Doppio sogno (titolo originale tedesco Traumnovelle) è un romanzo breve, o novella, di Arthur Schnitzler scritto nel 1925; la prima edizione ufficiale tedesca è del 1926.
La traduzione letterale del titolo dal tedesco è Novella del sogno. L’autore inizialmente voleva chiamarlo Doppelnovelle (Doppia novella), titolo che rimase fino al 1924.
Doppio Sogno si inserisce nell’estetica del decadentismo viennese di inizio secolo XX; racconta la crisi che colpisce una giovane coppia borghese nella Vienna degli anni venti, il medico Fridolin e la moglie Albertine; sarà quest’ultima a compiere, tramite il sogno che rappresenta il climax della storia, una sorta di viaggio liberatorio negli abissi della coscienza. La crisi della coppia borghese, con l’incomunicabilità del matrimonio che turba l’equilibrio uomo/donna, per Schnitzler è emblematica della crisi dell’individuo di fronte alla realtà dell’esistenza.

Trama

Una sera dopo aver messo a letto la figlioletta, il dottor Fridolin e sua moglie Albertine cominciano a parlare di se stessi e del fatto che durante un ballo mascherato al quale hanno preso parte la notte precedente, ognuno dei due ha provato attrazione per degli estranei. La discussione si fa più tesa, i due arrivano a confessarsi cose molto intime; Albertine racconta della irrefrenabile attrazione sessuale provata l’estate precedente, durante le loro vacanze sulla costa danese, per un giovane ufficiale sconosciuto. Per ripicca Fridolin confessa di aver provato un desiderio analogo per una quindicenne incrociata presso l’acqua del mare.
Fridolin viene chiamato al capezzale di un suo paziente, e esce di casa stizzito per aver scoperto un aspetto della moglie che neppure sospettava, e che urta la sua morale borghese. Al suo arrivo il cliente è già defunto; la figlia Marianne, che è da sempre innamorata di Fridolin, ha una crisi di nervi e, di fronte al timore di non vederlo mai più dopo il funerale, gli confessa il suo amore.
Fridolin riesce a liberarsi e torna verso casa a piedi, ma lungo la strada cede, forse per rancore nei confronti di Albertine, all’invito di una graziosa prostituta diciassettenne che lo invita a salire in camera. Disturbato e a disagio, il dottore non consuma il rapporto e torna per strada; entra in un caffè qualunque dove incontra un suo vecchio compagno di studi, l’ebreo Nachtigall, che ha abbandonato la facoltà di Medicina per dedicarsi alla musica. Stanotte suonerà il piano a una festa in maschera segreta, gli occhi coperti da una benda: non è difficile capire che si tratta di un’orgia. Fridolin, eccitato, lo convince a fornirgli la parola d’ordine, poi si procura un costume di carnevale svegliando il proprietario di un negozio.
Il medico affitta un calesse che segue la carrozza di Nachtigall fino a una villa fuori città; malgrado sia mascherato e conosca la parola d’ordine, desta subito sospetti tra i partecipanti all’orgia; una bellissima ragazza mascherata e nuda lo scongiura di andarsene prima che sia troppo tardi, Fridolin non ubbidisce ma viene individuato come estraneo e bloccato da due uomini. La ragazza si offre di “riscattarlo” in un modo non precisato, ma si intuisce che possa accaderle qualcosa di tragico.
Fridolin viene riaccompagnato in città in una carrozza sigillata. La moglie sta dormendo, ma al suo arrivo si sveglia stravolta e gli confessa di avere appena fatto un incubo: mentre faceva l’amore con l’ufficiale danese di cui gli ha parlato, il marito veniva flagellato e messo al supplizio.
Il mattino seguente Fridolin si mette alla ricerca di conferme su quanto accaduto nella notte. Nachtigall è scomparso dal suo albergo, portato via da due uomini. Il giornale riporta la notizia di una certa baronessa D. suicidatasi in una stanza d’albergo; convinto che si tratti della bellissima donna che l’ha “riscattato”, si reca all’obitorio ma dal corpo non riesce a riconoscerla con certezza. Fridolin ripercorre l’itinerario della notte, scoprendo che la giovane prostituta è ricoverata in ospedale, probabilmente per una malattia venerea. Marianne è rassegnata a lasciare la città con il fidanzato Roediger. Tornato in carrozza alla villa del mistero, viene invitato a desistere dalle ricerche.
Rientrato a casa, vede sul proprio cuscino la maschera che indossava la terribile sera della sua avventura e che Albertine deve avere trovato. Fridolin teme che sia la fine del loro matrimonio, ma la storia si chiude con una nota di speranza; l’uomo raggiunge la coscienza della contraddizione che ha segnato la sua odissea notturna cercando di violare la fedeltà coniugale per vendicarsi di chi aveva “osato” tradirlo, sia pure solo nelle intenzioni.

* * *

Traumnovelle – 1921-1925

I

«Ventiquattro schiavi mori portavano vogando la superba galera che doveva recare il principe Amgiad al palazzo del califfo. Il principe però, avvolto nel proprio manto di porpora, stava steso solitario sopra coperta, sotto il cielo della notte, nero-blu, cosparso di stelle, e il suo sguardo -»
Fin qui la piccola aveva letto ad alta voce; ora quasi di colpo gli occhi le si chiusero. I genitori si guardarono a vicenda sorridendo, Fridolin si chinò su di lei, la baciò sulla bionda capigliatura e chiuse di scatto il libro che stava sul tavolo non ancora sparecchiato. La bimba aprì gli occhi come sorpresa.
«Le nove», disse il padre, «è ora di andare a dormire.» E dato che pure Albertine si era chinata sulla bambina, le mani dei genitori s’incrociarono sulla fronte amata, e con tenero sorridere, che adesso non era più indirizzato solo alla figlia, i loro sguardi s’incontrarono. La bambinaia entrò, esortò la piccolina a dire buona notte ai genitori; obbediente lei si alzò, porse a padre e madre le labbra per il bacio lasciandosi condurre tranquillamente dalla bambinaia fuori dalla stanza. Fridolin e Albertine invece, rimasti ora da soli sotto il lucore rossastro del lampadario, ebbero fretta, unanimemente, di riallacciare la loro conversazione incominciata prima di cena riguardo alle avventure al ballo in maschera del giorno prima.
Era stata, quest’anno, la loro prima festa da ballo alla quale si eran risolti a partecipare appena prima della fine di carnevale. Riguardo a Fridolin, subito all’entrata nella sala era stato salutato, come un amico atteso con impazienza, da due domino rosse le cui persone non riuscì a realizzare nonostante fossero sorprendentemente ed esattamente informate di ogni sorta di storia di quand’era studente e praticante. Dal palco dove l’avevano invitato con affabilità promettente, s’erano allontanate con la promessa di ritornare prestissimo, e cioè senza maschera, ma erano rimaste via tanto a lungo che, spazientito, aveva preferito recarsi nella platea dove sperava di rincontrare le due ambigue apparizioni. Per quanto si fosse sforzato di scrutare non fu in grado di scorgerle da nessuna parte; invece di loro tuttavia si appiccicò al suo braccio all’improvviso un’altra creatura femminile: la sua sposa, la quale si era appena sottratta d’improvviso a uno sconosciuto, la cui indole malinconico-altezzosa e forestiera, d’accento polacco all’apparenza, da principio l’aveva sedotta, il quale però d’un tratto l’aveva oltraggiata, anzi spaventata con una ripugnante frase sfacciata, inaspettatamente buttata lì. E allora sedettero marito e moglie, in sostanza contenti di essere scampati da una deludente, banale recita carnascialesca, poco dopo, come due amanti tra altre coppie innamorate, chiacchieravano divertendosi al buffet con ostriche e champagne, come avessero fatto reciproca conoscenza solo allora, in una commedia della galanteria, della riluttanza, della seduzione e del cedimento; e, dopo una veloce corsa in carrozza attraverso la candida notte invernale, s’abbandonarono a casa tra le braccia l’un l’altro in una felicità d’amore ormai da lungo tempo non più così focosa. Una grigia mattina li destò troppo presto. La professione reclamò il consorte già ad ora presta al letto dei suoi pazienti; i doveri di padrona di casa e di madre lasciarono riposare poco più a lungo Albertine. Così erano passate le ore, sobriamente e in maniera prestabilita in dovere quotidiano e lavoro, la notte trascorsa – inizio e fine – era sbiadita; e ora soltanto, poiché l’opera giornaliera di entrambi era compiuta, la bimba era andata a dormire e da nessuna parte c’era da aspettarsi qualche disturbo, ascesero di nuovo a realtà le forme d’ombra del ballo in maschera, lo sconosciuto malinconico e le rosse domino; e quelle esperienze insignificanti vennero avvolte d’un tratto da ingannevoli splendori di occasioni incantevolmente e dolorosamente perdute. Domande innocenti e però a trabocchetto, furbesche, risposte sfuggenti si scambiarono da una parte e dall’altra; a nessuno dei due sfuggiva che l’altro mancava di assoluta sincerità, e dunque si sentivano ambedue esposti a moderata vendetta. Esagerarono la misura dell’attrattiva che, dai loro interlocutori sconosciuti del ballo in maschera, sarebbe emanata su loro, schernirono gli impulsi di gelosia che l’altro lasciava percepire negando i propri. Invero, dalla frivola chiacchiera sulle insignificanti avventure della notte scorsa si ritrovarono in una conversazione più seria relativa su quei desideri nascosti, a malapena presentiti che anche nell’animo più limpido e puro riescono a strappare turbini foschi e rischiosi, e discorrevano dei segreti territori di cui percepivano appena desiderio struggente e dove l’inimmaginabile vento del fato li poteva, fosse pure in sogno solamente, d’un tratto perdere. Dal momento che stavano ad ascoltarsi a vicenda con pienezza di sentimento e intelletto sapevano che non per la prima volta, ieri, li toccava un alito di avventura, libertà e rischio; timorosi, autolesionisticamente in non dichiarata curiosità, tentavano di far uscire l’un dall’altro la confessione e, accostandosi timorosamente di più, ciascuno investigava in sé qualsiasi fatto, per quanto insignificante, qualsiasi esperienza, per quanto insignificante potesse essere, che valesse a espressione dell’indicibile, e la cui sincera ammissione li poteva forse liberare da una tensione e da una diffidenza che cominciava progressivamente a farsi insopportabile. Albertine, essendo in quel momento, la più impaziente, la più sincera o la più disponibile dei due, trovò per prima il coraggio per una comunicazione scoperta; e con voce incerta chiese a Fridolin se ricordava il giovane seduto una sera con due ufficiali al tavolo vicino, che l’estate scorsa, sul litorale danese, una sera, aveva ricevuto un telegramma durante la cena e quindi s’era accomiatato in fretta dagli amici.
Fridolin annuì. «Che c’entra costui?», chiese.
«L’avevo già visto la mattina», replicò Albertine, «quando saliva in fretta la scala dell’albergo con la sua borsa gialla. Mi aveva squadrata di sfuggita, ma solo qualche gradino più su si fermò, si volse verso di me e i nostri sguardi si dovettero incontrare. Non sorrise, anzi, piuttosto mi sembrò che il volto gli si incupisse e pure a me successe una cosa simile perché ero turbata come non mai. Per l’intera giornata fui persa nei sogni. Se lui m’avesse chiamata – così mi pareva di credere -, non avrei saputo resistere. Mi ritenevo disposta a tutto, mi ritenevo altrettanto determinata a sacrificare te, la bambina, il mio avvenire e contemporaneamente – lo capisci? – mi eri più caro che mai. Proprio quel pomeriggio, te ne rammenterai ancora, si dette il caso che chiacchierassimo intimamente di mille cose, anche del nostro comune avvenire, anche di nostra figlia, come ormai non più da molto tempo. Al tramonto sedemmo sul balcone, tu e io, ecco egli passò sotto, per la spiaggia senza alzare lo sguardo e fui felice di vederlo. Ma ti passai la mano sulla fronte e ti baciai sui capelli, e nel mio amore per te c’era contemporaneamente molta dolorosa compassione. La sera ero bellissima, tu stesso me lo hai detto, e portavo una rosa bianca alla cintura. Forse non era un caso che il forestiero sedesse con gli amici vicino a noi. Non mi guardò, ma mi trastullavo nell’idea di alzarmi, andare al suo tavolo e dirgli: Eccomi, mio più atteso, mio più amato, – prendimi. In quel momento gli portarono il telegramma, lesse, impallidì, sussurrò qualche parola all’ufficiale più giovane e, sfiorandomi con un’occhiata enigmatica, lasciò la sala.»
«E allora?» domandò Fridolin seccamente, quando lei tacque.
«Nient’altro. So solo di essermi destata il mattino dopo con uno certo timore. Ciò di cui avevo più timore – se del fatto che fosse partito o del fatto che potesse essere ancora là -, non lo so, neppure l’ho saputo allora. Certo, quando non comparve nemmeno a mezzogiorno, tirai un respiro di sollievo. Non chiedermi altro, Fridolin, ti ho detto tutta la verità. – Tu pure hai provato qualcosa su quella spiaggia, – lo so.»
Fridolin si alzò, camminò alcune volte su e giù per la stanza, poi disse: «Hai ragione.» Stava ritto alla finestra, il volto al buio. «Di mattina», cominciò con voce velata, un poco ostile, «talvolta ancora prestissimo, prima che ti fossi alzata, avevo l’abitudine di girovagare là lungo la riva, lontano dalla località; e, quantunque fosse presto, il sole stava già luminoso e potente sopra il mare. Là fuori sulla spiaggia c’erano delle casette di campagna, come sai, che facevano, ciascuna, un piccolo mondo a sé, qualcuna con un giardino cintato da assi, qualcuna semplicemente circondata da bosco, e i capanni da bagno erano separati dalle abitazioni dalla strada e da un pezzo di spiaggia. A malapena in un’ora tanto presta, incontravo delle persone; né in genere si vedevano mai bagnanti. Una mattina però, tutto a un tratto, mi accorsi di una figura femminile che, finora non visibile, continuava a muoversi cauta sullo stretto terrazzo di un capanno da bagno palafittato nella sabbia, ponendo un piede davanti all’altro, le braccia all’indietro spiegate verso la parete di legno. Era una fanciulla assai giovane, di quindici anni forse, la bionda capigliatura sciolta che fluiva giù sulle spalle e, da un lato, sul petto delicato. La ragazza guardava davanti a sé, giù nell’acqua, lentamente continuò a scivolare lungo la parete, gli occhi abbassati verso l’altro angolo, e d’improvviso si trovò proprio di fronte a me; allungò le braccia lontano dietro a sé come intendesse aggrapparsi più salda, alzò lo sguardo e di colpo mi scorse. Un fremito le passò per il corpo quasi dovesse cadere o scappare. Invero, siccome avrebbe potuto ancora muoversi solo molto piano sull’asse stretta, decise di arrestarsi, – e stava lì ora, dapprima con una faccia spaventata, poi arrabbiata, e alla fine imbarazzata. D’un tratto però sorrise, sorrise meravigliosamente; vi fu un saluto, anzi un cenno nei suoi occhi, – e insieme un lieve scherno con cui sfiorò di sfuggita l’acqua, ai suoi piedi, che la separava da me. Poi allungò il giovane corpo slanciato, come lieta della propria bellezza e, come si notava facilmente, orgogliosa e dolcemente eccitata dal luccicare del mio sguardo che ella sentiva su di sé. Fummo ritti così l’uno di fronte all’altra forse per dieci secondi, le labbra dischiuse e gli occhi scintillanti. Senza volerlo distesi le braccia verso di lei, nel suo sguardo c’era trasporto e gioia. Di colpo invece scosse violentemente la testa, staccò un braccio dalla parete, indicò imperiosa che me ne dovevo andare; e siccome non me la sentii di ubbidire subito, vi fu una tale preghiera, una supplica tale nei suoi occhi infantili che non mi rimase altro che voltare le spalle. Più in fretta possibile proseguii di nuovo per la mia strada; nemmeno una volta mi girai a guardarla, per la verità non per riguardo, per obbedienza, per cavalleria, bensì perché sotto il suo ultimo sguardo avevo provato una tale emozione, al di là di tutte quelle mai vissute, da sentirmi quasi venir meno.» E tacque.
«E quanto spesso», domandò Albertine guardando dinanzi a sé e senza alcun risalto, «sei andato poi ancora per quella strada?»
«Quel che ti ho raccontato», replicò Fridolin, «avvenne per caso l’ultimo giorno della nostra permanenza in Danimarca. Non so neanch’io cosa sarebbe stato in circostanze diverse. Non domandarmi altro, Albertine.»
Era ancora in piedi vicino alla finestra, immobile. Albertine si alzò, gli si accostò, l’occhio di lei era umido e scuro, la fronte appena corrugata. «In avvenire raccontiamoci sempre cose del genere», disse.
Lui annuì muto.
«Promettimelo.»
La tirò a sé. «Non lo sai?» chiese; ma la voce continuava a suonargli dura.
Lei gli prese le mani, le carezzò e sollevò lo sguardo su di lui con occhi velati sul cui fondo egli poteva leggere i pensieri di lei. Stava pensando ad altre di lui, più concrete esperienze, pensava a quelle di gioventù, di alcune delle quali ella era al corrente poiché egli, cedendo troppo docilmente alla sua curiosità gelosa, le aveva rivelato qualcosa nei primi anni di matrimonio, anzi, come ripetutamente gli pareva, aveva esposto ciò che era meglio avesse tenuto per sé. In quell’ora, lo sapeva, s’insinuavano per forza alcuni ricordi e si stupì appena quando lei, come da un sogno, pronunciò il nome quasi dimenticato di una delle sue amate di gioventù. Certo esso gli suonò come un rimprovero, anzi come una lieve minaccia.
Si portò la mano di lei alle labbra.
«In ogni creatura – credimi quantunque possa suonare scontato, – in ogni creatura che intesi amare, ho sempre cercato soltanto te. Lo so meglio di quanto tu possa capirlo, Albertine.»
Lei sorrise cupa. «E se anche a me fosse piaciuto andare prima alla ricerca?» disse. Il suo sguardo era cambiato, divenne freddo e impenetrabile. Lasciò scivolare le mani di lei dalle proprie, come l’avesse colta in una falsità, in un tradimento; ma lei disse: «Ah, se voi sapeste», e di nuovo tacque.
«Se sapessimo -? Con questo che intendi dire?»
Con singolare durezza lei ribatté: «Pressappoco quello che t’immagini, caro mio.»
«Albertine – c’è dunque qualcosa che hai pur taciuto?»
Lei annuì fissando con uno strano sorriso dinanzi a sé. Dubbi incredibili, assurdi si destarono in lui.
«Non capisco bene», disse. «Avevi neanche diciassett’anni quando ci fidanzammo.»
«Sedici compiuti, sì, Fridolin. E davvero -» lo guardò diritta negli occhi – «non dipese da me che divenissi tua sposa ancora vergine.»
«Albertine -!» E lei raccontò:
«Fu sul Wòrthersee, pochissimo prima del nostro fidanzamento, Fridolin, ecco alla mia finestra che dava sul grande, esteso prato, una bella serata estiva, stette un giovane bellissimo, chiacchierammo e, nel corso di quella conversazione, senti un po’ quel che pensai: Che giovane caro, affascinante, – dovesse dire ora una sola parola, certo, dovrebbe essere quella giusta, uscirei da lui sul prato a passeggiare assieme dove desiderasse, – nel bosco forse; – o, più bello ancora sarebbe che uscissimo insieme in barca sul lago – ed egli potrebbe stanotte avere da me tutto ciò che solo volesse. Sì, questo m’immaginavo.- Ma non pronunciò la parola, l’affascinante giovanotto; mi baciò soltanto delicatamente la mano, – e il mattino dopo mi domandò – se volevo diventare sua moglie. E io dissi sì.»
Fridolin, contrariato, le lasciò andare la mano. «E se per caso quella sera», disse allora, «ci fosse stato un altro alla tua finestra e gli fosse venuta in mente la parola giusta, per esempio – -» rifletté su che nome dovesse dire, ed ecco lei protese le braccia già come a parare.
«Un altro, chiunque fosse stato, avrebbe potuto dire quel che voleva, – gli sarebbe servito a poco. E se non fossi stato tu a essere davanti alla finestra», gli proruppe in sorriso -, «allora nemmeno la serata d’estate sarebbe stata così bella.»
Lui storse la bocca beffardo. «Dici così in questo istante, probabilmente credi così in questo istante. Però -»
Bussarono. La domestica entrò annunciando che c’era la portinaia di Schreyvogelgasse a chiamare il signor dottore per il consigliere che stava nuovamente malissimo. Fridolin andò nell’atrio, apprese dalla messaggera che il consigliere aveva avuto un attacco di cuore ed era in pessime condizioni; e lui promise di venir lì immediatamente.
«Esci -?» gli chiese Albertine quando si preparò di furia per uscire, in tono tanto irritato, come le facesse un torto premeditato.
Fridolin replicò, quasi stupito: «Devo pur farlo.»
Lei sospirò lieve.
«Speriamo che non sia così grave», disse Fridolin, «finora tre centesimi di morfina l’hanno pur sempre aiutato a superare l’attacco.»
La domestica aveva portato la pelliccia, Fridolin baciò Albertine piuttosto distratto sulla fronte e sulla bocca, quasi che la conversazione dell’ultima ora gli fosse ormai voluta uscita di mente, allontanandosi in fretta.

