I resoconti tendenziosi della storia

In ogni paese c’è stata talvolta la tentazione di dare resoconti tendenziosi della propria storia, e con motivazioni che possono essere considerate di volta in volta giuste oppure no. Il patriottismo, se non è portato all’eccesso, è un sentimento nobile e legittimo. E nemmeno dovremmo condannare in modo sbrigativo e indiscriminato qualunque tentativo di alimentare quei miti storici che aiutano a consolidare il nostro senso di identità nazionale. Allo stesso tempo si deve pur ammettere che le leggende storiche possono avere esiti disastrosi se prese troppo seriamente, tanto più quando sono state manipolate o persino inventate nel deliberato tentativo di influire sulla politica o ingannare i posteri. Nei libri di testo per la scuola elementare oppure nella stampa popolare una certa dose di manipolazioni della storia può sembrare abbastanza innocente, ma queste manipolazioni sommandosi possono generare nell’opinione pubblica illusioni pericolose oppure concezioni errate relativamente alla potenza di una nazione e ai suoi reali interessi. Nessun paese è immune dalla tentazione di portare queste esagerazioni alle estreme conseguenze. Accade in ogni nazione che alcuni storici, invece di cercare semplicemente di comprendere e raccontare il passato, siano condizionati da interessi legati alla politica del momento e abbiano in mente piuttosto un qualche futuro idealizzato per il quale cercano una giustificazione storica. In casi estremi un tale atteggiamento può essere portato fino al punto di falsificare le prove documentali, magari assolvendo l’operato di un tiranno per legittimare poi una politica nazionale aggressiva, oppure per difendere la discriminazione razziale o la lotta di classe, o ancora per nascondere la corruzione di una élite governativa.

Quando si scrive di storia si può incorrere naturalmente in inesattezze di tipo diverso: si può trattare di inesattezze casuali o involontarie, derivate forse dal fraintendimento di un testo, o dovute a ricerche affrettate, o ancora al fatto che chi scrive è effettivamente all’oscuro dell’esistenza di prove che offrono una differente versione dei fatti. Evitare del tutto errori di questo genere è difficile anche per lo storico più onesto e scrupoloso. È pur vero poi che in qualche caso, nel quale si suppone sia stata operata deliberatamente una falsificazione, il danno è soltanto marginale. Per citare un piccolo esempio, viene alla mente una lettera del luglio 1860, scritta dal re Vittorio Emanuele II a Garibaldi; il fatto che ne esistessero versioni differenti fece nascere dei sospetti e fece supporre che qualche storico avesse voluto gettare una luce più favorevole sulla politica del re. Un episodio controverso ben più noto riguarda l’esecuzione sommaria di Mussolini nel 1945, descritta con resoconti assai contrastanti da persone diverse, anche da sedicenti testimoni oculari, cosicché permangono tuttora incertezze sul luogo e sul momento preciso in cui avvenne il fatto, come anche su chi ne fu realmente l’esecutore. Per quanto tali dubbi e contraddizioni offrano interessanti spunti di riflessione, hanno soltanto un’importanza minore.

Ognuno di noi sa, per esperienza personale, quanto inattendibili siano qualche volta i ricordi e con quale imprecisione, nonostante la buona fede, ritornino alla mente. Nel caso di un libro storico, qualora si sospetti la malafede, il lettore deve prendere in considerazione l’eventualità che l’autore di un documento possa essere stato mosso dal desiderio di ingraziarsi un potente protettore, oppure di difendere se stesso e i suoi alleati politici dall’accusa di avere commesso scorrettezze. D’altra parte, ogniqualvolta non vi siano indizi che suggeriscano la possibilità di una mistificazione, potrebbe risultare difficile verificare i fatti e si deve quindi accettare la probabilità che il loro resoconto sia disinteressato e accurato. Infatti, è raro riuscire ad appurare se un volume di memorie oppure un diario non siano stati parzialmente riscritti prima della pubblicazione, per ragioni politiche o semplicemente per farne un libro più interessante e leggibile. Le modifiche, talvolta, possono riguardare solamente l’aspetto linguistico, ad esempio per semplificare l’esposizione oppure per eliminare particolari apparentemente non pertinenti; ma l’esperienza ci suggerisce che non di rado si tratta di interventi più consistenti. È sempre bene ipotizzare che questo tipo di libri, a meno che non vi siano esplicite dichiarazioni del contrario, possano essere stati «ritoccati», in modo sostanziale o marginale, da un autore o da un curatore in grado di sfruttare i vantaggi del giudizio retrospettivo.

Le omissioni

Chiunque scriva di storia è necessariamente obbligato a scegliere solo una piccola quantità delle testimonianze disponibili, e se questo viene fatto con onestà, si tratta di una prassi ineccepibile quanto inevitabile. La necessità di semplificare ci ricorda tuttavia che la falsificazione si ottiene più facilmente attraverso le omissioni anziché per esplicite affermazioni. L’interpretazione del passato implicherà sempre una semplificazione, talvolta anche un eccesso di semplificazione (e di conseguenza la distorsione), ma esiste comunque una garanzia nel fatto che in seguito altri storici potrebbero criticare qualunque interpretazione non tenga conto di testimonianze pertinenti in grado di offrire una differente versione dei fatti. Più difficili da smascherare sono gli occultamenti compiuti non dagli storici, ma dagli attori principali dello scenario storico, nel qual caso il controllo può risultare impossibile. Le memorie pubblicate e i diari devono essere sempre esaminati tenendo presente questa possibilità; e lo stesso è vero in misura minore per le pubblicazioni ufficiali. I documenti diplomatici italiani stampati dopo il 1950 in più di cinquanta volumi hanno contribuito enormemente alla nostra conoscenza della politica estera, ma contengono importanti dispacci spediti ai curatori della raccolta dagli archivi privati di casa Savoia, e fintantoché gli originali rimangono segreti non c’è alcuna possibilità per gli studiosi di controllare l’accuratezza delle copie disponibili o di verificare i criteri in base ai quali sono stati selezionati.

Gli archivi privati

Questi dubbi potrebbero sembrare eccessivi, se non fosse che sappiamo bene quante altre pubblicazioni del secolo scorso siano inattendibili quando riguardano il capo dello Stato. Un altro problema relativo ai documenti di quell’epoca è costituito dall’abitudine dei ministri di trasferire sistematicamente e illegalmente i documenti ufficiali nei loro archivi privati quando lasciavano l’incarico, col risultato che nell’archivio pubblico ci sono lacune che forse non sarà mai possibile colmare.

È auspicabile che questa privatizzazione di documenti pubblici sia stata meno frequente nel periodo successivo, ma per molto tempo fu quasi una regola generale. Il conte Ottavio Thaon di Revel, quando divenne ministro della Guerra nel 1867, fu informato da un collega che si trattava di una procedura normale e che avrebbe dovuto adottarla anche lui per sua stessa tutela. Talvolta, questa pratica era dettata dall’esigenza di procurarsi del materiale per scrivere le proprie memorie, o da affidare a un eventuale biografo, ma altre volte vi era il deliberato proposito di favorire la carriera dell’ex ministro oppure di impedire che informazioni imbarazzanti dal punto di vista politico venissero nelle mani di un rivale che si fosse avvicendato nello stesso incarico.

Il generale Alfonso La Marmora, allorché divenne presidente del Consiglio, nel 1864, trovò gli archivi del ministero degli Esteri nel più completo disordine e si accorse che erano misteriosamente scomparsi i testi firmati di importanti trattati con Francia e Germania. Con suo personale imbarazzo, poi, scoprì anche che una relazione strettamente confidenziale del 1849, nella quale egli suggeriva di bombardare Genova con l’artiglieria, era finita in qualche modo nelle mani di un privato cittadino. Che queste lacune fossero casuali o che si trattasse di mancanze meno innocenti, esse documentano dunque una pratica abituale che in qualche caso indebolì l’efficacia dell’azione del governo.

Francesco Crispi, anch’egli presidente del Consiglio in un momento molto difficile per la gestione della politica estera, scoprì nel 1888 che il ministero degli Esteri non riusciva a trovare traccia di diversi accordi segreti stipulati nei precedenti venticinque anni. Questo significa che non soltanto la pubblica opinione, ma persino molti ministri venivano lasciati all’oscuro degli impegni vincolanti in politica estera, i quali obbligavano lo Stato italiano a intervenire in eventuali situazioni di emergenza che si fossero verificate in futuro.

Forse Crispi esagerava descrivendo questa scoperta, o forse era stato male informato dai suoi collaboratori. Rimane tuttavia il fatto che pochissimi fra i parlamentari disponevano di qualcosa che non fossero cognizioni piuttosto vaghe in merito agli accordi militari con la Germania; tale disinformazione coinvolgeva persino alcuni dei ministri più direttamente interessati, i quali invece avrebbero dovuto essere perfettamente al corrente degli obblighi che comportavano tali impegni, fra cui vi era anche quello di mandare un esercito italiano a combattere contro la Francia lungo il Reno. In particolare, il testo assai importante della Triplice Alleanza, che univa l’Italia alla Germania e all’Austria, venne a conoscenza del Parlamento solo nel 1915, quando, a più di trent’anni dalla firma, Gaetano Salvemini ne scoprì una copia tra le carte private del generale Carlo Felice di Robilant. Addirittura qualcuno fra i responsabili dei dicasteri interessati ne era stato tenuto all’oscuro, sebbene questo trattato impegnasse l’Italia a combattere in caso di attacco alla Germania o all’Austria: è evidente che questa ignoranza impedì una preparazione militare adeguata a impegni politici così vincolanti. Stupisce ancor di più il fatto che, nel 1915, il presidente del Consiglio Antonio Salandra non si curò affatto di consultare gli altri ministri o i comandanti dell’esercito prima di cambiar bandiera per combattere contro i tedeschi. Solo con grandi difficoltà si riuscì a mantenere segreto questo nuovo impegno e a nascondere l’imbarazzante constatazione che, per alcuni giorni, l’Italia era rimasta vincolata dagli obblighi sanciti, a schierarsi simultaneamente con entrambi i contendenti nella guerra che stava per iniziare.

La segretezza per la «raison d’état»

In ogni paese si invoca naturalmente la raison d’état per giustificare un certo grado di segretezza, ma un governo privo del freno fornito dal Parlamento e dalla stampa può essere tentato di anteporre gli interessi di partito a quelli nazionali. Vale la pena sottolineare che l’opinione pubblica italiana fu convinta dell’opportunità di combattere due terribili guerre mondiali proprio attraverso questo tipo di segretezza. Nel 1915 Antonio Salandra disponeva di prove molteplici e circostanziate che suggerivano come il Parlamento e l’opinione pubblica fossero molto riluttanti se non contrari a combattere a fianco di qualunque schieramento; con un atto di sfacciato cinismo egli scrisse in forma privata al suo ministro degli Esteri: noi due soli (è lui stesso a sottolineare le parole) dobbiamo metterci al lavoro per confondere le acque. Nel 1940 Mussolini prese una decisione analoga in completa autonomia, senza consultare nemmeno gli altri gerarchi fascisti o i capi delle forze armate, poiché temeva che qualcuno avrebbe opposto energiche rimostranze. In entrambe queste occasioni, nel 1940 come già nel 1915, ci si servì di una propaganda faziosa per convincere gli italiani ad accettare un fait accompli con il quale erano già stati segretamente e irresponsabilmente vincolati a un impegno.

