arrotolò un giornale e glielo porse. Prese altri giornali. «Senti, Noodles. Tu lavori qui, io di sopra. Stacci attento.» Andai dall’altra parte della sala e accesi il giornale.
Il resto fu semplice. Bastava sfiorare i mobili e il pavimento, zuppi di benzina. Si accendevano di colpo.
La fiammata mi scosse violentemente. Avevo voglia di mettermi a correre, di gridare, di ridere. Era magnifico. Forse tutti abbiamo in noi l’istinto incendiario.
Maxie scese le scale ridendo. «Come ti va, Noodles?» gridò.
«Patsy è ancora giù? Un lavoratore di coscienza, eh?»
Corse alla botola, sempre ridendo e gridò: «Ehi, Pat, vieni fuori.
Non hai ancora finito?»
Patsy apparve attraverso il fumo. Era nero di fuliggine, ma sorridente.
Uscimmo di corsa. Ridevamo tutti e tre come bambini.
Ci fermammo ad una certa distanza per ammirare la nostra opera.
«Maledizione, non è uno spettacolo formidabile?» Maxie ballava di gioia. «Uno spasso, come la sera delle elezioni nell’East Side.»
Mi diede una botta sulla schiena e accennò un passo di danza.
Ci volle un minuto perché le fiamme si aprissero la strada nel tetto. Poi scesero lungo i lati, fino ad avviluppare tutto l’edificio. Di lontano venne la sirena dei pompieri. Raggiungemmo di corsa la Caddy.
La carovana di tre macchine si mise in moto verso New York. Proseguimmo per circa una trentina di chilometri, poi Maxie ordinò di infilare una strada laterale e di fermarsi.
«Jake, Pipy e tu, pallone, nella Caddy», disse Maxie. Si avvicinò al ferito alle gambe e domandò: «Come ti senti?»
«Incomincio a sentire di nuovo il dolore. Non ho più Whisky», rispose quello con una smorfia.
«Tu torni indietro. Ehi, Si, appena arrivi in città, portalo all’ospedale.»
«Ma certo», rispose Si.
«Bene. Uno di voi sa guidare?» domandò Maxie.
Una delle guardie si mise al volante della Plymouth. Guardammo le due macchine che si allontanavano verso la città.
«Che ne farete di me?» domandò il capo tremebondo.
«Non preoccuparti, bello», rispose cupo Maxie
«Avete promesso di lasciarmi andare», gemette.
Non rispondemmo. L’uomo scrutò una alla volta le nostre facce impassibili. Proseguimmo per circa sette od otto chilometri lungo la strada deserta, poi ci fermammo.
Maxie abbaiò: «Ora, pallone, tocca a te».
Obbedì come un sonnambulo. Lo spingemmo davanti a noi fin nell’interno del bosco. Lo appoggiammo ad un albero e Maxie gli premette la quarantacinque contro l’orecchio, ruggendo: «Prega, rognoso!»
Cadde in ginocchio. Suoni inintelligibili gli uscivano dalla bocca.
Maxie gli rise in faccia e ricacciò la pistola nella fondina.
«Be’, fetente, per questa volta manteniamo la parola. Se cacci un solo strillo sulla faccenda o se tenti di riprendere la tua attività, ti spediamo ai vermi. Giura.»
L’uomo si gettò a terra singhiozzando. «Sì, lo giuro sul nome della Madonna.»
«E poi», riprese Maxie, «abbiamo un asso nella manica per tenerti in squadra, nel caso te lo scordassi. Abbiamo i tuoi registri fasulli. Può darsi che li mandi al partito d’opposizione, capito? Ti conviene metterti a riposo.»
«Sì», riuscì a dire. «Basta, giuro, prometto che farò come dici.»
Maxie gli voltò le spalle. Lo lasciammo là seduto a terra. Si teneva la testa con le mani e singhiozzava disperato.
Quando risalimmo nella Caddy, Patsy disse: «Non abbiamo sentito spari. Lo hai fatto fuori tu, Noodles, con la lama?» «No, Maxie gli ha messo la fifa in corpo», risposi.
Tornammo verso la città e prendemmo la strada per Philly.
Arrivati in periferia, Maxie chiamò Loo-loo, il capo della zona. Non c’era. Parlò con Johnny, il suo braccio destro. Gli diede appuntamento in Market Street. Ci incontrammo e ci accompagnò ad una piccola clinica discreta.
Portammo dentro Goo-goo. Il dottore si mise subito al lavoro e gli levò la pallottola dalla spalla.
Max parlò all’uomo di Loo-loo, Johnny.
«Vogliamo una tana in città per un paio di giorni, non si sa mai.
Puoi sistemarci?»
L’uomo raggrinzò le labbra. «Un momento». Andò a parlare sottovoce con il dottore. Il dottore sorrise e annuì.
L’uomo di Loo-loo tornò da noi e disse: «Vi va bene qui, ragazzi?»
«Per noi, va bene», rispose Maxie.
«Con servizio di infermiere?» domandò Cockeye.
Il dottore rise. «Niente infermiere qui, se non si tratta di aborti.»
Era uno squallido edificio di dieci camere. Là facevamo da padroni. Oltre al dottore e a noi, c’era soltanto un vecchio curvo che cucinava e faceva le pulizie. Non si accorgeva di niente. Trafficava per i fatti suoi e parlava da solo.
«Deve averne di grano in banca», disse Cockeye.
«A proposito di grano», disse Maxie, «facciamo le parti.»
Salimmo di sopra. Patsy, Pipy e Jake gettarono le loro vincite sul letto. Tolte le spese, Maxie divise in sette parti uguali.
Max ed io ci divertimmo con il Tommy. Lo smontammo, lo pulimmo e lo rimontammo. Era un piccolo Browning dell’esercito, pesava meno di dieci chili.
«Sto diventando in gamba con quest’arnese», ridacchiò Maxie.
«Medio, appena mediocre», dissi.
«Perché? Ho mirato alle gambe. Non dimenticare che correva. Otto pallottole, quattro per gamba. Se questo non è sparare bene, cos’è?»
«Più di metà le hai mancate. Hai spruzzato per tre secondi, più di venti pallottole.»
«Bene, bene, professore, andrò ad esercitarmi nella zona borscht», disse Maxie.
CAPITOLO XXVIII
PER due giorni, dormimmo, giocammo a carte, mangiammo, bevemmo e leggemmo i giornali. Cockeye suonava l’armonica. Un idilliaco periodo di ozio per noi e di riposo per Goo-goo.
Maxie diede un mille al dottore per i suoi servigi e per l’uso della casa. Ci mettemmo in strada per New York e Delancey Street.
I pneumatici cantavano sull’asfalto bollente. La velocità della Caddy nel calore soffocante e l’aria calda del motore creavano uno scirocco nell’interno della macchina.
«Uh, è più caldo che in un forno dell’East Side prima di Pasqua», disse Maxie.
C’impiegammo meno di due ore. La Caddy si infilò nel traffico, tra i carretti e i fetori del basso Manhattan. «Casa dolce casa, caro vecchio puzzolente East Side.» Cockeye mandò baci dai finestrini.
La saletta di Moe, avvolta nella penombra, con il suo fresco e umido odore di birra fu un piacevole sollievo dopo il viaggio afoso. Ci levammo le giacche, lanciammo le fondine sulle spalliere delle seggiole e ci allungammo comodamente. Fat Moe entrò raggiante.
«Come vi va, ragazzi?»
Vide la benda di Goo-goo e con voce piena di preoccupazione domandò:
«Ma che ti è successo, ragazzo?»
«Oh, niente di grave», rispose Goo-goo con aria noncurante. «Mi sono beccato una trombosi al soffietto.» «Una pallottola», precisò Jake.
Moe andò al bar e tornò con i rinfreschi.
Dopo aver bevuto, Maxie disse a Cockeye: «Be’ e se tu facessi una corsa da Katz e tornassi con un bel po’ di corned beef e di pastramis caldi?»
«Io ci sto», rispose Cockeye. «Quanti? Bastano due dozzine?» «Facciamone tre, assortiti.»
I panini scomparvero rapidamente. Max tirò fuori la sua eterna scatola di Corona e ce ne lanciò uno a testa dicendo: «Ragazzi, siete saltati su quella roba come uno sposo sulla sposina, la notte di nozze».
«Ehi, Max», fece Jake, «ancora un giro, poi noi si squaglia, d’accordo?»
«Certo, certo. Volete vedere se il vostro locale c’è ancora? Che ti credi, Jake, che il cognato di Goo-goo ci abbia messo le ruote e se lo sia portato via?» Maxie rise.
«Mio cognato è a posto, spero», rispose Goo-goo.
Ci facemmo un altro giro di doppi. I tre dissero: «Saluti» e se ne andarono.
Moe entrò con un braccio intorno alle spalle del suo nuovo assistente. «Ragazzi, ve lo ricordate?»
Era Phil, il vecchio gentiluomo scribacchino.
«Come ti va, Phil?» domandai.
«Bene, grazie.»
«Tutto bene?» domandò Maxie. «Ce l’hai una camera? Soddisfatto?» «Tutto bene, perfetto.» Sorrideva beato.
«Gli ho trovato una stanza dalla vedova. Fanny», disse Moe.
«La vedova di Benny Bum?» Max sollevò le sopracciglia.
Moe annuì sorridendo. «Dice che Phil è molto simpatico, così diverso da Benny. Un vero gentiluomo.»
«Una donna magnifica, una cuoca superba. Mai avuto tante…» Phil esitò. Sembrava imbarazzato.
«Sposa la vedova, ti aumento il salario a cento dollari la settimana.» Maxie era un po’ troppo svelto nella sua parte di magnanimo protettore. Non potei impedirmi di scoppiare a ridere.
«Questa era la nostra intenzione. La signora ed io abbiamo già discusso la faccenda.» La voce di Phil aveva un tono tenero. «Non sono interessato, ma la vostra generosa offerta semplifica il problema.» Sorrise. «Signori, vi ringrazio delle vostre cortesie verso di me… e Fanny.» Poi, con un certo imbarazzo, aggiunse: «Come ha detto Fanny quando le ho chiesto la mano. ‘Il Signore prende e il Signore concede’».
«Il Signore manovra in modi misteriosi», mormorai. Max sorrise e si rivolse a Moe.
«Be’ e che c’è di nuovo? Successo niente? Telefonate o altro?»
Phil disse. «Scusatemi, signori, torno al lavoro», e uscì dalla stanza.
«Suvvia, Moe, sputa l’osso», disse Max.
Moe sedette ridacchiando tra sé. «Devo ridere», disse in tono di scusa. «Ve la sareste fatta nelle braghe se aveste visto come ho sistemato gli Himmelfarb.»
«Perché, che è successo?» domandai.
«Gli ho messo le gocce nel whisky. Hanno dormito due giorni, qui fuori nel vicolo. »
«Divertente», commentai.
Moe cambiò argomento. «Quel Phil, è in gamba. Lavora svelto.» «Specialmente con la vedova», dissi.
Moe ridacchiò, asciugò il tavolo e se ne andò.
L’indomani Maxie ed io andammo all’ufficio centrale per fare rapporto. Phil si congratulò per «l’ottimo lavoro», così disse. «Ragazzi, ormai siete ‘dentro’», aggiunse. «Capirete presto cosa vuol dire. Intanto ho un piccolo incarico per voi. Qualcosa che il nostro amico del City Hall ci ha scaricato addosso, non ufficialmente, certo.
«Il City Hall è in imbarazzo per la situazione, lo sciopero degli ascensori. A quanto pare, nessuno sa come prenderlo. Dobbiamo sistemarlo noi. Ci sono dentro troppe fazioni. Il pubblico e i giornali incominciano a far baccano. Si tratta di un piacere e basta, perché la
Combinazione non ha nessun interesse nella faccenda.» «Nessuno?» domandai.
Phil ridacchiò. «Bene, bene, mi sono scordato che parlavo con Noodles. Non gli si può nasconder niente. Be’, metterò le carte in tavola. Ci si prende il sindacato, per le solite ragioni.»
Sorrise e mi guardò. Le solite ragioni erano potere, bottino eccetera.
Phil continuò: «Come ho già detto, abbiamo la benedizione del City Hall».
Interruppi:
«Non abbiamo visto picchetti per le strade. Da quanto tempo dura lo sciopero?»
«È solo a Broadway e in certe strade del West Side. È incominciato ieri. Vogliamo fermarlo prima che si diffonda.»
Max domandò: «Sono organizzati? Nessuno dietro, ancora?»
«Be’, questo è quello che abbiamo saputo. È per la maggior parte uno sciopero disorganizzato. Deve esserci di mezzo un sindacato. Ho qui tutto.»
Si frugò in tasca. «Il sindacato è al primo stadio dell’organizzazione. Naturalmente ci sono in ballo i soliti elementi, pronti a pestare per una parte del bottino, due o tre bande irresponsabili, fuorilegge e forse un rappresentante degli interessi immobiliari. Ci sono dentro tutti, vogliono arraffare più che possono. Ho saputo con certezza che questa gente si incontrerà a…» Phil continuava a frugarsi in tasca. Finalmente trovò un foglio di carta e lesse: «All’Eden Garden, all’incrocio tra Columbus e la Sedicesima Strada, alle due, oggi pomeriggio».
«Sì, lo conosciamo», dissi.
«È dove va quel tale Salvy con i suoi scagnozzi», disse Maxie. «C’entra anche lui?»
«Sì, anche lui, il famosissimo Salvy. E lo vogliamo metter
fuori.» Phil ci guardò. «Niente di drastico, soltanto convincerlo che per lui è più salutare levarsi di torno.»
«Lo conoscono tutti, questo Salvy. Non è quello che i giornali chiamano l’indistruttibile?» dissi. «Non lo abbiamo mai visto, ma si dice che gli hanno sparato quattro o cinque volte, lasciandolo per morto.»
«E quella storia che l’hanno messo sotto una macchina e gli sono passati sopra?» Maxie ridacchiò. «Ma non sono riusciti ad accopparlo. Dicono che ha strisciato come un serpente, fino all’ospedale.»
«Già», dissi «al volante di quella macchina c’era il simpatico
Vincent.»
«Sì, è quello», riprese Phil. Il reparto informazioni dice che questo Salvy ha sbattuto fuori una piccola banda che aveva questo sindacato. E si dice che la piccola banda sbattuta fuori da Salvy, aveva sbattuto fuori qualcun altro.»
CAPITOLO XXIX
«C’è aria di cose in grande», disse Maxie in tassì, mentre andavamo via da Moe.
«Già, pare proprio.»
Pensavo allo sciopero e a come Phil ce l’aveva rifilato. Ma era un ukase reale.
«Pensavo allo sciopero, Maxie. La prima cosa da fare è dare un’occhiata all’Eden Garden e premere Salvy perché molli.» «Sì, è la prima cosa da fare.»
Guardai fuori del finestrino. Eravamo nella Ventitreesima Strada. L’orologio della torre del Metropolitan suonò le undici.
«Direi di andare all’Eden Garden prima della riunione delle due, agguantare Salvy e la sua squadra e mettere tutto in chiaro, tanto per incominciare.»
«Sì, buona idea, Noodles. È meglio arrivare sempre per primi.»
«Sì.»
Il traffico diminuì. L’autista accelerò.
Cockeye stava suonando What’l! I do, una melodia dolce e appassionata. Patsy in fondo alla saletta si era spogliato quasi completamente e lavorava sul sacco. Ci guardarono, ma nessuno dei due smise di fare quello che stava facendo. Sulla tavola, c’era una bottiglia di Mount Vernon. Maxie riempì due bicchieri. Bevemmo in silenzio per un po’, poi Maxie disse: «Be’, Pat, abbiamo un contratto».
Patsy si avvicinò. «Che abbiamo?»
«Phil ci ha dato lo sciopero degli ascensori», rispose Maxie.
Pat andò a rivestirsi.
Cockeye smise di suonare e domandò: «Terza Avenue?»
«Ascensori degli uffici.»
Pat sistemò la fondina sotto l’ascella. «Chi sta dietro tutta questa faccenda?»
«Quel Salvy», rispose Max.
«Quel rognoso?» fece Patsy in tono di disprezzo. «Lo conosco, il fetente. Salvy il Serpente, lo chiamano. Uno schifo. Circola all’Eden
Garden, nella Sedicesima Strada. Il suo socio è Willie la Scimmia.»
«Ci sono stato con una manza due settimane fa», disse Cockeye. «Il grosso Mike e Fairy hanno comperato il locale da Willie la Scimmia per cinquanta bigliettoni.»
«La Scimmia ha venduto?» domandò Pat.
«L’ho detto, no?» fece Cockeye.
Salimmo nella Caddy e partimmo. Cockeye sfrecciava tra un autobus e l’altro, come un pazzo. Arrivammo in Columbus Avenue.
«Maledizione, che viaggio rapido», esclamò Patsy.
«Ci siamo già?» fece Maxie meravigliato. «Cockeye, una cavalcata come quelle con Peggy», e rise.
«Vuoi dire svelta?»
«No, piena di rigiri, balzi e soprassalti.»
Passammo sotto il tendone variopinto e scendemmo una rampa di scale. Aprii la porta. Gesù, se restammo sorpresi. Ci aspettavamo di trovare il locale deserto, data l’ora. Era zeppo di ragazze. Erano dappertutto, una folla.
Portavano ogni specie di costume, dal puntino, agli shorts, all’abito da sera. Fummo circondati da tutte le parti da colori bizzarri, dal chiacchiericcio musicale di voci femminili, dai bei visi dipinti, da morbidi e profumati corpi. Le mangiavamo con gli occhi. Immaginavamo di accarezzare i loro seni e i loro corpi nudi. Restammo piantati là a lungo, eccitati, come stalloni in foia, impalati davanti a quella mandria di snelle giumente.
Guardai i miei compagni. Giuro, erano tutti nelle mie stesse condizioni. Stavamo là in una specie di catalessi, imbambolati e ansanti.
Patsy emise il primo suono, un lungo, profondo primordiale: «U-uu-u-u!»
Le ragazze lo scimmiottarono e ripeterono «U-u-u-u», ridendo e fischiando.
«Questo è l’Eden», esclamò Maxie.
Un uomo anziano, alto e snello, venne di corsa dall’altro lato della sala. Camminava in modo aggraziato, femmineo. «Ragazze, ragazze», strillò con voce acuta, battendo le mani. «Che cos’è quest’abominevole confusione?»
Le spinse da parte e si piantò davanti a noi con le mani sui fianchi.
«Che posso fare per voi, signori?» Pronunciò ogni parola separatamente ben distinta, raggrinzando le labbra ad ogni sillaba. Non riconobbe Cockeye finché questi non esclamò ridendo: «Ciao, Fairy!»
«Oh, salve.» Sorrise con freddezza. «Te ne prego, non chiamarmi così, ma con il mio nome, Theodore.»
Cockeye ci presentò: «Questi sono Maxie, Patsy, Noodles. I1 mio amico, Fairy».
«Mi chiamo Theodore», ripeté, stringendoci la mano con fare cerimonioso.
Provai una certa repulsione nel toccargli la mano. Era fredda, umida e piccola, assomigliava a quella di un bambino.
Sogghignò e mi grattò il palmo della mano con aria significativa.
«Oh, Theodora, come sei audace», strillai.
Il bastardo ne fu deliziato. «Oh, ma ho sentito parlare di te, di te e di te!» Parlava con civetteria, agitando un dito. Si chinò verso di noi e sussurrò: «Siete dei gangsters molto noti!»
«Oh no, prego, questo no», gemetti. «Scusateci per un momento, ragazze», dissi alle bellezze che ci stavano attorno.
«Sciò, sciò!» strepitò Theodore, agitando le mani, come per disperdere un branco di galline.
E accidenti a me, sembravano proprio pollastrelle, mentre sculettavano via, ridacchiando tra loro.
«Sciocche puttanelle, non avete mai visto degli uomini!» strillò Theodore.
«Senti, carino», disse Maxie, «a che ora capita Salvy?» «Oh, quello, quel ruffiano, quel serpente tra l’erba?» fece Theodore con ripugnanza.
«Sì, Theodore, a che ora arriva di solito?» domandai. Mi sorrise, si leccò le labbra e agitò la lingua in modo suggestivo. «Oh, direi verso le due del pomeriggio.»
«Bene, ci sediamo e lo aspettiamo», disse Maxie.
«È educazione aspettare di essere invitati, non vi pare?» fece Theodore fissando Maxie impavido.
Prima che a Maxie venisse in mente di mollargliene uno su quel mento indignato e di sollevarlo da terra, mandandolo dall’altra parte della sala, dissi: «Possiamo aspettare qui, Theodore?»
«Sono un tipo molto ospitale», fece lui, «se mi danno Il tempo di esserlo.»
«Molto giusto», mormorai. «Possiamo aspettare?»
«Accomodatevi, sedete dove volete. Devo scegliere le ragazze per il prossimo spettacolo.»
Maxie rise. «Grazie dell’autorizzazione.»
«Prego, prego», rispose l’altro in tono altezzoso.
Scegliemmo un tavolo in fondo, ma sistemato in modo da poter sorvegliare l’ingresso.
Era un’ampia sala, riccamente arredata. Lo spesso tappeto andava da una parete all’altra, decorate da dipinti pastorali.
I tavolini erano sistemati tutto attorno alla lucida pista da ballo. In una specie di nicchia stavano gli strumenti di un’orchestra, senza suonatori.
Un individuo calvo sedeva al pianoforte. Dall’altro lato, vicino all’ingresso, era sistemato il fornitissimo bar. Le luci, basse e indirette, creavano una piacevole penombra.
Theodore sedette ad un tavolino sull’orlo della pista.
«Bene, signore», batté le mani in un gesto imperioso. «Attenzione e silenzio, prego.»
Una ragazza fece una risatina soffocata. Theodore si guardò attorno per vedere chi fosse stato, poi strillò: «Chi di voi, signore, si trova qui per divertimento, può andarsene subito».
Le ragazze rimasero immobili e mute.
«Ci sa fare a trattarle», disse Cockeye.
«Sì, perché hanno bisogno di lavorare», osservai, «altrimenti chi gli baderebbe?»
«Allora, signore», riprese Theodore con la sua vocetta acuta.
«Quelle di voi che fanno dei numeri, si mettano a destra.»
Circa venti ragazze si spostarono sul lato destro del suo tavolino. Erano quasi tutte estremamente graziose. Le guardò freddamente.
«Ecco quello che mi serve. Primo, voglio un ‘ridotto’ completo.»
Una delle bellezze domandò: «Che cos’è, signor Theodore?»
«Che ignoranza», sbuffò lui. «Non lo sai? È una persona che canta e balla simultaneamente.»
«Oh, eccomi qua», esclamò la ragazza. «Mi hanno chiamata in tutti i modi meno che in questo.»
«Tu non vai bene per niente, sei troppo sfacciata.» La guardò con maligna soddisfazione. «Puoi andartene subito.» «Sarà fetente?» fece Maxie.
La ragazza afferrò la sua roba con gesti irosi e si diresse verso l’uscita. Maxie si alzò e la intercettò. Lo guardammo incuriositi. La ragazza alzò le spalle, sorrise, annuì e andò a sedersi ad un tavolo vicino. Max le accese la sigaretta, poi tornò a sedersi. Lei sedette, soffiò fuori il fumo, incrociò le belle gambe, sollevò la gonna per esporne la maggior parte e si mise a dondolarle allegramente.
«Preso accordi, Max?» domandai.
Scosse la testa. «No, l’ho ingaggiata come ‘ridotto’ per questo locale.»
Risi. «Lo pigliamo?»
«Forse, se avanza tempo.»
«Buon’idea, Maxie, qui ci si può divertire parecchio», approvò Cockeye.
«Sì che ci divertiremo, ma…» Maxie scosse la testa. «Ci distrae dagli affari.»
«Agli affari ci si bada prima», esclamò Cockeye. Sembrava un bambino, con quella voce supplichevole.
Guardammo Theodore mentre «provava» e ingaggiava una ballerina
di cancan, un’artista dello spogliarello, una contorsionista ballerina e una ‘ridotto’, come la chiamava lui. Max osservò: «Se ne è procurate due, ma non lo sa ancora».
«Vi pago cinquanta dollari la settimana, compresi i pasti», disse Theodore.
Guardò le specialiste. Avevano diritto a qualcosa di più, ma nessuna aprì bocca. Era difficile trovare lavoro. «Avanti, in fila le altre, le ballerine.» Schioccò le dita. Passeggiò avanti e indietro scrutandole freddamente.
«Ehi, Cockeye, prendi una bottiglia di Mount Vernon», disse Maxie, «e dei bicchieri.»
Bevemmo. Theodore era assorto nella sua occupazione. Sceglieva una ragazza poi alzava una mano e il calvo al pianoforte attaccava a suonare. La ragazza saltava su una gamba sola, sollevando l’altra in alto. Il movimento le faceva agitare il, seno in tutte le direzioni. Probabilmente Fairy sceglieva apposta quella prova. Anche se a lui non interessava, conosceva il mestiere e sapeva quel che interessava agli uomini normali.
Osservai i movimenti dell’ultima che ingaggiò. Era una pupa dall’aria voluttuosa, ben confezionata e fornita. Mi ricordava un po’ Dolores. No, non assomigliava a Dolores. Lei era più regale.
Ma questa decisamente mi piaceva. Adesso, bambina, voglio analizzare il tuo fascino. È tutto concentrato attorno a quelle due, come le chiama Maxie, pallette di miele.
Le andai vicino, sorrisi e dissi: «Ciao».
Lei disse: «Sì?»
Balbettai: «Sei uno spettacolo».
Cercai di guardarle nella scollatura.
«Non ci credo», fece lei con un sorrisetto.
Si accorse del mio sguardo vagante e si tirò su il corpetto.
«Volevo dire che ti ho guardata ballare, hai un formidabile ta-tatalento.»
«Ah sì, ho un formidabile ta-ta-talento? E allora?» Mi guardava con un sorriso provocante e un bagliore divertito negli occhi.
Una volta tanto, perdetti la lingua. Ero in posizione dl svantaggio. Lei sapeva quello che volevo e mi rideva In faccia. «Bene, timidone», disse. «Ho del talento. Mi procuri una grossa parte in uno spettacolo di Broadway o un contratto a Hollywood, se sono carina con te? Va meglio, così? È quello che volevi dirmi?» Rise della mia espressione addolorata.
«Be’, qualcosa di simile», risi anch’io. «Come mi andrebbe se ti procurassi un numero di ballo a solo, un numero tutto tuo, qui?»
Mi guardò per un attimo con un sorriso incerto, poi annuì di scatto. «Benissimo, bello. Ci sto. Si fa un patto, tu mi procuri un numero qui e sono tua per stasera.»
«Ci sto», esclamai. «Mai corteggiatore ha dovuto compiere impresa più ardua o pericolosa per i begli occhi della sua dama.» Lo dissi tutto di un fiato. Ero di nuovo in piena forma.
«Vai a trattare con quell’invertito?» domandò lei, indicando Theodore.
«Sì, proprio lui, la signorina Theodora.»
«Un ragazzetto in gamba come te dovrebbe saperlo manovrare un cafone come quello», disse.
«Che vuoi dire? »
«Dagli quello che gli piace», rise lei tutta allegra.
La sua sfacciataggine mi divertì. «No, cara bambina, non sono il tipo. Lo convincerò con un altro arnese.» Mi avvicinai a Fairy.
«Theodora», dissi, prendendolo sottobraccio e portandolo in disparte. «Mi piacerebbe conversare con te, cara, in privato. Voglio chiederti qualcosa.»
Arrossì, tutto eccitato e balbettò: «Sì, sì, tesoro. Lo speravo tanto. Ed è più di quanto non sperassi. Appena ti ho visto, ho capito che eravamo fatti l’uno per l’altro. Ti amo pazzamente. Vuoi sposarmi, vero?»
Mi guardò con occhi supplici. «Sono ricco, ho molto danaro.»
Gesù Cristo, questo zozzone è matto nella testa, oltre ad essere sessualmente balordo. Dove diavolo sono venuto ad impegolarmi? Guardai la ragazza che agitò una mano e mi sorrise.
«Senti, Theodore», dissi in tono brusco, «piantiamola con tutte queste pagliacciate. Che ti piglia, eh? Riprendi il controllo. Non lo capisci quando uno scherza?» Mi guardò sconcertato.
«Non parlavi sul serio?»
«Serio che? Fai tutto da te, eh? Non ho detto proprio niente di speciale. Volevo essere gentile, e basta. Punto fermo. Capisco le tue condizioni, lo so che non puoi farci niente, che la tua natura è più forte di te. Quelli come te, mi fanno pena. Ribrezzo e pietà sono i sentimenti che provo per te.»
«Allora di che cosa volevi parlarmi?» domandò con voce lamentosa.
«Mi dispiace che tu abbia frainteso.»
Che diavolo mi prende? Sono troppo tollerante. Dovrei dirgli il fatto suo a quel fetente. Dirgli quello che voglio. E. se non vuole, sbatacchiarlo finché non ubbidisce. No, che dimostro se lo sbatacchio? Sono un uomo, io. Non ho bisogno di affermare la mia virilità. Quest’uomo, mentalmente, è una donna.
«Vorrei che tu facessi un favore ad una mia amica.»
«Che favore? E a chi?»
«A quella ragazza che ci sorride.»
«Quell’insipida donnetta? Non capisco che cosa ci vedi in quella scialba creatura.»
«È una donna. Mi piace.»
«Le donne servono a fare bambini. Gli uomini sono tutti per il piacere», enunciò Theodore con prosopopea.
«A ognuno secondo i gusti, Theodore.» Incominciavo a scocciarmi. «Voglio che tu dia un numero a quella ragazza.»
«Va bene, va bene.» Sospirò. «Lo faccio per te.»
«Grazie, Theodore, te ne sono riconoscente.»
Mentre ci avvicinavamo alla ragazza, sussurrò: «Ce ne vorrà del tempo prima che mi passi l’infatuazione che ho per te».
Vinsi di non sentire.
Con la ragazza non fece tante storie. Le domandò in tono brusco:
«Hai pronto un numero?»
«Posso prepararlo in fretta, per domani», rispose lei. Theodore la guardò scuotendo la testa.
«’Theodore, insegnale tu, sei noto come il miglior maestro di danza di tutta Broadway.» Stai fresco, aggiunsi tra me.
«Davvero? Hai sentito parlare di me?» Era tutto sorrisi.
«E chi non ne ha sentito parlare?» mentii. «Hai una grande reputazione come ballerino solista e come coreografo.» «Mmmm», mormorò lui, beato.
Maxie gesticolava. Gesù, vuole che gli parli della piccina dio interessa a lui. Maledizione, me l’ero scordata. Oh, va bene. Mi avvicinai di nuovo a Theodore. «Una cosa ancora», dissi.
CAPITOLO XXX
LA porta si aprì. Dimenticai Theodore e tutto il resto. Insieme con Max ci avviammo verso la pesante figura che avanzava. Cockeye e Patsy ci seguirono. Cockeye lo riconobbe.
«Ciao, Mike», disse.
Cockeye sussurrò: «Big Mike, il socio di Fairy». «Ciao ragazzi», rispose.
Cockeye ci presentò. Ci stringemmo la mano. Dopo la presentazione, Mike rise con sforzo evidente.
Dal suo atteggiamento timoroso era evidente che aveva sentito parlare di noi. A suo parere, ci meritavamo rispetto e considerazione.
«Ragazzi, posso fare qualcosa per voi? Va tutto bene? Spero che il mio socio vi abbia fatto gli onori di casa. Lo sa chi siete?»
Max disse: «Cribbio, se questo capoccione non è il leccatauchess più agitato che conosca! Che razza di cane rognoso!»
«Sì, Fairy lo sa chi siamo», dissi e stavo per aggiungere, e non si è preso la fifa che hai tu, grosso cialtrone. Ma lasciai perdere.
«Avete notato la birra, il whisky, le macchinette a gettone? Tutte dalla fonte giusta. vero?» domandò. «Sono tutto regolare. Ci sto bene attento.» Emise una risata asinina.
«Sì, abbiamo controllato», disse Maxie.
Bugiardo. Non abbiamo controllato altro che carrozzerie femminili.
«Prima che me lo dimentichi», disse Maxie: «Voglio una cosa.»
«Certo, certo, che posso fare?»
«Metti quella ragazzina nel nuovo spettacolo. Canta che è una bellezza.»
Maxie indicò la piccola che se ne stava aspettando al tavolino.
«Riguarda il mio socio, ma non ti preoccupare. Sistemiamo tutto. Gran bel pezzo.»
Maxie sollevò le sopracciglia con aria ironica. «Aspettiamo
Salvy», disse.
«È amico vostro?» domandò Mike e aggiunse in fretta.
«Se posso chiederlo, vero?»
«Non è nostro amico e puoi domandarlo finché ti pare», risposi.
«Mi ha l’aria che non è neanche amico tuo», disse Maxie.
«Eh no.» Mike si guardò alle spalle. «Salvy ha avuto una storia con Fairy. Oltre a ripulirlo, vuole anche entrare in affari con noi.»
«E voi due, che volete?» domandai.
Big Mike scosse le larghe spalle.
«Non ce la fai a tenerlo a bada?» domandò Maxie.
«Quello si punge, prende la merce», spiegò Mike.
«E allora è un duro?»
«È cattivo, ammazza, quello.»
Mike si guardò intorno spaventato. «Usa uno scalpello per Il ghiaccio.»
«Mi sembra proprio un cattivo ragazzo», fece Maxie in tono ironico.
«Posso fare una domanda personale? Se non sono fatti che mi riguardano, ditemelo, eh ragazzi!» «Avanti, spara», rispose Maxie.
«Siete qui per farlo fuori, quel Salvy?» domandò Mike con aria speranzosa.
«No, ma che razza di domanda, Mike!» esclamai.
«Oh, scusatemi», fece Mike umilmente.
«Siamo qui per allinearlo, se questo può darti sollievo», dissi.
«Per quanto riguarda lui, non è Una visita amichevole.» Annuì, soddisfatto.
Poi attaccò con voce tremula. «Non so più che fare. Ha minacciato di mettere fuori Fairy. Vuole diventare lui il mio socio. Non me ne importa un accidenti di Fairy, ma lo so quello che farà Salvy subito dopo. Sbatterà fuori me e si prenderà tutto il locale.» Si torse le mani come una donna. «Cristo, maledetto questo schifoso proibizionismo. Non c’è più niente di legale. Non posso andare alla polizia, questo posto è illegale. Per quanto li riguarda, l’Eden Garden non esiste, meno il giorno dello sganciamento. E a loro non importa un corno di chi ci sta dentro.
Basta che incassino.»
«Brutta faccenda», mormorai.
«Anche la sotterranea sta sotto», fece Patsy.
«Anche i tappeti sono verdi», concluse Cockeye a nostro uso e consumo.
«Frescacce», disse Maxie.
«Cosa?» domandò Mike.
«Niente», risposi io.
«Ragazzi, non potete fare qualcosa? Ieri Fairy ha detto a Salvy di crepare. Salvy lo accoppa, sicuro come il demonio. È fatto così, quel Salvy.»
«Be’, e anche se accoppa Fairy? Non è pelle del tuo deretano», disse Maxie con impazienza. «E neanche del nostro», aggiunse.
«Vedrete che ne varrà la pena», disse Mike.
«E come farai perché ne valga la pena?» domandò Maxie in tono svagato.
Mike si guardò tutto attorno spaventato. Si avvicinò e con voce tremante di paura sussurrò: «Vi diamo dieci bigliettoni se fate fuori Salvy» .
Max scosse lentamente la testa. «No, Mike, queste cose non le facciamo per il danaro.»
Solo per dovere, dissi tra me.
Una ragazza venne avanti. Era quella dalle splendide, perfette, sobbalzanti protuberanze.
«Coccolone!» chiamò. «Sono io. Signori, scusatemi.» Le andai vicino.
«Non volevo interrompere, ma me ne vado.»
«Così, tutto a posto?»
«Sì, vengo domani per le prove. Quel Theodore è un maestro formidabile. Voglio ringraziarti, stasera.»
Lo disse con un sorriso seducente. «Ma dove? E quando?»
Feci un paio di pagliacciate. Mi chinai a guardarle nella scollatura, mi leccai le labbra e dissi: «Mmm, che fame!»
Lei rise. «Dopo Theodore, un uomo normale è riposante.»
«Hai quello che Theodore non ha.» Le accarezzai il rotondo tauchess.
«Risparmiati per stasera, coccolone.»
Le diedi l’indirizzo del mio albergo e il numero della camera. «Vuoi mangiare prima o dopo?» domandai.
«Prima.»
«Bistecca o pollo?»
«Bistecca e patate fritte», disse.
«ll pranzo sarà servito alle nove.»
«L’altra cosa sarà servita alle dieci», disse lei e se ne andò verso la porta.
A gruppi, a coppie e da sole, le ragazze se ne andarono. Guardammo Fairy che danzava solennemente da solo, accompagnato dal suono del pianoforte.
Roteava e saltellava con indicibile abilità. I suoi piedi fremevano nell’ira e nell’impazienza, poi girava intorno intorno, agitando le mani nell’espressività piena di grazia di una danzatrice di hula.
Si fermò senza fiato davanti a me e sussurrò: «Ho danzato un messaggio speciale per te».
Me ne andai senza rispondere. Maxie rise. Ci sedemmo ad aspettare. Era l’una del pomeriggio. Cockeye con grande indignazione di Fairy, andò in cucina a rifornirsi. Ci portò degli spessi panini di formaggio svizzero e prosciutto. Mangiammo e bevemmo highballs.
Big Mike si avvicinò.
«Devo lasciarvi», disse, con un sorriso di scusa. «Salvy sarà qui da un momento all’altro. Se dovesse succedere qualcosa… Non sopporto la violenza.»
Lo squadrammo freddamente.
Maxie ruggì: «Va bene».
Mike se ne andò. ll pianista calvo se ne andò subito dopo di lui. Theodore si rintanò
nell’ufficio.
Guardai l’orologio sopra il bar. L’una e mezzo. Continuammo a bere e a fumare, in silenzio.
La porta si aprì. Entrarono due individui. Uno era di media età, piuttosto tozzo. L’altro, giovane, era snello come una frusta. Avevano l’aria di essere irlandesi. Salvy era italiano. Willie, tedesco. Scossi la testa guardando Max.
«Non sono loro», disse.
I due rimasero sulla soglia e si guardarono attorno. Mi avvicinai con aria di noncuranza.
«Cercate qualcuno, ragazzi?»
Il più anziano rispose: «Abbiamo appuntamento con Salvy e l’altra gente».
«Sì. Salvy me l’ha detto. Ci siamo anche noi con lui. Arriverà più tardi. Intanto possiamo fare amicizia. Venite u bere qualcosa con noi?»
Senza aspettare risposta, li presi sottobraccio e li condussi al nostro tavolo.
Maxie mi guardò.
Annuii e sorrisi. «Fanno parte del gruppo che Salvy ci ha detto di aspettare.»
Presi la bottiglia e riempii due bicchieri.
Il giovane disse: «Grazie, non bevo».
Quello più anziano sorrise e prese il bicchiere. «Io, invece, sì.»
Avvicinai due sedie e domandai con estrema cortesia: «Non volete sedervi?»
Sedettero e si guardarono, imbarazzati.
«Possiamo presentarci?» dissi.
Cercai di ridere con imbarazzo. «Mi chiamo Morris, questo è Miltie», indicai Max, «questo è Murray e questo è Mario.» Indicai Cockeye e Patsy. Maxie rise all’idea che tutti i nomi incominciassero per M.
Il più anziano dei due sorrise amichevolmente e disse: «La gente mi chiama Fitz, abbreviativo di Fitzgerald, e questo è Jimmy.» «Un altro, Fitz?» disse Maxie.
«Sì, volentieri», rispose Fitz.
«Che gruppo rappresentate voi due?» domandò Maxie.
«Oh, ma è ovvio», esclamai io.
«Noi siamo del sindacato», rispose Fitz «Siamo i delegati.» «Eh, già lo pensavo», dissi seriamente.
«E come va?» domandò Maxie sorridendo.
«C’è movimento?» domandò Cockeye.
Maxie gli lanciò un’occhiata d’avvertimento. Strinse le labbra per fargli capire che doveva tacere.
«No, non molto movimento, quel poco che c’è… Salvy ha mandato fuori un po’ dei suoi. È servito», rispose Fitz.
Cockeye lanciò a Maxie un’occhiata trionfante.
«E così si è fatto un piccolo progresso», incitai.
«Sì, mica male. Ci sono certe case che Salvy non vuole toccare. Deve avere le sue ragioni», disse Fitz.
«A me non piace affatto come vanno le cose», intervenne il giovanotto chiamato Jimmy.
Fitz sospirò. Accennò a Jimmy con il capo. «È nuovo del mestiere. È appena stato eletto. Crede di essere un cavaliere dalla scintillante armatura, che combatte per riscattare il calpestato lavoratore.»
Fitz batté sulla schiena di Jimmy. «Dovreste vederlo il ragazzo alle riunioni. Un incantatore.»
Jimmy borbottò: «Ho promesso agli uomini che sarebbe andato tutto a posto».
Guardai il giovane irlandese. Aveva un aspetto pulito, fresco, onesto.
«Senti, Jim», dissi, «in questa faccenda, si deve essere uomini politici, proprio come ha detto Fitz. A volte, si devono fare dei compromessi.»
Alzò le spalle e mi guardò con espressione caparbia.
«Io non faccio compromessi. Che razza di compromessi? Gli uomini mi hanno eletto, contano su di me perché li rappresenti onestamente. Non guadagnano abbastanza da viverci. Uomini sposati che guadagnano dodici, quindici dollari la settimana lavorando cinquantaquattro, sessanta ore e Salvy viene a dirmi di prendermela con calma. Otterremo l’aumento di un dollaro, senza diminuzione né di orario, né d’altro.» Ci guardò con aria decisa. «Sono venuto qui per mandare al diavolo
Salvy, devo occuparmi di centinaia di uomini e delle loro famiglie.»
«Signore Iddio, Jim», esclamò Fitz, scuotendo la testa. «Perdonatelo, è molto agitato.»
«Jim è in gamba», dissi. «Chi bada a quello che dice Salvy? Che volete?»
Fitz esclamò in tono scandalizzato: «Chi bada a quello che dice
Salvy?»
Mi guardava sconvolto come se avessi profanato qualcosa di sacro.
«Già, proprio così, chi ci bada a quello che dice quel lurido serpente? Non c’entra più», confermò Maxie con voce secca, guardando Fitz.
Fitz lo guardava. Poi guardò Patsy. Poi, lentamente si volse a scrutare Cockeye.
Sorridevamo tutti, divertiti dall’espressione spaventata. della sua faccia. Soltanto perché Maxie aveva detto lurido serpente.
«Nebish», dissi.
«Come?» domandò Fitz.
«Niente», risposi.
«Pensavo che foste amici di Salvy», disse Fitz. «Che ci fate qui?
Entrate voi? Con la forza?»
«Esatto, proprio così», rispose Max.
«Oh», fece Fitz che incominciava a capire.
«Non mi piace affatto», disse Jim.
«Non ti do torto», dissi. «Adesso, spiegami, cosa ti piacerebbe consegnare ai tuoi uomini?»
Jim mi guardò indeciso per un attimo. Poi attaccò: «Quarantotto ore settimanali, un minimo di quaranta cents l’ora, e una volta e mezzo per gli straordinari. Vacanze pagate nei giorni festivi e riconoscimento dell’unione.»
