di Giorgio Bocca

ROMA, 6 marzo — Il senatore Emilio Lussu è morto ieri a Roma, all’età di 85 anni, nella sua abitazione di piazza Adriana.

La salma è stata cremata oggi pomeriggio, alla presenza della moglie Joyce e del figlio Giovanni. Per desiderio dell’estinto, la notizia del decesso è stata resa nota soltanto oggi.
Nato nel 1890 ad Armungia, in provincia di Cagliari, Emilio Lussu, divenuto avvocato, combatté come ufficiale di fanteria della « Brigata Sassari » nella guerra ’15-’18. Nel ’19 fondò il Partito Sardo d’Azione. Eletto deputato nel ’21 e nel ’24, subì aggressioni e persecuzioni. Strenuo antifascista, fu aggredito in casa nel ’26 da squadristi che mise in fuga a colpi di pistola, uccidendone uno. Processato, fu assolto per legittima difesa, ma mandato al confino a Lipari.
Fuggì dall’isola con Carlo Rosselli e Fausto Nitti. Raggiunta Parigi, fondò con i compagni di fuga il movimento «Giustizia e Libertà». Dirigente durante la Resistenza, entrò nel Partito d’Azione, poi nel Partito Sardo d’Azione Socialista, quindi al P.S.I., infine al P.S.I.U.P. Fu ministro nel governo Parri e nel primo governo De Gasperi. Scrisse, tra l’altro, La Catena, Marcia su Roma e dintorni, Teoria dell’insurrezione, Un anno sull’Altipiano, Sul Partito d’Azione, Il cinghiale del diavolo.
Stamane, quando s’è diffusa la notizia della morte di Lussu, il presidente della Repubblica, Leone, ha inviato alla vedova un telegramma in cui ne ricorda, oltre alle doti politiche, «l’indipendenza di carattere e soprattutto la nobile ispirazione morale». Una delegazione del P.S.I., guidata dal segretario De Martino, ha reso omaggio alla salma. Parole di commemorazione sono state espresse anche da Saragat, Pertini, Spagnoili, Fanfani e Berlinguer.
La prima volta che Emilio Lussu si occupò di me, come storico, fu nel 1968, quando scrisse: «Avrebbe molto giovato all’autorità del suo scanzonato giudizio (sulla Resistenza romana), se l’autore fosse stato di Roma. In talune valutazioni si rivela in lui il funzionario piemontese dell’Ottocento, che non solo a Roma, ma da Roma in giù, vede negli altri italiani cittadini di serie B». Quel graffio mi è parso allora, e mi pare oggi, qualcosa di onorevole, perché viene da uno che sapeva graffiare se stesso prima degli altri: ironico, intransigente, rigoroso, senza essere conformista e fanatico.
È inutile che qui faccia la sua biografia, notissima fra gli antifascisti: la fondazione del Partito Sardo d’Azione, la guerra mondiale, la resistenza allo squadrismo, l’esilio, la concitata vita politica prima nel Partito d’Azione e poi in quello socialista; e le grandi doti dello scrittore che lascia libri come Marcia su Roma e dintorni e Un anno sull’Altipiano. Sarà più utile, in un breve articolo di giornale, dire perché lo considero uno tra i nostri maestri di vita.
Emilio Lussu come uomo politico è uno sconfitto, se per uomo politico si intende chi mira per sé e per la sua parte alla conquista del potere. In «Giustizia e Libertà» prima e nel Partito d’Azione poi, egli ha sempre sostenuto una scelta operaista, da socialismo massimalista che non aveva la minima possibilità di successo. Nell’Italia della Resistenza e in quella dell’immediato dopoguerra l’ipoteca sulla classe operaia — in questo aveva perfettamente ragione Togliatti — apparteneva ai comunisti per forza organizzativa e presenza nelle fabbriche, ai socialisti per il grande peso della tradizione e al sindacato cattolico; volere ad ogni costo indicare alla borghesia progressista che era la forza e l’anima di «Giustizia e Libertà» un compito di guida della classe operaia era votarla a un sicuro scacco.
