di Gianni Brera

L’Italia del primo mondiale allineava ben tre argentini: Orsi, Guaita e Monti; ma nella rosa dei 22 figurava anche il brasiliano Fantoni. L’Italia del secondo titolo aveva un oriundo, l’uruguagio Andreolo, il solo che possedesse una battuta così lunga da arrivare alle estreme. L’Italia del terzo mondiale non allineava oriundi e si considerò giustamente miracolata da Santa Rita da Cascia. Le frontiere erano state riaperte l’anno prima del Mundial e nessuno mi toglie dalla capa che Falcao della Roma ci abbia molto aiutati descrivendoci quali poveri nesci ai suoi burbanzosi connazionali.

Nonostante il titolo, davvero inatteso, la Federcalcio ha concesso di scritturare un secondo giocatore straniero e qualche spudorato presidente di società ha molto premuto per averne un terzo. Ora ci si domanda: e perché mai?

I nostri innominabili brocchi

Le risposte possibili sono molte. Ecco la prima: siamo provinciali, xenofili, insicuri di noi e della realtà: dunque, debbiamo riconoscerci nei riflessi registrati sugli altri. Inoltre, siamo campanilisti inguaribili e come tali dediti al particolarismo più bieco: si tratti della Scala o del Regio di Caltagirone, sempre vi pretendiamo la Callas o la Fracci. Siamo anche furbastri la nostra parte, e quindi sosteniamo con incredibile faccia tosta che l’importazione di pedate foreste calmiererebbe le nostrane, farebbe abbassare le arie e le pretese ai nostri innominabili brocchi.

È questa una balla fiorita: all’estero ci chiedono miliardi (in milioni di dollari): gli assi importati rifiutano di calzare le scarpe se non gli si offrono spropositi di milioni: una volta spesi i miliardi per l’acquisto, sembra irragionevole risparmiare i milioni (a centinaia) per gli stipendi: così, un miliardo tira l’altro. E che fanno gli indigeni, quando magari apprendono di essere stati i migliori al Mundial e ricevono proposte che equivalgono a un quarto di quanto percepisce il foresto? Non stiamo a prenderla troppo larga: il signor Falcao ha chiesto e ottenuto un miliardo annuo dalla Roma; e Conti, atleta eponimo del Mundial ’82, ha chiesto invano di prendere 300 milioni. Il paradosso è evidente, ma nessuno ha più voglia di rifarsi all’etica e alla morale d’uno sport così rovinosamente inflazionato di emozioni e indebitato di dollari.

Gli ultimi giorni di Pompei

Chi segue il nostro calcio di questi tempi ha l’impressione che si rinnovi la subdola e spensierata atmosfera degli ultimi giorni di Pompei (ovviamente secondo cinema). Poi, finisca come vuole e può. Per adesso trepidiamo e tifiamo: il mondo è brutto e peggio l’avvenir: ma intanto guarda i titoli dei quotidiani sportivi, tanto simili ai gelati moderni (emulsioni di latte, zucchero e aria): Tutta Udine impazzisce per Zico; Napoli delira per Dirceu. È un fiorire di iperboli demenziali in cui città per solito serie e ben abitate scadono a ricoveri di alienati cronici. Per fortuna, quasi niente è vero: le turbe ammassate all’aeroporto sono cinquanta disoccupati fra i quali s’intruppano i borsaioli di turno, i facchini che aspettano il volo AZ da Ginevra e i taxisti appostati all’uscita dei voli internazionali. Tutto viene spinto e dilatato come certe matasse di fili di zucchero vendute ai bambini.

Vorrà così la consuetudine o siamo andati oltre la media di incretinimento nazionale? Già, io penso che la più grande invenzione degli italiani sia la loro intelligenza, ma questa improvvisa accelerazione dei ritmi di incretinimento mi preoccupa oltre modo. Qui, se non salta tutto all’aria è un vero miracolo: e in attesa del diluvio cerchiamo i precedenti, le cause remote, gli effetti osceni.