II

Per strada dovette aprire la pelliccia. Di colpo era sopraggiunto il disgelo, la neve nei percorsi pedonali quasi sciolta, e nell’aria soffiava fragranza di primavera in arrivo. Dall’abitazione di Fridolin nella Josefstadt vicino all’Allgemein Krankenhaus1 c’era appena un quarto d’ora dalla Schreyvogelgasse; e così Fridolin salì presto, per la scala tortuosa, male illuminata della vecchia casa, al secondo piano e tirò il campanello; invero, prima che il patriarcale squillo fosse udibile, notò che la porta era solo accostata; passò dall’anticamera non illuminata nel soggiorno e vide subito che era giunto troppo tardi. Il verde lampadario a petrolio che pendeva dal soffitto basso gettava un chiarore fioco sul copriletto sotto il quale giaceva allungato, immobile, un corpo esile. Il viso del morto era in ombra, ma Fridolin lo conosceva tanto bene che credette di vederlo molto chiaramente – ossuto, grinzoso, fronte alta con la barba piena, candida, corta, le brutte orecchie dalla bianca peluria che risaltavano. Marianne, la figlia del consigliere, sedeva ai piedi del letto con le braccia sciolte a penzoloni, come nella più profonda stanchezza. C’era sentore di mobili vecchi, medicine, petrolio, cucina; un poco anche di acqua di colonia e saponetta alle rose e, in qualche modo, Fridolin sentì anche l’insipido, dolciastro profumo di quella fanciulla smunta che era ancor giovane e da mesi, da anni avvizziva lentamente tra pesante lavoro domestico, affaticante assistenza al malato e veglie notturne.
Quando era entrato il medico aveva volto lo sguardo su di lui, ma nella scarsa illuminazione egli vide a malapena se le sue guance arrossissero come al solito quanto compariva lui. Lei volle alzarsi, un mezzo cenno di Fridolin glielo vietò, ella gli accennò un saluto con occhi grandi ma spenti. S’accostò al capezzale, sfiorò meccanicamente la fronte del morto le cui braccia stavano sul copriletto in ampie maniche di camicia aperte, poi si strinse con lieve commiserazione nelle spalle, ficcò le mani nelle tasche della pelliccia, lasciò vagare lo sguardo intorno nella stanza indugiando alla fine su Marianne. La sua capigliatura era folta e bionda, ma secca, il collo ben tornito e slanciato, invero non completamente privo di rughe e di colorito giallastro, e le labbra come assottigliate dalle molte parole non dette.
«Ebbene sì», disse in sussurro e quasi impacciato, «mia cara signorina, non la colpisce del tutto impreparata.»
Essa allungò la mano verso di lui. Egli la prese partecipativo, chiese come di dovere del corso dell’ultimo attacco mortale, lei riferì attinente ai fatti e concisa e discorse poi degli ultimi giorni relativamente buoni, nei quali Fridolin non aveva più veduto l’ammalato. Fridolin aveva avvicinato una sedia, sedette di fronte a Marianne e le diede a riflettere, per conforto, che suo padre, nelle ultime ore, doveva aver sofferto poco o nulla; quindi s’informò se erano stati avvisati i parenti. Sì, la portinaia era già per strada, dallo zio, e in ogni caso sarebbe comparso il signor dottor Roediger, «il mio fidanzato», aggiunse guardando Fridolin sulla fronte invece che negli occhi.
Fridolin si limitò ad annuire. Nel corso di un anno aveva incontrato dottore Roediger qui in casa due o tre volte. Il molto slanciato, pallido giovanotto dalla corta, bionda barba piena e occhiali, docente di storia all’università di Vienna, gli era piaciuto moltissimo senza stimolare ulteriormente il suo interesse. Marianne avrebbe avuto un aspetto sicuramente migliore, pensò, se ne fosse stata l’amante. I capelli sarebbero stati meno secchi, le labbra più rosse e piene. Quanti anni poteva avere? si domandò ancora. Quando venni convocato la prima volta per il consigliere, tre o quattro anni fa, aveva ventitré anni. All’epoca era ancora viva la madre. Era più serena mentr’era ancora viva la madre. Non ha preso, per un breve periodo, lezioni canto? Dunque sposerà questo docente. Perché lo fa? Non ne è certo innamorata, e lui non può neanche avere molti soldi. Che sorta di matrimonio sarà? Be’, un matrimonio come mille altri. Che m’importa. Molto probabilmente non la rivedrò più perché adesso non ho più nulla da fare in questa casa. Ah, quanta gente che era con me in rapporti più stretti di lei non ho mai più rivisto.
Mentre gli passavano per la testa quelle riflessioni, Marianne aveva cominciato a parlare del defunto, – con una certa insistenza, quasi fosse improvvisamente divenuto, in ragione del solo fatto della propria morte, una persona più notevole. Dunque in realtà aveva solo cinquantaquattro anni? Certo, le molte preoccupazioni e delusioni, la moglie sempre sofferente, – e il figlio gli aveva procurato tanti dispiaceri! Come, aveva un fratello? Certamente. L’aveva già raccontato una volta al dottore. Il fratello adesso viveva da qualche parte all’estero, di là nello studiolo di Marianne stava appeso un quadro che egli aveva dipinto all’età di quindici anni. Rappresentava un ufficiale che scendeva a balzi per un’altura. Il padre s’era sempre atteggiato a non vederlo affatto il quadro. Ma era un buon quadro. Il fratello, in circostanze più favorevoli, avrebbe potuto portare avanti la cosa.
Come parla concitata, pensava Fridolin, e come le luccicano gli occhi! Febbre? Anche possibile. S’è fatta più magra negli ultimi tempi. Probabile catarro apicale.
Seguitava a parlare ma sembrava che non sapesse per niente a chi parlasse; o che parlasse a se stessa. Erano dodici anni che il fratello era via da casa, sì, era ancora bambina quando era sparito d’improvviso. Quattro o cinque anni prima, a natale, era arrivata l’ultima sua notizia, da una cittadina italiana. Strano, aveva scordato il nome. Discorse così ancora un momento di cose senza importanza, senza necessità, quasi senza connessione, finché di colpo tacque e ora sedeva là muta, il capo tra le mani. Fridolin era stanco e più ancora annoiato, aspettava ardentemente che arrivasse qualcuno, i parenti o il fidanzato. Il silenzio nella stanza gravava pesante. Gli pareva che il morto tacesse con loro; diciamo, non perché per lui fosse ora impossibile parlare, bensì intenzionalmente e per maligno piacere.
E con un’occhiata di sbieco verso di lui, Fridolin disse: «In ogni caso, per come stanno adesso le cose, è bene, signorina Marianne, che non debba rimanere più troppo a lungo in questa casa», – ed ecco lei levò un poco il capo, ma senza alzare gli occhi su Fridolin – «il suo promesso otterrà presto una cattedra; presso la facoltà di filosofia vi sono relazioni, sotto questo aspetto, più propizie che da noi.» – Pensava al fatto che anni prima lui pure aveva ambito a una carriera accademica che, invece, per la sua inclinazione a un’esistenza più confortevole aveva alla fine deciso per l’esercizio pratico della professione; – e d’improvviso gli sembrò, a confronto con l’ottimo dottor Roediger, di essere il più irrilevante.
«In autunno ci trasferiremo», disse Marianne senza scomporsi, «ha una nomina a Gottinga.»
«Oh», disse Fridolin e avrebbe espresso una qualche felicitazione, ma la cosa gli parve troppo poco commisurata al momento e all’ambiente. Gettò un’occhiata alla finestra chiusa e, senza prima chiedere il permesso, quasi nell’esercizio di un diritto medico, spalancò tutti e due i battenti facendo entrare l’aria che, intanto fattasi più calda e primaverile, pareva recare con sé fragranza di tiglio dei lontani boschi in risveglio. Tornò a voltarsi verso la stanza, vide gli occhi di Marianne interrogativi rivolti a lui. Le si accostò di più rilevando: «L’aria fresca, speriamo, le gioverà. Fa veramente troppo caldo, e ieri notte» – e voleva dire: tornammo a casa dal ballo in maschera in una tempesta di neve, ma trasformò rapidamente la frase completando: «Ieri sera la neve nelle strade era alta ancora mezzo metro.»
Lei ascoltava a stento quel che diceva. I suoi occhi s’inumidirono, grosse lacrime le corsero per le guance e di nuovo nascose il volto tra le mani. Senza volerlo egli posò la mano sulla sua scriminatura e la carezzò sulla fronte. Percepì come il corpo di lei cominciava a fremere; lei singhiozzava tra sé, dapprima appena udibile, a poco a poco più forte, alla fine in modo sfrenato. D’un tratto era scivolata giù dalla poltrona, stette ai piedi di Fridolin, gli cinse le ginocchia con le braccia e vi premette contro il viso. Poi volse gli occhi su di lui sussurrando infuocata: «Non voglio andarmene da qui. Anche se lei non tornerà mai più, se non la vedrò mai più; voglio vivere vicino a lei.»
Fu più toccato che stupito; l’aveva sempre saputo che era innamorata di lui o s’immaginava di esserlo.
«Si alzi, Marianne», disse sommesso, chinandosi su di lei la sollevò dolcemente e pensò: Naturalmente c’è anche dell’isterismo. Lanciò un’occhiata di traverso al padre morto. Caso mai non oda tutto, pensò. Che sia forse morto apparente? Forse tutti in queste prime ore dopo il trapasso son solo apparentemente morti -? Teneva Marianne tra le braccia, ma nel contempo un po’ staccata da lui, e premette, quasi senza volerlo, un bacio sulla sua fronte, il che parve a lui stesso un poco ridicolo. Rammentò di sfuggita un romanzo che aveva letto anni prima e dove succedeva che un ragazzo molto giovane, quasi un fanciullo veniva sedotto al letto di morte della madre da un’amica di lei, violentato in realtà. Nello stesso istante, non sapeva perché, dovette pensare a sua moglie. Amarezza nei suoi confronti gli salì dentro e sordo risentimento verso quell’uomo in Danimarca, con la borsa da viaggio gialla sulla scala dell’albergo. Trasse più saldamente a sé Marianne, invero senza provare la minima eccitazione; piuttosto la vista dell’opaca, secca capigliatura, l’odore scialbo- dolciastro dei suoi indumenti stantii riversò su di lui una certa ripugnanza. Allora di fuori risuonò il campanello, si sentì come liberato, in fretta baciò la mano a Marianne, come per riconoscenza, e andò ad aprire. Era il dottor Roediger che stava alla porta in cappotto grigio scuro, con soprascarpe, ombrello in mano, un’espressione seria del volto commisurata alle circostanze. I due uomini si salutarono con un cenno più confidenziale di quanto corrispondesse alle loro effettive relazioni. Poi entrarono ambedue nella camera, Roediger espresse la sua partecipazione a Marianne dopo uno sguardo impacciato al morto; Fridolin si recò nella stanza accanto a stendere il certificato medico di morte, alzò la fiamma del gas sulla scrivania, e l’occhio gli cadde sul ritratto dell’ufficiale in uniforme candida che, a sciabola abbassata, scendeva a balzi l’altura contro un invisibile nemico. Era racchiuso in una cornicetta d’oro frusto e non faceva un effetto molto migliore di una modesta oleografia.
Con il certificato di morte compitalo Fridolin rientrò nella stanza limitrofa dove, al letto del padre, sedevano i fidanzati, le mani tra loro intrecciate.
Risuonò un’altra volta il campanello dell’ingresso, il dottor Roediger si alzò e andò ad aprire; intanto Marianne disse, quasi impercettibile, guardando a terra: «Ti amo.» Fridolin replicò pronunciando semplicemente il nome di Marianne, non senza tenerezza. Roediger rientrò assieme a una coppia attempata. Erano lo zio e la zia di Marianne; fu scambiata qualche parola di circostanza con l’imbarazzo che la presenza di un defunto suole spargere intorno. La piccola stanza parve d’un tratto gremita di ospiti in lutto, Fridolin si sentì di troppo, s’accomiatò e fu accompagnato alla porta da Roediger che si sentì obbligato al alcune parole di ringraziamento ed espresse la speranza un presto rincontro.

III

Fridolin, davanti all’ingresso, guardò su alla finestra che aveva aperta lui stesso prima; le tende tremolavano nella brezza della primavera anticipata. Quelli che eran rimasti di sopra, i vivi come i morti, gli parevano ugualmente irreali come fantasmi. Gli pareva di essere scampato stesso: non tanto a un’avventura, quanto piuttosto a un incantesimo malinconico che non doveva conseguire alcun potere su di lui. Come unico strascico provava una curiosa riluttanza ad andare a casa. La neve nelle strade era sciolta, a sinistra e a destra erano accumulati mucchietti bianco-sporchi, le fiamme del gas guizzavano nei lampioni, suonarono le undici da una chiesa vicina. Fridolin decise di trascorrere, prima d’andare a dormire, ancora una mezz’ora nell’angolo quieto di una caffetteria vicina alla sua abitazione, e prese la strada per il parco del municipio. Sulle panchine in ombra sedeva qua e là una coppia avvinghiata quasi ci fosse già davvero la primavera e l’aria ingannevolmente tepida non fosse vibrante di rischi. Su una panchina, disteso per lungo, il cappello calato sulla fronte, giaceva un tizio abbastanza malconcio. Se lo svegliassi, pensò Fridolin, e gli regalassi dei soldi per un giaciglio notturno? Cosa cambierebbe con ciò, continuò a riflettere, anche domani allora dovrei occuparmene altrimenti non avrebbe alcun senso, e alla fine verrei per di più sospettato di relazioni colpevoli con lui. E accelerò il passo come per fuggire più alla svelta possibile a ogni sorta di responsabilità e tentazione. Perché proprio lui? si domandava, nella sola Vienna ci sono miglia di poveri diavoli di tal fatta. Se si volesse interessarsi di tutti, – della sorte di ogni sconosciuto! E gli venne in mente il morto che aveva appena lasciato e, con un qualche brivido, e non senza raccapriccio pensò al fatto che nel magro corpo che giaceva là disteso sotto la coperta di flanella marrone, per legge eterna la putrefazione e la decomposizione avevano già iniziato la propria opera. E fu contento di essere ancora vivo, che tutte quelle faccende ripugnanti, con tutta probabilità, fossero per lui ancora lontane; anzi di essere ancora nel fiore della giovane età, di possedere una moglie graziosa e amabile e anche, per giunta, di poter avere una o più donne, se proprio lo desiderava. Per cose simili certo bisognava avere più tempo di quello che a lui era concesso; e gli venne in mente che l’indomani alle otto doveva essere al suo reparto, dalle undici all’una visitare pazienti privati, nel pomeriggio dalle tre alle cinque doveva tenere ambulatorio e che, anche per le ore serali lo attendevano alcune visite ai malati. – Dunque – sperabile, almeno, che non lo venissero di nuovo a chiamare nel cuore della notte come gli era successo oggi.
Attraversò la piazza del municipio che risplendeva fosca come uno stagno brunastro dirigendosi al familiare quartiere di Josefstadt. Da distante udì dei passi sordi, regolari e vide, ancora piuttosto lontano, proprio mentre svoltava a un angolo della strada, un piccolo drappello di studenti in divisa i quali, sette o otto in tutto, gli venivano incontro. Quando i giovanotti capitarono alla luce di un lampione credette di riconoscere in loro gli azzurri Alemanni2. Personalmente non aveva mai appartenuto a una corporazione ma a suo tempo aveva combattuto un paio di duelli alla sciabola. Per associazione con quel ricordo del periodo studentesco gli vennero in mente le rosse domino che l’avevano allettato nel palco ier notte e l’avevano abbandonato così presto e con spregio. Gli studenti erano vicinissimi, discorrevano a voce alta e ridevano – che non conoscesse l’uno o l’altro dall’ospedale? Certo con l’illuminazione incerta non era possibile figurare distintamente le fisionomie. Dovette arrestarsi a ridosso del muro per non scontrarsi con loro; – adesso erano passati; c’era solo l’ultimo, un individuo lungo con una giacca invernale aperta, una benda sull’occhio sinistro: parve, quasi intenzionalmente, rimanere indietro per un pezzetto e gli diede un colpo col gomito allungato di fianco. Non poteva essere una coincidenza. Che gli salta in mente? Pensò Fridolin arrestandosi d’istinto; l’altro dopo due passi fece lo stesso, e così per un momento si guardarono a vicenda negli occhi a distanza ravvicinata. D’un tratto però Fridolin si voltò di nuovo e proseguì. Udì una breve risata dietro di sé, – si sarebbe quasi girato un’altra volta a sistemare il soggetto, avvertì invece un singolare battere del cuore – proprio come una volta dodici o quattordici anni prima, quando s’era bussato con tale violenza al suo uscio mentre c’era da lui una graziosa ragazzetta cui piaceva cianciare sempre di un fidanzato che viveva lontano, che presumibilmente neanche esisteva; in effetti non s’era trattato che del portalettere che aveva bussato in modo tanto minaccioso. – E proprio come allora, sentì in quel momento battere il proprio cuore. Che succede? si domandò irritato accorgendosi ora che le ginocchia gli tremavano un poco. Vile -? Sciocchezze, si rispose. Mettermi io, io un uomo di trentacinque anni, medico, sposato, padre di una bambina, con uno studente sbronzo! – Sfida! Testimoni! Duello! E alla fine a causa di un simile stupido spintone un taglio al braccio? E inabile alla professione per un paio di settimane? – O perdere un occhio? – O addirittura setticemia -? E via nel giro di otto giorni, come l’uomo della Schreyvogelgasse sotto il copriletto di flanella marrone! Vile -? S’era battuto in tre duelli alla sciabola e pure a un duello alla pistola era stato pronto una volta e non per causa sua la faccenda, quella volta, era stata sistemata amichevolmente. E la sua professione! Pericoli da tutte le parti in ogni istante, – lo si scordava continuamente. Quanto era passato da che il bambino con la difterite gli aveva tossito in faccia? Tre o quattro giorni, non di più. Era comunque una faccenda più seria di una scaramuccia alla sciabola. E in linea generale non vi aveva più pensato. Ebbene, se avesse rincontrato l’individuo si poteva comunque chiarire la questione. Non era assolutamente tenuto, a mezzanotte sulla via di ritorno da un ammalato oppure anche per recarvisi, cosa che infine poteva anche essere, – no, non era davvero tenuto a reagire a un simile stupido spintone di studente. Se per esempio adesso il giovane danese gli venisse incontro con Albertine – oh no, che gli saltava in mente? Be’ – non era certo diverso che se lei ne fosse stata l’amante. Anche peggio. Sì, quello avrebbe dovuto venirgli incontro adesso. Oh, sarebbe stata un’autentica delizia trovarglisi di fronte da qualche parte in una radura del bosco e dirigere sulla fronte dalla bionda capigliatura lisciata la canna di una pistola.
Si trovò di colpo già oltre la sua meta, in un vicolo angusto per il quale girovagavano solo alcune povere mondane a caccia di maschi. Spettrale, pensò. E pure gli studenti dalle cappe azzurre gli vennero in mente d’un tratto come spettri, altrettanto di Marianne, del suo fidanzato, dello zio e della zia che adesso si immaginava messi in fila tutti quanti, mano nella mano, attorno al letto funebre del vecchio consigliere; anche Albertine, che adesso gli aleggiava davanti agli occhi profondamente addormentata, le braccia incrociate sotto la nuca, – perfino la sua bambina che stava stesa adesso nel candido lettino di ottone raggomitolata, e la bambinaia dalle gote rosse con una voglia sulla tempia sinistra, – loro tutti gli erano completamente estranei come fossero spettri. E quella sensazione sebbene lo facesse un poco rabbrividire, nel contempo era qualcosa di rassicurante che pareva sollevarlo da tutte le responsabilità, anzi liberarlo da ogni umano rapporto.
Una delle ragazze girovaghe lo invitò ad andare con lei. Era una creatura esile, ancora giovanissima, molto pallida con le labbra imbellettate di rosso. Potrebbe altrettanto concludersi con la morte, pensò, soltanto non così velocemente! Comunque viltà? In fondo davvero. Udì i suoi passi, presto la voce dietro di sé. «Non vuoi venire, dottore?»
Senza volerlo si girò. «Come fai a conoscermi?» chiese.
«Non la conosco», disse lei, «ma nel quartiere son tutti dottori.»
Dal tempo del ginnasio non aveva avuto niente a che fare con una donnina. Lo ricacciava di colpo indietro alla fanciullezza il fatto che questa creatura lo attraeva? Rammentò un conoscente insignificante, giovanotto elegante, del quale si raccontava l’incredibile fortuna con le donne, con cui si era trovato seduto da studente dopo un ballo in un locale notturno e che, prima di allontanarsi con una frequentatrice professionista, aveva replicato allo sguardo un po’ sorpreso di Fridolin con queste parole: «Rimane sempre la cosa più comoda; – e non sono nemmeno le peggiori.»
«Come ti chiami?» chiese Fridolin.
«Nome? cioè come ci chiamiamo? Mizzi naturalmente.» Aveva già girato la chiave nel portone, entro nel corridoio e aspettò che Fridolin la seguisse.
«Svelto!» disse dato che esitava. D’improvviso le stette accanto, il portone gli si chiuse dietro, lei mise il catenaccio, accese una candeletta facendogli luce. – Sono impazzito? si domandò. Naturalmente non la toccherò.
Nella sua camera ardeva una lampada a olio. Alzò lo stoppino, era una stanza assai confortevole, ben tenuta e comunque là profumava in maniera molto più gradevole che, ad esempio, nell’alloggio di Marianne. Certo, – qui non c’era stato disteso nessun vecchio, ammalato per mesi. La ragazza sorrideva, s’accostò senza invadenza a Fridolin che la respinse. Allora lei indicò una sedia a dondolo nella quale si lasciò sprofondare volentieri.
«Certo sei molto stanco», disse. Lui annuì. E lei, mentre si spogliava senza fretta:
«Insomma, un uomo che ha da fare tutto il giorno. Ecco per una come noi è meno faticoso.»
Notò che le sue labbra non erano affatto imbellettate, bensì colorate di un rosso naturale, e le fece un complimento in proposito.
«Certo, perché poi dovrei imbellettarmi?» chiese lei. «Che età pensi che abbia?»
«Venti?» indovinò Fridolin.
«Sedici», disse lei, gli si sedette in grembo avvolgendogli, come una bambina, il braccio alla nuca.
Chi avrebbe mai supposto, pensava lui, che in questo momento mi sarei trovato proprio in questa stanza? L’avrei ritenuto possibile io stesso un’ora fa, dieci minuti fa? E – perché? Perché? Lei cercava con le labbra le sue labbra, lui si piegò all’indietro, lei lo guardò con tanto d’occhi e un po’ rattristata, si lasciò scivolare giù dal suo grembo. Questo gli fece quasi male perché nel suo abbraccio v’era stata molta tenerezza consolante.
Lei prese una vestaglia da camera rossa che pendeva dal bracciolo del divano letto spiegato, vi s’infilò e si strinse le braccia su petto sicché tutta la figura era coperta.
«Ti va bene così ora?» domandò senza scherno, quasi timida, come si desse pena di comprenderlo. Lui seppe a stento cosa rispondere.
«Hai proprio indovinato», disse poi, «sono davvero stanco, e trovo molto piacevole sedere qui nella sedia a dondolo e starti semplicemente ad ascoltare. Hai una voce così gentile, dolce. Parla su, raccontami qualcosa.»
Lei sedette sul letto e scosse la testa.
«Hai paura e basta», disse a bassa voce, – e poi tra sé, appena percettibile, «peccato!»
Quell’ultima parola gli sprizzò nel sangue un’onda d’ardore, le si avvicinò, volle abbracciarla, le dichiarò che riversava su di lui piena fiducia, e con ciò diceva addirittura la verità. La tirò a sé, la corteggiò come una fanciulla, come una donna amata. Lei resisteva, egli si vergognò e alla fine desistette.
Lei disse:
«Non si può sapere. Una qualche volta capiterà. Hai proprio ragione ad avere paura. E se succedesse qualcosa, dopo mi potresti maledire.»
Le banconote che egli le offriva le rifiutò con tale determinazione che non fu in grado di insistere ulteriormente con lei. Si mise addosso uno scialletto di lana azzurro, accese una candela, gli fece luce, l’accompagnò giù e disserrò il portone. «Oggi ormai resto in casa», disse. Lui le prese la mano e la baciò d’istinto. Lei lo guardò stupita, quasi spaventata, poi rise impacciata e felice. «Come a una signorina», disse.
Il portone gli si chiuse dietro, e Fridolin si fissò nella mente con un’occhiata rapida il numero della casa per essere nella condizione di spedire su, l’indomani, del vino e dei dolci alla cara poverina.