«Incartalo, Jim», dissi ridendo. «Già fatto.» Max mi guardò e rise.
«Va bene», disse.
Jimmy e Fitz mi guardarono come se fossi matto.
«E come me le procuri queste condizioni? Chi ti autorizza?» domandò Jimmy.
«Faccende nostre. Voi seguite le istruzioni e tutto il resto funzionerà», rispose Max.
«Non capisco come facciate ad essere tanto sicuri. Chi sono i vostri appoggi in questo sciopero? Voglio dire, che cosa ne ricavate voi?»
Prima che potessi trovare una risposta, Fitz rimbeccò: «Per l’amor del cielo, Jimmy, non essere così maledettamente tonto. Lo stesso, come
Salvy. ll sindacato, tutto.»
«Non lo so. Prima non mi piaceva e adesso non mi piace. Non va bene.»
Max mi guardò. Io scossi la testa.
«Senti, bimbo», dissi. «Hai molto da imparare. Specialmente su questo punto. Questo ramo dei rapporti con la mano d’opera, non si trova in nessun libro di testo e non si studia a scuola. Ma è la parte più importante. Non lo sai che da qualsiasi parte si stia noi, quella è la parte che ha la meglio?»
«Sì, ma a voialtri non riguarda per niente. Perché dovreste interferire? Non siete operai. E neanche datori di lavoro. È una faccenda tra noi, i padroni e noi, e dobbiamo risolverla noi.»
«Oh Cristo, Jimmy, non essere maledettamente stupido», esclamò Fitz.
«Lascialo perdere, Fitz», dissi. «Il ragazzo ha tutte le ragioni. È vero che non abbiamo il diritto di interferire. Ma a quanto pare, è un male necessario. Una delle due parti ci chiama sempre in campo. E, per quanto ne so, i padroni sono stati i primi ad usare noi… noi…» esitai.
«Teppisti», mormorò Jimmy.
«Oh, santo cielo, Jim», gemette Fitz.
«Suvvia, Fitz», rise Max, «non si arrossisce.»
«Già, come stavo dicendo, è una disgrazia, ma è così. I padroni hanno inventato il sistema molto tempo fa: assoldare gentaglia per fare pressione sugli operai e sui rappresentanti dei loro sindacati. E se non riuscivano a spaventare i rappresentanti, i padroni usavano i loro avvocati e gli appoggi per corromperli e convincerli a vendere i loro uomini. Anche questa parte non viene menzionata nei testi e nelle scuole. Intimidazione e corruzione sono le basi, i fattori decisivi nella maggior parte delle dispute operaie. È difficile che il pubblico venga a saperlo.»
Guardai l’orologio. Le due e un quarto. Salvy era davvero in ritardo.
«E poi, Jim», ripresi, «e Fitz può dirtelo, se non entriamo in ballo noi, lo farà qualche altra banda. Questo forse riesci a capirlo da solo. Prima di Salvy c’era qualcun altro, vero Fitz?» «Eh, sì», fece Fitz, «una piccola banda della città alta.»
«Salvy li ha buttati fuori», dissi, «e noi butteremo fuori lui. Capito, Jim? Avrai sempre da lottare con qualcuno. Tanto vale che siamo noi. Abbiamo molta influenza, possiamo esservi utili. Vi risparmieremo un sacco di grattacapi, soprattutto quando sarete bene organizzati. Vi salteranno addosso parassiti di ogni specie per succhiarvi il sangue: poliziotti, funzionari, banditi e voi li manderete da noi. Ci penseremo noi a sistemarli. E poi, credilo o no, siamo dalla parte tua. Siamo stati organizzatori anche noi. Tu e i tuoi uomini, ne caverete di più da noi che da qualsiasi altra banda.» «Eravate organizzatori?» sbuffò Jimmy. «E per quale unione?» «Lavandai», risposi.
«Bene, mettiamo che stia al vostro gioco. Non dico che lo farò, badate bene…»
«Siamo sicuri che lo farai, piccolo», disse Maxie.
«Non ne sono sicuro», sbottò il giovanotto con ira.
«Avanti, Jim, cosa volevi dire?» Guardai Max.
«E come faccio a sapere che non arrivino ancora degli altri a sbatter fuori campo voialtri?»
Maxie e Patsy risero. lo sorrisi.
«Certo, è possibile, Jim, qualsiasi cosa è possibile. Come un terremoto a New York. Ma è estremamente improbabile. Siamo la banda più grande e più potente dell’intero paese.»
Fitz si chinò in avanti e sussurrò con voce eccitata e entusiasta:
«Combinazione?» Annuii.
«Voglio pensarci lo stesso: devo consultare gli altri», insistette Jim, pallido ma caparbio.
«Gli parlo io, in privato. Gli spiego i fatti della vita», disse Fitz.
«Senti, Jim», incominciai con impazienza, «voglio spiegartelo così…»
Non spiegai niente. Fui interrotto. La porta si aprì.
CAPITOLO XXXI
MAI in tutta la mia vita avevo posto lo sguardo su due apparizioni simili a quelle che comparvero in quel momento. Accidenti a me se ho, mai visto pesce, selvaggina, uomo o belva vivo o morto, altrettanto grottesco come quel paio. Il diavolo stesso doveva averli messi insieme, nessun altro ci sarebbe riuscito. Non era stato il caso a produrre quel capolavoro dell’orrore.
Guardai Max. Max guardò me. Non riuscivamo a crederci.
Uno era lungo, allampanato, dinoccolato e camminava con movimenti da rettile. Sembrava che non avesse spina dorsale. Il corpo, simile a gomma, dondolava. La testa allungata spuntava sopra a un collo lunghissimo. La faccia aveva un colore giallastro e malaticcio. Ci guardava con occhietti scintillanti, simili a perline e la testa scattava in qua e in là, con brevi movimenti bruschi. Indossava un abito giallastro, attillato e chiassoso a righe più scure, con camicia e cravatta dello stesso colore. Era l’uomo che si diceva avesse innumerevoli ferite di pallottola e di coltello su di sé. Era il famoso Serpente, quello che non si poteva uccidere, con nessuna arma e in nessun modo, che sopravviveva sempre per ammazzare i suoi nemici. Era l’uomo troppo malvagio e irresponsabile per poter far parte della Combinazione. Non si poteva sbagliare.
E il suo compagno… cielo! Era un figlio di puttana tutto sbilenco. Aveva la gobba e le gambe storte, il naso piatto e le labbra spesse. Un vero antenato. Un pitecantropo originale. Un gorilla garantito. Era Willie la Scimmia.
Quando ci videro, si fermarono di botto in mezzo alla sala. Tutti e quattro avevamo messo fuori la ferraglia. Li circondammo. Salvy cercò di infilare la mano in tasca.
Maxie abbaiò: «Niente da fare, Salvy. Mettiamolo sul piano amichevole».
Sembravano perplessi e insospettiti.
«Chi siete? Che cosa volete?» domandò Salvy. La testa gli scattava a destra e a sinistra.
«Se non ti secca, Salvy», risposi, «vogliamo discutere di affari.»
Indicai le sedie attorno ad un tavolino. Sedettero con riluttanza.
Mettemmo via le pistole
Vidi Fairy, sulla soglia dell’ufficio, che stava a guardare. I due delegati, seduti all’altro tavolino, parevano stupefatti degli ultimi avvenimenti.
Maxie andò diritto al punto. Disse: «Siamo della Combinazione.
Prendiamo noi lo sciopero… e il sindacato. Voialtri squagliate.»
Il Serpente ci lanciò un’occhiata furtiva. «Come faccio a saperlo che siete della Combinazione? E poi io e Willie siamo fuori. Perché dovremmo prendere ordini dalla Combinazione?»
«Non vi diciamo di prendere ordini». dissi. «Ve li diamo. Fuori dai piedi!»
«Questo non è giusto, la Combinazione si caccia dappertutto», protestò Willie la Scimmia. «Dobbiamo mangiare anche noi, sapete?» «Perché?» domandò Patsy con freddezza.
«Perché?» ripeté la Scimmia stupidamente. «Dobbiamo vivere anche noi, no?»
«Perché dovreste vivere?» domandò Cockeye guardandolo negli occhi. «Zitto, Willie», disse il Serpente. Poi si rivolse a noi. «Ah, così?» «Così», fece Maxie freddamente.
Salvy disse: «Che cosa posso dire? Niente». Alzò le spalle.
«Dire niente. Fare niente. E non ti succederà niente», rimbeccò Maxie.
Willie guardò Salvy. Salvy guardò noi. Non disse niente. Fairy venne fuori e ci disse:
«Potete levarmi dai piedi questi ruffiani? Non li voglio Intorno».
Il Serpente balzò su con uno scalpello da ghiaccio in mano e sibilò: «Fottutissimo balordo, te l’ho detto che qui dentro sono padrone anch’io».
Fairy danzò all’indietro, fuori portata e strillò: «Lurido serpente nell’erba!»
«’Ti ammazzo, fottutissimo mezzo uomo, e mi prendo tutto», sibilò Salvy.
«Non lo farai, non lo farai. E io non ho paura di te.» Danzava tutto attorno furibondo, ma sempre a rispettosa distanza. «Cacciate questi ruffiani fuori di qui!» strillava.
Salvy ci guardò.
Maxie disse: «Non vogliamo interferire nei litigi degli Innamorati».
La Scimmia sbottò a ridere. Salvy era furente. Andò verso Fairy e Fairy continuò ad indietreggiare, fin sulla pista da ballo. Il Serpente lo seguiva con lo scalpello da ghiaccio. I due delegati contemplavano il quadretto a bocca aperta.
Andai dietro al Serpente, con la mano in tasca, sul coltello. Gridai: «Ehi, Salvy, piantala!» Si volse di scatto.
«Avanti, squaglia, battitela. Lascia stare Fairy.»
Mi guardò un momento con occhi di fuoco, poi si allontanò verso il gabinetto.
Fairy si avvicinò. «Buon Dio, che situazione atroce! Mi vergogno di me stesso. Come ho potuto impegolarmi con quella creatura disgustosa?»
La Scimmia disse: «Chiudi il becco, fottuto. Una volta non dicevi che lo amavi? E non ti ci sei provato anche con me?»
Theodore stava per rispondere, quando la porta si aprì Apparve un uomo. Riempiva tutta la porta, tanto era grande. Che posto maledetto, pensai, vengono tutti qui. Entrò.
Era un colosso, alto almeno un metro e novanta, con una pancia enorme. Sulla faccia paonazza aveva un intrico dl venuzze violacee. Aveva l’aria di mangiare bistecche a tutti i pasti. Gli occhietti porcini scintillavano dietro le lenti bifocali. La punta del naso gli cadeva letteralmente in bocca.
Fitz venne in gran fretta da noi.
Sussurrò: «È il grosso capoccia del gruppo dei padroni. Il gruppo fa tutto quello che dice lui. Sono stato sul suo libro paga. Si chiama Crowning».
Annuii. Mi avvicinai a quell’individuo e dissi. «Entrate, entrate. Stavamo proprio parlando di voi, signor Crowning».
«Parlando di me? Chi parlava di me? Dov’è Salvy?»
«Salvy al momento è leggermente indisposto. Sappiamo tutto di lui. Siamo suoi soci strettissimi.» Sorrisi.
«Uh», fece e mi seguì al nostro tavolo. Salutò la Scimmia con un cenno del capo.
«Salve, Fitz», disse.
«Bevete?» invitai.
Disse: «Grazie» e allungò Ia mano. Prese il bicchiere e ridacchiò.
«Ad uno sciopero lungo e sanguinoso», disse.
Jimmy disse: «Merda!»
«Chi è quel ragazzo?» domandò Crowning.
«Un bravo ragazzo, il nuovo delegato. È un po’ nuovo al gioco», rispose Fitz.
«Nuovo delegato eh?» fece l’omone. «Giovane per essere delegato… bene, bene, mi piacciono i giovani.» Diede a Jim un pizzicotto nel didietro.
Jim si scostò ringhiando: «Giù quelle maledette zampe, lurido ciccione».
L’uomo grasso parve offeso.
«Non sono venuto qui per farmi insultare. Sono venuto per parlare d’affari.»
«Bene», disse Max, «parliamo d’affari.»
«Dov’è Salvy? Aspettiamolo». disse il grassone. «Possiamo decidere anche senza di lui», dissi. «Come vi va, dalla vostra parte?»
«Senza Salvy? Va bene, se la vedete così. Salvy vi ha detto che questa faccenda deve andare avanti ancora un paio di settimane almeno? Così la faccio difficile con i miei soci e riesco a beccarmi qualcosa di solido.»
Si strofinò le mani, con un sorriso soddisfatto. «Questa volta sarà un bel mucchio. Abbastanza per tutti noi. Anche per te, ragazzino. Ehi,
bellone, che ne diresti dì un quattro, cinquemila tutti per te?» «Crepa, fetente», rispose Jim.
«Vi pare una bella risposta? Oh, be’, ecco che cosa mi piace nei miei ragazzi, lo spirito. Ma non troppo. Sì, non avercene troppo o
finisce che ti faccio sbattere fuori da Salvy.» «Salvy non sbatte fuori nessuno.» Jim mi guardò.
«Avanti, Jim», lo incoraggiai, «diglielo.»
«Salvy lo hanno già sbattuto fuori», disse Jim in tono maligno.
«E chi lo ha sbattuto fuori? Chi, senza il mio permesso?»
Il panzone si guardò attorno fulminando tutti son lo sguardo. La
Scimmia sbottò a ridere e agitò il pollice verso di noi. «Quelli.» «Quei signori?» domandò l’uomo scrutandoci.
«Signori il mio didietro», esclamò Maxie.
Salvy uscì dal gabinetto. La sua faccia non mi piaceva affatto. Lo segnalai a Maxie che lo scrutò.
L’omone vide Salvy.
«Ciao, Salvy», disse. «Che cosa sento? Ti sei lasciato Metter fuori da questa gente?» Lo stuzzicò. «E come mai?» Rise. «Naturalmente a me non me ne importa di chi pago.»
«Non sono fuori. E tu paghi me», sibilò Salvy. «Ho gli uomini per le strade, li devo pagare. Nessuno ha mai sbattono fuori Salvy da nessun posto.»
Fremeva d’ira e all’improvviso gli apparve in mano lo scalpello da ghiaccio.
Maxie impugnava la pistola.
La puntò contro Salvy. «Molla quell’affare, stupido fetente», ringhiò.
Capii dall’espressione selvaggia che Salvy si era fatto una puntura. Aveva il coraggio temporaneo del drogato. Gli occhietti divennero due fessure.
Mi alzai e gli sorrisi.
«Salvy, calmati, metti via quella roba.»
Mi avvicinai a lui, con il pollice sul pulsante del coltello. Aveva gli occhi carichi d’odio.
«Stattene alla larga, fottuto bastardo», sibilò come un serpente.
Mi sputò addosso. Mi prese in piena faccia. Scattai. Il mio coltello era più lungo del suo scalpello. La lama passò tra due dita, attraversò il palmo e si fermò al polso. Lo scalpello cadde a terra. Salvy stette immobile e stupefatto per un secondo. Estrassi il coltello e glielo pulii sull’abito piallo. La mano colava. La guardò e si mise a gridare:
«Fetente, fetente!»
Maxie gli si avvicinò e lo colpì alla testa con la canna della sua quarantacinque.
Salvy cadde a terra e si contorse per un po’, poi rimase immobile. Gli sentii il cuore. Batteva.
«Bene», dissi. Gli strappai la camicia e gli bendai la mano.
«Be’», fece Maxie, «ne abbiamo perduto del tempo, per oggi.
Adesso si parla d’affari. Tu», indicò Jimmy, «siediti.» Jim sedette.
«Anche tu, siediti e ascolta…»
Indicò il grassone. Il grassone sedette, ma non ascoltò, al mise a parlare.
«Bel lavoro», disse, accennando col capo all’uomo prostrato a terra. «Siete proprio la gente che mi piace di avere sul libro paga. Azione, ecco cosa voglio, azione. Metterla al loro posto, la gente. Stanno diventando troppo dritti e pieni di pretese al giorno d’oggi, con tutte le loro maledette idee radicali eccetera. Specialmente quei fetenti di ebrei, quei luridi negri, quegli schifosi degli stranieri.»
Maxie stava per mollargliene una, ma gli segnalai di lasciar perdere. La sua cooperazione avrebbe facilitato le cose. Ma non riuscii ad impedirmi di stuzzicarlo, più per curiosità che per altro.
«Ehi, rognoso ciccione con gli orecchini, non lo sai che noi siamo quasi tutti ebrei? Lo ha capito perfino Salvy.»
Il grassone disse: «Non lo sapevo che siete ebrei». Sorrise. «Ma non me ne importa. Ho molti amici e soci ebrei, il mio socio è ebreo.
Dovete conoscerlo.»
«Vogliamo sistemare lo sciopero entro oggi?», dissi. «E adesso ti dico quello che devi chiedere al tuo gruppo.»
Gli ripetei quello che avevo promesso a Jimmy. Il grassone divenne rosso e scosse la testa. Si alzò.
«Ma di che parli? Voialtri lavorate per me o per il sindacato?»
«Per il sindacato», scattò Max. «Ma tu prendi lo stesso gli ordini da noi.»
«Neanche per sogno», rimbeccò l’altro. «Dove vi credete di essere voialtri? Siamo sempre in America. Qui le cose si fanno all’americana.»
Maxie fece un passo verso di lui.
Dissi: «Nix, Max».
Mi rivolsi al grassone.
«Fetente ipocrita e ladro, quando serve ti arrotoli nella bandiera, eh?»
Non rispose. Si voltò e fece per andarsene. Patsy lo afferrò per un braccio, glielo torse all’indietro e lo costrinse a tornare al tavolo.
«Molla quel rognoso». dissi.
Il grassone si spolverò di dosso la sporcizia immaginaria e ci squadrò con aria indignata. Poi se ne andò. Arrivato sulla porta, si volse e ci gridò:
«Se volete la guerra, l’avrete. La farò come va fatta. Assoldo i crumiri e le guardie per mezzo di un’agenzia privata. Tempo un’ora saranno dappertutto».
Max ed io ci guardammo.
Alzai le spalle.
«Avremmo dovuto scassargli il cranio», disse.
«Sì.»
«Che facciamo?» domandò Fitz.
«Continua a tirarli fuori», dissi a Jimmy. «Agguanta tutti gli edifici che puoi. Di’ loro che non mollino.»
«E dura. Non hanno un soldo. I ragazzi dei picchetti non hanno neanche di che comprarsi il caffè», disse Jimmy. «Ma li tengo in movimento.»
Levai di tasca il grano e gli sganciai quattro biglietti da cinquecento.
«Compra del caffè», dissi. «Se serve altro, fammelo sapere.»
Jimmy guardò il danaro con espressione incredula. «Ehi, quanta roba!» disse. «Grazie, un paio di ragazzi hanno bisogno di un piccolo prestito.
Posso?»
«Come mai sono così in bolletta? Sono fuori soltanto da un paio di giorni», dissi.
«Sono sempre al verde. Non guadagnano abbastanza da vivere», rispose Jim.
Gli diedi un altro mille. «Distribuisci. Ce n’è dell’altro dove ho trovato questo.»
Che me ne importava? In quel genere di faccende o meglio, in tutti gli incarichi, Max ed io si metteva fuori un conto spese per il doppio di quello che cacciavamo di tasca nostra. Poi si divideva la differenza per quattro:
«Ecco, amici, prendete l’indirizzo, nel caso succeda qualcosa d’importante.»
Diedi a Fitz e a Jim l’indirizzo di Moe.
«Dammi il telefono e l’indirizzo della tua sede, Fitz», dissi. Me lo diede.
«Be’, forse è meglio che andiamo a vedere che cosa sta succedendo fuori», disse Jim.
«Sì e non occorre tornare in questo posto.» «Sì.» Jim sorrise per la prima volta.
Ci scambiammo una stretta di mano.
Fitz e Jim se ne andarono. Willie la Scimmia si fece avanti. Disse: «Lo so chi sei. L’ho capito da come maneggi la lama».
«Ah sì?»
«Sei quello che chiamano Noodles la Lama, di Delancey Street.»
«No, bello, hai sbagliato tutto. Sono capo Potch-in Tauchess di
Mulberry Street.»
Lo guardai freddamente: «Che altro vuoi?»
«Non molto. Voglio solo dire che non sono come Salvy. ho rispetto per la gente, per la Combinazione.»
«Vivrai più a lungo, se è così. E anche lui.» Accennai ella figura distesa a terra. «Non gli puoi insegnare un po’ del tuo buonsenso? A rispettare la gente, così non si farà sbatacchiare?»
«No, non gli si può insegnare niente. È peggio di Mad Mick. E poi, adopera l’ago.»
Alzai le spalle. «Fatti suoi.»
«Il Serpente, quello non scorda mai», sogghignò la Scimmia.
Mi avvicinai. «Ah, non scorda mai? E allora?»
«Voglio fare un patto per lui e per me.»
«Noi non si fa patti con nessuno», intervenne Maxie.
Ero curioso. «Che hai in mente?» domandai.
«Io e il Serpente, abbiamo tre case. Si fa un po’ di shylock e lavoretti… cavalli e numeri. Il capo dell’organizzazione, quello che se n’è andato, Crowning, è l’agente immobiliare per quelle case. Se il sindacato organizza quelle tre case, il grassone non ci fa più lavorare.» «E dove sono queste tre case?» domandai.
Erano tre immensi edifici del centro abbigliamento. Scossi la testa.
«Niente da fare, si organizza tutto, specialmente quella zona.» «Ne caviamo due o tremila la settimana. Al Serpente non piacerà.» «Si ingozzi», dissi.
«Non gli piacerà», ripeté la Scimmia in tono cupo.
«Senti, stupido fetente», ruggì Max, «potremmo farti fuori subito, te, il Serpente e Fairy; e finirla con questa storia. Niente testimoni. Niente.»
«Non volevo offendere, amici. Ve l’ho detto, io rispetto la gente.
Dite che no, è no. Che male c’è, domandare, eh?»
Il Serpente grugnì. Si rizzò a sedere e si stropicciò la testa, mezzo intontito.
Max disse: «E adesso sentite bene, voi due, e ricordatevelo. Fuori dai piedi! Niente storie, capito?»
La Scimmia annuì. Il Serpente era intontito. Uscimmo. Fairy ci guardò uscire.
CAPITOLO XXXII
PERCORREMMO Broadway.
Guardai dal finestrino. Vidi il primo picchetto. Lo indicai a Max. «Sì, meglio incominciare. Ferma, Cockeye.» Cockeye accostò al marciapiede.
Max disse: «Vado a darci un’occhiata rapida».
Tornò dopo dieci minuti. «I crumiri manovrano gli ascensori», disse.
«Chi c’è dentro, una banda o un’agenzia?» domandai.
«Agenzia», rispose Maxie. «Mi ha l’aria che quel tale Crowning li avesse già sistemati.»
«Andiamo all’ufficio del sindacato, forse qualcosa si saprà», dissi.
L’ufficio si trovava a pochi isolati di distanza. Max ed io salimmo. Non c’era quasi nessuno, soltanto pochi scioperanti in attesa di istruzioni. La ragazza ci disse dove potevamo trovare Jimmy e Fitz. Dopo venti minuti di ricerche, li trovammo ad un picchetto. Erano un po’ scoraggiati.
Jimmy disse: «Tiriamo via gli uomini, ma li rimpiazzano in pochi minuti. Non mi va».
«Non prendertela, Jim», dissi. «Hai un’idea da dove vengono i crumiri?»
Jimmy scosse la testa.
Fitz disse:
«Forse sono quelli di quel fetente Bergoff».
«Be’, lo scopriremo», dissi.
«E gliela facciamo piantare», disse Maxie..
«E gli romperemo la testa», aggiunse Patsy.
Ci allontanammo. Maxie mi guardò.
«E se ci arruolassimo nella polizia, Max?» suggerii.
«Giusto, come nei bei tempi passati. Ottimo sistema per informarsi.» Maxie sorrise. «Chissà se quei pezzi di latta sono ancora da qualche parte.»
«Devono esserci. Sono anni che nessuno pulisce quell’armadio.» «Be’, vedremo», concluse Max.
Quando arrivammo da Moe, andò diritto all’armadio e ne tolse il materasso per la ginnastica. «Ehi, ci sono. Cockeye, tira fuori quella scatola.»
«Proprio, come ai bei tempi. Un giorno polizia, il giorno dopo agenti delle tasse. Te lo ricordi, quando domandavo chi diavolo saremmo diventati il giorno dopo? Ispettori delle pollastre?» Patsy rise.
Cockeye mise la scatola da scarpe sul tavolo e disse: «Ehi, se si facesse un’ispezione ai bordelli?»
Max capovolse la scatola senza commenti e sparse sul tavolo un assortimento di distintivi luccicanti. «Oggi», annunciò in tono compunto, «entreremo a far parte di quanto c’è di più fetente a New
York.»
«Saremo poliziotti semplici?» domandò Patsy.
«Perché non mi fai capitano, Max?» fece Cockeye.
«Incomincerete dalla gavetta, se vi comportate bene forse in giornata vi promuoverò.»
Scelse tre distintivi dal mucchio e ce ne diede uno a testa. Ne prese uno da tenente e se lo mise in tasca. Poi, con voce bassa e severa. disse: «Sono il tenente Broderick. Ragazzi, oggi si lavora sodo».
«A Broadway, Cockeye», disse Maxie e salì accanto a me nel sedile posteriore.
«Kish mir in tauchess, tenente», fece Cockeye.
«Giusto, proprio il genere di rispetto che ci vuole, vista la fetenzeria alla quale apparteniamo», approvò Maxie.
Percorremmo Broadway. Gruppi di persone erano riuniti davanti agli ingressi degli edifici. Picchetti con enormi cartelli camminavano avanti e indietro per i marciapiedi. Lo sciopero stava dilagando a tutto il personale degli ascensori e di manutenzione degli edifici.
«Ecco, roba per noi», disse Max. «Bene, Cockeye, accosta.»
Ci fermammo di fronte ad un alto edificio ed entrammo, superando i picchetti. Ci guardarono incuriositi e ci gridarono dietro: «Luridi crumiri!»
Nonostante lo sciopero, c’era folla nell’ascensore. Lo manovrava un crumiro piccolo e tozzo. Quando arrivammo all’ultimo piano, restavano soltanto altri due robusti passeggeri.
L’inserviente ci guardò insospettito: «Ultimo piano, si scende».
Maxie domandò: «E questi due?»
Uno dei due disse in tono bellicoso e con 1a bocca di traverso: «Che te ne frega, furbacchione?»
Max tolse di tasca il distintivo: «Sono il tenente Broderick, polizia. Voi chi siete?»
L’uomo si giustificò: «Scusatemi, tenente, avrei dovuto riconoscervi. Siamo dell’agenzia Thespus».
«Vediamo le credenziali», fece Max in tono brusco. Mostrarono le tessere dell’agenzia.
Maxie le esaminò con attenzione. «Bene, sono in ordine, ma non sarò tollerata violenza da parte vostra in nessuna circostanza. Capito?» Maxie parlava con fermezza.
«Sì, tenente», risposero docili i due.
«Bene, adesso si scende diretto», ordinò Maxie.
«Sissignore», rispose l’inserviente.
Mentre andavamo verso la Caddy, i picchetti ci gridarono dietro: «Luridi crumiri!»
Maxie rise. «Ehi, Noodles, sentili i tuoi docili nebishes.» Altri gridarono: «Fottuti bastardi!»
Risi. «Devono essere una nuova specie.»
Ogni due o tre isolati, facemmo lo stesso giochetto. C’era la stessa organizzazione: un crumiro alla manovra e due gorilla dell’agenzia Thespus come sorveglianti.
Imboccammo una strada laterale e restammo seduti in macchina a decidere sul da farsi. Cockeye e Patsy diedero un paio di suggerimenti che vennero scartati senza commenti.
Dato che non avevo nulla di meglio da fare, dedicai la mia attenzione ai movimenti appetitosi di una elegante fanciulla che ancheggiava per la strada. E non ero il solo. Cockeye esclamò: «Che figura, che paraurti!» «Probabilmente è una modella», disse Patsy.
Mi ricordò la ragazza dell’appuntamento. Meditai sulle sue probabili misure. Scommetto che è sessanta di vita e centoventi di torace, pensai.
«Perché sorridi? Hai pensato a qualcosa di buono?» domandò Maxie.
«Eh sì, sto pensando a qualcosa di maledettamente buono» e risi.
«Allora, sputa.»
«Devo rivoltarlo», dissi, «nel cervello.» «Non ci dormir sopra», borbottò Max.
«Spero di no.»
«Cosa?»
«Niente.»
«Oh, mi sembrava che avessi detto qualcosa.»
Accendemmo i sigari. Fumammo in silenzio, osservando le ragazze che passavano. Speravo che a nessuno venisse in mente qualcosa che mi avrebbe rovinato la serata.
Per precauzione, dissi: «Mi pare che la miglior cosa da fare sia di mettere l’agenzia, quell’agenzia Thespus, fuori uso per la durata dello sciopero. E il momento migliore per metterla fuori uso, è la mattina presto. Prenderli alla sprovvista, quando aprono. Che te ne pare, Max? Dobbiamo fermare quegli ascensori. Fare in modo che le proteste degli inquilini appiedati contino qualcosa».
Max ci pensò su un momento. Si grattò la testa. «Be’, sì, mi pare che vada.»
«Sì, direi che è il sistema migliore», ripresi. «Se si impedisce a quelli di mandar fuori gli uomini, li freghiamo ben bene. Andiamo da Eddie e gli diciamo di tener pronti due centinaia di zulù pronti a rompere la testa dei crumiri. L’ufficio si mette in contatto con la polizia per levare i poliziotti dalla zona, così gli zulù di Eddie avranno il campo libero per agire.»
«Sì, mi piace, Noodles.»
Maxie mi diede un’entusiastica pacca sulla schiena. «Ce l’hai sempre la vecchia capoccia in funzione, con tutti i cilindri, eh, vecchio ragazzo, vecchio calzino!» «Sì», mormorai modestamente.
«Tipo sveglio, quel Noodles», fece Cockeye ridendo, mentre si metteva in moto.
Eddie era nell’ufficio dell’albergo con i piedi sulla scrivania. Leggeva la Bibbia di Gedeone. Ci salutammo. Maxie disse: «Come ti funziona, Eddie?» «Con l’acqua calda», rispose.
Maxie gli disse del contratto che ci aveva dato l’ufficio centrale.
Eddie annuì: «Sì, l’ho sentito».
Maxie continuò: «Ci servono un paio di cento zulù domattina, per rompere teste. Ci sono?»
«Li tengo pronti per quando ti servono. Bastano duecento? Un altro cento?»
Max annuì. «Sì, trecento.»
«E la polizia?» domandò Eddie. «Vado in ufficio tra mezz’ora.
Devo dirglielo?»
«Sì, se ci vai. Ci risparmi il viaggio.»
«Bene, allora», disse Max. «Adesso ci si riposa. Restiamo qui per la notte.»
«Con o senza?» domandò Eddie.
«Che ti credi?» fece Cockeye. «Che siamo vegetariani?» Patsy disse: «Cockeye ne ha mangiate parecchie di ostriche.» «Io non resto, Max», dissi.
«Niente festa?»
«Stasera ne ho una privata.»
«Oh, quella con i bei… belli grossi?» «Sì», risposi.
Max sorrise. «Goditela, allora, ma domattina, alle sei, da Moe.»
«Sì. Alle sei da Moe. Ehi, Max.»
«Che c’è?»
«Di’, a Moe che sistemi un paio di bottiglie di Mount Vernon.
Forse domani ci servono.»
«Gocce da stendere?»
«Sì. Falle condire extra-strong.»
«Bene, lo chiamo stasera e gli dico di tenerle pronte per domattina.»
«E una dozzina di bicchieri.»
«E una dozzina di bicchieri», ripeté Max.
«Ciao», dissi. «Goditela.»
«Ciao, goditela», mi gridarono dietro.
Andai verso Broadway. Passai davanti al Gerhaty’s Cordial Shop. Questo mi fece venire un’idea. Un buon vino per pranzo, o magari champagne. Sì, un paio di magnum.
CAPITOLO XXXIII
CAMMINAVO per Broadway. C’era bel tempo. Calava il crepuscolo e la strada prendeva vita. Le migliaia di cartelloni e le milioni di lampadine elettriche, morti durante il giorno, si accendevano un poco alla volta. Prima due o tre, come se dovessero far loro la respirazione artificiale, poi man mano che la corrente entrava come sangue nelle arterie e nelle vene, splendevano tutte oscurando il cielo.
E come se la corrente si fosse precipitata per magia anche nel traffico e nella folla. il ritmo della strada accelerò.
Ne faccio parte anch’io, pensai. Questa euforia contagiosa, fragorosa, frettolosa. Belle prostitute, apprendiste e professioniste, scintillanti dello splendore artificiale del trucco. I loro occhi ansiosi frugavano tra la folla alla ricerca dell’uomo al quale darsi. Soltanto per una notte. Non vedevo altro: donne, milioni di donne, tutte mie.
Gli episodi della giornata erano ormai ricordi. Lontani.. Ero un uomo felice, eccitato che camminava per Broadway verso una prima nottata. Risi. Sì, proprio io, Noodles, come se non me toccassero più che agli altri, già, proprio molto di più. Scommetto che nello spazio di due o tre isolati, potevo scegliermene cinque, dieci, cento. Tutte mie.
Broadway. La mia riserva di caccia, il mio harem privato.
Ah, quella è carina.
Sollevai il cappello, sorrisi e dissi: «Ciao, bellezza».
Lei sorrise e mormorò: «Ciao, baby». Le passai accanto. Mi lanciò un sorriso invitante. Risi come un ragazzo al primo flirt. L’eccitazione della strada mi prese, l’emozione della caccia. Sì, era la mia ben fornita riserva di caccia.
Eccone un’altra di pupa… mm… carina. Ottima caccia, stasera. Le puntai gli occhi addosso e sorrisi.
«Ciao, bambola,»
Lei sorrise e cinguettò: «Ciao, bello». Lasciai andare anche quel bel pezzo di selvaggina. Maledizione.
Risi tra me. Sarò fetente, ma mi diverto. Che diavolo, mi spetta. Dopo tutto, sono scapolo. Guardate Cockeye e Patsy, sposati tutti e due e sempre in caccia. In questo stesso momento, se ne stanno da Eddie a spassarsela con qualche pollastra scatenata. Se non altro a Maxie spetta. Anche lui è scapolo come me.
Strano, noi due non ci siamo sposati. Io volevo, ma Dolores non mi ha voluto. Gran bella fortuna, per tutti e due, perché io sono un satiro. Una donna non mi soddisfa. Devo averne ogni sera una diversa. Proprio, stenderle e mollarle. Ecco come sono fatto io, Noodles.
Quella di stasera, ha qualcosa. Gesù, certo che ce l’ha qualcosa… un bel paio di qualcosa. Cribbio, se non mi piacerebbe affondarcela subito la faccia in qual paio di qualcosa, devo procurarmi qualcosa di speciale.
Passai davanti ad un negozio di biancheria femminile. Ecco, le compero una dozzina di quei reggipetti di pizzo nero, come quello appeso in vetrina.
Entrai. Il negozio era pieno di donne. Sembrava che guardassero tutte me. Mi sentii un po’ nervoso. Cercai di controllarmi, come se fossi alla prima rapina.
Una commessa si avvicinò: «Sì?» sorrise.
Sfacciato come tutto, dissi: «Una dozzina di quei reggipetti di pizzo nero che avete in vetrina. Misura quaranta».
Un gruppo di ragazze lì vicino si mise a ridacchiare. La commessa levò una scatola di sotto il banco. «Le misure sono A, B, C, D. Volete guardarli?»
«È piuttosto forte da quelle parti», risposi. «Fate voi.» Mi sorrise e annuì.
Misi sul banco un cento. Lei lo guardò ben bene prima di darmi il cambio. Poi mi porse il pacchetto e sussurrò: «Se non dovessero andar bene alla signora, può venirli a cambiare».
Dissi: «Grazie, signorina».
Quando arrivai in camera mia, chiamai la cucina e parlai direttamente con lo chef.
«Voglio una grossa bistecca per due, con molte patate fritte e asparagi.»
Chico disse: «Sarà come piace a te, appena appena cotta. Caffè e torta?»
«Sì, torta di mele e un pezzo di formaggio.»
Chico disse: «È arrivato lo champagne, l’ho messo in ghiaccio. A che ora?»
Dissi: «Grazie, chiamo io».
Feci la doccia e mi rasai. Indossai un paio di pantaloni nuovi e una giacca di velluto con la cintura. Mi contemplai davanti e didietro allo specchio, aggiustandomi la cravatta a farfalla. Non andava bene con la giacca. La tolsi. Ne scelsi un’altra. La riannodai più volte e finalmente fui soddisfatto. Misi un fazzoletto pulito nel taschino. Restai davanti allo specchio per dieci minuti buoni, tirai fuori il fazzoletto, lo ripiegai e lo rimisi a posto, finché non andò bene.
Ero disgustato di me stesso. Accidenti, se sto diventando un balordo presuntuoso. No, non era presunzione. Ero nervoso come un gatto, già, un gattaccio che aspettava la micetta. Che diavolo mi piglia? Uno che ha fatto fuori tutto quello che parla, cammina e sternutisce per Broadway!
Mi versai un doppio. Andò un po’ meglio. Ci voleva anche un po’ di musica. Sfogliai un album. Sfilai il disco dalla busta e lo misi sul piatto senza guardare il titolo. Sedetti ad ascoltare. Era l’intermezzo della Traviata. Mi piaceva la parte con i violini. Era dolce, morbida e liscia, come il petto di una donna.
Scoppiai a ridere. Che razza di paragone! La musica come il petto di una donna. Non penso ad altro.
Divento una specie di fanatico sessuale? Chissà se questa frenesia per una bella manza è normale o se sto diventando maniaco. No, sciocchezze, macché mania. È un desiderio normale, magari un po’ forte e primitivo.
La musica cessò. Tolsi il disco dal piatto. Scelsi A Pretty Girl is Like a Melody, misi in moto e mi servii da bere. Tra tutta la musica moderna, quella era la canzone che mi piaceva di più. La suonai parecchie volte e canticchiai il ritornello.
Alle nove in punto, bussarono alla porta. L’aprii, eccola là. Che visione! Meglio di come me la ricordavo. Ed era vestita in pompa magna.
Aveva un immenso cappello di pizzo verde e uno straordinario abito bianco, senza schiena, senza maniche, aderentissimo e con una scollatura a tuffo. Aveva guanti lunghi di pizzo verde e scarpe e borsa dello stesso colore.
Baciai la mano inguantata. Chiusi la porta e l’accompagnai nel soggiorno, sempre tenendole la mano. La feci girare. «Il cappello, tu e tutto il resto siete splendidi», dissi.
«Piace il cappello?»
Si mise davanti allo specchio.
«Seducente», sorrisi.
«Disegnato da mister John.»
«Mister John?»
«È una creazione di mister John.» «Oh, è un modista?»
«No, è un artista» e sorrise.
«E l’abito è di mister John?»
«No, coccolone, crea soltanto cappelli. L’abito è Bergdorf−Goodman.» «E le scarpe e la borsa?»
Sollevò un bel piedino. «Le scarpe sono Palter De Liso e la borsa di
Coblenz.»
Si volse e sorrise. Mise un dito inguantato sotto il mento, fece un sorriso birichino e s’inchinò con grazia dicendo:
«Il resto sono io, Eve McClain».
«Sei tu», dissi.
«Sono io. E tu?» domandò.
«Coccolone, il nome me l’hai dato tu. Mi piace.» «Piace anche a me e mi piaci anche tu.» Sì, pensai, rassomiglia proprio a Dolores.
L’afferrai. La strinsi e la baciai. Le premetti un ginocchio tra le gambe.
«Per favore», mormorò, «dopo.»
«Un pochino anche adesso», supplicai.
Alzò le spalle e sorrise. Andò a guardare il disco che stava sul piatto. Sorrise e disse: «Questa è la mia canzone, quella che ballo».
Mise in moto il disco. Ancheggiò, canticchiando la canzone: A Pretty Girl is Like a Melody.
«Eri in quello spettacolo?» domandai.
Scosse la testa e rispose: «Vediamo se riesci ad indovinare in che spettacolo ero».
Danzò per la stanza a tempo di valzer. Aprì la lampo sul fianco. Continuò a danzare, sbottonandosi il corpetto e quando mi passò accanto si abbassò. Le baciai la morbida spalla profumata. Scappò via. «Indovinato?» domandò, continuando a danzare.
«No», mentii.
Lasciò cadere a terra L’abito, sempre continuando a danzare. Non indossava sottoveste, soltanto un paio di mutandine e un reggiseno di seta bianca. Aveva ancora indosso il grande cappello verde, le scarpe e i lunghi guanti di pizzo.
Sempre seguendo il ritmo della musica, scalciò via una scarpa, poi l’altra, arrotolò una calza, poi l’altra e me le lancio. Aveva delle belle gambe, lunghe e snelle. È eccitante guardare una bella donna che si spoglia, come un’opera d’arte rivelata a poco a poco.
Sollevò le sopracciglia e mi venne di nuovo vicina. «Be’, non hai ancora indovinato? Che spettacolo?»
«Il Burlesque di Minsky», dissi sorridendo. «Avanti, io farò la parte del pubblico.»
Sedetti e mi misi a battere le mani a tempo di musica: «Take it of f, take it of f, take it of f».
Ma non si levò nient’altro. Continuava a danzare con indosso l’immenso cappello, i guanti verdi, le mutandine e il reggiseno di seta bianca.
Si fermò. Il disco era finito.
«Ancora», pregai.
Alzò le spalle e rimise il disco.
«Questa volta, levane di più», supplicai.
«Cosa? Questo?» Sorrise.
«Sì, ti prego», sussurrai.
«Davvero?»
«Ti prego!»
«Soltanto per te, tesoro, soltanto per te», sospirò, «lo farò.»
Mi stava davanti e ondulava i fianchi. Sorrideva, a metà scherzosa e a metà appassionata.
Le rosse labbra si aprirono. «Tesoro», sussurrò, «le darò a te. Amale teneramente.»
Si diede da fare con il gancio dietro la schiena.
Poi con voce calda e roca, mormorò: «Ecco, tesoro, prendile, sono tue».
Me le lasciò cadere in grembo. Stupefatto, le presi in mano. Erano un magnifico paio di seni di gomma. Rimasi senza fiato. Non potei far altro che guardarla a bocca aperta. Era piantata davanti a me, con le gambe divaricate, le mani sui fianchi e negli occhi un’espressione di sfida. Le guardai il petto. Altro che se era piatta, piatta quanto può esserlo una manza senza tette.
Ripresi in mano i seni di gomma e li guardai di nuovo. Li gettai sulla tavola, rimbalzarono.
«Be’?» fece lei in tono di sfida.
Alzai le spalle. Ero ancora avvilito e incapace di parlare. Scorsi il pacchetto. In tono sarcastico le dissi: «Quel pacco è per te, aprilo».
Andò ad aprirlo con aria indifferente. Senza nessun commento esaminò i reggipetti e ne provò uno ai seni falsi. Poi mi guardò con un sorriso maligno.
«Coccolone», disse, «ti ringraziò. Vanno davvero benissimo.» Me lo mostrò.
«Sì», grugnii.