Il plus-calore

Gli italiani giocano al calcio solo sul finire dell’Ottocento e ritengono sia molto onorevole dimostrare di poter disporre d’un plus-calore (che crede il dr. Marx, di inventare lui solo?). Non sanno ancora che il calcio è gioco plebeo, da strada, e che non qualifica socialmente: gli basta dimostrare che mangiano abbastanza per lavorare (ehm: diciamo studiare) e correre: dunque, non sono bipedi volgari: sono gente di sport. Capiscono poi di perdere la faccia e cambiano disciplina: dei pedatori nobili non rimane traccia, ma sì dei borghesi medi e piccoli. Essi imparano da inglesi, svizzeri, belgi e quanti altri ci stanno colonizzando in materia industriale e commerciale. Costoro sono broccacci infami, ma noi ignoriamo quasi tutto, e disponiamo in pochissimi di plus-calore.

Poi viene la grande guerra, la prima. Ungheria e Austria si ritrovano cont cl cu per terra: molti borghesi loro scoprono che in Italia le pedate si pagano bene e accorrono in gran numero. Ricevono stipendi ottimi, posti allettanti, sposano borghesi italiane: sono gente bella e ben fatta: chi non mette su famiglia si sbronza per dimenticare di aver perso la guerra con questa manica di zingari in allegria.

Orsi, Cesarini, Monti

Nelle città nascono le fazioni e per spirito di fazione si fanno carte false. Se il Torino acquista l’argentino Libonatti, la Juventus acquista l’argentino Orsi, che è un tremendo nasone di piccola statura ma longilineo: un vero asso: e spunta 7000 mensili nel 1929, quando con 450 lire della maestra Alice Brera studiamo e mangiamo in tre da queste parti. Non basta: Raimundo Orsi pretende l’auto e, come non la sa guidare, anche lo chauffeur. Con Orsi arriva Cesarini. che si sospetta abbia fatto l’acrobata nei circhi. Ha il doppio passaporto come tutti gli italiani d’Argentina. Entra in nazionale quasi di filato. Dribbla anche se stesso: si piega contorce raddrizza pirla forca impicca a centrocampo. E come si accorge che nessuno sa decentemente giocare da centromediano, cioè da perno del gioco, lui scrive a Luis Monti, che ha appena smesso di pedatare in patria, e lo esorta a tornare nel paese degli avi Bengodi.

Luis viene dapprima rifiutato per deformità morfologica: è così grasso che fa ridere. Lui prende atto, spinto dalla fame, e si trasforma in trappista: perde una quindicina di chili e torna ad offrirsi: ha un tiro lunghissimo, che può sempre raggiungere le estreme, esercita il tackle con perfida ferocia; non corre volentieri, cammina, però ha grandissimo senso della posizione, e pochi lo battono negli stacchi di testa. Quando un centravanti gli dà noia lo stronca e buona notte: così fa ad Angiolino Schiavio del Bologna e della nazionale.

Il sale del calcio

Nel 1930 ha luogo la finale del Mundial numero 1 a Montevideo. Finaliste Uruguay e Argentina. Bene: le due fierissime nazionali sono zeppe di italiani e vengono puntualmente falcidiate dai nostri club. Sul piano tattico impariamo molto dagli uruguagi, che essendo poco più di due milioni debbono ingegnarsi di non cederla a 16 milioni di argentini. Costoro producono campioni a getto continuo ma commettono gli stessi peccati dei brasiliani: non si degnano di temere alcuno: quindi non si difendono. Gli uruguagi, al contrario, sono difensivisti nati: essi parano e rispondono: e io imparo da loro che esistono le squadre maschie, che vogliono imporre il proprio gioco, e squadre femmine, che illudono gli avversari di poterle attaccare, e in effetti le attaccano, ma subiscono immediato contropiede in spazi più agevoli.