IV

Intanto s’era fatto più caldo. La brezza mite portava nel vicolo angusto un profumo di umidi prati e di lontana primavera montana. Dove si va adesso? pensò Fridolin come non fosse ovvio, andare finalmente a casa e mettersi a dormire. Ma non riusciva a risolvervisi. Gli sembrava di essere un vagabondo, sfrattato dal momento dell’incontro con gli Alemanni… Oppure dalla confessione di Marianne? – No, già da prima – dalla conversazione serale con Albertine s’era spostato sempre più dall’ambito consueto della sua esistenza in qualche altro mondo, lontano, estraneo.
Passeggiò in lungo e in largo per le strade della notte, lasciò soffiare il leggero föhn sulla fronte, e alla fine, con passo deciso, come fosse arrivato ora a una meta cercata a lungo, entrò in una caffetteria di second’ordine, confortevolmente vecchia Vienna, non particolarmente spaziosa, scarsamente illuminata e, a quell’ora tarda, poco frequentata.
In un angolo giocavano a carte tre uomini; un cameriere, che era stato a guardarli finora, aiutò Fridolin a levarsi la pelliccia, ne ricevette l’ordinazione e gli mise sul tavolo periodici illustrati e giornali della sera. Fridolin ebbe come l’impressione di essere al sicuro e cominciò a sfogliare superficialmente i giornali. Qua e là il suo sguardo restava incollato. In una qualche città boema erano state strappate insegne stradali in tedesco. A Costantinopoli c’era una conferenza, a cui partecipava pure Lord Cranford, per la costruzione di una strada in Asia Minore. La ditta Benies & Weingruber era diventata insolvente. La prostituta Anna Tiger, con il vetriolo, aveva commesso un attentato per gelosia contro la sua amica Hermine Drobizky. Questa sera aveva luogo un banchetto a base di aringhe nelle Sophiensäle. Una ragazza giovane, Marie B., abitante nella Hauptstrasse Schöbrunn 28 si era avvelenata con del sublimato. – Tutti quei fatti, quelli insignificanti e quelli tristi, nella loro asciutta quotidianità agirono in qualche modo su Fridolin da disincanto e da calmanti. Per la ragazza giovane, Marie B., gli dispiacque; del sublimato, che cosa stupida. In quell’istante, mentre lui sedeva piacevolmente nel caffè e Albertine dormiva pacifica con le braccia incrociate sotto la nuca e il consigliere aveva oramai superato ogni terrena sofferenza, Marie B., Hauptstrasse Schöbrunn 28, si torceva in inutili dolori.
Sollevò lo sguardo dalla rivista. Ecco, vide due occhi rivolti su di lui da un tavolo posto di fronte. Possibile? Nachtigall -? Questi l’aveva già riconosciuto, levò amichevolmente sorpreso entrambe le braccia; andò da Fridolin, grande, piuttosto tarchiato, quasi goffo, un uomo ancor giovane dalla lunga capigliatura leggermente ricciuta, bionda, già un po’ brizzolata e dei baffi biondi, pendenti in giù alla polacca. Indossava un cappotto grigio, aperto; sotto, una marsina un poco lustra, una camicia sgualcita con tre brillanti finti per bottoni, colletto spiegazzato e una svolazzante cravatta di seta bianca. Le palpebre erano arrossate come per molte notti in bianco, ma gli occhi brillavano allegri e azzurri.
«Sei a Vienna, Nachtigall?» esclamò Fridolin.
«Non sai», disse Nachtigall in debole accento polacco con appena una sfumatura giudea. «Come non sai? Sono celebre3.» Rise fragoroso e bonario sedendosi dirimpetto a Fridolin.
«Come?» chiese Fridolin. «Sei forse diventato segretamente professore di chirurgia?»
Nachtigall scoppiò a ridere ancora più sonoramente: «Non mi hai ascoltato? Stasera?»
«Perché ascoltato? – Ah sì!» E solo adesso Fridolin si rese conto che, mentre entrava, anzi già prima quando si era avvicinato alla caffetteria, aveva udito risuonare un pianoforte da un interrato. «Allora eri tu?» esclamò.
«Chi dunque se non io?» rise Nachtigall.
Fridolin annuì. Naturale; – quel tocco particolarmente energico, quelle strane, un po’ casuali ma melodiose armonie della mano sinistra gli erano anzi sembrate subito familiari. «Dunque ti ci sei dato anima e corpo?» disse. Rammentava che Nachtigall aveva già smesso definitivamente lo studio della medicina dopo aver sostenuto il secondo esame preliminare di zoologia, addirittura riuscito quantunque con sette anni di ritardo. Certo, per molto tempo ancora aveva gironzolato in ospedale, nella sala di anatomia, nei laboratori e nelle aule dove, con la sua testa bionda da artista, il suo colletto sempre spiegazzato, la cravatta svolazzante, un tempo candida, aveva rappresentato un personaggio appariscente, popolare in senso buono, perfino gradito, e non solo tra i colleghi ma pure ad alcuni professori. Figlio di un oste venditore di acquavite in un paesino polacco, era arrivato a suo tempo dalla patria a Vienna, a studiare medicina. Dei sussidi insignificanti dei genitori, fin dall’inizio, non era valso la pena di parlare, e inoltre erano presto cessati del tutto, cosa che non gli impedì di comparire anche in seguito al Riedhof a un tavolo di clienti abituali, di medici, ai quali apparteneva pure Fridolin. Il pagamento del suo conto, da un certo momento in poi, ogni volta l’aveva assunto uno degli altri agiati colleghi. Riceveva talvolta anche capi di vestiario in regalo, cosa che accettava altrettanto volentieri e senza finto orgoglio. Già nella sua cittadina in patria aveva appreso, da un pianista là fallito, i rudimenti del pianoforte, e a Vienna, da studiosus medicinae aveva contemporaneamente frequentato il conservatorio dove, a quanto pare, era considerato un talento pianistico assai promettente. Anche qui tuttavia non fu abbastanza serio e diligente da continuare a svilupparsi veramente; e presto si accontentò del tutto dei suoi successi musicali nella cerchia dei conoscenti, anzi del divertimento che procurava loro a suonare il piano. Per un certo periodo operò come pianista in una scuola di ballo di periferia. Colleghi di università e compagni di convivio cercarono di introdurlo con la stessa funzione in case migliori, invero in quella occasione suonava sempre soltanto quello che, e fintanto che, gli piaceva, s’impegolava in conversazioni con le signore giovani che per parte sua non sempre erano condotte innocentemente, e beveva più di quello che riusciva a reggere. Una volta eseguì musica da ballo nella casa di un direttore di banca. Dato che, già prima di mezzanotte aveva messo in imbarazzo con galanti-allusive osservazioni le giovani fanciulle che passavano danzando, e aveva destato scandalo nei loro cavalieri, gli venne in mente di suonare uno scatenato cancan cantando assieme, con il suo possente basso, una canzonetta equivoca. Il direttore di banca lo rimproverò violentemente. Nachtingall, come appagato da beata allegrezza, si alzò, abbracciò il direttore; questi, indignato, sibilò in faccia al pianista, quantunque lui stesso ebreo, un tipico insulto cui Nachtingall rispose immediatamente con un potente ceffone – col che la sua carriera nelle migliori famiglie della città parve definitivamente conclusa. In cerchie più intime, in genere riusciva a comportarsi più decorosamente, sebbene, anche in simili occasioni fosse talvolta necessario, in ore avanzate, allontanarlo dal locale con la forza. Ma il mattino dopo tali incidenti erano perdonati e scordati. – Un giorno (i suoi colleghi avevano da tempo concluso i propri studi) era scomparso dalla città d’improvviso, senza commiato. Per qualche mese giunsero ancora da parte sua dei saluti in cartoline da diverse città russe e polacche; e, una volta, senza altra spiegazione, Fridolin, per il quale Nachtingall aveva sempre avuto un debole particolare, ricordò l’esistenza di Nachtingall in ragione non solo di un saluto, bensì della richiesta di una modesta somma. Fridolin spedì immediatamente l’importo, senza mai riceve un ringraziamento o altrimenti un segno di vita da Nachtingall.
In quel momento tuttavia, all’una e tre quarti di notte, dopo otto anni, insistette per rimediare immediatamente all’omissione ed estrasse, in esatto numero di restituzione, delle banconote dal suo portafoglio piuttosto malconcio, che d’altronde era discretamente pieno, sicché Fridolin poté accettare il rimborso in buona coscienza.
«Dunque ti va bene», disse sorridendo, quasi a propria pacificazione. «Non posso lamentarmi», rispose Nachtingall. E posando la sua mano sul braccio di Fridolin: «Ma dimmi un po’, come mai vieni qui a notte fonda?»
Fridolin spiegò la propria presenza a un’ora così tarda con l’impellente necessità, dopo una visita notturna a un ammalato, di prendersi ancora di un tazza di caffè; tacque però, senza davvero sapere perché, che non aveva trovato più in vita il suo paziente. Quindi si espresse in maniera molto vaga riguardo alla propria attività medica al policlinico e all’ambulatorio privato accennando al fatto che era sposato, felicemente sposato ed era padre di una ragazzina di sei anni.
Ora raccontava Nachtingall. Come Fridolin giustamente aveva supposto, era campato per tutti quegli anni da pianista in ogni possibile città, grande e piccola, polacca, rumena, serba, bulgara, a Lemberg viveva con lui una moglie con quattro figli; – ed rise sonoramente, quasi fosse particolarmente divertente avere quattro figli, tutti a Lemberg e tutti da una e identica moglie. Dall’autunno scorso soggiornava di nuovo a Vienna. Il varietà che l’aveva ingaggiato era subito fallito, ora suonava nei più diversi locali, talvolta, come succedeva, anche in due o tre nella stessa nottata, qui sotto ad esempio, nel seminterrato, – ambiente niente affatto distinto, come notava, in realtà una specie di pista da birilli, e quanto al pubblico… «Ma quando hai da mantenere quattro figli e una moglie a Lemberg» – e rise di nuovo, non più del tutto divertito come prima. «Qualche volta ho da fare anche privatamente», aggiunse in fretta. E, come si accorse di un sorriso memore sul volto di Fridolin, – «non da direttori di banca o roba del genere, no, in ogni ambito possibile, anche più notevole, pubblico e segreto.»
«Segreto?»
Nachtigall fissò davanti a sé tra il furbo e il tetro. «Verranno a prendermi tra poco.»
«Come, oggi suoni ancora?»
«Sì, infatti là comincia solo alle due.»
«Il che è particolarmente fine», disse Fridolin.
«Sì e no», rise Nachtingall ma diventò subito serio di nuovo. «Sì e no -?» Ripeté Fridolin curioso.
Nachtingall si piegò sul tavolo verso di lui.
«Oggi suono in una abitazione privata, ma a chi appartenga, non so.»
«Dunque suoni là per la prima volta oggi?» chiese Fridolin, con interesse crescente.
«No, la terza volta. Ma sarà probabilmente un’altra casa ancora.»
«Non capisco.»
«Neanche io», rise Nachtingall. «Meglio che tu non chieda.»
«Hm» fece Fridolin.
«Oh, ti sbagli. Non quello che credi. Ho già visto molto, non lo si crederebbe, in certe piccole città – in particolare della Romania -, si fanno molte esperienze. Ma qui…» Tirò un poco indietro la tenda gialla della finestra, guardò sulla via e disse come tra sé: «Non c’è ancora», – poi spiegando a Fridolin, «cioè la vettura. Mi viene sempre a prendere una carrozza, e sempre una differente.»
«M’incuriosisci, Nachtingall», disse Fridolin distaccato.
«Sta’ a sentire», disse Nachtingall dopo qualche indugio. «Se mai concedessi a qualcuno al mondo – ma, in qualunque modo -», e di colpo: «Hai coraggio?»
«Strana domanda», disse Fridolin nel tono offeso da studente di corporazione.
«Non così per dire.»
«Allora come intendi davvero? Perché c’è bisogno di tanto singolare coraggio in questa occasione? Che ti può capitare?» E rise secco e sprezzante.
«A me non può succedere niente, al massimo di spellarmi oggi per l’ultima volta – ma probabilmente lo è comunque.» Tacque e guardò fuori di nuovo attraverso lo spiraglio della tenda.
«E allora?»
«Che vuoi dire?» domandò Nachtingall quasi trasognato.
«Racconta dell’altro. Una volta che hai cominciato… Una cerimonia segreta? Compagnia esclusiva? Ospiti su invito?»
«Non so. L’altra volta erano trenta persone, la prima solo sedici.»
«Un ballo?»
«Un ballo, naturalmente.» Adesso sembrava pentito di aver, in generale, parlato.
«E tu vi fai della musica?»
«Come, vi faccio? Io non so per quale scopo. Davvero, non so. Suono, suono – a occhi bendati.»
«Nachtingall, Nachtingall, ne racconti delle belle!»
Nachtingall sospirò piano. «Però sfortunatamente non bendati del tutto. Non in modo tale che non veda proprio niente. Infatti vedo nello specchio attraverso il tessuto di seta nera sugli occhi…» e tacque di nuovo.
«In una parola», disse Fridolin spazientito e sprezzante, ma sentendosi stranamente eccitato… «donnine nude».
«Non dire donnine, Fridolin», replicò Nachtingall quasi offeso, «donne simili non me hai mai vedute.»
Fridolin si schiarì un poco la gola. «E quanto costa l’ingresso?» chiese casualmente.
«Biglietti vuoi dire e roba del genere? Ah, che ti salta in mente.»
«Allora come ci si procura l’accesso?» domandò Fridolin a labbra strette e tambureggiando sul piano del tavolo.
«Devi sapere la parola d’ordine, e ogni volta è diversa.»
«E quella di oggi?»
«Non la conosco. L’apprendo solo dal cocchiere.»
«Prendimi con te, Nachtingall.»
«Impossibile, troppo rischioso.»
«Un minuto fa avevi tu stesso l’intenzione… di <concedere> a me. Sarà possibile.»
Nachtingall l’osservò indagatore. «Così come sei – non potresti in nessun caso, poiché son tutti in maschera, uomini e donne. Hai con te una maschera o roba del genere? Impossibile. La volta prossima forse. Escogiterò qualcosa.» Tese l’orecchio e guardò di nuovo in strada attraverso lo spiraglio della tenda, e tirando un sospiro di sollievo: «È la carrozza. Addio.»
Fridolin lo trattenne per il braccio. «Non mi scappi così. Mi devi prendere con te.»
«Ma collega…»
«Lascia perdere tutto il resto. So già che è <rischioso>, probabilmente proprio questo mi attira.»
«Ma ti dico già – senza costume e maschera -»
«Ci sono negozi di noleggio di maschere.»
«All’una di mattina -!»
«Senti un po’, Nachtingall. All’angolo di Wickenburgstrasse si trova un esercizio del genere. Passo davanti all’insegna due volte al giorno.» E, concitato, in crescente agitazione: «Resti qui ancora un quarto d’ora, Nachtingall, intanto tento là la mia sorte. Il padrone del noleggio presumibilmente abita in quel medesimo edificio. Se no – allora rinuncio subito. Deciderà il destino. Nello stesso edificio c’è un caffè, Caffè Vindobona, si chiama, credo. Di’ al cocchiere – che hai scordato qualcosa nel caffè, entra, io aspetto vicino alla porta, mi dici alla svelta la parola d’ordine, rimonti nella tua carrozza; io, se sono riuscito ad avere un costume, me ne prendo in fretta un’altra, ti vengo dietro – il seguito si aggiusterà. Il tuo rischio, Nachtingall, parola d’onore, me l’assumo io in ogni caso.»
Nachtingall aveva tentato, alcune volte, di interrompere, ma invano. Fridolin gettò la consumazione sul tavolo assieme a una mancia troppo generosa, come gli pareva adeguato allo stile di quella notte, e uscì. Fuori c’era una carrozza chiusa, immobile a cassetta sedeva un cocchiere, tutto in nero, con cilindro alto; – una carrozza funebre, pensò Fridolin. Pochi minuti dopo, a passo di corsa, era arrivato all’edificio d’angolo che cercava, suonò, s’informò dal custode se il noleggiatore di maschere abitasse lì nell’edificio sperando tacitamente che non fosse così. Invece Gibiser effettivamente abitava là, al piano sottostante il negozio, il custode non pareva affatto sorpreso della visita tarda, anzi, reso affabile dalla considerevole mancia di Fridolin, osservò che durante il carnevale non era per niente raro che la gente venisse di notte ad affittare costumi. Fece luce con la candela da sotto finché Fridolin non ebbe suonato al primo piano. Aprì di persona Herr Gibiser, quasi avesse aspettato alla porta, era magro, senza barba, calvo, indossava un’antiquata vestaglia da camera a fiori, e un copricapo turco con nappa, sicché aveva l’aspetto di un ridicolo vecchio da commedia. Fridolin formulò il suo desiderio accennando al fatto che non badava a spese, al che Herr Gibiser, quasi sprezzante osservò: «Esigo ciò che mi spetta, non di più.»
Condusse Fridolin su nel magazzino per una scala a chiocciola. Odorava di seta, velluto, profumi, polvere e fiori secchi; dalla galleggiante oscurità luccicava dell’argento e del rosso; e di colpo brillò una quantità di minuscole lampadine tra gli armadi aperti di un lungo, angusto passaggio che dietro si perdeva nella tenebra. A destra e a sinistra stavano appesi costumi di ogni sorta; da un lato cavalieri, paggi, contadini, cacciatori, letterati, orientali, buffoni, dall’altro dame di corte, damigelle, contadine, cameriere, regine della notte. Al di sopra dei costumi erano visibili i rispettivi copricapo, e Fridolin aveva la sensazione di camminare attraverso un viale di impiccati che erano in procinto d’invitarsi reciprocamente alla danza. Herr Gibiser gli andava dietro. «Il signore ha desideri particolari? Louis Quatorze? Directoire? Stile tedesco antico?»
«Mi serve un saio scuro e una maschera nera, nient’altro.
In quel momento dal fondo del passaggio risuonò un tintinnare di vetri. Fridolin guardò in volto, spaventato, il noleggiatore di maschere come se costui fosse tenuto a una spiegazione immediata. Invece lo stesso Gibiser era irrigidito, cercò a tastoni un interruttore nascosto da qualche parte – e una luce accecante si versò subito fino in fondo al passaggio, dove si poteva vedere un tavolino coperto di piatti, bicchieri e bottiglie. Da due sedie a destra e a sinistra si alzarono, uno alla volta, dei giudici della vema4 in toga rossa, mentre un’esile chiara creatura si dileguò nel medesimo momento. Gibiser si precipitò a lunghi passi, afferrò oltre il tavolo e tenne in mano una parrucca bianca, mentre intanto serpeggiando sotto il tavolo una leggiadra, giovanissima fanciulla, quasi ancora una bambina in costume da Pierrette dalle seriche calze bianche, venne di corsa attraverso il passaggio fino a Fridolin, il quale, per forza, la prese al volo tra le braccia. Gibiser aveva lasciato cadere la parrucca bianca sul tavolo e tratteneva a destra e a sinistra i giudici della vema alle pieghe della loro toga. Intanto gridava dalla parte di Fridolin: «Signore, mi tenga la ragazza.» La piccola si strinse a Fridolin come se quello la dovesse proteggere. Il suo visino sottile era cosparso di polvere bianca, coperto con qualche finto neo, dal petto minuto saliva profumo di rose e cipria; -negli occhi sorrideva celia e piacere.
«Signori», gridava Gibeser, «restino qui finché non li abbia consegnati alla polizia.»
«Che le salta in mente?» gridavano i due. E quasi a una voce: «Abbiamo ubbidito a un invito della signorina.»
Gibiser li lasciò andare entrambi mentre diceva loro: «A questo proposito dovranno dare precisi ragguagli. O non vedono subito che avevano a che fare con una pazza?» E rivolto a Fridolin: «Perdoni l’incidente, signore.»
«Oh, non fa niente», disse Fridolin. Più di tutto sarebbe rimasto là o avrebbe preso subito con sé la piccola, dovunque – e qualsiasi cosa ne fosse conseguita. Lei lo guardava allettante e infantile, come ammaliata. I giudici della vema in fondo al passaggio chiacchieravano agitati tra loro, Gibiser si volse sobriamente a Fridolin con al domanda: «Desidera una tonaca, signore, un cappello da pellegrino, una maschera?»
«No», disse la Pierrette con occhi luminosi, «un mantello di ermellino devi dare a questo signore e un corpetto di seta rossa.»
«Tu non ti muovere di qui», disse Gibiser indicando una tonaca scura che pendeva tra due lanzichenecchi e un senatore veneziano. «È della sua taglia, qui il cappello adatto, prenda, svelto.»
Allora si fecero vivi di nuovo i giudici della vema. «Ci faccia uscire immediatamente», Herr Chibisier, pronunciavano, con stupore di Fridolin, il nome di Gibiser alla francese.
«Neanche a parlarne», replicò il noleggiatore di maschere beffardo, «per il momento avranno la cortesia di attendere qui il mio ritorno.»
Intanto Fridolin entrò nella tonaca, fece un nodo con i due capi del cordone pendente, Gibiser gli porse, da in piedi su una scaletta, il cappello nero da pellegrino a larga falda, e Fridolin se lo mise; invero fece il tutto come costretto, poiché sempre più forte sentiva una specie di impegno a restare per soccorrere la Pierrette nel pericolo incombente. La maschera, che gli ficcò adesso in mano Gibiser e che si provò subito, odorava di un profumo singolare, un po’ disgustoso.
«Precedimi», disse Gibiser alla piccola indicando imperioso la scala. Pierrette si voltò, guardò in fondo al passaggio facendovi un allegro-malinconico saluto di addio. Fridolin ne seguì lo sguardo; là non c’era più nessun giudice della vema, bensì due snelli giovanotti in marsina e cravatta bianca, ma tutti e due ancora con le maschere rosse sulle facce. Pierrette volteggiò giù per la scala a chiocciola, Gibiser le andò dietro, Fridolin li seguì. Nell’anticamera da basso Gibiser aprì una porta che dava sulle stanze interne, e disse a Pierrette: «Vai subito a letto, abietta creatura, ce la vedremo non appena avrò regolato i conti con i signori di sopra.»
Ritta sulla soglia, bianca e delicata, con un’occhiata a Fridolin scosse tristemente il capo. Fridolin scorse in una specchiera a parete, a destra, un pellegrino ossuto, che non era altri che lui stesso, e si meravigliò che in effetti tutto andasse in maniera tanto ovvia. Pierrete era sparita, il vecchio noleggiatore di maschere bloccò la porta dietro di lei. Quindi aprì la porta d’ingresso spingendo Fridolin sulla scala esterna.
«Scusi», disse Fridolin, «il mio debito…»
«Lasci perdere, signore, il pagamento alla restituzione, mi fido di lei.»
Fridolin non si muoveva. «Mi promette che non farà niente di male alla povera bambina?»
«Che gliene importa, signore?»
«Ho sentito che prima definiva pazza la piccola, – e adesso l’ha chiamata un’abietta creatura. Vistosa contraddizione, non lo negherà.»
«Dunque, signore», rispose Gibiser con un tono teatrale, «la pazzia non è abietta davanti a Dio?»
Fridolin tremò di disgusto.
«Come sempre», osservò poi, «un rimedio si troverà. Sono medico. Parleremo ancora della cosa domani.»
Gibiser rise beffardo, in silenzio. Sulla scala esterna s’accese di colpo la luce, la porta tra Gibiser e Fridolin si chiuse, e subito venne messo il chiavistello. Fridolin, mentre scendeva la scala, si liberò del cappello, della tonaca, della maschera, prese tutto quanto sotto braccio, il custode aprì il portone, la carrozza funebre stazionava di fronte a cassetta, con il conducente immobile. Nachtingall si accingeva a lasciare il caffè e non parve troppo piacevolmente colpito dal fatto che Fridolin fosse puntuale sul posto.
«Allora ti sei procurato davvero un costume?»
«Come vedi. E la parola d’ordine?»
«Insisti dunque?»
«Assolutamente.»
«Allora – la parola d’ordine è Danimarca.»
«Sei matto, Nachtingall?»
«Perché matto?»
«Niente, niente. – La scorsa estate per caso ero sulla costa danese. Allora monta – ma non subito, in modo che abbia tempo di prendere una carrozza di là.»
Nachingall annuì, si accese tranquillamente una sigaretta mentre Fridolin attraversava la strada alla svelta, prendeva un fiacre ordinando al cocchiere, con tono innocente come si trattasse di uno scherzo, di seguire la carrozza funebre che si era messa in moto proprio dinanzi a loro.
Andarono per l’Alserstrasse, poi sotto un viadotto ferroviario della periferia e avanti per vicoli secondari male illuminati, deserti. Fridolin considerò l’eventualità che il cocchiere della sua vettura potesse perdere la traccia di quella davanti; ma per quanto di frequente sporgesse il capo dal finestrino aperto nell’innaturalmente tepida aria, vedeva sempre l’altra vettura davanti a sé, a distanza moderata, e immobile sedeva a cassetta il cocchiere dall’alto cilindro nero. Potrebbe anche andare a finir male, pensò Fridolin. Intanto continuava a percepire il profumo di rose e cipria che era salito a lui dal petto di Pierrette. A quale strano romanzo son passato rasente? Si chiese. Non sarei dovuto andarmene, non era lecito. Dove mi trovo adesso in realtà?
Si saliva in mezzo a ville modeste in lenta ascesa. Ora Fridolin credette di orientarsi; delle passeggiate l’avevano, anni prima, condotto qui; doveva essere il Galitzinberg che stava salendo. Sulla sinistra, nel fondo, scorgeva confusa nella foschia la città, tremolante di mille luci. Sentì un rotolare di ruote dietro a sé e guardò dal finestrino alle spalle. Due carrozze viaggiavano dietro di lui e la cosa gli piacque, così non poteva in nessun caso essere sospetto al cocchiere funebre.
D’un tratto, con una scossa violentissima, la carrozza svoltò di lato e, tra cancellate, mura, declivi discese come in una gola. A Fridolin venne in mente che era ora di mascherarsi. Si levò la pelliccia, s’infilò nella tonaca, proprio come ogni mattina, nel reparto d’ospedale, era solito sgusciare nelle maniche del camice; e come a qualcosa di liberatorio pensò al fatto che tra poche ore ormai, se tutto andava per il suo verso, come ogni mattina avrebbe fatto il giro tra i letti dei suoi pazienti – medico sollecito.
La carrozza si arrestò. Che sarebbe, pensò Fridolin, se non smontassi affatto – e piuttosto tornassi indietro? Ma dove? Dalla piccola Pierrette? Oppure dalla puttanella di Buchfeldgasse? O da Marianne, la figlia del defunto? O a casa? E con un leggero brivido sentì che nessun luogo desiderava meno di quello. Oppure era perché quella strada l’immaginava come la più distante? No, non posso tornare, pensò tra sé. Avanti per la mia strada, fosse pure la mia morte. Rise persino all’enorme parola, intanto però non si sentiva troppo allegro.
Il portone di un giardino era spalancato. La carrozza funebre davanti a lui discese ancora più a fondo nella gola o tale gli parve nell’oscurità. Dunque Nachingall, ad ogni modo, era già smontato. Fridolin balzò in fretta dalla carrozza, istruì il cocchiere che attendesse il suo ritorno presso la curva in alto, per tutto il tempo che ci voleva. E, per essere sicuro di lui, lo pagò generosamente in anticipo promettendogli una somma uguale per il viaggio di ritorno. Le carrozze che avevano seguito la sua, stavano arrivando. Dalla prima Fridolin vide scendere una forma femminile celata; poi entrò nel giardino, si mise la maschera, un angusto viottolo, illuminato dall’edificio, conduceva fino alla porta d’ingresso, due battenti si spalancarono e Fridolin si trovò in una stretta anticamera bianca. Note di armonium risuonavano alla sua volta, due domestici in livrea scura, le facce travestite di grigio, stavano ritti a destra e a sinistra.