Mi venne vicina. Sorrideva e aveva una luce tenera negli occhi. Mi arruffò i capelli.
«ll mio coccolone è deluso?» domandò.
La guardai. Deluso? pensai tra me, e di che? La guardai con immensa ammirazione. Era proprio carina con quel capellone verde, i guanti lunghi e le mutandine di pizzo. Nonostante lo strano abbigliamento, era perfettamente a suo agio. Mi guardò con un’espressione interrogativa nei grandi occhi verdi.
L’attirai a me. Il suo corpo nudo e profumato premette contro il mio. Mi passò le mani inguantate tra i capelli. Mi baciò sulla guancia.
«Sei un amore», mormorò. Mi baciò di nuovo. «Davvero non sei arrabbiato con la tua bambina, anche se è un po’ sciocca?» «Arrabbiato? Sei carina e divertente.» La baciai.
«Lo sai», disse, «che mi piaci? Sei così tranquillo. Scommetto che non ti arrabbi mai.» Continuava a giocare con i miei capelli. «Vero?» «Mai», risposi.
«Sei il tipo gentile, che non ha mai fatto male ad una mosca, vero?»
«Non potrei mai farlo? Odio la violenza. Non sono il tipo.»
Mi domandai se non avesse preso il coltello che avevo in tasca per qualcosa d’altro.
«Sei un uomo tranquillo e io so perché», disse sorridendo.
«Perché?»
«Perché sei ebreo. Gli ebrei sono uomini tranquilli e di buon carattere.»
«Sì», dissi, «senza eccezioni.»
«Mi piaci.» Mi baciò e poi mormorò: «Ti piace la tua shicksa
«Sì, mi piaci, sei carina e simpatica.»
Fece le fusa come un gatto e mi accarezzò i capelli.
Mi coprì la faccia di caldi baci umidi. Poi ci guardammo per un attimo e scoppiammo a ridere. Mi rincorse per tutta la camera, lanciandomi dietro i seni di gomma, finché non fummo esausti e sfiatati.
Prese scarpe, calze, borsa e abito e se ne andò nel bagno. Sentii scrosciare la doccia. Mi allungai sul divano e aspettai. Mezz’ora dopo, uscì sorridente. Era fresca e ben truccata, completamente vestita, meno il cappello e i guanti. I lunghi capelli neri erano raccolti sul capo in una pettinatura regale.
«Sembri una bellissima regina», mormorai.
Mi porse una mano nuda.
«Meriti di baciarmi la mano», disse.
Premetti le labbra sulle dita snelle.
«Divertiti», dissi.
Agitai una mano, accennando ai libri sullo scaffale, al giradischi e al piccolo bar. «Torno tra un minuto.»
Andai nel bagno e feci la doccia. Mi rivestii in un baleno. Presi il telefono e chiamai Chico, lo chef.
«Manda su appena è pronto.»
Venti minuti dopo, arrivarono due camerieri con il tavolino e lo champagne.
Durante il pranzo, chiacchierammo e ci comportammo decorosamente, per tutta la serata.
Quando si alzò per andarsene aprii la sua borsetta e vi infilai cinquanta dollari.
Lei sorrise, s’inchinò, disse: «Grazie, gentil signore».
Era sulla soglia. Ci guardammo teneramente per un attimo. Poi venne tra le mie braccia. Richiusi la porta. La presi in braccio e la portai in camera da letto. Spensi le luci. Ci spogliammo e andammo a letto.
Mi alzai alle quattro e mezzo, feci la doccia e mi vestii. Stavo per uscire, quando si svegliò.
Mi chiamò: «Caro». Aprì le braccia. Mi chinai a baciarla. Mi tenne stretto per un attimo.
Sussurrò: «Ti amo, coccolone».
La guardai. Era la prima donna che me lo diceva a quel modo. Sedetti sull’orlo del letto e le accarezzai una mano.
Ci guardammo a lungo. Aveva i capelli sciolti e il trucco in disordine.
Sorrise e ripeté: «Ti amo».
«Vuoi essere la mia ragazza?» domandai.
«Sì», rispose lei.
«Vuoi venire qui a vivere con me?» «Sì, lo voglio», rispose in tono solenne.
Presi la chiave e gliela porsi. «Quando ti sarai riposata, va’ a prendere la tua roba e torna qui. Lo dirò dabbasso.» Annuì. «Va bene. Baciami.»
La baciai e andai verso la porta.
«Non so come ti chiami, non so niente di te, ma ti amo.» Misi la mano sulla maniglia.
«Io so tutto di te», dissi.
«Davvero?» domandò sorpresa. «E che cosa sai?» «Ti chiami Eve McClain, sei cara e ti amo.» Uscii.
Un sussurro mi seguì oltre la porta. «Caro, ti amo, ti amo, ti amo.»
CAPITOLO XXXIV
ANDAI a piedi al bar, ordinai uova bacon e caffè, poi presi un tassì e mi feci portare in Delancey Street. Mi aspettavano davanti a Moe’s, seduti nella Caddy. Notai un pacco accanto a Maxie.
«La roba condita?» domandai.
«Sì, due bottiglie e una dozzina di bicchieri.» «Devo andare?» domandò Cockeye.
«Andiamo», disse Maxie.
Fermammo la macchina in una rimessa vicino a Broadway. Andammo a piedi all’agenzia Thespus. Erano le sei. Fummo sorpresi di trovare aperto. Un giovanotto sedeva alla scrivania e leggeva il giornale.
Max disse educatamente: «Abbiamo un appuntamento con il signor Thespus».
«Siete un po’ in anticipo, eh? Verrà tra un bel po’.» Ci squadrò.
«Cercate lavoro?»
«Giusto, siamo qui per questo, biondino», rispose Maxie.
«Non chiamatemi biondino», protestò il giovanotto con ira. «Avete esperienza nel lavoro di scioperi? O nel lavoro di detectives?»
«Sì, biondino», rispose Maxie. «Abbiamo finito il corso per corrispondenza sul come si diventa detectives in una sola lezione facile.» Mentre parlava, Maxie passò dietro la scrivania. «E lo sai che cosa abbiamo imparato, biondino?»
Mentre faceva la domanda, Maxie afferrò lo stupefatto giovanotto da dietro, una mano sulla bocca e l’altra intorno alla vita. Lo sollevò, lo trasportò nell’ufficio interno e lo sbatté sul pavimento.
«Ecco che cosa abbiamo imparato… incominciare dall’alto. Qui adesso siamo padroni noi. Eh biondino? Ti secca?» domandò Maxie educatamente.
«Ma che idea!» esclamò irato il biondino. Si alzò da terra e corse verso la porta.
Maxie gli mollò un sinistro alla mascella.
Andò a rimbalzare contro la parete, poi crollò a terra.. Spento come una candela.
Lo lasciammo là disteso e andammo a dare un occhiata ai locali. Nella sala d’aspetto, abbastanza grande; c’erano una scrivania sistemata di fronte all’ingresso, qualche sedia e un paio di panche.
Dalla sala d’aspetto, si passava a due uffici uniti da una porta di comunicazione. In uno c’era un armadio piuttosto ampio con dentro una macchina da scrivere rotta e nell’altro un piccolo lavabo.
Maxie disse a Cockeye: «Lega e imbavaglia il biondino e nascondilo da qualche parte».
«Con cosa?» domandò Cockeye.
«Tch, tch», disapprovò Maxie. «Cockeye, ragazzo mio, non hai iniziativa. Legagli le mani. con la sua cravatta. Toglili la camicia, strappala e imbavaglialo.» Maxie ci guardò e sorrise, soddisfatto di sé.
«Semplice, no, Cockeye, ragazzo mio?» Cockeye si mise all’opera ridendo.
Lo aiutai a raccattare il biondino e ad infilarlo nell’armadio insieme con la macchina da scrivere.
Maxie sedette alla scrivania in uno dei due uffici. Aprì il pacco con le bottiglie drogate e i bicchieri. Li sistemò in bell’ordine su un lato della scrivania. Mise i piedi in un cassetto aperto, accese un sigaro e si accomodò sulla sedia girevole.
Fece un largo sorriso e disse: «Vediamo un po’, oggi siamo detectives privati. Tu, Cockeye, stai all’ingresso a ricevere i clienti, anche se non sei carino come il biondino». «La bionda di ieri sera mi trovava carino.» Se ne andò. Poi tornò indietro.
«Quando arriva qualcuno, che dico?»
«Che cosa dice l’impiegato che riceve i clienti? Dice di aspettare, il padrone è occupato. Giusto, Noodles?»
«Giusto, proprio così.»
«E poi?»
«E poi cosa?»
Max sollevò gli occhi al cielo con finta disperazione. «Inventa quel che ti pare. Di’ quello che ti passa per la mente.» «Balle», brontolò Cockeye.
Alle sette sentimmo aprirsi la porta del corridoio. Qualcuno entrò. Sentimmo discutere ad alta voce.
«Che vuol dire, Luke è licenziato? Sono il direttore dell’agenzia. Chi lo ha licenziato? Non può esser stato il vecchio. L’ho accompagnato io a casa, Thespus, ieri sera. Non mi ha detto niente.»
Maxie si alzò dalla poltrona girevole. Pat ed io lo seguimmo. Entrammo in sala d’aspetto. Un individuo massiccio discuteva con Cockeye. Ci guardò sorpreso.
Maxie disse: «Un po’ meno fracasso, qui si lavora».
«E voi chi siete?» domandò l’uomo.
«Avanti, venite avanti. Vi spiegheremo tutto.» Tenevo aperta la porta dell’ufficio.
«C’è Luke di là?» Ad ogni minuto che passava, era sempre più confuso.
«Quello», indicò Cockeye, «ha detto che è stato licenziato.» Maxie sorrise. «È di là.» Accennò col pollice.
«Dove?» L’uomo si affacciò a guardare. «Non lo vedo», disse.
«Fatti coraggio», disse Patsy e lo spinse dentro.
L’uomo massiccio mise la mano destra sotto l’ascella sinistra. Non si mosse più. Gli avevo infilato la lama nella giacca. La punta gli grattava l’ombelico.
«Giù le mani o ti estraggo il fegato, fetente», dissi.
Patsy gli tolse dalla fondina una quarantacinque.
Maxie aprì la porta dell’armadio. Il biondo Luke, ben legato e imbavagliato, ci fissava ad occhi spalancati.
Max domandò all’uomo massiccio: «Vuoi andare a far compagnia al biondino di tua spontanea volontà? O dobbiamo pestarti il cranio per convincerti?»
L’uomo era spaventato e perplesso. «Ma chi siete? Che succede?» «Lo scoprirai presto», risposi.
Maxie disse: «Togliti la camicia». L’uomo esitò. Guardò le nostre facce truci. Sì tolse giacca, cravatta e camicia. Maxie gli legò le mani con la cravatta.
Strappai la camicia per farne un bavaglio. L’uomo gemette: «Ehi, è nuova!»
«Che cosa conta una camicia, tra amici?» domandai. Lo imbavagliai e lo sistemai vicino al biondino; poi chiusi la porta dell’armadio.
Dieci minuti dopo, arrivò Cockeye.
«C’è fuori un paio di tonti. Vogliono sapere dove devono andare.»
Maxie porse a Cockeye una bottiglia di Mount Vernon e due bicchieri. «Prendi, offri da bere. Di’ che tua moglie ha dato alla luce un maschio. Dì’ che festeggi, di’ quello che ti pare.» «Sembrano due irlandesi», disse Cockeye.
«Ehi, Cockeye», lo richiamai. «Non berla quella roba. Non scordarti che è condita.»
«Lo so. E non preoccuparti, dirò che ho l’ulcera.»
Da dietro la porta chiusa, sentimmo delle voci dire:
«Salute!» Poi, un minuto dopo: «Salute!» e poi silenzio.
Cockeye arrivò sorridendo.
«Oh capperi, che medicina potente! Quei due somari ronfano già.»
Sentimmo aprirsi la porta d’ingresso. Cockeye corse fuori. Sentimmo delle voci. Cockeye entrò: «Ce ne sono altri quattro. Che faccio?»
«Mandali qui», dissi.
Maxie si appoggiò comodamente all’indietro. «Sì, mandali dentro.
Voglio vedere che effetto fa fare il detective.»
Entrarono quattro uomini. Maxie, in tono, deciso, disse: «Nomi, prego». Erano un gruppetto dall’aria alquanto fessa.
Diedero i loro nomi. Uno di loro domandò: «Dove sono Luke e
Walter? Voi siete nuovo, vero?» Maxie non rispose.
Domandò: «Dove lavoravate ieri, voi quattro?» Diedero l’indirizzo di due edifici di Broadway. Maxie prese una penna e annotò.
Uno dei quattro occhieggiava la bottiglia.
«Si festeggia?» domandò.
«Sì», rispose Maxie sorridendo. «Vi andrebbe un bicchierino?»
«Certo che ci andrebbe.»
Maxie riempì quattro bicchieri.
«Scusateci se non beviamo con voi», dissi, «ma abbiamo appena finito.»
«Certo. A un lungo sciopero.»
Sollevarono i bicchieri, li vuotarono e fecero schioccare le labbra.
Uno di loro disse: «Questo Mount Vernon è roba buona».
«Quello giusto, appena scaricato.» Maxie sollevò di nuovo la bottiglia con aria invitante. «Ragazzi, ce ne sta un altro?» Maxie riempì i bicchieri senza aspettare la risposta.
«Salve.»
Bevvero. Si guardarono intorno per un attimo con sorrisi ebeti.
Dondolavano.
Ne presi due sottobraccio. Mi seguirono nell’ufficio vicino senza protestare. Patsy scortò dentro gli altri due. Li sistemammo sul pavimento.
Sentimmo altre voci in anticamera. Dissi: «Io vado fuori a dare una mano a Cockeye. Sarò il suo assistente».
Andai in anticamera. Rimasi di stucco. Cockeye andava forte. Oltre ai primi due, ce n’erano quattro addormentati sulle sedie. Stava versando da bere ad altri due e spiegava che quelli addormentati erano stati fuori a lavorare tutta la notte. Si riposavano un pochino, prima di tornare al lavoro.
Guardai Cockeye. Ero sorpreso che nessuno si fosse ancora insospettito. Forse non sapevano come funzionavano quelle agenzie, si trattava di gente ingaggiata soltanto per la durata dello sciopero. E, interrogando gli ultimi due, venni a sapere che non occorrevano permessi o licenze per praticare quella professione.
Questa faccenda mi incuriosiva, soprattutto perché ricordavo il mio primo impiego e la parte che una agenzia aveva rappresentato nello sciopero. Ricordavo ancora le botte che mi ero buscate dai quattro detectives. Era assurdo, dopo tanti anni, ma tentai lo stesso. Incominciai ad interrogare quei due uomini sugli scioperi nei quali avevano lavorato. Sarebbe stato magnifico se li avessi ripescati. Accidenti che soddisfazione ne avrei cavato, a sbattere in ospedale quei fetenti. Se mai li avessi trovati. Ma, maledizione, si addormentarono di botto.
Dissi a Cockeye di non distribuire più bevande, di mandarmeli dentro.
Agisce troppo in fretta, quel whisky, pensai. Moe ci ha messo dentro qualcosa di troppo energico.
Tornai in ufficio.
Dissi a Max: «Dovremmo allungare la bevanda. Funziona troppo in fretta. Moe ce ne ha messo dentro troppo». «Che differenza fa?»
«Be’, intanto tra un po’ qui sarà pieno di gente che ronfa. Qualcuno finirà bene per insospettirsi. Sarebbe meglio diluirlo, rifilar loro un paio di bicchieri e spedirli a dormire altrove.»
«Bene, bene», disse Maxie. «Ehi, Cockeye», chiamò. «Corri da
Gerhaty e fatti dare quattro bottiglie di Mount Vernon.» Cockeye uscì e Patsy prese il suo posto all’ingresso.
Ci furono tre telefonate. Maxie rispose ogni volta, ma non vollero dir nulla. Rispose che non sapeva quando sarebbe venuto il signor Thespus.
Dopo un po’, Patsy mise dentro la testa. «Ce ne sono due che vogliono Thespus e nessun altro.» «Mandali dentro», dissi.
Due uomini massicci dall’aria dura, entrarono. Erano ben vestiti, ma avevano la barba lunga e i cappelli abbassati sulla fronte. Di sotto l’ala, gli occhi scintillavano duri e diritti. Notai il rigonfio sotto l’ascella sinistra: lungo, probabilmente si trattava d’una quarantacinque.
Guardai Maxie. Capì quel che avevo capito: andarci piano con quei due.
Guardarono Max e me con aria insolente.
«Dov’è Thespus?» domandò secco uno dei due. L’altro accese una sigaretta e sedette sulla scrivania guardandoci freddamente. «Non c’è ancora. Posso fare qualcosa per voi?» Il primo borbottò: «Niente».
Accese una sigaretta e sedette dall’altro lato della scrivania.
«Aspettiamo Thespus», annunciò.
Max sollevò le sopracciglia. Io sorrisi e scossi la testa.
«Mai lavorato per Thespus?» domandai.
«No», grugnì uno dei due.
L’altro disse: «Non ci conoscete? Da quanto tempo lavorate qui?»
«Non molto», risposi.
Uno dei due ruttò.
L’altro domandò: «Mai sentito nominare Lefty e Eddie?» Cercai di assumere un’espressione di adeguato rispetto. «Be’, io sono Lefty e il mio socio è Eddie.»
Accennò con la testa.
Eddie ruttò in segno di saluto.
Quei due si consideravano bulli di prima classe. Per quanto mi riguardava, un paio di gonzi con gli orecchini. Decisi di incoraggiarli a parlare.
«Sì, e chi non ha sentito parlare di voi? Siete quelli che hanno lavorato nello sciopero delle lavanderie, anni fa?»
«Lavanderie?» fece Eddie in tono sardonico.
«Gesù Cristo, che idea, volete insultarci?» Lefty sbuffò. «Si lavora per il Rosso.»
«Il Rosso?» ripetei.
«Sì, il Rosso, il Demonio Rosso», disse Eddie.
Alzai le spalle con aria di scusa.
«Gesù Cristo, voialtri siete nuovi del mestiere. Maledizione, non sanno neanche chi è il Demonio Rosso», disse Lefty a Eddie.
Eddie ruttò per dimostrare il suo disprezzo per la nostra ignoranza. «Bergoff, Pearl L. Bergoff è il Demonio Rosso», spiegò Lefty in tono ironicamente cortese.
«Sì, ne ho sentito parlare», dissi con aria incerta.
Sghignazzarono della mia ingenuità.
«Gesù Cristo», esclamò Lefty. «aspetta che veda il Rosso e gli dica che ci sono un paio di impiegati da Thespus che non hanno mai sentito parlare di lui. Gesù Cristo, se lo scoccerà!»
«Voialtri, lavorate in grande?» domandai in tono rispettoso, come un novellino davanti a dei professionisti.
«In grande, certo. Sospendiamo gli scioperi per le grosse ditte», spiegò
Lefty con orgoglio giustificabile. «Ne abbiamo rotte di teste!»
«Se ne abbiamo rotte di teste!» Eddie ruttò di soddisfazione al ricordo.
«Teste americane che berciano troppo?» domandai.
«Americani? Niente americani. Tutti irlandesi, svedesi e wops eccetera», disse Lefty.
«No, non erano americani», Eddie ruttò con convinzione.
«No, non potevano esserlo», dissi. «Non erano indiani?»
«Non ingaggiano indiani», sbuffò Lefty, un po’ scocciato della mia ignoranza.
«Allora erano americani», suggerii. Stavo scaldandomi. «Americani in lotta per migliorare il livello di vita che i sindacati devono strappare dal fegato alle organizzazioni giganti, il livello di vita che queste organizzazioni si vantano di aver inventato. Prima combattono a morte e spendono milioni, per mantenere basso il livello, poi quando sono costretti a elevare il livello, merda… lo sapete quanto li pagano gli operai americani? Se potessero scegliere, il livello di vita americano sarebbe il più basso del mondo. I loro atti e le loro parole lo dimostrano.»
Bollivo. La faccia mi scottava. Lefty e Eddie erano stupefatti del mio cambiamento. Mi sentivo pieno di nobile indignazione.
«Sì», continuai, «forse che J. P. Morgan, il pezzo grosso, non è andato a testimoniare sull’argomento davanti al comitato: ‘Quale secondo voi è un salario adeguato per l’operaio americano?’ Ve lo dirò io che cosa ha risposto ‘Pago il minimo possibile’. Sì. J. P. Morgan, il miliardario, lo ha detto. Questa è la politica dei veri americani. Fottere i poveracci. Questo è il tipo di americanismo che piace a loro. Soltanto lo chiamano morganismo.» «Cosa? Che dici?» domandò Lefty.
Eddie ruttò come se non riuscisse a capacitarsi. Maxie rise.
«Che bella canzoncina, Noodles», disse. «Ma butti via il fiato con questi fetenti.»
«Noodles?» domandò Lefty. «Sei Noodles di Delancey Street?» C’era rispetto nella sua voce. Si rivolse al suo socio.
«Ehi, Eddie, hai sentito parlare di Noodles la Lama e di Maxie? E quello là fuori è Patsy?» Mi guardò con nuovo rispetto.
Annuii.
«Gesù Cristo, e chi lo sapeva?» esclamò Lefty stupefatto. «Ed io che pensavo di parlare con un paio di pezze da piedi!» Eddie ruttò con rispetto e sorpresa.
«Che ci fate qui, voialtri?» domandò Lefty in tono adorante. «Si agguanta tutto», dissi.
«La Combinazione prende il sindacato?» domandò Lefty intimorito.
«Sì», fece Maxie.
«Sì», feci io.
Eddie ruttò.
«Che ci siete venuti a fare qui?» domandai.
«Lavoro.»
«Crumiri per otto dollari il giorno?» domandai in tono ironico.
«No, noi non siamo crumiri da otto dollari, Noodles. Noi siamo nobili», disse Lefty.
«Nobili? E che diavolo sono?» domandò Maxie. «Be’, i nobili beccano sedici al giorno. Siamo come i capi dei crumiri.» «Siete più duri?» domandai.
«Eh sì, si fa il lavoro sporco», ammise Lefty.
Maxie mi guardò. Annuii. Pensavamo tutti e due alla stessa cosa.
«Bene, siete assunti, sedici al giorno», disse Maxie. «E chi paga?» domandò Lefty sorpreso.
Maxie tirò fuori il suo rotolo di danaro. Quando staccò due biglietti da cento e gliene gettò uno a testa, strabuzzarono gli occhi.
«Va bene?» domandò Maxie.
«Certo, che va bene», disse Lefty.
Ringraziarono tutti e due. «Che facciamo?» Maxie mi guardò.
Cockeye entrò con le bottiglie. Le mise sulla scrivania, poi guardò Eddie e Lefty con una domanda negli occhi. «Sono una coppia di nobili», dissi. «Lavorano per noi.»
«Non mi hanno l’aria molto nobile», osservò Cockeye.
«Sono detectives privati», spiegai.
«Detectives nobili?» domandò Cockeye.
«Già, nobili detectives.»
Maxie aprì una delle bottiglie di Gerhaty e versò. Dissi: «Bevete,
Ed, Lefty?»
Annuirono tutti e due e afferrarono i bicchieri. Bevemmo.
«Roba buona», disse Lefty.
Eddie emise un potente rutto di soddisfazione. Allungai il liquore drogato con quello nuovo, usando dei bicchieri per mescolarlo bene. Porsi a Eddie e a Lefty una bottiglia ciascuno.
«Lo riconoscete un nobile a prima vista?» domandai.
«Certo, li conosciamo tutti», rispose Lefty.
«A tutti quelli che incontrate, dategli un paio di bicchieri di questa roba. È condita… gocce per dormire», dissi.
Lefty sorrise. «Questa sì che è una buona idea», approvò. «Metterli fuori uso.»
«Poi, fuori dai piedi», disse Maxie.
«Squagliano come saette, appena gli diciamo che c’è di mezzo la Combinazione», disse Lefty.
«Sì», approvò Maxie, «ma voialtri non squagliate finché non avete finito di lavorare. Niente frescacce.»
«Rivolete indietro il danaro?» domandò Lefty. «Ci pagate dopo.» Sembrava offesissimo.
«No, ci fidiamo di voi», dissi.
Andarono verso la porta.
«Passate di qui più tardi», raccomandai.
Lefty annuì e disse: «Ci vediamo». Eddie annuì e ruttò.
CAPITOLO XXXV
AD un certo punto, c’erano circa quindici uomini sparsi qua e là per la sala d’aspetto. addormentati.
Dissi a Max: «Di là c’è una folla di cretini addormentati. Sarà meglio levarli di torno, mi ha l’aria sospetta».
«Sbattili di là.» Maxie accennò con il pollice all’altro ufficio.
«Devo chiamare Ed per dirgli di mandar fuori i suoi zulù.» Prese il telefono e parlò con Eddie.
Pat ed io sgombrammo l’anticamera di metà dei dormienti. Stavamo per raccattarne un altro, quando sentimmo aprirsi la porta. Una voce disse: «Ma che diavolo…»
Pat ed io ci voltammo. Un uomo di media età, ben messo, con un’espressione stupefatta in viso, fermo sulla soglia, osservava la scena. «E voi chi diavolo siete? Che diavolo sta succedendo qui?» Non rispondemmo.
L’uomo ripeté: «Ma chi diavolo siete. Dove sono Walter e Luke?» Si precipitò in ufficio.
Balbettò di nuovo il suo «Ma che diavolo…» alla vista di Maxie che fumava un sigaro con i piedi sulla scrivania. Poi rimase impalato.
Maxie lo guardò, scosse la cenere dal sigaro e sorrise in modo disarmante. Poi domandò: «Il signor Livingstone, immagino».
L’uomo esplose: «Livingstone un cavolo. Mi chiamo Thespus, e che diavolo ci fate voi alla mia scrivania?»
«Non riscaldatevi le palle», rispose Maxie in tono brusco. «Fa male alla pressione.»
«Sentite», gridò Thespus fuori di sé. «Voglio sapere che diavolo succede qui dentro. Dove sono i miei uomini, Luke e Walter?»
«Qui.» Maxie si alzò, prese Thespus sottobraccio e andò ad aprire l’armadio.
Thespus rimase a bocca aperta davanti alla coppia seduta sul pavimento.
Maxie accompagnò Thespus nell’altro ufficio e gli mostrò gli uomini addormentati dappertutto.
Con voce sommessa, Thespus domandò: «Sono morti?»
«Non ancora», replicò Maxie in tono allegro. Scortò il tremulo e sconvolto Thespus ad una sedia. L’uomo sedette e si asciugò la fronte ansimando.
Poi si gettò sul telefono. Max glielo levò dalle mani tremanti.
«Chi vuoi chiamare?» domandò.
«La polizia.»
Max rise. «E che effetto farebbe, l’agenzia Thespus che chiama la polizia?» domandò.
«Chi siete?» Thespus ci scrutò. Non sapeva come inquadrarci. «Siete del gruppo Bergoff?»
«Come fai a saperlo?» domandai.
«E da dove potreste venire?»
Adesso che ci credeva inviati di un’agenzia rivale, per levargli di sotto il contratto per lo sciopero, Thespus era su un terreno più solido. Tentò l’adulazione.
«Ragazzi, siete in gamba. Devo proprio ammetterlo, siete davvero dei bei dritti.»
Accese un sigaro con mani tremanti. Cercò di parlare in tono cordiale. «Quanto vi paga quello strozzino di Bergoff?» «Perché?» domandai.
«Be’, lo dico subito il perché. Magari io potrei offrirvi qualcosa di meglio.»
Si sistemò sulla sedia e prese, l’atteggiamento del tipo accomodante. Ci sorrise con tutti i denti.
Max disse: «Ci paga cento la settimana».
«Parecchio, per un fetente ladro come lui. Sapete che cosa farò io per voi, ragazzi?»
Si schiarì la gola. Stava per sbalordirci con la sua munificenza.
«Vi pago centodue la settimana. Che ne dite, eh, che ve ne pare?» Sorrise radioso.
Vecchio balordo. Centodue. Cercai di assumere un tono interessato.
«Magnifico», dissi.
«Siamo commossi», disse Max seccamente.
Presi una bottiglia di Mount Vernon drogato. «Beviamoci sopra», proposi.
Thespus mandò giù il suo dicendo:. «Alla vostra». Gli riempii di nuovo il bicchiere. Thespus guardò con sospetto i nostri bicchieri pieni.
«Voialtri non bevete?»
Sollevammo i bicchieri. Maxie disse:
«Certo, alla tua».
Thespus bevve, poi ci guardò, in piedi davanti a lui,con i bicchieri pieni in mano.
Farfugliò: «Alla… vostra» e si accasciò sulla sedia addormentato. Cockeye e Patsy lo trasportarono nell’ufficio vicino.
Ci fu un periodo di calma. Cockeye, in anticamera, suonava l’armonica. Patsy aveva trovato un martello e cercava di aprire gli archivi. Max ed io esaminavamo il contenuto della scrivania.
Poi accadde un miracolo. Ne arrivò uno che rifiutò l’offerta di brindare con Cockeye. Cockeye era corso a dircelo. «Quel fetente dice che non beve.»
«Domandagli dove abita», dissi.
Cockeye tornò a dirci che abitava in Washburton Avenue, Yonkers.
Presi l’elenco del telefono di Staten Island. Lo sfogliai e scelsi un nome e un indirizzo a caso. Lo trascrissi su un foglio di carta.
Dissi a Cockeye: «Fai entrare quello di Yonkers». Proprio mentre entrava: «Giusto quello che mi ci vuole, un bravo detective, serio e posato che non beve». Il grosso balordo sorrideva tutto soddisfatto.
Max domandò: «Non bevi mai?»
«Finché sarà contrario alle leggi del paese, non toccherò una goccia», rispose in tono compunto.
«E prima, bevevi?» domandai.
«No. A dire il vero, quella roba non mi piace.»
«E così non la rifiuti perché il liquore è contro la legge, come hai detto prima. Non bevi perché non ti piace, giusto?» domandai.
«Be’, sì», fece l’uomo piuttosto imbarazzato.
«Un’altra domanda», intervenne Maxie. «Ti masturbi mai in alto mare?»
«Non capisco la domanda. Che vuol dire?»
«Lascia perdere. Lascia perdere questa domanda», dissi. «Ecco un incarico importante. Questi sono nome e indirizzo di un tale a Staten Island.» Gli porsi il foglietto. «Seguilo giorno e notte finché non verrai rilevato. Prepara un rapporto completo di tutto quello che fa.
È molto importante. Una faccenda grossa. Attento a non farti sganciare.»
«Niente paura, gli starò sulla coda», rispose. «E porterò un rapporto particolareggiato.»
Si avviò verso la porta, poi si volse. «Scusatemi», disse, «qual è la strada più breve per arrivarci?»
Maxie rispose in tono brusco. «Scoprila da te, sei un detective privato o no?»
Mormorò qualcosa e se ne andò.
«Ehi, l’ho aperto», annunciò Patsy.
Andai agli schedari. Erano zeppi di corrispondenza, documenti e incartamenti di ogni specie.
«Che ti aspettavi di trovare?» domandai.
«Be’, non so, della grana», disse Pat.
«Puoi scommetterlo che ce ne trovi!» Risi e mi allontanai. Patsy continuò a frugare tra le carte.
Dopo qualche minuto, esclamò: «Ehi, Noodles!»
Mise un pacco di fotografie, negative e lettere sul tavolo.
Erano fotografie pornografiche di una nota stella di Hollywood, in tutte le posizioni più interessanti, con un ignoto compagno.
Max disse: «Io me la ricordo». Disse il nome. «Te la ricordi, Noodles, ha incominciato alla Silver Slipper?» Annuii. «Poi è andata a Hollywood», riprese Maxie, «e se l’è cavata bene. Si è fatta un nome, ha sposato…»
Disse il nome di un divo del cinema. Maxie leggeva le lettere e rideva.
«Roba che scotta», mormorò.
Mi porse le lettere. Erano scritte da un tale alla stella del cinema e viceversa.
«Che la teneva a fare, questa roba?» domandò Patsy.
«Per il divorzio o magari ricatto», dissi.
Il telefono incominciò a squillare. Continuavano a richiedere uomini da tutte le parti. A quanto pareva, gli uomini di Eddie ci davano dentro forte.
Maxie rispondeva soltanto: «Sì, sì, ci penso io. Adesso mando gli uomini. Tanti saluti» e riattaccava.
Uno insisteva per parlare con Thespus. Maxie rispose: «Thespus è occupato».
La voce insistette: «Ditegli che è Crowning, verrà al telefono».
Max ed io ci scambiammo uno sguardo.
Maxie interruppe due volte la comunicazione. Continuava ad arrivare gente. Avevamo un daffare d’inferno, con venti uomini lunghi distesi sul pavimento. Il liquore era quasi finito. Maxie sceglieva nomi a caso sull’elenco del telefono e spediva detectives per tutta la città a pedinare degli sconosciuti, con l’ordine di compilare rapporti particolareggiati.
Ci fu un breve periodo di respiro. Maxie si alzò, si rannicchiò e risedette.
«Maledizione, credevo che quelli degli uffici se la prendessero comoda. Un lavoro duro, invece.»
Aprì e richiuse i grossi pugni. Si alzò e saltellò ritmicamente. Patsy si dava sempre più da fare con lo schedario.
Arrivò un ex-pugile rincitrullito dai pugni. Gli diedi un indirizzo di Brooklyn. Brontolò.
«Mi hanno ingaggiato come nobile. Io non vado a fare la maledetta ombra di nessuno», rispose.
«Perché? Che differenza fa? È lavoro o no?»
«A me piace di muovermi. Mi piace di sbatacchiarli quel maledetti picchetti.»
Maxie si alzò sorridendo.
«Ah, ti piace sbatacchiare la gente?»
«Già, mi piace di esercitarmi», ammise l’ebete.
«Mai provato questo?» domandò Maxie e gli mollò un calcio all’inguine.
L’uomo si chinò in due ansimando. Maxie gli assestò un destro alla mascella e lo spedì a sbattere contro la parete.
«Oh, scusami, scherzavo», esclamò Max, pieno di premura.
Mi chinai sul caduto con un bicchiere di whisky.
«Tieni, bevi questo», dissi. Bevve lentamente.
Ci guardò con espressione idiota.
Max gli domandò: «Come ti senti, bello?»
Gli occhi gli si appannarono e si addormentò secco.
Lo trascinai di là per i piedi e lo scaraventai nel mucchio con gli altri.
«C’è fuori un piccoletto che vuole parlare con Thespus», annunciò Cockeye.
«Dagli da bere e mettilo a dormire», rispose Maxie.
«È un dritto. Ha guardato quelli che ronfano e ha detto che non ha sonno. Non ci casca.»
«Bene», fece Max, «mandalo dentro.» Entrò un bel tipo, snello e sorridente.
«Salve, amici», disse.
Sedette con noncuranza, agganciò una gamba al bracciolo della sedia, levò di tasca un pacchetto di Luckies e offrì a tutti. Rifiutammo. Un tipo freddo e deciso, diverso dai grossi deficienti che avevamo sistemato fino a quel momento. Sorrideva e dondolava la gamba, perfettamente a suo agio.
Max disse: «Be’, amico, abbiamo da fare. Che vuoi?»
«Dov’è Thespus?»
«Senti, bimbo, le domande qui le facciamo noi.»
Il tipo ripeté sorridendo: «Dov’è quel cafone di Thespus?»
Se si può dire che un individuo è caratteristico, questo lo era. Era uno senza inibizioni. Uno della strada. Uno che sapeva il fatto suo. Un dritto. Avrebbe potuto essere un caratteristico italiano dritto di Mulberry Street, un ebreo dritto di Delancey Street, o, e probabilmente lo era, un irlandese dritto della Decima Strada.
Maxie stava perdendo la pazienza. «Vieni qui.» Aprì la porta dell’ufficio accanto. L’altro andò ad affacciarvici, fischiò e disse: «Gesù Cristo». La scena lo aveva impressionato.
Tornò a sedersi. «Mi hanno messo fuori da dove stavo», disse, «allora ho fatto un giretto per vedere che cosa succedeva.» Sorrise. «Una diavoleria. Un mucchio di teste rotte. Tutti gli ascensori sono fermi. Niente più guardie né crumiri in circolazione. Il sindacato ha in mano lo sciopero.»
Continuava a sorridere con tutti i denti. Sapeva che erano bianchi e puliti. Aspirò la sigaretta.
«Sono delle parti di Owny. E so chi siete voi.» «Decima Strada?» domandai. «No, Undicesima.» «Be’?» feci.
«Così ho pensato che l’organizzazione aveva preso in mano lo sciopero. La Combinazione», concluse con quel suo sorriso permanente.
«Sei stato in giro, eh», fece Maxie.
«Già, sono rimbalzato parecchio», rispose quello con aria decisa.
«Se ti sbatto dalla finestra, credi che rimbalzi?» domandò Maxie.
«Direi che non occorre. Posso aiutarvi.»
«Puoi aiutare noi? E come?»
Il tipo alzò le spalle. «Come vi pare.»
«E come diavolo ci puoi aiutare?» domandò Maxie. «A noi non serve aiuto. Si funziona. Lo sciopero funziona.»
«Non lo so.» Alzò le spalle. «Mi piacerebbe aiutarvi.» Cockeye entrò. «Si mangia niente oggi?» domandò.
Ci accorgemmo di aver fame.
«Volete che vada a prendervi qualcosa da Lindy?» domandò il tipo.
«Tu non vai in nessun posto», disse Maxie.
«Se lo chiedi a me, okay.» Si sistemò comodamente.
«Mi andrebbe un po’ di kreplach», disse Patsy.
«Bene, Cockeye, corri da Rappapport e fattene dare due terrine, formaggio e patate.» Maxie gli porse il danaro.
Andai in anticamera e sedetti alla scrivania. Dopo un po’, mi scocciai di quelli che dormivano. Ne presi uno per i piedi e lo trascinai nell’altra stanza.
«Vuoi toglierti di torno quei balordi?» comandò il tipo della Undicesima Strada.
«Già, mi hanno scocciato.»
«Lo faccio io.»
«Benone, cocco di mamma.»
Osservai ed ammirai la facilità con la quale trasportava tutti quei ghiri nell’altro ufficio. Poi trovò una scopa e si mise a scopare.
Quando ebbe finito, portò la scopa nell’altra stanza. Mi sembrò che ci restasse più del necessario. Mi avvicinai in punta di piedi ed eccolo là, in ginocchio, che frugava in tutte le tasche.
Si volse, mi sorrise e continuò. La mia presenza non lo scompose affatto. Accesi un sigaro e rimasi a guardarlo. Finalmente si raddrizzò, si spolverò i pantaloni e contò il danaro.
«Come ti è andata?» domandai.
«Centodieci e quaranta cents», rispose. Contò cinquantacinque dollari e venti cents e me li offrì.
«Di là ce ne sono altri tre», dissi. «Si divide anche con loro?»
Sorrise. «E perché, amico? Questo resta tra noi due. Non occorre dirglielo.»
«Se non ti avessi pescato, avresti tenuto tutto per te?» Sorrise.
«Perché? E tu no?» Scossi la testa.
Ridacchiai. «Bene, tienti tutto.» «Perché, non ne vuoi?» «No, tientelo», ripetei.
«Ehi, grazie!» esclamò.
«Questi», accennai con il piede, «sono tuoi amici, no?»
«Ci lavoro insieme e basta.»
«Che lavoro, sempre questo?» domandai.
«Be’, quasi sempre, scioperi. Ogni tanto un lavoretto di divorzio.» «Tutto, pur di guadagnare qualcosa onestamente», dissi.
«Già», rise. «Quei fetenti», accennò con il pollice, «inguaierebbero anche la nonna per quattro soldi.»
«E tutte le agenzie lavorano allo stesso modo?»
«Già, sono piene di letame. Ho lavorato per parecchie. Accettano qualsiasi tipo di lavoro, dal furto all’assassinio. E si fa anche parecchio lavoro di spia nelle grandi compagnie.»
«Che tipo di spionaggio, per trovare i ladri tra gli impiegati?» domandai.
Rise. «Ogni tanto. Quel lavoro ci piace. Si agguanta sempre qualcosa quando il tipo è pescato. Gli si leva tutto quello che ha rubato.»
«Poi lo consegnate?»
«Quei fetenti, sì. Non ce l’hanno il cuore. Io no. Io lo scrollo ben bene, poi lo spedisco. Un lavoro che si fa spesso.»
Cockeye tornò con una grande terrina di kreplach. Patsy disse: «Niente forchette?» «Niente forchette», rispose Cockeye.
Maxie cacciò la mano nella terrina e disse: «Al diavolo le forchette».
«Salute e forchette», fece Cockeye e cacciò dentro la mano anche lui.
«Questa forcutissima storia delle forchette sta diventando proprio cretina», dissi.
«Piantiamola di forchere», disse Max.
E scoppiammo tutti a ridere, con la bocca piena di kreplach.
Il telefono suonò. Maxie prese il ricevitore. Era di nuovo Crowning. Maxie disse: «Sono il segretario di Thespus. Desiderate qualcosa?» Sentivamo gli urli di Crowning dall’altra parte..
«Luridi banditi! Vi ho pagati in anticipo! Dove sono gli uomini?»
Maxie disse: «Il signor Thespus vuole altri cinque bigliettoni, altrimenti non manda nessuno».
Sentimmo un urlo dall’altra parte. «Vengo io, ma sarà l’ultimo lavoro che fate per me, schifosi ladri!» Riattaccò.
Vuotammo la terrina.
Maxie chiamò Eddie al telefono. «Come la va, Ed?»
«Tutto bene», rispose Ed.
«Molto movimento?»
«Un po’, stamattina. Adesso è tutto tranquillo. Se la sono battuta quasi tutti, appena visto che si rompevano teste e che nessuno li proteggeva.»
C’era silenzio. Si sentiva quello che diceva Eddie.
«Hanno agguantato qualcuno dei tuoi?» domandò Maxie.
«Tre su trecento. Mica male, eh Max? Li ho tirati fuori con la cauzione.»
«Qual è l’accusa?»
«Aggressione.»
«Hai chiamato il circolo?»
«Certo che l’ho chiamato. Dicono che sbattono fuori il giudice.
Posso far altro, Max?»
«No Ed. Tutto a posto. Arrivederci.» Max riattaccò con un sorriso soddisfatto.
«Adesso devono firmare», dissi. «Gli inquilini faranno l’inferno con i proprietari. Non possono lavorare neanche un minuto, se gli ascensori non funzionano.»
«Già, non dura più molto.»
Sentimmo del rumore nell’ufficio accanto. Andai a guardare. Uno dei ghiri si era alzato e barcollava per la stanza, incespicando nei piedi degli altri.
Mi guardò con occhi opachi. Disse: «Dove sono? Devo andare…» Entrò nel gabinetto. Uscì. Ci guardò. Lo guardammo. Era imbronciato.
«Vuoi qualcosa, amico?» domandai.
«Sì, acqua.»
Tornò al gabinetto. Lo guardai bere dal rubinetto e lavarsi la faccia. Uscì. Ci guardò tutto intontito. Si diresse verso la porta.
«Non puoi andare ancora», disse Max. «La lezione non è finita.»
Continuò a marciare. Patsy gliene mollò uno al mento. Barcollò per tutta la stanza.
«Meglio bere qualcosa, bello», dissi.
«Non voglio bere», borbottò.
«Avanti, cretino, bevi o ti faccio saltare i denti.»