Questo è anche, a pensarci, il sale del calcio. Non cercarlo dunque nelle cronache italiane d’antan: nessuno qui da noi ha mai capito un’ostia nulla: su diciotto allenatori di serie A diciassette erano stranieri: e in serie B e in Prima Divisione era anche peggio: bastava aver abitato nel rione di Ferencvaros per ricevere uno stipendio da tecnico a Crema, Cesena, Castellanza o dove so io. Eravamo colonia pedatoria e come tale pienissima di comico orgoglio. Campioni del mondo e della nostra porta; eja eja alalà: e non dimenticate il Piave, per favore.

Scoppia il secondo conflitto mondiale e scappano tutti, anche Luis Monti, che prima di imbarcarsi dice ad Antonio Gualco, trattore del San Sebastiano, in Fontane Marose: «Il commendatore (Pozzo) mi ha descritto al mondo intero come un boia: quando c’era un avversario temibile, mi raccomando Luisito, lui diceva, e toccava a me di segnarlo al primo tackle (to tackle: entrare, battere sulla palla tenuta da un avversario: facile sbagliare: un dito sotto il pallone c’era il malleolo di Svoboda o di chi altri più temeva il commendatore)».

L’Italia è costretta all’autarchia economica e pedatoria, fatta eccezione per qualche albanese. Novo e Pozzo convincono i meglio giovani a vestire la maglia del Torino: così avranno l’esonero militare e la maglia nazionale. Il Torino vince lo scudetto del 1943 e torna a vincere dal ’45 al ’49. Poi, perisce a Superga: maggio 1949. E siccome tutte le tragedie italiane sono anche improntate al grottesco, ecco spargersi la voce che l’aereo del Torino ha evitato l’aeroporto di Milano per scapolare la dogana, in quanto la Guardia di Finanza avrebbe trovato a ridire su certi dollari e su certe polverine non proprio pulite. Fatto sta che scapolando la dogana di Milano l’aereo ha investito la scarpata della basilica di Superga e l’Italia calcistica ha perduto il suo meglio.

Di Stefano, Gre-No-Li e il turco

Nel frattempo l’Italia si è spalancata alle pedate di tutto il mondo. Non viene il solo Di Stefano perché la sparagnina Juventus gli offre 45 e lui vorrebbe 50 milioni di lire: allora decide di scappare dai Milionarios di Bogotà. Mi racconta Bruno Pesaola che ad Avellaneda, sobborgo di Baires, stavano conducendo assidue campagne per soccorrere gli affamati «hermanos de Italia» quando è stata fatta a lui la proposta di venirci a pedatare per tanti soldi che mai se li sarebbe sognati, nella ricca Argentina di allora. A Milano giocava un islandese, un altro a Udine. La nazionale di Svino Agnelli: si consolasse il povero Toni Busini: in Svezia avrebbe trovato alla FIAT le corone per acquistare Nordahl, centravanti del Norrkoeping (e della nazionale). Busini approfittò dell’occasione ed ebbe il Gran Bisonte, che l’anno dopo si portò dietro Gren e Liedholm, non solo, ma anche quel bonomo di Lajos Czeizler. In Italia sapevano tutti poco. Nel mondo imperversava il wm inglese: chi non osava adottarlo modificava il metodo a w e magari batteva gli squadroni (come hanno fatto – e nessuno se n’è accorto – il Modena e la Triestina). S’impose dunque il Gre-No-Li nel Milan ma fece meglio la coppia danese John Hansen-Praest nella Juventus: con quella giocava pennellando armoniose palle l’oriundo Martino, e il magnifico Boniperti giovane era geloso di John che gli rubava le palle-gol.