«Parola d’ordine?» lo si circondò in bisbiglio a due voci. Ed egli rispose: «Danimarca.» Uno dei domestici gli prese in consegna la pelliccia scomparendo con quella in una stanza limitrofa, l’altro aprì una porta e Fridolin entrò in un’alta sala crepuscolare, quasi buia, alla quale tutto intorno era appesa della seta nera. Maschere, assolutamente in costume ecclesiastico, camminavano su e giù, sedici o venti persone, frati e suore. I suoni dell’armonium, ingrossandosi lievemente (melodia italiana da chiesa) parevano risuonare dall’alto in basso. In un angolo della sala c’era un gruppetto, tre suore e due frati; da là s’era guardato a lui di sfuggita distogliendosi subito di nuovo, come di proposito. Fridolin si accorse di essere l’unico ad avere il capo coperto, levò il cappello da pellegrino passeggiando su e giù quanto più innocentemente possibile; un monaco gli toccò il braccio accennando un saluto; invero, da dietro la maschera, uno sguardo penetrò a fondo negli occhi di Fridolin, la durata di un istante. Un insolito, sensuale profumo gradevole, di giardini meridionali, l’avvolgeva. Di nuovo lo sfiorò un braccio. Stavolta era una delle suore. Come le altre anche lei aveva stretto intorno alla fronte, al capo e alla nuca un velo nero, sotto il nero pizzo serico della maschera splendeva una bocca rosso-azzurra.
Dove mi trovo? Pensava Fridolin. In mezzo ai matti? Tra cospiratori? Sono capitato nell’adunanza di una qualche setta religiosa? S’era forse ordinato a Nachtingall, lo si era pagato per condurre qualcuno non iniziato che si intendeva sfottere? Certo, per uno scherzo in maschera gli sembrava tutto quanto troppo serio, troppo monocorde, troppo sinistro. Ai suoni dell’armonium s’era accompagnata una voce femminile, un’antica aria religiosa, italiana, risuonò nella stanza. Tutti erano attenti, parevano ascoltare, anche Fridolin, affascinato, si diede per un momento alla melodia in crescendo meraviglioso. D’improvviso una voce di donna sussurrò dietro di lui: «Non si volti verso di me. Fa ancora a tempo ad andarsene. È fuori luogo qui. Quando lo si scopra se la passerà male.»
Fridolin trasalì. Per un secondo pensò di seguire l’avvertimento. Ma la curiosità, la tentazione e, anzitutto, l’orgoglio furono più forti di ogni riflessione. Ormai sono troppo avanti, pensò, vada a finire come vuole. E scosse negativamente la testa, senza girarsi.
Allora la voce sussurrò dietro di lui: «Mi dispiace per lei.»
Adesso si girò. Vide la bocca rosso-azzurra brillare attraverso il merletto, occhi scuri affondarono nei suoi. «Rimango», disse con tono eroico che non si riconosceva, e distolse di nuovo la faccia. Il canto s’ingrossava misterioso, l’armonio suonava in un modo nuovo, assolutamente non più di chiesa bensì mondano, sontuoso, come un organo scrosciante; e guardandosi attorno, Fridolin notò che le suore erano tutte sparite e nella sala non si trovavano più che frati. Anche la voce in canto era passata, nel frattempo, mediante un artistico trillo crescente, dalla propria buia serietà alla luminosità e all’esultanza, al posto dell’armonium s’era invece insediato, terreno e sfacciato, un piano; Fridolin riconobbe all’istante il tocco selvaggio, provocante di Nachingall, e la voce femminile, prima tanto nobile, s’era lanciata levandosi in un ultimo acuto urlo voluttuoso, per così dire attraverso il soffitto, nell’infinità. Le porte a destra e a sinistra si erano aperte, su un lato Fridolin riconobbe al piano i contorni sbiadenti della figura di Nachingall, invece la stanza di fronte splendeva di chiarore accecante, e c’erano là donne immobili, tutte con velo scuro attorno al capo, alla fronte e alla nuca, nere maschere di merletto sul volto, ma altrimenti completamente nude. Gli occhi di Fridolin vagavano assetati dalle forme prosperose alle slanciate, dalle delicate alle splendenti in fioritura; -e il fatto che ciascuna di quelle così esibite rimanesse certo un mistero e che dalle maschere nere, enigma irrisolto, splendessero su di lui grandi occhi, questo gli mutava l’indicibile piacere del guardare in un quasi insopportabile tormento della brama. Certo, come a lui succedeva anche agli altri. I primi respiri incantati si cambiavano in sospiri che sembravano un profondo dolore; da qualche parte proruppe un urlo; – e d’improvviso, come fossero inseguiti, si precipitarono tutti, non più nelle loro tonache di frati, bensì in solenni costumi di cavalieri, bianchi, gialli, azzurri, rossi, dalla sala in semi oscurità verso le donne, dove un rabbioso ridere, quasi maligno li accolse. Fridolin era l’unico che, come monaco, fosse rimasto indietro, e strisciò via, abbastanza in ansia, nell’angolo più remoto dove si trovò vicino a Nachingall che gli aveva girato le spalle. Fridolin vide bene che Nachingall portava una benda sugli occhi, ma credette di notare, nel contempo, che da dietro quella benda i suoi occhi penetravano nell’alto specchio di fronte, nel quale i cavalieri variopinti giravano con le loro ballerine nude.
D’un tratto una delle donne stette ritta vicino a Fridolin e sussurrò – poiché nessuno, come se anche le voci dovessero restare segrete, pronunciava una parola a voce alta -: «Perché così solo? Perché ti escludi dal ballo?»
Fridolin vide che da un altro angolo due nobiluomini l’avevano severamente preso di mira, ed egli suppose che la creatura al suo fianco – aveva la statura e la snellezza di un ragazzino – gli fosse stata mandata per metterlo alla prova e per tentarlo. Tuttavia distese le braccia verso di lei per trarla a sé, quando un’altra delle femmine si sciolse dal proprio ballerino e venne direttamente di corsa verso Fridolin. Seppe immediatamente che era la sua ammonitrice di prima. Si comportò come se lo vedesse per la prima volta bisbigliandogli, invero così distintamente che la si potesse udire anche in quell’altro angolo: «Sei tornato finalmente?» E ridendo allegramente: «È tutto inutile, sei stato riconosciuto.» E, rivolta a quella dalle forme d’adolescente: «Lasciamelo solo per due minuti. Poi lo riavrai subito, se vuoi, fino al mattino.» E sommessa, a lei, come contenta: «È lui, sì, lui.»
L’altra sorpresa: «Davvero?» e volteggiò via verso i cavalieri nell’angolo.
«Non chiedere», disse ora a Fridolin quella rimasta, «e non stupirti di niente. Tento di fuorviarli, ma ti dico subito: Alla lunga non può riuscire. Fuggi, prima che sia troppo tardi. E, a ogni momento, può essere troppo tardi. E bada che non ti si segua. Nessuno deve venire a sapere chi sei. Sarebbe per sempre la fine della tua tranquillità, della pace della tua esistenza. Vattene!»
«Ti rivedrò?»
«Impossibile.»
«Allora resto.»
Un fremito le percorse il corpo nudo che gli si comunicò che quasi gli offuscò i sensi.
«Non può essere in gioco più che la mia vita», disse, «e in questo momento per me vali tu.» Le afferrò la mano, tentò di trarla a sé.
Lei sussurrò di nuovo, come disperata: «Vattene!»
Lui rise ascoltandosi come ci si ascolta in sogno. «Vedo bene dove sono. Non siete certo qui, tutti voi, perché ci sia da impazzire al vostro spettacolo! Tu, ti prendi gioco di me in particolare per farmi ammattire del tutto.»
«Sarà troppo tardi, vattene!»
Non la voleva ascoltare. «Non ci sarà qui qualche camera nascosta nella quale si ritirano le coppie che si sono ritrovate? Prenderanno congedo tutte quelle che sono qui, le une dalle altre, con un cortese baciamano? Non ne hanno l’aria.»
Ed indicò le coppie che, ai suoni furiosi del piano, seguitavano a ballare nella limitrofa sala illuminatissima, specchiante, corpi incandescenti, candidi avvinghiati a seta azzurra, rossa, gialla. Gli pareva che adesso nessuno si curasse di lui e della donna accanto; si trovavano nella sala centrale quasi buia, tutti soli.
«Speranza vana», sussurrò lei. «Non c’è nessuna camera qui come la sogni tu. È l’ultimo minuto. Scappa!»
«Vieni con me.»
Lei scosse il capo, come disperata.
Lui rise di nuovo senza riconoscere il proprio riso. «Mi prendi in giro. Questi uomini e donne sono venuti qui solo per infiammarsi a vicenda e poi disdegnarsi? Chi ti può proibire di andartene con me se vuoi?»
Lei tirò un profondo sospiro e abbassò la testa.
«Oh, adesso capisco», disse lui. «È il castigo che avete stabilito per chi s’introduce senza invito. Non avreste potuto escogitarne uno più crudele. Condonamelo. Graziami. Infliggimi un’altra penitenza. Solo, non questa, che debba andarmene senza di te!»
«Sei pazzo. Non posso andarmene da qui con te, tanto meno – come con chiunque altro. E chi intendesse cercare di seguirmi, avrebbe perduto la sua vita e la mia.»
Fridolin era come ubriaco, non soltanto di lei, del suo corpo olezzante, della sua bocca rosso-fuoco, non solo dell’atmosfera di quella stanza, dei voluttuosi misteri che lo circondavano qui; – era inebriato e assetato a un tempo di tute le esperienze di quella notte nessuna delle quali aveva avuto conclusione; di se medesimo, della propria temerità, del cambiamento che percepiva in sé. E toccò con le mani il velo che era stretto attorno alla testa di lei, come intendesse tirarlo giù.
Lei gli afferrò le mani. «Una notte che venne in mente a uno, uno di noi al ballo, di strappare il velo dalla fronte. Gli si strappò la maschera dalla faccia e lo si frustò di fuori.»
«E – lei?»
«Forse hai letto di una bella, ragazza giovane… solo poche settimane or sono, che si è avvelenata il giorno prima del matrimonio.»
Egli ricordava anche il nome. La nominò. Non era una fanciulla di casa principesca che era stata fidanzata con un principe italiano?
Lei annuì.
D’un tratto ecco lì un cavaliere, il più distinto di tutti, l’unico in costume candido; e con un breve inchino, certamente cortese, ma insieme imperioso invitò al ballo la donna che parlava con Fridolin. A Fridolin parve che lei esitasse un istante. Invero l’altro l’aveva ormai cinta vorticando via con lei verso le altre coppie nella sala accanto, illuminata.
Fridolin si trovò solo, e quell’improvviso abbandono l’aggredì come gelo. Si guardò attorno. In quel momento nessuno pareva curarsi di lui. Probabilmente c’era adesso ancora un’ultima possibilità di allontanarsi impunito. Tuttavia quello che lo teneva ammaliato nel suo angolo dove poteva sentirsi ora non visto e inosservato – il timore di una ritirata ingloriosa e un po’ ridicola, l’inquieta e tormentosa brama del singolare corpo di femmina il cui profumo gli aleggiava ancora intorno; oppure la riflessione che tutto ciò che era successo finora, forse aveva significato una prova del suo coraggio e che la splendida donna gli sarebbe toccata per premio, – non lo sapeva neanche lui. In ogni caso però gli era chiaro che quella tensione non era più a lungo sopportabile e che doveva mettere fine a questa condizione a qualsiasi rischio. Al che sempre decideva che non poteva costargli la vita. Probabilmente si trovava tra matti, probabilmente tra libertini, di sicuro non tra furfanti o criminali. Gli venne l’idea di presentarsi tra loro, di riconoscersi come intruso e di porsi a loro disposizione in modo cavalleresco. Solo in quella maniera, come con un nobile accordo, quella notte poteva concludersi, se doveva significare qualcosa di più di una nebulosa, desolata sequenza di avventure deprimenti, tristi, scurrili e lascive, nessuna delle quali invero era stata vissuta fino in fondo. E traendo un sospiro si preparò.
In quel momento tuttavia gli si sussurrò vicino: «Parola d’ordine!» Un cavaliere nero gli si era avvicinato non veduto, e dato che Fridolin non rispondeva subito, pose la sua richiesta una seconda volta. «Danimarca», disse Fridolin.
«Giustissimo, signore, questa è la parola d’accesso. La parola d’ordine della casa, se posso chiedere?»
Fridolin taceva.
«Non vuole avere la bontà di pronunciare la nostra parola d’ordine della casa?» Suonò tagliente.
Fridolin alzò le spalle. L’altro andò nel centro della stanza, levò la mano, l’esecuzione al piano ammutolì, il ballo s’interruppe. Altri due cavalieri, uno in giallo, l’altro in rosso, si diressero da quella parte. «La parola d’ordine, signore», dissero i due contemporaneamente.
«L’ho scordata», ribatté Fridolin con un sorriso vuoto sentendosi calmissimo.
«È una sfortuna», disse l’uomo in giallo, «perché qui non fa differenza se lei abbia dimenticato la parola d’ordine o non l’abbia mai saputa.»
Le altre maschere maschili si riversarono dentro, le porte sui due lati si chiusero. Fridolin stette ritto da solo là nella veste da monaco nel mezzo dei cavalieri variopinti.
«Giù la maschera!» gridarono alcuni contemporaneamente. Come a difesa Fridolin teneva le braccia stese dinanzi a sé. Gli sarebbe parso mille volte peggio star là, unico con il volto smascherato, soltanto tra maschere, che di colpo denudato tra gente vestita. E con voce ferma disse: «Se qualcuno dei signori si dovesse sentire offeso nell’onore dalla mia comparsa, ebbene mi dichiaro pronto a dargli soddisfazione nel modo consueto. Toglierò la maschera solo nel caso in cui facciano tutti lo stesso, signori.»
«Qui non si tratta di soddisfazione», disse il cavaliere vestito di rosso, che non aveva ancora parlato fino ad ora, «bensì di espiazione.»
«Giù la maschera!» ordinò di nuovo un altro con una voce spiccatamente impertinente, a causa della quale Fridolin ricordò il tono di comando di un ufficiale. «Le si vuole dire in faccia ciò che l’aspetta, e non sulla sua maschera.»
«Io non la tolgo», disse Fridolin con voce ancora più tagliente, «e guai a colui che osi toccarmi.»
Un qualche braccio si tese al suo volto, come per strappargli giù la maschera, quando d’improvviso una delle porte si aprì e una delle donne – Fridolin non poté avere dubbio di quale fosse – stette là, in costume da monaca, così come l’aveva veduta prima. Ma dietro di lei nella stanza illuminatissima erano visibili le altre, nude con i visi nascosti, strette l’una all’altra, mute, branco intimidito. Ma la porta si richiuse immediatamente.
«Lascialo», disse la suora, «sono pronta a riscattarlo.»
Un silenzio breve, profondo, come se fosse accaduto un che di mostruoso, quindi il cavaliere nero che per primo aveva preteso la parola d’ordine da Fridolin, si rivolse alla monaca con le parole: «Tu sai cosa ti assumi con questo.»
«Lo so.»
Come un profondo sospiro attraversò la stanza.
«Lei è libero», disse il cavaliere a Fridolin, «abbandoni senza indugio questo edificio si guardi dal condurre ulteriori indagini in segreti nella cui anticamera è penetrato. Se dovesse indirizzare qualcuno sulle nostre tracce, con o senza successo; – sarebbe perduto.»
Fridolin stava ritto immobile. «In che modo questa donna – deve riscattarmi?» domandò.
Nessuna risposta. Qualche braccio indirizzava alla porta, come segnale che doveva allontanarsi immediatamente.
Fridolin scosse il capo. «Signori, infliggano su di me quel che piace loro, non sopporterò che un altro essere umano paghi per me.»
«Quanto alla sorte di questa donna», disse il cavaliere nero, ora del tutto pacatamente, «non cambierebbe più nulla. Quando qui viene resa una promessa, non c’è retrocessione.»
La monaca annuì lentamente come a conferma. «Vattene!» disse a Fridolin.
«No», ribatté costui alzando la voce. «La vita non ha più nessun valore per me se me ne devo andare da qui senza di te. Non chiedo da dove vieni, chi sei; cosa possa significare per loro, signori in incognito, se recitino o no questa commedia di carnevale fino alla fine, sia pure essa mirata a una conclusione seria. Chiunque possano essere, signori, loro conducono comunque anche un’esistenza diversa da questa. Ma io non recito commedia di sorta, neanche qui, e se fino a questo momento l’ho fatto per costrizione, ebbene adesso rinuncio. Sento di essere capitato in un destino che non ha più niente a che fare con questa mascherata, voglio dire loro il mio nome, voglio levarmi la maschera e assumere tutte le conseguenze su di me.»
«Guardatene!» esclamò la monaca, «sarebbe la tua rovina senza salvare me! Vattene!» e, rivolta agli altri: «Sono qui, qui mi avete – tutti!»
Il costume scuro le si staccò come per magia, stette là nello splendore del suo candido corpo, lei afferrò il velo che era avvolto attorno alla sua fronte, capo e nuca, e con movimento misteriosamente circolare lo disciolse. Calò a terra, una capigliatura scura si rovesciò sulle sue spalle, petto e lombi, – ma, prima ancora che Fridolin fosse in grado di percepirne i tratti del volto, fu afferrato da braccia non resistibili, venne strappato via e spinto attraverso la porta; un momento dopo si trovava nell’anticamera, la porta sbatté dietro di lui, un servitore mascherato gli portò la pelliccia, gli fu d’aiuto a indossare, e la porta d’ingresso si aprì. Come trascinato via da una furia invisibile si allontanò di fretta, stette sulla via, la luce spenta dietro di lui, si guardò attorno e vide l’edificio silente giacere a finestre serrate, dalle quali non penetrava chiarore alcuno. Che almeno mi resti impresso tutto esattamente, pensò anzitutto. Devo ritrovare la casa, tutto il resto verrà di conseguenza.
La notte gli era attorno, a qualche distanza al di sopra di lui, là dove la carrozza lo doveva aspettare, brillava rossastra-torbida una lanterna. Dal fondo del vicolo procedette la carrozza funebre come l’avesse chiamata lui. Un domestico aprì lo sportello.
«Ho la mia vettura», disse Fridolin. Il domestico scosse la testa. «Dev’essersene andato, allora tornerò in città a piedi.»
Il servitore rispose con un gesto di stile tanto poco da domestico da escludere qualsiasi obiezione. Il cilindro del cocchiere si agitò ridicolmente a lungo nella notte. Il vento soffiava impetuoso, in alto, nel cielo volavano nubi violette. Fridolin non poté ingannarsi che – sulla stregua delle avventure finora accadutegli – non gli restava che salire nella carrozza, che pure si mise in moto istantaneamente con lui.
Fridolin si sentiva deciso a intraprendere, non appena possibile, a qualsiasi rischio, il chiarimento dell’avventura. La sua esistenza, così gli sembrava, non possedeva il minimo senso se non riusciva a ritrovare la donna enigmatica che, in quel momento, pagava il prezzo della sua salvezza. Quale prezzo era troppo facile indovinare. Ma che motivo aveva costei di sacrificarsi per lui? Di sacrificarsi -? Ma era una donna per la quale ciò che ora incombeva su di lei, ciò che ora accettava su di sé, significava sacrificio? Se partecipava a quelle compagnie – né poteva essere oggi la prima volta dato che si dimostrava tanto al corrente delle usanze -, che poteva importarle di essere a disposizione di uno di quei cavalieri o di tutti loro? Sì, poteva essere in generale qualcosa di differente da una puttana? Potevano, tutte quelle femmine, essere qualcosa di differente? Puttane – senza dubbio. Quantunque tutte loro conducessero anche una seconda esistenza, per così dire borghese, accanto a questa, questa era proprio un’esistenza da puttane. E, tutto quanto aveva appena sperimentato, non era stato probabilmente un divertimento infame che ci si era permessi con lui? Divertimento che, nel caso in cui dovesse far la sua comparsa lì uno non convocato, era stato già previsto, approntato, anzi forse studiato? Eppure, se adesso ripensava a quella donna che dal principio l’aveva avvertito, che ora era pronta a pagare per lui – nella sua voce, nel suo atteggiamento, nella nobiltà regale del suo corpo svelato c’era stato qualcosa che era impossibile potesse essere menzogna. Oppure la sua improvvisa apparizione, di Fridolin, aveva avuto l’effetto prodigioso di trasformarla? Dopo tutto ciò in cui s’era imbattuto in quella notte, riteneva – e in questa riflessione era consapevole di non fare il bellimbusto – non impossibile anche un prodigio del genere. Ci sono forse ore, notti, pensava, nelle quali un simile strano, irresistibile prodigio emana da uomini nei quali, in circostanze usuali, non risiede alcun potere speciale sull’altro sesso?
La vettura viaggiava sempre su per l’altura, da tempo avrebbe dovuto svoltare nella strada maestra se le cose andavano per il loro verso. Che intenzioni si avevano con lui? Dove lo doveva portare la carrozza? La commedia troverebbe forse pure un seguito? E di che genere sarebbe? Un chiarimento forse? Un lieto ritrovarsi in un altro luogo? Una ricompensa dopo una prova lodevolmente superata, ammissione alla compagnia segreta? Indisturbato possesso delle splendide monache -? I finestrini della carrozza erano chiusi, Fridolin tentò di guardar fuori; – erano opachi. Volle aprire i finestrini, a destra, a sinistra, fu impossibile; e altrettanto opaca, altrettanto saldamente chiusa era la parete di vetro tra lui e la cassetta del cocchiere. Batté al vetro, gridò, urlò, la carrozza andava avanti. Volle aprire gli sportelli, a destra, a sinistra, mon cedettero a nessuna pressione, le sua grida rinnovate si spegnevano nello scricchiolare delle ruote, nel sibilare del vento. La carrozza cominciava a traballare, scendeva, sempre più rapida, Fridolin, colto da inquietudine, da paura, stava per fracassare uno dei finestrini ciechi quando la vettura si fermò di colpo. I due sportelli si aprirono contemporaneamente come azionati da un congegno, quasi fosse ora data ironicamente a Fridolin la scelta tra destra e sinistra. Balzò dalla carrozza, gli sportelli si chiusero sbattendo – e senza che il cocchiere si fosse minimamente curato di Fridolin, la carrozza se ne andò nell’aperta campagna, inghiottita dalla notte.
Il cielo era coperto, le nubi correvano, il vento fischiava, Fridolin stava nella neve che diffondeva attorno uno smunto chiarore. Stava da solo a pelliccia aperta sulla sua tonaca da frate, il cappello da pellegrino in testa, e non si sentiva proprio a suo agio. A qualche distanza correva l’ampia strada. Una fila di lampioni foschi-tremuli indicava la direzione verso la città. Fridolin però corse all’ingiù direttamente, accorciando il percorso, sul campo innevato, moderatamente in discesa per arrivare il più rapidamente possibile tra esseri umani. Arrivò coi piedi fradici a un vicoletto angusto, quasi buio, camminò dapprima tra alti steccati che gemevano nella bufera; all’angolo successivo finì in un vicolo un po’ più ampio dove si alternavano misere casette e terreni fabbricabili vuoti. Da un orologio campanario scoccarono le tre del mattino. Qualcuno veniva incontro a Fridolin, in giacca corta, le mani nelle tasche dei calzoni, la testa incassata tra le spalle, il cappello calato a fondo sulla fronte. Fridolin si atteggiò come pronto a subire un assalto invece, inaspettatamente, il vagabondo d’un tratto fece dietrofront e corse via. Che significava ciò? si chiese Fridolin. Poi si ricordò che doveva avere un aspetto abbastanza inquietante, tolse dalla testa il cappello da pellegrino, abbottonò il cappotto sotto il quale la veste da monaco ballava al di sopra delle caviglie. Ancora svoltò a un angolo; s’immise in una strada maestra della periferia, un tipo vestito da campagna gli passò davanti salutandolo come si saluta un sacerdote. Il raggio di un lampione cadeva sull’insegna della strada della casa d’angolo. Liebhartstal, – allora non molto distante dalla casa che aveva lasciato da appena un’ora. Per un istante fu tentato di prendere la via all’indietro, di attendere ansioso in prossimità della casa il seguito degli eventi. Ma rinunciò subito considerando che si sarebbe esposto a grave pericolo e sarebbe stato a stento più vicino alla soluzione del mistero. L’idea delle cose che proprio allora dovevano accadere nella villa lo colmava di rabbia, disperazione, vergogna e paura. Quello stato d’animo era tanto insopportabile che Fridolin si dispiacque quasi di non essere stato assalito dal vagabondo che aveva incontrato, anzi si dispiacque quasi di non giacere nel vicolo sperduto vicino a uno steccato con una coltellata nelle costole. Così quella notte insensata con le sue avventure scioccamente interrotte avrebbe ricevuto alla fine almeno una sorta di senso. Tornare a casa a quel modo, com’era in procinto di fare adesso, gli sembrava perfino ridicolo. Però nulla era perduto ancora. Domani era un altro giorno. Si prefisse di non avere tregua prima di ritrovare la bella femmina la cui accecante nudità l’aveva inebriato. E soltanto ora pensò ad Albertine, – certo come l’avesse solo da conquistare, quasi lei non potesse, non volesse essere di nuovo sua prima di averla tradita con tutte le altre di stanotte, con la donna nuda, con Pierrette, con Marianne, con la puttanella del vicoletto. E non doveva anche darsi da fare per scoprire lo studente sfacciato che l’aveva urtato, per sfidarlo alla sciabola, meglio ancora alla pistola? Che gl’importava della vita di un altro, della sua stessa? La si doveva sempre mettere in gioco solo per il dovere, per spirito di sacrificio, mai per capriccio, per passione o, semplicemente, per misurarsi con la sorte?
E ancora gli venne in mente che forse recava in corpo il germe di una malattia mortale. Non sarebbe stato troppo stupido morire per il fatto che un bambino malato di difterite gli aveva tossito in faccia? Probabilmente era già infettato. Non aveva la febbre? In quel momento non stava a casa, a letto, – e tutto quello che credeva di aver passato non erano stati nient’altro che deliri?!
Fridolin dilatò di forza gli occhi più che poté, sfregò la fronte e le guance, si tastò il polso. Appena accelerato. Tutto a posto. Era completamente sveglio.
Proseguì per la strada, verso la città. Alcuni carri del mercato gli venivano dietro, passarono con fracasso, di quando in quando incontrava persone poveramente vestite per la giornata che incominciava allora. Dietro la vetrina di una caffetteria, a un tavolo su cui tremolava una fiamma a gas, sedeva un uomo grasso con una sciarpa attorno al collo, la testa appoggiata alle mani e dormiva. Le case erano ancora nell’oscurità, poche finestre isolate erano illuminate. Fridolin credette di sentire come le persone lentamente si destavano, gli sembrava di vederle stirarsi nel loro letto e prepararsi alla loro misera, aspra giornata. Lui pure ne aveva una dinanzi, ma certo non misera e grigia. E con un insolito batticuore divenne gioiosamente cosciente che tra poche ore sarebbe già circolato in camice bianco tra i letti dei suoi pazienti. All’angolo successivo c’era una carrozza a tiro unico, il cocchiere dormiva a cassetta, Fridolin lo svegliò, gli diede il proprio indirizzo e salì.