Gli versai un bicchiere. Bevette. Lo riaccompagnai nell’ufficio. Sedette sul pavimento. Si riaddormentò.
Patsy riprese ad esaminare i suoi schedari. Molto interessanti. Ogni tanto veniva a mostrarci qualcosa. C’erano incartamenti su centinaia di persone, in gran parte gente di una certa importanza. Non riuscivo a capire perché li tenessero, se non per dei ricatti. Contenevano informazioni così particolareggiate che Maxie ed io discutemmo dei loro sistemi e ne restammo meravigliati. L’agenzia possedeva un bel mucchio di fotografie di uomini e donne ben noti in atteggiamenti di perversione.
Telefonai al sindacato e domandai di Jimmy. La ragazza disse che era fuori. Chiesi di Fitz. La ragazza mi disse che erano stati chiamati tutti e due ad una conferenza indetta da un gruppo neutrale, incaricato dal City Hall. Le dissi che se uno dei due telefonava, doveva richiamarmi. Le diedi il numero del telefono dell’agenzia.
Ci fu un periodo di calma. Nessuno entrò e nessuno telefonò. Cockeye suonava l’armonica in anticamera. Patsy frugava negli schedari. Max ed io ascoltavamo quello del West Side.
Si chiamava Kelly. Ci raccontava un lavoretto che aveva fatto per l’agenzia Thespus in una faccenda delle ferrovie.
Il telefono suonò. Presi il ricevitore. Era Fitz, chiamava dal City Hall. Disse che il gruppo dei padroni non sembrava troppo arzillo, ma che il presidente del comitato era dalla loro. Altrimenti andava tutto bene.
Dissi a Fitz: «Non preoccuparti, va tutto a posto. Gli inquilini faranno l’inferno. I padroni ci si proveranno a trovare qualcuno che manovri gli ascensori, ma non ce la faranno. Le carte le abbiamo in mano noi. Li freghiamo quando ci pare. E per quanto riguarda il presidente, gliele taglieremo le ali, a quel fetente».
Fitz disse: «Si comporta come se gli altri lo pagassero».
«Bene», dissi. «Lo sistemo subito. Vedrai che cambia solfa molto presto o magari avrete un presidente nuovo.
Tienimi informato a questo numero. Un’altra cosa Fitz, non mollare di un centimetro. Niente compromessi, tutto sistemato.» Fitz disse: «Benissimo».
Riattaccammo.
Chiamai l’ufficio centrale. Dissi di mettersi in contatto con il City Hall e di lavorarsi quel presidente tanto imparziale. Risero e dissero che ci avrebbero pensato subito.
Telefonai a Eddie all’albergo.
«Come vanno le cose dalle tue parti?»
«Tutto a posto. I miei zulù rientrano a gruppi. Dicono che le strade sono pulite. Niente più crumiri da sbatacchiare.»
«Tienli fuori, Eddie», dissi. «Può darsi che i padroni trovino un’altra agenzia. Se succede, vogliamo saperlo immediatamente.»
«Bene», disse Eddie. «Capito. Ci vado a dare un’occhiata io. Ti tengo informato.»
Non ebbi il tempo di rispondergli. La porta d’ingresso si aprì e sbatté fragorosamente. Avevo ancora il telefono in mano.
Eddie diceva: «Pronto, Noodles, ci sei ancora? Pronto!» In anticamera una voce gridava: «Thespus, dove si è cacciato
Thespus?»
Parlai in fretta al telefono. «Nient’altro, Ed? Devo riattaccare. Qui succedono cose.»
«Niente d’importante», rispose.
«Okay, Ed.»
«Okay, Noodles.»
Riattaccammo. Fuori, le urla continuavano. Max sedeva con i piedi sulla scrivania e fumava con calma.
«Mi ha l’aria che c’è fuori Crowning», disse.
«Già», dissi.
«Ehi, Cockeye», gridò Maxie, «fa’ entrare quel fetido pancione.»
Come un immenso toro infuriato, Crowning caricò nella stanza, ululando: «Thespus! Dov’è Thespus?»
Si fermò e il fiato gli uscì di colpo, alla vista di Maxie e me, seduti comodamente con i piedi sulla scrivania.
Aveva la faccia rossa quanto può esser rossa una faccia prima . che scoppino le vene. Dietro gli spessi occhiali, gli occhi sprizzavano odio.
«Che cosa fate qui? Dov’è Thespus?» domandò.
Pat e Cockeye gli stavano subito dietro. Cockeye teneva in mano la quarantacinque e segnalava, chiedendo se doveva sbatterla in testa a Crowning.
Era così furibondo che aveva gli occhi fuori squadra e non si capiva se segnalava a me o a Maxie. Non riuscii ad impedirmi di ridere.
Dissi: «Niente, Cockeye, almeno per il momento».
«Siediti, Crowning», dissi, indicando una sedia. «Facciamo quattro chiacchiere in amicizia.»
Non sedette. Rimase piantato in mezzo alla stanza, ansante dalla rabbia.
«Ma dove diavolo è Thespus!» esplose.
Crowning si voltò di scatto e corse verso la porta. Il piccolo Kelly allungò un piede, l’altro inciampò e fu sul punto di cadere.
«Vieni qui. grosso cretino, siediti», dissi.
Si voltò come un toro che caricasse e si avvicinò. Non mi mossi; rimasi a sedere tenendo i piedi sulla scrivania.
«Sì?» dissi.
«Non permetto che nessuno mi parli così», ringhiò, gesticolando con un dito. «Domando scusa.»
Gli sorrisi.
«Molto meglio così», disse. «Nessuno me la fa. Se volete due chiacchiere su basi amichevoli, bene, ci sto.» Sedette.
Rise anche Kelly.
«Sei fregato, Crowning», dissi. «Non ci sarà un ascensore che funziona, se non firmano il contratto.»
«Questo è quello che credete voi», rimbeccò. «Gli uomini li trovo io. E anche la protezione. Siamo sempre in America e voi della teppa non siete quelli che comandano, con i vostri sistemi da gangsters.»
«Lo sai, Crowning», dissi, «hai il tipico cervello di un uomo d’affari. Stabilisci un precedente, allora tutti seguono il tuo esempio e usano i metodi inventati da te, allora li chiami gangsters, banditi e che so io. Naturalmente è vero. Proprio come dici tu. Ma a chi tocca, tocca, non ti pare?»
Tutti risero, meno Crowning.
«Sul serio, Crowning», continuai, «cominciamo da principio. Noi…» agitai una mano, «ammettiamo che siamo dei gangsters. E così, come gangsters, con una certa autorità, posso dire che siete stati voi, cosiddetti legittimi uomini d’affari, a tirarci in ballo nelle rivendicazioni operaie. Mi segui? Sono i tuoi padroni che ci hanno chiamati e ci hanno mostrato come rendono bene queste faccende. Prendi ad esempio questa situazione. Hai messo in ballo Salvy e i suoi uomini. Erano sul tuo libro paga, no? E oltre ad assoldare dei gangsters, tu, legittimo, onesto uomo d’affari, corrompi un funzionario del sindacato. Lo sai che questo è un reato?»
«Non ho fatto niente di simile e nessuno può provarlo», strillò Crowning.
«Senti, non strillare. Io non voglio provare niente. Ti dico soltanto quello che mi ha detto Fitz. Mi ha detto che lo paghi da anni e non ne dubito. So per esperienza che è un sistema normale in tutte le ditte e che tutti i dirigenti di queste ditte fanno finta di non saper niente. Tu ed io lo sappiamo che quei fetenti ipocriti sono pieni di merda. Questa è una delle ragioni per le quali ti pagano. E lo so che le tue associazioni commerciali fanno altre porcherie, oltre a corrompere i rappresentanti dei sindacati e anche molto più in alto. E, detto tra noi, non ti pare che quando si traffica nelle anticamere forniti di bustarelle, vuol dire cercare di corrompere tutti quelli disposti a lasciarsi corrompere?»
«Niente di simile», fece Crowning.
«Balle e lo sai», dissi. «I tuoi cosiddetti uomini d’affari onesti ci hanno insegnato a corrompere quelli che fanno le leggi e quelli che dovrebbero farle rispettare. E da un pezzo. Voialtri i vostri affarucci li fate con molto meno onestà di noi. In quello schedario c’è parecchia roba che dimostra la verità di quello che sto dicendo. Ce n’è di tutti i colori su molta gente di questa e di altre città. Non riesco a capire come abbia fatto quest’agenzia ad ammucchiare tanto luridume. Ma ti assicuro che quello che si può leggere là in mezzo, fa schifo e parecchio.»
Mi venne un’idea. «Ehi, Pat, a che punto stai? Voglio dire, a che lettera sei arrivato?»
«Alla lettera R», rispose.
«Guarda di nuovo alla C. Cerca Crowning», dissi. «Su di me non c’è niente», ringhiò Crowning.
«Be’, si guarda, tanto per passare il tempo.»
Patsy aprì alla lettera C, fece passare alcune cartelle e ne tirò fuori una. Ci guardò dentro, poi la rimise a posto e riprese a cercare. Si fermò, guardò con interesse e ne tirò fuori un’altra. Ci guardò dentro e sorrise.
«Certo che ce n’è una tutta per lui», disse.
Maxie domandò: «Fotografie?»
«Niente fotografie», rispose Patsy.
Mise la cartella sulla scrivania.
C’erano tre pagine dattiloscritte. Una descriveva le sue attività con ragazzini e ragazzine. Quel tipo ne aveva di storia! Era stato arrestato in un paio di occasioni, ma non lo avevano mai condannato. Sempre assolto per insufficienza di prove. In tutti i casi, il ragazzo o la ragazza avevano cambiato musica in tribunale. Tra parentesi c’erano le cifre pagate dall’agenzia ai poliziotti e ai ragazzi. In un caso, si trattava di una grossa cifra. Porsi il foglio a Maxie.
«Quel fetente è un sodomita», dissi.
Crowning mi guardava a bocca aperta, ansando, con un’intensa paura negli occhi.
Il secondo foglio elencava le sue attività. Era davvero un pezzo grosso. Controllava parecchia roba, immobili. Aveva un mulino nel Massachusetts e una fabbrica di uniformi nel New Jersey. Dirigeva una banca di New York. Apparteneva e contribuiva a molte organizzazioni.
Era membro eminente dell’American Association of Manifacturers. Apparteneva a tutti i gruppi anti-semitici più sfegatati, sventolatori di bandiere e reazionari che lavoravano per mettere nei guai e fregare la povera gente. Erano tutte organizzazioni super-patriottiche e generose, a patto che ci fosse da cavarne qualcosa. Porsi il foglio a Maxie.
«Un autentico tipo ‘viva l’America!’ Evviva me, a te ti frego.»
Guardai Crowning: aveva gli occhi pieni di terrore. Si inumidiva nervosamente le sottili labbra violacee.
Il terzo foglio riguardava un rapporto su affari truffaldini in società con un certo Moritz, C’erano resoconti minuziosi della sua collusione con funzionari dei sindacati del Jersey, Massachusetts e New York.
C’era tutta una storia di imbrogli e di profitti illeciti attraverso contratti governativi per la manifattura di uniformi durante la guerra.
C’era un paragrafo dedicato all’evasione delle tasse federali.
Porsi il foglio a Crowning senza parlare. Lesse sbattendo gli occhi. Tentò di deglutire e il pomo d’Adamo sobbalzò. Mani e foglio tremavano. Poi il foglio gli sfuggì.
«Un bicchier d’acqua, un po’ d’acqua, per favore», gracchiò con voce roca.
Kelly glielo portò.
«Queste porcherie non ci interessano», dissi, indicando i fogli. «A noi interessa sistemare il contratto che stanno discutendo al City Hall.» «Posso avere quei fogli?» domandò Crowning.
«No, li tengo per l’avvenire. Adesso non ci servono, ormai ti abbiamo fregato. Può darsi che vengano buoni in un’altra
occasione. In caso di fastidi… questi servono per convincere,»
«Thespus mi ha mollato?» domandò Crowning. «È di là?» Indicò l’altro ufficio. «Vorrei parlargli.»
Andò alla porta e il piccolo Kelly gli bloccò la strada.
«Kelly», dissi, «lasciagli vedere quello che abbiamo di là.»
Kelly spalancò la porta e Crowning rimase a guardare a bocca spalancata.
«Sono tutti morti?» ansimò.
Mi alzai per andare a vedere. Gesù, sembravano proprio tutti morti. Mi avvicinai e guardai meglio. Fui sollevato: dormivano profondamente.
Strizzai l’occhio a Max e risposi: «Sì, sono tutti morti».
Tremava come una foglia. Si capiva il perché.
Sedette.
«Posso avere un po’ di whisky?» balbettò.
«Non ancora», risposi. «prima dobbiamo parlare. Sei uno dei capoccia dell’associazione immobiliare?» «Sono un membro», rispose cautamente.
«Sei fregato», disse Maxie. «Telefona ai tuoi colleghi e di’ che firmino.»
«Non posso far niente da solo.» Tremava e quello che diceva si sentiva appena. «Posso telefonare al mio socio e consultarlo?»
«Sì», dissi, «ma niente trucchi. Parla chiaro e pulito o ti farai male.»
«Ho capito. Non voglio guai. Voglio sistemare tutto e andarmene di qui.»
Annuii.
Compose un numero.
Quello con il quale parlava, Moritz, sembrava ostinato. Crowning si rivolse a me. Misi una mano sul microfono.
Crowning disse: «Non riesco a convincerlo, cosa devo fare?» «Digli di venire qui. Non sta lontano, vero?» domandò Max.
«Cinque minuti a piedi», rispose Crowning. «Moritz è un tipo simpatico», sorrise accattivante. «È, un ebreo.»
Volevo mollargliene, a quel sozzone. Ma a che serve, pensai.
Dieci minuti dopo arrivò Moritz, con un sorriso automatico e una stretta di mano professionale. Era alto, abbastanza snello e troppo scivoloso. All’occhiello aveva un distintivo massonico.
«Moritz ed io possiamo discutere privatamente?» domandò Crowning.
«Certo, parlate», dissi.
Andarono a sussurrare in un angolo. Crowning accennò a me con la testa. Li sentii mormorare la parola «ebreo». Moritz scrutò me e Max annuendo.
Era facile capire di che cosa parlassero. Moritz era un vero «ebreo massone», un socio perfetto per Crowning, capace di usare qualsiasi cosa a proprio vantaggio. Usava la propria razza, la massoneria, qualsiasi cosa, come una prostituta. Sì, di tipi come Moritz se ne trovano dappertutto. Noi ebrei dobbiamo aiutarci. Noi protestanti dobbiamo aiutarci. Noi cattolici dobbiamo aiutarci. Sì, aiutarci a fregare tutti quanti.
C’era da scommetterlo. Moritz tornò verso di noi e attaccò a parlare in yiddish.
La sua canzoncina diceva più o meno: «Noi ebrei dobbiamo aiutarci a vicenda. Siamo una minoranza sfruttata dobbiamo appoggiarci tra noi. Venite dalla nostra parte della cancellata. Vi paghiamo bene.» E disse molte altre cose sulla stessa musica. Tutto in yiddish.
Gli risposi in inglese. «Certo, sono d’accordo. Siamo una minoranza. Siamo oppressi. Ma, stupido figlio di puttana, che c’entra con questa storia? Scommetto che il cinquanta per cento dei picchetti che girano per le strade sono ebrei. Ma a te, come ebreo, non te ne frega un accidente. Non venirmi a raccontare balle. Sfrutteresti un ebreo, un cristiano, e anche tua madre per una charlotte russa.
«Tra un minuto ti metterai a cantare ‘Yankee Doodle, viva l’America’. Voi pezzi grossi siete una manica di prostitute. Di qualsiasi nazionalità siate.»
«Non parlatemi così, non ho paura di voi, neanche se siete dei gangsters.» Moritz mise un braccio sulle spalle del suo socio. «Il signor Crowning mi ha detto tutto di voi e il signor Salvy mi ha
spiegato la vostra potente organizzazione criminale.» «E allora, che ci puoi fare?» domandai.
«A quanto pare, un onesto cittadino non può farci niente, ma ne parlerò al mio senatore.»
«Tu, un onesto cittadino, in combutta con Salvy e socio nelle truffe di quell’imbroglione di Crowning?» Aprì la bocca per rispondermi.
Il telefono suonò. Presi il ricevitore. Era Fitz, dal City Hall.
Disse: «Va tutto liscio come l’olio. Il presidente ha cambiato musica e adesso sta dalla nostra parte. Ci dà sotto come un matto contro gli altri. Ha detto che il sindaco non vuole sciocchezze. Hanno capito che sono legati come maiali.» Fitz rideva, «E credo che stiano aspettando notizie di quel grosso porco di Crowning, poi firmeranno.»
«Crowning è qui», dissi.
«Lì?» gridò Fitz eccitato.
«Certo che è qui», dissi. «Puoi mandare il portavoce dei padroni al telefono?»
«Sì, resta in linea.»
Moritz disse: «Il signor Crowning non parlerà al telefono con nessuno».
Feci un cenno a Patsy che gli affondò un sinistro nella pancia. Moritz si piegò in due. Patsy lo raddrizzò con un destro alla mascella. Moritz barcollò all’indietro e andò ad appoggiarsi alla parete.
Una voce disse al telefono: «Si può parlare col signor Crowning?» Gli feci un cenno.
Crowning prese stancamente il ricevitore e disse: «Non si riesce più a trovare appoggi. Tanto vale gettare la spugna. Sì, sì… a mio parere, tanto vale firmare subito». Depose il telefono con aria rassegnata e domandò: «Possiamo andare adesso? Tutta questa agitazione mi fa male».
«Non ancora», dissi. «Ma non ci vorrà ancor molto.»
«Come disse il rabbino al neonato, prendendo in mano il coltello», disse Maxie.
«Un rabbino non circoncide», dissi. «Lo fa il mohel.»
Guardai Crowning. Sedeva da solo in un angolo, con aria derelitta. Non badava al suo socio, Moritz, ancora seduto per terra.
Kelly prese la bottiglia e riempì due bicchieri. Ne diede uno a Crowning che lo vuotò d’un fiato. Poi si chinò su Moritz con sollecitudine e gli avvicinò l’altro bicchiere alle labbra.
L’uomo bevve lentamente. Ordinai a Kelly di mescere di nuovo. Dissero tutti e due «grazie» e inghiottirono il secondo.
Restammo ad osservare. Moritz si addormentò per primo. Crowning cadde quasi dalla sedia. Lo afferrammo appena in tempo e lo stendemmo a terra.
Ci trattenemmo ancora per quindici minuti. Il telefonò suonò. Risposi. Era Fitz.
«Quel maledetto contratto è stato firmato», gridò giubilante.
«Bene», dissi. «molto bene.»
«Jimmy vuole parlarti.»
Venne Jimmy. «Voglio ringraziare voi tutti per quello che avete fatto per noi.»
«Oh, Jimmy, non è stato niente.»
«Appena raduneremo abbastanza danaro, vi restituirò quello che mi avete dato per aiutarci.»
«Non ci pensare neanche, Jim», dissi. «Non preoccuparti. Vi manderemo uno dei nostri, come segretario e amministratore.» «Oh», disse.
In quell’«oh» c’era un’infinita sorpresa. «Ehi, Jim, ci sei ancora?» «Sì», rispose.
«Dolente, Jim, ma così è. Devi imparare a vivere.»
«Ora, capisco.»
«Andiamo», disse Max.
Ci avviammo verso la porta. Max disse: «Si dà qualcosa a Kelly?»
«Si è arrangiato per conto suo», dissi. «Ah sì?» fece Max.
«Sì, guarda come fa.»
Kelly era intento a rivoltare le tasche della ditta Crowning e Moritz.
CAPITOLO XXXVI
A BROADWAY passammo tra la folla che usciva dai teatri dopo il primo spettacolo e andammo alla Hickory House a mangiare delle grosse bistecche.
Maxie chiamò l’ufficio dal ristorante. Gli diedero l’ordine di partire immediatamente per Chicago, «completamente equipaggiati».
Finimmo di mangiare in gran fretta, poi corremmo alla Caddy e andammo alla rimessa per sistemare la ferraglia sotto lo chassis.
Alle sette e mezzo della sera eravamo già in viaggio. Guidammo a turno. L’indomani a mezzogiorno arrivammo a Chicago. Battemmo di due ore gli altri della Combinazione, Mendy, Trigger e Muscles che avevano lasciato New York alla stessa ora.
Spezzammo il pane con Capone, Fischetti, Ricco e il piccolo Louie.
Si fece il nostro lavoro e le macabre testimonianze rimasero all’angolo di una strada di Chicago.
Diciassette ore dopo, eravamo di nuovo a New York. Andammo al Pennsylvania Hotel e dormimmo per quindici ore.
Alle tre del mattino, lasciai Maxie, Pat e Cockeye e presi un tassì. Mentre percorrevo Broadway, cercavo di ricordare quanto tempo ero stato via. Quattro giorni, senza vedere Eve, pensai. Chissà se si è trasferita, al mio albergo. Me ne sarebbe importato, se non ce l’avessi trovata? Certo che me ne sarebbe importato. E mi sarebbe piaciuto molto, trovarla là ad aspettarmi.
Gesù, dovevo portarle qualcosa. Mi sentivo come un marito che torna a casa dopo un viaggio d’affari.
Ma che viaggio d’affari! Eran luridi, lerci affari. Per un istante rividi me stesso a Chicago. Non era un bello spettacolo. E un terribile dubbio mi prese. Per la prima volta, la nebbia si sollevò nella mia mente. Non ero quel tipo gagliardo e audace che credevo di essere. E il dubbio si trasformò in paura isterica.
Piombai in un grottesco incubo. L’incubo divenne sempre più frenetico. Una terribile visione ondeggiava davanti ai miei occhi: marionette che danzavano e urlavano al monotono rat-a-tat, rat-a-tat dello spruzzatore d’acciaio e poi un assordante silenzio. Il silenzio era peggiore delle urla e del monotono rat-a-tat, rat-a-tat. Il silenzio mi colpì allo stomaco. Mi sentivo sull’orlo di… qualcosa. Mi sentivo male, orribilmente male. Non riuscii a trattenermi e vomitai nel tassì. Quando arrivai all’albergo diedi all’autista una mancia di venti dollari.
Andai a prendere la chiave al banco.
Sweeney, il poliziotto della casa, mi intercettò. Dopo lo scambio di convenevoli, disse:
«La pupa si è trasferita da te. È in casa in questo momento», Dissi: «Oh, grazie, Sweeney».
Presi la chiave e salii. Entrai pian piano. La camera era immersa nel buio. Andai nel bagno a tastoni, mi lavai e indossai un pigiama pulito.
Mi infilai sotto le coperte. Provai un brivido. C’era. Mi venne vicino, mi si aggrappò sussurrando: «Ciao, tesoro».
Ero triste e felice. Mi passò le dita tra i capelli. Mi sentii al sicuro tra le sue braccia, come in un rifugio, pulito e inviolabile.
Mormorò: «Tesoro, di’ qualcosa».
Non riuscii a dir altro che: «Eve, ti amo».
Sospirò e non fece altre domande.
Eve lasciò il suo lavoro. Stavamo quasi sempre insieme. Mi stupivo del mio attaccamento. Non riuscivo a credere di poter essere felice e soddisfatto soltanto con lei. Ma lo ero. Felice di comperarle abiti e tutto quello che desiderava.
Andammo insieme a teatro, a ballare, nei ristoranti, alle corse. Più le stavo vicino e più la rispettavo e ammiravo. Aveva un cervello interessante. Era pratica e intelligente, sotto tutti gli aspetti. Sapeva il fatto suo. Sapeva cavarsela. Con me era dolce e affettuosa. Con gli altri si comportava con un distacco adatto alla sua personalità. Ammiravo come sapeva portare gli abiti. Era sempre impeccabile e perfetta.
La sua vita passata non mi interessava. E lei non fu mai curiosa. Insistetti perché rinunciasse a quel suo seno finto. Le dissi che mi piaceva com’era e lei mi spiegò che lo aveva portato soltanto per ragioni di lavoro.
Per mesi interi, dopo quel viaggio a Chicago, non avvenne nulla di importante. Poi arrivò parola che Salvy e il suo socio Willie scocciavano quelli del sindacato. Andammo da loro. Ci sfidarono. Non vollero sentir ragioni.
Pochi giorni dopo, accadde. Salvy perdette la testa e mandò il giovane Jimmy, il delegato, all’ospedale con una ferita di scalpello da ghiaccio. Ci venne «suggerito» di «fare l’ostracismo», a lui e al suo socio.
Dovevo mandare Eve fuori città, per due ragioni: primo, non volevo fosse implicata in nessun modo, nel caso la rimozione di Salvy andasse male; secondo per l’effetto che la sua presenza aveva su di me. Una volta mi aveva parlato della sua famiglia e della sua casa nella Carolina del Nord. Le diedi duemila dollari e ce la mandai.
Lo stesso pomeriggio, andammo all’Eden, in ricognizione. Non ci aspettavamo di trovare Salvy o Willie. Fra chiuso. Se non ci fossero stati troppi passanti, avremmo scassinato la serratura. Andammo a mangiare dei panini e insalata di patate.
Mentre mangiavamo, proposi: «Cockeye potrebbe andare da
Jake a dirgli di venir qui con le sue chiavi».
Maxie disse: «Sì, Jake dovrebbe farcela ad aprire quella maledetta porta. Ti aspettiamo qui, Cockeye».
Cockeye brontolò, inghiottì il suo panino e se ne andò. Mezz’ora dopo, tornò insieme con Jake Goniff che sorrideva da un orecchio all’altro.
Seguimmo Jake alla porta chiusa.
Levò di tasca un mazzo di chiavi universali e si mise all’opera.
«Questa maledetta porta è chiusa dal didentro», disse. «Deve esserci qualcuno.»
Levò di tasca un temperino e infilò la lunga lama sottile nel buco della chiave. Sentimmo cadere una chiave. Ancora cinque minuti di manipolazione, poi la porta si aprì.
Mentre entravamo, Maxie sussurrò: «Richiudila, svelto, Jake».
Era buio. Non si vedeva niente. Tastai la parete alla ricerca di un pulsante. Lo trovai e lo dissi a voce bassa a Maxie.
Disse: «Bene, fuori la ferraglia».
Premetti il bottone.
Eccoci là, tutti e cinque nella sala brillantemente illuminata. Cinque pistole puntate contro la pista. Era un ammasso di macerie. Theodore, Fairy, giaceva a terra, immobile in una pozza di sangue. Willie, la Scimmia, giaceva accanto a lui con la faccia sfracellata. Big Mike, con una corta mazza in mano, sedeva immobile su una sedia. Lo guardai da vicino. Sembrava ubriaco fradicio. Lo scossi.
Mi guardò con occhi appannati. «Che è successo, Mike?»
Maxie lo scosse di nuovo.
Non rispose. Era in catalessi dallo shock.
Maxie gli mollò uno schiaffone. Questo lo svegliò. Lasciò cadere la mazza. Si mise a piangere; grosse lacrime gli corsero lungo le guance. Poi incominciò a balbettare: «Come ho fatto a cacciarmi in questo pasticcio?» Le lacrime continuavano a colare. Si alzò in piedi. Ci guardò. «Sono sempre stato un uomo onesto, prima del proibizionismo.» Gemette ancora più forte. «Andavo in chiesa ogni domenica.» Si torse le mani disperato e scoppiò in violenti singhiozzi. «Adesso sono in mezzo ai gangsters e agli assassini.»
Le larghe spalle sussultavano.
«Piantala con queste balle», disse Maxie. «Di’ quello che è successo.»
Mike non rispose.
Dissi: «Senti, Mike, controllati. È stato Salvy a far fuori Fairy?» Mike sedette e borbottò: «Sì, stavamo per chiudere. Io e Fairy contavamo gli incassi. Sono arrivati Salvy e Willie. Volevano cinquemila dollari. Fairy si è eccitato. Ha graffiato la faccia a Salvy e gli ha detto di andare all’inferno. Salvy è diventato matto, doveva essersi fatto una puntura o qualcosa di simile. Ha tirato fuori lo scalpello e ha continuato a infilarlo nel povero Theodore. È stato terribile».
Mike si coprì la faccia come per non vedere.
«Coraggio, Mike, e cos’è successo a Willie?» Maxie lo scosse per la spalla.
«Non lo so», rispose, mezzo intontito. «Sono andato a prendere la mazza e ho pestato. È morto?» Ci guardò pieno di paura.
Mi chinai su Willie. «È conciato molto male, ma credo che se la caverà.»
«Sia ringraziato il Signore», sussurrò Mike. «Non sapevo più che cosa fare.» Ci guardò speranzoso. «Che devo fare? Voglio smettere questa storia. Voglio lasciare gli affari. Non ce la faccio più.»
Maxie ed io ci guardammo. Annuii e sussurrai: «Bene,. prendiamo il locale di questo rognoso».
Maxie si mise davanti a Big Mike. «Te lo dico io quello che farò per te, Mike. È molto irregolare che si paghi per un locale.
Lo sai, vero?»
«Sì, Maxie», rispose Mike, guardandosi spaventato. «Scarichiamo Fairy, non ti preoccupare. Gli faremo un funerale. E sistemiamo Willie.» Maxie gli diede un calcio.
«E tu ti becchi cinquemila per il locale e squagli, va bene?»
Big Mike sollevò tristemente la testa. «Ma, Maxie», gemette. «Ci è costato cinquanta.»
«Vanno bene cinque», disse Maxie In tono secco.
«Va bene, Maxie», farfugliò Mike.
Maxie levò di tasca il suo rotolo e contò cinque bigliettoni. Li porse a Mike. Io scarabocchiai l’atto di vendita per tutto quello che c’era e Mike lo firmò.
«Grazie», disse. «Adesso mi ritiro, finché non finisce il proibizionismo,»
Mike sorrise per la prima volta.
«Dio non permetta che il proibizionismo finisca», esclamò Cockeye.
«Mike», dissi, «non scordartelo, tieni la bocca chiusa.» «Voialtri lo sapete che io non parlo.» «Sì, sei okay, Mike», dissi.
«Adesso posso andare?» domandò.
«Sì, puoi andare», rispose Maxie.
Big Mike, con un sospiro di sollievo, si avviò barcollando verso la porta.
Poi si volse e agitò una mano: «E grazie, amici. Arrivederci».
Jake gli aprì la porta.
Più tardi, avvolgemmo Fairy in un tappeto. Cockeye andò a prendere il furgone di Klemy e andammo alle pompe funebri. Pete, il tipografo, preparò i moduli occorrenti e facemmo un bel funerale al povero Theodore.
Rimettemmo in piedi Willie e lo portammo all’albergo di Eddie. Un dottore lo rattoppò.
«Perché darsi da fare per quel fetente?» domandò Cockeye. «Credevo che lo si mollasse da qualche parte.»
«Può darsi che ci serva come esca», spiegai. «Lo tratteremo molto bene per un po’.»
Quella sera, l’Eden aprì alla solita ora. Informammo gli attori e il personale che avevamo comperato il locale e che tutto sarebbe continuato come prima.
Dissi a Moe di dirottare i messaggi all’Eden che sarebbe stato il nostro quartier generale per un po’.
Una settimana dopo, quando Willie la Scimmia fu di nuovo in grado di muoversi, lo invitammo a considerare l’Eden come casa sua.
Maxie gli disse: «Non abbiamo rancori verso di te o con Salvy. Siamo uomini d’affari, quello che è stato è stato».
Da principio Willie era un po’ scettico. Si tenne alla larga. Poi capitò qualche volta a bere e a mangiare gratis. E finalmente superò la sua paura e divenne un frequentatore abituale.
Per settimane intere non ci fu segno di vita da parte di Salvy. Sapevamo che Willie era in contatto con lui, ma non lo seguimmo e non lo interrogammo, nel timore di risvegliare i suoi sospetti.
Il pensiero di quel lavoretto in sospeso mi scocciava, non che il nostro nuovo quartier generale non fosse comodo e redditizio. Dava un profitto netto di più di tremila la settimana. Avrei dovuto prendermela comoda, tra il bar ben fornito e tutto quello che c’era da godersi. Ma ero sulle spine, probabilmente perché avevo un «lavoro» da fare e lo si doveva finire una buona volta. Volevo finirlo. Rivolevo Eve con me.
Mi sentivo agitato e nervoso. Forse si trattava di nervi o di Eve. Qualcosa mi disturbava. Forse quel giochetto del gatto con il topo con Salvy. Chi diavolo lo sa? Guardavo Maxie, Pat e Cockeye. Maledizione, adesso che ci pensavo, sembravano anche loro agitati. Patsy e Cockeye hanno litigato per quella cantante, Rose. Come hanno fatto a prendersela per una come quella? Non esiste un’altra donna come Eve. Chissà che cosa sta facendo laggiù.
Passò un’altra settimana, e una sera la Scimmia venne a sedersi al nostro tavolo.
«Con Salvy, Max, sei a posto?» domandò.
«Che vuol dire a posto?» fece Maxie. «Se vuoi dire che non abbiamo rancori con Salvy, certo. Perché?»
«Ho visto Salvy l’altra sera. È a terra.»
«Può venire qui. Gli diamo il locale da far marciare. E anche a te, se ti va.»
«Non so cosa fare», disse la Scimmia.
«Perché?» domandai. «Adesso cosa c’è?»
«Perché ha riattaccato con l’ago e quando ci fa, quel figlio di puttana usa quel suo maledetto scalpello da ghiaccio.»
Dissi: «Be’, sta a lui. Se si comporta bene può venire qui a mangiare, bere e prendersi un paio di dollari.»
Max sorrise. «Sei suo amico, vero?» Quell’idiota della Scimmia annuì. «Allora non ci devi badare ai suoi piccoli difetti.»
«La proposta vale sempre, Max?»
La Scimmia andava cauto. Il sospetto gli brillava ancora negli occhi.
«Per me va bene, in un modo o nell’altro», fece Maxie con disinteresse. «La settimana prossima abbiamo un lavoretto fuori città. Dovremo metterci qualcuno qui.» Sorrise. «Se vuoi il posto, sbrigati a dirlo. Prendere o lasciare. Preferiremmo lasciarlo a te. Conosci i clienti e il resto.»
La Scimmia esitava, ma aveva un bagliore di giubilo negli occhi. Ci pensò su per un pezzo, poi cedette. Lo lasciammo là. E quando gli dicemmo: «Salute, ci si rivede tra un paio di settimane», era raggiante.
Andammo nel locale di Jake, a fare due chiacchiere con lui, Pipy e Goo-goo. Dovevano tener d’occhio l’Eden giorno e notte. Demmo loro il numero del telefono del locale di Solly a Jersey. Dovevano telefonarci ogni sera per dirci se Salvy era apparso.
Passammo quattro cupi giorni dall’altra parte del fiume, finché una mattina Jake telefonò eccitato: «È venuto, ma non muovetevi di là. Devo parlarvi».
Lo incontrammo alle quattro di quella stessa mattina nella saletta dello speakeasy di Longy a Newark.
Era agitato. «Non va bene, non fatelo. Salvy si è fatto vedere, ma annusa qualcosa. Non è tonto come la Scimmia. Ha piantato in giro due o tre lettere, ha detto che se gli capita qualcosa a lui o a
Willie devono darle alla polizia.»
Max ed io ci scambiammo un’occhiata di disgusto. «Ragazzi, meglio stargli alla larga. Quel Serpente è più caldo di un mortaretto», disse Jake.
«Adesso dobbiamo davvero fare qualcosa, e presto», dissi.
«Perché?» Maxie mi guardò sorpreso.
«Hai mai pensato a quanta gente ce l’ha a morte con Salvy da anni?»
«Be’?» fece Max.
«Be’, se a uno di questi gli gira di farlo fuori, noi dove ci troviamo?»
«Sì, giusto, Noodles.»
«Certo. Se uno dei suoi nemici fosse dritto, lo farebbe fuori alla svelta e sarebbe al sicuro. Quelle lettere ci sistemano tutti per bene», sbuffai.
Max aggrottò la fronte. «Sì, sì, hai tutte le ragioni. Che schifoso pasticcio.»
«Be, dormiamoci sopra, Jake», dissi.
«Tieni d’occhio il posto, e tienci informati.» «Badate alla salute.»
Jake era preoccupatissimo.
Feci una risatina. «Non prendertela, Jake. Qualcosa troveremo.
«Quando sono venuto via, Pipy teneva d’occhio il posto», disse Jake.
«Bene, tu e Pipy stategli appresso», raccomandò ancora Max.
Il giorno dopo, giocammo a klabiash nella saletta di Longy.
Eravamo nervosi e aspettavamo Jake. Finalmente arrivò, insieme con Pipy.
Pipy disse: «Salvy si è procurato una Chrysler di seconda mano».
«E poi?» domandò con impazienza Max, mentre Jake e Pipy si servivano alla bottiglia.
Pipy bevve e riprese: «Nient’altro o press’a poco. L’altra sera è arrivato all’Eden verso le nove. Si è messo a discutere con la Scimmia e ho visto che gli batteva sulla spalla ridendo. Poi è andato in giro come se fosse lui il padrone dell’Eden».
Max sorrise. «E che altro, Pip?»
«Be’, non molto. Ha fatto il bullo con gli attori e con il personale, per un bel pezzo.» Pipy si grattò la testa con aria pensosa. «Ah, e dopo un po’ se l’è presa con quella bambola, Rose, perché faceva le moine con un cliente.» Pipy sorrise al pensiero. «Te la ricordi quella coppia di sorelle che ballano, Maxie?» Max annuì. «Dev’essere divertente stendere due gemelle», osservò Pipy.
«All’inferno», scattò Maxie con impazienza. «Che altro?»
«Be’, dopo aver chiuso l’Eden alla solita ora, il Serpente e la Scimmia sono andati in un albergo della Cinquantatreesima Strada. Hanno le loro camere all’ottavo piano. Allo stesso piano delle due gemelle», concluse Pipy con una espressione invidiosa.
«Come l’hai saputo che quei due e le gemelle stanno allo stesso piano?» domandai.
«Ho dato un dollaro al piccolo dell’ascensore. Me lo ha detto lui.»
Pipy sorrise modestamente. «Non è stato poi così difficile.» «Bene, Pipy, grazie. Questo per le spese.» Max gli diede un biglietto da cento.
«Grazie, Max, devo stargli appresso anche stasera?» Maxie aggrottò la fronte e guardò me.
Dissi: «Sì, non perderlo d’occhio».
Bevemmo, poi Jake e Pipy se ne andarono. Max domandò:
«Che ne pensi?»
«Be’, non possiamo davvero dire in ufficio di passare il contratto a qualcun’altro, perché noi non ci si fa, ti pare?»
«No, certo che non si può.» Max si corresse. «Certo, se vogliamo, si può lasciar perdere. Ma non vogliamo. Dobbiamo chiudere il contratto.»
«Certo che lo si deve chiudere», intervenne Patsy. «Gesù, si ha da fare» disse Cockeye.
Mi chinai verso di loro.
«Non c’è da discutere. Dobbiamo farla finita e prima si fa, meglio è. Per il momento li abbiamo manovrati sul ‘posto’; adesso se si vuole, si fa presto a ‘prenderli’.»
«Già, come conigli in trappola», borbottò Maxie.
«Sì, così abbiamo fatto, li abbiamo messi nella trappola. Adesso si tratta di vedersela con quelle maledette lettere di Salvy.»
«Fetente di Salvy, è proprio come un serpente», disse Patsy.
«Non si può scoprire a chi ha dato quelle lettere e fregargliele?» suggerì Cockeye.
«Niente da fare», disse Maxie. «Ci vuole troppo tempo.» «Eh sì, niente da fare», dissi. «Dobbiamo finirla presto, ma prima dobbiamo procurarci un alibi di ferro.»
«Gesù Cristo, con quelle lettere che galleggiano chissà dove, ha da essere proprio di ferro», disse Patsy.
CAPITOLO XXXVII
RESTAMMO nella saletta di Longy per ore e ore a discutere. Finimmo due bottiglie di Mount Vernon. Il barista ne portò una terza, con i complimenti di Longy. Andai a aprire la finestra per respirare un po’ d’aria. Era quasi l’alba.
Per non so quale ragione, il mio cervello si concentrò sulle sbarre. Sì, trovato. Dietro alle sbarre, ecco un alibi perfetto. Sì, Solly può sistemarci. Comanda la polizia e qualsiasi altra cosa in questa città. Tornai a sedermi. Dissi il mio piano.
«Ci siamo, Noodles», approvò Max. Pat e Cockeye annuirono.
«Telefono a Solly a casa sua», dissi.
Misi una moneta nel telefono a muro e telefonai. Rispose la voce assonnata di Solly.
«Parla Noodles, Solly», dissi. «Spiacente di svegliarti.»
«Oh, Noodles, che c’è in pentola?»
«C’è una faccenda da sistemare; veniamo subito.»
«Bene», disse Solly.
Davanti al caffè e a bicchieri di anisetta, spiegai a Solly che cosa volevamo da lui.
«Non dimenticare i silenziatori e le targhe del Jersey per la macchina.»
Solly annuì tutto il tempo. «Certo, certo, sì. Ci penso io a tutto», disse. «Mi ci vogliono tre o quattro ore. Troviamoci da me in città, alle tre del pomeriggio.»
Chiamai Jake e gli feci capire senza dir troppo cosa volevamo fare, poi gli dissi dove raggiungerci.
Tornammo a Newark e dormimmo per qualche ora. Alle tre arrivammo da Solly. Lasciammo tutta la ferraglia e il danaro nella sua cassaforte.
Solly ci accompagnò ad un piccolo edificio nel centro della città.
«Bene, amici, ecco le chiavi.» Sorrise. «Adesso siete in affari.» Se ne andò con la nostra Caddy.
Salimmo al primo piano. Maxie aprì la porta. Ci guardammo attorno. Era un bel posticino, roba a buon mercato ma completo, lavagna che copriva un’intera parete, telefoni, gabbie, tavola da dadi ed un paio di macchinette a gettone.
«Niente ruota?» domandò Cockeye.
«Non è un casinò», dissi. «È soltanto una bisca.» Gironzolammo per venti minuti, giocando qua e là con le macchinette.
All’improvviso ci fu un fracasso spaventevole. La porta si spalancò e cinque omoni si precipitarono dentro.
«Chi è il padrone qui dentro?» domandò uno dei cinque. Era un buon attore.
«Siamo tutti padroni», rispose Maxie sorridendo e ci incluse tutti con un ampio gesto della mano.
«Bene, siete in arresto. Ronnie, resta qui finché non viene il carrozzone a prendere tutta la roba.» Uno degli uomini si fece avanti. «Voialtri venite con noi», ci disse.
«Che cosa credete, che basta arrivare in città e aprire bottega? Nel Jersey questi scherzi non si tollerano.» Lo seguimmo docilmente fino alla macchina.
Alla stazione di polizia, ci perquisirono e ci misero dentro. Il sergente domandò: «Volete chiedere la cauzione?»
Maxie rispose: «No, sergente».
Ci guardò incuriosito. «Per me va benissimo, ma resterete dentro tutta la notte, il tribunale si apre domattina. Di sera, qui non si fa niente.»
Maxie alzò le spalle.
Ci condussero in una cella del seminterrato. Si stava un po’ stretti, ma ce la cavammo per il meglio. Ci stendemmo a turno sulle due brandine.
Fumammo e parlammo nell’oscurità più completa. Ogni tanto Maxie accendeva un fiammifero e guardava l’orologio. Fu una notte molto noiosa. Alle tre e mezzo, circa, sentimmo dei passi nel corridoio.
