Introduzione

di Vieri Razzini

«Quell’infelice Henry Jekyll.»

Nati dalla fantasia degli scrittori e fatti vivere nelle pagine di un libro, certi personaggi della letteratura hanno un destino singolare: col passar del tempo assurgono all’altezza di caratteri universali e, tralasciata del tutto la loro matrice artistica, cominciano a vivere una vita propria e imbarazzantemente perenne, fino ad entrare nel linguaggio di tutti i giorni.

Quanti usano termini come «donchisciottesco», «bovarismo», «edipico» senza aver mai letto Cervantes o Flaubert o Sofocle? La stessa sorte è toccata al dottor Jekyll: in inglese l’espressione «to be a Jekyll and Hyde» è comunissima e viene usata per indicare che qualcuno ha una personalità ambigua o conduce una doppia vita. Ma certo non tutti coloro che usano quella frase hanno letto il pur famosissimo racconto di Stevenson. Non solo. Del «doppio» di Jekyll, Edward Hyde, si è creata un’iconografìa popolare che ben poco ha a che vedere con l’immagine che l’autore ne dà nella sua storia. Hyde evoca nella fantasia dei più la figura di un mostro peloso e feroce, bieco e terrificante: una specie di sanguinaria belva umana assai vicina al vampiro o al licantropo. A ciò hanno notevolmente contribuito le trasposizioni hollywoodiane del racconto di Stevenson: prima John Barrymore, poi Fredric March e Spencer Tracy hanno fatto di Hyde un essere dall’aspetto orrifico; e ancor oggi, sulle copertine delle edizioni «pocket» del racconto egli è raffigurato come una creatura da incubo, mostruosa, i denti aguzzi e le gengive scarlatte scoperte in un ghigno satanico, il viso segnato da rughe deformi illuminate da riflessi verdastri, lo sguardo belluino e demente; insomma qualcosa di assai più simile a King Kong che al personaggio inventato dallo scrittore scozzese.

Hyde in realtà non è affatto un mostro in senso tradizionale: l’immagine che Stevenson ne fornisce è assolutamente svincolata sia dall’iconografìa del demonismo medioevale che dalla prassi del racconto nero o «gotico» del romanticismo inglese avente per caposcuola la Mary Shelley di «Frankenstein». Il «male puro» che Hyde incarna traspare all’esterno, nella sua persona, in qualcosa di indefinibile, una forte repulsione fisica che chiunque lo avvicini avverte senza saperne spiegare il motivo preciso ed è perciò tanto più forte: il perfido Hyde emana e riflette sugli altri il male che ha dentro, ma il corpo non mostra alcuna apparente deformazione.

Questa straordinaria intuizione artistica avverte il lettore fin dalle prime pagine del racconto di non trovarsi davanti a un semplice «tale of terror», ma a qualcosa di più e di diverso.

«The strange case of Doctor Jekyll and Mister Hyde», scritto di getto nel 1885 e nato da un incubo notturno realmente sofferto da Stevenson, è infatti, sotto l’apparenza di «thriller» condotto con abilissimo mestiere, la rivelazione (che anticipa in modo folgorante gli studi freudiani sull’inconscio) di quanto di sordido esiste nella natura umana. «Vi prego di intendere nefandezza» scriveva Stevenson all’amico Henry James in una lettera del 1885 «nel senso giusto, non necessariamente come qualcosa di ignobile: il sordido può avere una sua dignità. In natura di solito ce l’ha.»

Nella storia del dottor Jekyll, uomo retto, onesto, generoso che attraverso una scoperta scientifica riesce a trasformarsi a suo piacimento in un essere, Hyde appunto, totalmente diverso, crudele, vizioso, violento, finché il lato malvagio si impadronisce completamente di luì fino a farlo soccombere, si è vista tradizionalmente ma metafora della eterna lotta fra bene e male. Ma questa interpretazione, oltre ad essere solo parzialmente plausibile, è anche fortemente restrittiva e non servirebbe affatto a spiegarci il fascino così moderno e sottile del racconto di Stevenson.

Il dottor Jekyll non rappresenta e non è «il bene»: anzi, come ogni essere umano, è «un incongruo miscuglio di bene e di male», influenzabile, fragile, soggetto agli impulsi più disparati. Ed è proprio di qui che nasce il suo dramma, come dice egli stesso nella lunga confessione finale:

«Giorno per giorno mi avvicinai alla verità la cui scoperta doveva portarmi a un così spaventoso naufragio: che l’uomo non è in verità uno ma duplice… Azzardo l’ipotesi che l’uomo sarà infine conosciuto come un conglomerato di svariate entità, incoerenti e indipendenti l’una dall’altra… Due nature lottavano nella mia coscienza e a ragione potevo dire di essere l’una o l’altra: ma questo si doveva al fatto che ero radicalmente tutt’e due; e da moltissimo tempo, assai prima che il corso delle mie scoperte scientifiche avesse cominciato a suggerirmi la più remota possibilità di un tale miracolo, avevo imparato ad accarezzare, come un meraviglioso sogno ad occhi aperti, l’idea di separare questi elementi…».

