Nei primi anni Cinquanta si diffuse in America, per opera del senatore McCarthy, la psicosi del comunismo che impedì perfino un atto di clemenza nei confronti di Ethel e Julius Rosenberg, accusati di spionaggio a favore dell’Unione Sovietica

di Matteo Giambattista

Silenzio, entra la corte. Gli imputati si alzano in piedi. Il giudice Kaufman legge la sentenza: «Julius ed Ethel Ro­senberg, per il delitto di cui siete stati riconosciuti colpevoli, siete condannati alla pena di morte: si ordina che l’esecuzione abbia luogo, ai sensi di legge, la settimana che inizia lunedì 21 maggio».

È il 5 aprile 1951, sono trascorse tre settimane dall’inizio del processo. Gli altri due imputati, David Greenglass, fratello di Ethel, e Morton Sobel, vengono condannati rispettivamente a quindici e trent’anni di reclusione.

La decisione dei giudici di New York fa scalpore. Dal fondo dell’aula del tribunale si levano grida di sorpresa e di orrore.

I giornalisti si lanciano fuori dell’aula, scombussolando il pubblico con la loro fretta. Si crea un trambusto che si propaga anche all’esterno del tribunale.

Dall’arresto degli imputati, avvenuto un anno prima, l’opinione pubblica aveva seguito con passione la vicenda umana e politica dei due coniugi , accusati di aver trasmesso all’Urss segreti sulla bomba atomica americana.

La vicenda ha inizio nel settembre del 1945. Il diplomatico sovietico Gouzenko aveva chiesto e ottenuto asilo politico in Canada, rivelando al tempo stesso resistenza di una rete spionistica al soldo dei russi negli Stati Uniti, fornendo contemporaneamente informazioni sulla sua attività. L’Fbi si mette in moto e, dopo lunghe e accurate indagini, pizzica un «pesce grosso», lo scienziato nucleare Klaus Fuchs, il quale fa il nome di Morton Sobel, che a sua volta parla e chiama in causa David Greenglass che lavorava al centro segreto di Los Alamos, dove sì era prodotta la bomba atomica, quella lanciata su Hiroshima e Nagasaki.

Messo sotto torchio, Greenglass vuota il sacco e non esita a tirare in ballo la sorella e il cognato Julius Rosenberg, un ebreo comunista.

Sono gli anni in cui il senatore repubblicano McCarthy conduce una clamorosa e persecutoria campagna anticomunista, definita «caccia alle streghe», che crea un clima dì timori e diffidenze che fanno tremare perfino uomini politici di primo piano.

Definito calunniatore, bugiardo, impostore, mascalzone, inquisitore, ma anche salvatore della patria, McCarthy è il più fiero avversario del comunismo che vede come il fumo negli occhi. Per lui è sufficiente che un tale abbia partecipato a un pranzo dato in onore di un comunista per essere ritenuto un sovversivo.

Le accuse del senatore, che ama i colpi di scena, pur essendo spesso soltanto delle illazioni, convincono larga parte dell’opinione pubblica americana, sicura che senza quelle denunzie il presidente Truman e il suo ministro Acheson non avrebbero mai scoperto nulla del complotto che i «rossi» starebbero ordendo. Intanto, perdono il lavoro numerosi dipendenti pubblici, solo perché sospettati di avere simpatie per i comunisti, o di essere omosessuali, ritenuti perciò soggetti ricattabili, e quindi inadatti a venir impiegati in uffici dove sono conservate carte segrete, di cui i sovietici desiderano impossessarsi o farne delle copie.

In questo clima, il parlamento americano approva quasi all’unanimità, il 24 febbraio 1953, un finanziamento di 300 mila dollari per fare un’inchiesta sugli insegnanti, dalle elementari all’università, per scoprire eventuali infiltrazioni comuniste.

È la risposta del paese a un’agitazione che dura da qualche anno, alimentata dai mezzi d’informazione e da uomini politici ormai votati per convinzione o per convenienza al maccartismo. I liberali, gli intellettuali e una parte della stampa strillano, protestano. Il commediografo Arthur Miller scrive una commedia sul processo alle streghe che si era tenuto due secoli fa nel New England protestante, ma l’allusione, è evidente, riguarda il presente.