I passi si fermarono davanti alla nostra cella. La chiave girò nella serratura.
Una voce sussurrò in gran fretta: «Giù per il corridoio, poi a sinistra».
I passi si allontanarono rapidi.
Aspettammo un momento, poi uscimmo, svoltammo a sinistra fino ad una porta di ferro con la chiave nella serratura. Maxie girò la chiave e aprì lentamente la porta. Uscimmo in un vialetto buio. Portava ad una strada laterale.
Solly ci aspettava con la Caddy.
«I silenziatori e il resto sono sotto il sedile posteriore.» Scese e disse: «Arrivederci e buona fortuna».
Si allontanò verso un’altra macchina che lo aspettava. Sotto il sedile, trovai i nostri quattro ferri con i silenziatori già applicati. Li distribuii. Li mettemmo sotto la giacca. Ci dirigemmo lentamente verso New York. Alle quattro del mattino, Cockeye si fermò a mezzo isolato dall’Eden.
Una figura venne verso la Caddy. Puntai il ferro alla testa. Era Jake Goniff.
«Ci sono tutti e due insieme con un altro tipo», sussurrò Jake.
«Chi è l’altro?» mormorai
«Non lo so, mai visto prima», sussurrò Jake.
«Vada al diavolo, tocca anche a lui», disse Max con freddezza. Lo guardai. Scosse la testa. Aveva la faccia di pietra. «Vanno tutti e tre», disse con voce gelida.
«Ecco la chiave. Hanno chiuso la porta», disse Jake.
Max la prese. «Bene, Jake, fila.» Jake corse via.
Cockeye rimase al volante col motore acceso.
Scendemmo gli scalini con le pistole in mano.
Max aprì la porta senza far rumore.
La richiusi silenziosamente.
Li vedemmo tutti e tre. Ci voltavano le spalle. Salvy e Willie contavano il danaro al bar.
Lo straniero li guardava.
Camminavamo in punta di piedi sul tappeto.
Erano assorti.
Eravamo proprio dietro di loro.
Max era dietro il Serpente.
Io ero dietro la Scimmia.
Patsy era dietro lo straniero.
Tenevamo le pistole a pochi centimetri dalle loro teste.
Ci videro nello specchio atterriti.
Sparammo tutti e tre insieme.
Un unico rombo attutito.
Tre grossi buchi apparvero nelle tre teste.
Tre paia di mani si aggrapparono al bar.
«Ancora uno», disse Maxie.
Tre braccia si sollevarono di nuovo.
Ci fu un altro rombo attutito.
Tre paia di mani lasciarono andare il bar.
Tre corpi caddero a terra.
«Per non sbagliare», disse Maxie.
Tre braccia si sollevarono di nuovo.
Ci fu un altro rombo attutito.
Tre corpi, morti, morti, morti, giacevano immobili a terra. Tornammo di sopra con le pistole fumanti sotto le giacche.
«A Jersey», disse Maxie.
Cockeye mise la Caddy in prima. Si avviò. Cockeye mise la Caddy in seconda. Accelerò. Cockeye mise la terza. Volò via nella notte, lontano dall’assassinio.
Sul traghetto, in mezzo al fiume, ci avvicinammo alla ringhiera e lanciammo le pistole nell’Hudson.
Fermammo la macchina ad un isolato di distanza dalla stazione di polizia.
Solly ci aspettava.
«Bene?» domandò, salendo nella Caddy.
«Bene», rispose Maxie.
Solly se ne andò.
In fila indiana, nell’oscurità, ci infilammo silenziosi nel vialetto.
CAPITOLO XXXVIII
SCENDEMMO in punta di piedi, arrivammo alla porta di ferro e raggiungemmo la cella a tastoni.
La porta della cella era aperta. Entrammo. Pochi minuti dopo, sentimmo dei passi. Si fermarono davanti alla nostra cella. Sentimmo chiudersi la porta. Poi il rumore dei passi si allontanò lungo il corridoio. Tutti e quattro respirammo profondamente. Mi allungai su una brandina. Nessuno disse una parola.
Alle sette, un poliziotto ci portò del caffè schifoso e del pane raffermo.
Alle nove e mezzo eravamo davanti al magistrato, «Innocenti o colpevoli?» domandò.
«Colpevoli, Vostro Onore», dissi.
«Cento dollari a testa o dieci giorni di prigione.» Solly si fece avanti per pagare le multe.
Dissi all’impiegato: «Vogliamo le ricevute».
«Tasse?» domandò l’uomo sorridendo.
«Già, proprio», risposi. «Per favore, mettete ora e data.» Solly ci aspettava fuori con la Caddy.
Ci diede il nostro danaro. Gli restituimmo quello che aveva speso per le ammende.
Tornammo a New York.
Maxie aprì la porta della saletta di Moe.
Ed entrammo, diritto tra le braccia dei Quattro Cavalieri dell’Apocalisse. Sedevano al nostro tavolo e bevevano doppi.
«Aspettavamo proprio voi, ragazzi», disse uno dei quattro solidi tipi. «Dolenti di averti fatto aspettare, tenente. Una visita di cortesia o affari?» domandai, cercando di aver l’aria indifferente.
«Affari.» Il tenente mi scrutò.
Maxie guardò la bottiglia di Mount Vernon che c’era sul tavolo.
Il tenente intercettò lo sguardo.
«Oh, quello?» Prese la bottiglia. «Lo so che qui si trova di quello regolare. Vi scoccia se assaggiamo?»
«No, serviti, tenente. Bevete tutto quello che volete», dissi.
Il tenente disse: «Grazie» in tono sarcastico, riempì il bicchiere, lo vuotò e osservò: «Roba buona. E adesso…» Esitò, poi sorrise. «Come si dice in yiddish, Max? Tachlas, già, già. Parliamo di tachlas.»
Suonava strano, per un tenente irlandese della polizia. Cambiò tono. La sua cortesia e il sorriso erano del tutto superficiali. Porse a Maxie una lettera.
«Finalmente vi ho beccati, fetenti», disse. «E appena arrivata con un piccione viaggiatore.»
Quei quattro poliziotti erano noti dal Bronx alla Battery. Li avevano soprannominati i Quattro Cavalieri. Erano dei fetenti malvagi, tanto con la gente per bene quanto con la teppa. Amavano la brutalità per il piacere della brutalità. Cercavano di dare l’impressione di essere onesti e zelanti. Noi sapevamo quant’erano fasulli.
Arraffavano per se stessi e per quelli più in su. Spennavano speakeasies e bookmakers e proteggevano cugini e cognati con la forza, soltanto che avevano un vantaggio: erano dalla parte della legge. Avevano un sindacato del delitto per conto proprio. Non li tenevamo in nessuna considerazione perché chiunque in caso di bisogno, poteva comperarli con una charlotte russa.
Se avessero pensato per un momento di riuscire a metterci sotto senza complicazioni, ci si sarebbero provati da molto tempo, ma erano prudenti. Sapevano che sarebbe stata una battaglia dura. E allora ci erano girati alla larga. Naturalmente, anche a quei tempi, esistevano poliziotti onesti, ma quel gruppo non faceva parte di questa categoria.
«Vi abbiamo cercato dappertutto, ragazzi. Lo sapevamo che prima o poi sareste finiti qui.» Il tenente domandò con un sogghigno. «E dove diavolo siete stati?»
«Lo sai che si può sempre trovarci qui», dissi con calma. «Cos’è questa storia? E quella lettera che Max sta leggendo?»
«Le domande le faccio io», rimbeccò il tenente.
Max finì di leggere. Accese un sigaro. Fece un passo avanti e fissò il tenente con insolenza.
«Con questa lettera, lo sai che cosa ci puoi fare? Se non ne ho voglia non risponderò a nessuna domanda. Puoi soltanto portarci dentro, e nient’altro, te lo garantisco. Proprio niente, e quello che intendo, lo sai benissimo, amico.»
Maxie lo guardava diritto in faccia. Mi porse la lettera. La lessi.
«Tenente», dissi, «ti assicuro che usciamo ancora prima che ci schiaffi dentro. A quanto pare, questo Salvy è morto. Se è così, male. Dopo tutto, era nostro amico. Un’altra cosa, ovunque sia accaduto, noi non c’eravamo. Andiamo, tenente, lo sai che abbiamo degli amici e sono amici che arrivano dappertutto.»
Il tenente decise di cambiar tattica. Sorrise. «Sì, lo so che avete delle amicizie, ma questa volta non possono aiutarvi. Non si tratta di un’accusa da poco. Questa volta, per uscirne, vi ci vuole un alibi maledettamente buono.»
«Per quanto mi riguarda, tenente, non so davvero di che cosa stiamo parlando.»
Maxie sorrise tranquillamente, sedette e si versò da bere.
«Senti, Max, fa’ meno il furbo. E spero che non farai il sorpreso e non dirai di non sapere che Salvy e quel cafone di Willie e un altro tipo sono stati accoppati stamattina nel vostro nuovo locale, l’Eden Garden, non è vero?»
«Non mi sorprendo mai», disse Maxie. «Ma come facciamo a saperlo? Siamo stati dentro, a Jersey, fino a stamattina.»
Maxie incominciò a frugarsi nelle tasche. Mise il rotolo di danaro sul tavolo con aria distratta e continuò a frugare.
«Posso provarlo», annunciai in tono indignato e drammatico. «Ecco qua». Gli porsi la ricevuta dell’ammenda. «Telefona al sergente di turno.» Sorrisi. «Oppure al giudice.»
Il tenente cercava di leggere la ricevuta con un occhio e con l’altro guardava Maxie che staccava dal suo rotolo un biglietto da mille dollari. Max intascò il rotolo e lasciò il mille sulla tavola. I quattro bulli avevano gli occhi incollati a Max, come se fossero al burlesque, con Gypsy Rose Lee sul palcoscenico.
Il tenente sorrise. Poi ridacchiò. Aveva afferrato l’idea. Scosse la testa ammirato. «Accidenti.» Si avvicinò al tavolo e si versò da bere, sempre ridacchiando. «Ve lo siete procurato davvero un alibi di ferro. E pensare che oggi credevo di pescarvi con le braghe a mezzo.»
Prese il biglietto da mille con aria distratta e se lo cacciò in tasca.
«Bene, ragazzi», disse agli altri tre. «Direi che si può anche andare.»
Sulla soglia, il tenente si voltò. «Per il momento dirò nel rapporto che non sono riuscito a trovarvi. Dite al vostro avvocato che si metta in contatto con il procuratore distrettuale e che lo convinca che con voi non c’è niente da dire. Così quelle maledette schede ‘ricercato’ le leviamo dall’archivio. E tante grazie per la bevuta», aggiunse.
Uscì, sempre ridacchiando.
Moe entrò con un vassoio di doppi. Sorrise. «Quei fetenti se ne sono andati? Come vanno le cose?»
«Tutto bene», rispose Max,
Bevemmo in silenzio. Il whisky non sapeva di niente. Non mi fece nessun effetto. Di solito, dopo un periodo di tensione, un paio di doppi mi rilassavano i nervi. Questa volta non servì a nulla. Proprio a nulla.
Guardai Max. Anche lui sembrava scosso. I nostri occhi si incontrarono. Chissà se capiva quello che provavo. Mi rivolse un sorriso comprensivo.
Dissi: «Mi piacerebbe andar via per un po’. Un viaggetto».
«Eve?» domandò Max.
«Sì, è nella Carolina settentrionale.»
«Vedrò. Magari ci riposeremo per un paio di settimane.» «Buon’idea», disse Patsy.
«Un’accidenti di buon’idea», disse Cockeye.
Max annuì. «Domani lo saprò.»
Fummo delusi. In ufficio ci dissero di restare nei paraggi per un paio di settimane. C’erano già troppi gruppi in vacanza.
Telefonai a Eve. Le parlai quasi per un’ora. Era triste. Si sentiva sola. Voleva tornare. Le dissi di no. Sarei andato a prenderla e saremmo andati in Florida. Ne fu felice.
Il nostro barista era molto abile: prima del proibizionismo aveva lavorato nei migliori locali della città. Incominciavano a piacermi i beveroni misti e così, quando i clienti se n’erano andati quasi tutti, restavo al bar ad assaggiare ogni specie di mistura.
Una notte, verso le tre, ero al bar, voltato verso l’ingresso. Vidi Eddie entrare a precipizio. Si fermò e si guardò attorno. Lo salutai con un cenno e lui si avvicinò di corsa, eccitato e ansimante, Strano, perché Eddie era un tipo molto flemmatico.
«Che succede Eddie, ti si è incendiato l’albergo?» domandai.
«Dov’è Max?» ansimò. «Venite tutti e due con me, ho la macchina qui fuori.»
Corremmo a cercare Max che sedeva ad un tavolino con una delle ragazze. Ci vide. Lo chiamai con un cenno del capo. Si alzò e venne verso di noi.
«Che succede?» domandò.
«Venite tutti e due», disse Eddie. «Vi dirò tutto in macchina.»
Eddie filò nella Quarantanovesima Strada, poi a sinistra, in Riverside Drive.
«Ma che diavolo succede?» domandò Max.
«C’è una mummia da sganciare, ma in fretta», rispose Eddie.
«Gesù», fece Max, «tutto qui?»
«Già, che fretta c’è e perché tutte queste storie?» aggiunsi.
«La mummia non si alza certo e non se la squaglia da sola, prima che arriviamo noi, no?» fece Max.
«Ma che succede, Ed?» dissi.
«Be’, non dovrei parlare. Una faccenda da mettere a tacere. Per questo hanno dato a me il contratto. Se filtrasse qualcosa, salta per aria il City Hall eccetera. La mummia è un pezzo grosso.»
«Be’, Ed», dissi, «pezzo grosso o pesce piccolo, per noi fa lo stesso.»
«I vermi la differenza non la capiscono», disse Max. Arrivammo. Eddie fermò la macchina al posteggio. Entrammo. Il portiere esitò, poi chiamò l’appartamento con il citofono. Ricevuto l’okay si scusò.
«Capirete, signori, un’ora insolita…»
Salimmo. La porta era socchiusa e un uomo alto faceva la guardia sulla soglia. Lanciò a me e a Max un’occhiata penetrante, la caratteristica guardata del poliziotto.
E proprio in quel momento, Ed disse: «Come state, ispettore?» L’ispettore disse: «Come va, Ed?» Lo riconobbi. Lo avevo visto in giro.
Max ed io ci guardammo: non ci piaceva aver a che fare con un ispettore in una faccenda come quella. Anche se sapeva tutto e stava sul libro paga, era troppo rischioso, Credevamo nell’assioma: mai fidarsi di un poliziotto.
L’ispettore ci accompagnò nel soggiorno, ampio e lussuosamente arredato. Scendemmo i due o tre scalini. Scorsi la mummia stesa in fondo alla sala, coperta da un lenzuolo bianco.
Chiamai Eddie in camera da letto. Un uomo seduto in una poltrona distolse la faccia, terrorizzato. Lo riconobbi. Era un noto avvocato e un importante uomo politico.
Sussurrai a Eddie. «Levaci dai piedi quel maledetto ispettore.»
«È okay», disse Eddie. «Ci sta.»
«Non me ne importa se quel fetente è okay, levalo dai piedi», insistetti.
«Non voglio aver a che fare con lui.»
Eddie alzò le spalle. «Vedrò quel che si può fare.»
Tornammo nel soggiorno. L’ispettore faceva la guardia al morto. La mano destra della mummia era scivolata fuori di sotto il lenzuolo. Notai che l’indice era schiacciato, come se fosse stato preso in una porta, anni prima. L’altro dito, portava un anello massonico. L’ispettore se ne accorse nello stesso momento; si chinò e rimise la mano sotto il lenzuolo. Poi cacciò le mani in tasca. Tremavano.
Disse con voce nervosa: «Dovete portare via il corpo immediatamente. Devo venire con voi per vedere…»
Max lo interruppe. «Quando lo portiamo via, lo decidiamo noi e tu non puoi venire.»
«Non si può aspettare. È pericoloso lasciarlo qui. Bisogna sistemarlo immediatamente.»
L’ispettore si tolse il cappello e si asciugò la fronte. Continuava a togliersi e a rimettersi il cappello con mani tremanti. Ci guardò, a disagio.
«Non lo portiamo via adesso», dissi.
«La moglie di quell’uomo…» L’ispettore accennò con il pollice verso la camera da letto, «torna stamattina dalla campagna.» Alzai le spalle.
L’ispettore insistette con voce sempre più tremula. «Dovete… dovete… portarlo via subito. È dinamite. Succederà un pandemonio, molto in alto.»
Eddie, Max ed io ci riunimmo in un angolo.
«Lo facciamo come e quando ci pare», dissi risoluto a Eddie.
«E levaci di torno quel maledetto ispettore!» aggiunse Max.
«Non posso», rispose Eddie. «Non so come. C’è dentro e deve seguire il corpo per assicurarsi che sia tutto a posto.»
«Be’, con noi non ci viene, questo è certo», dissi. «Non ci serve.
Andrà tutto benissimo senza di lui.»
«Non posso farci niente, Noodles», disse Eddie. «Deve stargli dietro.
Sono ordini.»
Guardai Maxie. Eravamo d’accordo.
Dissi: «Gli ordini non mi riguardano. Quel figlio di puttana non viene.»
Max domandò: «Chi ti ha dato questo contratto?»
Eddie esitò: «L’ufficio.»
«E chi personalmente?» domandai.
«Non posso dirlo.»
«Chiunque ti abbia dato gli ordini, deve sapere che noi le cose le si fa a modo nostro», dissi.
«Sì, e puoi andare a dirglielo subito.» Eddie alzò le spalle.
«Di’ all’ispettore di squagliare», disse Maxie.
«Bene, bene», fece Eddie.
Andò dall’ispettore. L’ispettore non mollava.
Venne da noi. «Dolente, amici, ma non posso andarmene. Devo essere sicuro che nessuno veda la sua faccia.»
«A noi non interessa chi è. Non ce ne frega niente se è Jimmy Walker o il presidente degli Stati Uniti. Per noi è una mummia e basta. Non lo guardiamo. Nessuno lo vedrà.» «Devo venire anch’io», insistette.
«Bene, allora noi ce ne andiamo», dissi.
Eddie si avvicinò.
«Ispettore, non c’è da preoccuparsi. Sistemano tutto loro.» Ci lanciò una lunga occhiata, poi se ne andò furibondo. «Gli pizzica», disse Eddie.
«Che adoperi la vaselina», rispose Max.
Ci avvicinammo al morto. Lo scoprii. Aveva l’aria distinta anche da morto. Era di mezza età, piuttosto alto. Aveva una faccia conosciuta.
Dissi a Max: «Questo l’ho già visto». Lo guardai di nuovo.
«Sì», dissi, «l’ho visto a Broadway, dappertutto. Gli piacevano le ragazze. Era sempre a caccia di pollastrelle.»
Mi rivolsi a Eddie. «Questo tale è un giudice o qualcosa di simile?»
Eddie annuì. «Era un giudice della corte suprema», disse. Guardai la ferita. Una pallottola all’addome. Il sangue gocciolava ancora sul pavimento.
Dissi a Eddie: «Va’ a vedere se nel bagno c’è del cerotto e procurami degli stracci».
Eddie tornò con un asciugamani e con del cerotto. Strappai l’asciugamani e tappai il buco. La mummia era ancora calda. Applicai il cerotto tutto intorno perché la fasciatura non se ne andasse. Eddie sussurrò: «Potete portarlo via subito?» «No, a quest’ora no», risposi.
«La moglie di quello», Eddie accennò con il pollice verso la camera da letto, «torna in mattinata dalla campagna.»
«Fatti dire a che ora torna», disse Maxie. «Cercheremo di levarlo di qui prima.»
Eddie andò in camera da letto. Tornò. «Ha detto, quel tale, di portar via subito la mummia. Sua moglie arriva molto presto.»
«Vada all’inferno», dissi. «Che effetto farebbe, se venissero a prendere un tappeto alle quattro del mattino?»
«Giusto», approvò Eddie, «sarebbe sospetto. Ma dovete levarlo di qui presto.»
«Non prendertela, Ed», disse Max, «ce ne liberiamo.»
«Anche la sua scomparsa sarà dinamite», disse Ed. «Non è come tutta l’altra gente sconosciuta che abbiamo sistemato. Polizia e giornali non la finiranno più. È troppo importante.»
«Be’, non si può far niente prima delle otto», disse Max. «Tanto vale squagliare.»
Eddie rimase con l’altro. Max ed io ce ne andammo.
CAPITOLO XXXIX
ANDAMMO direttamente in Thompson Street. Pete era in officina intento al suo nuovo lavoro, la stampa di francobolli degli Stati Uniti. Li aveva accatastati in mucchi bene Ordinati sulla tavola.
«Freschi di stampa», ridacchiò Pete.
Presi in mano un foglio.
«Ecco quello vero.» Pete mi porse un altro foglio di francobolli. «Riesci
a distinguerli?»
Accostai i due fogli. «A me sembrano uguali.» Li porsi a Max.
«Perfetti», disse.
«Mi sono procurato dei veri artisti», ridacchiò Pete, «dritti dalla zecca italiana.»
Ci accompagnò in magazzino. C’erano cassette piene di etichette false di tutti i whiskies e le birre esistenti sul mercato, esteri e nazionali. Altre contenevano marche da bollo, banconote messicane e americane di tutti i tipi.
«Un giorno o l’altro», annunciò Pete in tono orgoglioso, «sfornerò della roba che neanche quelli del Tesoro riconosceranno.» «È mai successo?» domandai.
«Mai, ma un giorno io lo farò. È il sogno di tutti quelli del mestiere, stampare roba perfetta.»
«Appena fatto, chiamaci», disse Max.
«Certo», rispose Pete ridendo.
Prese un certificato di morte e uno di sepoltura e sedette alla scrivania.
«Maschio o femmina?» domandò.
«Maschio», rispose Max.
Pete riempì i moduli e li timbrò.
Ce ne andammo.
Tornammo all’Eden. Patsy e Cockeye erano soli con la coppia di ballerine. Li interrompemmo. Chiudemmo il locale e le ballerine presero un tassì.
Andammo a dormire per qualche ora. Poi massaggio e un tuffo nella piscina.
Arrivammo alle pompe funebri alle sette e mezzo. Cockeye e Patsy andarono a prendere il furgone di Klemy, con l’ordine di trovarsi all’indirizzo di Riverside Drive.
Max ed io mettemmo nella Caddy una grossa tela di sacco. Io intascai un grosso ago da materasso e dello spago spesso.
Eddie ci aprì la porta dell’appartamento. Aveva l’aria stanca e ansiosa.
«Quel fetente mi dava più fastidio della mummia», disse. Andammo a vedere l’avvocato. Era sconvolto dal terrore. Ci guardò mentre arrotolavamo la mummia nel tappeto. In tono lamentoso, mormorò: «È un tappeto cinese che vale cinquemila dollari».
Non gli badammo. Avvolgemmo il tappeto nella tela di sacco. Cucii ben bene le due estremità.
Trovammo una caraffa di cristallo piena a metà di whisky. Ci servimmo. Restammo ad aspettare per circa venti minuti, poi arrivarono Patsy e Cockeye in uniforme della ditta per la pulitura dei tappeti.
Il montacarichi non era abbastanza alto. L’inserviente dovette sollevare la grata di ferro per far entrare il tappeto.
Max ed io restammo ad osservare da una certa distanza mentre Cockeye e Patsy caricavano la strana merce sul furgone. Finalmente ci riuscirono e stavano per andarsene, quando arrivò un poliziotto. Max ed io ci avvicinammo per vedere che cosa volesse.
Discuteva con Cockeye perché il tappeto usciva da dietro il furgoncino.
«Dovete metterci una bandiera rossa. È il regolamento», insisteva il poliziotto.
Mandai Cockeye di sopra a prendere uno straccio rosso qualsiasi. Tornò con un pezzo di seta rossa e lo legò all’estremità che sporgeva. Seguimmo il furgoncino.
Rosenberg era solo. Quel giorno doveva esserci un funerale. Il corpo si trovava nella cappella, già pronto. Max disse a Rosenberg di andarsene.
Non mi piacque come Rosenberg rispose: «Se volete», con l’aria di sospettare qualcosa. Decisi di parlarne a Max.
Max telefonò al cimitero. Patsy andò a tirar fuori il carro funebre, mentre Cockeye entrava a marcia indietro con il furgoncino. Poi mi aiutò a portar dentro il tappeto. Tagliai lo spago, srotolai il tappeto e mettemmo la mummia in una cassa da morto.
Mezz’ora dopo, il corpo era già in viaggio, con Patsy al volante del carro funebre, seguito dalla Caddy con Cockeye e un po’ di gente reclutata a pagamento nella sinagoga vicina.
Restammo in ufficio ad aspettare il ritorno di Rosenberg. Max disse:
«E così la mummia aveva una faccia conosciuta?»
«Sì, l’ho visto nei ristoranti di Broadway. Dicevano che era un giudice o qualche cosa di simile. Non l’ho mai conosciuto di persona.»
«Già, Eddie dice che era giudice della corte suprema», commentò Max. «Mah, non saprei, ma a me non sembra un giudice della corte federale.»
«Forse non era federale, troppo giovane. Probabilmente era statale.»
«Chi l’avrà fatto fuori? Credi quell’avvocato?»
«Sembra», dissi. «Forse erano tutti e due impegolati in qualche grosso pasticcio.»
«Bel giudice della corte suprema», fece Max in tono sarcastico.
«Sposato e cacciatore di pollastre», dissi.
«Bel giudice della corte suprema», ripeté Max.
«Lo sappiamo tutti e due che cosa sono i giudici al giorno d’oggi, Max. Un qualsiasi avvocato con venticinquemila pezzi da pagare, sale sul banco.»
«Sì e quando ci salgono, si danno da fare per riprendersi indietro i soldi e in fretta. Si comprano con una charlotte russa. Chissà se faranno tante storie perché è scomparso.» Alzai le spalle.
«Come si chiama la mummia?» domandò Max… Alzai le spalle.
«Giudice… Mater… no, vediamo.» Pensai per un attimo. «Era un notissimo cacciatore di pollastre a Broadway.» «Come te, eh Noodles?» Max rise. «Già, come me.» Max ridacchiò.
Fumammo in silenzio. Pensavo. È stato quel grosso avvocato? Perché? Forse a causa di sua moglie? O per qualche altra ganza che si litigavano? Sì, a Broadway li conoscevano tutti. Forse qualcun altro che il giudice aveva fregato? Qualcuno di quelli che sono sempre attorno nei tribunali. Forse una specie di ricatto? Eh sì, l’ispettore e quell’altro dovevano saperla lunga. Come mai l’ufficio c’entra con questa faccenda? Nessuno la saprà mai la vera storia. Dicono che l’assassino non si nasconde. Balle, ce n’è un mucchio che non saltano mai fuori.
I poliziotti, quelli onesti, sono troppo tonti. Quelli dritti la sanno lunga sugli assassini mai risolti, perché ci sono dentro loro, per un verso o per l’altro.
Rosenberg entrò.
Volevo scoprire che cosa sospettava.
Dissi: «Patsy è fuori con il carro funebre.»
«Oh va bene», disse. «A che ora torna? Ho un funerale alle due.»
«Tornerà in tempo», dissi. Accesi il sigaro. «Che cosa porta nel carro funebre Patsy, secondo te?» Max ed io lo guardammo.
«Non sono fatti miei. Il carro funebre è vostro», disse.
«Sì, ma che cosa pensi?» insistetti.
«Be’, bevande, no? Penso che ci trasportate delle bevande», rispose Rosenberg.
«Bene, tienilo per te», dissi. «Naturalmente», rispose.
CAPITOLO X L
UN giorno Maxie arrivò con degli accendini automatici, degli aggeggi interessanti, fabbricati da Ronson. Erano sul mercato da un po’ di tempo. Li avevo visti, ma non ne possedevo. Maxie me ne diede uno. Mi piaceva.
Ero appoggiato ad una delle estremità del bar e giocherellavo con l’accendino. Osservavo come la scintilla appiccava fuoco allo stoppino.
Alzai gli occhi ed incontrai uno sguardo scintillante al di sopra di un bicchiere. Mi osservò da capo a piedi e fu come se una deliziosa fiammata mi passasse per tutto il corpo. Premetti di nuovo l’accendino. Quei begli occhi mi scrutarono di nuovo da capo a piedi. Presi fuoco. Le sorrisi e lei mi restituì il sorriso. Era snella, graziosa, minuta e molto abbronzata. Mi avvicinai.
Dissi: «Scusatemi, signorina, ma i vostri occhi sono come questa scintilla.»
Premetti la leva dell’accendino.
«Vi bruciano?» Sorrise, mostrando dei bei denti regolari. «No, mi incendiano», risposi.
«Oh, molto interessante.» Rise.
La sua voce era roca, con un che di triste, ma melodiosa e vibrante. Anche quando rideva sembrava triste, come se avesse un dolore segreto.
«Cantate?» domandai.
«Sì.» Mostrò i bei denti di nuovo. «Sono qui per questo. Cerco lavoro.»
«Ne avete già parlato con il padrone del locale?»
«Gli parlo in questo momento», rise. «Mi hanno detto che siete voi.» «Sono deluso», dissi.
«Perché?»
«Pensavo che sorrideste… Be’, pensavo che fosse per un’altra ragione.»
Rise. «E perché siete venuto a parlarmi? Non ditemelo. Lo so.» Ridemmo tutti e due.
L’orchestra suonava un valzer soporifero. Le luci della pista si spensero. Il globo del soffitto girava e girava. La atmosfera era carica di sensualità.
«Vogliamo discuterne mentre balliamo?» domandai. «Con piacere.»
Salimmo sulla pista. Mi venne tra le braccia. Mise il braccio sinistro attorno alle mie spalle. Teneva gli occhi fissi nei miei. Sotto il leggero abito di seta non aveva nulla. Il suo corpo scottava. Non parlammo. Non potevamo. Era un momento troppo emozionante e spontaneo.
Mi appoggiò la testa sul petto e socchiuse gli occhi. Mi strinse la mano e mi premette contro il corpo snello e caldo. Ne sentivo ogni curva.
Respirava ansando, con le labbra socchiuse. Il braccio che mi stringeva si contrasse. Premette contro di me con maggior forza. Alzò la testa. Aveva gli occhi chiusi.
Quando la baciai, gemette e prese a tremare in tutto il corpo.
«Oh,» gemette ancora, «stringimi forte. Fammi male, te ne prego», sussurrò,
La strinsi forte. Tremò.
«Ti prego, ti prego», sussurrò, «piantami le unghie nella schiena.» Premetti con le unghie, un poco.
Lei ansimò. «Oh, più forte, più forte.»
Mi guardò con gli occhi annebbiati. Non potevo più controllarmi, la sua sensualità era contagiosa. Le piantai le unghie nella schiena. Rabbrividì, gemette e tremò. Mi si afferrò. La baciai di nuovo sulla bocca socchiusa. Perdetti il senso del tempo, del luogo, di tutto. Fantastico, ma troppo breve.
Non ricordo di averla riaccompagnata al tavolo, ma ricordo quando sedette.
Al tavolino, c’era un uomo. Mi sembrava una faccia nota. Quando ci avvicinammo, si alzò in piedi. S’inchinò e sorrise, Indicò una sedia.
La ragazza sedette tra di noi. L’uomo aveva un fiore all’occhiello. Lo guardai cercando di capire chi fosse, ma inutilmente.
«Tesoro, questo è John, mio marito», disse la ragazza con un bagliore ironico negli occhi.
Guardai lui, poi lei. Sorridevano tutti e due.
John disse: «Vi ho guardati ballare. Vi siete divertiti, eh?» Rise.
Lo disse in un modo tale che scoppiammo a ridere tutti e due. Mi fermai a mezzo. Ma di che diavolo sto ridendo? Quel cornuto è il marito.
Lo guardai. Era di mezza età, abbronzato, ben vestito e non brutto. Non riuscivo a capire tanta cordialità, viste le circostanze.
«Non ve ne importa?» domandai.
«No, davvero no. E perché dovrebbe importarmene?» Sorrise.
I suoi denti erano bianchissimi, come quelli di lei. Probabilmente perché sono tutti e due molto abbronzati, pensai. Contrasto, «Bel tempo in Florida?» domandai.
«Sì, splendido», rispose lei.
«Molto piacevole», disse lui.
Adesso provavo una strana sensazione. Mi pareva di averli già conosciuti quei due. Lei si chinò verso suo marito e gli sussurrò qualcosa. Mi guardarono e scoppiarono a ridere.
«A quanto pare, si parla di me», dissi.
«Mia moglie Betty ha ricordato un particolare decisamente interessante del vostro ballo.» L’uomo rise.
«A quanto ne so io, vostra moglie Betty non si accorgeva neanche di ballare», dissi in tono brusco. «Che cosa c’era di particolarmente interessante?»
Risero tutti e due. Un paio di tipi strani, pensai tra me. «Non ci siamo già visti da qualche parte, John?» «Sì, e conosci anche mia moglie. Ricordi dove?»
«Non ci riesco. Dimmelo tu.»
«Allora te lo dirò io. Sono John, il caro amico del vostro caro amico Maxie,»
Lo guardai senza capire.
«La compagnia di assicurazioni», disse.
«Accidenti a me», esclamai. Lo guardai. Certo che era quel John, l’informatore di quel colpetto con le assicurazioni che avevamo fatto parecchi anni prima.
Non sembrava affatto invecchiato, anzi, pareva ringiovanito. E sua moglie, adesso la ricordavo. Era rinsecchita e slavata, allora. La guardai meglio. Già ciglia finte, si era rifatta il naso. Istituti di bellezza, un bel po’ di trucco. Già, e niente occhiali. Mica male davvero. Proprio un bel pezzo, e piena di vita.
Dissi: «Siete tutti e due diversi. State bene, molto bene. Qual’è il segreto?»
«Riposo, riposo assoluto e sole. Florida, come avrai bell’e capito», rispose John.
«Ritirato dagli affari?» «Press’a poco.»
«Devi aver fatto un bel colpo in borsa», commentai.
«No», fece lei. «Un caro amico di John è defunto e ha lasciato a me la sua assicurazione.»
«Voi due simpaticoni, l’avete sbattuto giù da qualche parte?»
Risi. «Ed io che la credevo una cantante in cerca di lavoro!»
Lei rise, ma John mi lanciò un’occhiata gelida. Quel fetente non mi piaceva. Ricordai che una volta poco c’era mancato gli tagliassi la gola.
Decisi di stuzzicare quel cornuto. «John, vecchio mio, non te ne importa se tua moglie si diverte con altri uomini?» Volevo sapere come funziona la mente di un cornuto.
«Se si diverte davvero, perché dovrebbe importarmene? L’amo», rispose lui semplicemente.
«Certo che a John non importa!» aggiunse lei. «Vero, caro?»
«No davvero, cara.» Le accarezzò una mano. «Divertiti pure quanto ti pare.»
«Vedi, tesoro?» mi disse lei. «E poi gli racconto sempre tutto. Gli piace molto. Gli racconto proprio tutto. Vero che ti piace, carissimo?» Lo baciò.
Fui sul punto di vomitare. L’avevo baciata anch’io sulla bocca, poca prima.
Insistetti. «Ma davvero non te ne importa, se tua moglie ha rapporti sessuali con altri uomini?»
«Ma niente affatto», rispose il fesso. «Non sono un provinciale.»
Quel cretino ne era fiero. Mi rivolse un sorriso di superiorità.
«Che cos’è l’amore, secondo te? Sesso? Il sesso non ha niente a che fare con l’amore puro. Qualsiasi cosa faccia Betty, se ne ricava
piacere, fa piacere anche a me. Riesci a capirlo?» «Be’, per me è un’idea piuttosto nuova.»
«Temo che tu non riesca a capire un vero sentimento profondo. Cercherò di spiegartelo. Amo mia moglie. Mia moglie, ad esempio, desidera un mantello di visone. Glielo compero, perché lo desidera molto e perché le piace portarlo. Io non lo porto. Ma mi fa piacere che
piaccia a lei, perché ne sono molto innamorato, capito?» Mi guardò con quel suo sorriso scemo.
Poi riprese: «Di qualsiasi cosa si tratti, se lei prova piacere, io provo piacere perché lo prova lei. Mi segui?»
Alzai le spalle. Stava diventando un po’ faticoso seguire il suo ragionamento.
Betty mi accarezzò una mano. «La penso allo stesso modo di
John, proprio come lui.»
«Allora, se a lei fa piacere avere dei rapporti, anche rapporti sessuali, con qualche simpatica persona, come te ad esempio, a me non importa, perché lei lo desidera, Se a lei piace, piace anche a me. Come per il mantello di visone.»
«Ma un uomo non è un mantello di visone», protestai debolmente.
«Anche se a volte per una donna non significa altro.»
«Per molte donne. Per loro, un marito rappresenta soltanto un mantello di visone. Sono donne vuote, non sanno che cosa sia il vero amore, né che cosa sia il pudore.»
Betty sbuffò per sottolineare il suo disprezzo per quella categoria di donne svergognate.
La guardai. Era proprio sincera.
Parlava maledettamente sul serio.
Risi. «Be’, suppongo che ognuno la veda a modo proprio. Probabilmente la mia idea del pudore sembrerebbe altrettanto ridicola a molta gente. »
«Oh smettiamola di discutere di cose insignificanti, tesoro.»
Betty avvicinò la sedia e mi accarezzò la coscia. «Perché non vieni a casa nostra stasera? Non te ne pentirai.» Il suo sorriso prometteva tutto e di tutto.
«E l’amico John, tuo marito?» domandai.
«Oh, lui non sarà in casa. vero John caro?»
«No, cara, ho un appuntamento.»
«Con quella biondina?» fece Betty sorridendo.
«Sì, con quella cara ragazza», rispose John.
Max si avvicinò. Mi lanciò uno sguardo interrogativo. Gli feci cenno di venire al tavolo.
«Ricordi Max?» domandai.
John balzò in piedi a mano tesa. «Come va, Max?» esclamò.
«Non ti ricordi di Betty?»
Un sorriso apparve sulla faccia di Max.
«Ma sì», disse. «Come va, John? E Betty?»
Betty balzò in piedi e baciò Max sulla bocca. «Tesorone!» esclamò.
«Non vi avevo riconosciuti. Avete tutti e due l’aria di star molto bene. Come mai siete qui?»
«Oh, ci siamo informati e ci hanno detto che potevamo trovarvi qui.»
«Bene», disse Max. «Sono proprio contento,»
John gli offrì la sedia. Betty si spostò e andò a piazzarsi addosso a Max, con un braccio intorno al suo collo e l’altra mano sulla coscia.
«Mmmmm, quanto sei bello, grande e grosso.» Baciò Max sulla guancia. «Ti adoro.» Ridacchiai.
«Quante cose belle e grosse puoi adorare per sera, Betty?» domandai.
Maxie mi lanciò uno sguardo di rimprovero. Ne fui sorpreso. Sollevai le sopracciglia e alzai le spalle per fargli capire che non me ne importava.
Max si rivolse a John. «Non ci vediamo da anni», disse. «Che hai fatto in tutto questo tempo?»
John gli raccontò dell’amico defunto, dell’eredità di Betty, del loro soggiorno in Europa e del periodo trascorso in Florida.
«Il danaro è quasi finito», concluse, sorridendo in modo significativo. «Ma sono tornato in ufficio…» si chinò e sussurrò: «Qualcosa di veramente formidabile, bell’e pronto per voi ragazzi».
Cercai di incontrare gli occhi di Max, ma non ci riuscii, perché c’era di mezzo Betty. Gli sussurrava qualcosa. Gli infilava la lingua nell’orecchio.
John riprese: «È una settimana intera che vi cerchiamo».
«Siamo troppo occupati in questo periodo», dissi. «Si stava pensando ad una piccola vacanza di un mese in Florida.»
«Prima gli affari, poi il piacere, Noodles», rimbeccò Max.
Il suo tono e il sorriso meccanico mi stupirono. Quella puttana di Betty lo aveva scosso.
John incominciò a sussurrare certi particolari sul lavoretto: duecentomila dollari settimanali di paghe per un cantiere che il suo ufficio assicurava.
Pensai a Eve. Quella storia ci avrebbe rovinato il progetto delle vacanze. La rapina sembrava un bel colpo, un colpo redditizio, ma perché, diavolo? Il danaro non significava più molto per noi. Non ne avevamo bisogno. Ero scocciato che, invece, Maxie stesse ad ascoltare.
Quei due avevano un cervello balzano e instabile. Non si poteva contare su di loro. Erano una coppia di pervertiti in tutti i sensi. Sì, avevamo fatto soldi con quei due Giuda, parecchi anni fa, ma adesso? Andassero all’inferno.
Max era tutto attento. Ascoltava e annuiva. Ma che diavolo ne è successo del suo buon senso? Ero sempre più scocciato.
Esplosi. «Senti, John, inutile discuterne. Non ci interessa, non vogliamo averci niente a che fare. Siamo troppo occupati. E poi andiamo in vacanza.»
La faccia di Maxie divenne cremisi.
«Da quando in qua gli ordini definitivi li dai tu? Eh, da quando in qua?»
Si chinò oltre Betty con un’espressione feroce.
Rimasi stupefatto.
«Stai diventando un po’ troppo grosso per le tue braghe, eh, Noodles? Solo perché ogni tanto ti viene una buona idea ed io ti do retta, non vuol dire che qui comandi tu.»
Betty gli accarezzò la coscia. Fu la sua risata che mi provocò. Proprio in faccia a me, quella puttana.
Mi alzai in piedi, mi chinai sul tavolo con espressione ancora più battagliera di quella di Maxie e ringhiai: «Sì, il padrone sei tu. Fa’ quello che ti pare. Ma senza di me». Mi avvicinai ancora. «Solo, con quei due ebeti», volevo dire Patsy e Cockeye. «Senza di me.»
Stavamo di fronte come due galli da combattimento. John ruppe la tensione. «È un lavoro grosso. C’è da dividerci parecchio.»
Mi rivoltai e gli sibilai sulla faccia: «Senti, schifoso, miserabile, fottuto fetente, anni fa volevo tagliarti la gola. Ancora una fottuta parola da quella boccaccia e lo faccio. A te e a quella fottuta puttana di tua moglie, a tutti e due».
Capivo che presto sarei stato troppo fuori di me per riuscire a comportarmi e a parlare coerentemente. Voltai loro le spalle e me ne andai.
CAPITOLO XLI
QUELLA stessa notte riempii due valigie e presi all’ultimo momento l’aereo per Miami. Telefonai a Eve nella Carolina settentrionale. Prese l’areo il giorno dopo. Trascorsi le due settimane più felici della mia vita, due settimane di mare, sole, serenità.
Nel ritorno, lasciai Eve a casa sua. Le diedi cinquemila dollari e le dissi di aspettare finché non avesse mie notizie. Ero indeciso, non sapevo che cosa fare, piantar tutto, farla finita… Non lo sapevo.
Quando arrivai a New York, mandai le valigie all’albergo, presi un tassì e andai direttamente all’Eden Garden. Al bar c’era Shmulie. Domandai: «Dov’è Max?» Parve sorpreso.
«Non lo sai? Mi ha venduto il locale.»
«No, ero a Miami.»
«Certo, sei tutto abbronzato.»
Ne bevvi un paio, poi presi un tassì e andai da Fat Moe. Scesi dal tassì tra Delancey e la Bowery. Non avevo ancora deciso che cosa avrei fatto. Percorsi rapidamente Delancey Street, meditando e discutendo con me stesso.
