2001: Odissea nello Spazio (2001: A Space Odissey, 1968) – Recensione di Tullio Kezich

2001: Odissea nello spazio abbraccia un arco di oltre un milione d’an­ni, dall’alba dell’uomo al primo volo verso Giove. Kubrick ha avuto al fianco Arthur C. Clarke, un autore di fantascienza che è anche scienziato, e gli ha chiesto di guidarlo attraverso quelle che una felice formula editoriale ha definito «le meraviglie del possibile».
2001: A Space Odyssey

di Tullio Kezich

2001: Odissea nello spazio abbraccia un arco di oltre un milione d’an­ni, dall’alba dell’uomo al primo volo verso Giove. Kubrick ha avuto al fianco Arthur C. Clarke, un autore di fantascienza che è anche scienziato, e gli ha chiesto di guidarlo attraverso quelle che una felice formula editoriale ha definito «le meraviglie del possibile». Eccoci dunque in volo per lattazione numero 5, enorme satellite artificiale dove c’è perfino un Hilton dello spazio ad accogliere i visitatori; e di là si prosegue per la base lunare di Clavius, perfettamente attrezzata come punto di osservazione dell’universo. Tutto ciò è descritto con programmatica impassibilità, come in un documentario scientifico. L’atteggiamento dell’autore si può cogliere solo nelle sfumature di un dialogo asettico, intessuto di formule banali; e nella sottolineatura ironica di un valzer di Strauss, Il bel Danubio blu, che accompagna i movimenti flessuosi delle astronavi. Ma c’è un mistero che corre attraverso il film, la presenza di un monolite levigato che ha sorpreso le scimmie antropoidi nel prologo preistorico e sbalordisce gli scienziati della base lunare. Per chiarire l’origine di questa scoperta viene organizzata una spedizione verso Giove: nell’immensa astronave prendono posto due piloti, tre esploratori ibernati e un cervello elettronico. La macchina pensante imita così bene i processi mentali dell’uomo da assumerne anche certi difetti, come la volontà di potenza e l’istinto di uccidere. Nella lotta all’ultimo sangue fra l’uomo e la macchina, svolta in forma di paradigma delle nuove tragedie che ci attendono, solo uno degli astronauti sopravvive. Lo sbarco su Giove è narrato attraverso una successione di immagini astratte che potrebbero essere le fonti della vita viste al microscopio; è una specie di discesa goethiana alle Madri in cui l’astronauta fa i conti con se stesso. Nelle immagini della vecchiaia e della morte l’uomo si ritrova davanti al mistero né più né meno dei suoi arborei progenitori. Il totem spaziale gli si ripresenta sul passo estremo e rimane l’enigmatico suggello di un film apocalittico, che nel rappresentare il trionfo della scienza ne prevede anche la metafisica sconfitta.

[1968]

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