BALLA COI LUPI: INTERVISTA A KEVIN COSTNER – di Elisa Leonelli [Ciak]

2018-01-31T08:27:37-08:00 January 31st, 2018|Categories: CINEMA|Tags: , , , , |
  • Dances with Wolves (1990) - Kevin Costner as Lt. John J. Dunbar / Dances with Wolves and Mary McDonnell as Stands With A Fist

di Elisa Leonelli

Kevin Costner, l’unica star che sembra in grado di continuare la tradizione dei Cooper e dei Fonda, dopo il violento Revenge torna in scena alla grande: ha infatti deciso di debuttare nella regia scegliendo un genere sempre meno frequentato come il western e con un film, accolto molto positivamente tanto dalla critica che dal pubblico, che è un vero e proprio atto d’amore nei confronti della cultura indiana. Inoltre come attore, e ve ne parliamo nel prossimo servizio, ha affrontato un personaggio classico dell’avventura: Robin Hood

A Kevin Costner il cinema piace classico. Non è un caso se, quando qualcuno gli chiede quali siano i suoi attori preferiti, citi Henry Fonda, Spencer Tracy e Paul Newman. D’altra parte, ogni volta che riviste come «Time» e «Vanity Fair» gli dedicano un servizio di copertina, fanno a gara a paragonarlo a classici eroi dello schermo come Cary Grant e Jimmy Stewart. Perciò, se già ai tempi di Gli intoccabili o Senza via di scampo, Costner si era guadagnato l’onorevole titolo di unico autentico erede della grande tradizione hollywoodiana, il suo «eroismo» e la sua «classicità» sono ancora più evidenti dopo Balla coi lupi (Dance With Wolves), il film che Costner ha scelto per debuttare nella regia. Balla coi lupi è stata una vera e propria rischiosissima scommessa, vinta in maniera imprevista e trionfale. Per prima cosa, pareva assolutamente impossibile trovare un produttore, perché per Hollywood il western è un genere da tempo defunto che al botteghino non fa una lira. Per di più, Co­stner aveva l’intenzione di rispettare il popolo indiano, a cui il film è dedicato, non solo da un punto di vista culturale, ma anche linguistico: nella versione originale, infatti, gli indiani parlano nella loro lingua e la traduzione è affidata ai soli sottotitoli. Così, ben deciso ad arrivare in fondo al suo «eroico» progetto, Costner ha praticamente fatto tutto da solo: ha interpretato il film senza alcuna star e circondato unicamente da indiani, lo ha diretto, ha voluto accanto amici fidati come il produttore Jim Wilson e lo scrittore Michael Blake (che ha scritto la sceneggiatura dal suo romanzo) e ha messo il fratello Dan a capo della sua casa di produzione, la Tig Production (Tig era il soprannome di sua nonna). Oltre a dover imparare la difficile arte della regia «sul campo», Costner è stato anche costretto tenere a bada i finanziatori del film, allarmati dal­l’aumento del budget e dei tempi di lavorazione. Alla fine tutti i media erano col fucile puntato, l’ironia si sprecava e il pronostico era per tutti già scontato: «Balla coi lupi» sarebbe stato un sonoro insuccesso e Costner avrebbe ricevuto la «giusta» punizione per la sua superbia. E invece, a dispetto di tutti, questa storia semplice, classica, ecologica e sentimentale — il film racconta l’avventura tut­ta interiore di un ufficiale di cavalleria della guerra civile americana, che, partito da solo verso le praterie del Sud-Ovest, viene adottato da una tribù Sioux e s’innamora di una donna bianca allevata dagli indiani — è stata concordemente lodata dalla critica, ottenendo anche un lusinghiero successo di pubblico (più di 17 milioni di dollari nelle tre prime settimane di programmazione). Ma lasciamo ora che sia Costner stesso a raccontarci que­sta sua avventura cinematografica.

Ciak: Perché ha scelto questo soggetto per il debutto nella regia?

Costner: «L’idea di un uomo a cavallo che porta dietro la sella tutto ciò che possiede, che è totalmente autosufficiente, è per me molto romantica. A 18 anni mi costruii una canoa e me ne andai in giro per i fiumi che i grandi esploratori Lewis e Clark navigarono durante la scoperta della costa del Paci­fico nel Nord-Ovest (la spedizione di Wil­liam Clark e Meriwether Lewis si svolse nel 1804-1806, n.d.r.). Non è tanto sorprendente quindi che faccia un film sul periodo della storia americana durante e dopo la guerra civile. (Balla coi lupi si svolge nel 1863, n.d.r.)».