Ero appena tornato da un paese di tranquillità, sole e pulizia, dove tutto sapeva di buono e di fresco, con una compagna dolce, bella e comprensiva, con la quale mi trovavo perfettamente a mio agio.
Ed ora ero di nuovo in Delancey Street. La tensione mi riprese. Istintivamente appoggiai il pollice sul pulsante del coltello. Mi guardai attorno. Abbassai l’ala del cappello sugli occhi e sollevai il bavero. Ripresi l’andatura dondolante e la grinta abituale. Sì, ero Noodles la Lama, di Delancey Street.
Inutile. Quello ero io, Noodles. Era la mia vita e non potevo farci niente. Ero come un animale da preda che prova all’improvviso il bisogno di farsi un agnello e di sgambettare per i prati verdi, nel sole.
Risi. Che fesso ero. Proprio, un fesso con gli orecchini. Pensare di vivere una vita un giorno, e di viverne un’altra il giorno dopo. Questa era la mia vita. Perché illudermi? Questo era l’East Side, questa era Delancey Street con la sua folla e il suo fetore. Per me niente sole dorato, l’ozio sulla sabbia bianca e calda, niente tenerezza. Questo è il mio posto.
E anche se potessi, la gente mi accetterebbe? Mai. Sono segnato. Siamo tutti segnati. Guarda quella gente, mentre passo. Si fanno tutti da parte. Mi danno strada. Hanno paura. Non si fidano di me. Sussurrano alle mie spalle.
Era un cattivo ragazzo e sarà sempre malvagio, malvagio, malvagio. È Noodles la Lama, di Delancey Street. Stateci attenti, È immorale. È un ladro. Un assassino.
Già, a che vale? All’inferno tutto. Questo è quello che mi tocca. Un coltello in tasca, una pistola sotto l’ascella e un immenso disprezzo per tutti e per tutto quello che è legale.
Entrai da Moe. Giocavano a carte. Max alzò a malapena la testa. Borbottò: «E così ti sei preso le tue vacanze».
Parlava in tono sarcastico. Non risposi. Cockeye mi rivolse un breve cenno del capo.
Patsy disse: «Salve» e sorrise.
Sedetti e mi versai un doppio. Tolsi dal cassetto la pietra e mi misi ad affilare il coltello. Nessuno mi rivolse la parola.
Guardai Max. Gesù, che brutta faccia! Non lo avevo mai visto così conciato. Le mani gli tremavano mentre distribuiva le carte. Aveva la faccia incavata e le borse sotto gli occhi. E gli occhi, Gesù, com’erano iniettati di sangue! Che cambiamento, in tre settimane! Accidenti se ha l’aria di essere a pezzi!
Max smise di giocare e gettò le carte dall’altra parte della stanza. «Fottute carte», esclamò.
Si versò due doppi, uno dopo l’altro.
«Ce ne sono stati di guai», disse. «Dove ti sei cacciato?» «Ah sì?» Continuai ad affilare il coltello. «Un maledetto contratto dietro l’altro.» «Di che genere?» domandai.
«Intercettazione, c’è un’epidemia. Si va fuori di nuovo appena arriva l’autista.» Annuii.
Max riprese: «La Combinazione sta anche perdendo parecchi battelli».
«Intercettazione?» domandai.
«Intercettazione e dogana», borbottò Max.
«Bene, che ci badi la Marina di Brooklyn», dissi.
«Quell’Anastasia si dà da fare», disse Patsy.
Mi fece un cenno. Si alzò e andò al «sacco». Mi alzai e gli andai vicino.
«Quel Maxie», sussurrò Patsy tra un colpo e l’altro.
«Be’?»
«Sta con quella puttana di Betty, quella masochista, la moglie di John l’infornatore. Ogni sera.» «Già, si vede», dissi.
«Lo riduce una pezza da piedi», disse Patsy.
«Quella puttana si mangia dieci uomini alla settimana» dissi. «Gli asciuga il cervello», disse Patsy. «Gli cava fuori tutto, ad un uomo.» Moe si affacciò sulla soglia e mi vide.
Disse: «Ciao, Noodles».
Dissi: «Ciao, Moe».
«Bella vacanza?»
«Molto bella.»
«C’è fuori Hogan, l’autista», disse Moe. «Faccio entrare?»
Max ringhiò: «E per che cosa l’avrebbe mandato l’ufficio? Certo, fallo entrare».
Moe guardò Max per un attimo, poi alzò le spalle. Gridò: «Ehi, Hogan, di qui».
Hogan entrò. Era un irlandese tozzo e calvo dal naso rotto.
Maxie lo interrogò in fretta. «Credi di poterli riconoscere i due cafoni che ti hanno fermato?»
«Certo, Max, credo proprio che li potrei riconoscere quei due che mi hanno fatto fuori il carico. Li ho visti da qualche parte, ma non ricordo dove.»
Max accese il sigaro, aspirò e guardò Hogan dritto in faccia.
«Cos’erano? Italiani, ebrei o cosa?»
«No, irlandesi. Ne sono sicuro. Avevano l’aria di due bulletti della
Hell’s Kitchen. Un paio di ragazzotti selvatici di Hudson Duster.»
«Avevano l’aria di saperlo che intercettavano un carico della
Combinazione?»
«Non lo so», rispose Hogan. «Quei maledetti della Hell’s
Kitchen non rispettano né la Combinazione né niente.» C’era una sfumatura d’orgoglio nella voce di Hogan.
«Come mai il magazzino ti ha messo in viaggio senza una guardia?» domandò Maxie.
Hogan raggrinzò la faccia in un’espressione perplessa.
«Qui ti voglio», disse.
Accese una sigaretta con gesti nervosi.
«So solo che mi hanno dato l’indirizzo di scarico e basta. Filavo per West Street quando una macchina mi ha tagliato la strada, due tipi sono saltati su con in mano la ferraglia e si sono presi il carico. Mi hanno mollato in mezzo alla strada, come un fesso, con la mia banana in mano.»
«Chi è il direttore del magazzino?» domandai.
«Sempre lo stesso, Herring, il signor Herring», rispose Hogan.
«Sì, me lo ricordo», dissi. «Un ometto nervoso, che tossisce e sputa sempre.»
«Vero, tossisce e sputa», approvò Hogan.
Nessuno aveva più niente da dire.
Hogan guardò le nostre facce inespressive e disse in tono lamentoso: «Voi ragazzi non crederete che c’entro dentro io nel colpo! Vero, amici, è tutto quello che so».
Lo rassicurai. «Niente affatto, Hogan. Non ti accusiamo né ti diamo la colpa di niente. Vogliamo soltanto sapere tutto quello che sai, dove possiamo agguantare quei due ragazzotti per insegnargli il rispetto e riprendere il carico. La colpa non è tua.»
«Quei due li ho già visti da qualche parte», disse Hogan.
Si grattò la mascella ispida. Poi alzò le spalle con aria sconsolata.
«Dio se sono fesso!» disse. «Non riesco a inquadrarli. Ma deve esser stato in qualche speak del West Side.»
«In quanti speaks sei stato in questi ultimi mesi?» domandai.
Hogan continuava a grattarsi la mascella bluastra. «Cinque… sei… o sette, credo.»
Maxie si alzò con impazienza. «È inutile parlare. Si va. Stiamo qui tutto il giorno e non si conclude nulla. Quel carico valeva troppo per perderlo.»
Patsy aggiunse: «E se li peschiamo, quei fessi vanno sotto di un metro».
Salimmo sulla Caddy e andammo nel West Side.
In due ore, Hogan ci condusse dentro e fuori da quindici speaks.
La Caddy correva per Hudson Street, nel buio, quando Hogan si sporse eccitato dal finestrino.
«Ehi, quello è un posto che conosco», esclamò. «Accosta! Credo che li ho visti là, nel locale di Fitzgerald. Quelli dell’Hudson Duster ci vanno spesso.»
Cockeye mise in folle e filò verso il marciapiede. Entrammo con Hogan in testa.
Era un tipico speak della Hell’s Kitchen, una grande sala, arredata con il minimo indispensabile: un lungo bar, poche sedie e qualche tavolino, sparsi qua e là. C’era un’atmosfera pesante, da fronte del porto. La clientela consisteva di una ventina di scaricatori assortiti, guidatori di autocarri e teppisti secondari, soprattutto irlandesi. Ci squadrarono con insolente indifferenza. Andammo a sistemarci ad un tavolino nel fondo. Hogan si guardò attorno.
Disse: «No, qui non ci sono, ma può essere il posto dove li ho visti».
Ordinammo dei doppi.
Hogan sorseggiò il suo e aggiunse in tono convinto:
«Sì, proprio qui li ho visti. Adesso ne sono sicuro».
Maxie disse stancamente: «Bene, si resta qui per un po’. Forse sai quello che ti dici e quei due figli di puttana capiteranno qui dentro».
Bevemmo e conversammo faticosamente per quelle che mi sembrarono ore intere. Ogni tanto arrivavano altri clienti. La nostra pazienza fu finalmente ricompensata. Due giovanotti, un po’ brilli, dall’andatura dondolante, entrarono e andarono al bar.
Hogan sussurrò eccitato: «Sono loro, sono loro, quei due che entrano adesso».
Indicò con il dito.
Maxie lo calmò. «Bene, bene, Hogan, non farti rimescolare le palle, sta zitto.»
Andammo al bar e circondammo i due nuovi venuti. Uno dei due si voltò di scatto. Aveva sentito avvicinarsi il pericolo. Aveva negli occhi la paura. Riconobbe Hogan. Sapeva perché eravamo là. Guardai le mani. La sua mano scivolava lentamente verso la tasca destra. Avevo il pollice sul pulsante del coltello a molla. La mano uscì dalla tasca con una pistola. Premetti il bottone. La lama schizzò fuori. La piantai nel dorso della mano. La pistola cadde a terra. Il ragazzo gridò.
Tutti guardarono la mano insanguinata, come ipnotizzati. Si era fatto un gran silenzio. Poi ci furono due rumori. Il pugno di Max contro la mascella e il tonfo della testa contro il pavimento.
«Fuori, voi due, fetenti», ordinò Maxie.
Quello con la mano ferita esitò. Max lo afferrò per la collottola e lo scaraventò dall’altra parte della sala, verso la porta. Mi ricordò un barista quando fa scivolare il boccale di birra lungo il banco del bar.
L’altro giaceva a terra e non voleva saperne di alzarsi. «Su, in piedi, rognoso.»
Patsy gli diede un calcio nella pancia. Il ragazzi gemette e si tirò su, piegato in due. Cockeye e Patsy lo trascinarono fuori.
Li buttammo a bordo della Caddy e salimmo. Rimasero immobili sotto i nostri piedi durante tutto il percorso. Quando arrivammo da Moe, erano un paio di ragazzetti morti di paura.
Quello con la mano ferita gemette: «Lasciateci stare, siamo amici di Owney Madden».
«Owney è membro della Combinazione, ma tu non mostri nessun rispetto.» Maxie colpì il ragazzo sulla bocca. Si raggomitolò a terra tremando.
«Eravamo ubriachi.» Si mise a piagnucolare.
«Ci hanno mandati», singhiozzò l’altro. Supplicavano tutti e due, senza vergogna.
«Lasciateci andare, amici. Giuriamo che avremo rispetto», gemette uno dei due.
«Bene, ragazzo, allora sei pronto a parlare?» domandai. Annuì con forza.
«Certo, certo, vi dico la storia, ma lasciatemi andare.»
Ci dissero il nome di quello che aveva indicato l’autocarro, un certo Gordon e l’indirizzo di dove avevano consegnato il carico.
«Gli daremo una lezione di buone maniere a quello che vi ha insegnato la strada», disse seccamente Maxie.
«Voi due, non avete trafficato con la roba, prima di consegnarla?» domandai.
«No, no, non l’abbiamo toccata.»
L’altro intervenne. «E come? L’abbiamo consegnata mezz’ora dopo che l’abbiamo presa, lo giuro. Lo giuro, possa cadere secco.»
«Chi vi ha dato l’idea?»
«Ve l’abbiamo detto, un tale che dice di chiamarsi Gordon. Lo abbiamo conosciuto in uno speak. Ha detto che era uno del traffico. Giuro, non lo sapevamo che era roba della Combinazione. Se lo sapevamo, non la toccavamo neanche con un palo di dieci metri.»
«Già, lo sappiamo che non va per la salute, mettersi di mezzo con la Combinazione», aggiunse l’altro. «Quel tipo, era uno magro con i baffi?» domandai. Era un colpo a caso.
«Sì, è lui», rispose in fretta.
«E si schiarisce la gola prima di parlare», aggiunsi. «Come se fosse nervoso?»
«Già, quello, proprio lui. E sputa sempre.»
Con sardonica compitezza dissi: «Andiamo a fare una visitina al nostro amico, il signor Herring?» Maxie annuì con aria cupa.
«Forse questi due possiamo lasciarli andare. Baderete agli affari vostri e terrete la bocca chiusa?» domandai.
«Sì, giuro, lo prometto.» «Davanti a Dio!» gemette l’altro.
«Bene, fuori!» urlò Maxie.
Dissi: «Ancora un momento».
Mi chinai a parlare all’orecchio di Maxie. «Bene, bene», esclamò con impazienza.
Mi rivolsi ai due: «Ci servite ancora per un’oretta, poi potete squagliare. Verrete a fare una passeggiata con noi».
«Avanti andiamo», ordinò Max. «Perché diavolo sei tanto gentile con questi due fetenti?»
Quello con la mano ferita si rattrappì.
Sorrisi. «Avanti, ragazzi, è una passeggiata con andata e ritorno.» Ci guardò spaventato.
«Dovete soltanto identificare quel tipo, quel Gordon.» Max gli diede uno spintone. «O vieni con noi senza tante storie, o…» Salimmo sulla Caddy. Quando arrivammo al magazzino, dissi a Cockeye: «Tu resta con questi due finché non ti si chiama».
Patsy bussò due volte forte e tre volte piano alla porta dello squallido magazzino di West Street. Maxie levò di tasca una moneta e grattò sul muro, dicendo con impazienza: «Okay, okay, apri».
La porta massiccia si aprì verso l’interno e ne uscì un odore mefitico. Non riuscivamo a veder nulla nella completa oscurità.
Maxie ruggì: «E perché diavolo non accendi la luce?»
Sulla soglia, scorgemmo una figura piccola e magra. Si schiarì la gola nervosamente.
«Sei tu, Maxie?» domandò.
«Sì, Herring, chi aspettavi? Il fantasma di Mad Mick?» fece Maxie in tono maligno.
«Dobbiamo essere prudenti. Lo sai, Maxie, qui dentro c’è della roba preziosa», piagnucolò Herring.
«Ce le hai le guardie, o no?» rimbeccò Maxie. «Dove diavolo sono?»
«Eccoci qui, Maxie», disse una voce da dietro la porta massiccia.
Herring accese la lampada a pila e la mosse, illuminando cinque figure sparse nell’ingresso. Due di loro impugnavano un Tommy.
«Dove diavolo eravate voi l’altra sera, quando Hogan ha dovuto uscire senza guardie?» scattò Maxie in tono sarcastico.
«Domandalo a Herring, Max», fece una voce lamentosa. «È lui che comanda. Gli ordini li dà lui. C’eravamo, ma non sapevamo neanche che l’autocarro partiva.»
«Bene, bene», disse Max. «Sei tu, Chicken Flicker?» «Sì, Max», rispose la voce acuta.
Seguimmo Herring che portava la lampada e superammo una serie di ostacoli. Riconobbi la merce accatastata man mano che avanzavamo. Tutta roba della gigantesca Combinazione nazionale: migliaia di macchine a gettone ancora incassate, casse e casse di birra. di liquori nazionali e d’importazione, una sull’altra, fino al soffitto. Centinaia di barili d’acciaio pieni di alcool appena distillato dallo zucchero nelle distillerie clandestine della Combinazione.
Passammo tra immense piramidi di barili pieni di melassa che serviva a distillare del rum scadente.
C’erano scorte immense di tutte le merci immaginabili, utili al funzionamento delle diverse imprese della Combinazione.
Dietro di me, Patsy osservò: «Roba per milioni di dollari, eh
Noodles?»
«Direi più di un paio di milioni, Patsy ragazzo mio.»
Herring aprì la porta e accese le luci dell’ufficio. Dopo la profonda oscurità del magazzino, sembrava di trovarsi su una spiaggia assolata. Restammo accecati per un attimo.
Maxie sedette alla grande scrivania di Herring e con un gesto grandioso della mano, in tono solenne, disse: «Sedete, signori, vogliamo la verità, nient’altro che la verità», poi aggiunse: «Niente balle». Squadrò con ferocia Herring e le guardie.
Herring si alzò con un’espressione spaventata nella faccia e si schiarì nervosamente la gola, come se volesse dire qualcosa. Maxie glielo impedì.
«Mio caro signor Herring, parlerai anche tu, ma al momento giusto.
Siediti. Prima voglio ascoltare i testimoni.»
Herring balbettò qualcosa che nessuno sentì. Maxie pestò il grosso pugno sulla scrivania. Herring crollò di nuovo a sedere, mormorando con voce tremula: «Ho diritto ad un processo imparziale, non è stata colpa mia».
«Ne hai diritto, mio caro signor Herring, e se non è stata colpa tua, non è stata colpa tua.»
Maxie sorrise malignamente. Si comportava come un gatto che gioca con il topo. Non mi piaceva.
«Okay, Chicken Flicker», disse alla guardia che impugnava il Tommy. «Passa lo spruzzatore a Noodles e sentiamo quello che hai da dire.»
Chicken Flicker mi porse il mitra. «Dirò la verità, Max, non sappiamo niente…»
«Okay, Chicken Flicker», fece Maxie. «Cosa facevate voialtri, quel giorno?»
Chicken Flicker confessò a disagio. «Giocavamo a carte dietro la pila delle casse di birra».
«E bevevate birra?» scattò Maxie.
L’altro annuì con aria colpevole.
Una delle guardie intervenne. «Herring ci ha dato il permesso, Max. Ha detto proprio così: ‘Avanti, fatevene un paio. L’autocarro non è ancora pronto’. Ha detto così, Herring.»
«Già», intervenne un altro, «adesso me lo ricordo…
Un paio d’ore dopo, sono venuto in ufficio per chiedere a
Herring se il carico era pronto e lui ha detto: ‘È già andato!’»
Maxie domandò: «Non l’hai trovato strano, che l’autocarro fosse fuori senza un paio di guardie?» L’uomo era mortificato.
«A dire la verità, Max, a quel punto eravamo farcharret con la birra.»
«Farcharret, balle!» disse Maxie con ira. «Se bevete e non badate a quello che succede, allora piantatela di bere.» «Sì, Max, si beveva quella maledetta birra olandese.» «Roba potente», commentò l’altra guardia.
«Allora tenetevi alla roba nazionale, d’ora in avanti», disse Max secco.
Guardavo Herring. Le prove si accumulavano. Sapeva di esserci dentro in pieno. Era un miserando spettacolo, raggomitolato nella sua sedia. ll lato destro della faccia gli tremava. Gli occhi vagavano pieni di terrore per la stanza, alla ricerca di una via d’uscita. Mi ricordava un topo in trappola. Ormai lo sapeva di essere condannato. Lo sapeva quello che si era venuti a fare. Mi faceva pena, ma perché diavolo ci si era andato a cacciare? Prendeva trecento la settimana dalla Combinazione. Perché lo aveva fatto? Una moglie spendacciona? Gli serviva il danaro per una ganza costosa? Cavalli? Andasse all’inferno! Che c’entra la compassione. Abbiamo un lavoro da fare. Quel fesso si è scavato la fossa da solo. Noi lo consegniamo, ci penseranno gli altri al resto.
Maxie cercava di attirare la mia attenzione. «Ehi, Noodles dormi?
Parlavo con te.»
Il suo tono non mi piaceva.
Risposi stancamente: «Sì, Maxie».
«Fa’ venire qui Cockeye con i testimoni a sorpresa.» Maxie si godeva la sua parte di giudice e di accusatore. Presi la lampada di Herring e uscii dall’ufficio. Attraversai il magazzino, aprii la porta e chiamai Cockeye.
Scese con i due ragazzi. Lo scortai in ufficio.
Quando Herring vide chi entrava, credetti che cascasse secco sul colpo. Fissò i due con occhi pieni di terrore. Tossì, sputò e poi vomitò.
La voce di Maxie era corrosiva.
Disse: «Suvvia, fessi, è questo che vi ha dato il lavoretto?» «Sì, è lui.»
La risposta colpì Herring come una frustata in faccia. «No, no, non sono stato io. Io non…» Gridò istericamente, coprendosi la faccia.
«Tu non… cosa? Schifoso fetente, dicono che sei stato tu», sghignazzò Max.
«Non sono stato io, non sono stato io», gemeva Herring.
CAPITOLO XLII
ALL’improvviso un campanello suonò nel magazzino. Un suono acuto e così inatteso, da farci rimanere tutti in silenzio e a bocca aperta. Non so perché, mi parve fosse lo stesso suono della campana della sesta ripresa, nell’incontro Dempsey-Willard che avevo visto pochi anni prima nell’Ohio. Sulla faccia di Willard era apparsa la stessa espressione di sollievo che vedevo sul volto di Herring in quel momento.
«E questo cosa diavolo è?» fece Maxie.
«E la campana della strada laterale, dove c’è la piattaforma di carico», disse Chicken Flicker.
«Pat, tu va’ con Chicken a vedere chi diavolo è.» Patsy prese la lampada a pila. Uscirono.
Dissi: «Meglio che vada anch’io con lo spruzzatore, non si sa mai».
Raggiunsi Patsy e Chicken Flicker mentre aprivano la porta laterale. Un massiccio autista era fermo sulla piattaforma. Aveva accostato l’immenso autocarro a marcia indietro.
Patsy disse: «Che vuoi?»
«Dov’è il signor Herring?»
«Cosa vuoi da lui?»
«Ha detto di prendere dieci barili di roba per Baltimora.» «Dieci barili per Baltimora?» ripeté Chicken Flicker.
«Noi non si spedisce a Baltimora. Ci sono grane da quelle parti.»
«Entra, entra», dissi. «A chi va consegnata la roba a Baltimora?»
Mi mostrò un biglietto.
Se c’era qualcosa che potesse scriver «fine» per Herring, era questo. Spediva merce ad una piccola banda che dava grane alla Combinazione.
Tornammo in ufficio con l’autista.
«E così quell’idiota fottuto non ha ancora sganciato la roba. Dev’essere ancora qui da qualche parte», sussurrò Patsy.
«Che razza di fesso, quell’Herring», risposi.
«Quando vede l’autista casca secco» e Patsy ridacchiò piano.
E così fu, più o meno, quando entrammo.
Max domandò: «Chi è quello?»
Patsy gli sussurrò all’orecchio. E Max annuì con aria cupa.
«Bene, autista, lo sai a chi devi consegnare la roba a Baltimora?»
«Sì, certo, il signor Herring mi ha già dato nome e indirizzo.»
E qui mollò la bomba, senza saperlo. Fece il nome della banda fuorilegge.
«Cosa!» esplose Max, balzando dalla sedia. Mollò un pugno alla mascella di Herring.
«Bene, bene», schioccò. le dita e disse all’autista in tono impaziente: «Tu fila, non c’è niente da consegnare a Baltimora».
Patsy accompagnò fuori l’autista.
Maxie abbaiò gli ordini con il tono secco di un sergente maggiore.
«Chicken Flicker e voialtri, fuori», disse alle guardie. «Tutti liberi per stanotte. Noodles, accompagna fuori quei fessi.» Fece. schioccare le dita. Aveva una strana espressione in faccia. Non mi piaceva affatto, ma feci come aveva detto.
Quando tornai in ufficio, Pat, Cockeye e Maxie stavano in piedi attorno a Herring che si dondolava avanti e indietro, come ipnotizzato dal terrore. Maxie lo colpì. Cadde, contorcendosi, gemendo e piagnucolando e chiedendo pietà. Maxie imprecò e lo colpì di nuovo.
Finalmente confessò: «Ho… ho nascosto… i dieci… barili… sotto i sacchi… di zucchero… in fondo… al magazzino».
Max e Patsy lo trascinarono fuori, sconvolto dal panico, mezzo svenuto.
Cockeye andava avanti con la lampada, illuminando la strada davanti a noi. Sentii il fruscio dei topi che scorrazzavano tra le immense pile di merci, cupe e torreggianti sopra di noi da ogni lato. Tutto sembrava irreale… come se camminassimo in un sogno vago e incredibile.
Era una bizzarra e macabra processione. Mi chiedevo che cosa Max intendesse fare di Herring, dopo aver trovato il nascondiglio del whisky. Secondo la procedura della Combinazione, non doveva agire di testa sua, ma seguire il «codice». In quel caso, doveva consegnare le prove e il colpevole a quelli più in alto. Ma avevo la vaga sensazione che Max si comportasse in modo strano, che qualcosa stesse accadendogli.
Maxie mi risvegliò dalle mie meditazioni.
Dovemmo spostare cinquantun sacchi da cento chili, prima di scoprire le botti. Questa fatica imbestialì Max ancora peggio di prima.
«Miserabile fetente, togli il coperchio di quel barile», ordinò a Herring.
«Ci vuole un martello, una tenaglia», gemette disperato. «Dove li tieni i tuoi maledetti arnesi?» ringhiò Maxie in tono cattivo.
«Laggiù», indicò Herring con mano tremante.
«Cockeye», urlò Maxie, «va’ a prenderli.»
Herring non si teneva più in piedi. Dovetti sostenerlo. Tremava violentemente. Era gelido.
Cockeye tornò con gli arnesi e li porse a Herring. Tentò di prenderli, ma gli caddero di mano. Cockeye tenne la luce e Patsy si mise all’opera. Batté sul primo cerchio per allentare le doghe.
L’eco dei colpi rimbalzava da una parete all’altra nel silenzio. Quando il cerchio scese un poco, le doghe si allentarono e il whisky prese a colare dalle fessure. Patsy levò il coperchio del barile.
Max afferrò lo stupefatto e tremante Herring e si mise a spogliarlo. Lo spogliò nudo. Per un attimo rimasi incerto, non capivo lo strano comportamento di Max. Poi mi resi conto di quello che stava per fare e mi sentii raggelare. Cockeye puntò la lampada su Maxie e la sua vittima. Era un’orribile scena di un film d’orrore. Con deliberata lentezza, Maxie afferrò le gambe magre e pelose della sua vittima, con una mano, con l’altra gli spinse in avanti la testa. E piano, molto piano, lo costrinse ad affacciarsi all’orlo della botte di whisky. Continuò a spingere e la testa affondò nel liquido ambrato. Maxie premette ancora. Il naso scomparve. Ancora un po’. E il whisky entrò nella bocca aperta. Ci fu un terribile suono gorgogliante e le magre gambe pelose si irrigidirono.
Era troppo anche per me. Balzai e colpii Max, rovesciandolo a terra insieme col barile. Herring cadde lungo disteso e rimase là, ansante. Poi prese a rotolarsi e a contorcersi sul pavimento, come un pesce tirato in secco. Balzò letteralmente per aria e corse via nudo e urlante, come se lo inseguisse il diavolo.
Maxie sedeva in una pozzanghera e batteva le mani nel whisky come un bambino. Rideva e gridava: «Volevo metterlo in salamoia, in salamoia, in salamoia». Continuava a ripeterlo senza fermarsi. «Volevo metterlo in salamoia, in salamoia, in salamoia, l’aringa in salamoia! »
Patsy, Cockeye ed io lo guardavamo sbalorditi. Max continuava a ripetere: «Volevo mettere l’aringa in salamoia».*
Presi lo slancio e gli mollai uno schiaffone in faccia. Il rumore echeggiò e rimbalzò. La mano mi bruciava. Maxie protestò appena, ma la smise con quel folle ritornello. Lo sollevammo e lo portammo in ufficio. Lo asciugai con uno straccio.
Max ci guardò come se si fosse appena svegliato da un sonno profondo. Si contemplò gli abiti macchiati e in tono tranquillo e normale disse: «Gesù, come sono sporco. Devo ripulirmi, ho un appuntamento con Betty».
Dal magazzino venne un tonfo. Sussurrai a Patsy: «Tu e Cockeye occupatevi di Maxie. Portatelo a casa». «Che ne fai di Herring?» «Ci penso io», dissi.
Rimasi a guardare mentre Maxie usciva dal magazzino, sostenuto da Patsy e Cockeye.
Trovai Herring tutto tremante e quasi impazzito dal terrore. Gli dissi di vestirsi e di andarsene fuori città.
Telefonai all’ufficio centrale e raccontai in breve la storia. Non dissi che avevo ritrovato Herring e accennai appena al fatto che Maxie si era sentito male all’improvviso e se n’era andato con Patsy e Cockeye.
«Bene, ma non possiamo lasciare quel tale Herring in circolazione. Ne sa troppo», dissero.
«Mandate qui qualcuno a rilevarmi», dissi.
Aspettai tre ore buone. E ce ne volle, per trovare un tassì in West Street, Pioveva.
* Herring = aringa (N.d.T.)
Andai diritto all’albergo. Ero stanco e infelice. Mi gettai sul letto senza mangiare, senza lavarmi, senza niente. Solo.
CAPITOLO XLIII
PER molte settimane, tenni d’occhio Maxie. Si comportava in modo sempre più strano. Per un certo periodo sembrava normale, ma spesso Patsy ed io assistevamo ai suoi scatti assurdi con paura e stupore. Lo strano era che Cockeye pareva non accorgersi del cambiamento di Maxie. A volte, mentre Maxie era nel pieno di uno dei suoi colossali capricci, anche Cockeye si metteva ad agire in modo irrazionale. Per quanto ne capivo, Maxie doveva essere all’inizio di una forma di megalomania, nel primo stadio di eccitabilità. Tutto quello che faceva e progettava di fare era grande. Non pensava ad altro che ad imprese grandiose.
Un giorno ebbe una fortuna incredibile. Gli venne il ghiribizzo di puntare ventimila dollari su un cavallo. Ne vinse quarantamila. Poi incominciò a frequentare le grosse bische. A giudicare da quel che si raccontava, vinceva un patrimonio ogni giorno.
Se la mia opinione differiva dalla sua, anche nelle cose più insignificanti, diventava pazzo di rabbia. Il comportamento di Cockeye in quelle occasioni era altrettanto sorprendente. Tirava fuori l’armonica e suonava qualche frenetica melodia come accompagnamento alle ire di Maxie. Pat ed io restavamo là a guardarli ed era davvero uno spettacolo. Max farneticava, camminando avanti e indietro come un pazzo e Cockeye gli andava appresso suonando sullo stesso tono.
Avevo osservato una cosa: più frequentava quella puttana masochista di Betty, peggio si comportava. Ne discussi con Patsy. Suggerii di condurre Maxie da un medico. Secondo Patsy sarebbe stato inutile, Maxie non avrebbe mai accondisceso ad andarci. Feci notare a Max che dedicava quasi tutto il suo tempo a Betty. Divenne una furia e mi accusò di essere geloso.
Finalmente arrivò il momento della rapina che John aveva progettato, quei duecentomila dollari di paghe. Max non ne discusse mai con me. Me ne parlò Patsy. Una settimana prima del giorno stabilito, feci tanti auguri a tutti e partii per la Carolina settentrionale. Restai con Eve per tre settimane.
Quando tornai, il primo giorno restai alla larga da Delancey Street. Andai in giro da solo per la città. Il giorno dopo, incominciai a sentirmi agitato, a domandarmi come se l’erano cavata con la rapina e a chiedermi come mi avrebbero accolto. Era la prima volta che andavo da Moe con una sensazione di disagio, come se non fossi più dei loro. Sentivo di aver mancato perché non avevo voluto prender parte alla rapina. Forse Maxie se l’era legata al dito.
Be’, accidenti, sarà quel che sarà.
Entrai da Moe.
Sentii subito il suono dell’armonica di Cockeye, poi incontrai lo sguardo gelido e tutt’altro che rassicurante di Maxie.
Poi i miei occhi osservarono meglio. Era una sedia. Sì, Maxie sedeva in un’immensa poltrona riccamente intagliata, a capotavola. Patsy e Cockeye gli stavano a lato, su sedie normali. Al confronto, sembravano seduti per terra.
Rimasi attonito, senza fiato davanti a quell’assurdo spettacolo. Gli occhi di Cockeye, al di sopra dell’armonica, seguivano tutti i miei movimenti. Continuò a suonare.
Patsy sorrise e disse: «Salve».
Maxie in tono gelido e cupo, domandò: «Che te ne pare?»
Evidentemente si riferiva alla poltrona. Ci girai attorno, tastando e osservando gli intagli che ricoprivano ogni centimetro dell’incredibile monumento. Sembrava un trono, una specie di relitto regale. La esaminai da vicino. La bandiera reale rumena appariva ovunque, tra icone e ogni specie di stemmi e di insegne regali.
Era assurda, in una saletta di un bar dell’East Side, con un criminale affondato dentro.
Non riuscii ad impedirmi di domandare: «Dove l’hai trovata?»
Maxie rispose con una domanda: «Lo sai di chi è?»
Alzai le spalle. «E come faccio a saperlo?»
«Apparteneva ad un barone, un barone della vecchia Romania, centinaia di anni fa.»
Ripetei: «Come te la sei procurata?»
«Come la sono procurata?» fece Maxie con un sorriso di superiorità. «Come mi procuro tutto quello che voglio. Con la forza. Come si fa a procurarsi molto danaro? Rubandolo. Come si è procurata la ricchezza l’antica nobiltà? Questo fetente di un barone che aveva questa poltrona, ad esempio? Scommetto quello che vuoi che si è procurato i suoi milioni allo stesso modo. Rubandolo. Ed è proprio quello che farò io… mi procurerò dei milioni e tutti in un colpo solo. All’inferno i miserabili colpetti, qualche migliaio qua, qualche migliaio là. Lo farò vedere io, come funziona un vero barone ladro.»
A giudicare dalla sua aria soddisfatta, la rapina doveva essere andata bene.
Chissà, che cosa d’altro aveva in mente? Maxie fece una strana risata.
«Sono o no il padrone dell’East Side?» domandò. «L’East Side non è il mio dominio? Sono o non sono io che detto la legge?»
Mentre Maxie faceva la sua tirata, Cockeye continuava a suonare. C’era sempre lo stesso rapporto tra la musica e il farneticamento di Maxie. Cockeye peggiorava lo stato di Maxie con quella sua musica? Chissà. Sembrava impossibile che quello fosse il Maxie di un tempo. Era possibile che gli eccessi con una donna degenerata distruggessero il cervello di un uomo? Avevo sentito dire che quando un uomo si abbandona a quelle perversioni, la sua mente può indebolirsi. E quella sedia simile ad un trono era una manifestazione della sua mania di grandezza?
Guardai Patsy. Fumava tranquillamente un sigaro. Rispose al mio sguardo con un’alzata di spalle e una smorfia.
Maxie levò di tasca un foglio di carta e me lo porse. «Che ne dici?» domandò con orgoglio.
Cercai di decifrare il significato di quel disegno. Era la pianta di una zona di Wall Street, fatta a matita, con le strade, l’ingresso e l’interno di quello che sembrava un vasto edificio.
Lo restituii a Maxie. «Che cos’è’?» domandai.
«Un dritto come te non riesce a capirlo?» fece Max in tono sarcastico.
Alzai le spalle e ripetei: «Che cos’è?»
«Lo è!»
Maxie colpì il bracciolo della poltrona con aria drammatica.
«Lo è, cosa?» domandai.
«Sì, lo è… la più grande rapina della storia. Dieci volte più grande della rapina Rubel. Invece di assalire un furgone corazzato, ne prendiamo dieci in un colpo solo.» Maxie si accalorava. «Ci sono dei milioni. Ho già previsto tutto. Questo è il piano per la rapina della Banca
Federale.»
«Cosa?» esclamai. «Hai ancora quella balordaggine per la testa?
Svaligiare la Banca Federale?»
«Perché, hai dei dubbi?» gridò Maxie furibondo. «Eh, dritto? Eh, tu che sai tutto?»
«La Banca Federale?» dissi in tono dubbioso. «Dicono che è a prova di bomba. Una noce piuttosto duretta, secondo me.»
«Non come la vedo io, oppure non hai le…»
Maxie mi guardò. Capì che avrebbe fatto bene a non finire la frase.
«Dove vai tu, vado anch’io», rimbeccai.
Patsy mi strizzò l’occhio approvando.
«Bene, bene», Max agitò una mano «Pensavo che stavi diventando un po’ troppo prudente. Il colpo delle paghe è andato bene, ma ce n’era
centotrenta invece di duecento, come si credeva.» «Bene, Maxie, sono contento che ti è andata bene.» «C’è lo stesso la tua parte, Noodles», disse Max.
«Scordatelo, non la voglio.»
Mi guardò. Capì che non scherzavo.
Disse: «Va bene. Questo lavoretto federale ti interessa?»
Lo trovavo ridicolo, ma ero incuriosito e risposi: «Sentiamo un po’». «Oltre a noi quattro, usiamo altri dieci uomini.»
«Chi?»
«Jake, Goo-goo, Pip e la banda di Chicken Flicker. Basteranno.» «Lo sanno chi si rapina?» domandai.
Max scosse la testa.
«Ho detto solo che era un lavoro in grande, molto duro e che ci portiamo tutti gli spruzzatori.»
«E dove te li procuri almeno dieci?
«Dove? in magazzino, cosa ti credi?»
«A Frank non gli andrebbe, usare la roba della Combinazione per un lavoro privato.»
«Giudico io», tagliò corto Max. «Da quando in qua discuti le mie decisioni?»
Ci fissammo per un attimo.
«Pensavo solo che tu dovessi prima avere il permesso.» «Non mi occorre il permesso di nessuno», abbaiò.
Non mi piaceva affatto. Che diavolo gli aveva preso? Stava diventando sempre peggio. Era un segno sicuro. Sarebbe seguito il crollo, un crollo spaventoso. Ci avrebbe tirati tutti giù, insieme a lui. Quella faccenda non mi piaceva affatto. Ma era sempre meglio andarci a fondo, per poter fare qualcosa.
«Come ci si entra, là dentro?» domandai.
«Ecco una domanda sensata.» Maxie sorrideva soddisfatto.
«C’è una drogheria che fa le consegne un giorno sì e uno no con un grosso autocarro. Mi sono accordato per prenderlo noi. Ci nascondiamo tutti nel furgone. L’autocarro passa dai cancelli e si ferma sulla piattaforma dove gli altri furgoni corazzati scaricano il grano. Noi usciamo e si agguanta tutto. Fuori ci aspettano tre automobili. Prendiamo questa strada verso il fiume.» Maxie ci indicò il disegno. «Qui ci aspetta un battello veloce, il battello più veloce della Combinazione, magari proprio il California. Si fila verso Long Island Sound». Maxie segnò il percorso con il dito. «E qui ci si riposa.» ll dito si fermò.
«E dov’è?» Mi chinai a guardare.
«Connecticut.» Max scoppiò a ridere del mio stupore. Sulla carta andava bene, maledettamente bene; ma non mi piaceva affatto. C’erano troppi buchi e troppa gente di mezzo. Non avevamo mai lavorato con tanta gente.
Presi a passeggiare avanti e indietro. Gli occhi di Maxie mi seguivano. Cockeye continuava a suonare l’armonica.
Sentivo che non poteva riuscire. Era decisamente impossibile, ma non avevo abbastanza palle da dirlo.
Dissi invece con voce incerta: «Sistemi un alibi, nel caso vengano a farci delle domande?».
«All’inferno gli alibi!» esclamò Maxie.
Smisi di camminare e mi fermai di fronte a lui. Maxie mi scrutò con freddezza. Si adagiò nel suo trono regale, con le mani appoggiate ai braccioli. Gli dava una certa aria, un certo vantaggio psicologico su di me. Sedeva in alto, come se fosse davvero un re sul trono, intento ad ascoltare la petizione di un poveraccio. Mi sentii piccolo ed insignificante.
Senza convinzione, domandai: «La ricordi la formula per una rapina di successo? Un alibi a coprire tutto?»
«All’inferno gli alibi», ripeté Max. «E tutto perfetto. Ho già fatto la prova e tutto è perfetto, al minuto. Nient’altro da dire?»
Mi sfotteva.
«Non lo so, Max», dissi in tono dubbioso.
Ripresi a camminare avanti e indietro, per prender tempo. Forse non è impossibile, pensavo, forse ci si può fare, con un po’ di fortuna e dei calcoli al secondo. Mi piacerebbe vedere l’interno dell’edificio. Mi venne un’idea, forse potevo rimandare tutto a tempo indefinito.
Smisi di camminare e domandai: «E se andassi a ispezionare il posto? Puoi trovare il modo?»
Prima che Maxie potesse rispondere, intervenne Patsy: Sì, questa è una buona idea, Max. Lascia che Noodles dia una guardata al posto.»
«Bene, bene», fece Maxie in tono impaziente. «Telefono al sindacato e ti faccio prendere come aiutante nel furgone.»
Il resto della giornata passò a fatica, in un’atmosfera di disagio. La vecchia amicizia non c’era più. Max rimaneva quasi sempre seduto in quella sua gran poltrona a meditare e a bere. Non c’era più l’atmosfera cordiale e serena. Eravamo in continua tensione, l’aria era carica di elettricità e il reciproco risentimento era fin troppo palese.
Max telefonò al sindacato e prese accordi per farmi assumere come aiutante sul furgone.
Abbaiò al telefono: «Voglio quell’uomo sul furgone. Sì, gli piace andare a spasso per la città o gli serve la paga. Non fare tante maledette domande. Obbedisci e basta».
Mi disse dove avrei trovato il furgone l’indomani, alle otto del mattino. L’indomani, accidenti. Avevo pensato che ci volessero settimane intere per organizzarlo. Me ne andai presto per prepararmi. In Bayard Street comperai degli abiti da lavoro usati ed un berretto. Misi la sveglia alle sei. Passai un’orribile notte agitata ed ero già in piedi prima che la sveglia suonasse. Indossai i consunti abiti da lavoro, mi tirai il berretto sugli occhi e mi guardai allo specchio.
Scoppiai a ridere. Ecco com’ero vestito molti anni prima, da bambino, quando vagavamo per le strade dell’East Side e andavamo a scuola.
Ero uno straccione e mi sentivo uno straccione. Davvero, pensai, gli abiti cambiano l’atteggiamento di un individuo. Percorsi il corridoio e presi l’ascensore di servizio. Uscii dalla porta secondaria e andai in un ristorante della Decima Strada a mangiare un panino di prosciutto e formaggio. Bevvi il caffè, poi chiamai un tassì e mi feci condurre alla rimessa dove dovevo trovare il furgone.
Diedi al capo-servizio della rimessa il numero del furgone al quale ero assegnato, ma l’autista non c’era ancora. Sarebbe arrivato tra pochi minuti. Salii in macchina e sedetti ad aspettare.
Quando l’autista arrivò, mi presentai: «Sono Jack, il nuovo aiutante».
Sembrava di pessimo umore. Mi guardò di traverso e borbottò: «Quel maledetto sindacato ha un bel coraggio a mandarmi te. Dov’è il mio solito aiutante?»
«Devo mangiare anch’io, amico», risposi. «Sono anni che non lavoro.»
«A vederti si direbbe che mangi tutti i giorni», grugnì l’autista.