V

Erano le quattro del mattino quando salì la scala verso la propria abitazione. Anzitutto si recò nel suo studio, chiuse meticolosamente il costume mascherato in un armadio e, dal momento che voleva evitare di svegliare Albertine, si levò scarpe e indumenti ancora prima di entrare nella camera da letto. Accese con cautela la luce attenuata della lampada del suo comodino. Albertine era stesa tranquilla, le braccia intrecciate alla nuca, le labbra erano socchiuse, ombre dolorose vi si tracciavano attorno; era un volto che Fridolin non conosceva. Si chinò sulla sua fronte, che subito, come per un contatto si corrugò, i tratti si distorsero in modo strano; e di colpo, continuando nel sonno, scoppiò a ridere in modo tanto stridulo che Fridolin si spaventò. D’istinto la chiamò per nome. Lei rise di nuovo, come per risposta, in una maniera del tutto sconosciuta, quasi sinistra. Ancora una volta e a voce più alta Fridolin la chiamò. Allora aprì gli occhi, lentamente, a fatica, sbarrati, lo fissò paralizzata come non lo riconoscesse.
«Albertine!» scandagliò lui per la terza volta. Solo adesso parve tornare in sé. Un’espressione di difesa, di paura, anzi di terrore le passò negli occhi. Assurdamente e come disperata, tese in alto le braccia, la bocca rimase spalancata.
«Cos’hai?» domandò Fridolin trattenendo il respiro. E siccome continuava a fissarlo come terrorizzata, aggiunse quasi tranquillizzante: «Sono io, Albertine.» Lei respirò a fondo, sforzò un sorriso, lasciò cadere le braccia sul copriletto, e come da lontano chiese: «È già mattina?»
«Presto», rispose Fridolin. «Le quattro passate. Sono appena venuto a casa.» Lei taceva. Egli proseguì: «Il consigliere è morto. Era già morto quando sono arrivato, – e non potevo, naturalmente – lasciare subito da soli i familiari.»
Lei annuì, ma gli parve che l’avesse a malapena ascoltato o capito, lo fissava attraversandolo come il vuoto, e gli sembrava – tanto insensata appariva a lui stesso l’idea in quel momento -, che lei dovesse essere a conoscenza di quello che egli aveva provato quella notte. Si chinò su di lei sfiorandole la fronte. Lei rabbrividì un poco.
«Cos’hai?» le domandò di nuovo. Lei scosse solo la testa lentamente. L’accarezzò sui capelli. «Albertine, cos’hai?»
«Ho sognato», disse distante.
«Cos’hai sognato dunque?» chiese lui dolcemente.
«Ah, così tanto. Non riesco a ricordarmi bene.»
«Certo, probabile.»
«Era così confuso – e sono stanca. E anche tu, certo, sarai stanco?»
«Per niente, Albertine, sarà difficile che dorma. Lo sai, quando vengo a casa così tardi – – la cosa più ragionevole sarebbe davvero che mi mettessi subito alla scrivania – proprio quelle prime ore del mattino -» S’interruppe. «Ma, piuttosto, non vuoi raccontarmi il tuo sogno?» Sorrise un po’ forzato.
Lei rispose: «Dovresti anche tu coricarti un poco.»
Esitò un momento, poi fece come lei desiderava e si sdraiò al suo fianco. Ma si guardava dallo sfiorarla. Una spada tra di noi, pensò rammentando un’osservazione semiseria dello stesso genere che era venuta da lui in un’occasione simile. Tacevano entrambi, giacevano a occhi aperti, sentivano a vicenda la loro vicinanza, la loro distanza. Dopo un momento lui appoggiò la testa al braccio, l’osservò a lungo quasi non riuscisse più a vedere che il profilo del suo viso.
«Il tuo sogno!» disse d’un tratto ancora una volta, e fu come se lei avesse solo atteso quell’invito. Tese una mano verso di lui; egli la prese e, per abitudine, più per distrazione che per tenerezza, ne tenne strette come per gioco le dita snelle. Ma lei cominciava: «Ricordi ancora la stanza nel villino sul Wörtersee, dove ho abitato con i genitori l’estate del nostro fidanzamento?»
Lui annuì.
«Infatti il sogno cominciava così, che io entravo in quella stanza, non so da dove – come un’attrice sulla scena. So soltanto che i genitori si trovavano in viaggio e mi avevano lasciata da sola. La cosa mi meravigliava perché l’indomani doveva esserci il nostro matrimonio. Ma non c’era ancora l’abito di nozze. O forse mi sbagliavo? Aprii l’armadio per controllare, là stavano appesi, invece dell’abito di nozze, tutta una quantità di altri vestiti, costumi in realtà, da opera, sfarzosi, orientali. Quale dovevo indossare per le nozze? pensai. Ecco l’armadio si chiuse di colpo o era sparito, non so più. La stanza era tutta luminosa, invece fuori dalla finestra era notte fonda… D’un tratto mi stesti davanti tu, degli schiavi da galera ti avevano condotto remando, li vidi per un attimo sparire nell’oscurità. Eri molto lussuosamente vestito, di oro e seta, avevi al fianco un pugnale con impugnatura d’argento e mi sollevasti dalla finestra. Io pure adesso ero splendidamente vestita, come una principessa, ci trovavamo entrambi all’aperto nella luce crepuscolare e una sottile nebbia grigia ci arrivava alle caviglie. Era la zona ben nota: là c’era il mare, dinanzi a noi il paesaggio montano, vedevo anche le case di campagna, stavan là come uscite da una scatola di giocattoli. Noi due però, tu e io, eravamo sospesi, no, volavamo al di sopra della nebbia, e pensavo: Allora questo è il nostro viaggio di nozze. Presto però non volammo più, andavamo lungo un sentiero del bosco, quello per la Elisabethhöhe, e d’un tratto ci trovammo molto in alto sui monti, in una specie di radura che era cinta su tre lati dal bosco, mentre indietro s’ergeva innalzandosi una scoscesa parete di roccia. Sopra di noi tuttavia c’era un cielo stellato così blu e teso in ampiezza quale non esiste nella realtà, ed era quello il soffitto della nostra stanza nuziale. Mi prendesti in braccio e mi amasti tanto.»
«Anche tu, speriamo», disse Fridolin con un invisibile sorriso malevolo.
«Credo molto più ancora», replicò Albertine seria. «Ma, come devo spiegartelo – malgrado il profondissimo amplesso il nostro affetto era assai malinconico, come con un presagio di un dolore predestinato. D’un tratto fu mattina. Il prato era chiaro e colorato, il bosco tutto intorno deliziosamente rugiadoso, e al di sopra della parete di roccia tremolavano i raggi del sole. E ora dovevamo entrambi ritornare nel mondo, tra gli esseri umani, era l’ora. Ma adesso qualcosa di spaventoso era successo. I nostri abiti erano spariti. Un terrore incomparabile mi colse, vergogna bruciante fino all’intimo annientamento, e nel contempo ira contro di te quasi fossi tu solo colpevole della sciagura; – e tutto ciò: terrore, vergogna, ira, era in nulla paragonabile per violenza a ciò che abbia mai provato da sveglia. Tu invece nella coscienza della tua colpa ti precipitasti via, nudo com’eri, per scendere giù a procurarci degli indumenti. E quando fosti scomparso, mi sentii tutta sollevata. Non mi addoloravi né ero preoccupata per te, ero soltanto contenta di essere da sola, correvo beata intorno sul prato e cantavo: Era la melodia di un ballo che abbiamo ascoltato alla festa da ballo. La mia voce aveva un suono stupendo, e mi auguravo che mi si udisse giù nella città. La città non la vedevo ma la sentivo. Stava nel profondo sotto di me ed era circondata da un’alta muraglia; una città assai fantastica che non ti so descrivere. Non orientale, nemmeno antico-tedesca in verità, e certo sia l’una che l’altra, ad ogni modo una città da molto e per sempre sprofondata. D’un tratto però stetti distesa sul prato nello splendore del sole, – molto più bella di quanto ero in realtà e, mentre così giacevo là, uscì dal bosco un uomo, un giovanotto in un vestito chiaro, moderno, aveva l’aspetto, come adesso so, pressappoco del danese di cui ti ho raccontato ieri. Andò per la propria strada, salutò cortesissimo nel passarmi davanti, ma non mi stette a osservare, si diresse diritto alla parete di roccia esaminandola attentamente, come se riflettesse sul modo di poterla vincere. Contemporaneamente vedevo anche te. Ti affrettavi di casa in casa nella città sprofondata, di bottega in bottega, ora sotto portici, ora attraverso delle specie di bazar turchi, e acquistavi le cose più belle che riuscivi a trovare solo per me: abiti, biancheria, calzature, gioielli; – e mettevi tutto in una piccola borsa di cuoio giallo, dove trovava posto tutto quanto. Continuamente però eri seguito da una quantità di persone che non distinguevo, ne udivo solamente il cupo, minaccioso urlare. E allora ricomparve l’altro, il danese che prima era rimasto davanti alla parete rocciosa. Di nuovo venne dal bosco dirigendosi su di me, – e io sapevo che nel frattempo era andato in giro per tutto il mondo. Aveva un aspetto diverso da prima eppure era lo stesso. Si fermò come la prima volta davanti alla parete di roccia, scomparve ancora, poi sbucò ancora dal bosco, scomparve, venne fuori dal bosco; la cosa si ripeté due, tre o cento volte. Era sempre il medesimo e sempre uno differente, ogni volta salutava nel passarmi davanti, ma alla fine mi si fermò dinanzi, mi guardò indagatore, risi seducente come mai ho riso in vita mia, stese le braccia verso di me, allora volli fuggire ma non ne fui capace, – mi s’accasciò vicino, sul prato.»
Tacque. Fridolin aveva la gola secca, nell’oscurità della camera notò che Albertine per così dire teneva il volto nascosto tra le mani.
«Strano sogno», disse. «È finito?» E siccome lei negava: «Allora racconta va’ avanti a raccontare.»
«Non è così facile», riprese lei. «Queste cose non si possono veramente esprimere a parole. Dunque – mi sentivo come vivessi notti innumeri e giorni, non c’era né tempo né spazio, non era neanche più nella radura cinta da bosco e roccia che mi trovavo, era una vasta pianura, infinitamente estesa in ogni direzione, variopinta di fiori che si perdeva da ogni parte all’orizzonte. Ero anche, da molto – strano: questo da molto! – non più sola con quell’unico uomo sul prato. Ma non potrei dire se oltre a me c’erano tre oppure dieci o mille coppie, se le vedevo o no, se appartenevo a quello soltanto o anche ad altri. Ma, come quella sensazione di terrore e vergogna superava ampiamente tutto quanto concepibile da svegli, così non c’è sicuramente nulla nella nostra esistenza cosciente che equivalga alla liberazione, alla libertà, alla felicità che provavo allora in questo sogno. E intanto non cessai neanche per un momento di aver coscienza di te. Anzi, ti vedevo, ti vidi quando venisti catturato, credo, da soldati, tra questi c’erano pure dei religiosi; qualcuno, un tipo di statura gigantesca, ti legò le mani, e sapevo che dovevi essere giustiziato. Ne avevo coscienza senza compassione, senza brivido, completamente distaccata. Ti si condusse in un cortile, in una specie di cortile di un castello. Ecco stavi ora a mani legate dietro la schiena e nudo. E come ti vedevo io, quantunque fossi da qualche altra parte, così mi vedevi anche tu, e vedevi anche l’uomo che mi teneva tra le sue braccia, e tutte le altre coppie, quell’infinita marea di nudità che mi spumeggiava attorno e di cui io e l’uomo che mi teneva avvinta, per così dire non significavamo che un’onda. Mentre ora ti trovavi nel cortile del castello, apparve a una delle alte finestre a arco, tra tende rosse, una giovane donna con un diadema sul capo e un mantello di porpora. Era la principessa della regione. Guardò giù a te con severo sguardo interrogativo. Eri da solo, gli altri, per quanto fossero numerosi, si tenevano alla larga, stretti alle mura, udivo un insidioso mormorare e sussurrare, annunciante pericolo. Allora la principessa si chinò sulla balaustra. Si fece silenzio, e la principessa ti diede segno come ti comandasse di salire da lei, e io sapevo che era decisa a graziarti. Ma non notasti il suo sguardo o non volesti notarlo. D’improvviso però, sempre con le mani legate, ma avvolto in un mantello nero, ti trovasti di fronte a lei, non all’incirca in una stanza bensì, in qualche modo, all’aperto, per così dire sospeso. Lei teneva in mano un foglio di pergamena, la tua sentenza di morte nella quale erano registrati anche la tua colpa e il motivo della sentenza. Ti chiese – non udivo le parole ma le conoscevo -, se eri pronto a diventarne l’amante, nel qual caso la condanna a morte ti era condonata. Scuotesti il capo negando. Non mi stupii perché era perfettamente nell’ordine delle cose né poteva essere diversamente dal fatto che tu a qualsiasi rischio e per l’eternità ti dovevi mantenere fedele a me. Allora la principessa alzò le spalle, fece un cenno nel vuoto ed ecco ti colpo ti trovasti in una cella sotterranea, e le fruste sibilarono su di te senza che io vedessi la gente che vibrava le fruste. Il sangue ti scorreva a rivoli, lo vedevo sgorgare, ero cosciente della mia crudeltà senza stupirmene. Allora ti si accostò la principessa. I suoi capelli erano sciolti, fluivano attorno al suo corpo nudo, con le due mani ti porgeva il diadema – e sapevo che era la fanciulla della spiaggia danese che avevi veduta quella volta un mattino nuda sulla terrazza di una capanna da bagno. Non disse parola ma il significato del suo esser lì, anzi del sui silenzio era se volessi divenire suo sposo e principe della regione. E siccome rifiutasti di nuovo, sparì d’improvviso, io però, nel contempo, vedevo che si innalzava una croce per te; – non giù nel cortile del castello, no, sul prato senza fine, costellato di fiori, dove riposavo tra le braccia di un amante, tra tutte le altre coppie amorose. Ma ti vedevo mentre per antiche stradine camminavi solitario senza alcuna guardia, ma sapevo che la via ti era tracciata e ogni fuga era impossibile. Adesso salivi il sentiero nel bosco verso il monte. Ti attendevo con impazienza, ma senza nessuna compassione. Il tuo corpo era coperto di piaghe che tuttavia non sanguinavano più. Salivi sempre più in alto, il sentiero si allargava, il bosco retrocesse sui due lati, e ora ti trovavi al margine del prato, a un’enorme, incomprensibile distanza. Mi salutasti sorridendo con gli occhi, come segno che avevi soddisfatto il mio desiderio portandomi tutto quello di cui avevo bisogno: – abiti e calzature e gioielli. Ma io trovavo il tuo comportamento stolto e insensato fuori misura, ed ero tentata di schernirti, di riderti in faccia, – e proprio per questo, perché per fedeltà a me avevi rifiutato la mano della principessa, sopportato supplizi e adesso venivi quassù barcollando per patire una morte orribile. Ti corsi incontro, tu pure prendesti un’andatura sempre più affrettata – cominciai a stare sospesa e tu pure stavi sospeso nell’aria; ma di colpo ci dileguammo a vicenda, e io sapevo: ci eravamo passati davanti l’uno l’altro volando. Allora desiderai che tu dovessi almeno udire il mio riso, proprio mentre ti si metteva in croce. – E così scoppiai a ridere, quanto stridulo e forte possibile. Questa era la risata, Fridolin, – con la quale mi sono destata.»
Tacque, immobile. Nemmeno lui si mosse né disse parola. Qualsiasi cosa in quel momento sarebbe parsa fiacca, menzognera e abietta. Quanto più lei aveva proseguito nella sua narrazione, tanto più a lui – al punto in cui erano prosperate – sembravano ridicole e insignificanti le sue esperienze, e giurò a se stesso di viverle fino alla fine, quindi di riferirgliele fedelmente ritorcendole su questa donna che nel proprio sogno aveva rivelato essere quella che era: infida, crudele e traditrice, e che lui, in quel momento, credeva di odiare più profondamente di quanto mai l’avesse amata.
Ora si accorse che continuava a tenere strette le dita di lei con le sue mani e che per quelle dita snelle, fresche, a lui tanto familiari, provava, quantunque fosse intenzionato a odiare questa donna, una tenerezza immutata, solo fattasi dolorosa; e d’istinto, anzi contro la propria volontà, – prima di liberare quella mano familiare dalla propria, la sfiorò lievemente con le labbra.
Albertine continuava a non aprire gli occhi, Fridolin credette di vedere che la sua bocca, la fronte, tutto il viso sorrideva con espressione di felicità, trasfigurato, innocente, e sentì un incomprensibile impulso a chinarsi su Albertine per imprimere un bacio sulla sua fronte pallida. Invece si costrinse a riconoscere che era soltanto la stanchezza, troppo scontata, per gli avvenimenti sconvolgenti delle ultime ore, che si era mascherata di nostalgica tenerezza nell’atmosfera illusoria della camera matrimoniale.
Ma, come sempre gli accadeva, in quel momento – a quali decisioni dovesse arrivare nel corso delle prossime ore, l’impellente precetto del momento per lui era rifugiarsi almeno per un poco nel sonno e nell’oblio. Anche nella notte che era seguita alla morte di sua madre era riuscito a dormire profondamente e senza sogni, e non doveva in questa? E si stese al fianco di Albertine che ormai pareva sprofondata nel torpore. Una spada tra di noi, pensò di nuovo. E poi: Come nemici mortali stiamo stesi qui l’uno accanto all’altra. Ma non erano che parole.