Ciak: Ci racconta di cosa par­la il film?

Costner: «Tratta specifica- mente di come il mio paese, gli Stati Uniti, si è formato. È ambientato nel Far West e parla dell’incontro e scontro di due culture, è una storia di gente che vuole comunicare. Non spiega tanto come abbiamo conquistato il West, ma come l’abbiamo perso. Ha proporzioni epiche, è girato a grande schermo, e coinvolge cavalli e battaglie».

Ciak: Che cosa ne pensa del trattamento ricevuto dagli indiani in America?

Costner: «Non ho fatto questo film per raddrizzare i torti da un punto di vista politico, ma il fatto è che siamo responsabili di un genocidio in questo paese e non ce ne rendiamo nemmeno conto. Ci piace puntare il dito sul trattamento dei negri nel Sud Africa o degli ebrei ai tempi di Hitler, ma noi abbiamo eliminato una per una tutte le tribù indiane d’America, non esistono più. E rappresentavano le cose migliori dello spirito americano. È molto comodo far finta che non sia successo. È incredibile come ab­biamo distrutto un popolo e una cultura per ottenere quello che volevamo».

Ciak: Le è piaciuto fare il regista?

Costner: «Mi sono divertito e l’ho trovata una sfida molto interessante. Mi piacciono tutti gli aspetti del cinema, lavoro sodo, ma mi diverto anche molto, mi sento a mio agio in questo ambiente. Probabilmente questa è stata la cosa più difficile che abbia mai fatto».

Ciak: Che difficoltà ha avuto?

Costner: «E molto difficile fare il cinema, per questo non ci riescono in molti. Io non sono come questi ragazzini di oggi che hanno preso in mano la videocamera da bam­bini, e quando arrivano all’università han­no già girato 15 film e sanno tutto su come funzionano le riprese e su che inquadrature devono fare. Io ho dovuto fare tutti gli er­rori per scoprire come lavorare, come se fos­se la prima volta. Non sapevo sempre dove era meglio mettere la macchina da presa, ma quando ero incerto puntavo al centro del dramma, dove era la verità della scena».

Ciak: Perché, oltre al regista, ha fatto an­che l’attore e il produttore?

Costner: «Ti trovi ad assumere tutti que­sti ruoli perché non riesci a trovare nessun altro che li voglia. Questo film era percepi­to come una storia commerciale, non c’era molta gente disposta a fare il regista o il pro­tagonista, così è toccato a me. Vedremo co­me andrà a finire, ci sono tanti stadi nella creazione di un film, soprattutto uno così grosso come questo».

Ciak: Come ha fatto a fare il regista di se stesso?

Costner: «Non ho avuto problemi; il ruolo non era molto difficile per me come attore, quindi sapevo a che punto ero in ogni sce­na. Ho usato l’aiuto del video, non solo per me, ma per tutti gli altri attori; glielo face­vo vedere per fare capire cosa intendevo fare. Il mio problema più grosso è stato con le scene d’azione, non ero molto bravo quan­do si trattava di far passare dieci cavalli davanti alla macchina da presa e un cavaliere doveva cadere. Questo film non sarà memorabile per quello. Non ho avuto l’esperien­za di fare il regista televisivo per esempio, dove ogni settimana impari a girare scontri d’auto e quel genere di cose».

Ciak: Lo rifarebbe?

Costner: «Penso di sì, ma probabilmente non sceglierei un progetto così ambizioso. A volte mi trovavo davanti 5 o 600 perso­ne, inclusi cavalli, bambini e gente che par­lava solo la lingua degli indiani, quindi ho avuto molti problemi».

Ciak: È stato difficile gestire i rapporti coi finanziatori del film?

Costner: «Sì, soprattutto perché volevo raccontare una storia, e non volevo essere limitato fin dall’inizio da una lunghezza prestabilita. Non volevo lasciare queste decisioni ai finanziatori; non è che voglio giocare coi soldi degli altri, ma questo film per me non è solo una questione di denaro, io ci metto l’anima nel mio lavoro. Quindi ho cercato di togliermi di dosso questa gente, so­no entrati nel mondo del cinema perché ne abbiamo bisogno ma non ho una grande opinione di loro, ti mettono i bastoni tra le ruote tanto quanto ti aiutano. Pensano solo al loro investimento, il che è legittimo, ma non hanno idea di come si fa il cinema, e lo spirito del film resta intrappolato. Sono una persona responsabile e non spendo in modo frivolo, ma il budget è solo un’approssima­zione di quello che verrà a costare un film, e mi devo battere per girare il mio film».