Il malvagio Hyde è dunque il risultato degli esperimenti di Jekyll su se stesso: ma la separazione degli elementi del bene da quelli del male è apparente: perché se Hyde è veramente e soltanto male allo stato puro, in Jekyll, anche quando torna ad essere se stesso dopo le metamorfosi notturne e si pente delle proprie turpitudini e si dedica alla pratica della virtù e ad alleviare le sofferenze del mondo, resta la coscienza che Hyde è pur sempre dentro di lui, fa pur sempre parte di lui ineliminabilmente. Ecco perché tanto spesso cede alla tentazione di bere la magica medicina per trasformarsi nell’altro, per riprendere le sembianze del suo crudele «doppio» e dar sfogo a tutti gli impulsi negativi e distruttori che lo agitano e lo tormentano finché restano ingabbiati in lui allo stato di desideri latenti. Non solo la «separazione degli elementi» è temporanea, ma unidirezionale; la pozione produce unicamente il male: libera Hyde da Jekyll’ ma non Jekyll da Hyde. Il bene compiuto dal dottore è perciò solo una conseguenza, esiste in funzione del male compiuto da Hyde, come riparazione, come espiazione, come contrappeso, come lenimento di terribili rimorsi: è, potremmo dire, una fuga dalla realtà di Hyde. Ma non ha autonomia: Jekyll non può fare a meno di Hyde, sa che rinunciando a lui soffrirebbe i desideri egli spasimi più atroci, le angosce più terribili, sarebbe ossessionato da un solo, unico pensiero: essere completamente libero, poter dare libero corso ai selvaggi istinti di Hyde. Egli prova per Hyde «molto più che l’interesse di un padre», mentre Hyde prova «molto meno che interesse di un figlio» e pensa a Jekyll «come il bandito della montagna pensa alla caverna nella quale si nasconde quando è braccato».

In quale modo il dottor Jekyll, uomo retto, cittadino esemplare, professionista di chiara fama, ha potuto lasciarsi travolgere nella sua fosca avventura? Come nasce nella sua mente l’idea di separare la parte di bene e la parte di male che egli sa presenti in lui?

«Il peggiore dei miei difetti», egli dice nel capitolo finale, confidandosi all’amico Utterson, «era un temperamento irrequieto e allegro che io trovo difficile conciliare col mio imperioso desiderio di andare a testa alta e di tenere in pubblico un contegno più grave del comune. Nacque così l’abitudine di nascondere i miei piaceri… con un senso di vergogna quasi morboso…» Ecco quindi l’illustre medico, ligio alle regole della società in cui vive, assuefarsi a una «profonda duplicità di vita»; orgoglio, onore, decoro, prestigio, raggiungimento della fama e del successo lo obbligano a rivelare solo la facciata, dando di sé al mondo un’immagine vera solo in parte e costringendolo a separare «con un taglio assai più profondo che nella maggior parte degli uomini» le regioni del bene e del male.

Visto in questa luce il racconto di Stevenson è uno degli attacchi più espliciti sferrati in quel periodo dai letterati inglesi alla morale repressiva e puritana del regime vittoriano, già apertamente sfidata vent’anni prima dal  Swinburne dei«Poems and ballads» (1866), opera tutta pervasa di sensualità, assolutamente in contrasto con la verecondia dell’epoca e accolta infatti con grandissimo scandalo dai benpensanti.

Oggi, alla luce di Freud, definiremmo Jekyll come un individuo affetto da nevrosi ossessiva: ostacolato da ogni sorta di tabù, egli è costretto a celare il soddisfacimento dei suoi istinti (di quali istinti si tratti Stevenson, in questo anche lui figlio del tempo, non dice mai con chiarezza: parla di «piaceri a dir poco indecorosi» et similia, lanciando esche a chi volesse approfondire la questione sessuale del suo racconto, i cui protagonisti sono quattro scapoli cinquantenni a proposito dei quali mai si accenna ad amori passati o alla presenza di donne nella loro vita…): la società, soffocata dalla paura del peccato, costretta da una morale imposta dall’alto, vive fingendo che la voluttà, il sesso non esistano. I desideri dell’individuo, repressi, diventano sempre più forti e finiscono per esplodere, ormai ingigantiti e davvero pericolosi; agli impulsi inconfessabili che tormentano il borghese e puritano Jekyll, Hyde dà sfogo con centuplicata violenza, in un susseguirsi di atti dissacratori e sadici, fino all’omici­dio gratuito.