La decisione presa nel 1940 da un solo uomo ebbe poi conseguenze assolutamente disastrose; anzi, fu all’origine della più grave catastrofe di tutta la storia d’Italia. Quella precedente, del 1915, non fu priva di qualche esito positivo, ma anch’essa fu causa di un’incalcolabile quantità di danni morali e materiali. Per di più, sebbene Salandra cercasse di fare del suo meglio per nascondere il fatto, alcuni dei più esperti politici d’Italia ritenevano a quel tempo che si sarebbe potuto ottenere un successo molto più sostanziale senza combattere e a un costo infinitamente minore. Stabilire chi avesse ragione, se Salandra o Giovanni Giolitti, dipende dalla nostra personale interpretazione della storia. L’Italia uscì alla fine vincitrice dalla prima guerra mondiale e per molti questo allora bastò a giustificare l’entrata in guerra. Ma va sottolineato, ancora una volta, che due guerre mondiali furono decise nella più completa segretezza, senza essere precedute da un dibattito libero e serio, e ciascuna di esse fu imposta al paese diffondendo valutazioni errate in merito al potenziale militare dell’Italia e ai suoi reali interessi.

Nel 1992 entrano in scena i magistrati

Più recentemente ci siamo trovati di fronte a falsificazioni e macchinazioni segrete dalle caratteristiche completamente diverse, da quando, cioè a partire dal 1992, alcuni magistrati tenaci si sono imbattuti in quello che all’inizio sembrava un banale caso di appropriazione indebita. Questa scoperta, un evento quasi casuale, ha offerto in realtà alla polizia e ai giudici la possibilità di indagare su una serie di indizi riguardanti una quantità di vicende oscure di ben altra importanza. Per i quarantanni precedenti e con grave danno per l’Italia, queste vicende avevano contribuito a occultare il malcostume di gran parte della classe politica e a deviare l’operato della democrazia parlamentare.

Quanto è emerso dal 1992 in poi conferma la sensazione che in nessun altro paese occidentale sia esistito un così gran numero di misteri di Stato e così potenzialmente disastrosi. Un sanguinario attentato dinamitardo avvenuto a Milano nel-l’ormai lontano 1969 fu dapprima irresponsabilmente attribuito ai terroristi di sinistra, successivamente ai neofascisti, e a tutt’oggi i fatti non sono stati ancora chiariti completamente. In questa vicenda, preoccupa soprattutto l’aver scoperto, molto tempo dopo, che polizia e servizi segreti militari avevano fabbricato alcune prove nel tentativo di falsare il quadro delle prove disponibili e mandare persone innocenti in prigione. Altrettanto misteriosi furono alcuni successivi attentati disastrosi in diverse altre città, di nuovo con perdite di vite umane: anche in questi casi è stato dimostrato come le prove siano state contraffatte o inventate per scopi politici; un modo di agire, questo, mutuato o piuttosto ereditato dalla polizia fascista. Un tale comportamento era apparso evidente già nel 1950, quando alcuni giornalisti scoprirono che il resoconto ufficiale del modo in cui il famoso bandito siciliano Salvatore Giuliano era stato assicurato alla giustizia era in realtà un’invenzione della polizia per nascondere la propria complicità con la mafia.

Senza dubbio, è ragionevole accostarsi con una certa dose di scetticismo ai vari casi che, di anno in anno dopo la guerra, sono stati sollevati dalla stampa in merito a una serie di altri cadaveri eccellenti e ai diversi scandali politici attribuiti a ognuno di essi. Tuttavia, è sorprendente che alcuni di questi decessi rimangano misteriosi nonostante tutti i tentativi fatti per scoprire la verità. Per esempio, persistono forti dubbi sul presunto suicidio, all’inizio degli anni Ottanta, dei due facoltosi banchieri del Vaticano, Roberto Calvi e Michele Sindona, che con le loro attività pesantemente illegali hanno frodato molti privati cittadini e fortemente danneggiato la credibilità dell’Italia all’estero. La morte in un incidente aereo del magnate del petrolio Enrico Mattei è avvenuta nell’ormai lontano 1962, eppure restano ancora dei dubbi sull’eventualità che si tratti invece di omicidio. Tutti e tre questi personaggi avevano un ruolo di rilievo nella vita pubblica e la loro scomparsa ha lasciato irrisolti numerosi e importanti problemi di ordine politico. Tutti e tre avevano finanziato un’ampia compagine di partiti politici, ottenendone in cambio favori e agevolazioni che, se da una parte avevano consentito loro di non essere coinvolti in procedimenti giudiziari, dall’altra avevano contribuito a procurar loro nemici potenti che volevano farli scomparire di scena.

Numerosi scandali precedenti degli anni Cinquanta e Sessanta sono stati ormai dimenticati, ma altre vicende oscure del passato continuano a suscitare ancora oggi perplessità e a costituire l’argomento di un fitto dibattito a colpi di pubblicazioni e articoli di giornale. La maggior parte di questi misteri è collegata ai finanziamenti segreti dei partiti politici da parte di industriali e gruppi di potere, che si aspettavano di ottenerne poi un tornaconto economico. Non era certo un segnale positivo che i fondi provenissero in gran quantità dall’estero, dagli Stati Uniti per la Democrazia Cristiana, dall’Unione Sovietica per la sinistra. Altri problemi sorsero in relazione ad ammanchi per diversi miliardi di lire nei conti dello Stato; e ancora relativamente alla possibilità che eventuali tentativi di colpo di Stato potessero avere avuto l’appoggio delle forze armate, come nel caso delle vicende nelle quali si trovarono implicati il generale Giovanni De Lorenzo nel 1964 e il principe Junio Valerio Borghese nel 1970; o ancora in seguito ai grossi scandali legati alla corruzione, come per esempio l’acquisto irregolare degli aerei da trasporto militare Lockheed che si concluse poi con l’arresto di un ex ministro e le dimissioni di un capo dello Stato.

Successivamente, ci fu l’inspiegato abbattimento di un aereo passeggeri nei pressi dell’isola di Ustica nel giugno del 1980, incidente in merito al quale nel 1998 si stanno ancora raccogliendo nuovi indizi. Si sono verificati, poi, casi di malversazione per somme astronomiche dopo il devastante terremoto dell’Irpinia, e i colpevoli, chiunque essi fossero, sono ancora adesso a piede libero. È stata di nuovo una scoperta apparentemente casuale a rivelare l’attività politica clandestina di una loggia massonica segreta, che poco dopo fu dichiarata illegale, alla quale erano affiliati ministri, generali dell’esercito, giudici e alcuni dei più importanti finanzieri e industriali italiani. Soltanto a partire dal 1990 i magistrati hanno finalmente iniziato a portare alla luce un’altra trentennale attività segreta svolta da una organizzazione militare clandestina, il cui nome in codice era Gladio, che poteva esistere solo grazie alla connivenza degli organi ufficiali: eppure vari presidenti del Consiglio dichiararono di esserne stati totalmente all’oscuro. Tutte queste vicende sono state ormai oggetto di lunghe indagini, ma le investigazioni compiute hanno lasciato parecchie domande senza risposta, e questo ha inevitabilmente intaccato la fiducia nell’efficienza ma anche nell’onestà dei governanti.

Forse il danno più grave, nell’arco dei cinquant’anni di predominio democristiano, sta nell’indolenza manifestata dai governi succedutisi di fronte alla necessità di indagare su mafia e camorra, e questo nonostante venissero assassinati diversi giudici e poliziotti che con coraggio eccezionale affrontavano questi due terribili flagelli. Il risultato è che, come si ammette anche in dichiarazioni ufficiali, tre regioni italiane sono ancora in gran parte fuori dal raggio d’azione della legge, cosicché i privati cittadini vengono lasciati senza un’adeguata protezione. Questo ha consentito al problema droga di raggiungere le enormi dimensioni attuali, mentre un incredibile quantitativo di denaro defluiva dal mondo degli affari legali a quello della criminalità organizzata. Come è stato detto in una serie di successive relazioni parlamentari, molte delle testimonianze rese in merito all’attività mafiosa sono state poi occultate, quasi fosse una prassi normale, per evitare che venissero rivelati legami segreti tra queste organizzazioni illegali e alcuni politici di rilievo appartenenti alla maggioranza di governo. Talvolta, per questa indolenza, è stata persino avanzata la giustificazione, o piuttosto la scusa, che tali legami erano in realtà improbabili o addirittura inesistenti; oppure in alternativa si è detto che sarebbero stati necessari anni di indagini troppo costose prima di poterne dimostrare la vera portata. Tuttavia queste obiezioni mal si accordano con il fatto che, più di un secolo prima, il presidente del Consiglio Marco Minghetti, insieme ad altri testimoni autorevoli, aveva già denunciato la dipendenza di alcuni politici dal sostegno elettorale della mafia quale uno dei più gravi problemi da affrontare, in quanto non solo stravolgeva il normale corso dell’attività politica, ma alimentava anche una diffusa corruzione del mondo finanziario e rallentava lo sviluppo economico del paese.

Da allora, e in particolare dal 1960 in poi, i crimini mafiosi sono diventati infinitamente più gravi, come è del resto confermato da una montagna di testimonianze verbalizzate da commissioni ufficiali di investigazione. Centinaia di ponderosi volumi sono stati resi pubblici, però sembra quasi che siano stati dimenticati negli archivi e letti da pochi. Il sospetto della prevaricazione viene rafforzato anche dalla preoccupante constatazione che, sebbene a partire dal 1950 le autorità giudiziarie abbiano chiesto al Parlamento l’autorizzazione a procedere nei confronti di seicento e più parlamentari per sospetta attività illecita, essa è stata rifiutata nella maggior parte dei casi. Inevitabilmente, molti hanno attribuito un tale rifiuto alla preoccupazione dei politici di proteggere l’ambiguo mondo della politica dal pubblico controllo. L’immunità parlamentare è ritenuta, e giustamente, un istituto prezioso in un regime democratico, ma in questo contesto e con questa ampiezza può essere considerata dall’elettorato come un abuso delle procedure democratiche e come un fardello in grado di paralizzare lo sviluppo politico dell’Italia.

La nuova repubblica democratica sorta dopo il 1945 ha avuto enormi vantaggi in confronto al regime del periodo fascista, e uno di questi consisteva nel fatto che avrebbe dovuto essere molto più difficile occultare la corruzione che non sotto una dittatura. Dopo la scomparsa di Mussolini si era inizialmente diffusa una certa aspettativa in merito alla possibilità di fare luce su alcuni eventi precedenti e di impedire, quindi, che si riaffermasse il sistema di corruzione che aveva così pesantemente contribuito a deteriorare l’immagine del regime agli occhi dell’opinione pubblica. Invece, a differenza di quanto è accaduto in qualche altro paese retto in precedenza da un regime di tipo fascista, fu concessa velocemente un’amnistia, valida per la maggior parte dei delitti spesso atroci compiuti nel ventennio anteriore al 1945, giacché altrimenti sarebbero state coinvolte troppe persone e forse gran parte dell’apparato statale avrebbe dovuto essere sostituita. Una conseguenza di questa amnistia è rappresentata dal fatto che essa ha determinato una consistente lacuna negli annali della storia, una lacuna facilmente comprensibile, ma che ha lasciato nell’oblio diverse lezioni utilizzabili per l’avvenire del paese.

Le amnistie e altre contraffazioni

Successivamente, tra il 1945 e il 1994, c’è stata una sequela di altre amnistie di più lieve entità, che hanno però prodotto ulteriori lacune, riguardanti per esempio un’evasione fiscale generalizzata, sia da parte dei privati sia da parte delle imprese, e le centinaia di migliaia di costruzioni abusive che hanno devastato diverse aree del paese. Oltre ad aver tirato fuori dai guai molti speculatori e molti mafiosi, questa depenalizzazione ha concorso a occultare varie irregolarità a livello locale e ha contribuito inoltre a rafforzare la convinzione che si possa continuare a offendere impunemente.