Ciak: È vero che ha superato il budget e i limiti di tempo previsti?

Costner: «Abbiamo girato 24 giorni oltre previsto, ma il budget, che era di 16 milioni di dollari, è aumentato solo del 3 per cento, quindi vuol dire che abbiamo fatto bene il nostro lavoro. La gente che scrive quelle cattiverie, chiamando il film “Kevin’s Gate” (come Watergate) o “Costner’s Last Stand” (riferendosi alla sconfitta di Custer), non è molto intelligente, dice cose inesatte e fa solo del male».

Ciak: Quali sono i registi che ammira?

Costner: «Molti di quelli con cui ho lavo­rato: Larry Kasdan, Brian De Palma, Ste­ven Spielberg (con cui fece un episodio di Ai confini della realtà), Francis Coppo­la, Bernardo Bertolucci, John Ford. Il mio gusto non è all’avanguardia, non mi piacciono i registi della New Age, sono un tradizionalista».

Ciak: Che tipo di film preferisce fare?

Costner: «Cerco idee nuove e fresche, una sceneggiatura che mi porti da qualche parte emotivamente, una cosa in cui possa crede­re e che abbia un certo senso dell’umorismo. Mi chiedo se è un film che ha dentro una scintilla, e se varrà la pena di pagare sette dollari per andarlo a vedere. Mi fido soprat­tutto di un film scritto bene, se non lo è non ci si deve sorprendere se va a finir male».

Ciak: È vero che non fa film per i soldi?

Costner: «Tutti quelli che mi conoscono in questa città sanno che ho rifiutato di fare certi film, e nella mia categoria di attori mi sono stati offerti molti soldi; ma di quanti soldi hai bisogno? Non posso immaginare di fare un film per i soldi. All’inizio della mia carriera ho fatto degli errori, ma sono molto fiero degli ultimi film che ho fatto: Silverado, Gli intoccabili, Senza via di scampo, Bull Durham, L’uomo dei sogni sono esattamente i film che avevano promesso di essere, e la gente li vuole vedere perché sono ben fatti: i film che costano tanto non sono necessariamente i migliori. Scelgo di solito soggetti che nessuno voleva fare, che restano nel cassetto perché richiedono molto coraggio, film per adulti. Non sarei contento se i miei film non guadagnassero niente, sento la responsabilità di farli andare in pari finanziariamente. Questi film hanno avuto successo, ma non certo come Ritorno al futuro 2 o Arma letale 2, non hanno superato i 100 milioni di dollari di incasso».

Quando Costner afferma di non fare film per soldi, bisogna credergli sulla parola. Il suo ultimo «gran rifiuto» riguarda Caccia a Ottobre Rosso: avrebbe dovuto esserci lui, invece di Alec Baldwin, accanto a Sean Connery. La produzione gli aveva offerto 5 milioni di dollari, che lui ha rifiutato per dedicarsi anima e corpo a Balla coi lupi. D’altra parte, quasi tutta la carriera di Co­stner è contrassegnata da scelte intelligenti e spesso contro corrente. A partire da quello che avrebbe dovuto essere il suo primo ruolo importante: l’amico defunto di Il grande freddo, una parte che purtroppo venne eliminata in fase di montaggio. Co­stner ha poi affrontato i generi più diversi, riservandosi (con la sola eccezione del gial­lo spionistico Senza via di scampo) il ruolo dell’eroe, classico e spesso nostalgico: l’integerrimo poliziotto di Gli intoccabili, ralle­gro fratello di Scott Glenn del western Silverado, il romantico on the road di Fandan­go, l’asso del baseball in crisi di Bull Durham. Caratteristiche che ha mantenuto, ma soltanto in parte, anche negli ultimi due film che ha interpretato prima di Balla coi lupi: L’uomo dei sogni (ancora baseball più nostalgia del tempo perduto, cioè l’essenza del sogno americano) e Revenge (un noir molto più violento della media dei film di Costner).

Ciak: Crede nei sogni e nel soprannaturale come il protagonista di L’uomo dei sogni?