VI

Il bussare lieve della cameriera lo destò alle sette di mattina. Gettò una rapida occhiata ad Albertine. Qualche volta, non sempre, quel bussare destava anche lei. Oggi seguitava a dormiva immobile, troppo immobile. Fridolin si preparò alla svelta. Prima di andarsene volle vedere la figlioletta. Era stesa quieta nel suo letto bianco, le mani contratte, in modo infantile, nei pugnetti. La baciò sulla fronte. E ancora una volta, in punta di piedi, camminò quatto verso la camera da letto dove Albertine seguitava a riposare, immobile come prima. Poi uscì. Nella sua borsa nera da dottore, ben custodito, portava con sé la tonaca da monaco e il cappello da pellegrino. Aveva elaborato accuratamente il programma della giornata, anzi con un po’ di pedanteria. Al primo posto stava una visita, proprio nelle vicinanze, a un avvocato gravemente ammalato. Fridolin eseguì una visita accurata, trovò la condizione un poco migliorata, diede espressione schiettamente lieta alla propria soddisfazione e fornì una vecchia ricetta del consueto repetatur. Quindi si recò subito all’edificio nel cui interrato Nachtigall aveva suonato il piano la sera prima. Il locale era ancora chiuso, ma nel caffè di sopra la cassiera sapeva che Nachtigall risiedeva in un alberghetto della Leopoldstadt. Un quarto d’ora dopo Fridolin si fermava là davanti. Era una misera locanda. Nell’ingresso c’era sentore di letti non arieggiati, di grasso andato a male e di caffè di cicoria. Un portiere dall’aspetto brutto, dagli scaltri occhi venati di rosso, continuamente in guardia per interrogatori polizieschi, diede prontamente le informazioni. Il signor Nachtigall era arrivato stamani alle cinque in compagnia di due signori che si erano resi, forse intenzionalmente, quasi irriconoscibili nel volto con delle sciarpe tirate su. Mentre Nachtigall si recava nella sua stanza i signori avevano pagato il suo conto per le ultime quattro settimane; siccome, dopo una mezz’ora, non era ricomparso, uno dei signori era salito a prenderlo di persona, dopo di che tutti e tre si erano diretti alla stazione ferroviaria del Nord. Nachtigall aveva dato impressione di essere agitatissimo; anzi – perché non dire tutta la verità a un signore che destava tanta fiducia – aveva tentato di passare di nascosto una lettera al portiere, cosa che i due signori avevano però immediatamente impedito. Le lettere che arrivassero per il signor Nachtigall – così avevano poi spiegato i signori -, sarebbero state ritirate da una persona a questo autorizzata. Fridolin si congedò, gli fece piacere di portare in mano la sua borsa da dottore quando uscì dal portone dell’edificio; così non lo si sarebbe potuto prendere per un inquilino di quell’albergo, ma solo per un funzionario. Con Nachtigall dunque non c’era nulla da fare per il momento. Si era stati molto cauti e ve n’era ben motivo.
Si diresse ora, in carrozza, al negozio del noleggio di maschere. Aprì lo stesso Herr Gibiser. «Riporto il costume affittato», disse Fridolin, «e desidero saldare il mio debito.» Herr Gibiser menzionò un modesto importo, incassò il denaro, fece una registrazione in un grande libro contabile e levò uno sguardo piuttosto stupito dal tavolo d’ufficio su Fridolin, il quale non faceva atto di allontanarsi.
«Sono qui anche», disse Fridolin col tono di un giudice istruttore, «per scambiare una parola con lei a causa della signorina sua figlia.»
Qualcosa fremette alle pinne nasali di Herr Gibiser; – disagio, scherno oppure irritazione, non era facile capire.
«Che intende il signore?» domandò in un altrettanto indefinibile tono.
«Lei osservava ieri», disse Fridolin, una delle mani appoggiata con le punte delle dita sul tavolo d’ufficio, «che la signorina sua figlia non è mentalmente del tutto normale. La situazione, in cui l’abbiamo sorpresa, lasciava effettivamente supporre qualcosa del genere. E dal momento che il caso mi ha pur reso partecipe o, almeno, spettatore di quella scena bizzarra, vorrei consigliarle, Herr Gibiser, di consultare un medico.»
Gibiser, girando di qua e di là nella mano uno stilo di penna artificiosamente lungo, misurò Fridolin con un’occhiata insolente.
«E il signor dottore sarebbe forse lui stesso così cortese da assumere la terapia?»
«Prego di non mettermi in bocca alcuna parola», ribatté tagliente Fridolin, ma un po’ roco, «che non abbia pronunciato.»
In quel momento si spalancò la porta che conduceva nelle stanze interne e uscì un giovanotto con il soprabito aperto sopra l’abito da sera. Fridolin seppe immediatamente che non poteva essere nessun altro che uno dei giudici della vema della notte prima. Nessun dubbio, veniva dalla camera di Pierrette. Scorgendo Fridolin parve imbarazzato, ma si riprese immediatamente, salutò di sfuggita Gibiser con un cenno di mano, si accese poi anche una sigaretta servendosi di un accendino che si trovava sul tavolo d’ufficio, e lasciò la casa.
«Ah così», osservò Fridolin con uno sprezzante sussulto all’angolo della bocca e con un gusto amaro sulla lingua.
«Che intende il signore?» chiese Gibiser in totale imperturbabilità.
«Ha dunque rinunciato, Herr Gibiser», e lasciò vagare con sufficienza lo sguardo dalla porta d’ingresso verso quell’altra da cui era entrato il giudice della vema, «rinunciato a informare la polizia.»
«Ci si è accordati su una soluzione diversa, signor dottore», disse Gibiser freddamente e si alzò come fosse conclusa un’udienza.
Fridolin si voltò per andarsene, Gibiser aprì con zelo la porta e con un’espressione impassibile del volto disse: «Se il signor dottore dovesse avere ancora un richiesta… Non sarà proprio una veste da frate.»
Fridolin sbatté la porta dietro di sé. Questa è fatta, pensò con un senso di irritazione che a lui stesso pareva eccessiva. S’affrettò giù per le scale, si recò senza particolare urgenza al policlinico e anzitutto telefonò a casa per informarsi se qualche paziente l’avesse mandato a chiamare, se c’era posta, cos’altro ci fosse di nuovo. La cameriera aveva appena dato risposta che Albertine in persona venne all’apparecchio a salutare Fridolin. Ripeté tutto quanto aveva già detto la cameriera, poi raccontò disinvolta che si era appena alzata e aveva intenzione di fare colazione con la figlia. «Dalle un bacio da parte mia», disse Fridolin, «e buon appetito a voi.»
La voce di lei gli aveva fatto bene, e proprio per questo riagganciò alla svelta. In verità avrebbe voluto chiedere ancora cosa aveva intenzione di fare Albertine nel corso della mattinata, ma che gliene importava? Nel fondo dell’animo aveva proprio rotto con lei, comunque dovesse procedere l’esistenza nelle apparenze. L’infermiera bionda lo aiutò a togliersi la giacca porgendogli il camice bianco da dottore. Intanto gli sorrideva appena, come usava sorridere a tutti, che ci si occupasse di lei o no.
Dopo qualche minuto era in corsia. Il primario aveva fatto dire di esser dovuto partire all’improvviso a causa di un consulto, i signori assistenti dovevano compiere la visita senza di lui. Fridolin si sentì quasi contento di andare di letto in letto seguito dagli studenti, di compiere indagini, scrivere ricette, di discutere professionalmente con aiuto-medici e infermiere. C’era ogni sorta di novità. Il lavorante del fabbro, Karl Ròdel, era morto nella notte. Autopsia nel pomeriggio alle quattro e mezza. Nella corsia femminile s’era liberato un letto, però già rioccupato. Si era dovuto trasferire la donna del letto diciassette nel reparto di chirurgia. Frattanto venivano toccate anche questioni di organico. La nuova nomina del reparto di oculistica doveva essere decisa dopodomani; Hugelmann, ora professore a Marburg, da quattro anni anche secondo assistente presso Stellwag5, aveva le maggiori possibilità. Carriera rapida, pensò Fridolin. Non sarò mai in discussione per la direzione di un reparto, anche perché mi manca la docenza. Troppo tardi. In realtà per quale motivo? Si doveva cominciare di nuovo a lavorare scientificamente o a riprendere con maggiore serietà qualcosa di già iniziato. La professione privata lasciava comunque abbastanza tempo.
Pregò il dottor Fuchstaler di condurre l’ambulatorio, e dovette confessare a se stesso che avrebbe preferito restare lì che andare su al Galitzinberg. E però doveva essere così. Non solo si era già impegnato a indagare a oltranza sulla faccenda; oggi c’era anche ogni genere d’altra cosa da sbrigare. E così si decise a incaricare il dottor Fuchstaler anche delle visite serali. La giovinetta là nell’ultimo letto, con catarro apicale sospetto, sorrideva alla sua volta. Era la stessa che di recente, in occasione di una visita, aveva premuto il petto troppo docilmente alla sua guancia. Fridolin rispose scortese allo sguardo di lei e si girò dall’altra parte a fronte aggrottata. Tutte uguali, pensò con amarezza, e Albertine è come tutte loro – è la peggiore di tutte. Mi separerò da lei. Non andrà mai bene di nuovo.
Per le scale scambiò ancora qualche parola con un collega del reparto di chirurgia. Allora, come andava in effetti con la donna che oggi era stata trasferita di là stanotte? Per conto suo non credeva davvero alla necessità di una operazione. Gli si sarebbe comunicato il risultato dell’esame istologico?
«Naturalmente, signor collega.»
All’angolo prese una carrozza. Consultò il taccuino, commedia ridicola davanti al cocchiere quasi dovesse decidersi solo adesso. «A Ottakring», disse allora, «la strada per Galitzinberg. Le dirò dove deve fermarsi.»
Nella carrozza d’un tratto gli tornò un’agitazione nostalgico-dolorosa, anzi quasi un senso di colpa di non aver quasi più pensato alla sua bella salvatrice nelle ultime ore. Gli sarebbe riuscito di trovare la casa? Be’, poteva non essere particolarmente difficile. La questione era solo: e dopo? Denuncia alla polizia? La cosa poteva avere conseguenze negative proprio per la donna che forse si era sacrificata per lui oppure era stata pronta a sacrificarsi per lui. O doveva rivolgersi a un investigatore privato? Gli parve cosa alquanto insulsa e non troppo degna di lui. Ma che gli rimaneva d’altro ancora? Non possedeva né il tempo né verosimilmente il talento per condurre professionalmente delle indagini. – Un’associazione segreta? Ebbene sì, comunque in segreto. Ma tra loro si conoscevano quelli? Aristocratici, forse addirittura cortigiani? Pensò a certi arciduchi, i quali erano ritenuti capaci di scherzi del genere. E le dame? Presumibilmente… radunate da famiglie di amici. Be’ la cosa non era affatto sicura. In ogni caso merce ricercata. Ma la donna che gli si era sacrificata? Sacrificata? Perché seguitava a volersi immaginare che era stata davvero una vittima! Una commedia. Naturalmente il tutto era stata una commedia. In verità doveva essere contento di essersela cavata così a buon mercato. Ebbene sì, aveva serbato un buon atteggiamento. I cavalieri potevano ben notare che non era il primo venuto. E in ogni caso l’aveva notato anche lei. Probabilmente l’aveva preferito a tutti quegli arciduchi o cosa potessero mai essere.
In fondo a Liebhartstal, dove la via conduceva decisamente verso l’alto, smontò rimandando prudentemente via la vettura. Il cielo era azzurro-smorto, con nuvolette candide, e il sole splendeva di calore primaverile. Guardò indietro – nulla di sospetto era in vista. Nessuna carrozza, nessun passante. Saliva lento. Il cappotto gli divenne pesante; lo levò gettandoselo sulle spalle. Arrivò al punto in cui la via laterale, dove si trovava l’edificio misterioso, doveva deviare a destra; non poteva sbagliar strada; portava giù, ma per niente così scoscesa come gli era sembrato nel viaggio notturno. Un vicolo tranquillo. In un guardino c’erano fusti di rose, accuratamente avvolti nella paglia, in uno limitrofo c’era una carrozzina; un ragazzo, in un completo di lana blu scorrazzava avanti e indietro; da una finestra del pianterreno una giovane donna stava a guardare sorridendo. Poi venne uno spiazzo non edificato, poi un giardino selvatico, non cintato, poi una villetta, poi un campo di erba, e adesso, nessun dubbio -, questa qui era la casa che cercava. Non aveva affatto un aspetto maestoso o sontuoso, era una villa a un solo piano in semplice stile-impero ed evidentemente da non molto ristrutturata. Le veneziane verdi erano abbassate dappertutto, nulla indicava che la villa potesse essere abitata. Fridolin si guardò attorno. Nessuno era in vista nella viuzza; solo a distanza, in basso, due fanciulli camminavano, allontanandosi, con i libri sotto braccio. Si trovò davanti alla porta del giardino. E adesso? Rifare semplicemente la passeggiata all’indietro? Gli sarebbe sembrato addirittura ridicolo. Cercò il pulsante elettrico. E se gli si apriva che avrebbe detto? Be’, molto semplicemente – se la graziosa casa di campagna non era in affitto per l’estate. Ma già il portone si aprì da sé, un servitore attempato in semplice livrea del mattino uscì percorrendo adagio il vialetto fino alla porta del giardino. Teneva in mano una lettera e la porse senza parlare a Fridolin, cui il cuore batteva, tra le sbarre della cancellata.
«Per me?» domandò stentoreo. Il domestico annuì, si voltò, andò e il portone gli si chiuse dietro. Che significava questo? si domandò Fridolin. Da parte di lei, alla fine? È forse proprio lei, quella a cui appartiene la casa -? Ripercorse in fretta la strada all’insù, solo adesso si accorse che sulla busta c’era il suo nome a grafia tutta dritta, maestosa. All’angolo aprì la lettera; spiegò un foglio e lesse: «Rinunci alle sue indagini che sono del tutto inutili, e consideri queste parole come un secondo avvertimento. Speriamo, nel suo interesse, che non vi sarà più bisogno di un altro.» Lasciò cadere il foglio.
Quel messaggio lo deludeva sotto ogni profilo; in ogni caso però era differente da quello che, stupidamente, aveva ritenuto possibile. Comunque il tono era stranamente discreto, assolutamente privo di asprezza. Poteva riconoscere che le persone che gli avevano inviato il messaggio non si sentivano per niente sicure.
Secondo avvertimento -? Come mai? Ah, sì, il primo gli era stato dato nella notte. Ma perché il secondo -e non l’ultimo? Volevano mettere alla prova il suo coraggio ancora una volta? Doveva aver superato una prova? E come mai conoscevano il suo nome? Be’ non era poi strano, probabilmente si aveva costretto Nachtigall a rivelarlo. E inoltre – sorrise involontariamente della propria sbadataggine – nella fodera della sua pelliccia erano cucite le sue cifre e l’indirizzo esatto.
Ma se non era andato molto più avanti di prima, la lettera l’aveva totalmente smontato – senza che avesse saputo dire a ragione perché. Soprattutto era persuaso che la donna, per la cui sorte si era dato pensiero, si trovava ancora in vita e che stava solo in lui trovarla se si metteva all’opera con cautela e astuzia.
Quando un poco affaticato ma in un umore insolitamente sollevato che sentiva, certo, a un tempo, illusorio, arrivò a casa, Albertine e la bambina avevano già pranzato, ma gli fecero compagnia mentre consumava il pasto. Ecco gli sedeva di fronte lei, che quella stessa notte l’aveva lasciato tranquillamente mettere in croce, con sguardo angelico, materno-casalingo, ed egli, con stupore non provava nessun genere di odio nei suoi confronti. Mangiò di gusto; si sentiva un poco eccitato ma in effetti di buon umore, e nel suo stile parlava molto vivamente dei piccoli avvenimenti professionali della giornata, in particolare delle questioni di organico medico, riguardo alle quali aveva l’abitudine di informare sempre con precisione Albertine. Raccontò che la nomina di Hügelmann era tanto buona che sicura, e parlò della propria intenzione di riprendere i lavori scientifici con un po’ più d’energia. Albertine conosceva questo stato d’animo, sapeva che soleva durare non troppo a lungo, e tradì il proprio dubbio con un cenno di sorriso. Fridolin s’infervorava, al che Albertine con mano indulgente lo carezzò sui capelli rassicurante. Adesso trasalì appena e si volse alla bambina cosicché sottrasse la fronte a un ulteriore penoso contatto. Prese in grembo la piccola, si accingeva giusto a farla dondolare sulle ginocchia, quando la cameriera annunciò che qualche paziente attendeva già. Fridolin si alzò come liberato, menzionò ancora per inciso il fatto che Albertine e la bimba dovessero sfruttare le belle, soleggiate ore del pomeriggio per andare a passeggio, e si recò nel suo ambulatorio.
Nel corso delle successive due Fridolin ebbe a occuparsi di sei vecchi pazienti e di due nuovi. In ogni singolo caso fu completamente preso dalla cosa, visitò, prese appunti, prescrisse – e si rallegrò che dopo le ultime due notti trascorse quasi insonni si sentisse così prodigiosamente fresco e lucido.
Dopo il disbrigo dell’orario di ambulatorio diede ancora una volta un’occhiata, com’era sua abitudine, alla moglie e alla figlia e non senza soddisfazione constatò che Albertine aveva in visita la madre non appena la piccola aveva lezione di francese con la bambinaia. Solo sulla scala ebbe di nuovo coscienza che tutto quell’ordine, tutta quella armonia, tutta quella sicurezza della sua esistenza significavano solo apparenza e menzogna. Nonostante avesse rinunciato alle visite del pomeriggio, fu attratto irresistibilmente al reparto. C’erano due casi là che, per il lavoro scientifico che anzitutto progettava, erano da prendere in considerazione, ed egli si dedicò loro per un momento più approfonditamente di quanto avesse fatto finora. Poi doveva compiere ancora una visita a un malato in centro città e così erano le sette di sera quando si trovò davanti al vecchio edificio nella Schreyvogelgasse. Solo ora, guardando su alla finestra di Marianne gli tornò in mente l’immagine di lei, che intanto era del tutto svanita, anche più viva di tutto il resto. Be’, qui non poteva andare a vuoto. Senza dispendio di un coraggio speciale poteva iniziare qui la sua azione vendicativa, qui non c’era nessuna difficoltà per lui, nessun rischio; e ciò davanti a cui probabilmente altri sarebbero indietreggiati, il tradimento del fidanzato, questo per lui significava quasi un incentivo in più. Sì, tradire, ingannare, mentire, recitare la commedia qua e là, dinanzi a Marianne, dinanzi a Albertine, dinanzi a quel buon dottore Roediger, davanti al mondo intero; – condurre una specie di esistenza doppia, insieme il bravo medico, affidabile, promettente, essere il buon marito e padre di famiglia – e insieme un libertino, un seduttore, un cinico che giocava con le persone, uomini e donne, a seconda dell’umore del momento – questo gli parve, in quel frangente, qualcosa di molto divertente; – e la cosa più divertente era che, più avanti, una volta, quando Albertine ormai da lungo tempo si credesse in salvo dentro la sicurezza di una tranquilla esistenza matrimoniale e familiare, aveva intenzione di confessarle sorridendo freddamente tutti i propri peccati per fare ritorsione contro ciò che lei gli aveva arrecato di amaro e umiliante in un sogno.
Nell’ingresso si trovò di fronte il dottor Roediger che gli porse, cordialmente ingenuo, la mano.
«Come sta la signorina Marianne?» domandò Fridolin. «Si è un poco calmata?»
Il dottor Roediger alzò le spalle. «Da tempo era abbastanza preparata alla fine, signor dottore. – Soltanto oggi verso mezzodì, quando son venuti a prendere la salma – -»
«Oh, è già avvenuto?»
Il dottor Roediger annuì. «Domani pomeriggio ci sarà il funerale…»
Fridolin guardava fisso davanti a sé. «Ci sono dunque – i congiunti dalla signorina Marianne?»
«Non più», rispose il dottor Roediger, «in questo momento è sola. Sarà certo contenta di vederla ancora, signor dottore. Domani la portiamo infatti a Mödling, mia madre e io», e, in seguito a un cortese sguardo interrogativo di Fridolin: «I miei genitori infatti hanno là una casetta. Arrivederci, signor dottore. Devo occuparmi ancora di un sacco di cose. Sì, cosa c’è da fare in un tale – caso! Spero di trovarla ancora di sopra, signor dottore, quando torno.» Ed era già uscito dal portone in strada.
Fridolin indugiò un istante, poi salì lentamente la scala. Suonò; e fu Marianne stessa che gli aprì. Era vestita di nero, attorno al collo portava una collana di giaietto che non le aveva mai veduta finora. Il volto di lei arrossì leggermente.
«Mi fa aspettare molto», disse con un sorriso debole.
«Perdoni, signorina Marianne, oggi ho avuto una giornata particolarmente intensa.»
La seguì attraverso la camera del defunto, nella quale il letto adesso era vuoto, nella stanza vicina dove il giorno prima dove aveva scritto il certificato di morte per il consigliere sotto il quadro dell’ufficiale in uniforme bianca. Sullo scrittoio ardeva già una piccola lampada sicché nella stanza c’era penombra. Marianne gli indicò un posto sul nero divano di cuoio, lei gli si sedette di fronte vicino allo scrittoio.
«Ho appena incontrato all’ingresso il signor dottor Roediger. – Allora domani parte per la campagna?» Marianne lo guardava come si stupisse del tono freddo della sua domanda, e le sue spalle si abbassarono quando, con voce quasi più dura proseguì: «Lo trovo molto ragionevole.» E illustrava concretamente che effetto favorevole le avrebbe fatto l’aria buona, il nuovo ambiente.
Lei sedeva immobile, e le lacrime le sgorgarono sulle guance. Lo vide senza compassione, piuttosto con impazienza; e l’immagine che forse, nei prossimi minuti, stando di nuovo ai suoi piedi poteva ripetere la confessione di ieri lo colmò di timore. E siccome quella taceva, si alzò bruscamente. «Mi dispiace tanto, signorina Marianne -» Guardò l’orologio.
Lei alzò la testa, guardò Fridolin e le lacrime seguitarono a sgorgarle. Le avrebbe detto volentieri una qualche buona parola e non ne era capace.
«Resti qualche giorno in campagna», cominciò in modo forzato. «Spero, mi darà notizie… il signor dottor Roediger del resto mi dice che le nozze avranno luogo presto. Mi permetta fin da oggi di esprimerle le mie congratulazioni.»
Lei non si mosse, come non avesse preso assolutamente atto delle sue congratulazioni, del suo addio. Le tese la mano che lei non prese e, quasi con tono di rimprovero, ripeté: «Allora, spero fiducioso che mi darà notizie della sua salute. Arrivederci, signorina Marianne.» Sedeva là come impietrita. Uscì, per la durata di un istante si fermò sulla soglia quasi a concederle ancora un’ultima proroga per richiamarlo, lei parve piuttosto volgere via il capo, e allora lui chiuse l’uscio dietro di sé. Uscendo all’aperto provò come del rimorso. Pensò per un momento di tornare indietro, ma sentiva che sarebbe stato ridicolo sopra di tutto il resto.
Ma che fare adesso? A casa? E dove se no! Oggi non poteva certo fare nient’altro. E domani? Cosa? E come? Si sentiva goffo, perso, tutto quanto gli si scioglieva tra le mani; tutto diveniva irreale, perfino la casa, la moglie, la figlia, la professione, anzi, lui stesso che andava avanti così meccanicamente per le strade della sera con pensieri vaganti.
Dall’orologio della torre municipale suonarono le sette e mezza. Del resto era indifferente quanto fosse tardi; il tempo gli stava davanti in totale inutilità. Niente, nessuno lo riguardava. Provava una leggera compassione per se stesso. Molto di sfuggita, non qualcosa come un’intenzione, gli venne l’idea di andare a una qualche stazione ferroviaria, partire, non importava per dove, sparire per tutta la gente che lo conosceva, riaffiorare da qualche parte all’estero e cominciare una nuova esistenza come una diversa, una nuova persona. Si rammentò di certi stupefacenti casi di malattia che conosceva dai testi di psichiatria, le cosiddette esistenze doppie: una persona se ne andava d’improvviso da tutte le relazioni ordinarie, spariva, ritornava dopo mesi oppure dopo anni, non ricordava dove fosse stato in quel periodo, ma in seguito lo riconosceva qualcuno che s’era trovato con lui da qualche parte in terra straniera, e il rimpatriato non ne sapeva proprio nulla. Certo cose del genere capitavano di raro, ma erano pur sempre provate. E in forma più mitigata qualcuno pur le provava. Quando si tornava dai sogni, per esempio? Certo, ci si ricordava… Ma certamente c’erano anche sogni che si dimenticavano completamente, dei quali nulla rimaneva se non qualche incomprensibile stato d’animo, uno stordimento misterioso. Oppure si rammentava solo in seguito, molto dopo e non si sapeva più se una cosa la si fosse vissuta o soltanto sognata. Soltanto – soltanto -!
