di Mario Dal Pra

L’opera di Bertrand Russell Il Potere – Una nuova analisi sociale vide la prima volta la luce in Inghilterra nell’ottobre del 1938. La scena politica internazionale era allora dominata dalla preoccupazione che, nei paesi democratici, destavano la dittatura di Hitler in Germania e quella di Mussolini in Italia; analoga apprensione si nutriva per gli sviluppi del regime staliniano nella Russia sovietica. La guerra civile spagnola volgeva ormai al termine e si profilava sicura la vittoria del generale Franco; Hitler aveva già realizzata l’annessione violenta dell’Austria e, nonostante gli accordi di Monaco, si apprestava a rovesciare le armate tedesche oltre i confini della Germania; la dittatura mussoliniana, consolidata dai successi etiopici, per ambizione di potenza si stava strettamente legando alla politica nazista; la seconda guerra mondiale era alle porte. Sotto la spinta del nazionalismo da un lato e delle rivendicazioni socialiste dall’altro, si stava realizzando in importanti zone del mondo un’enorme concentrazione di potere; essa, giunta a forme inusitate all’interno dei paesi interessati, premeva già sulle barriere tra Stato e Stato così che il regime democratico tradizionale sembrava sul punto di essere travolto dalla politica di potenza.

In tale scorcio di tempo, mentre le vicende parevano non persuadere alcuna pacata e scientifica considerazione della realtà politica, Russell stese quello che, fra i suoi scritti politici, resta il più organico ed unitario. Si tratta di un’analisi del concetto di potere, considerato come fondamento della scienza sociale. Il concetto di potere sta alla scienza sociale, scrive Russell, al modo stesso che il concetto di energia sta alla scienza fisica. E poiché il potere, del pari che l’energia, muta continuamente di forma, la scienza sociale ha per compito di studiare le leggi che governano tali mutamenti. Si tratta dunque di un’indagine da condurre con tutte le cautele della scientificità e con il proposito di raggiungere un’obiettività quanto più possibile sottratta all’immediatismo dell’impulso pragmatico; si tratta anche di mettere capo a delle leggi del comportamento le quali, per non essere affatto indicative d’una realtà assoluta, non cessano di essere leggi e pertanto di valere indipendentemente dall’interesse che si abbia per la loro enunciazione e chiarificazione.

Quanto più, dunque, gli impulsi sembrano travolgere la nostra azione, tanto più è opportuno, a giudizio del pensatore inglese, far intervenire la conoscenza, la ragione; non già perché essa sia in grado, da sola, di promuovere in un certo senso le nostre decisioni, ma in quanto ci offre degli strumenti idonei almeno a smorzare l’unilateralità degli impulsi. In ciò consiste appunto il valore pratico della scienza, che non può comunque essere affermato a detrimento dell’oggettività stessa della conoscenza. Quanto più si vuol far servire la scienza a qualche cosa di immediato e tanto meno la scienza è in grado di servire realmente; quanto più, per contro, ci si dà alla scienza senza la preoccupazione di un suo uso immediato, tanto più essa ci mette in condizione di trarre profitto dai suoi strumenti.

In concreto, il Russell opera una sorta di estensione dei metodi della psicologia scientifica allo studio del potere, delle sue forme e dei suoi mutamenti; si giova dell’osservazione sperimentale diretta e dell’osservazione attraverso la storia; interi capitoli di questa sociologia russelliana sono costruiti sull’analisi di periodi storici determinati, di cui viene rilevata la tipicità; da essa appunto sono desumibili quelle leggi del comportamento umano che costituiscono la scienza sociale. Il Russell è ben consapevole dei limiti di tali leggi; a più riprese mette in chiaro che si tratta di generalizzazioni le quali non escludono pregiudizialmente un comportamento diverso; ma non giudica che tale fatto basti per togliere all’indagine in questione la sua scientificità.

Si tratterà piuttosto di tenere presente l’atteggiamento tipico della ricerca scientifica, che è fatto di disposizione alla revisione continua delle conclusioni raggiunte e di lavoro costante per ricavare delle generalizzazioni o leggi sufficientemente stabili, anche se non assolute; e la generalizzazione sarà tanto più valida quanto più obiettivo sarà l’esame dei fatti.

Anche quando fa riferimento a vicende recenti o in atto, particolarmente idonee ad esser valutate con passionalità, il Russell insiste nell’applicazione d’un criterio di distacco e di oggettività; la scientificità consiste appunto, anche per la scienza sociale, nella spersonalizzazione dell’indagine, nel proposito di non concludere scientificamente a ciò che ci piacerebbe soggettivamente dì considerare “vero.”