È ancora difficile stabilire, poi, in quale misura la produzione di prove false abbia contribuito a creare lacune e malintesi sulla storia contemporanea. Molti hanno lamentato quanto siano irreperibili o incompleti i pur necessari dati statistici. Per quanto riguarda questioni di grande importanza, come le entrate dei professionisti, l’evasione fiscale, o il riciclaggio dei soldi provenienti da affari di mafia, possiamo soltanto fare delle supposizioni. Talvolta i documenti sono stati contraffatti per motivi politici; sebbene in qualche caso ciò sia stato fatto in modo troppo goffo perché il risultato sia credibile, è spesso difficile esserne certi. Alcide De Gasperi, il più eminente presidente del Consiglio degli ultimi cinquant’anni, si dovette difendere dall’improbabile e infondata accusa di avere scritto a un colonnello inglese, nel 1944, sollecitando gli alleati occidentali a bombardare Roma e a tagliare il rifornimento di acqua alla città: eppure, quello stesso colonnello successivamente testimoniò in un tribunale italiano che quella imputazione era del tutto falsa e che di De Gasperi non aveva mai neanche sentito parlare. Un’altra vittima di un deliberato atto di falsificazione di documenti fu l’autorevole leader comunista Antonio Gramsci, i cui scritti furono manomessi dopo la sua morte da membri del suo stesso partito, i quali ne eliminarono le critiche a Stalin e gli sgraditi accenni alle affinità tra comunismo e fascismo. Può darsi che queste contraffazioni e questi stravolgimenti della verità siano stati perpetrati per un calcolo di utilità politica a breve termine, ma a lungo andare essi hanno prodotto un risultato diverso da quello per il quale erano stati concepiti.

Ulteriori perplessità hanno suscitato i diari manoscritti che si presume siano di pugno dello stesso Benito Mussolini, e che circolarono nelle mani di privati sia in Italia sia all’estero. Senza dubbio, il duce tenne un diario di considerevole lunghezza, ed è ragionevole supporre che esso esista ancora perché nessuno avrebbe volontariamente distrutto un documento di così enorme valore economico; tuttavia, l’autenticità di quei manoscritti è ancora oggetto di discussione.

La corrispondenza Churchill-Mussolini

Un esempio più noto è rappresentato dalle lettere che si dice siano state scambiate tra Mussolini e Winston Churchill. Alcuni cittadini italiani asseriscono di avere visto delle copie autenticate di questa corrispondenza, e si continuano a stampare libri che riproducono il testo di alcune lettere, che sarebbero state scritte addirittura nel corso della seconda guerra mondiale. Non sono mai stati trovati gli originali ed è opinione diffusa che Churchill sia venuto in Italia dopo il 1945 per comprarli e poi distruggerli in quanto troppo compromettenti. È difficile dimostrare la falsità di congetture e dicerie di questo genere, ma l’intrinseca improbabilità di quanto asseriscono è sconcertante. Si racconta persino che, in una lettera, Churchill abbia chiesto a Mussolini di entrare in guerra a fianco della Germania nel 1940, cosicché la Gran Bretagna, in caso di sconfitta, avrebbe avuto, al momento di trattare i negoziati di pace dopo la capitolazione inglese, almeno un paese amico nell’ambito delle nazioni fasciste vincitrici. Altrettanto incredibili risultano altre presunte lettere di Churchill, scritte durante la guerra, nelle quali egli avrebbe continuato a esprimere la sua ammirazione per Mussolini, incoraggiandolo a sferrare l’attacco contro la Grecia e dichiarandogli addirittura la disponibilità di Londra a raggiungere un accordo di pace cedendo parte dell’impero britannico all’Italia. Tali affermazioni sono in netto contrasto con ciò che sappiamo del carattere di Churchill e della sua politica di quegli anni. In ogni caso è difficile credere che, chiunque sia stato in possesso di lettere così compromettenti, non abbia pensato a farne delle fotocopie, che, a questo punto, sarebbero ormai già ricomparse, facendo la fortuna del possessore. L’unica conclusione credibile è quindi che si tratti di un ulteriore caso di falsificazione, volontaria e voluttuaria. Mussolini amava dire in giro che Churchill era «il mio personale amico», anche «intimamente», e che lo statista inglese guardava al duce come alla «più grande personalità d’Europa». È vero che Churchill, come altri inglesi, sperò all’inizio che Mussolini potesse essere un baluardo contro l’avanzata in Europa del bolscevismo. Ma nel 1937 aveva scritto un libro dal titolo Great contemporaries nel quale Mussolini non era nominato neppure una volta, mentre interi capitoli erano dedicati a Trotzky e a re Alfonso XIII di Spagna.

La propaganda fascista

Lo studio del fenomeno del fascismo italiano presenta particolari difficoltà per chiunque si interessi di storia; uno dei problemi fondamentali è costituito dalla smisurata entità della disinformazione diffusa dai libri e dalla stampa propagandistica negli anni tra il 1922 e il 1945. Quasi tutti i più importanti gerarchi fascisti possedevano un proprio quotidiano o un periodico nel quale, oltre a inventare leggende intorno alle proprie imprese e agli atti di eroismo compiuti come squadristi, si davano un gran da fare per sostenere e rendere più accettabili le diverse immagini del fascismo che erano di volta in volta di moda a Palazzo Venezia. Non a caso Mussolini definì i giornalisti fascisti l’equivalente dei marescialli di Napoleone, perché chi faceva propaganda svolgeva, secondo lui, un ruolo più importante dei ministri, dei generali o degli accademici. I giornali erano fondamentali per perpetuare gli indispensabili miti che celebravano gli «otto milioni di baionette», «l’imprigionamento nel Mediterraneo» dell’Italia e la necessità per il paese di respingere l’attacco, non provocato, del «giudaismo demo-plutocratico»; o ancora per alimentare altre leggende sui treni sempre in orario e sull’ammirazione nutrita nei confronti dell’Italia fascista da parte del resto del mondo. Soprattutto, i giornali dovevano diffondere quel mito assolutamente indispensabile secondo il quale «Mussolini ha sempre ragione». Questo spiega perché il Gran Consiglio del fascismo fosse composto in gran parte da persone che si occupavano di giornalismo, in quanto la propaganda poteva risultare nella pratica più utile della forza materiale e degli effettivi successi. Se Mussolini avesse potuto convincere la popolazione di essere in possesso di un esercito enorme e della migliore aviazione esistente in Europa, non ci sarebbe stata poi la necessità pressante di sprecare soldi per convertire veramente quelle leggende e quelle illusioni in realtà.

Si trattava di una concezione geniale del modo di governare, e per diversi aspetti nuova. Mussolini stesso era un giornalista di professione e continuò a scrivere articoli fino alla fine dei suoi giorni: e proprio dalla sua esperienza in qualità di giornalista aveva imparato fino a che punto fossero creduloni i lettori. Nel novembre del 1942, nonostante la grave scarsità di carta dovuta alla guerra, un periodico di sua proprietà, dalla diffusione praticamente garantita, fece uscire un numero che pesava più di un chilo, mentre nessun altro giornale che mettesse in discussione la sua propaganda aveva la possibilità materiale di essere stampato. Esercitando il controllo sulla stampa e reprimendo ogni forma di aperto dibattito, il duce ha reso difficile per le generazioni successive controllare alcune delle sue rivendicazioni o anche valutare il grado di sostegno popolare di cui godette realmente. E operare una vera e propria falsificazione era facile per chi monopolizzava le notizie giornalistiche. Il volume dal titolo I Protocolli degli anziani di Sion, quando ormai era stato da tempo accertato che si trattava di un falso, ebbe due edizioni tra il 1937 e il 1938, che diffusero in decine di migliaia di copie la teoria del complotto ebraico per ottenere il dominio del mondo. Dopo la sua morte fu pubblicato l’affascinante libro di memorie di Quinto Navarra che, in qualità di domestico personale di Mussolini, aveva vissuto a Palazzo Venezia e sapeva su di lui più cose di chiunque altro; eppure i ricordi di Navarra sembrano essere stati filtrati e amplificati dall’intervento di due brillanti giornalisti in cerca di una buona storia da raccontare. Persino alcuni documenti pubblicati nel 1985 dall’ex ministro degli Esteri di Mussolini, Dino Grandi, nonostante fossero stati riconosciuti come autentici da Renzo De Felice e da altri, sono risultati poi in parte contraffatti.

Prima di salire al potere, Mussolini aveva condannato la censura definendola un vergognoso scandalo che avrebbe dovuto essere abolito nell’interesse del paese: una volta divenuto capo del governo egli ne fece invece rapidamente l’arma più potente del suo arsenale. Questo atteggiamento non era dettato soltanto dall’intento di raggiungere successi politici immediati, ma anche dalla speranza di riuscire a influenzare il futuro verdetto della storia. Egli, infatti, nutrì una preoccupazione sempre crescente riguardo a un possibile giudizio negativo sul fascismo da parte delle generazioni successive.

Mussolini manda al macero documenti ufficiali

Non solo veniva esercitato un rigoroso controllo sulla stampa, ma talvolta i documenti compromettenti venivano eliminati anche dagli archivi ufficiali e Mussolini stesso ammise una volta di mandare al macero quattro tonnellate di documenti ufficiali ogni mese. Verso la fine della sua vita il duce ordinò anche di distruggere i suoi archivi personali in modo da proteggere la propria reputazione da future critiche; tuttavia alcuni documenti fortunatamente si salvarono e poterono essere riprodotti durante l’invasione angloamericana (con il risultato che gli storici italiani sono stati costretti, in qualche caso, a fare riferimento a fotocopie conservate a Londra e a Washington). Anche le lettere di Gabriele D’Annunzio vennero opportunamente «corrette» per suo ordine personale prima di essere pubblicate a spese dello Stato. Inoltre, per venire a questioni più gravi, Mussolini organizzò gli storici del Risorgimento italiani sotto la guida di un consiglio centrale fascista che emanava precise direttive in merito ai risultati che ci si aspettava dalle loro ricerche. Non senza ragioni, egli impedì che circolasse in Italia una nuova versione della sua «autobiografia», scritta con l’aiuto del fratello Arnaldo, del giovane Luigi Barzini e di Washburn Child, ex ambasciatore americano. Questa autobiografia, destinata al pubblico anglosassone, è un altro esempio di come si possa fare propaganda, distorcendo i fatti presso coloro che non li conoscono, ed è divertente vedere quante sciocchezze vi volle inserire. Inoltre, egli curò personalmente quella che venne indicata come l’edizione «definitiva» e «integrale» dei suoi numerosi scritti e discorsi, ma soltanto i critici al di fuori dell’Italia ebbero la possibilità di sottolineare quante omissioni e rimaneggiamenti vi fossero rispetto ai testi originali.