Dopo le prove date nella seconda guerra mondiale e la conseguente spartizione del mondo in zone d’influenza degli Stati Uniti e dell’Unione Sovietica, quest’ultima era diventata una temibile potenza, anche se non aveva ancora l’atomica. Gli Stati Uniti fra l’altro, erano convinti che sarebbero trascorsi almeno dieci anni prima che i russi avessero anche loro il terribile ordigno. Invece, Stalin li sbalordì: nel 1949, infatti, anche l’Urss era in grado di costruire la bomba.

Si aggiunga a questo il fallimento della guerra di Corea e della penetrazione americana in Cina per creare nella gente la psicosi di diventare una colonia dei sovietici se non stava allerta.

Il comunismo, per la verità, interessa solo gli intellettuali americani e non ha mai fatto molta presa sugli operai o sui contadini, ma le idee fanno paura lo stesso e chi le manifesta, o è sospettato di avere simpatia per i russi, viene stritolato con un mezzo terribile: l’ostracismo. Chi, ad esempio, viene licenziato perché sospettato di essere un comunista non trova più lavoro e spesso è costretto a cambiare città e nome. A volte la democrazia sa essere durissima proprio perché impersonale.

Le organizzazioni patriottiche o religiose o semplicemente dei gruppi politici pubblicano dei foglietti nei quali sono indicati i nomi di persone di varie categorie sociali che un tempo avevano o che hanno ancora certe simpatie politiche. Basta solo il sospetto a far passare loro un mucchio di guai. Lo stesso Charlie Chaplin ha dei fastidi in questo periodo. Se durante la guerra c’era stata la caccia al «fascista», ora le parti si sono invertite e si cacciano i comunisti o presunti tali.

Il caso Rosenberg entra così nella storia come quello di Sacco e Vanzetti, esempi emblematici di una giustizia spietata perché asservita alla ragion di stato.

Julius era figlio di Harry Rosenberg, un russo immigrato in America nel 1902. La famiglia abitava nel quartiere più povero e più israelitico di New York, in un appartamento miserabile, all’ultimo piano, in cui quando pioveva si riempivano bacinelle e pentole che raccoglievano la pioggia che penetrava dal soffitto e quando tirava vento si tamponavano le fessure con giornali e stracci.

In questa casa era nato Julius il 12 maggio 1918. Suo padre Harry lavorava in una sartoria, dalla quale era stato poi licenziato perché aveva partecipato a uno sciopero e da quel momento il suo nome figurava nella lista nera dei sovversivi.

Julius era un ragazzo molto religioso che voleva diventare rabbino. La sua vita, però, ebbe una svolta il giorno in cui si fermò in piazza ad ascoltare un uomo che chiedeva aiuto agli operai per far uscire di prigione il capo del sindacato dei sarti, condannato per un delitto che non aveva commesso. Presa a cuore la sorte del sindacalista, si era messo a distribuire volantini che sensibilizzavano l’opinione pubblica su quel caso di ingiustizia.

Da quel giorno era diventato un attivista del partito comunista americano e aveva cominciato a distribuire il «Daily Worker», il quotidiano della sinistra statunitense.

In questo periodo Julius si innamora di Ethel Greenglass, figlia di un povero riparatore di macchine per cucire, che viveva ai margini di quella società che offriva opportunità a tutti ma che regalava durezze e amarezze a chi non raggiungeva il successo.

Per questo Julius, pur in mezzo a mille difficoltà, frequenta l’università e con sacrifici inimmaginabili diventa ingegnere, per potersi scrollare di dosso la miseria.

Ethel, la donna della sua vita, era nata nel 1916. Il suo sogno era quello di diventare cantante o attrice, cosa che però aveva provocato discordie in famiglia. Per procurarsi i soldi per le lezioni di canto, si era impiegata come stenografa e guadagnava sette dollari alla settimana. Dopo il lavoro, la sera, frequentava un corso di recitazione e canto.

Anche lei, come Julius, è protagonista di un episodio che cambierà la sua vita. Nel 1932, mentre è alla ricerca di un posto di dattilografa in una fabbrica, scopre che più di mille donne aspirano allo stesso impiego. Il proprietario dell’azienda, per disperdere la folla delle aspiranti davanti al cancello, chiama la polizia che interviene con gli idranti.