Le scelte politiche che formano l’oggetto dell’indagine della scienza sociale non sono guidate, secondo il Russell, dalla ragione, bensì dall’impulso; tuttavia il mondo dell’impulso può essere studiato e lumeggiato da una considerazione razionale e scientifica che ne metta in luce le strutture concrete, che sottolinei le leggi del suo comportamento; la coscienza dell’impulso non è certamente da confondere con l’impulso stesso; e la scienza sociale può giungere a darci coscienza del conformarsi concreto dell’impulso del potere, non già a trasformarsi essa stessa in impulso concomitante o concorrente con quello che forma l’oggetto del suo studio. Ma, anche se non può per suo conto proporre dei fini, togliendo di mezzo altri fini, la scienza può chiarire i limiti di alcuni fini proposti dall’impulso, allo scopo almeno di proporre una più o meno efficiente sospensione dell’energia pratica che sta alla loro radice. Per quanto dunque il Russell tenda, secondo una tradizione molto caratteristica della filosofia inglese, a staccare nettamente il mondo della conoscenza e della scienza dal mondo degli impulsi, facendone quasi due mondi non commisurabili, egli non rinuncia d’altra parte a svolgere l’indagine scientifica nella fiducia d’una sua possibile incidenza al di là del semplice ambito conoscitivo.

Pur tenendo fermo il carattere non pragmatico, ma rigoroso della conoscenza, scientifica in genere, e della scienza sociale o sociologia in particolare, il Russell non elabora pertanto una sociologia “neutra,” priva di un orizzonte di pensiero; quella del pensatore inglese non è un’indagine sui fatti che si abbandoni talmente ai fatti da non riuscire ad inquadrarli in un significato, da non riuscire a farli parlare alla luce di un complesso di interessi e di criteri ben determinato. Si tratta, in sostanza, non già d’una sociologia del tutto autonoma da criteri generali, che sarebbe quanto dire acefala, bensì d’una sociologia che proprio in forza di alcuni criteri generali alla cui luce si viene articolando, riveste un preciso compito ed assolve un mandato. Per cogliere le caratteristiche precise dell’orizzonte di pensiero che il Russell sottende alla sua indagine sociologica sul potere basterà osservare i risultati più rilevanti dell’indagine stessa. In queste pagine sul potere, troviamo certamente una netta e dura condanna del pragmatismo in quanto misconosce i fini puramente conoscitivi della scienza; ed a tutta la ricerca sociologica il Russell vuole che sia riconosciuta, come alla scienza in genere, una precisa autonomia da criteri di utilità; sotto tale riguardo egli è un esaltatore della teoresi, del pensiero impersonale, della considerazione del mondo oggettivo per se stesso. Ma da queste pagine scaturisce anche la netta contrapposizione di due realtà e pertanto di due etiche: quella del potere svolto nella direzione dell’oppressione e della guerra, e quella del potere adibito a strumento di libertà. Oltre a ciò scaturisce anche in maniera netta il rilievo che il Russell conferisce ad un atteggiamento di radicale liberalismo.

Si vedano le pagine che, pur attraverso un’indagine scientifica, tendono a mettere in luce gli aspetti negativi del fanatismo e quelle che denunciano, vicino allo strapotere dello Stato, lo strapotere degli organismi centrali dei partiti politici; si notino i frequenti richiami all’importanza dell’individuo, alle capacità di ricupero che egli ha rispetto all’incombere della conservazione statalistica e del conformismo sociale; si esaminino attentamente le prove scientifiche che il Russell reca della tesi secondo la quale la libertà di pensiero può solo superficialmente essere considerata fonte di debolezza nella compagine d’uno Stato, mentre si rivela, ad una valutazione meno immediatistica, la radice più solida della stabilità sociale. Del pari il Russell mostra a quali risultati possa giungere la condotta di uomini che non abbiano pratica di pensiero e che, seguaci d’una sola dottrina, non abbiano bastante sensibilità per le alternative, per le possibilità ulteriori rispetto all’attuale; cosi insiste nel mostrare la funzione costruttiva del ribelle che, ispirandosi ad obiettivi impersonali, scuote le acque morte d’una società in cui domina il conformismo; cosi studia attentamente i processi attraverso i quali si svolgono le rivoluzioni, anche se non manca di sottolineare le possibilità di involuzioni dittatoriali e personalistiche delle stesse; e dichiara “anti-storica” la sopravvalutazione della violenza e della guerra, e critica l’indifferentismo di Machiavelli. In una parola, mediante lo scrupolo scientifico dell’indagine sulla “realtà effettuale” della dinamica del potere, il Russell combatte contro le varie forme della dittatura e dell’invadenza del potere, in difesa della libertà, per la limitazione della violenza e della guerra. Si tratta, allora, d’una “realtà effettuale” che si colloca dentro un complesso di ideali ben definiti.