«Ho degli amici che mi invitano spesso», dissi. «Come ti chiami, amico?»
«Come ti chiami amico?» scimmiottò. «Senti, tu» e mi puntò un dito sul petto. «Lasciamo perdere le cerimonie, eh? Io e te si sta insieme pochino. Adesso c’è da lavorare e si lavora.»
Mise in moto e uscimmo dalla rimessa. Percorse West Street piuttosto velocemente e si infilò a marcia indietro sulla piattaforma di carico della ditta. Un impiegato uscì dall’ufficio e controllò le casse di roba in scatola, i sacchi di farina, zucchero e riso che venivano ammucchiati accanto all’autocarro. Io e l’autista incominciammo a caricare. Non ci sapevo fare a maneggiare quella roba.
L’autista continuava a brontolare: «Sei un fesso, non sai neanche caricare un autocarro. Quel maledetto sindacato, mandarmi un balordo simile!»
Ero scocciato e sudavo dalla fatica, ma mi controllai. Pensavo tra me che sarebbe stato un piacere dargli una bella rigirata. Ci mettemmo un’ora e mezzo a caricare circa dieci tonnellate di merce assortita.
Infine l’autista tirò giù il telone e lo legò.
Poi, in tono maligno, disse: «Tu viaggi dietro, tutto il giorno».
Salii e mi attaccai alla meglio alle corde. Passava sopra tutti i buchi e le gobbe che trovava e prendeva le curve come un diavolo, di proposito, Finalmente si fermò davanti ad un ristorante economico. Balzò e venne dietro il furgone con un gran sorriso in faccia.
«Ci sei ancora? Credevo di averti sbattuto fuori. Questo è un campione
di quello che ti rifilo per tutto il giorno. Forse preferisci andartene subito.»
Scesi tutto tremulo. Lo squadrai. Era un tipo forzuto. Meglio andarci sul sicuro. Niente rischi. Mi chinai per raggiustarmi il risvolto dei pantaloni. E mi rialzai piantandogli un sinistro sul mento. Barcollò all’indietro. Gli mollai il piede destro nella pancia. Cadde a terra contorcendosi dal dolore. Un gruppo di scaricatori si avvicinò.
Uno di loro domandò: «Che succede?»
Risposi: «Il mio amico deve avere il mal di pancia. Tutto qui». Mi chinai con premura. «Come stai, caro? Un po’ meglio, spero.» Lo aiutai a rimettersi in piedi. Era intontito.
Sussurrai: «Ne hai avuto abbastanza, fetente? O devo sbatterti nel fiume?»
Mi guardò e annuì. Gli sorrisi. Lo presi sottobraccio e lo accompagnai dentro.
L’uomo al banco esclamò: «Che ti capita, Butch? Mi sa che non stai molto bene.»
«Butch non sta molto bene», dissi.
Quello al banco disse: «Oh che guaio. Che volete voialtri?» Ordinai: «Bacon, uova, pane tostato e caffè per me e Butch».
«Bene», e sorrise.
Mangiammo in silenzio. Presi una manciata di sigari dal banco e pagai il conto. Uscimmo.
L’autista salì al suo posto. poi si volse e si strofinò il mento. Aveva in faccia un sorriso cretino.
«Be’, sono stato un fesso», disse. «Siediti davanti con me. Come hai detto che ti chiami?» «Jack», risposi. «Io, Butch.» Annuii.
«Ci sai fare, eh Jack?»
Sorrisi modestamente e gli porsi un sigaro. Accese prima il mio. Tirò fuori le bollette di consegna. «Prima fermata all’ospedale Beckman. Lo sai come si preparano le ordinazioni?»
«No.»
«Roba da niente. Te lo insegno appena ci arriviamo.» Dissi: «Bene, mi va di imparare il mestiere».
Andammo all’ospedale. Butch slegò la corda, prese il carretto a mano e lo caricò di roba.
«Resta qui, Jack», disse. «Io porto dentro la merce.»
Dieci minuti dopo tornò, gettò sul furgone il carretto a mano e legò il telone.
Guardò le bollette e disse: «Prossima fermata alla banca Seaman».
Ci arrivammo, fece quello che aveva fatto all’ospedale. Lo accompagnai dentro. Salimmo con l’ascensore e consegnammo la roba al bar della banca.
«Tutti questi posti hanno il bar per gli impiegati», osservò
Butch. «Prima volta che fai questo lavoro?» Annuii.
«Ti va?»
«Parecchio faticoso, tra casse e sacchi.»
«Mica male, quando ti ci abitui.»
«Probabilmente mi ci abituerei, col tempo», dissi.
La prossima consegna era al Railroad Machinery Club. «Questa fermata è una vera rottura di palle», commentò Butch. «La prossima è una bellezza, piattaforma di consegna.» «Ah sì?» feci in tono disinteressato.
«Sì, alla prossima vedrai scaricare sacchi di danaro e di lingotti d’oro dappertutto. Roba come non ne hai mai vista in vita tua.»
«Ah sì? E dove?»
Il cuore mi batteva. Cercai di nascondere l’emozione. «La prossima consegna è alla Banca Federale», disse Butch in tonò cattedratico.
Ci fermammo davanti alla pesante porta di acciaio. Dall’esterno, l’edificio sembrava una fortezza inviolabile. C’era una sentinella armata nella strada.
«Ciao, Butch», salutò. «Ti sei procurato un nuovo aiutante, vedo.»
Presi nota mentalmente che la sentinella era un tipo sveglio.
Butch ricambiò il saluto: «Come ti va, Mack? Sì, oggi ne ho uno nuovo».
Non me ne accorsi, ma evidentemente la sentinella doveva aver dato un segnale agli uomini nell’interno. La porta d’acciaio si aprì lentamente. Subito dentro la porta, c’erano quattro guardie con delle quarantacinque alla cintola. I loro sguardi attenti mi diedero una spiacevole sensazione. Segnalarono a Butch che poteva andare avanti. Entrammo. Le pesanti porte si richiusero dietro di noi. Ci trovavamo in un grande cortile cintato. Non c’era posto sulla piattaforma di scarico. Scesi e mi misi accanto al furgone. C’erano almeno quindici guardie armate di quarantacinque.
Sulla piattaforma, alcuni furgoni corazzati scaricavano sacchi di danaro e lingotti d’oro. Dovevano pesare circa venticinque chili l’uno. Feci qualche passo verso la piattaforma per vedere meglio. Una guardia mi venne subito accanto e mi batté sulla spalla.
«Dovete stare vicino al vostro furgone», disse educatamente.
«Non è permesso circolare qui.» Butch rise.
Gridò alla guardia. «È il nuovo aiutante, Mack. Lascia che vada a darci un’occhiata e a scegliersi un paio di scampoli».
La guardia sorrise «Oggi non è giornata di liquidazione.»
Butch scese e sedette sul predellino. Andai a sedermi accanto a lui. «Scommetto che oggi su quella piattaforma ci sono perlomeno dieci milioni di dollari», disse.
Fischiai.
Butch sussurrò in tono d’importanza. «Questo è niente. L’altro giorno una guardia mia ha detto che ce n’erano cinquanta.» «Un bel mucchio di cavoli», esclamai.
«Già, e che cavoli ben guardati.» Butch accennò alle mura. «Le vedi le feritoie?»
Guardai le mura del cortile. C’erano almeno cinquanta feritoie tutto intorno.
«Su quella piattaforma, ci sono venti guardie con le mitragliatrici. E poi c’è un tale che riprende il film durante tutto il giorno.»
«Film?» domandai perplesso.
«Sì, a me, a te, proprio in questo momento, e a tutti quelli che sono qui dentro.»
«Accidenti!» esclamai e cercai di nascondere la faccia. Un furgone corazzato aveva finito di scaricare. L’autista sbatté gli sportelli e si allontanò.
«Ora, Butch, tocca a te», gridò una delle guardie. Butch accostò a marcia indietro. Scaricammo dieci sacchi di farina e venti casse di merce assortita.
Rimasi sulla piattaforma ad osservare i furgoni che scaricavano danaro, mentre un impiegato del bar controllava la merce e firmava la ricevuta. Uscimmo lentamente. Adesso sapevo che tentare di rapinare quel posto era un suicidio bello e buono.
Feci ancora una consegna insieme con Butch, poi dissi: «Ho un terribile mal di testa. Dovrai continuare da solo, amico».
Saltai giù.
«Ti spettano quattro ore di paga, Jack», mi gridò dietro Butch.
«Tienile tu», dissi.
«Grazie, Jack.» Mi salutò da lontano.
Presi un tassì e andai da Fat Moe.
Mentre entravo, uscirono due fattorini. Avevano appena consegnato quattro casseforti e quattro grandi bauli che stavano nel mezzo della saletta. Pat e Cockeye li esaminavano. Maxie mi vide e indicò le casseforti. «Molto bene, Noodles, molto bene.» «A che servono?» domandai.
«A metterci dentro il grano», rispose Max. «Bisogna nasconderlo.»
«Nasconderlo? E perché?»
«Sì, sì», rispose Max in tono impaziente. «Frank l’ha saputo dalla sua fonte all’ufficio delle imposte. Ci sarà un’indagine dappertutto, per la faccenda delle tasse.» Lanciò il mozzicone masticato sul pavimento, accese un altro Corona e riprese: «Hanno già preparato tutto contro Capone. Ha l’aria che quel fetente finirà dentro».
I guai di Capone sembravano dargli un vero piacere.
«Credi che quelli delle tasse se la prenderanno anche con noi?» domandai.
«Non sono indovino. Non lo so. E all’ufficio centrale non lo sanno. Le istruzioni sono di tirar fuori tutto il grano dalla banca e dalle cassette di sicurezza, tanto per andare sul sicuro.» «E metterlo in un baule?» domandai.
«Ma che diavolo, vuoi portartelo appresso nelle valigie?» domandò secco Cockeye.
«Ti ci vuole un baule grosso per il tuo mucchietto, Cockeye», rise Patsy.
«Parla per te, Patsy. Non sei certo in bolletta neanche tu», rispose Cockeye.
«Già, vi ho ridotti tutti dei miserabili, con duecentomila bigliettoni sotto sale», disse Maxie in tono borioso.
Patsy ed io ci scambiammo uno sguardo. E così, secondo lui, era tutto merito suo. Questa era nuova.
Dissi: «Piuttosto rischioso, lasciare tutta quella roba in un baule, in una camera d’albergo o non so dove».
«Già, hai ragione, Noodles», approvò Max.
Poi continuò con quel suo tono di superiorità:
«L’idea è più o meno questa, da quello che ha mandato a dire in giro il capoccia. E così si farà. Abbiamo tutti una piccola cassaforte.
Metteremo il grano nella cassaforte.» S’interruppe.
Lentamente, con un gesto grandioso, scosse la cenere dal sigaro.
Poi riprese: «Mettiamo la cassaforte nel baule». Bevve un sorso dal bicchiere. Aspettai. «Poi mettiamo il baule nel sotterraneo di uno di quei grandi magazzini antincendio e antifurto.»
«Tutti e quattro i bauli nello stesso magazzino?» domandai.
«Certo, non vedo perché no», rimbeccò Max. «Tutti e quattro nello stesso magazzino, ma ognuno in una sala diversa, no? Va bene per te, Noodles?»
Parlava in tono leggermente sarcastico. Mi guardò con arroganza.
«Abbiamo tutti una diversa combinazione e una chiave diversa per la stanza di deposito?» domandai.
«Non preoccuparti, Noodles», rispose Maxie.
«Ehi, Noodles», aggiunse. «Sei mai stato in uno di quei magazzini, dove tengono i quadri di valore, l’argenteria eccetera?» Scossi la testa.
«Tch, tch»,. fece Maxie in tono sorpreso. «Un tipo in gamba come te. Adesso te lo spiego. Prima di tutto gli edifici sono fatti di cemento armato. A prova d’incendio. Hanno sentinelle giorno e notte. E gli allarmi elettrici son collegati con l’esterno, come il servizio di protezione Holmes. Ogni stanza è una cassaforte in se stessa. Cemento solido, porte d’acciaio, con serrature che neanche Jake riuscirebbe ad aprire.»
Sorrisi debolmente: «Suona okay».
«È okay», concluse Max in tono deciso.
«Ma i federali non possono entrare nel magazzino e scoprire il nostro mucchio?» domandò Patsy.
«Si metteranno i bauli in magazzino sotto altro nome, giusto?» domandai.
«Sì, giusto, Noodles», rispose Maxie in tono condiscendente.
«Questa sarebbe l’idea e prima si mette via la roba, meglio è.»
«È così urgente?» domandai,
«Già, più presto possibile. I federali sono in giro.»
«Gran bella trovata, questa del baule e della cassaforte», disse Cockeye. Aveva aperto una cassaforte e trafficava con la combinazione.
Max accese lentamente un sigaro e sputò per terra. «Be’, cosa hai scoperto?»
«Niente da fare per quella rapina, Max. Levati dalla testa la Banca Federale. È roba che può venire in mente a un matto, non va bene per noi.»
Appena ebbi finito di dirlo, capii di aver commesso un errore. Era come dare a Maxie del matto.
«Chi è matto, fetente rognoso?» esplose Maxie.
«Calma, Max», disse Patsy, tenendolo per il braccio destro.
«Noodles non voleva dir questo, vero Noodles?»
«Certo che sì, Max. Ha sempre pensato di essere il più dritto di tutti.» Quel fetente di Cockeye cercava di peggiorare la situazione.
«Senza offesa, Max», dissi. «Volevo dire soltanto che è un lavoro troppo difficile, per noi e per qualsiasi altro.»
«Sono io che giudico e non mi occorrono i tuoi maledetti consigli», scattò Max furibondo, «e si farà com’è stato deciso.»
Stava riducendosi in uno stato di rabbia frenetica. «Va bene», dissi con calma, «il dottore sei tu.»
Era paonazzo in faccia e aveva le labbra bianche. Borbottava tra sé.
Moe entrò con un vassoio di doppi.
Max urlò: «Maledetto, non entrare se non sei chiamato!» Moe depose il vassoio sulla tavola con espressione offesa e incredula, poi uscì in fretta. Patsy ed io sedemmo vicini.
«Quel Maxie», sussurrò, «gli sta dando di volta.» Annuii.
Cockeye suonava l’armonica e Max rimase tranquillo per un po’.
Poi si alzò e si avvicinò ai bauli, ne aprì uno, giocherellò con la combinazione, poi sedette con un sospiro e allungò la mano verso il bicchiere.
Quando ebbe bevuto, mi sorrise e disse: «Mi dispiace di aver dato fuori, Noodles».
Annuii e risposi: «Non fa niente, Max».
Si strofinò la testa.
«Non so che diavolo mi prende», sorrise debolmente. «Forse mi ci vuole una vacanza. Sono un po’ agitato.» «Credo che a tutti ci voglia una vacanza», disse Patsy. «Già, dopo quel lavoretto, si molla per un po’.» Pat ed io ci guardammo in faccia.
«Ehi, Cockeye», chiamò Max, «vieni qui a bere.»
Cockeye smise subito di suonare e si avvicinò. Sedette e bevve lentamente.
«Be’, tanto vale darsi da fare a metter via il grano, come dice l’ufficio», disse Max.
«Hai già scelto il magazzino?» domandai.
«Sì e no», rispose annoiato. «Decideremo domani. Ho in mente un paio di posti buoni. Be’, prima si tira fuori il danaro dalla banca, prima si smette di preoccuparsi di quelli delle tasse. Domattina voialtri portate qui il danaro e poi si pensa al resto, va bene?» Maxie sembrava tornato quello di una volta. Annuimmo. «Il grano sarà in un posto sicuro. Intanto a questo non ci sarà più da pensarci.» Aspirò dal sigaro. «E avrò il cervello libero, per pensare al lavoretto della Banca Federale. Restano soltanto un paio di giorni per sistemare alcuni particolari.»
«Si fa così presto?» Era un ultimo tentativo. «Senti, Maxie non è sciocco per gente nella nostra posizione andar fuori per una rapina?»
«Perché? Perché dovrebbe essere sciocco? In principio cosa si era, rapinatori, no?» Mi guardò con freddezza. «Eravamo i migliori, no?»
«Già, ma adesso è diverso», insistetti. «Ci va piuttosto bene, no? Da anni siamo sul libro paga della Combinazione a cinquecento la settimana.» Tolsi di tasca il mio taccuino e feci dei calcoli. «E tra gli speaks, macchinette, pompe funebri e un altro paio di cosette. si arriva vicino ai centomila bigliettoni l’anno a testa. Non è mica latta, sai. Perché correr rischi? Non è roba da abile uomo d’affari, Max.»
«E chi ha mai detto di essere un uomo d’affari? Se avessi voluto andarci sempre sul sicuro, dove sarei adesso? E voialtri? Aiutanti sui furgoni di una lavanderia!» Mi guardò con ira.
Si alzò e camminò per la stanza, poi andò a sedersi su quella specie di trono. Gli diede subito una sensazione di sicurezza e di superiorità. Si accomodò meglio, si appoggiò all’indietro e incrociò le gambe. Guardò il soffitto, soffiando fuori il fumo. Poi guardò giù, verso di noi.
«Per quanto mi riguarda, i duecentomila bigliettoni che metto via domani sono letame. E ci sono voluti troppi anni per metterli insieme.» Si chinò in avanti e mi puntò un dito contro. «E ne abbiamo corsi di rischi, non scordartelo.» Si batté sul petto. «E non scordarti che sono stato io, e nessun altro, a organizzare tutto, proprio come sto organizzando questo. Maledizione, da quando in qua devo giustificarmi per qualcosa che ho deciso di fare?»
Mi guardò con ira. E, lo giuro. o forse lo immaginai, schioccò le dita a Cockeye perché si mettesse a suonare. Insomma, Cockeye tirò fuori l’armonica e si mise a suonare come un matto.
Maxie si agitò furente sul suo trono, poi mi puntò contro un dito: «Tu, Noodles, stai diventando maledettamente sfacciato. Prendi ordini da me…»
Mi alzai. Non sapevo come comportarmi. Mi sentivo meschino, in quegli abiti stracciati. Mi venne un’idea folle, pensai che Maxie si aspettasse di vedermi inginocchiato davanti a quella sua maledetta sedia, in atto di implorare il suo perdono. Chissà di dove mi veniva quell’idea. Era l’effetto del trono? O l’aria imperiale di Maxie? Alzai le spalle, idea ridicola. Ma mi accorsi di stargli davanti a testa china e di mormorare in tono di scusa: «Va bene, il dottore sei tu, Maxie. Vorrei levarmi di dosso questi abiti sporchi».
Fece un gesto imperioso con la mano. «Sì, ma devi essere qui domattina prima delle undici. Voglio levarmi di torno quei maledetti bauli. Rovinano l’insieme.»
Mormorai: «Si, Max» e me ne andai. Mi sentivo tutto di traverso.
CAPITOLO XLIV
DOPO la doccia, mi distesi sul letto in pigiama a pensare alla rapina.
Forse Maxie sa quello che fa. Forse ha inventato qualcosa di speciale e riusciremo a farcela. C’è sempre qualche trucco per tutto. Perché non ci dovrebbe essere per la Banca Federale? Accidenti, che colpo, se riuscissimo davvero a farcela! Sarebbe la rapina più famosa di tutti i tempi. Perlomeno un milione di dollari a testa. Potevo piantarla e ritirarmi. Che cosa non si può fare con un milione di dollari? Potrei viaggiare per tutto il mondo. Stendere tutte le più belle donne di tutti i paesi. Lo farei sistematicamente, per non perdermi neanche una razza o una nazionalità. Assaggerei tutti i tipi di femmine che esistono sulla faccia del globo. Le tratterei tutte bene. Scenderei ai migliori alberghi. Starei un bel po’ in Turchia, dicono che le donne turche sono formidabili. Chissà se mi insegneranno qualcosa di nuovo. Sorrisi. Ne dubitavo. Già, e da quelle parti pestano parecchio il gong. Questo mi piace, oppio a volontà. Gesù, mi ero scordato Eve. Al ritorno, ci saremmo sposati.
Ma che diavolo faccio? Sogno di spendere un milione di dollari che non avrò mai. Quella rapina alla Banca Federale è un suicidio. Quel Maxie è matto. Non abbiamo una sola probabilità su dieci milioni di uscirne vivi. Quelle venti mitragliatrici nelle mura ci faranno a polpette ancora prima di agguantare uno solo dei sacchi. Ma quel maledetto Maxie. Non si riesce a fargli cambiare idea. La rapina federale è sempre stata la sua ossessione, fin da quando era bambino. L’idea gli era entrata in testa tanto tempo fa, ma credevo se la fosse scordata. Per lui è come una specie di malattia, come un cancro, che cresce e cresce e finirà per ucciderlo, e noi insieme con lui.
Non darà retta a nessuno. A nessuno. Maledizione, perché non ci ho pensato prima? Quel figlio di puttana darà ben retta a Frank. Da lui gli ordini li prende. Qui non si discute. Lo dirò a Frank, sistemerà tutto lui. Quello può sistemare chiunque. Ma perché diavolo non ci ho pensato prima? Sospirai di sollievo. Andai al telefono e chiamai l’ufficio centrale. Mi sentii male. Maledetta scarogna. Frank era fuori città. Non sapevano dove. Anche Phil era via. Volevo parlare con qualcun altro? No, nessun altro poteva farci niente, maledizione. Ero a terra, indeciso e disperato. Che avrei fatto? Dovevo squagliare? Andar via, correre da Eve? Niente, avrebbero pensato che avevo fifa. E poi, se scappavo, era finita per sempre. Niente più incassi rapidi e comodi. Dovrò scomparire. Dove? No, impossibile. Sono troppo abituato a questa vita facile, a New York. al caro vecchio East Side.
Forse Frank è a New Orleans. Da qualche parte deve pur essere. Starò attaccato al telefono tutta la notte, se occorre, finché lo trovo. Chiamai New Orleans. Passeggiai avanti indietro nervosamente. Furono dieci minuti infernali. A New Orleans, Dudley disse:
«Qui non c’è, prova Hot Springs».
Chiamai l’Arkansas. Ero furibondo senza ragione, per quei pochi minuti di attesa. Non c’era. Dissero: «Prova Chicago».
Provare Chicago? Ero in preda al panico. Si trattava di vita o di morte per me, e parlavano con quel tono di voce tranquillo. Se la prendevano calma, come se non avesse nessuna importanza, se lo trovavo o no. Ma dove diavolo si era cacciato? L’unica soluzione era lui, dovevo trovarlo. Premetti freneticamente la leva e con insensata ira ordinai al centralino di mettermi subito in comunicazione con Chicago.
Fischetti, a Chicago, mi disse: «Non c’è, prova Detroit».
Quando il maledetto centralinista mi diede Detroit ero madido di sudore. «Non è a Detroit», mi dissero e l’ira divenne panico tormentoso.
Urlai: «Ma dove diavolo è? È urgente, è importante. Devo parlargli!»
La voce mi rispose con calma: «Chi può saperlo dov’è quell’uomo? Ha affari per tutto il paese. Hai provato Chicago?»
Enumerai furibondo le città che aveva chiamato: New Orleans, Chicago, Hot Springs, Detroit.
La voce tranquilla disse: «Perché non provi a chiamare Jersey?»
Già, perché non ci avevo pensato? Accidenti, se sono stupido. Poteva essere dall’altra parte del fiume.
Urlai il numero di Jersey nel ricevitore, Solly disse che non c’era. Sembrava una congiura. Nessuno voleva dirmi dov’era Frank. Doveva pure essere a portata di un telefono, qualcuno doveva saperlo dov’era. Miami? Una probabilità su mille, in quella stagione. Chiama Miami.
Mi risposero ridendo: «Ma che ci farebbe qui? L’ippodromo è chiuso!»
Disperato, restai a,l telefono tutta la notte. Chiamai dappertutto. Chiamai, in Messico, in Canada.
Inutile. Era l’alba e non avevo più numeri da chiamare. Ero esausto, la gola mi doleva, avevo la voce roca, già, proprio come quella di Frank. Le orecchie mi fischiavano. Mi sentivo male. Allungai di nuovo la mano verso il telefono e dissi al centralino di chiamarmi alle otto.
«Lo sapete che avete fatto quattrocento dollari di telefonate?» mi dissero.
«E chi te l’ha chiesto?» ruggii. «Mettilo sul conto.» Sbattei giù il ricevitore. Bevvi del whisky a garganella e caddi in un sonno agitato.
Il telefono mi svegliò. La ragazza disse: «Buon giorno, sono le otto». Riattaccai borbottando: «Già, grazie».
Mi sentivo malissimo, avevo anche un terribile mal di testa. Presi un lungo sorso dalla bottiglia. Mi ci vollero alcuni minuti per rimettere insieme le idee. Che c’era da fare oggi? Oh, devo andare alla banca, incassare e vuotare le cassette di sicurezza.
Mi vestii in fretta, presi una grande valigia vuota e uscii. Guardai l’orologio. Le otto e venti, troppo presto per la banca. Entrai in un bar e bevvi una tazza di caffè dopo l’altra.
Balzai su un tassì e andai alla Public National. La banca non era ancora aperta. Passeggiai per cinque minuti. Ma perché diavolo ero tanto nervoso? Fui il primo cliente della giornata. Mentre firmavo l’assegno per l’ammontare di tutto il conto, mi sentivo cento occhi addosso.
Borbottai all’impiegato: «Vado via per affari importanti.»
Sorrise. «Che taglio?»
«Cento.»
Lanciai i pacchi nella valigia, senza contarli. Un altro cliente, accanto a me, guardava ad occhi spalancati. Lo rimbeccai: «Che diavolo guardi?»
Si allontanò imbarazzato.
Scesi nei sotterranei. La sentinella mi salutò e aprì i cancelli. Vuotai il contenuto delle mie cassette nella valigia, poi tornai di sopra e uscii.
Mi sentivo a disagio, in giro con tutto quel danaro nella valigia. Mi sembrava che tutti mi guardassero e sapessero quello che avevo nella valigia. Sarebbe stato buffo, se un paio di rapinatori mi fossero saltati addosso in quel momento, con tutto il danaro che avevo. Accidenti, un bel colpo per chiunque duecentomila bigliettoni.
Avrei potuto invocare l’immunità professionale e dirgli: «Fila, collega, sono del tuo stesso ramo?»
Starò diventando cretino? Nessuno sa che cos’ho in questa valigia. O qualcuno lo sa?
Un uomo robusto si affiancò a me. Trasportai la valigia nella sinistra, dall’altra parte, e misi la destra in tasca. Afferrai il coltello. Lo guardai in faccia, poi gli guardai le mani. Un brivido mi corse per la spina dorsale e mi si rizzarono i capelli sulla nuca. Infilò la mano sinistra nella tasca della giacca. C’era un rigonfio. Sembrava la sagoma di una pistola. Camminavamo affiancati. Incominciò a sfilare l’oggetto della tasca. Presi l’offensiva.
Gli andai sotto e gli sibilai all’orecchio: «Fai una sola mossa, fetente, e la tua testa rotola nel rigagnolo.»
Si fermò di colpo con espressione sbalordita e mormorò: «Ce ne sono di pazzi di tutte le specie in Delancey Street».
Mi voltai a guardare. Era là impalato e mangiava una banana.
Agitò la banana sbucciata e mi gridò dietro in yiddish: «Meshuggeneh merder».
La valigia diventava sempre più pesante. Chissà quanto pesava. Dovevano essere almeno cento chili. Ero stato stupido a non prendere un tassì.
Meditavo. Perché diavolo devo metter tutte le mie uova nella stessa cesta? Già, proprio così. Dividerò. Passai davanti alla Banca degli Stati Uniti. Questa è una banca solida. Entrai. La miglior cosa da fare è metterli sotto altro nome. Sì, aprirò due conti. Cinquantamila a nome di Eve McClain, cinquantamila a nome di John McClain e gli altri centomila in magazzino. Quando uscii, tutti mi strinsero la mano, dal presidente della banca in giù.
Quando finalmente raggiunsi Fat Moe mi sentii meglio. Patsy sedeva al tavolo da solo e beveva.
Agitò il bicchiere: «Prendi uno svegliarino, Noodles», mi disse.
Guardò la mia valigia. «Vedo che ti sei portato il gelt. Là c’è il mio», indicò la sua valigia sotto la tavola. Annuii e mi versai da bere.
«E così la rapina alla Banca Federale non ti va, eh, Noodles?» disse in tono casuale.
Ribattei: «E a te?»
Patsy alzò le spalle. «Maxie di solito sa quello che fa. L’ultimo colpo delle paghe è andato liscio come la seta. Vedrai che anche questo andrà bene.»
Feci un gesto desolato. «Lo spero.»
Patsy si strofinò le mani con un sorriso soddisfatto. «Un milione di dollari, è sempre un milione di dollari, rigirala come ti pare. Quel Maxie, lo sa quello che fa. Ha sempre una trovata nella manica.»
«Lo spero», ripetei. Sentivo che il pessimismo era giustificato. Che razza di trucco poteva avere Maxie, per fregare quelle mitragliatrici piantate tutto attorno alle mura? Saremmo stati come piccioni al tiro a segno. L’idea mi fece venire i brividi. Mi ricordava quella volta a Chicago, quando avevamo riempito quella gente di pallottole. Mi versai un altro doppio. La porta laterale si aprì. Max e Cockeye entrarono con le loro valigie. Maxie era di ottimo umore.
Ci salutò: «Come vi va?»
Afferrò la bottiglia e versò da bere per sé e per Cockeye. Sollevò il bicchiere. «Le chayim», disse.
«Le chayim», rispondemmo. Schioccò le labbra.
«È? andato al posto giusto.»
Prese la bottiglia e versò per tutti. Sollevò il bicchiere con un sorriso soddisfatto.
«Domani è la gran giornata che resterà nella storia», disse.
«Hai già sistemato tutto per domani?» domandò Patsy in tono ammirato.
«Già, tutto andrà come previsto. Vi spiegherò. Prima leviamoci di torno quei bauli.»
Maxie andò da un baule all’altro e li aprì.
«Okay, ragazzi, scegliete», disse.
Andò alla porta verso il bar e chiamò: «Ehi, Moe, tieni chiusa questa porta. Non vogliamo essere disturbati». Moe rispose:
«Okay, Max.»
Prendemmo ognuno la nostra valigia e andammo verso una cassaforte. Cockeye andò verso la stessa che avevo scelto io.
Dissi: «Pigliala pure tu, io prendo l’altra».
Si scostò borbottando: «A me di favori non ne fai».
Strappai la busta legata alla cassaforte e ne tolsi la combinazione dattiloscritta. Girai la manopola e aprii la porta. Poi aprii la valigia e incominciai a cacciar dentro il danaro. Con la coda dell’occhio, vedevo che gli altri facevano la stessa cosa. Era uno strano Spettacolo, tutti e quattro occupati ad ammucchiare pacchi di banconote nelle casseforti.
In quel momento il telefono suonò. Maxie disse: «Maledizione» e andò
a rispondere.
Continuai a metter via il danaro.
Max si allontanò dal telefono e disse: «L’ufficio centrale. Dobbiamo scortare un grosso carico di whisky della Combinazione a Westchester, oggi pomeriggio».
Pensai subito, oh se ci pescassero! Cinque minuti dopo, mi venne l’idea. Questa è fortuna. Odio di farlo, ma meglio diciotto mesi dentro, che morire ammazzati in quella balorda rapina alla Banca Federale. Sì, odio l’idea, ma fischierò la storia agli agenti. Sì, fischierò e diventerò un informatore. Dirò loro dove possono pescarci con il carico.
Sarebbero stati dodici mesi, per male che andava, con la storia del buon comportamento. Roba da niente. Sé non altro, saremo vivi e forse servirà a mettere un po’ di buonsenso nel cranio di Maxie e a fargli scordare quella maledetta rapina. È l’unica via d’uscita. Se la Combinazione scopre che ho fischiato alla polizia e ho mandato in malora cinquanta bigliettoni di merce, per me tanti saluti, chimono di cemento e addio. Già, ma come diavolo fanno a scoprirlo? Non sospetteranno mai che mi sono messo nelle grane da solo. Filo appena posso e vado a spifferare tutto al dipartimento del proibizionismo.
Chissà a che ora sarebbero venuti quelli del magazzino a prendere i bauli. E chissà quale compagnia aveva scelto Max. Lo chiamai. «Ehi,
Max, che ditta hai scelto?»
Alzò gli occhi. «Non ho ancora stabilito niente. Sono quasi tutte ditte di fiducia. Decideremo appena finito.»
«Li mettiamo in magazzino, prima di andare a Westchester, eh?» fece Cockeye con aria preoccupata.
«Già, che ti credi, che ce ne andiamo e lasciamo qui tutto questo danaro?» sbuffò Max.
Bussarono alla porta del bar. Sussultammo. Restammo in ascolto per un attimo. Max si avvicinò alla porta e disse: «Sì?» Appoggiò l’orecchio ad una fessura.
Si rivolse a me. «Moe dice che c’è fuori tuo fratello, Noodles. È importante, vuole vederti subito.»
CAPITOLO XLV
UNA spiacevole sensazione mi prese. Se mio fratello si degnava di venire a cercarmi, doveva esserci qualcosa di grave. Dissi: «Che aspetti un minuto, vengo subito».
Finii in fretta di metter via il danaro. Faticai a chiudere la porta perché ero nervoso e agitato.
Ero ridotto proprio bene. Cercavo di nascondere la. mia disperazione. Vivevo in una nebbia d’incertezza. Non volevo andarmene, se non sapevo che il mio danaro era in un posto sicuro. Allo stesso tempo, dovevo uscire per mettermi in contatto con la polizia. Era l’unica salvezza, l’unico modo per evitare la rapina della Banca Federale. E adesso mio fratello, proprio adesso doveva venire a cercarmi? Ma che diavolo poteva volere di tanto importante? Si trattava della mamma, senza dubbio. Accidenti, in che guaio mi trovo. Più pensavo a quello che avevo deciso di fare, più diventavo agitato e nervoso. Mi ci vollero quindici minuti per chiudere la cassaforte e metterla nel baule.
Andai nel bar. Mio fratello sedeva al banco con un bicchiere in mano e una bottiglia davanti a sé. Mi sentii a disagio. Se si degnava di venire da me. doveva trattarsi di qualcosa di molto grave. Sì, doveva essere la mamma. Andai a mettergli una mano sulla spalla.
«Come stai, ragazzo?»
Si scrollò la mano di dosso, con ira. «Dove diavolo ti eri cacciato?
Perché mi hai fatto aspettare?»
«Perché? Che c’è?»
La sensazione spiacevole aumentò.
Si volse e mi guardò.
«Che c’è?» ripeté. Nella sua voce c’erano ira e sarcasmo. «Non ci vieni mai a vedere che c’è, fetente.»
Lo guardai. «La mamma?»
L’ira gli scomparve dagli occhi che si riempirono di lacrime.
Distolse la testa e balbettò: «La mamma è all’ospedale. Ne avrà per poco. Vuole vederti».
Un brivido mi corse per la schiena. Il cuore mi cadde nei calcagni.
Dissi: «Aspetta un momento».
Mi tremavano le gambe. Tornai nella saletta. Cercai di controllare la voce.
«Max», dissi, «devo andare. Mia madre è all’ospedale: è grave.» Mi volsi. Max mi venne vicino e mi mise un braccio sulle spalle.
«Fammi sapere se hai bisogno di qualcosa.» Mormorai: «Sì, Max, grazie».
Uscimmo. Mio fratello chiamò un tassì. Mi sembrava tutto nero. Il cuore mi batteva forte. Avevo uno spaventoso mal di testa. Incominciai a sudare.
Mio fratello tacque per un po’, poi mormorò: «Schifoso fetente, non ti sei fatto vedere da anni. La mamma si rodeva il cuore».
«Ho mandato danaro», dissi.
«E chi ne ha bisogno del tuo puzzolente danaro? Alla mamma ci penso io.»
Ero troppo sconvolto per discutere. Ero in un mare di desolazione.
Non mi resi quasi conto di essere arrivato. Il ragazzo pagò il tassì. Salii le scale dell’ospedale senza veder nulla. Seguii mio fratello in una camera privata.
Lei aprì gli occhi e mi guardò, con quel suo meraviglioso sorriso dolce.
«Figlio mio», mormorò.
Cercò la mia mano. Tremavo come se avessi la febbre.
Era tutto cupo e spaventoso. Strinsi la mano della mamma. Riuscì a dire: «Come… stai… figlio mio. Lavori? Sei… buono?»
Sussurrò: «Ti comporti bene, figlio mio, vero?»
«Sì, mamma. Ho un posto fuori città.»
La mamma non parlò più. Cadde in coma. Preso dal panico, corsi a cercare un medico. Entrai di corsa nel suo ufficio e gli gridai parole senza senso.
«Non si può fare nulla», mi rispose e scosse tristemente la testa.
«Si tratta di ore, ormai.»
Crollai a pezzi. Piansi, gridai. Mio fratello mi prese sottobraccio.
«Rimettiti in sesto, stupido fetente», disse.
Mi accompagnò ad uno speakeasy poco lontano.
Sedemmo ad un tavolino e bevemmo. Cercai di affogare la mia paura e la mia angoscia. Il ragazzo tornò all’ospedale.
Ricordai di colpo. Dovevo mettermi in contatto con il dipartimento del proibizionismo. Uscii a cercare un telefono. Sfogliai l’elenco. Telefonai, dissi tutto. Diedi tutte le informazioni, dove avremmo incontrato gli autocarri, la strada che avremmo preso.
La voce suonava scettica. «E come facciamo a sapere che non si tratta di uno scherzo per farci perdere del tempo e basta? Perché avete telefonato? Chi siete?»
Ero così sconvolto che gridai il mio nome e dissi di essere una delle guardie di scorta. Lo insultai per cinque minuti, poi riattaccai e tornai allo speakeasy.
Arrivò mio fratello. «La mamma è ancora in corna», disse. Continuai a bere e piangere. Mio fratello se ne andò disgustato. Dopo un po’ tornai in ospedale. Sedetti e guardai la mamma.
Respirava a fatica, ansando.
All’improvviso aprì i bellissimi occhi. Cercò la mia mano. «Me ne vado, figlio mio.»
Le strinsi la mano.
Come un ragazzino, come se volessi avvertirla di un pericolo, continuavo a gridare: «Mamma; mamma».
Il suo viso era dolce e triste.
«Ci ritroveremo nell’altro mondo, caro», disse.
«Non mi permetteranno di venirci, mamma.» Singhiozzavo disperato.
«Sono cattivo, cattivo.»
«Parlerò a Dio per te, figliolo.» Smise di respirare.
Mio fratello frignava. .Era in piedi accanto a me. «L’hai uccisa tu. Le hai spezzato il cuore, fetente.»
Uscii barcollando e tornai allo speak. Continuai a piangere dentro il bicchiere.
Non so quanto mi fermai là a piangere, ma ad un certo punto mi resi conto che era tardi e avevo molte cose da fare. Dovevo mettere in magazzino baule e cassaforte, per almeno due anni, poi c’era il lavoro di scorta a Westchester. Sì, spero che i federali mi lasceranno andare al funerale della mamma. Sì, lo fanno sempre.
Presi un tassì e andai da Fat Moe. Non c’era nessuno. Rimasi di stucco.
«Dove sono le casseforti?» mormorai.
Moe mi diede un messaggio di Maxie. Aveva mandato i bauli ad un magazzino e quando sarebbero tornati da Westchester, mi avrebbe dato la mia ricevuta, la chiave e spiegato tutto. Non dovevo preoccuparmi, la faccenda di Westchester la sistemavano da soli, senza di me.
Provai un immenso sollievo. Gesù, che fortuna. Ero a posto, Sì, ma Max, Patsy e Cockeye? Si beccheranno diciotto mesi.
All’inferno. Non volevo che andasse così. Se non fosse stato per quel pazzo di Maxie e la sua idea da megalomane non avrei mai fischiato.
Cercai mio fratello. Aveva già deciso tutto per il funerale. Non volle saperne delle pompe funebri. Mi diede l’indirizzo. Era per l’indomani mattina.
Andai al mio albergo e portai una bottiglia a letto con me. Continuai a bere finché non caddi in una specie di stupore alcoolico.
Lontano, sentivo un coro che cantava El Mole, la preghiera ebrea per i morti. Poi sentii il grande cantore, Yossele Rosenblatt, che univa la sua voce al triste suono dell’armonica di Cockeye. Ero triste. Ero disperato.
Non riuscivo a dormire. Barcollai da uno speakeasy all’altro.
Non so come ci arrivassi. Ero da Joey, il locale del cinese. Disse: «Che ti prende, Noodles? Stai male?» Farfugliai: «Dammi una pipa, Joey».
Mi lasciai cadere su una branda. Joey mi porse la pipa. Tremavo. Bagnò la pillola nell’acqua, la tenne sopra la fiamma, poi la premette nella pipa.
Joey sussurrò: «Aspira, ti darà la pace».
Non ricordo di essermi addormentato, né di aver fatto i soliti sogni fantastici. Mi svegliai di pessimo umore, avvolto da una cupa malinconia. Joey il cinese entrò. La sua faccia, di solito sempre impassibile, era bianca e contorta dal dolore. Le lacrime gli scorrevano lungo le guance. Tra le mani tremanti teneva un giornale.
Sedette sul lettino e singhiozzò: «È terribile, Noodles, e terribile».
Mi rizzai a sedere. Come mai Joey, sempre così calmo e sereno, se la prendeva tanto per la morte della mamma?
Gli battei sulla spalla. «Ma era inevitabile, Joey. Era molto ammalata.»
Mi guardò stranamente e mi porse il giornale del mattino. Guardai le fotografie e cercai di leggere l’articolo. Demoni incominciarono a battermi nel cranio con dei martelli, poi scesero al cuore e al ventre. Le luci nella sala si accendevano e si spegnevano. Il soffitto mi crollò sulla testa e il pavimento venne su e mi sbatté in faccia. Era la fine del mondo.
Il giornale mi cadde due volte di mano. Sembrava volare per la stanza. Sedevo a terra e fissavo le fotografie. Erano là, in prima pagina, distesi sulla strada di Westchester, coperti di sangue.
Signore Iddio, erano loro. I miei tre fratelli. Erano più che fratelli. Maxie, Patsy e Cockeye… morti, morti, morti, tutti e tre. Li amavo, li amavo. Erano più che fratelli. Li avevo uccisi io. Dio, li avevo uccisi io. Con gli occhi pieni di lacrime, lessi di nuovo l’articolo. Due macchine di agenti avevano tentato di fermare un carico di liquori. Le guardie dei contrabbandieri avevano attaccato a sparare.
Nella battaglia, oltre ai tre teppisti morti, c’erano stati un morto e quattro feriti gravi tra gli agenti.
Sedevo a terra, intontito, piangendo e dicendomi: «È stata colpa mia. Tutta colpa mia. Li ho uccisi io. Li ho uccisi io».
Infine riuscii a ricompormi. Un pensiero mi colpì. Corsi fuori della stanza come un indemoniato, come se mi inseguissero. Agguantai un tassì e gridai: «Delancey Street!»
Il pensiero di tutto quel danaro nei bauli mi perseguitava. È tutto mio, quasi un milione di dollari in danaro contante.
Una folle eccitazione mi bruciava dentro e dei motori mi ruggivano nella testa.
Continuavo a ripetermi: «Devo agguantarlo subito. Devo agguantarlo subito, prima che lo prendano altri. È dei miei fratelli. Appartiene a me».