Si può dire di più, si può dire che Lussu e altri, presi dalla loro utopia, non vollero mai fare un’analisi seria delle forze reali che avevano fatto di «Giustizia e Libertà» un movimento di massa durante la Resistenza, non vollero mai vedere che cultura c’era, quali condizionamenti reali di classe rimanevano fra i giovani studenti e professionisti e intellettuali che erano il nerbo di «Giustizia e Libertà» nelle regioni come il Piemonte, la Lombardia, la Toscana, dove essa aveva un notevole peso.
Se avessero fatto questa analisi, se avessero rinunciato alla loro utopia, avrebbero capito che l’unica chance del Partito d’Azione era quella laburista, socialdemocratica che aveva in Parri e in La Malfa i suoi interpreti. Ma è inutile piangere sul latte versato, tanto più quando si parla di uno come Lussu, che è maestro di vita politica, indipendentemente dal fatto che abbia vinto o perso, e che durerà nella coscienza degli italiani democratici molto più a lungo e più in profondo di alcuni che hanno vinto o creduto di vincere.
Oggi alcuni leader comunisti, come Amendola, come Pajetta, come lo stesso Berlinguer, ci dicono che mancò a noi di «Giustizia e Libertà» la disciplina feroce, il coraggio di diventare accusatori implacabili degli amici, di credere anche nell’incredibile, che fortificò il partito comunista. Noi, ovviamente, diciamo il contrario, noi diciamo che il buono della nostra esperienza, passata, speriamo, al partito socialista, è stato quello di non rinunciare mai a un certo livello civile, di non ripudiare mai certi valori civili, costasse il fallimento di un partito. Perché noi non crediamo che il fallimento di un partito sia il fallimento di una politica riformatrice se il buono che ha saputo esprimere resta nella coscienza della nazione, nella sua cultura.
Emilio Lussu è un maestro di vita perché in quell’esperienza rappresenta, sul versante giacobino, l’onestà intellettuale: se gli pare in errore la destra moderata del Partito d’Azione lo dice, ma se il governo Parri viene lasciato cadere da comunisti e da socialisti scrive: «L’impressione riportata dall’autore di queste note è stata che l’opposizione dei socialisti, ma particolarmente di Togliatti, fosse un convenevole necessario alla decenza della firma». La Malfa e Parri lo giocano politicamente? Lo capisce, reagisce ma per inciso lascia cadere una frase che racchiude una filosofia, un modo di concepire la lotta politica: «Si intende che la nostra antica solidarietà era fuori discussione». Proprio così: anche dall’uomo nostro che fu sempre su posizioni di rigore e di attacco abbiamo capito che la lotta politica non può diventare, pena la degenerazione, scontro di fanatici o di servitori ciechi, che in nessuna circostanza l’uomo politico deve perdere il senso della misura e della ironia.
Sentite che cosa scrive di sè Lussu, l’uomo che fu considerato dalla borghesia moderata e retrograda come una specie di feroce mastino: «Lussu parlò quattro ore ed era troppo. Ci fu persino qualcuno che disse, alla fine, che proprio per questo il Partito d’Azione si era sciolto. Ma, a suo sollievo, un biglietto di Togliatti che assisteva da un palco gli annunciava che l’avrebbe battuto, alla prossima occasione. E mantenne la parola parlando quattro ore e mezzo; e il suo partito rimase unito…». Senso dell’ironia, sentimento dell’amicizia. Sulla parola di Lussu, in qualsiasi occasione, in qualsiasi momento politico, ciascuno di noi avrebbe potuto dormire tranquillo, salvo trovarselo di fronte, ma a viso aperto, in caso di errore.
Nelle sue memorie Emilio Lussu ricorda di essere stato uomo di governo e uomo di opposizione, ribelle e autoritario. «L’essenziale — egli dice — è che in ognuno di questi atti della propria vita si servano gli ideali, per cui si combatte, con dignità». Dignità è la parola giusta. Essa si attaglia a una lotta politica in cui l’uomo civile non dimentica di essere tale e resiste, in ogni caso, alla ferocia e alla menzogna. Questo è il modo di essere diversi che Lussu ci ha insegnato.

Il Giorno, 7 marzo 1975

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