Il diffondersi della violenza e della dittatura nel mondo, negli anni in cui il Russell scriveva, poteva certamente giovare da pretesto a quanti vedevano in quelle forme del vivere associato una sorta di fatalità storica. Il pensatore inglese si propone invece di mostrare che, se la violenza, la dittatura e la guerra hanno indubbiamente la loro radice negli impulsi umani, non c’è alcuna necessità storica che fissi intrascendibilmente il loro permanere ed il loro trionfare. Nell’impulso degli uomini è la matrice anche di una forma del vivere sociale che contrasta apertamente la violenza la dittatura e la guerra; sicché lo sviluppo d’un mondo in cui il senno abbia la meglio sul fanatismo e in cui l’iniziativa dell’individuo possa arricchire e scuotere l’ambito chiuso della società, è possibile. Non c’è alcuna legge di comportamento che ci consenta di stabilire che la dittatura è inevitabile, che la violenza è necessaria, che il mondo è votato alla guerra perpetua. Proprio un’indagine scientifica della società e del potere è in grado, secondo Russell, di togliere alla prepotenza egoistica e statalistica la pretesa della sua “necessità” storica ed umana, su cui tenta di reggersi sia chi esercita la dittatura, sia chi rinuncia in partenza a combatterla.

Se tutto lo studio sociologico russelliano sul potere mira essenzialmente a rivendicare la possibilità per gli uomini di sottrarsi al predominio della conservazione e dell’organizzazione violenta, è ovvio che, per suo conto, l’atteggiamento liberale difeso dal Russell non avanzi alcuna pretesa ad una maggiore stabilità oggettiva. Proprio attraverso l’obiettività dell’indagine scientifico-sociologica risulta il limite della conoscenza, che non può mettere in chiaro una struttura ontologica, valida da sola a garantire l’efficienza ultimativa dell’atteggiamento liberale; la sociologia non riesce, attraverso l’indagine sul potere, a farci rilevare un mondo dato nel quale si debba agire infallibilmente in maniera liberale, al modo stesso che non giunge a “fondare” la necessità infallibile di un comportamento dittatoriale ed illiberale. Nemmeno il metodo liberale rimane garantito da alcuna necessità obiettiva, “né coincide con alcun diritto naturale.”1 Tanto l’atteggiamento liberale come l’egotismo e lo statalismo trovano soltanto un fondamento indeterminato nell’impulso; e la scienza sociologica ci può appunto mettere di fronte a quell’indeterminato, che mentre fonda la conoscenza scientifica, ne mette anche in luce i limiti.

Lo stesso liberalismo del Russell è dunque esposto al fallimento, se gli venga meno il sostegno degli uomini che hanno fiducia nel metodo della libertà. Questo anzi, si deve pensare, fu il monito che il pensatore inglese propose alla consapevolezza dei contemporanei alla vigilia della seconda guerra mondiale; alla violenza che stava per scatenarsi furiosa egli contestava che potesse presentarsi come un destino inevitabile per l’umanità; nello stesso tempo ammoniva coloro che intendevano difendere il metodo liberale, che non era buona difesa quella del rinvio alla fatale ed immancabile vittoria del liberalismo.

Per l’odierna cultura italiana, questo libro del Russell contiene soprattutto due preziose indicazioni: anzitutto quella che viene dalla costruzione di una sociologia che, se rivendica per sé il rigoroso carattere di scienza, non si presenta tuttavia indipendente ed acefala rispetto a una visione generale della vita; quella che deriva poi da un liberalismo che è tanto più. forte ed aperto quanto più è consapevole di non essere il portato “naturale” e necessario della storia o della realtà.

1 U. Segre, Il pensiero etico-politico di Russell, in “Rivista critica di storia della filosofia,” VIII, 2, p. 216. L’intero fascicolo è dedicato al pensiero di Russell e reca larghi contributi bibliografici.

Mario Dal Pra
1954

Fonte: Bertrand Russell, Il potere – Una nuova analisi sociale. Introduzione di Mario Dal Pra. Feltrinelli Editore Milano, 1967

RELATED POSTS