Evidentemente, non desiderava ricordare agli italiani che egli un tempo era stato contrario alla censura, alla dittatura e al militarismo. E nemmeno desiderava che si rammentassero del suo ateismo e delle sue precedenti simpatie marxiste. E ancora, non dovevano sapere dei suoi propositi di «cloroformizzare» (sua è l’espressione) il popolo italiano e di giustiziare quei membri del Parlamento che avessero manifestato pubblicamente il proprio dissenso. D’altra parte, Mussolini si rese improvvisamente conto, verso la fine degli anni Trenta, della necessità di indurre gli italiani a considerare favorevolmente una eventuale guerra contro l’Inghilterra, e a tale scopo venne propinato alla popolazione un guazzabuglio di invenzioni a proposito della debolezza e della codardia degli inglesi. Quindi, vennero messe in circolazione improbabili asserzioni relative alla sua invincibile aviazione e all’esercito di otto milioni di soldati (a volte il numero cresceva addirittura fino a dodici milioni) che, senza bisogno di chiedere aiuto ad Adolf Hitler, avrebbero garantito la vittoria dopo qualche settimana di combattimenti contro le democrazie occidentali.

L’uso del gas in Etiopia

Un altro esempio di disinformazione fascista è rappresentato dal fatto che sia Mussolini sia Pietro Badoglio e gli altri responsabili dell’esercito negarono categoricamente che fosse mai stato usato il gas tossico nella guerra d’Etiopia del 1935-36, e alcuni storici, anche dopo il 1945, continuarono a sostenere tale smentita come se si trattasse di un fatto incontrovertibile. Ma la verità è che Mussolini, sebbene avesse aderito a un protocollo internazionale contro l’uso del gas tossico, ordinò personalmente che venisse utilizzato con sistematicità sia in Etiopia sia in Libia. Venne impiegato persino contro i civili quando la guerra etiopica era già finita. Mussolini sapeva bene che se queste notizie fossero trapelate in Italia avrebbero suscitato indignazione tra la popolazione e questo spiega la congiura del silenzio che ne seguì. Ma le sue disposizioni erano precise: a Badoglio e a Rodolfo Graziani fu ordinato di utilizzare il gas in grandi quantitativi e di ricorrere, se necessario, anche alla guerra batteriologica. Essi dovevano «stabilire un regime di assoluto terrore» in Africa con ogni mezzo disponibile, ovvero applicando rigorosamente la «legge del taglione», uccidendo tutti i prigionieri e, se necessario, «sterminando» l’intera popolazione di quei villaggi che opponevano resistenza.

Non riusciremo mai a sapere con precisione la reale entità delle falsificazioni operate dal fascismo, in quanto una considerevole quantità di prove è stata distrutta. E nemmeno possiamo valutare l’entità dell’indubitabile contributo che le falsificazioni hanno portato alla sconfitta di Mussolini, per via della sua propensione a fare affidamento sulle parole piuttosto che sui fatti. Senza dubbio, la sua eccezionale credulità lo rendeva vulnerabile anche nei confronti di quella
propaganda menzognera da lui stesso promossa, e non è impossibile che egli si fosse veramente convinto che le sue forze armate fossero migliori di quelle straniere. In una occasione, il genero Galeazzo Ciano disse di lui che temeva a tal punto la verità da desiderare veramente di essere ingannato; e altri personaggi del suo più stretto entourage ci hanno dimostrato quanto fosse facile ingannarlo – pratica facilitata anche dal fatto che criticare apertamente era impossibile e le critiche fatte a titolo personale rimanevano nell’ambito del privato.

In qualità di ministro responsabile di tutte e tre le forze armate (nonché comandante in capo e sovrintendente della produzione bellica), Mussolini accolse spesso informazioni completamente false, come egli stesso con buona probabilità sapeva, o almeno aveva a disposizione molteplici strumenti per saperlo. Una volta, se possiamo prestare fede al capo della polizia, Mussolini ordinò di far arrestare il futuro papa Paolo VI, il cardinale Giovanni Battista Montini, e solo successivamente scoprì che l’unica prova a disposizione contro di lui era una lettera falsificata dai sostenitori dell’anticlericale Roberto Farinacci. Il brillante giornalista Curzio Mala-parte ammise con disinvoltura di avere falsificato un’altra lettera che aveva lo scopo di far sembrare meno grave il coinvolgimento diretto di Mussolini nel delitto Matteotti, e molte altre prove raccolte per spiegare quell’assassinio si rivelarono poi false. Uno dei motivi che portarono all’uccisione del parlamentare stava proprio nel fatto che Giacomo Matteotti si era recato in Belgio e in Inghilterra con informazioni sul sistema di corruzione che stava contribuendo a finanziare la rivoluzione fascista: una tale pericolosa fonte di informazioni doveva essere soppressa a tutti i costi.

Le fortune private dei gerarchi fascisti

Mussolini era personalmente poco interessato ai soldi, ma la mancanza di trasparenza e l’impossibilità di esprimere aperte critiche consentirono ad alcuni fra i suoi seguaci di accumulare delle vere e proprie fortune private, ed esistono prove che dimostrano come questa prassi abbia costituito una delle cause della perdita del sostegno popolare da parte del regime dopo il 1940. In una occasione, Mussolini disse al suo ministro delle Finanze Alberto De Stefani, che preferiva scegliere ministri corrotti perché la loro colpevolezza li rendeva maggiormente soggetti alla sua indulgenza. D’altronde, il duce era consapevole anche del fatto che licenziare i funzionari pubblici coinvolti in episodi di corruzione avrebbe reso egli stesso oggetto di critiche per averli precedentemente nominati; le loro scorrettezze restarono pertanto quasi sempre impunite. Si tratta di un aspetto del regime fascista che non è stato ancora esaurientemente documentato giacché il duce evitò accuratamente che tali episodi arrivassero mai in tribunale.

La denigrazione degli inglesi

I pubblicisti ufficiali del regime fascista sapevano bene che il loro posto di lavoro dipendeva dalla loro capacità di diffondere disinformazione. Per dimostrare la decadenza degli inglesi, Malaparte addusse come prova materiali tratti da quello che egli definì un «autorevole» libro inglese intitolato 7066 and All That, una famosa e divertente opera romanzata che invece, secondo Malaparte, rifletteva le opinioni dei più stimati storici di Oxford. Gli inglesi vennero inoltre incomprensibilmente biasimati da altri scrittori fascisti per avere costantemente contrastato il processo di unificazione dell’Italia nel diciannovesimo secolo. Ancor più inspiegabilmente vennero anche accusati di ingratitudine per essersi rifiutati di ammettere che durante la prima guerra mondiale avevano evitato la sconfitta per merito delle vittorie italiane. Venne coperto di ridicolo il CID, il cui acronimo, si diceva, stava per «Colonial Intelligence Department», un organismo che avrebbe reclutato i suoi componenti tra gli studenti dell’università del Devon, vicino Londra, mentre, in realtà, la sigla indicava il Criminal Investigation Department, ossia i servizi segreti britannici e un’università del Devon non è mai esistita. Queste invenzioni vennero ripetute parola per parola in una serie di libri, in molti dei quali si affermava di avere identificato un pericoloso nemico dell’Italia nella persona di un certo, misterioso, W.R. Juge, il quale era presumibilmente l’innocuo decano Inge della cattedrale di San Paolo a Londra.

Dino Grandi, ambasciatore a Londra, cercò invece di ingraziarsi il duce con un’altra fandonia, riferendo, alla metà degli anni Trenta, che Mussolini era universalmente ammirato in Inghilterra, a un punto tale che anche gli inglesi stavano per avviare una loro rivoluzione fascista. Grandi aggiunse inoltre che, in ogni caso, Mussolini avrebbe potuto combattere contro di loro senza correre rischi, in quanto i migliori reggimenti dell’esercito inglese, che egli aveva attentamente osservato durante le parate, non erano altro che «marionette di legno», troppo vigliacche per difendere il loro paese in confronto all’eroica milizia delle camicie nere. Sarebbe interessante riuscire a valutare quanto questi resoconti, redatti a uso e consumo strettamente interno, possano avere incoraggiato Mussolini ad affrettare la sua dichiarazione di guerra contro l’Inghilterra nel 1940.

I diari di personalità eminenti

In altri casi la disinformazione non mirava a ingannare Mussolini ma piuttosto gli storici del fascismo che sarebbero seguiti. È sempre difficile, in modo particolare, verificare l’autenticità di un libro di ricordi personali, mentre è facile comprendere le ragioni per le quali alcuni autori sentono la necessità di apportare modifiche al testo di un diario prima di dare il proprio consenso alla pubblicazione.

Un esempio di questo genere di problemi ci viene fornito dal diario scritto da Giuseppe Bottai, uno dei gerarchi fascisti più intelligenti e meno superficiali: rimasto in carica più a lungo di chiunque altro, ebbe modo di osservare il regime da una prospettiva straordinariamente privilegiata. Di questo documento sono state pubblicate due edizioni, una curata dallo stesso Bottai nel 1949 e, successivamente, una versione molto più lunga nel 1982: il confronto tra l’una e l’altra fa sorgere dubbi in merito alla loro veridicità. Entrambe le versioni sono interessanti e coprono lo stesso periodo di tempo, ma quasi ogni pagina è differente. La prima edizione, la più breve, non riporta alcune espressioni volgari di Mussolini e alcune delle sue osservazioni anti-semite che si trovano invece nella seconda. Tralascia, inoltre, di riferire alcuni particolari interessanti, per esempio che già nel 1936 il duce stava progettando di combattere «una guerra brigantesca» contro le democrazie occidentali. D’altra parte, questa versione contiene un’affermazione altrettanto significativa del 1937, che non è invece riportata nell’edizione più lunga, e cioè che egli aveva intenzione di reclutare un esercito di due milioni di mercenari di colore con il quale si proponeva di dominare l’intera Africa. La versione più breve si sofferma maggiormente sulla sua invidia nei confronti di Hitler, come pure su quella che Bottai definiva (‘«incredibile» riluttanza di Mussolini ad ammettere di avere bisogno di consulenze militari da parte di persone competenti durante la seconda guerra mondiale. Riporta anche la patetica e vanagloriosa affermazione del duce, fatta pochi giorni prima dell’invasione degli alleati nel 1943, secondo la quale la vittoria finale del fascismo, dopo lunga attesa, era finalmente assicurata. Tuttavia, la seconda versione del diario di Bottai, la più lunga, se da una parte omette alcuni di questi passi, è invece molto più affidabile e contiene una quantità di altre osservazioni interessanti: per esempio, a proposito del semianalfabeta segretario generale del partito fascista che pretendeva di tenere una conferenza in Russia sulla Divina Commedia… dell’Ariosto! Il problema, dunque, rimane: resta da capire come è possibile che esistessero due versioni dello stesso documento e in che misura esse possano essere considerate una testimonianza attendibile della realtà dei fatti in un periodo storico così importante.

Tuttavia, questo non è affatto l’unico caso di un diario o di un libro di memorie sulla storia moderna che sia stato emendato per giustificare eventi del passato o per fuorviare i posteri. Quelli di tre importanti presidenti del Consiglio – Luigi Federico Menabrea, che ricoprì la carica negli anni Sessanta del secolo scorso, Cri-spi che lo fu negli anni Ottanta e Novanta, e Salandra che lo divenne dopo il 1914 -presentano chiari segni di alterazioni o cancellature, alcune delle quali sono state, quasi certamente, tutt’altro che casuali ed effettuate invece per ragioni politiche. Il diario di Camillo Benso di Cavour venne pubblicato per la prima volta nel 1888, tradotto dall’originale scritto in francese, ma gran parte del manoscritto successivamente scomparve e soltanto nel 1991 ne è stata fornita una bella e corretta edizione in francese, dieci volte più lunga. Uno stretto collaboratore di Cavour, Giuseppe Massari, che aveva curato anche un’edizione prudentemente ritoccata dell’epistolario di Vincenzo Gioberti, scrisse un altro diario di estremo interesse per i mesi di cruciale importanza tra il 1858 e il 1860: tuttavia, esso dovette essere ripubblicato nel 1959 perché la precedente edizione del 1931 era vergognosamente mutila e contraffatta.