Costner: «No. Sogno come chiunque altro e certamente ci sono tante cose che volevo nella vita che si sono realizzate. Sono stato molto fortunato nella professione che ho scelto, mi è andata bene. Sfortunatamente non ho avuto delle esperienze soprannaturali come quelle del film, ma mi piacerebbe averle! Per realizzare i propri sogni nel cinema bisogna saperli comunicare, il pote­re di una buona idea può entusiasmare una stanza piena di gente, e nel mio caso gli studios. La mia fortuna non consiste nel vincere la lotteria, a me non succedono queste cose, ma nel fare i film a cui tengo».

Ciak: È soddisfatto che L’uomo dei sogni abbia ricevuto la nomination all’Oscar come miglior film?

Costner: «Certo penso che questo film sia degno di attenzione, perché sembra molto semplice per tanti versi, ma in realtà è mol­to delicato e difficile da realizzare senza cadere in toni falsi. I film di formula, come quelli di azione, li puoi sempre salvare con un inseguimento, o i film comici con una tor­ta in faccia, ma i film originali come questo richiedono dei film maker speciali. È stata una gran fatica per tutti noi far uscire fuori un film che era come lo avevamo inteso, per questo ci tengo ad appoggiarlo se posso. È una favola molto americana e probabilmente per questo non è andato bene all’estero».

Ciak: Il suo ultimo film, Revenge, è sen­suale, violento e scioccante, parla del potere dell’amore di distruggere una vita. Lei ha esercitato molta influenza sulla sceneggiatura e durante le riprese, che cosa pensa del risultato?

Costner: «Ci sono delle scene che sono state tagliate di cui sento la mancanza, come quella che dimostra la crudeltà del marito nel negare un figlio alla moglie. È vero che era volgare, ma era proprio quello il punto. Poi mi disturba il fatto che abbiano girato due finali, fortunatamente hanno usato quello dove la donna muore; si tratta di una tragedia dopo tutto. È un film su come la violenza è brutta e cattiva e trabocca, toccando un sacco di gente. Non sono d’accordo con questa usanza che se al pubblico non piace come va a finire un film, si cambia il finale; non interromperei mai uno che racconta una storia nel mezzo per chiedergli di cambiarla, preferisco sentire che cosa uno ha da dire, anche se non mi piace almeno avrà la scintilla della verità. Invece gli studios fanno questo ai registi continuamente, gli mettono i bastoni fra le ruote».

Ciak: In che direzione vorrebbe che andasse la sua carriera?

Costner: «Non si può avere una carriera perfetta, ma spererei che la mia fosse aggraziata, con un po’ di classe, come quella di Spencer Tracy per esempio. Non mi sono mai aspettato di diventare un numero uno e penso che non lo sarò mai, non ho quel tipo di ambizione e non faccio quei grossi film che ti fanno arrivare in testa. Non dico che i miei film siano meglio, o che siano sacri, ma almeno finiscono, non sono sequels».

Ciak: Progetti futuri?

Costner: «Ho tre film che sto sviluppando e che mi piacereb­be fare, ma non mi sono ancora impegnato. So che sarebbe pos­sibile prenotare un film dopo l’altro per anni nel futuro, ma non è necessariamente una buo­na cosa, perché credo che sia meglio lasciare una finestra aperta per le occasioni, perché possa succedere qualcosa nella vita. E magari troverò qualche altra cosa più importante del cinema da fa­re fra qualche anno. Non sono necessaria­mente legato a questa carriera».

Ciak: Cos’altro vorrebbe fare?

Costner: «Non voglio sputare sentenze, ma la vita è lunga, è come un viaggio. Per la strada incontrerò altra gente, e un domani farò altre cose. Non è che voglio abbandonare quello che sto facendo per sottrarmi alle mie responsabilità, ma mi riservo il diritto di cambiare vita, se improvvisamente trovo l’amore per una cosa nuova. Onestamente non so cosa potrebbe essere, non ho un piano segreto. Dico solo che il cinema non è la cosa più importante del mondo e che se trovo qualche altra cosa che mi piace fare mi ci butterò dentro. Chissà, potrei fare l’esploratore in cerca di un tesoro sepolto, vorrei mantenere dentro di me l’inno­cenza che avevo da bambino, il senso che la vita è un’avventura».

Ciak, Gennaio 1991; pp. 42-49

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