Ethel, insieme a molte altre donne, viene travolta dai getti d’acqua. Ritorna a casa fuori di sé per l’indignazione contro l’arroganza dei datori di lavoro e della polizia. Da quel momento diventa un’attiva sindacalista e già nel 1935 dirige uno sciopero di centocinquanta donne nello stabilimento in cui lavora. Il padrone cede, ma Ethel in seguito viene licenziata.

Tre anni dopo, durante una festa di beneficenza, organizzata dal sindacato dei portuali, Ethel Greenglass e Julius Rosenberg si cono­scono e scoprono di essere fatti l’uno per l’altra. L’amore e la politica li accompagneranno fino alla sedia elettrica.

Nel 1939, i due si sposano. Il loro primo figlio, Michael, nasce nel 1943; quattro anni dopo arriva Robert, il secondogenito. Julius, intanto, ottiene un impiego che gli frutta duemila dollari l’anno. La famigliola può permettersi di vivere decorosamente.

Gli Stati Uniti, in questo periodo, sono alleati dell’Unione Sovietica nella guerra contro Hitler e i nazisti e i Rosenberg hanno un motivo in più per manifestare apertamente le loro simpatie politiche.

Nel 1945, però, Julius viene licenziato perché accusato di essere comunista. Trova un altro posto, ma lo perde presto per lo stesso motivo. Nel 1947, insieme col cognato, David, che si era congedato dall’esercito, apre un’officina che consente loro di vivere decorosamente per un certo periodo, poi le cose vanno male e chiudono.

Nel 1950, viene arrestato David Greenglass e, dopo alcuni mesi anche i coniugi Rosenberg, per spionaggio e improvvisamente si ritrovano tutti sulle prime pagine dei giornali.

La vicenda prende inizio nel 1945. Un impiegato russo dell’ambasciata di Ottawa, nel Canada, rivela l’esistenza di un complotto per carpire il segreto dell’atomica. Viene fuori un nome, quello del fisico nucleare inglese Allan Nun May, fra le cui carte viene citato spesso il dottor Klaus Fuchs, uno scienziato idealista, convinto che facendo conoscere ai russi il segreto della bomba atomica avrebbe fatto il bene dell’umanità.

L’uomo ha già servito in passato i sovietici quando viveva in Inghilterra e continua a farlo negli Stati Uniti. Fuchs è in contatto infatti con un certo Harry Gold, che dal 1935 faceva la spia al soldo dei russi.

Il 3 febbraio 1950, Fuchs è arrestato a Londra, ma non tiene la bocca chiusa e rivela i nomi di 124 americani con cui aveva lavorato nel suo spionaggio idealistico, ma non per questo meno pericoloso di quello mercenario.

Fra gli indiziati di maggior spicco figurano i Rosenberg, David Greenglass, Morton Sobel, un compagno di studi di Julius, ma non si fa alcun cenno a Gold.

Alla notizia dell’arresto di Fuchs, Rosenberg si mette in movimento per far scappare dagli Stati Uniti il cognato. Ma David Greenglass si trova in una delicata situazione: sua moglie, prossima al parto, si è ustionata con una stufa e il marito non se la sente di lasciarla sola e tantomeno di portarsela appresso in quelle condizioni. Sicché adopera i mille dollari avuti dal cognato per la fuga per far curare sua moglie. Dunque, non si muove.

Secondo l’accusa, Rosenberg voleva che il Greenglass sparisse, perché era stato lui a fornirgli del materiale scottante, quando lavorava come meccanico a Los Alamos, dove si era costruita la bomba. Quei documenti, in seguito, sarebbero finiti in mano ai russi attraverso il Gold.

La polizia federale, intanto, è al lavoro e nel maggio 1950 arresta Gold. Rosenberg insiste perché il cognato parta, ma la moglie non vuole, nonostante il pericolo di finire in prigione.

Chi scappa, invece, è Morton Sobel, che è spaventato e, usando nomi falsi, si rifugia in Messico, finché non viene preso da agenti della polizia federale che pare l’avrebbero aggredito e sequestrato illegalmente, trasportandolo quindi oltre confine, per consegnarlo alle autorità americane.

Il 26 luglio è la volta di Greenglass che dichiara: «Se non fosse stato per mia moglie, sarei scappato o mi sarei ammazzato».

Messo sotto torchio, l’uomo accetta di diventare testimone contro la sorella e il cognato Rosenberg. Anche Gold, dopo l’arresto, collabora con la giustizia.