Nel 1966 venne pubblicato il diario del ministro Ferdinando Martini, di fonda-mentale importanza per il periodo 1914-19, in una eccellente edizione che presentava solo omissioni trascurabili. Molti brani del diario rivelavano come Martini fosse tra i pochi politici che si rendevano conto di quanto le aspirazioni degli italiani venissero danneggiate dalla diffusione di idee sbagliate o intenzionalmente falsate in merito alla storia italiana precedente. Egli, infatti, sapeva bene quanto fosse comprensibile la tentazione di mitizzare il passato per ragioni di Stato. In particolare, conosceva i pericoli che ne derivavano e sapeva quanto l’indulgere nell’orgoglio patriottico, benché confortante e rassicurante, finisse poi col rendere fuorvianti molti dei testi storici tradizionali sul Risorgimento italiano. Martini aveva testimonianze di prima mano riguardo alla capacità dei governi di inventare una propria versione della storia.

Nelle sue annotazioni quotidiane egli descrisse il modo in cui il governo Salandra aveva trascinato nella prima guerra mondiale un paese che era notoriamente tutt’altro che entusiasta di questa prospettiva, e come quel presidente del Consiglio aveva elaborato poi un resoconto molto diverso di come si erano svolti i fatti. Martini raccontò che le sedute del Parlamento erano state sospese di proposito, proprio per evitare dibattiti o esplicite dichiarazioni di linea di condotta da parte del governo, e confessava anche che, nel cruciale semestre a cavallo tra il 1914 e il 1913, mentre il resto d’Europa era in estrema agitazione, non venne discussa alcuna questione riguardante la politica estera nelle sedute del Consiglio dei ministri. Qualcuno potrebbe considerare giustificabile il rifiuto di Salandra di consultarsi con i colleghi per discutere la questione; qualcun’altro si dichiarerà solo moderatamente sorpreso; altri ancora lo riterranno un’irresponsabile tradimento degli interessi nazionali del paese, e probabilmente la maggior parte dei lettori finirà col convenire che una falsificazione del resoconto della storia, per quanto comprensibile nelle circostanze immediate, creò delle illusioni che ebbero poi conseguenze gravi.

Un altro lungo diario, altrettanto importante, è quello di Domenico Farini che, in qualità di presidente del Senato negli anni tra il 1887 e il 1898, si trovò a essere costantemente in contatto con tutte le personalità politiche di maggior rilievo. Una buona edizione in due volumi del 1961, depurata soltanto di qualche espressione più colorita, venne a rettificare la precedente versione espurgata dello stesso diario, pubblicata nel 1942; la prima edizione, nonostante fossero stati accuratamente eliminati molti riferimenti critici nei confronti della famiglia reale, venne considerata inopportuna e la monarchia ne fece bloccare la pubblicazione prima che comparisse il secondo volume. In questa prima edizione, prodotto del periodo fascista, non costituiva un problema il fatto di riportare le parole di un presidente del Consiglio, il quale ammetteva, nel 1894, che un governo parlamentare non avrebbe mai funzionato in un paese fazioso come l’Italia; vennero invece eliminate le allusioni ai peccatucci attinenti alla sfera sessuale commessi dal re e dagli altri membri della sua famiglia. Cosa ancora più grave, non si faceva alcun accenno al loro coinvolgimento in irregolarità finanziarie nel corso degli ultimi due decenni dell’Ottocento, vicende queste davvero non pubblicabili.

Farini era personalmente un monarchico convinto, tuttavia abbiamo modo ora di notare come il suo accenno a certi «abusi femminili» in cui era coinvolto il futuro re Vittorio Emanuele III venne omesso da un curatore decisamente prudente. Vennero eliminati anche i riferimenti al fatto che la monarchia italiana, la quale godeva comunque di un appannaggio più generoso rispetto alle altre monarchie europee, aveva prudentemente esportato gran parte dei propri soldi a Londra: lì il denaro, ironia della sorte, era stato investito dopo il 1940 dalla sua banca in «prestiti di guerra» inglesi su richiesta del curatore delle proprietà requisite al nemico; furono quindi proprio i tribunali inglesi a restituirlo a casa Savoia, evitando così la confisca da parte del governo della repubblica italiana dopo il 1946.

Perplessità dello stesso genere sollevò la pubblicazione di due differenti edizioni di un diario scritto dal maresciallo Ugo Cavallero che, in qualità di capo di Stato maggiore tra il 1940 e il 1943, aveva avuto modo di partecipare personalmente a colloqui privati con Mussolini e aveva una conoscenza diretta dei rapporti tra fascismo e nazismo, nonché di molti particolari sulla gestione quotidiana della politica durante la seconda guerra mondiale. Una prima versione, apparsa nel 1948, conteneva annotazioni relative a giorni per i quali, inspiegabilmente, non si riportava alcun commento nella versione più estesa del 1984; inoltre, la formulazione di altre pagine presentava cambiamenti tali da farli sembrare due libri diversi. Per ragioni del tutto inspiegabili la seconda edizione, benché definita «autentica» e sebbene fosse quattro volte più lunga, non riportava alcuni brani che, se rispondenti a verità, non sono privi di un certo interesse: per esempio, quelli riguardanti il fatto che Mussolini, preoccupato di risparmiare il più possibile l’Italia, lasciando sulle spalle della Germania l’onere maggiore dei combattimenti, ordinò alle unità navali italiane di restare vicine alla costa per evitare di essere danneggiate dalle azioni del nemico; o, ancora, quelli riguardanti il modo in cui gli industriali procrastinarono la conversione delle loro fabbriche alla produzione di armamenti per mantenere invece attiva la produzione degli articoli normalmente fabbricati in tempo di pace. Risultano omessi anche alcuni particolari relativi all’incoraggiamento ufficiale accordato ai feroci atti di terrorismo compiuti dalle camicie nere nei Balcani e all’ordine di Mussolini di confiscare le proprietà degli sloveni «ribelli» a beneficio di auspicati, ma ancora inesistenti, futuri coloni italiani. Sembra quasi che le osservazioni critiche nei confronti del fascismo siano risultate meno accettabili nel 1984 che nel 1948.

I falsi prima e dopo il fascismo fondamentali che, se rese note, avrebbero potuto contribuire a evitare successivi errori e delusioni.

L’enorme tragedia del fascismo rende facilmente comprensibili i motivi per cui molti politici del tempo cedettero alla tentazione di costruire una loro versione della storia, spinti da ragioni politiche.

Tuttavia, i governi liberali, sia quelli precedenti al 1922 sia quelli successivi al 1945, non si comportarono molto diversamente e con conseguenze che potevano essere altrettanto incresciose. Le pubblicazioni ufficiali dei dibattiti parlamentari nell’Italia liberale, prima del 1922, venivano talvolta adattate in modo tale da mantenere segrete eventuali accuse di scorrettezza nei confronti dell’azione di governo, come possiamo dedurre dal confronto tra quanto viene riferito nei libri di memorie e le cronache giornalistiche delle sedute. Il liberale Giolitti, ministro in vari governi successivi tra il 1901 e il 1914, respinse in più di una occasione le richieste di aprire gli archivi relativi agli anni dal 1815 in poi. Egli, nel giugno del 1912, spiegò candidamente al Parlamento come, a suo parere, se quelle che lui definiva «belle leggende patriottiche» fossero state messe in dubbio da qualche storico indiscreto, ne sarebbe risultato un danno troppo considerevole. È un fatto strano, ma anche piuttosto interessante, che fosse più agevole studiare alcuni episodi della storia italiana negli archivi di Vienna che in quelli italiani. Sui motivi di tanta segretezza si possono fare soltanto altre congetture: probabilmente serviva a difendere la reputazione della monarchia o dei singoli ministri, o forse, invece, aveva come scopo quello di impedire che venissero alla luce episodi di corruzione o anche che trapelasse la mancanza di una preparazione militare adeguata a una politica estera bellicosa. Quale ne fosse la vera ragione, vennero comunque nascoste informazioni

Le falsificazioni di Giolitti

Un’idea più precisa di che cosa intendesse Giolitti quando parlava di «belle leggende» ci viene fornita da un’analisi del periodo in cui egli fu capo del governo durante la guerra combattuta tra il 1911 e il 1912 per la conquista della Libia. Ora sappiamo che alcuni fatti di fondamentale importanza vennero tenuti nascosti dai vari politici e che diversi documenti vennero materialmente falsificati o fabbricati per poter giustificare la necessità di questa guerra.

Così forte era il desiderio di agire nel segreto che durante i primi cinque mesi di combattimenti il presidente del Consiglio impedì al Parlamento di riunirsi. Così, non venne dibattuta o messa in discussione la sua decisiva risoluzione di colonizzare l’Africa del Nord, invadendo e poi annettendo la Tripolitania. Un tale grado di segretezza gli consentì anche di gloriarsi con i cittadini italiani, sostenendo che gli altri paesi ammiravano il modo in cui stava conducendo la guerra. Secondo Giolitti, infatti, il mondo riconosceva che nessuna altra nazione colonizzatrice aveva mai combattuto una campagna coloniale riportando successi più splendidi, mentre in realtà egli sapeva bene che le reazioni suscitate all’estero erano di segno esattamente opposto. In privato, non si faceva scrupoli ad ammettere che i comandanti dell’esercito in Libia, tanto elogiati in pubblico, erano in realtà assolutamente incompetenti e che, a meno che non si trovassero numericamente superiori in ragione di dieci a uno, si dimostravano restii a venire allo scontro con quel nemico nei confronti del quale ostentavano tanto disprezzo. Aggiungeva anche, ovviamente sempre in privato, che era stato costretto a falsificare le notizie, facendo in modo che non trapelassero le sconfitte e inventando inesistenti vittorie in territorio africano, per mantenere alto in patria il morale della popolazione.

Successivamente, dopo gli accordi di pace del 1912, si ricorse a tutti i mezzi disponibili per mantenere segreto il fatto che le ostilità continuarono per molti anni ancora, e si risolsero poi nell’abbandono di tutte le postazioni eccetto poche roccaforti a presidio della costa nordafricana. Non è privo di interesse, inoltre, che fu proprio Mussolini, tra tutti, a notare come tali macroscopici esempi di mistificazione promossa dagli organi ufficiali avrebbero potuto avere conseguenze tragiche, in quanto nascondevano la debolezza dell’esercito e dei comandanti – esattamente la medesima accusa che fu successivamente scagliata contro lo stesso Mussolini e per la stessa ragione.

Non ci volle molto tempo perché le tragiche conseguenze di questo tipo di segretezza divenissero evidenti. Dopo che Giolitti, nel lasciare l’incarico, ebbe portato con sé alcuni documenti importanti, seguendo in questo una prassi comune, il suo successore coinvolse l’Italia nella prima guerra mondiale, ritenendo che la potenza dell’esercito avrebbe assicurato una vittoria italiana in pochi mesi. Addirittura, si arrivò nel 1915 a ventilare, con una certa disinvoltura, la possibilità di una veloce marcia nel cuore del territorio nemico per occupare Vienna. Queste aspettative sbagliate, proprio come l’errore assai simile compiuto (in gran parte per le stesse ragioni) da Mussolini nel 1940, gravarono pesantemente sul successivo sviluppo dell’Italia e danneggiarono le sue aspirazioni a essere considerata una delle grandi potenze dell’Europa.

