Barry Lyndon (Barry Lyndon, 1976) – Recensione di Tullio Kezich

Barry Lyndon mette in scena una società violenta, ferocemente classista, dove l’avventuriero gode di una libertà effimera e viene presto emarginato e distrutto. Arricchito dalla più bella fotografia che si sia vista al cinema, il film comunica con stoicismo un sentimento amaro dell’esisten­za e della storia.

di Tullio Kezich

Opera 10 di Stanley Kubrick, Barry Lyndon ha impegnato per quasi tre anni il regista di 2001: Odissea nello spazio che ha lavorato senza badare a spese: il costo finale della pellicola supera i 13 milioni di dollari, sul recupero dei quali la Warner Bros ha ufficialmente dichiarato di non contare affatto. In generale il film, tratto dal primo romanzo di William M. Thackeray (1844), ha avuto tiepide accoglienze da parte della stampa USA. Lo si è accusato di essere soltanto una sontuosa illustrazione di vita settecentesca, scarsamente animata da un eroe ambiguo e indecifrabile impersonato da Ryan O’Neal. Tutta diversa, a Londra e a Parigi, la reazione della critica europea—il film è una tappa fondamentale nella stona del cinema tratto dalla letteratura. In apparenza molto fedele al romanzo, Kubrick l’ha trasposto dalla prima alla terza persona e vi ha apportato notevoli variazioni (per esempio il duello iniziale e quello finale non appartengono a Thackeray). Barry Lyndon mette in scena una società violenta, ferocemente classista, dove l’avventuriero gode di una libertà effimera e viene presto emarginato e distrutto. Arricchito dalla più bella fotografia che si sia vista al cinema (l’operatore è John Alcott), immerso in un suggestivo bagno musicale che va da Haendel a Schubert, vivificato da una schiera di attori perfetti, il film comunica con stoicismo un sentimento amaro dell’esisten­za e della storia.

[1976]

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