In agosto, gli agenti federali si presentano sull’uscio dei Rosenberg, che erano stati denunciati assieme a Sobel e ad Anatoli Yacovlev, viceconsole russo (latitante, si suppone rifugiato in Unione Sovietica). Julius e Ethel sono accusati di cospirazione e spionaggio.

Il 6 marzo 1951 a New York si celebra il processo. Ad affiancare il giudice Kaufman ci sono dodici giurati, fra i quali una sola donna, tutti di estrazione popolare, niente capitalisti o intellettuali.

Il primo testimone ascoltato dai giudici è Max Elicher, amico intimo di Sobel e compagno di scuola di Rosenberg, che dichiara che Ethel e Julius, nel periodo in cui lui prestava servizio nella Marina, gli chiesero di rubare dei documenti segreti per trasmetterli ai russi.

David Greenglass, dal canto suo, dichiara che nella sua posizione nel centro atomico di Los Alamos poteva vedere molte cose. Afferma che ogni settimana, quando ritornava a casa dalla moglie che abitava ad Albuquerque, distante circa cento miglia dalla base atomica, riportava idee, nomi, disegni che, dal gennaio 1945, aveva cominciato a consegnare ai cognato.

La cosa era continuata anche l’anno successivo e l’imputato dichiara, inoltre, che Julius si era vantato con lui di aver passato ai russi il segreto di una «specialissima spoletta». Rosen­berg, fra l’altro, aveva lavorato per un breve periodo nel campo delle forniture militari, ma poi vi era stato allontanato perché sospettato di essere un comunista.

Greenglass non esita ad accusare perfino sua sorella e racconta degli sforzi che i due coniugi avevano fatto per scappare, appena si erano resi conto del pericolo.

La difesa cerca di dimostrare che Greenglass non ha le cognizioni sufficienti per poter comprendere e rivelare complicati segreti atomici; tenta, inoltre, di accreditare la tesi del risentimento verso il cognato Rosenberg a causa del fallimento dell’officina che avevano gestito insieme. Si tratterebbe, secondo gli avvocati difensori, di vendetta insomma.

È la volta di Harry Gold che racconta la storia delle riunioni con il viceconsole Yakovlev e con lo scienziato Fuchs. Dice di essere stato mandato a Los Alamos da Fuchs e poi ad Albuquerque da Greenglass; in altre parole ha fatto loro da corriere. Per recapitare all’uno o all’altro il materiale che gli veniva affidato, confida Gold, usava come segno di riconoscimento una scatola di gelatina strappata a metà.

Alcuni esperti, dalla descrizione dei segreti traditi, desumono che le informazioni date alla Russia sono di grande valore. Il giudice si convince che gli imputati hanno permesso ai sovietici di fabbricare la bomba atomica prima del previsto.

Tocca ora a Rosenberg che nega tutto. Dice, fra l’altro, che non sapeva nemmeno che suo cognato, quand’era militare, avesse lavorato a Los Alamos. Respinge l’accusa di aver ricevuto in dono dai russi un orologio e la nomina a console. Cose, per la verità, abbastanza improbabili per compensare una spia.

Ethel non testimonia, ma l’accusa le attribuisce la colpa di aver plagiato il fratello, più giovane di lei e che nutriva per il cognato una grande ammirazione. I due coniugi, insomma, avrebbero corrotto Greenglass, trasformando il soldato in un traditore.

L’avvocato dei Rosenberg raccoglie le dichiarazioni di due celebri scienziati, il professor Albert Einstein e il premio Nobel Harold C. Urey, i quali escludono in modo assoluto che un uomo di scarsa levatura intellettuale come David Greenglass, bocciato a tutti gli otto corsi dell’Istituto Politecnico di Brooklyn, possa essere stato in grado di ricostruire a memoria disegni e formule della bomba atomica.

Il giudice Kaufman, però, rifiuta di ascoltare in tribunale i due scienziati.

Si conclude così con due condanne a morte un processo indiziario che suscita stupore e indignazione in tutto il mondo.

Inizia il calvario dei ricorsi, che gli avvocati difensori presentano con ostinazione e con dedizione e che vengono discussi da centodieci giudici, che però li respingono tutti.