Altre manipolazioni degli storici

Nel diciannovesimo secolo cerano state altre manipolazioni degli annali della storia. In particolare, alcune erano nate dalla necessità di amplificare le vittorie piemontesi durante il Risorgimento e di confutare le critiche provenienti dai patrioti più radicali come Giuseppe Mazzini, Carlo Cattaneo e Giuseppe Garibaldi. Erano disponibili per questo scopo degli storici ufficiali, il cui posto di lavoro dipendeva dalla protezione offerta loro dal governo. Nei trentanni successivi al 1861 vennero stampate decine di ponderosi volumi e migliaia di documenti contenenti inesattezze di maggiore o minore entità: alcuni ritocchi erano piuttosto superficiali, altri invece riguardavano l’omissione dei nomi di alcuni personaggi, l’aggiunta di intere frasi, la cancellazione di osservazioni «non patriottiche». Quando necessario, vennero anche prudentemente cambiate le date, ad esempio per nascondere il fatto che il re Carlo Alberto avesse firmato un’alleanza militare con l’Austria, ossia con il paese che i patrioti italiani consideravano il nemico nazionale. La falsificazione di un’altra data servì successivamente ad avvalorare l’improbabile storia secondo la quale quello stesso re, nel 1848, avrebbe coraggiosamente dichiarato guerra all’Austria senza aspettare che il maresciallo Radetzky venisse sconfitto da una sollevazione popolare a Milano. L’insurrezione palermitana, che diede l’avvio ai moti rivoluzionari nel 1848, veniva poi qualificata fondamentalmente patriottica da storici che, in privato, confessavano come in realtà l’aspetto patriottico costituisse soltanto una piccolissima parte della verità. Ferdinando di Napoli, il re sconfitto, venne successivamente denigrato in tutti i libri di scuola e dipinto come il malvagio «Re Bomba» per via del crudele bombardamento inflitto alla popolazione civile a Messina nel 1847, e tale è rimasta poi la sua immagine nella memoria popolare, mentre i bombardamenti effettuati dalle forze piemontesi sulle città di Genova, Ancona o Gaeta vennero elogiati oppure ignorati. Il medesimo desiderio di correttezza politica spiega anche perché la vittoria dei francesi contro l’Austria nella battaglia di Magenta, nel 1859, venne rivendicata, invece, come un grande successo dell’esercito italiano: eppure, tutti i caduti italiani a Magenta combattevano nelle schiere nemiche, in quanto appartenenti all’esercito austriaco. Questo fatto mal si accordava con le leggende patriottiche e dovette quindi essere minimizzato.

Tra le altre falsificazioni di minore rilevanza va citato un documento «carbonaro», inventato con l’intento di fornire prove sull’improbabile fatto che, già nel 1821, le popolazioni italiane collaboravano in piena armonia per la creazione di uno Stato unitario. Successivamente, venne contraffatta e messa in circolazione una lettera firmata da Abraham Lincoln, con la quale si voleva dare l’impressione che osservatori esterni, e quindi imparziali, aspettavano con impazienza che l’Italia annettesse Corsica, Dalmazia e Albania; e un secolo più tardi tale lettera veniva di nuovo citata per sostenere le rivendicazioni territoriali dell’Italia nei Balcani.

Mazzini e Garibaldi fra le vittime

La ragion di Stato prevalse anche in altre situazioni, e impose che i patrioti avversari di casa Savoia o di Cavour venissero screditati e diffamati. Una delle vittime fu Garibaldi, il quale venne calunniato con l’accusa, inventata, di avere ordinato ai suoi volontari, nell’ottobre del 1860, di fare fuoco contro i soldati piemontesi; in realtà, i suoi ordini erano stati di accoglierli come fratelli.

Cattaneo e Mazzini erano convinti che una nazione italiana unitaria avrebbe prosperato solo se fosse stata formata da regioni con un grado di autonomia per gli affari locali. Ma questa idea era inaccettabile per la maggior parte della classe politica, nonostante che lo stesso Cavour avesse dovuto riconoscerne la validità. Così, uno dei suoi colleghi, Giuseppe La Farina, scrisse un libro, che ebbe grande diffusione, sulla storia della nazione, per sottolineare l’assoluta necessità di uno Stato fortemente centralizzato; egli sosteneva, piuttosto stranamente, che l’Italia aveva meno tradizioni regionali di qualsiasi altro paese in Europa e, dunque, non era consigliabile un decentramento regionale.

Il grande patriota Mazzini fu accusato da Cavour di essere per l’Italia un nemico più pericoloso dell’Austria. Di conseguenza, vennero inventate e poi pubblicate alcune lettere a firma di questo devoto repubblicano per distruggerne la reputazione; le sue opinioni venivano disapprovate perché troppo democratiche, e perché basate sulla autodeterminazione e sul desiderio di creare una federazione europea di popoli liberi: ma queste erano idee troppo in anticipo sui tempi.

Per via di questa ostilità, Mazzini, come del resto Cattaneo e anche lo stesso Garibaldi per un certo periodo, fu condannato a vivere in povertà fuori Italia. Uno storico eminente, pagato dal governo, tenne nascoste certe testimonianze con lo scopo di dipingere Mazzini come un crudele assassino e un comunista, addirittura come un traditore al soldo dell’Austria; e così vennero diffuse leggende sulle sue attività illiberali, anti-religiose e anti-italiane in modo da eliminare qualsiasi possibilità che divenisse una figura popolare in Italia. Eppure egli, forse più degli altri italiani suoi contemporanei, fu quello che nutrì un sentimento religioso assai profondo insieme a un patriottismo e a un anti-comunismo viscerali. Quando Felice Orsini tentò nel 1858 di assassinare l’imperatore francese Napoleone III, Cavour fece del suo meglio per convincere i parlamentari che Mazzini doveva essere il responsabile di una tale atrocità, sebbene Cavour sapesse bene che Mazzini era un nemico personale del mancato assassino. Il fatto, assolutamente non divulgabile, che Orsini aveva ricevuto sottobanco dei soldi provenienti dal bilancio dei servizi segreti di Cavour venne tenuto accuratamente nascosto, in quanto avrebbe distrutto una serie di leggende molto utili dal punto di vista politico. Il presidente del Consiglio sostenne poi, in un discorso parlamentare, di avere prove del fatto che Mazzini stesse organizzando anche un attentato alla vita del re Vittorio Emanuele II, ma questa accusa assolutamente improbabile era un’altra premeditata menzogna; e nemmeno è mai stata fornita la benché minima prova che potesse dar credito a questa storia.

Sarebbe del tutto fuori luogo lanciare contro Cavour una critica moralistica. La critica, caso mai, dovrebbe essere diretta contro quegli storici che più tardi privilegiarono il falso invece della verità. Alcune di queste falsificazioni, per quanto avessero uno scopo politico a loro tempo, sono state gradualmente rettificate nel nostro secolo, a mano a mano che diventavano inutili, mentre si rendevano più accessibili gli archivi. Numerose lettere di Mazzini, centinaia delle quali erano state intercettate dalla polizia piemontese e del papa, sono ora ritornate alla luce e sono riuscite a salvare il loro autore da un immeritato disinteresse. Lo stesso possiamo sperare per altri suoi contemporanei, adesso che molti pregiudizi del passato si stanno attenuando. Una precedente edizione piuttosto infedele e lacunosa delle lettere di Bettino Ricasoli sta per essere sostituita da un’altra, molto più accurata, e lo stesso sta per avvenire nel caso di Massimo d’Azeglio, certo non in anticipo sui tempi.

L’archivio personale di Cavour

Particolari problemi si presentarono a proposito dell’archivio personale di Cavour, senza dubbio la personalità politica di maggior rilievo della storia italiana moderna. Molti documenti ufficiali si trovavano in suo possesso quando morì nel 1861: alcuni di essi andarono poi perduti o vennero distrutti, altri scomparvero dalla circolazione dopo che il re se ne fu impadronito; il resto fu ereditato da un francese che non condivideva le opinioni liberali di Cavour. Varie raccolte delle sue lettere vennero poi pubblicate da diversi editori che salvarono ciò che poterono, ma si dovette aspettare fino al 1913 perché il governo italiano nominasse una commissione incaricata di curare una edizione completa e corretta comprendente tutti i documenti reperibili. Dal 1913 in poi i lavori si sono svolti con una sospetta mancanza di sollecitudine, tanto che ottant’anni dopo si è giunti appena a metà dell’impresa. Tuttavia, ora abbiamo almeno la possibilità di notare quanto i curatori precedenti siano stati tutt’altro che scrupolosi, nel tentativo di nascondere alcuni fatti che essi ritenevano in grado di gettare discredito sulla sua capacità di giudizio o sulle sue azioni. Ironia della sorte, è proprio questa nuova versione non censurata che mostra finalmente l’esatta misura della sua straordinaria abilità politica di fronte alla complessità dei problemi che dovette affrontare.

Due dei precedenti curatori, Michelangelo Castelli e Nicomede Bianchi, furono gli unici storici che, in via del tutto eccezionale, ebbero da Cavour il permesso di consultare gli archivi segreti dello Stato, ed entrambi pubblicarono poi scelte di documenti che fornivano una versione spesso tendenziosa dei fatti. Si potrebbe sostenere che si sia trattato in realtà di una tentazione giustificabile nel periodo critico della costruzione di una nazione, quando gli eventi si succedevano in modo troppo frenetico per consentire considerazioni serene e giudizi obiettivi. Molto meno giustificabili sono invece le successive mancate rettifiche a quelle versioni ormai accolte nella storia, perché queste omissioni tramandarono alle generazioni successive idee sbagliate sulle forze e sulle capacità di una nazione appena formata. Castelli scrisse anche un suo libro di memorie e una biografia di Cavour, entrambi molto interessanti, ma entrambi inattendibili e animati dal desiderio di elogiare come encomiabile e perfettamente riuscita qualsiasi azione dello statista. Due altri importanti volumi contenenti la corrispondenza di Castelli con molte delle personalità di rilievo del tempo si dimostrarono altrettanto interessanti e altrettanto inaffidabili.

Nicomede Bianchi si servì della sua posizione privilegiata di sovrintendente agli archivi piemontesi per scrivere due libri basati sulle lettere di Cavour e un terzo che, per sua esplicita confessione, aveva lo scopo prestabilito di screditare l’immagine di Mazzini agli occhi dei lettori. Inoltre, egli redasse otto voluminosi tomi contenenti documenti diplomatici che coprivano il periodo tra il 1814 e il 1861, pubblicazione che non è ancora stata sostituita da un’altra edizione più recente e che costituisce tuttora una base di partenza necessaria per la ricerca storica. Tuttavia, in privato Bianchi dichiarava schiettamente che il compito assegnatogli era in realtà quello di fare propaganda politica a vantaggio del partito uscito vincitore dal Risorgimento italiano. Egli doveva difendere l’operato della monarchia piemontese, la sola, secondo lui, in grado di arrivare all’ambito fine rendendo gli italiani «gloriosi e temuti pel mondo». Doveva, inoltre, elogiare i «miracolosi» risultati ottenuti da

Cavour e screditare i «tristi e matti» democratici che, invece, mettevano quei risultati in discussione. Accusò sia Garibaldi sia Mazzini di avere fortemente danneggiato la reputazione dell’Italia in Europa – nonostante che questi due personaggi fossero i più famosi e ammirati all’estero tra tutti gli italiani del tempo. Qualunque fatto offrisse una testimonianza in contrasto con le sue tesi doveva essere omesso, oppure ne doveva essere data una interpretazione che ne sminuisse il significato. Se si rendeva necessario venivano liberamente alterate, a questo scopo, singole parole o intere frasi, servendosi di quello che un successivo archivista, Alessandro Luzio, che godette dell’eccezionale privilegio di accedere ai documenti originali, ha poi definito un «cumulo enorme di persistenti inesattezze, di sistematici errori, di voluti occultamenti del vero». Molte di queste inesattezze non sono ancora state corrette perché i testi originali sono andati perduti oppure non sono disponibili alla consultazione per altri motivi. Castelli, inoltre, sfruttò la sua posizione di influente funzionario nel ministero dell’Istruzione e fece prestare agli altri storici universitari un giuramento di fedeltà al nuovo regime stabilitosi in Italia, giuramento che certo non avrà incoraggiato lo studio equanime del passato. Chiunque scrivesse dimostrando una disposizione favorevole ai radicali mazziniani sapeva bene che avrebbe dovuto affrontare la censura, forse anche procedimenti giudiziari, e certamente intralci nella carriera accademica.