Balzai dal tassì a tre isolati di distanza. Corsi, imprecando e sbattendo contro gli stupefatti pedoni, come ubriaco. Entrai come una furia da Moe, aprendomi la strada a spintoni tra i clienti spaventati e mi precipitai nella saletta. Era vuota. I bauli non c’erano. Sì, adesso ricordavo: Maxie li aveva mandati in magazzino.
Chiamai Moe urlando. Moe venne. Aveva la paura e il dolore dipinti in faccia. Lo afferrai per la gola e lo scossi con violenza, gridando:
«Dove sono? Dove sono?» Non capì.
Disse: «Sono morti. sono tutti morti».
Si mise a piangere. «Max, Patsy e Cockeye sono morti.» Le lacrime gli scorrevano sul viso grasso.
Lo sbattei contro il muro e gli misi il coltello sotto la gola.
Grida frenetico: «Non loro, grasso. fetente, parlo dei bauli, dei quattro bauli. Dove li hai messi? Dove sono?»
«Bauli?» ripeté senza capire.
«Sì, bauli», urlai, «dove sono?»
«Sono venuti degli uomini a prenderli», gridò Moe. «Maxie li ha consegnati ieri. Ti ho dato il biglietto di Maxie.
Non ricordi?»
Sì, ricordavo. Come avevo fatto a dimenticarlo?
«A che uomini?» domandai. «Lo sai?»
«Giuro che non lo so, Noodles, ma possiamo saperlo. Calmati, Noodles, controllati», supplicò.
«Sì, posso saperlo», mormorai. Lasciai andare Moe e crollai a sedere.
Era la grande poltrona di Maxie. Quando mi resi conto di dov’ero seduto, mi misi a ridere e a gridare.
«La poltrona di Maxie, il trono del barone!» Ridevo e gridavo e ripetevo: «Il trono di Maxie», finché non mi colse la nausea. Vomitai dappertutto. Moe accorse con un asciugamani bagnato. Le lacrime gli scorrevano sulla faccia grassa e gonfia. Mi pulì il viso e gli abiti, ripetendo: «Calmati, Noodles, calmati, finirai per star male.»
Mi misi a piangere. Lo abbracciai. Mi lasciai andare e singhiozzai sulla sua spalla. Singhiozzammo tutti e due, l’uno nelle braccia dell’altro, per Maxie, Patsy e Cockeye, i nostri cari fratelli morti.
Mi sentivo atrocemente vuoto, sperduto, solo. Piangemmo e piangemmo. Sempre singhiozzando e senza tentare di nasconderlo, andai nel bar e dissi ai clienti di andarsene a casa. Chiusi la porta dietro di loro.
Poi, Moe ed io, prendemmo una bottiglia a testa e ci mettemmo a bere. Ci levammo le scarpe e sedemmo sul pavimento. Dissi: «Moe, tu ed io faremo shiva per mia madre, per Maxie, Patsy e Cockeye, qui, sul pavimento, per tutta la settimana, alla maniera ebrea».
Mi ricordai che non ero andato al funerale di mia madre. Piansi ancora più forte e giurai di restar là seduto per una settimana. Moe, ubriaco, mormorò: «Sì, Noodles, io e te faremo shiva tutta la settimana e pregheremo qui, seduti sul pavimento».
Restammo seduti sul pavimento, a piangere, e a lamentarci dondolandoci avanti e indietro, nell’uso antico, battendoci il petto e sfogando il nostro dolore in pianti e lamenti. Quando le due bottiglie furono vuote, crollammo in una specie di inebetimento.
Dovevano essere passate molte ore. Mi tirai su a sedere. Moe giaceva lungo disteso e russava rumorosamente. Ero tutto indolenzito e confuso. La testa mi pulsava. Delle ruote gigantesche mi giravano nel cervello e stridevano un monotono ritornello: «Danaro, danaro, danaro, dov’è il danaro? Danaro, danaro, danaro, un milione di dollari, in contanti. Quattro bauli di danaro. Dov’è tutto quel danaro?»
Mi misi in piedi barcollando. Quell’atroce bruciore allo stomaco ricominciò e si diffuse per tutto il corpo. Tutti i miei nervi gridavano: «Danaro, danaro, danaro, un milione di dollari», e finalmente il ritornello mi uscì dalle labbra e incominciai a gridare cantilenando: «Danaro, danaro, danaro, un milione di dollari. Devo cercare il mio danaro. Il mio milione di dollari, i miei quattro bauli pieni di danaro. Mi precipitai come un pazzo in Delancey Street. Il lattaio e il suo cavallo mi guardarono stupefatti. Correvo in mezzo alla strada e gridavo: «Danaro, danaro, danaro. Dove sono i miei quattro bauli pieni di danaro?»
Tornai in me di colpo. Mi resi conto di comportarmi da pazzo. Che diavolo, sto facendo? Nessuno sa niente del danaro, di quei bauli, soltanto io. Devo cercarli con calma e metodo. Se continuo a comportarmi come un pazzo, tutti si metteranno a cercare il mio danaro.
Continuavo a ripetermi, sta calmo Noodles, calmati, ragazzo mio, come se fossimo due persone. Mi avvicinai al furgone del latte. Il lattaio, spaventato, si tirò indietro. Presi una bottiglia di latte e me la versai nella gola bruciante. Il lattaio continuava a fissarmi. Mi irritò. Gli lanciai contro la bottiglia. Lo mancai di poco. Si mise a correre, gridando di paura. ll cavallo scalpitò e gli corse dietro. Scomparvero in fondo alla strada.
Mi sentivo un po’ meglio. M’incamminai lungo Delancey Street deserta. Camminavo e non me ne importava di dove andavo. L’aria fresca mi rischiarò un po’ la mente. Entrai in un piccolo ristorante e bevvi tre tazze di caffè nero e fumante. Poi presi un tassì e andai al mio albergo. Feci una doccia fredda, mi cambiai gli abiti e uscii. Prima di tutto, interrogai i fattorini e i facchini dell’East Side. Ripetei centinaia di volte le stesse domande: «Avete trasportato quattro bauli poco tempo fa? Conoscete nessuno che lo ha fatto?» Offrii mille dollari di ricompensa per qualsiasi informazione. Volevo offrirne di più, ma temevo di destare troppo interesse.
Poi, una zona per volta, visitai tutti i magazzini. Senza nessun risultato. Per una settimana, andai a piedi. Poi affittai un tassì a giornata e andai come un pazzo da una parte all’altra della città, seguendo anche i più piccoli indizi. Con quel sistema di ricerche, perdetti molti giorni inutilmente.
Poi mi resi conto di una cosa terribile. Non ero stato né al funerale di mia madre, né a quello di Maxie, Patsy e Cockeye. Erano già stati seppelliti? Mi informai. Troppo tardi. Mi maledissi per la mia incoscienza e per la mia trascuratezza. Rischiai di farmi arrestare nel tentativo di recuperare gli abiti e gli oggetti personali di Maxie. Pensavo di trovar qualcosa tra quello che restava di lui.
Continuai la mia ansiosa ricerca. Frugai la saletta di Moe da cima a fondo, alla ricerca di chiavi e di ricevute.
Fat Moe mi consigliò di stare alla larga. Degli sconosciuti dall’aspetto pericoloso avevano chiesto di me.
«Vadano all’inferno», dissi.
Nella mia disperazione, finalmente mi venne quella che sembrava una buona idea. Andai in una piccola agenzia privata di Broadway. Mi fecero troppe domande. Davvero troppe. Che cosa contenevano i bauli e così via.
Sentii di non potermi fidare. Dissi di lasciar perdere. L’uomo disse: «Volentieri» Probabilmente mi aveva preso per un mezzo balordo. Ed ero stato in tanti posti e avevo fatto tante domande sciocche, che incominciai a sentirmi davvero mezzo rimbecillito. Tornavo più volte negli stessi magazzini, infastidivo tutti. Andai in una grande ditta con un distintivo della polizia e chiesi di esaminare i registri e i locali. Il direttore rifiutò, insistendo per avere un ordine scritto. Ero alla disperazione. Una notte andai in un altro magazzino, colpii il guardiano alla testa e frugai dappertutto.
Passarono settimane e settimane. E infine mi sentii sconfitto. Andai da Fat Moe e ci rimasi intere giornate. Bevevo molto per dimenticare la mia desolazione. I fantasmi e gli oggetti noti di quella saletta mi facevano diventar pazzo. Scacciai tutti i clienti e chiusi la porta. Camminavo avanti e indietro. Poi l’ira mi prese e ricominciai a pensare: «Un milione di dollari, nascosti chissà dove, maledizione, dove?» Dove può averli spediti quei bauli? Ci sono centinaia e centinaia di magazzini in città. Forse in un magazzino di un’altra città. Forse in un appartamento o nella cantina di qualche casa? Dio onnipotente, dove saranno? Sarà questa la mia punizione? Dovrò trascorrere il resto della mia esistenza alla ricerca di quei quattro bauli? Quel fetente di Maxie, è stato lui. Che la sua anima bruci all’inferno e soffra i tormenti che sto soffrendo io. Maledissi Maxie in tutti i modi che riuscii ad immaginare.
CAPITOLO XLVI
BUSSARONO con violenza alla porta.
Dissi a Moe: «Ma chi diavolo è? Mandali via. Mi scocciano».
«Continuano a bussare da un pezzo», borbottò Moe. «Ho detto che è chiuso, ma non vogliono smetterla.» «Li levo di torno io quei fetenti», ruggii.
Andai barcollando ad aprire la porta.
Mi affacciai e gridai nel buio: «Se non vi levate subito dai piedi…»
Più in là non arrivai. Due braccia mi afferrarono da dietro, come una morsa. Sapevo già chi era. Soltanto un uomo aveva quella forza erculea. Non potevo far niente. Braccia e costole stavano per spezzarsi in quella stretta possente. Riuscii ad ansimare: «Muscles, per l’amor del cielo, Muscles, lasciami…» Muscles rise. «Mi hai riconosciuto eh, Noodles?» «Fetentissimo, puzzolente bastardo». ansimai.
Strinse di più. Non potei più dire una parola. Ero paralizzato da capo a piedi. Gridai dal dolore. Mi sembrava che mi spezzassero in due. Mi frugarono nelle tasche e ne tolsero pistola e coltello.
Muscles mi portò dentro come se fossi una piuma. Mi lasciò cadere a terra.
Accesero le luci. Per un attimo rimasi accecato. Poi senza muovermi, alzai gli occhi. Il cuore mi scivolò nella pancia. Erano in circolo intorno a me: Muscles, Trigger Mike e Mendy. Sapevo di essere condannato. Era il plotone d’esecuzione della Combinazione. Sapevo quello che volevano da me. Stavo male dalla paura. Era la fine, ma non dovevano accorgersi del mio terrore. Mi alzai in piedi e li guardai con aria di sfida.
«Un giorno o l’altro ti taglio quelle maledette braccia», ringhiai a Muscles.
Mi si buttò contro. Mendy abbaiò: «Mollalo, Muscles».
Muscles borbottò: «Lo rompo in due, quel fetente».
«Ti taglierò la lingua, fottuto rognoso.» Gli sputai addosso e la mia ira parve impressionarlo. Si tirò indietro.
«Va bene, Noodles, adesso piantala. Lo sappiamo che sei un ‘uomo’ e ti tratteremo come tale, se vieni con noi senza far storie», disse Trigger. «Che c’è?» bluffai.
«Oh, il solito ‘lavoretto’.» Mendy mi sorrise benignamente. Mancò poco che i piedi mi scivolassero di sotto.
«Perché dovrei beccarmi il ‘lavoretto’?» domandai. Cercavo di parlare con ira,
«Non ci va di dirlo, Noodles», rispose Mendy, «ma hanno le prove che sei tu quello che ha fischiato per Maxie e gli altri tuoi amici.» Il cuore mi si fermò.
«E chi lo dice?» domandai debolmente.
«Be’, la commissione ha discusso il pro e il contro; è sembrato strano che non eri con Maxie e gli altri…»
«Perché glielo spieghi a quel maiale?» interruppe Muscles.
«Senti, Muscles, se ho voglia di spiegarlo a Noodles non domando a te il permesso. Va bene?» ruggì Mendy.
«Avanti, perditempo. Io ho un appuntamento con una manza,»
«Tu e i tuoi appuntamenti». rimbeccò Mendy in tono sarcastico. «Chi vuoi che si faccia vedere in giro con te? E poi abbiamo un lavoro da fare e se il tipo vuole fare un paio dl domande prima che lo stendiamo, specialmente un tipo come Noodles, io gli rispondo.» «Va bene. va bene, continua a perder tempo», brontolò Muscles.
«Grazie, Mendy», dissi. Cercai di controllare il tremito della voce. «Solo perché non c’ero, non vuol dire niente. Perché non mi hanno chiamato per il processo? Posso dimostrare che ho dovuto andare all’ospedale: mia madre stava morendo.»
«Oh che guaio!» fece Mendy tristemente e alzò le spalle. «Forse pensavano che era inutile chiamarti, avevano già la mercanzia su di te.»
«Già, Noodles, sei bell’e morto di diritto», aggiunse Trigger Mike. «Lo sai, con le amicizie che hanno, non ci è voluto molto per scoprire che hai telefonato tu ai federali.»
«E gli hai dato il tuo nome. Gli hai detto che eri Noodles», continuò Trigger con lo stupore nella voce. «Dovevi essere matto per fare una cosa simile.»
«Potrebbe esser stato qualcun altro che ha chiamato e ha usato il mio nome.»
Non suonava convincente.
«Certo, poteva essere qualcuno che ce l’aveva solida con te», approvò Mendy. Poi alzò le spalle. «All’inferno, probabile che non vogliono correre rischi. Sono ben sicuri che sei stato tu a fischiare. Be’, insomma, a noi ci danno gli ordini. Abbiamo il contratto per farti fuori.» Mi si mise di fronte e alzò le mani in un gesto rassegnato. «Lo sai, Noodles, gli ordini sono ordini. Andiamo.» Si avviò alla porta.
Avevo ancora una speranza. Potevo appellarmi alla più alta autorità.
«Voglio vedere Frank», esclamai. «Voglio raccontargli tutta la storia.»
Mendy scosse la testa in segno di diniego.
«Perché?» domandai con ansia. «Voglio parlare con lui. Ne ho diritto o no? Ascolta sempre tutte e due le versioni di una storia.»
«Sì, ne hai diritto. Ma Frank è all’estero.»
Mi sembrava di non avere un osso a tenermi ritto. Ero una massa di carne gelatinosa e tremante. Non so come riuscii a non crollare a terra.
Trigger spiegò: «Sì, Frank è andato a fare una visita alla città dov’è nato. Con un regalo. Un grosso orologio per il campanile della chiesa, con il suo nome sopra».
Mendy gli fece eco: «Sì, un grosso orologio con il suo nome sopra».
Muscles mi strinse la braccia in una stretta da spezzare le ossa e con gli altri due, uno davanti e uno dietro, mi condussero fuori alla lunga Packard nera. Mi portavano a fare un giretto… una passeggiata senza ritorno. Poi pensai, no, non può essere. Non possono farlo a me. No, la passeggiata senza ritorno è tabù nella Combinazione. No, non si può più riempire di piombo uno e mollarlo in mezzo alla strada. I cadaveri lasciati in giro fanno troppo rumore, troppa pubblicità nei giornali. Quello era il vecchio sistema. No, non mi faranno fuori così. Come faranno? Dio, non c’è una via d’uscita? Incominciai a tremare. Non riuscivo più a respirare. Stavo per svenire, io Noodles. Non posso, non posso. Eppure mi feci forza.
Ma sembrava tutto così irreale. Non riuscivo a credere che succedesse a me. Mi avrebbero fatto fuori. Invece di essere io a sistemare qualcuno, quelli avrebbero sistemato me. Era vero? O era uno dei miei sogni? No, il fiato pesante di Muscles non era un sogno. Mi rattrappii sul sedile. Rabbrividii. Chissà come avrebbero fatto. Muscles mi avrebbe spezzato il collo come ad una gallina? No, Mendy non glielo permetterà. Ha cuore, Mendy, non è come Muscles. Mi strofinai il collo, terrorizzato.
La macchina si fermò. Quando riconobbi il posto nel quale ci trovavamo, sussultai. Eravamo in West Street, davanti al magazzino della Combinazione. Sì, ecco dove mi uccideranno.
Come potevano fare una cosa così atroce? Una cosa così spaventosa, un essere umano ucciderne un altro! Ero pieno di orrore. E poi scoppiai a ridere. Com’ero coraggioso, quando lo facevo io agli altri! E adesso guardati, vigliacco. Come mi comporterò prima di morire? Sarò paralizzato dalla paura? Come gli altri? Supplicherò e griderò in una frenesia di terrore? No, io no. Devo riprendere il controllo su di me stesso. Sono Noodles, uno dei duri dell’East Side. Meglio che mi scuota. Devo cambiare atteggiamento. Un atteggiamento duro e furibondo. Sì, così quando questi fetenti ne riparleranno, dovranno dire: «Eh, quel Noodles, era un uomo con due palle così». Sì, parleranno di me con rispetto. Diranno: «Eh sì, quel Noodles, aveva due palle così».
Muscles mi staccò quasi il braccio. Sogghignò: «Ehi, come ti senti, Noodles? Te la sei già fatta nei pantaloni?»
«Lurido, fetente, rognoso bastardo», gridai, in preda ad un’ira furibonda. «Se avessi il mio coltello ti farei in mille pezzi.»
Gli sputai in faccia. Muscles si asciugò la faccia e fece per buttarmisi addosso. Mendy si mise di mezzo. «Te lo meriti», gridò. «Non te l’avevo detto che Noodles è un uomo? E un uomo lo si rispetta.»
Mendy fece il solito segnale sulla porta del magazzino. La porta si aprì. Entrammo. C’erano tre guardie, ma riconobbi soltanto Chicken Flicker. Mi guardava incuriosito. Aveva un ‘Tommy in mano. Lo salutai.
Disse: «Ciao, Noodles».
Muscles ridacchiò: «Ehi, Chicken Flicker, dovresti dirgli addio a
Noodles.»
«Chi ti ha interrogato?» abbaiò Mendy. Si rivolse alle guardie.
«Avanti voialtri, squagliate.»
Chicken Flicker e gli altri se ne andarono. «Bene, facciamola finita.»
Girammo intorno alle pile di merce. A quanto pareva, avevano scelto un punto particolare del magazzino. Passammo accanto ad una piramide di barili d’acciaio. Poco ci mancò che cadessi secco. Sì, eccolo là, nel solito rettangolo di legno, il cemento fresco. E lì vicino, un barile d’acciaio vuoto. Adesso lo sapevo come mi avrebbero fatto fuori. Mi avrebbero addormentato con una pallottola nel cervello, poi un chimono di cemento e l’Hudson River.
Quei due arnesi, la cassa di cemento e il barile d’acciaio, mi finirono. Non avevo più speranza. Che fare? Che fare?
Dovevo supplicare? No, inutile, con quella squadra di duri.
Mendy mescolava il cemento con l’aria di un esperto. Poi disse a Muscles: «Altri due badili di sabbia».
Guardai come affascinato mentre Muscles aggiungeva la sabbia e mescolava l’impasto.
Muscles sorrise.
«L’ultimo tipo che abbiamo messo nel chimono di cemento era
Bow Legs Wineberg.»
«E chi te l’ha chiesto?» rimbeccò Mendy. «Mescola quella roba.
Mescola maledettamente bene. Non voglio porcherie.»
La tensione stava diventando intollerabile. Sentivo che avrei ceduto da un momento all’altro. Adesso lo sapevo come ci si sentiva prima di morire. Si muore centinaia di volte, prima di essere morti. Meglio morire senza saperlo, che aspettare, sapendo di dover morire. È spaventoso, atroce, Perché non la fanno finita? Dio, te ne prego, fa qualcosa.
Mendy fece un gesto. Trigger tirò fuori la sua quarantacinque e applicò un silenziatore Maxim.
Poi Mendy mi domandò con una nota gentile nella voce: «Dove,
Noodles? Nella pancia, al cuore o al cervello?»
«Già, dicono che questo Noodles ha un gran cervello», sghignazzò Muscles.
«Piantala. Dimostra rispetto», scattò Mendy.
Poi mi guardò con espressione cortese e ripeté: «Dove?»
Avevo la bocca secca, la lingua paralizzata. Non potevo parlare.
«Dove?» ripeté con pazienza Trigger. Mi guardava da ore intere, con la pistola in mano. Finalmente riuscii a sollevare una mano e a portarla alla fronte. Sì, ecco dove doveva entrare la pallottola. Mi sembrò che passasse un’eternità. Alzò il braccio, con lentezza, con indicibile lentezza. La pistola con il silenziatore attaccato sembrava enorme, grande come un cannone. Mi ipnotizzava. La canna mi sfiorò la tempia. Era gelida e bruciante allo stesso tempo.
Una voce che mi parve venire da miglia di distanza, disse: «Ehi, Mendy».
Mendy rispose: «Sì?»
Se non fossi stato paralizzato dal terrore, sarei crollato a terra tremando.
«Non lasci che Noodles dica una preghiera? Non ne ha diritto?» domandò Trigger.
«Già, hai ragione, Trigger.»
Mendy si rivolse a me in tono di scusa.
«Mi dispiace, Noodles, non ci avevo pensato. Avanti, di’ una preghiera.»
Scossi la testa.
«Non vuoi dire niente?» domandò con grande cortesia Mendy. «Un ultimo messaggio a qualcuno?»
Un ultimo messaggio? E a chi? Non ho nessuno, soltanto Eve. Come farglielo sapere? Se non altro potrà godersi il centomila che ho messo nella United States Bank. E quel milione nei bauli che non riuscivo a trovare? Di colpo il mio cervello si mise in moto. Sì, se ci so fare e non esagero, se non altro mi darà un po’ di tempo. Non ho niente da perdere. Potrei farglielo sapere per mezzo di Moe?
Sì, ma devo andarci piano, con astuzia, devo tentarli, soltanto un po’ e non esagerare. Non posso comperarli. No, non vorranno mai correre il rischio. La speranza, quella minima speranza, mi sciolse la lingua. Riusciva a parlare.
«Sì, vorrei mandare un messaggio a mio fratello.»
«Bene, glielo faremo avere. Che cosa vuoi dirgli?»
«Voglio dirgli dov’è il mio danaro.»
Alla parola danaro i tre si scambiarono un’occhiata.
«Bene, glielo dirò. Dov’è?» disse Mendy.
Aveva un bagliore avido negli occhi.
«Lo sai di quell’ordine di Frank a tutti, di levare il danaro dalle banche?»
«Sì. l’ho sentito», rispose Mendy.
«Be’, Max, Cockeye, Patsy ed io. abbiamo levato il danaro dalla banca e lo abbiamo messo in quattro bauli.»
«Hai preso tutto il danaro?» domandò Mendy interessato.
«Già, tutto.» Chinai la testa.
«Deve essere un bel po’, eh Noodles?»
Trigger avvicinò la faccia con un sorriso avido.
«Eh sì, ne avevamo tutti parecchio.» Cercai di essere evasivo.
«Quanto?» Muscles mi afferrò per la testa. Me la staccò quasi, come ad una gallina.
Mendy balzò avanti, prese Muscles per i capelli e lo allontanò da me.
Ricaddi all’indietro.
Gridai con ira: «Ho messo da parte un milione di dollari. Non ne vedrete neanche un soldo. Lo so quello che pensate».
«Lascia stare Noodles. Te lo dico per l’ultima volta.» Mendy fissò Muscles con occhi furenti. «Parliamone io e te.» Indicò una cassa. Ci sedemmo.
«Possiamo fare un patto», propose.
Con uno sforzo supremo mi controllai. Finsi di tener duro. Alzai le spalle e dissi: «Non lo so. Che patto?» «Metà del danaro e ti lascio andare.»
Cercai di assumere un’espressione credula.
«Mi pare giusto, Mendy. Gli altri due, ci stanno?» Mi voltai. Due facce ostili ci fissavano.
«Con loro me la vedo io, gli ordini li do io.» Mendy alzò la voce. «Venite qui», disse. «Ho fatto un accordo con Noodles. Ci dà metà del
danaro e lascia il paese, scompare per sempre. Va bene?» Non aspettò la risposta. Si rivolse a me.
Annuii.
«Nessuno deve saperlo», riprese Mendy. «Dirò che ti ho fatto fuori e che ti ho gettato nell’Hudson.» «D’accordo», dissi in fretta.
Si riunirono in un angolo. Muscles mi rivolse un sorriso ironico, come se già non lo sapessi che anche se avessi avuto il danaro, se lo sarebbero preso tutto e poi mi avrebbero fatto fuori. Quei tre fessi si sarebbero anche accoppati a vicenda, per prenderselo. Se, un grosso se, lo avessi avuto. Che diavolo potevo fare a quel punto? Perché avevo cercato di prender tempo? A quest’ora poteva già essere tutto finito. Dove li avrei portati? Che potevo fare? Dio onnipotente, devo inventare qualcosa. Devo usarlo il cervello, e subito. Ti prego, Dio, dimmi che cosa devo fare. Prima di tutto, uscirò di qui.
Quel posto mi aveva sempre dato i brividi. Non voglio morire qui. E come un grande mausoleo. Troppa gente è stata accoppata qui dentro. Se devo morire, voglio morire all’aperto. Fottuti fetenti. Lotterò fino all’ultimo, mi dovranno assassinare. Forse potrei portarmi appresso Muscles. Se riesco a mettere mano su qualcosa, un coltello o una pistola.
Dio, ma dove? Forse ce n’è una in qualche cassetto da Fat Moe? Sì, ecco, li condurrò là. Forse ci saranno Jake o Goo-goo o Pipy e mi daranno una mano. Dio, sarebbe magnifico. Ti prego Dio, fa’ qualcosa. Pregherò per tutto il resto della mia vita. Come mio padre. Ti prego, Dio. Mi si avvicinarono di nuovo.
Sorridevano con astuzia.
Mendy domandò: «Andiamo a prendere il gelt
Annuii. «Sì, andiamo.»
Cercai di assumere un tono deciso.
«Dove?» domandò Mendy sorridendo.
«In magazzino.»
«Magazzino? Dove?»
«Prima devo prendere le ricevute e le chiavi dei bauli da Moe», dissi.
Cercai di dirlo in fretta e in tono pratico.
«Da Moe?» Mendy sorrise. «Non occorre che andiamo tutti.» Il cuore mi balzò di gioia. Si sarebbero divisi, che fortuna. «Possiamo andarci io e Trigger», disse Mendy.
Il cuore mi calò nella pancia.
«Perché non possiamo andare tutti?» domandò Muscles insospettito.
«Se non vengo anch’io, non ti dico dove sono le chiavi e non le troverai mai», dissi, «qualsiasi cosa tu faccia.»
«Bene», Mendy sorrise amichevolmente. «Andiamo tutti.»
Durante il percorso ci fermammo ad un semaforo, vicino a due poliziotti che chiacchieravano. Fui sul punto di gettarmi dallo sportello.
Ma non credo che avrei potuto far molto, con il braccio di Muscles affettuosamente drappeggiato attorno al mio collo. Un movimento di troppo e mi avrebbe strangolato. Dio, in che condizioni disperate ero! Un ridicolo paragone mi si presentò alla mente: ero come un pesce che si contorceva in fondo al cesto. Probabilmente perché la tappezzeria della macchina era di vimini intrecciati e perché Muscles, ogni volta che mi muovevo, diceva: «Smettila di agitarti come un pesce o ti strangolo».
Non avevo più molta paura. Ero in preda ad una specie di sbalordimento. Mi domandavo che cosa avrei fatto, una volta arrivati da Fat Moe. Ero rassegnato all’inevitabile. Non avevo una sola probabilità di salvezza. Ero finito. Non me la sentivo più di lottare.
Continuavo a dirmi, all’inferno, tanto a che serve? Non ho più nessuno, non ho amici, Maxie, Patsy, Cockeye, tutti morti. Tanto vale che li raggiunga. Mia madre. Dio onnipotente, Eve, Eve mi aspetta… La macchina si fermò.
Come un sonnambulo, attraversai l’affollato marciapiede di Delancey Street. Entrammo dall’ingresso principale.
Lo avevo immaginato? O Moe mi aveva veramente fatto un segno mentre passavo? No, nessuno al mondo mi avrebbe mai aiutato. Moe, dopo quel rapido sguardo, si voltò e riprese a lavorare. La saletta era vuota e gelida.
«Avanti, prendi quello che ti ci vuole e andiamocene di qui», disse Mendy in tono brusco.
Mi avvicinai lentamente all’armadio. Ero in un vero e proprio stato d’ipnosi. Sembrava un sogno, una specie di incubo. La porta dell’armadio sembrava lontanissima. Misi la mano sulla maniglia. Dietro di me, Mendy ruggì: «Che diavolo vuoi? Vattene fuori!» Mi voltai per vedere con chi parlasse.
Fat Moe era sulla soglia, con una bottiglia e dei bicchieri e un sorriso cordiale sulla faccia grassa.
«Bevete qualcosa, signori?» domandò.
«Giusto, buona idea», fece Muscles, allungando la mano verso la bottiglia.
Moe depose il vassoio sul tavolo, sorrise e disse: «Servitevi» e se ne andò.
Muscles riempì tre bicchieri. Mendy sollevò il suo alle labbra con gli occhi fissi su di me. Mi voltai e aprii la porta dell’armadio. Mi inginocchiai per frugarci dentro. Non trovai niente, neanche una bottiglia vuota. Rimasi in quella posizione, per prender tempo. Sollevai il linoleum in fondo all’armadio, come cercassi qualcosa. Desideravo di infilarmi nell’armadio, chiudermici dentro e restare là al buio per sempre. Dietro di me c’era uno strano silenzio.
Poi mi accorsi che pregavo, pregavo perché accadesse un miracolo. Pregavo Dio. Che Dio? C’era un Dio? Avrebbe ascoltato le preghiere di un miserabile come me, nascosto in un armadio buio? Che dovevo dire? Per piacere, Dio, risparmiami, sarò buono. O dovrei dirgli così: risparmia la mia schifosa vita, Dio, farò un patto con te. Farò qualsiasi cosa. Salvami, Dio.
Oh, all’inferno tutto. Perché non mi tirano fuori e non mi ammazzano? Mormoravo disperato tra me: «A che serve? Oh, a che serve? Perché non mi agguantano e non mi finiscono?»
CAPITOLO XLVII
ALL’improvviso sentii un tonfo dietro di me. Balzai su, e fuori dall’armadio. Ripresi vita. Mendy era lungo disteso sul pavimento. Trigger russava disteso sulla tavola. Muscles, con gli occhi annebbiati, barcollava per la stanza borbottando: «Gocce, gocce per dormire, tutto fottuto con gocce per dormire».
Prese la bottiglia e si versò il liquore sulla testa per svegliarsi. Scosse la testa con violenza. Mi vide e mi balzò contro.
«Gliel’hai detto tu di metterci le gocce», mormorò. «Ti strangolo.»
Inciampò in Mendy e cadde a faccia in avanti. Rimase immobile. Stavo per scappare fuori, quando vidi la pistola che sporgeva dalla tasca di Trigger. Mi chinai a raccoglierla. Era impigliata nella fodera. Tirai fuori pistola e fodera insieme. Sentii un passo dietro di me. Mi voltai di scatto. Muscles mi afferrò per un braccio. Ero paralizzato. La pistola mi sfuggì di mano. Fuggii nel bar. Muscles mi si gettò dietro, mi afferrò e mi cadde addosso, stringendomi alla gola. I clienti scapparono gridando.
Moe spezzò una bottiglia di whisky sulla testa di Muscles. Lo intontì per un attimo. Gli mollai un calcio nel ventre. Mi rimisi a stento in piedi e corsi fuori, tra la folla che si era riunita davanti alla porta. Muscles si tuffò. Caddi sul marciapiedi, sotto di lui. Uno degli spettatori urlava, sotto di me. Il sangue che colava dalla testa di Muscles mi inzuppava.
La strada affollata era un pandemonio. Sembrava che migliaia di uomini, donne, bambini in preda al panico corressero in tutte le direzioni, urlando: «Polizia! Polizia! Ammazzano un uomo!»
Le mani di Muscles mi stringevano alla gola. Incominciavo a vedere delle macchie nere e dei lampi davanti agli occhi.
Era la fine.
Come in un sogno, vidi Moe che si chinava su di lui con un’altra bottiglia di whisky. La vidi volare in mille pezzi. Mi rimisi in piedi, spingendo, urtando la gente spaventata. Mi voltai. Muscles era dietro di me. Era coperto di sangue. Il sangue gli colava dappertutto.
Corsi in un negozio, chiusi la porta e mi ci appoggiai contro. Era come se fossi piombato in un pollaio. Come galline spaventate, urlando e strillando, le donne scappavano da tutte le parti.
In una doccia di vetri rotti Muscles sfasciò la vetrata del negozio.
Le donne corsero fuori per la strada urlando.
Mi tuffai dietro il banco. Cercavo il coltello del pane.
Me lo trovai in mano appena in tempo. Colpii Muscles in faccia. La punta lo prese alla guancia destra e gliela aprì fino alla bocca. La guancia gli pendeva sul mento. Vedevo i denti laterali. Corse via per Delancey Street, urlando e perdendo sangue, con me dietro, con il coltello in mano. Gridavo come un pazzo. «Ti taglio a pezzettini!»
La gente, in preda al panico, schizzava da tutte le parti per darci strada.
«Rognoso!» urlavo. Gli tagliai un pezzo di giacca. Colpii di nuovo. Lo presi al collo.
Sentii dei passi di corsa dietro di me ed una voce gridò:
«Giù quel coltello, Noodles o sparo».
Mi voltai. Il poliziotto della zona mi puntava contro la pistola.
Vidi che faceva sul serio. Lasciai cadere il coltello che rimbalzò sul marciapiede.
«E tu vieni qui», gridò il poliziotto a Muscles.
Muscles si avvicinò barcollando, sostenendosi la guancia che pendeva. Centinaia di persone si raccolsero intorno a noi.
«Finalmente ti ho pescato, Noodles. Questa volta non te la cavi.»
Il poliziotto guardò la testa insanguinata di Muscles. «Lo hai macellato ‘per bene, eh. Indietro voialtri», disse alla folla. «Qualcuno chiami un’ambulanza», disse. Mi passò dietro per tastarmi le tasche.
Con un urlo omicida che sembrò uscire dal lato della sua faccia, Muscles si gettò su di me. Il poliziotto balzò tra di noi. La forza della stretta di Muscles fece cadere la pistola di mano al poliziotto e ci sbatté tutti e tre, insieme con cinque spettatori, nel rigagnolo.
Fu una lotta folle.
Non so come avesse fatto Muscles ad impadronirsi del coltello. Colpiva l’aria tutto intorno a me. Mi contorcevo per evitarlo, rotolandomi nella sporcizia avvinto al poliziotto. Vidi la pistola sul marciapiede. Scivolai in avanti, riuscii ad afferrarla e sparai più o meno nella direzione di quel derviscio armato di coltello.
La prima pallottola lo colpì al ventre. Cadde a faccia in avanti. Gliene pompai dentro un’altra. La mano mi tremava. Lo mancai. La pallottola rimbalzò e finì in corpo ad uno spettatore che cade a terra urlando. Muscles si mise a piangere e a supplicare: «Oh, oh, non posso sopportare il dolore. Per favore, Noodles, finiscimi, te ne prego».
Gli andai vicino, presi la mira e gli sparai nella testa.
Puntai la pistola contro il poliziotto e dissi: «Ammazzo anche te, pazzo incosciente!»
Si fermò. Agitai la pistola in direzione della folla. Si fecero da parte.
Mi misi a correre, con il poliziotto e la folla ululante dietro di me. Mi sembrava che migliaia di persone urlassero da spezzarmi i timpani.
«Prendete Noodles, l’assassino.» Mi sembrava che migliaia di mani si tendessero per afferrarmi, per farmi a pezzi.
Delancey Street vibrava tutta delle urla di quell’orda assetata di sangue.
Un tassì si era fermato nel mezzo della strada. L’autista era in piedi sul predellino, col motore in moto.
Gli balzai addosso prima che se ne rendesse conto.
Gli piantai la pistola nella schiena e gli dissi: «Fila, prima che ti buchi».
Scappò via come un coniglio. Mi tuffai al volante. Misi la prima, la seconda, la terza e partii scarrocciando per Delancey Street con i pneumatici che fischiavano. Passai davanti alla stazione di polizia di Clinton Street. Una folla di giacche azzurre si riversava fuori gridando e scaricandomi dietro le pistole. Voltai a sinistra sotto il ponte Williamsburg. Ricordo, come in un sogno folle, di aver investito una fila di carretti fermi in un vicolo. Fu un miracolo che riuscissi ad arrivare nella Prima Strada.
Lasciai il tassì all’incrocio con la Quattordicesima e mi rifugiai in un cinematografo, dove rimasi fino all’ora di chiusura. Poi presi un tassì per andare da Joey il Cinese.
Appena fui davanti a Joey, mi sentii salvo e tranquillo. Gli dissi: «Una camera privata, Joey. Sono al largo per tutti, polizia, la banda, tutti.»
«Non preoccuparti, Noodles», rispose. «Ti metterò dove nessuno ti può trovare.»
Mi allungai sulla branda. Joey accese la lampada sotto la mia pipa. Tutta la disperazione, la paura, il dolore se ne andarono lentamente. Ad ogni boccata, una dolce pace mi fluiva per le vene e per tutto il corpo. Poi sogni, sogni variopinti e strani, attraverso i vapori dolciastri della pipa.
CAPITOLO XLVIII
ALL’improvviso, qualcuno mi afferrò. Le mani che mi tenevano, mi scossero con violenza ed una voce insistente gridò: «Svegliati, Noodles, sono dabbasso, svegliati.»
Scossi la testa intontito. Vidi la faccia spaventata di Joey.
Supplicava: «Per l’amore del cielo, svegliati. Noodles!» «Gesù, che razza di sogno», mormorai.
Sedetti.
«Cosa? Cosa? Cosa c’è?» domandai.
«Alzati, Noodles, presto», disse Joey.
Sentii le grida e gli spari dabbasso.
«Sono qui», disse Joey in un sussurro. «Mendy, Trigger e altri due,» Balzai dalla branda spaventato.
«Presto, seguimi», sussurrò.
Seguii Joey per la scaletta anti-incendio, in uno stretto vicolo e in una cantina. La cantina dava su un altro vicolo, a due isolati di distanza dalla casa di Joey. Mi affacciai a guardare nella strada. Era vuota.
«Meglio che tu parta», soffiò Joey.
«Grazie, Joey», dissi.
Corsi giù per la strada, mi diressi a ovest. Camminavo nell’ombra, vicino alle case. Arrivai a Broadway. Mi vennero, i brividi. Rallentai per riprender fiato. Cercai di controllarmi. Che dovevo fare? Dove potevo andare? Sì, dovevo lasciare la città, ma come? Con la polizia e la Combinazione che mi davano la caccia, non sarei stato al sicuro su nessun treno o autobus, anche se fossi riuscito a salirci.
Ad un isolato di distanza c’era la sotterranea. Okay. Scesi le scale di corsa e balzai su un treno. Andai fino alla Diciottesima Strada, scesi, camminai un po’ a piedi, poi entrai in un ristorante aperto tutta la notte. C’erano degli autocarri parcati fuori. Ordinai hamburgers e caffè.
Quando un autista si alzò per uscire, mi avvicinai.
«Posso fare un pezzo di strada con te, amico?» domandai.
«Certo», rispose, «se mi dai una mano.»
«Come no. Dove vai?»
«Vado a Hastings a consegnare una cassa di merce. Quando ci arriviamo, mi aiuti a scaricare?»
«Affare fatto.»
Salii accanto a lui. Quando uscimmo di città, incominciai a respirare. Cercai di scacciare la paura dalla mia mente, ma era inutile. Riandavo continuamente alle esperienze del giorno prima. Mi venne di nuovo la tremarella al ricordo di quello che mi era successo. E che avrebbe potuto succedere.
Dirameranno l’allarme dappertutto. Quale delle due riuscirà a trovarmi? La polizia o la Combinazione? Riuscirò a sfuggire alla polizia e a tutti i loro blocchi in tutte le città e in tutti i paesi?
Non doveva essere molto difficile. Ma come potevo sfuggire a migliaia di pistole di migliaia di teppisti che avevano già ricevuto l’ordine di stendermi secco a vista?
Certo, le bande di tutte le città avevano già ricevuto l’ordine. Lo sapevo quant’era efficiente la Combinazione. Le grandi città non sarebbero state salubri. Ma avrei usato il cervello. Sarei rimasto nelle cittadine di provincia e in aperta campagna, finché la faccenda non si raffreddava. L’autista canticchiava tra sé. Arrivammo ad Hastings all’alba.
«Un tempo record, eh Bud?» disse l’autista con un sorriso soddisfatto.
Nonostante il mio stato pietoso, mantenni la promessa. Lo aiutai a scaricare.
Dissi: «Grazie.»
Me ne andai. L’autista si rimise in viaggio verso New York.
Possedevo quattrocento dollari. Bastavano. Per il momento non avrei toccato quei centomila che avevo nella United States Bank. Erano in un posto sicuro. Già, non li avrei toccati. Era una mossa astuta, lasciar là il mio danaro.
Dato che intendevo diventare un gentiluomo delle strade, dovevo procurarmi gli abiti adatti. Percorsi la via principale di Hastings. Scorsi uno spaccio militare. Era chiuso. Aspettai per un’oretta, finché aprì. Comperai un paio di solide scarpe, pantaloni da lavoro, camicia, giacca, calzini, biancheria e un berretto. Trentadue dollari in tutto. Sorrisi tra me, spesso avevo speso molto di più per un cappello.
Lasciai la città seguendo l’Hudson. Quando arrivai ad un gruppo di cespugli, nascosto da un’ansa del fiume, mi spogliai, mi lavai e indossai gli abiti nuovi.
Avevo ancora` la pistola del poliziotto. Rimaneva ancora un colpo. Lanciai la pallottola nel fiume. Poi appoggiai la pistola su una grossa pietra e ci pestai sopra fino a ridurla in cento pezzi. Lanciai ogni pezzo in una direzione diversa, dove l’acqua era più fonda. Seppellii gli abiti in un buco tra i fitti cespugli della riva.
Mi incamminai verso la Albany Post Road con una nuova sensazione di speranza e di fiducia. Vicino ad Harmon, sull’Hudson, entrai in una piccola drogheria e comperai due scatolette di sardine, una pagnotta di pane bianco, un quarto di latte e cinque tavolette di cioccolata.
Camminai per un po’, lungo il fiume, oltre Harmon e raggiunsi un tranquillo spiazzo erboso vicino ad un ciuffo di alberi. Sedetti sotto un albero, aprii una scatola di sardine e mi preparai due panini. Scomparvero in fretta. Non mi ero reso conto di aver tanta fame. Pensai di mangiare anche le altre sardine in scatola e il resto del pane, poi decisi invece per la cioccolata e il latte. Mangiai due tavolette. Il latte mi parve un nettare.
Mi distesi sul dorso con un braccio sotto la testa. Tutti i dolori e la stanchezza se ne andarono. Mi sentivo al sicuro e in pace. Sì, la pace è meravigliosa.
Ebbene, vedete, sono ancora qui, dopo tanti anni, e racconto la storia. Ma come sono fuggito, dove mi sono nascosto… questa è un’altra storia. E capirete perché non posso raccontarla.
FINE

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