Da questo punto di vista, Jekyll altro non è che un bacchettone, un puritano non convinto, tipico rappresentante del medio borghese suo contemporaneo. Lo spirito polemico e i fini di critica di Stevenson sono chiarissimi (basterà ricordare a questo proposito che la sua stessa vita fu sempre animata da un ardente bisogno di verità e di indipendenza, rivelatasi fin da quando, giovanissimo, abbandonò la casa dei genitori, troppo legati alla dura ortodossia calvinista e al «gelido compromesso vittoriano»); ma una lettura esclusivamente storicistica del racconto rischia di costringerlo entro limiti inaccettabili: come non tener conto infatti dello spessore poetico e fantastico di questo viaggio nel regno del magico?

Hyde resta nella nostra memoria; non solo: la sua è una presenza scomoda, inquietante, il suo fascino stregonesco ci turba. Come Jekyll, ne siamo dapprima attratti irresistibilmente; poi proviamo un orrore profondo, un terrore autentico della sua energia distruttrice; infine siamo mossi a pietà per la tragedia che suggella la sua apparizione nel mondo degli uomini «normali». Ma al fondo di tutto, chiuso il libro, quel che resta è un inconfessabile sentimento di invidia, di rimpianto, come per un sogno impossibile. Lo stesso Jekyll, quando la vicenda è ormai conclusa e la morte prossima, ha un attimo di abbandono e dice la sua ammirazione per Hyde: «His love of life is wonderful…», il suo amore della vita è meraviglioso, e ancora: «his wonderful selfishness…», il suo meraviglioso egoismo… Perché Hyde, se da una parte è sanguinaria violenza, impeto assolutamente negativo, dall’altra rappresenta la corsa della libertà senza limiti, l’attac­camento alla vita, il delirio, l’amore di sé, il delitto che non conosce rimorso; con lui cade ogni barriera, ogni inibizione, ogni «censura»: è la realtà onirica dell’«in- felice Henry Jekyll», cioè dell’uomo, e in qualche modo finisce per coinvolgerci. Possiamo averne paura, così come abbiamo paura della libertà eccessiva o dei sogni troppo rivelatori; ma possiamo, forse a dispetto di noi stessi, anche amarlo, così come amiamo la nostra libertà e i nostri sogni.

Jekyll è un mito, altrettanto inquietante: è l’uomo che sfida coscientemente la morte nel tentativo di rompere i limiti che gli sono imposti dalla natura, nel tentativo di varcare le soglie dell’ignoto per avventurarsi oltre i divieti, in mondi inesplorati. Ha il più profondo disprezzo per l’attaccamento al concreto del meschino collega Lanyon; il successo dei suoi esperimenti gli fa proclamare una cieca fiducia nella «medicina trascendentale» e lo pone quasi al centro dell’universo, « primo essere di una nuova specie» che le stelle, la notte della metamorfosi, hanno il privilegio di osservare.

Ennesimo protagonista di un mito che ha accompagnato la cultura occidentale fin dagli albori, compie un’esperienza titanica che lo fa parente stretto dell’alchimista medievale, nell’illusione di sostituire la «creatiohominis» alla «creatio dei», e lo lega a Faust, al Kirìllov dei «Dèmoni» dostoewskiani, e nel nostro secolo al «Surmale» di Jarry e al Mabuse di Lang, tutti simboli dell’uomo che credendosi rappresentante di una razza nuova, si accinge a riempire lo spazio «vuoto di Dio». Il successo è per Jekyll «un ceffone d’assolu­to», lo rende completamente ebbro, pazzo d’orgoglio e di funesta felicità, lo fa credere potentissimo e invulnerabile: i confini fra l’uomo e il divino si sono cancellati, perché egli è riuscito a penetrare nei terribili, dolci segreti della natura. Ma la natura si vendica, la metamorfosi diventa automatica, involontaria: il viaggio nell’ignoto è, anche per lui, secondo la tradizione – violata, e non definitivamente, solo dal Faust di Goethe – un viaggio senza ritorno. Jekyll si rende conto troppo tardi del décalage esistente tra la folle ambizione che lo ha spinto a varcare i confini del trascendente e la propria fragilità di meschino essere umano: per porre fine alla propria inarrestabile corsa nel male, per non soccombere definitivamente anche come semplice uomo, non gli resta che distruggere il proprio corpo, il debole involucro di carne che tante volte egli ha sconvolto e straziato nel tragico rito della metamorfosi.