Successivamente, tra il 1883 e il 1887, lo zelante ed encomiabile Luigi Chiala contribuì ad accrescere le nostre conoscenze, pubblicando sei volumi di lettere di Cavour e curando inoltre diverse altre raccolte di documenti che rimangono tuttora una fonte di primaria importanza per ogni studioso del Risorgimento. Chiala, anche lui, aveva ricevuto il delicato incarico di espurgare i testi e confidò a un amico americano di essere stato, una volta, addirittura mandato in prigione per via di un riferimento inopportuno al re Vittorio Emanuele II. Egli svolse un lavoro utilissimo, per quanto gli era permesso fare; nondimeno, un quarto dell’enorme numero di documenti pubblicati nei suoi volumi erano mutili o comunque inesatti. Dovettero essere discretamente eliminati i commenti sprezzanti fatti da Cavour negli anni successivi al 1830 su Agostino Depretis e Crispi, giacché quei due eminenti politici erano divenuti membri del governo al tempo della pubblicazione dei volumi di Chiala. Vennero omesse anche le critiche nei confronti della «perfida Albione», poiché esprimere disapprovazione verso l’Inghilterra sarebbe stato altrettanto inopportuno in quel periodo della storia europea, e anche alcuni particolari sul fatto che Cavour aveva talvolta corrotto giornalisti e diplomatici stranieri. Questi episodi venivano considerati troppo poco lusinghieri per essere resi pubblici.

Dovette essere cancellata anche un’altra spiacevole osservazione fatta da Cavour nel 1856, nella quale egli considerava l’unificazione dell’Italia un obiettivo ridicolo, perché a quel tempo l’unificazione era il pericoloso progetto di Mazzini e soltanto negli anni successivi era divenuta politically correct. Fu eliminato anche il passo in cui traspariva la disponibilità di Cavour a cedere la Sardegna al papato in cambio dell’annessione di Roma, perché questo avrebbe potuto offendere molti patrioti sardi. I documenti vennero poi ulteriormente censurati per togliere qualsiasi riferimento al progetto di Cavour di inviare finanziamenti e armi a sostegno di varie insurrezioni nell’Europa centrale: tale censura fu necessaria giacché la versione ufficialmente accolta faceva di lui un conservatore, che non avrebbe mai appoggiato insurrezioni popolari sulla falsariga di Mazzini e Garibaldi. E fu altrettanto necessaria perché il suo segreto invio di armi nei Balcani non riuscì a scatenare la rivoluzione che aveva auspicato. Abilmente, Cavour addossò la responsabilità di questo traffico di armi all’innocentissimo Garibaldi, che divenne quindi un comodo capro espiatorio per un pericoloso errore di valutazione compiuto dal governo piemontese.

Tali distorsioni dei fatti storici trovarono delle attenuanti, e per molti una piena giustificazione, negli esiti che ne conseguirono. Se fossero state conosciute le affermazioni di Cavour sulla vigliaccheria congenita dei toscani, ciò non avrebbe certo contribuito a consolidare il senso dell’unità nazionale. Lo stesso dicasi delle sue critiche nei confronti di Napoli, considerata da lui il luogo più corrotto d’Italia, come tutto il regno delle Due Sicilie, e che avrebbe dovuto essere governata dalla legge marziale. Queste affermazioni, se fossero divenute di pubblico dominio, sarebbero ovviamente risultate inopportune. E altrettanto lo sarebbero stati i commenti derisori del presidente del Consiglio su Ca- ribaldi, ritenuto un uomo che qualche volta era stato utile e ammirevole, ma che, secondo lo stesso Cavour, era un selvaggio primitivo «che disonora l’Italia e la causa della libertà».

Senza dubbio, la popolazione italiana sarebbe inorridita se le fosse stato consentito di venire a conoscenza del fatto che Cavour ordinò all’esercito piemontese di essere pronto a «sterminare», a Napoli, i trentamila volontari che avevano appena conquistato una metà dell’Italia per il loro re. Un altro fatto da nascondere era l’affermazione di Cavour secondo la quale l’annessione della Sicilia da parte dei piemontesi si rendeva necessaria per vanificare l’operato di Garibaldi e dei patrioti più radicali. Invece dell’unificazione italiana voluta dal plebiscito organizzato nel Sud da Garibaldi, Cavour insistette su qualche cosa di diverso, cioè sull’annessione — una parola che non piaceva a molti — delle altre regioni da parte della monarchia piemontese.

Un altro studioso assiduo fu Luigi Bollea, un insegnante di scuola con una grande passione per la ricerca storica, che negli anni successivi al 1910 tentò di rompere quella che era diventata ormai una sorta di congiura del silenzio. Alla fine gli venne accordato il permesso per la pubblicazione di un libro di documenti sul Risorgimento italiano, ma solo dopo ulteriori espunzioni e dopo otto anni di continui impedimenti opposti dal governo, tra i quali anche la persecuzione da parte della polizia e la minaccia di procedimenti giudiziari. L’autorizzazione venne, dunque, infine concessa, ma solo dopo che un altro storico più affidabile era stato convinto a sovrintendere alla pubblicazione, rivendicandone poi il merito per sé.

Troviamo ulteriori restrizioni al libero lavoro di ricerca nel caso di uno studioso ben più valente, Alessandro Luzio, cui venne affidata la guida della commissione ufficiale nominata dal governo per curare una nuova edizione ufficiale delle lettere di Cavour. Luzio era un fascista convinto, scelto da Mussolini per ricoprire dal 1929 al 1939 il ruolo di vicepresidente della nuova Accademia Reale, creata per rappresentare l’élite culturale del regime fascista. Inoltre, cosa che lo rendeva ancora più adatto, egli era anche un agguerrito polemista contro i liberali e astioso nei confronti di chiunque ritenesse un suo rivale accademico. Nonostante la feroce indignazione suscitata in lui dalle restrizioni imposte dagli austriaci al suo accesso agli archivi di Vienna, Luzio rifiutò l’autorizzazione ad altri studiosi che volevano consultare alcuni documenti sotto la sua sorveglianza. Per esempio, egli si scandalizzò quando l’inglese Julia Ady citò documenti relativi alla Ferrara del sedicesimo secolo sui quali, nel più tipico stile fascista, egli rivendicava il monopolio.

Molto più grave fu che Luzio rifiutò ad Adolfo Omodeo, il più grande esperto della carriera politica di Cavour, il permesso di consultare i documenti di cui aveva bisogno per una biografia dello statista, che, di conseguenza, non venne mai portata a termine. Omodeo protestò contro questa rivalità tra studiosi così meschina ed esasperante, definendola il principale impedimento allo svolgimento di ricerche storiche in Italia. Egli, addirittura, attribuiva a questa rivalità la principale ragione per la quale le migliori storie del Risorgimento, sempre secondo lui, erano scritte da stranieri.

Luzio, però, fu archivista di grande talento e riuscì a correggere la maggior parte degli errori introdotti dai suoi predecessori. Egli giunse a sostenere di essere finalmente in grado di pubblicare una edizione «definitiva» dell’epistolario di Cavour; tuttavia, anche la sua edizione conteneva ancora alcuni casi di testi mutili, oppure riproduceva documenti tratti dalla raccolta di Bollea e non confrontati con gli originali, o, ancora, non riconosceva i casi nei quali Chiala, quarant’anni prima, aveva scoperto un testo più attendibile. Luzio, inoltre, creò ulteriore confusione quando decise di stampare le lettere non in ordine cronologico, ma raggruppandole arbitrariamente per argomenti, cosa che spesso ne rese difficile la consultazione.

Nel 1945, Omodeo mi comunicò che qualsiasi richiesta da parte mia di ottenere il permesso di consultare gli archivi di Cavour sarebbe stata respinta, e purtroppo aveva ragione. Ma, nel 1947, dopo la morte di Luzio, ebbi la ventura di ottenere l’appoggio di Benedetto Croce, di Federico Chabod e dell’ex presidente del Consiglio, Ivanoe Bonomi; dopo pochi giorni fu conferito a Chabod e Bonomi l’incarico di guidare una commissione completamente nuova. Il loro compito era di ricominciare tutto il lavoro dall’inizio in modo più scientifico, e finalmente con libero accesso ai documenti originali.

Gli archivi della famiglia Savoia

Oltre mezzo secolo dopo l’abolizione della monarchia, gli archivi della famiglia Savoia sono ancora oggi avvolti nel mistero, e in questo caso l’ex re Umberto non ha nemmeno mai dato segno di avere ricevuto le mie ripetute lettere con richieste di informazioni. Si sapeva già che molte casse di documenti erano state trasportate in Egitto dal padre di Umberto dopo la sua abdicazione, nel 1946. Più tardi esse furono spedite in Portogallo e, successivamente, in Svizzera, dove sono rimaste fino alla morte dell’ultimo re d’Italia, nel 1983. Umberto ne fece un lascito allo Stato italiano, ma i suoi eredi hanno continuato a frapporre degli ostacoli ed è più che possibile che nel frattempo molto materiale sia scomparso, o perché perduto o perché distrutto o nascosto. Quali che siano i documenti ancora esistenti, essi potrebbero comunque fare luce su alcuni episodi decisivi della storia nazionale, perché i quattro re che si succedettero tra il 1849 e il 1946 ricevettero sempre le copie dei più importanti documenti di Stato, specialmente quelli riguardanti la politica estera e le questioni militari. Inoltre, era stabilito per convenzione che le lettere personali scritte dai monarchi a membri del governo dovessero essere restituite agli archivi reali allorché moriva il destinatario, o anche prima che ciò avvenisse. Ogni qualvolta lo si riteneva necessario, i funzionari del re si recavano immediatamente a esaminare o confiscare documenti appartenenti a importanti uomini politici, e sappiamo che una tale prassi fu applicata nel caso di Cavour, Urbano Rattazzi, d’Azeglio e Mussolini. Due o tre studiosi, tra i quali Luzio, ricevettero l’autorizzazione a consultare alcune sezioni dell’archivio reale e ci hanno informato di quanto fosse ampio e ben organizzato. Adesso si dice che una parte sia finalmente arrivata in Italia, ma per quanto riguarda informazioni più precise dobbiamo affidarci alle congetture e ai pettegolezzi.

