IL CACCIATORE: E IL CARNEFICE SI VESTE DA VITTIMA – Recensione di Aggeo Savioli

Recensione del film di Michael Cimino "Il Cacciatore", pubblicata sul quotidiano l’Unita’ il 28/02/1979
The Deer Hunter (1978) Michael and Nick on a hunting trip in the mountains

Un film americano sulla guerra del Vietnam

di Aggeo Savioli

Un fantasma si aggira su­gli schermi cinematografici italiani: il fantasma dell’anticomunismo viscerale, del razzismo più bieco — quello che accomunava interi po­poli e grandi civiltà sotto lo sprezzante appellativo di «musi gialli» — dell’odio zoologico per i «diversi». È il fantasma di un’America orgogliosa e paga di se stessa, incapace d’un briciolo di autocritica, chiusa a ogni apertura e comprensione verso quanti non abbiano l’inaudita fortuna d’esser cit­tadini della Repubblica stellata.

Parliamo del Cacciatore (Il cacciatore di cervi, nell’originale), il film di Michael Cimino che ora comincia a circolare Ha noi dopo esser stato al centro, prima a Belgrado e poi a Berlino ovest, delle note polemi­che, cui è seguito, in parti­colare, l’abbandono del Fe­stival cinematografico, in corso nel settore occidenta­le della città tedesca, da parte delle delegazioni di cinque paesi socialisti, a co­minciare dall’URSS. Si può discutere dell’opportunità di un tale gesto. Ciò non toglie che Il cacciatore possa far trasecolare — usiamo di proposito un eufemismo — chiunque abbia memoria de­gli spaventosi lutti e soffe­renze provocati dall’aggres­sione americana al Viet­nam.

Il cuore del lungometrag­gio di Michael Cimino (tre ore di proiezione) è costitui­to, invero, dallo spettacolo di atrocità senza nome: donne e bambini massacrati a colpi di bombe nel sotterra­neo dove hanno trovato ri­fugio, prigionieri tenuti den­tro gabbie per animali, immersi in acque putride per­corse da topi feroci, sevi­ziati moralmente e mate­rialmente, obbligati a ucci­dersi con le loro stesse ma­ni. C’è persino, ricalcata quasi al millimetro, la celebre tremenda foto del ca­po della polizia di Saigon che punta la pistola alla tempia della sua vittima i­nerme e spara.

Solo che tutto questo è mostrato a ruoli rovesciati: a commettere quelle infa­mie non sono, come tanto a lungo ed esaurientemente si documentò all’epoca, gli in­vasori e i loro manutengo­li, ma i partigiani del Fron­te di liberazione vietnami­ta. Si aggiunga che costoro praticano sulla pelle dei ne­mici catturati, sotto il be­nevolo sguardo d’un ritratto di Ho Chi Minh, il sadico sport della roulette russa, maneggiando bigliettoni di banca come gangster in una qualche bisca di Chicago.

Del resto, non è che i sud-vietnamiti di Van Thieu sia­no visti con molta maggior simpatia: sono brutti e tor­vi e Saigon è una città per­versa, dove i poveri «ber­retti verdi» vengono intrap­polati da gente sinistra e co­stretti ancora a sanguinosi giochi d’azzardo. E chi so­no i loro sfruttatori? Di nuo­vo vietnamiti, e cinesi, e — unico «bianco» — un anziano residente francese…

Potremmo continuare, ma pensiamo che l’esemplificazione sia bastevole. Eppure, ciò che forse impressiona di più non è tanto la spu­dorata mistificazione degli eventi della guerra ameri­cana nel Sud Est asiatico, quanto il pesante velo steso sul dramma vissuto, allora, all’interno stesso degli Stati Uniti. Tutto si riduce a una sbrigativa allusione finale a uno «scontro di opinioni». All’anima dello scontro. Ci furono manifestazioni di massa, e forme esasperate di protesta, e repressioni cruente, e giovani trucidati dentro le Università, e diserzioni: una crisi profonda che scosse gli USA, e la cui eco pensavamo non si fosse del tutto spenta.

Qui è il punto: il successo che Il cacciatore ha già otte­nuto in patria, i consensi e i premi della critica, le nove candidature agli Oscar (gli Oscar sono quel che sono, però esprimono in qualche modo gli orientamenti non solo dell’industria, ma anche degli intellettuali che lavorano a Hollywood) costitui­scono un sintomo grave. Chi non ricorda il proprio pas­sato è costretto a riviverlo, ha scritto qualcuno. Certo, il confronto bellico in atto tra Cina e Vietnam offre un’occasione cupamente pro­pizia alla sortita del Caccia­tore. Ma, se sappiamo quan­to complesso e arduo sia l’intreccio dei problemi in quella zona decisiva della comunità umana, ci rendia­mo ben conto di come gli aggressori di ieri non pos­sano, oggi, che fregarsi le mani e soffiare sul fuoco.

l’Unità, 28/02/1979

 

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