Non resta che la carta della grazia presidenziale. I Rosenberg fanno domanda a Truman, che poco dopo passa la mano per scadenza del mandato. Quindi, è ben felice che quella brutta gatta se la peli il suo successore Eisenhower.

Ciò che rende difficile la clemenza pare sia il fatto che i Rosenberg non abbiano voluto confessare nulla, né denunciare nessuno. O forse non hanno potuto, perché non avevano niente da confessare o da denunciare.

Si susseguono manifestazioni in tutto il mondo affinché Julius ed Ethel non finiscano sulla sedia elettrica. I giornali pubblicano le commoventi lettere che i due coniugi si scambiano nel braccio della morte e quelle indirizzate ai loro bambini. Vengono versati fiumi d’inchiostro e di lacrime su questa tormentata vicenda.

Intanto, fra cavilli procedurali e ripetute fissazioni della data e dell’ora dell’esecuzione, trascorrono più di due anni.

Il 15 giugno 1953, due oscuri avvocati, specializzati in processi ai militanti di sinistra, si recano di loro iniziativa a Washington dal giudice Douglas, uno dei componenti della Corte Suprema. I legali, Fyke Farmer e Daniel Marshall, sottopongono al magistrato una nuova eccezione. Si tratta di una questione sostanziale. Infatti, i Rosenberg erano stati condannati in base a una legge sullo spionaggio del 1917 che contemplava la pena di morte. Ma una legge del 1946 contro lo spionaggio, riguardante specificamente segreti atomici, prevedeva la stessa pena solo se la giuria l’avesse raccomandata al magistrato togato, il che non era avvenuto per Julius ed Ethel.

Douglas riflette l’intera notte sul quesito e, convinto che sia rilevante, decreta che l’esecuzione fissata per due giorni dopo venga rinviata. Rinasce la speranza nei condannati, mentre gli avvocati esultano, pensando che ormai, con la chiusura dell’anno giudiziario a giugno, ci sia tempo fino a ottobre, quando si apre il nuovo anno giudiziario.

Invece, stranamente, le cose precipitano. La giustizia americana è presa dall’ansia spasmodica di finirla con i Rosenberg. Fred Vinson, presidente della Corte Suprema, convoca all’improvviso i nove giudici, richiamandoli dalle vacanze e tacendone uscire uno dall’ospedale dove era ricoverato, perché annullino il rinvio deliberato da Douglas e decidano essi stessi sull’eccezione.

Viene annullata la sospensione dell’esecuzione, maggioranza della corte stabilisce che i Ro­senberg, avendo compiuto il loro maggior crimine prima che venisse emanata la legge del 1946, ricadono sotto le norme precedenti. Douglas ribatte, giustamente, che in ogni caso dovrebbe essere applicato agli imputati il criterio dell’«in dubio pro reo», cioè la legislazione più favorevole.

Niente da fare. Si fissa una nuova data per l’esecuzione. Eisenhower, succeduto a Truman, aveva precedentemente respinto la domanda di grazia. La sera di venerdì 19 giugno 1953 Julius Rosenberg e sua moglie Ethel subiscono il supplizio della sedia elettrica.

Poche ore prima di morire Ethel scrive ai due figli: «Siate confortati dal fatto di sapere che siamo sereni e abbiamo capito profondamente che la civiltà non è ancora progredita al punto da non sacrificare vite umane, e che siamo sereni nella sicura coscienza che altri porteranno avanti le cose dopo di noi».

Julius ed Ethel diventano così dei martiri, la superpotenza americana dimostra al mondo che non esiste peggior debolezza della crudeltà.

Julius and Ethel Rosenberg – Execution chair

«Un piccolo atto di pietà»

Il 16 giugno 1953, Ethel scrisse questa lettera al presidente Eisen­hower che l’avvocato Bloch consegnò alla Casa Bianca.

«Caro signor Presidente, in vari intervalli, durante lunghi e aspri anni che ho trascorso nella casa della morte a Sing Sing, mi sono sentita spinta a rivolgermi direttamente al Presidente degli Stati Uniti. Ma un innato riserbo, con un imbarazzo paragonabile quasi a quello che una persona ordinaria prova alla presenza degli uomini grandi e celebri, mi indussero sempre a non farlo.