Questa incompletezza nelle nostre conoscenze risulta ancora più incresciosa in quanto la costituzione italiana del 1848 stabiliva che attribuire al re la responsabilità delle azioni del governo era un crimine; si crearono quindi molte lacune nelle pubblicazioni ufficiali sugli interventi politici dei successivi capi di Stato. Soltanto i ministri potevano essere per legge ritenuti responsabili, e spesso si possono soltanto fare congetture sull’eventualità che in qualche occasione il monarca si fosse mosso indipendentemente rispetto al governo su questioni di importanza fondamentale riguardanti la pace e la guerra. Fino a quando non venne introdotta una nuova costituzione, nel 1947, gli storici si sono quindi dovuti muovere con cautela, autoimponendosi una sorta di censura se si imbattevano in qualche notizia sgradita.

Chiala si era messo al lavoro per curare un’edizione delle lettere scritte da Vittorio Emanuele II ma, per ragioni facilmente immaginabili, l’opera non arrivò mai alla fase della pubblicazione. Per quanto riguarda invece Umberto I, Alfredo Comandini scrisse un libro, che fu poi mandato al macero per ordine delle autorità prima che qualcuno potesse consultarlo. Quanto a Vittorio Emanuele III, sappiamo che egli scrisse le sue memorie, giacché le mostrò ad alcuni amici intimi, che parlarono poi pubblicamente di ciò che vi era contenuto; tuttavia, venne poi diffusa una smentita ufficiale con la quale si negava che tali memorie fossero mai esistite, mentre secondo un’altra versione dei fatti esse furono bruciate da una principessa della famiglia reale. Successivamente, Umberto II sostenne di voler proteggere la segretezza degli archivi reali fino a che non li avesse utilizzati lui stesso per scrivere la sua personale versione della storia, ma è lecito pensare che egli non avesse alcuna intenzione di farlo, in altre parole che si trattasse di un nuovo espediente per evitare di rendere pubblico l’archivio. Sarebbe prematuro fare ulteriori congetture, dal momento che non sappiamo ancora quanto di questo materiale giungerà in possesso delle autorità italiane che ne sono i legittimi proprietari. Tuttavia è possibile, se non probabile, che una considerevole quantità di testimonianze scritte della storia italiana siano state alterate o eliminate per difendere la reputazione e l’operato di questi capi di Stato.

Ad esempio, Vittorio Emanuele II è stata una figura molto interessante, ma non era sempre quel «Re Galantuomo» descritto da molti libri di scuola, e certamente è ridicolo definirlo, come fece lo storico Domenico Zanichelli, il più grande sovrano cristiano di tutta la storia. E certo non era favorevole all’intervento del Parlamento in questioni per le quali egli rivendicava invece la prerogativa reale. Il pubblico non venne a sapere, se non molto dopo la sua morte, che egli aveva confidato ai nemici austriaci il suo rammarico per l’introduzione in Italia di un governo costituzionale, né si conosceva la sua affermazione che gli italiani fossero inadatti a una forma di governo nella quale un Parlamento eletto aveva il diritto di esprimere le proprie opinioni in merito alla politica estera. Una rigorosa formazione militare gli aveva insegnato, come confessò a un ambasciatore inglese, che esistevano solo due modi per governare l’Italia, con le baionette o con la corruzione; sfortunatamente la costituzione del 1848 gli lasciava ampi poteri di intervento nelle questioni politiche.

La leggendaria immagine pubblica, così minuziosamente costruita, è contraddetta dal fatto che nel 1849 egli informò in via privata il principe Mettermeli e il papa che era pronto ad aiutarli, fornendo rinforzi militari, a sconfiggere la Repubblica romana di Mazzini e a schiacciare l’opposizione parlamentare a Torino. Successivamente, nel 1867, egli ripeté l’inopportuno commento di Cavour e parlò di compiere un altro «massacro» dei seguaci di Garibaldi, che minacciavano di arrivare a Roma prima dell’esercito del re. A un certo punto, Vittorio Emanuele inviò un’ambasciata a Berlino, comunicando che egli intendeva unirsi alla Prussia, per combattere contro la Francia, ma promise anche ai francesi che li avrebbe aiutati a combattere contro la Prussia e quasi simultaneamente informò gli austriaci che sarebbe stato al loro fianco per sconfiggere sia la Francia sia la Prussia. Una volta suggerì agli inglesi di dichiarare guerra al sultano, in modo che insieme avrebbero potuto poi spartirsi e annettersi l’Impero turco. Questi episodi sconcertanti vennero tenuti nascosti, anche ai membri del governo. Soltanto con estrema difficoltà, nel 1870, Giovanni Lanza, un presidente del Consiglio di non comune intelligenza, riuscì a evitare che il re mantenesse la promessa di combattere a fianco di quello che sarebbe poi diventato lo schieramento perdente nella guerra franco-prussiana, una promessa che, se mantenuta, si sarebbe rivelata per il suo regno un disastro forse irreparabile. Egli era talmente inaffidabile e sleale che Cavour e altri presidenti del Consiglio, i quali lo servirono tuttavia fedelmente e cercarono di nascondere questi comportamenti aberranti, arrivarono al punto di dichiarare che avrebbero preferito ridurre al minimo i rapporti personali con il re.

Gli errori di Badoglio

È destinata a rimanere una questione aperta la valutazione dei danni causati dalla segretezza e dalla manipolazione delle prove documentali, e dalle conseguenze che ne sono derivate nel corso degli ultimi due secoli della storia italiana. Tuttavia ne sappiamo abbastanza da poter affermare con certezza che l’Italia ha dovuto subire diversi effetti dannosi dalle procedure costituzionali dei suoi sovrani e dalla loro irresponsabile condotta in campo militare. E nemmeno vi è dubbio alcuno sul fatto che i ministri hanno indotto pericolosamente in errore i loro successori, tenendo nascosti alcuni documenti o falsificandone deliberatamente altri – ad esempio, riguardo alla reale capacità dell’Italia di combattere una guerra impegnativa. Un’idea generica di queste mistificazioni si può ricavare dai rapporti ufficiali sulla guerra contro l’Austria nel 1866, sulla guerra d’Etiopia nel 1894-96, sulla guerra di Libia nel 1911-12. Anche i resoconti ufficiali degli eventi riguardanti le guerre precedenti e meno controverse, del 1848-49 e del 1859, sono stati tenuti segreti per molti decenni in modo da evitare che le «belle leggende» elaborate in proposito divenissero poi oggetto di indagini da parte del Parlamento e degli storici. Senz’altro questo ha impedito che se ne traessero gli insegnamenti necessari, i quali invece si sarebbero dimostrati utili nel guidare le scelte dei governi successivi tra le varie possibilità che si offrivano alla politica estera dell’Italia.

Dopo la disastrosa e assolutamente imprevista sconfitta militare a Caporetto, nel 1917, venne nominata una commissione di esperti per cercare di individuare che cosa non avesse funzionato, eppure i suoi membri furono poi costretti dalle autorità politiche a cancellare tredici pagine della loro relazione riguardanti il generale Badoglio, sul quale principalmente si appuntavano i sospetti di incompetenza. Tali omissis consentirono quindi al re di promuovere questo militare tanto criticato alla carica di capo di Stato maggiore, ruolo che egli sfortunatamente mantenne fino al novembre del 1940, quando le forze dell’Italia fascista subirono un’altra inaspettata sconfitta per opera del piccolo esercito greco.

Nel 1943 l’incapace Badoglio, dopo essere stato incaricato dal re di sostituire Mussolini in qualità di capo del governo, riuscì a escogitare un altro espediente per nascondere la sua personale responsabilità in un’altra disfatta militare, di portata molto maggiore. Il suo primo errore, dopo la destituzione del duce, fu quello di temporeggiare, con l’unico risultato che i combattimenti contro la coalizione angloamericana si protrassero per altre sei settimane senza alcuna utilità. In seguito, egli accettò con riluttanza le condizioni dettate dal generale Dwight Eisenhower per un armistizio, sebbene non ne fosse intimamente convinto e, quasi sicuramente, non avesse intenzione di mantenere i patti che aveva firmato. Badoglio acconsentì a mutare alleanza e ad appoggiare gli angloamericani nel settembre del 1943, proprio quando questi avevano già iniziato la mobilitazione nelle basi africane per sbarcare a Salerno. Tuttavia, inizialmente egli riuscì a ottenere da Eisenhower una concessione, cioè che gli alleati indebolissero l’attacco così ben preparato per utilizzare parte delle truppe disponibili in un simultaneo e rischioso attacco su Roma. Però, proprio quando gli aerei e i paracadutisti americani stavano per decollare dalle basi aeree siciliane per atterrare nei pressi di Roma, egli ritirò la sua promessa di appoggiare questa operazione, insistendo perché Eisenhower rinunciasse a un attacco che lo stesso governo italiano aveva richiesto. La decisione fu disastrosa, prima di tutto, perché l’assenza dell’unica divisione aviotrasportata mise a repentaglio a Salerno quello che doveva essere il primo sbarco alleato sul continente europeo; in secondo luogo, perché il grosso dell’esercito italiano, che si trovava nei pressi di Roma, dove sarebbe risultato estremamente utile per abbreviare la guerra, fu lasciato da Badoglio senza ordini, senza informazioni e addirittura senza un comandante in capo, per cui i tedeschi catturarono mezzo milione di soldati italiani dopo poche ore di resistenza coraggiosa ma disorganizzata. Fu quindi escogitata in fretta e furia una delle solite falsificazioni per attribuire al comandante americano la responsabilità di non essere riuscito a portare a termine l’attacco alla capitale italiana.

L’Italia subì le dannose conseguenze del fatto che Badoglio era uno dei molti leader militari e civili promossi non sulla base della loro competenza tecnica, ma per ragioni di correttezza politica e di fedeltà al regime fascista e alla monarchia. Non soltanto Mussolini diffidava dei subordinati che dimostrassero competenza e iniziativa, ma possedeva egli stesso un senso della storia molto superficiale; i contorcimenti della sua macchina di propaganda dimostravano come gli esiti ottenuti da una grande nazione potessero essere offuscati e compromessi operando una sistematica contraffazione delle informazioni e ignorando deliberatamente ciò che il passato avrebbe invece potuto insegnare.

«Magna est veritas et praevalebit»

Fortunatamente i cinquant’anni successivi ai fascismo hanno dato vita a un mondo molto più libero, nel quale le bugie e l’occultamento della storia possono essere smascherati più facilmente. Proprio come in altri paesi, una società più pluralistica e un incoraggiamento alla libertà accademica e giornalistica hanno permesso in Italia un dibattito più serio su molti episodi del passato. Le prove raccolte dalla Commissione italiana anti-mafia e dai magistrati che investigano su Tangentopoli hanno rivelato, negli anni Novanta, quanto una società apparentemente sana sia stata messa a repentaglio dal presupposto infondato, secondo il quale la realtà politica sarebbe come i sentimenti patriottici la immaginano e non come essa effettivamente è.

Ma già prima di ciò la storiografia italiana, ora più libera da imposizioni di ordine politico, ha potuto confermare che Cavour, Giolitti e De Gasperi, nonostante una serie di circostanze abbiano qualche volta frustrato le loro aspettative, erano sotto tutti i punti di vista statisti di eccezionale abilità. La maggiore libertà di informazione ci permette ora anche di riconoscere come politici di minor levatura — Mussolini, Giulio Andreotti, Bettino Craxi e Silvio Berlusconi — abbiano avuto anche loro un considerevole influsso, nel bene e nel male, sul destino del loro paese, e possiamo essere abbastanza sicuri che i loro successi o i loro fallimenti non verranno nascosti da resoconti tendenziosi della storia.
Magna est veritas et praevalebit.

Fonte: Denis Mack Smith, La storia manipolata, Editori Laterza, 2000