E mentre proseguiva a quel modo e prendeva, certo senza volerlo, la direzione verso casa sua, finì nelle vicinanze della buia, piuttosto malfamata stradina nella quale, poco meno di ventiquattr’ore prima, aveva seguito una creatura perduta nella sua abitazione povera epperò accogliente. Perduta, proprio lei? E proprio quella stradina, malfamata? Come invero si designano e si giudicano continuamente, sedotti dalle parole, strade, destini, persone per inerzia d’abitudine. Quella fanciulla non era stata in fondo la più graziosa, anzi perfino la più pura di tutti gli insoliti casi con i quali s’era imbattuto la notte scorsa? Provava della commozione se pensava a lei. E allora ricordò anche il proprio proposito del giorno prima; con decisione repentina acquistò nel negozio più vicino ogni genere di cibaria; e mentre camminava lungo i muri delle case con il pacchettino, si sentiva quasi lieto nella coscienza di essere in procinto di tenere una condotta perlomeno ragionevole, forse addirittura lodevole. Comunque tirò su alto il colletto quando entrò nell’atrio, salì i gradini a quattro a quattro, il campanello gli suonò nell’orecchio con un stridore indesiderato; e quando venne informato da una figura femminile, dal brutto aspetto, che la signorina Mizzi non era in casa, tirò un sospiro di sollievo. Invero, prima ancora che la donna avesse l’opportunità di prendere in consegna il pacchettino per l’assente, nell’anticamera entrò un’altra donnina, ancora giovane, non sgraziata, avvolta in una specie di cappa da bagno e disse: «Chi cerca il signore? La signorina Mizzi? Non verrà a casa tanto presto.»
Quella anziana le fece segno di tacere; Fridolin però, quasi desiderasse con impellenza ricevere conferma di quello che in qualche modo aveva già presagito, osservò semplicemente: «È all’ospedale, non è vero?»
«Be’, se il signore lo sa lo stesso. Io invece sono sana, grazie a Dio», esclamò allegra accostandosi a Fridolin a labbra dischiuse e con uno sfacciato rovesciare all’indietro della parte superiore del corpo, sicché la cappa da bagno si aprì. Fridolin disse rifiutando: «Sono salito solo di passaggio per portare qualcosa a Mizzi», e gli sembrò d’un tratto di essere un ginnasiale. E con un tono nuovo, spassionato chiese: «In quale reparto si trova dunque?»
La giovane fece il nome di un professore nella cui clinica Fridolin, qualche anno prima, era stato assistente. E poi aggiunse biasimando bonaria: «Dia qua il pacchetto, glielo porto io domani. Può fidarsi che non piluccherò via niente. E la saluterò anche da parte sua e le riferirò che non le è stato infedele.»
Intanto però gli si fece più vicina e lo guardava ridendo. Ma quando egli indietreggiò un poco, smise subito e osservò consolatoria: «Entro sei, al massimo otto settimane, ha detto il dottore, è di nuovo a casa.»
Quando Fridolin uscì dal portone sulla strada, sentì un nodo alla gola; ma sapeva che così tanta commozione non doveva significare che un graduale logoramento dei suoi nervi. Assunse di proposito un passo più svelto e vivace di quanto fosse commisurato al suo stato d’animo. Questa esperienza doveva essere un ulteriore, un ultimo segno che nulla non doveva riuscirgli? Perché? Che fosse sfuggito a un pericolo così grande, poteva comunque significare anche un buon segno. Ed era proprio ciò che contava: sfuggire ai pericoli? Ogni altro genere di cosa gli incombeva. Non pensava affatto di abbandonare le ricerche della donna meravigliosa della notte prima. Adesso, certo, non era più il momento. E oltre a ciò si doveva esattamente ponderare in che modo quelle ricerche fossero da continuare. Sì, avere qualcuno con cui potersi consigliare! Ma non conosceva nessuno che avrebbe messo volentieri a parte dell’avventura della notte scorsa. Da anni non era effettivamente in confidenza con nessuna persona che non fosse sua moglie, e con quella poteva a malapena consigliarsi in questo caso, né in questo né in nessun altro. Perché la si poteva prendere come si voleva: Stanotte l’aveva fatto mettere in croce.
E adesso seppe perché i suoi passi, invece che nella direzione di casa, istintivamente seguitavano a portarlo in quella opposta. Non voleva, non poteva incontrare ora Albertine. La cosa più ragionevole era mangiare da qualche parte fuori per la sera, quindi dare un’occhiata in reparto ai suoi due casi – e in nessun modo essere a casa – «a casa!» – prima che potesse essere sicuro di trovare Albertine già addormentata.
Entrò in un caffè, uno dei più eleganti, tranquilli nelle vicinanze del municipio, telefonò a casa che non lo si aspettasse per cena, riattaccò in fretta affinché non venisse al telefono anche Albertine, poi sedette presso una finestra e tirò la tenda. In un angolo discosto prese subito posto un uomo; in soprabito scuro, abbigliato anche per il resto in modo non appariscente. Fridolin ricordò di aver già visto quella fisionomia da qualche parte nel corso della giornata. Naturalmente poteva anche essere una coincidenza. Prese in mano un giornale della sera e lesse, come aveva fatto la sera prima in un’altra caffetteria, qualche riga qua e là: notizie di avvenimenti politici, teatro, arte, letteratura, di piccoli e grandi sciagure d’ogni sorta. In una qualche città d’America, il cui nome non aveva mai sentito, era bruciato un teatro. Lo spazzacamino Peter Korand s’era buttato dalla finestra. Parve in qualche modo curioso che pure gli spazzacamini talvolta si ammazzassero, e si chiese d’istinto se il tipo si era prima lavato regolarmente oppure si era buttato nel vuoto nero com’era. In un albergo distinto di centro città stamane alle prime ore si era avvelenata una signora che era discesa là da pochi giorni sotto il nome di una certa baronessa D., una bella signora attraente. Fridolin si sentì immediatamente preso da presentimenti. La signora era arrivata a casa il mattino alle quattro in compagnia di due uomini che si erano accomiatati da lei all’ingresso. Alle quattro. Proprio l’ora in cui era arrivato a casa anche lui. E verso mezzogiorno era stata rinvenuta nel letto priva di conoscenza – così si continuava – con i sintomi di un grave avvelenamento… Una bella signora attraente… Suvvia, c’erano parecchie belle, giovani signore attraenti… Non c’era motivo di supporre che la baronessa D., anzi la signora che era discesa all’albergo sotto il nome di baronessa D. e una certa altra fosse un’unica e medesima persona. Epperò gli batteva il cuore e il foglio gli tremava in mano. In un distinto albergo cittadino… in quale -? Perché tanti misteri? – Tanta discrezione?…
Lasciò cadere il foglio e vide che, contemporaneamente, l’uomo là nell’angolo discosto spostava, come una tenda davanti al proprio volto, un periodico, un grande periodico illustrato. Subito anche Fridolin riprese in mano il suo foglio e in quell’istante seppe che la baronessa D. non poteva essere altri che la donna della notte prima… In un distinto albergo cittadino… Non c’era molto da considerare – relativamente a una baronessa D. … E adesso, succedesse quel che succedesse – questa traccia doveva essere seguita. Chiamò il cameriere, pagò e uscì. Sulla porta si girò ancora una volta verso l’uomo sospetto nell’angolo. Il quale tuttavia era stranamente già scomparso…
Grave avvelenamento… Però era viva… Al momento in cui la si era rinvenuta, era ancora viva. E infine non c’era motivo alcuno di presumere che non fosse salva. In ogni caso, fosse viva o morta – l’avrebbe trovata. E l’avrebbe vista – in ogni caso – morta o in vita. L’avrebbe veduta; nessuno al mondo poteva impedirgli di vedere la donna che per parte propria, anzi, che per lui aveva affrontato la morte. Egli era colpevole della morte di lei – lui solo – se era morta. Sì, lo era. Arrivata a casa alle quattro del mattino in compagnia di due uomini! Probabilmente gli stessi che un paio d’ore dopo avevano portato alla stazione Nachtigall. Non avevano certo problemi di coscienza, questi signori.
Si fermò sulla grande piazza spaziosa davanti al municipio guardando da tutte le parti. Poche persone soltanto si trovavano all’interno del suo campo visivo, l’uomo sospetto della caffetteria non era tra loro. E comunque – i signori avevano paura, quello dominante era lui. Fridolin proseguì in fretta, sul ring prese una carrozza, si fece prima portare all’Hotel Bristol e s’informò dal portiere, come vi fosse autorizzato o incaricato, se la signora baronessa D., che notoriamente si era avvelenata la mattina, avesse risieduto lì nell’albergo. Il portiere non parve per niente meravigliato, probabilmente ritenne Fridolin un uomo della polizia o altrimenti un funzionario pubblico, in ogni caso rispose gentilmente che l’evento spiacevole non era avvenuto lì ma nell’Hotel Erzherzog Karl…
Fridolin si recò subito all’albergo indicato ottenendovi l’informazione che la baronessa D. era stata portata subito dopo il suo rinvenimento all’ospedale. Fridolin s’informò del modo in cui era avvenuta la scoperta del tentativo di suicidio. Quale motivo dunque aveva prodotto il preoccuparsi già a mezzogiorno per una signora che invero era rincasata solo alle quattro di mattina? Be’, era semplicissimo: due uomini (quindi ancora due uomini!) avevano chiesto di lei alle undici antimeridiane. Dal momento che la signora non aveva risposto a ripetute chiamate per telefono, la cameriera aveva bussato alla porta; siccome nulla s’era mosso e la porta era stata chiusa a chiave dall’interno, non era rimasto altro da fare che aprirla a forza, e allora si era rinvenuta la baronessa giacere nel letto priva di coscienza. Si era avvertita immediatamente la compagnia di soccorso e la polizia.
«E i due uomini?» domandò aspro Fridolin e sembrò a se stesso uno della polizia segreta.
Sì, gli uomini, c’era da immaginarlo, quelli intanto erano spariti senza lasciar traccia. Del resto non poteva affatto essersi trattato di una baronessa Dubieski, nome sotto il quale la signora s’era notificata all’albergo. Era scesa per la prima volta a questo hotel e non esisteva nessuna famiglia con quel nome, comunque nessuna nobile.
Fridolin ringraziò per l’informazione, si allontanò abbastanza in fretta poiché uno dei direttori dell’albergo, appena presentatosi cominciò a squadrarlo con spiacevole curiosità, rimontò in carrozza facendosi condurre all’ospedale. Pochi minuti dopo, all’accettazione, apprese non solo che la presunta baronessa Dubieski era stata ricoverata alla seconda clinica interna, bensì che nel pomeriggio alle cinque, nonostante tutte le prestazioni mediche – senza aver ripreso conoscenza – era morta.
Fridolin trasse un profondo respiro, così credeva, ma era stato un pesante sospiro che gli si era strappato. L’impiega di turno levò lo sguardo su di lui con un certo stupore. Fridolin si riprese subito, si congedò cordialmente e un minuto dopo era all’aperto. Il giardino dell’ospedale era quasi deserto. In un viale limitrofo, sotto un lampione, un’infermiera in camice a strisce bianche e azzurre e cuffietta bianca passava in quel momento. «Morta», disse Fridolin tra sé. – Se lo è. E se non lo è? Se è ancora viva come posso trovarla?
Dove si trovasse la salma della sconosciuta in quel momento, a questa domanda sapeva rispondere facilmente. Dato che era morta soltanto da poche ore, in ogni caso si trovava nella camera mortuaria, appena poche centinaia di passi da lì. Difficoltà per lui, in quanto medico, di avervi accesso pure a quell’ora tarda, non ce n’erano naturalmente. Certo ne conosceva solo il corpo, non ne aveva mai veduto il viso, proprio solo un barlume fuggevole colto al volo nell’istante in cui aveva abbandonato, la notte prima, la sala da ballo o, per meglio dire, era stato cacciato dalla sala. Ma che su quella circostanza finora non avesse riflettuto, derivava dal fatto che in tutte quelle ultime ore trascorse, da che aveva letto la notizia sul giornale, si era immaginato la suicida il cui viso non conosceva, con i lineamenti di Albertine, anzi, come seppe solo ora rabbrividendo, il fatto che la sua consorte gli stava sospesa davanti agli occhi esclusivamente come la donna che cercava. E una volta ancora si domandò, che desiderava davvero nella camera mortuaria? Certo, l’avesse ritrovata viva, oggi, domani – nel corso degli anni, quando, dove e in qualunque ambiente – l’avrebbe incontestabilmente riconosciuta, ne era convinto, anzitutto dal portamento, dalla voce. Adesso invece doveva rivedere soltanto il corpo, un corpo morto di donna e un volto di cui non conosceva che gli occhi – occhi che adesso erano spenti. Sì – conosceva quegli occhi e i capelli che si erano sciolti di colpo in quell’ultimo momento prima che lo si fosse cacciato dalla sala e che avevano avvolto la figura ignuda. Sarebbe bastato per fargli sapere con assoluta certezza se era o non era lei?
E lentamente, a passi indecisi prese la via attraverso i cortili ben noti verso l’istituto di anatomia-patologia. Trovò aperto il portone sicché non ebbe bisogno di suonare. Il pavimento di pietra riecheggiò sotto i suoi passi mentre percorreva il corridoio malamente illuminato. Un odore familiare, in qualche misura domestico di ogni sorta di sostanza chimica che sovrastava la fragranza consueta di questo edificio, avvolse Fridolin. Bussò alla porta del laboratorio di istologia dove poteva aspettarsi che ci fosse ancora un assistente al lavoro. Su uno sgarbato «Avanti» Fridolin entrò nel locale, alto, addirittura illuminato a festa, nel cui centro, gli occhi appena distaccati dal microscopio, quasi aspettasse proprio Fridolin, si alzò dalla sedia il suo vecchio collega di studi, l’assistente dell’Istituto, il dottor Adler.
«Oh, caro collega», lo salutò il dottor Adler comunque un po’ contrariato ma contemporaneamente stupito, «cosa mi procura l’onore a ora così inconsueta?»
«Scusa il disturbo», disse Fridolin. «Sei in piena attività.»
«Senz’altro», replicò nel tono aspro che gli era tipico ancora dall’adolescenza. E soggiunse più dolcemente: «Che si farebbe altrimenti in questo sacro padiglione a mezzanotte? Ma tu naturalmente non mi disturbi per niente. In cosa ti posso essere utile?»
E siccome Fridolin non rispose subito: «L’Addison che ci avete portato giù oggi sta ancora di là in graziosa integrità. L’autopsia domattina alle otto e trenta.»
E a un gesto negativo di Fridolin: «Ah così – il tumore alla pleura! Be’ – l’esame istologico è risultato un inconfutabile sarcoma. Quindi non avete da darvene pensiero.»
Fridolin scosse di nuovo il capo. «Non si tratta di nessuna – faccenda di servizio.»
«Be’, tanto meglio», disse Adler, «credevo già che ti spingesse quaggiù nottetempo la cattiva coscienza.»
«È cosa in relazione con la cattiva coscienza o almeno con la coscienza in genere», ribatté Fridolin.
«Oh!»
«Per farla breve», – si sforzò di assumere un tono asciutto-innocente – «desidererei senz’altro delle informazioni riguardo alla persona di una donna che è morta stasera alla seconda clinica, per avvelenamento da morfina e adesso dovrebbe essere quaggiù, una certa baronessa Dubieski.» E proseguì in fretta: «Perché ho un’ipotesi: che questa presunta baronessa Dubieski sia una persona che ho conosciuto di sfuggita anni fa. E mi interesserebbe sapere se la mia ipotesi è giusta.»
«Suicidium?» domandò Adler.
Fridolin annuì. «Sì. Suicidio», tradusse quasi desiderasse riassegnare con ciò alla faccenda il suo carattere privato.
Adler puntò l’indice umoristicamente teso su Fridolin. «Sfortunato amore per Voi Illustrissimo?»
Fridolin negò, un poco seccato. «Il suicidio di questa baronessa Dubieski non ha minimamente a che fare con la mia persona.»
«Per favore, per favore, non voglio essere indiscreto. Possiamo accertarci subito. Per quanto ne so stasera non è arrivata nessuna richiesta dalla medicina legale. Ma in ogni caso -»
Autopsia giudiziaria, guizzò nel cervello di Fridolin. Poteva ben essere questo il caso. Chissà se il suo suicidio era, in generale, volontario? Gli vennero in mente di nuovo i due uomini che eran scomparsi dall’albergo così di colpo dopo aver saputo del tentativo di suicidio. La faccenda poteva anche svilupparsi in un affare criminale di prim’ordine. E lui – Fridolin – non verrebbe convocato proprio come testimone – anzi, non era di fatto impegnato a presentarsi spontaneamente in tribunale?
Seguì il dottor Adler nel corridoio in direzione della porta di fronte che era socchiusa. Il locale alto, spoglio era malamente illuminato da due fiamme abbassate di un lampadario a gas a due bracci. Dei dodici o quattordici tavoli per i cadaveri solo un piccolo numero era occupato. Qualche corpo giaceva là nudo, sugli altri erano distesi dei lenzuoli. Fridolin si accosto al primo tavolo subito vicino alla porta tirando via con cautela la tela dalla testa del cadavere. La luce accecante della lampadina tascabile del dottor Adler vi cadde di colpo. Fridolin vide una gialla faccia di uomo dalla barba grigia e la ricoprì subito col lenzuolo funebre. Sul tavolo dopo giaceva un ossuto corpo ignudo di fanciullo. Il dottor Adler, da un altro tavolo, disse: «Una tra i sessanta e i settanta che perciò non sarà neanche lei quella.»
Fridolin invece, come attratto d’improvviso, andò alla fine della sala, da dove un pallido corpo di donna gli mandava un debole chiarore. Il capo era abbassato di lato; lunghe, scure ciocche di capelli cadevano giù fin quasi al pavimento. Involontariamente Fridolin tese la mano per raddrizzare la testa, ma esitò con una soggezione che a lui, al medico, era altrimenti estranea. Il dottor Adler s’era avvicinato e osservava indicando dietro di sé: «Son tutti fuori discussione – – lei allora?» E fece luce con la lampadina elettrica sulla testa della donna che Fridolin, vincendo la propria soggezione, aveva appena afferrata con ambedue le mani sollevandola un poco. Un viso bianco con le palpebre socchiuse fissava verso di lui. La mascella inferiore pendeva in giù rilassata, il piccolo labbro superiore, ritratto, lasciava scorgere la carne bluastra della lingua e una fila di denti candidi. Se quel volto una qualche volta fosse, ancora il giorno prima, fosse stato ancora bello – Fridolin non sarebbe stato in grado di dirlo – era un volto morto, vuoto, del tutto insignificante. Poteva appartenere altrettanto bene a una ottantenne che a una di trentotto anni.
«È lei?» domandò il dottor Adler.
Fridolin si piegò giù profondamente, senza volerlo, come se il suo sguardo penetrante potesse strappare una risposta ai lineamenti irrigiditi. E, a un tempo, certo seppe: fosse anche davvero il suo volto, i suoi occhi, quei medesimi occhi che il giorno prima, così caldi di vita, avevano brillato nei suoi, non lo avrebbe saputo, non poteva – in fin dei conti addirittura non voleva saperlo. E, dolcemente pose di nuovo la testa sul piano lasciando vagare lo sguardo lungo il corpo morto, guidato dalla luce vagante della lampadina elettrica. Era il suo corpo? – che, meraviglioso, in fiore, desiderava ancora ieri in modo tanto tormentoso? Vedeva un collo rugoso, giallognolo, vedeva due mammelle piccole e inflaccidite tra le quali, come se l’opera della decomposizione fosse ormai approntata, lo sterno si stagliava in spietata evidenza sotto la pelle smunta; vedeva la rotondità bruno chiaro del basso ventre, vedeva come da un’ombra, divenuta senza segreti e senza senso, le cosce tornite si aprivano noncuranti, vedeva le arcate delle ginocchia, lievemente girate all’infuori, il bordo netto delle tibie e i piedi snelli con le dita dei piedi piegate all’interno. Tutto questo ripiombò rapidamente, una parte dopo l’altra, nell’oscurità poiché il cono di luce della lampadina elettrica rifece all’indietro il percorso velocissimamente, finché rimase fermo, finalmente, con lieve tremolio, sul volto smorto. Senza volerlo, anzi, come costretto e guidato da una forza invisibile, Fridolin sfiorò la fronte con tutt’e due le mani, le guance, le spalle, le braccia della donna morta; poi strinse, come in un gioco d’amore, le proprie dita in quelle della morta, e rigide com’erano gli parve che tentassero di muoversi, di ghermire le sue; gli parve anzi che da sotto le palpebre socchiuse vagasse verso il proprio, uno sguardo distante, slavato; e, come magicamente attratto, si chinò.
Ecco, d’un tratto, si sussurrò dietro di lui: «Ma cosa fai dunque?»
Fridolin si riebbe repentino. Liberò le dita da quelle della morta, strinse i suoi polsi esili e depose con cura, anzi con una certa pedanteria le braccia gelide a lato del torso. Aveva l’impressione che solo ora, proprio in quel momento, quella donna fosse morta. Poi si distolse, diresse il passo verso la porta per il corridoio echeggiante, tornò nel laboratorio che si era lasciato prima. Il dottor Adler lo seguì in silenzio chiudendo a chiave dietro di loro.
Fridolin andò al lavandino. «Tu permetti», disse lavandosi accuratamente le mani con Lysol6 e sapone. Intanto il dottor Adler parve avere intenzione di riprendere il proprio lavoro interrotto. Aveva acceso di nuovo il relativo dispositivo luminoso, girò la vite del micrometro guardando nel microscopio. Quando Fridolin gli si accostò per accomiatarsi, il dottor Adler era interamente sprofondato nel lavoro.
«Vuoi dare un po’ un’occhiata al preparato?» chiese.
«Perché?» chiese Fridolin assente.
«Be’, per tranquillizzarti la coscienza», replicò il dottor Adler, – come se supponesse invece, che la visita di Fridolin avesse avuto solamente uno scopo scientifico-medico.
«Ti raccapezzi?» chiese mentre Fridolin guardava nel microscopio. «In effetti è un sistema di colorazione piuttosto nuovo.»
Fridolin annuì senza staccare gli occhi dalla lente. «L’ideale», osservò, «un’immagine sfarzosamente colorata, si potrebbe dire.»
E s’informò di diversi dettagli della nuova tecnica. Il dottor Adler gli dava i chiarimenti desiderati, e Fridolin espresse l’opinione che questo nuovo metodo avrebbe prestato probabilmente un buon servizio per un lavoro che egli si proponeva prossimamente. Chiese il permesso per sé, l’indomani o il giorno dopo, di poter tornare a prendere ulteriori delucidazioni.
«Sempre volentieri a disposizione», disse il dottor Adler, accompagnò Fridolin lungo le risonanti piastrelle di pietra fino al portone, che intanto era stato chiuso, e lo aprì con la sua chiave personale.
«Resti ancora?» domandò Fridolin.
«Ma naturalmente», replicò il dottor Adler, «sono le ore di lavoro più belle – da mezzanotte all’alba. Qui almeno si è abbastanza al sicuro dai disturbi.»
«Dai!», – disse Fridolin con un lieve sorriso di colpevolezza.
Il dottor Adler mise, rassicurante, la mano sul braccio di Fridolin, poi chiese con una certa discrezione: «Allora – era lei?»
Fridolin esitò un istante, poi annuì muto, ed era a malapena conscio che quella risposta affermativa significava forse una cosa non vera. Perché, se la donna che giaceva ora, di là nella camera mortuaria, era la stessa che aveva tenuto tra le braccia nuda, ventiquattr’ore prima ai suoni selvaggi dell’esecuzione pianistica di Nachtingall, o se questa morta era una qualunque altra, una sconosciuta, una totalmente estranea che mai aveva incontrato prima; lui sapeva: Anche se la femmina che aveva cercato, bramato, forse amato per un’ora, era ancora in vita, e seguitava a vivere quella vita come sempre; – ciò che giaceva dietro di lui nel salone a volta, alla luce di guizzanti fiamme a gas, ombra tra le ombre, oscure, senza senso e senza segreti come lei – per lui significava, per lui non poteva significare più nient’altro che la pallida salma della notte trascorsa destinata a irrevocabile decomposizione.