«Da allora, comunque, i commoventi sforzi compiuti dalla signora Oatis a nome del marito William mi hanno dato un’ispirazione. La signora Oatis non si era vergognata di aprire il suo cuore al capo di uno stato straniero. Sarebbe ora presunzione per una cittadina di chiedere una revisione di una condanna e di attendersi tanta considerazione quanta l’ebbe la signora Oatis da mani straniere?

«Della Cecoslovacchia so assai poco, del suo Presidente ancor meno. Ma il mio Paese è una parte di me. Ne sentirei la nostalgia in qualsiasi altra parte del mondo.

«In verità, sino a ora non vi è parso opportuno di risparmiare le nostre vite. Comunque sia, è mia umile convinzione che gli oneri del vostro ufficio e le esigenze dei tempi non vi abbiano concesso sino ad ora un’autentica possibilità di occuparvene meglio e personalmente.

«È soprattutto la condanna a morte che dovrebbe farvi pensare. Vorrei potermi rivolgere a Voi per chiedervi se questa sentenza non serve ai fini della forza e della violenza piuttosto che a quello di una giustizia illuminata.

«Anche ammettendo l’assunzione che le prove siano state debitamente ottenute (mentre, al contrario, non esiste alcuna prova inconfutabile) il fermo diniego della nostra colpevolezza, protratto per un lungo periodo di isolamento e di forzata separazione dai nostri cari, rende la condanna a morte un atto di vendetta.

«Quale comandante in capo del teatro d’operazioni europeo, Voi avete avuto ampie possibilità di conoscere le forsennate e odiose torture che una simile politica di vendetta aveva inflitto a vaste moltitudini di vittime innocenti.

«Oggi, mentre questi spettrali massacratori, questi osceni razzisti ricevono graziosamente i benefici della clemenza e in molti casi vengono riportati ai pubblici uffici, i grandi e democratici Stati Uniti propongono la selvaggia distruzione di una piccola famiglia ebraica, la cui colpa è posta in dubbio in tutto il mondo civilizzato.

«Come avete recentemente e tanto saggiamente dichiarato, nessuna nazione può permettersi oggi di procedere da sola. Questa, signor Presidente, è veramente la voce della saggezza e del magistero politico di cui si ha tanto disperato bisogno in questi tempi perigliosi.

Certamente, voi dovete riconoscere allora che i danni che ne verranno al buon nome del nostro Paese e alla sua lotta per portare il mondo verso una nuova più equa e giusta civiltà non dovrebbero venir sottovalutati.

«Certo, quale singola azione avrebbe potuto dimostrare più efficacemente la preparazione di questo Paese per gli ideali religiosi e democratici che la concessione della grazia a mio marito e a me?

«Un simile atto costituirebbe pure un’adeguata risposta al disperato appello di un piccolo fanciullo. La sua giovane mente e il suo cuore erano pieni di speranza nel vedere il rilascio di Oatis, pensando di rivedere anche lui i suoi genitori,

«Avvicinatevi, quindi, com’egli ha fatto, solamente alla base della clemenza e io vi scongiuro di far prevalere tale qualità piuttosto che qualsiasi preoccupazione di procedura giuridica che è, dopo tutto, la funzione delle Corti. Ma è piuttosto alla competenza di un nonno affettuoso, di un artista pieno di sentimento, di un devoto religioso al quale mi vorrei rivolgere.

«Chiedo a quest’uomo, pur egli non estraneo all’umanità, quale sia quell’uomo che la storia ha acclamato grande, la cui grandezza non sia misurata secondo la sua bontà? Ed invero, le storie di Cristo, di Gandhi, di Mosè, contengono più miracoli e tesori spirituali che tutte le conquiste di Napoleone.

«Prego quest’uomo, il cui nome è unito alla gloria, quale gloria maggiore vi sia che quella di offrire a Dio un piccolo atto di pietà.

«Consigliatevi con la vostra buona signora; di statisti ve ne sono un numero sufficiente. Consigliatevi con la madre del vostro unico figlio, il suo cuore che comprende il mio dolore e la mia ansia di veder crescere i miei figli alla maturità come il suo stesso, con un marito amoroso al fianco, allo stesso modo che voi siete al suo fianco, il suo cuore deve sostenere la mia causa con grazia e felicità.

«E il mondo deve umilmente onorare la sua grandezza.

«Vostra devotissima Ethel Rosen­berg».

FONTE: Historia

Julius and Ethel Rosenberg in their coffins (1953)