VII

S’affrettò verso casa attraverso i vicoli tenebrosi, deserti, e pochi minuti dopo, dopo che si fu spogliato nel suo studio come ventiquattr’ore prima, entrò il più leggermente possibile nella camera da letto matrimoniale.
Udiva il respiro tranquillo-regolare di Albertine e ne vedeva il contorno del capo delinearsi sul cuscino bianco. Un sentimento di tenerezza, anzi di intimità, come non s’aspettava, gli penetrò nel cuore. E si propose di raccontarle presto, probabilmente fin dall’indomani, la storia della notte trascorsa, proprio così, come se tutto quanto aveva provato fosse stato un sogno – e allora, soltanto quando lei avesse sentito e conosciuto la totale inconsistenza della sua avventura, intendeva confessarle che era stata realtà. Realtà? si domandò -, e in quel momento si accorse, vicinissimo al volto di Albertine sul cuscino vicino, sul suo, di qualcosa di scuro, definito, come le linee ombreggiate di un viso umano. Per un istante il cuore gli si fermò, l’attimo dopo sapeva già di cosa si trattava, afferrò dal cuscino e tenne in mano la maschera che aveva indossato durante la notte scorsa, che gli era scivolata via, senza che se ne accorgesse, mentre stamattina avvolgeva il pacco, e doveva essere stata rinvenuta dalla cameriera o dalla stessa Albertine. Così non poteva neanche dubitare, che Albertine da quella scoperta non immaginasse svariate cose e, presumibilmente anche di più e anche peggio di quel che era accaduto di fatto. Certo, il modo in cui glielo faceva capire, la sua idea di deporre accanto a sé sul cuscino la maschera scura, quasi avesse inteso significare che il suo volto, del marito, le era divenuto incomprensibile, quel modo scherzoso, quasi baldanzoso nel quale pareva contemporaneamente espresso un moderato ammonimento e la premura del perdono, dava a Fridolin la speranza sicura che lei, ben rammentando il suo stesso sogno -, che poteva anche essere accaduto, era incline a non prenderlo troppo sul serio. Fridolin però, d’un tratto allo stremo delle forze, fece scivolare la maschera a terra, scoppiò in singhiozzi, lui stesso senza aspettarselo, rumorosamente e dolorosamente, sprofondò giù nel letto e pianse sommesso nel cuscino.
Dopo qualche secondo sentì una mano morbida accarezzarlo sui capelli. Allora levò il capo e dal profondo del cuore gli si strappò: «Voglio raccontarti tutto.»
Lei levò dapprima la mano come per una lieve resistenza; egli l’afferrò, la tenne tra le sue, la guardò interrogativo e insieme implorante, lei annuì ed egli cominciò.
Il mattino albeggiava grigio dalle tende quando Fridolin concluse. Nemmeno una volta Albertine l’aveva interrotto con una domanda di curiosità o d’impazienza. Sentiva bene che non intendeva né poteva tacere nulla. Stette là calma, le braccia incrociate alla nuca, e tacque ancora a lungo quando Fridolin aveva già da tempo terminato. Finalmente – stava disteso al suo fianco – egli si chinò su di lei e, al suo viso immobile, dai grandi occhi chiari nei quali ora pareva sorgere il giorno, chiese dubbioso e insieme pieno di speranza: «Che dobbiamo fare, Albertine?»
Lei sorrise, dopo un piccolo indugio rispose: «Essere grati alla sorte, credo, di essere usciti illesi da ogni avventura – da quelle reali e da quelle sognate.»
«Ne sei proprio sicura?» domandò.
«Così sicura come immagino che la realtà di una sola notte, anzi, che nemmeno l’intera vita di una persona ne significhi contemporaneamente anche l’intima verità.»
«E nessun sogno», sospirò piano lui, «è interamente sogno.»
Lei gli prese il capo con le mani e lo adagiò sul proprio petto. «Adesso ci siamo ben svegliati», disse -, «a lungo»
Per sempre, voleva aggiungere lui, ma prima ancora di pronunciare le parole, lei gli pose un dito sulle labbra e sussurrò come tra sé: «Mai più interrogare, in futuro.»
Giacquero così in silenzio, entrambi ancora un poco assopiti e l’un l’altra vicini, senza sogni – finché come ogni mattina alle sette si bussò alla porta e, con il solito rumore dalla strada, con un vittorioso raggio di luce attraverso le tende e un limpido riso infantile da lì vicino, iniziò la nuova giornata.

Note

[1] Nosocomio.
[2] Corporazione studentesca [“tutti (gli) uomini”], in origine lega delle popolazioni della Germania occidentale di discendenza sveva. Gli Alemanni combatterono con successo contro i Romani ed estesero il loro territorio nell’epoca delle invasioni barbariche dal Main alle Alpi. Dopo il 496 la regione venne incorporata nel regno di Francia.
[3] Alcune delle espressione di Nachtigall sono di grafia alterata per riprodurre la sonorità polacca.
[4] In originale Feme, o Fehme, o Veme tribunale segreto tedesco nel medioevo composto dai giudici conti di Westfalia, che rispondeva direttamente al re.
[5] Stellwag von Carion (1823-1904) oculista austriaco.
[6] Marca di disinfettante.

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