Vennero anche un paio di turchi e così imparammo che Can (Bartù) si leggeva Jan. Vennero negri nel Napoli e poi nell’Inter. Scapparono uruguagi troppo vecchi come erano scappati nel 1935 – per timore della guerra d’Africa! – Raimundo Orsi della Juve e Guaita, Stagnaro e Scopelli della Roma. Nella Lazio giocavano dieci brasiliani e un portiere italiano. Un gerarca di Roma tolse Piola all’Inter per darlo alla pariolina Lazio ma i brasiliani non gli passavano palla proclamandolo brocco (in effetti era un po’ ruvido di piede, però che vigore, che coraggio, che tiri!). Era questo il paese dei balocchi rotondi (tamquam colleones) e per non scandalizzarti dovevi- pensare che sì, era giusto che i figli e i nipoti di emigranti con fame ereditaria venissero indennizzati in madrepatria a suon di mille lire ( e poi di milioni).

Il campanile faceva aggio sul tricolore, come sempre. Per la squadra del cuore non si stava a sottilizzare sul numero degli stranieri: ci fu un anno che il grande Milan ne ebbe cinque tra oriundi e scandinavi. Ma quando giocava la nazionale si pretendeva che facesse faville nel glorioso ricordo degli anni ’30. Tutti i ricordi sono gloriosi: mai il presente: meno che mai il futuro. E come fare faville con le abituali riserve dei campioni stranieri, per i quali folleggiavamo nel tifo di parte?

L’ostracismo agli stranieri

Quanti anni si siano impiegati per capire questo semplice paradosso non mi è facile dire. L’ostracismo agli stranieri venne dato nell’anno di scarsa grazia 1966, quando la prode Italia riuscì a perdere con la Corea (mondiali d’Inghilterra: mio perfido stranguglione con pericolo d’infarto al telefono di Middlesbro’). Costretto all’autarchia, il nostro calcio produsse giocatori notevoli. Non credete ai ballisti, secondo i quali Rivera avrebbe imparato da Schiaffino: non si sono mai visti se non per mezz’ora in un provino a Linate: poi il grandissimo Pepe emigrò a Roma e Rivera entrò nel Milan per esservi chiamato il «babbambino d’oro» (Gipo Viani balbutiva per vezzo). E Gigirriva, il massimo cannoniere mai nato nel nostro calcio, non ha imparato da alcuno che non fosse l’allenatore del Legnano e poi del Cagliari: lo scatto prorompente, la coordinazione, il senso acrobatico e il coraggio gli venivano dritti da mammà.

Ho scritto le mille volte che responsabili della nostra pochezza pedatoria sono le mamme italiane (e i rispettivi umili stalloni). Le poverette sono molto restie a generare atleti naturali. Per giunta, la piccola borghesia ha definitivamente abbandonato il calcio: non qualifica socialmente come il tennis, il nuoto, l’atletica, l’alpinismo. Ora giocano a calcio i soli rampolli del quarto e quinto stato: e questi poveretti hanno imparato a mangiare bistecche da pochi anni. Spaghetti, minestroni e polente dilatano i bacini, non allungano i femori, ahi no!

I trenta stranieri

L’avvento del quarto e quinto stato nell’Italia del Nord ha notevolmente impoverito la qualità del vivaio; nel frattempo, al Sud, si sta ripetendo il fenomeno norditaliano di 60-50 anni fa: giocano al calcio quelli che dispongono di plus-calore (o che lo ricevono dalle società allevatrici). Sicuramente è indice di miglior tenore di vita l’afflusso di tanti meridionali alla pedata. Prima non se ne vedevano guari: adesso hanno raggiunto anche la nazionale. Quod bonum signum.

In Brasile giocano molti negri e i poveri bianchi: ma anche fra loro i più belli sono piccoli borghesi o aspiranti tali, per cui pedalando riescono anche a conquistare un titolo di studio. I brasiliani assunti quest’anno dalle società italiane sono 10, e di questi ben 6 hanno vestito la maglia della loro nazionale. Gli argentini sono 4 come i britannici: i danesi e gli olandesi sono 3; i polacchi, i peruani e i belgi 2, né manca un francese, per fortuna oriundo, Platini. Fate la conta e vedete se arrivano a 30. Io ho un po’ vergogna. Da un campionato che ci ha dato il terzo titolo mondiale avrei osato sperare un po’ di più e di meglio. Invece siamo rimasti alle godurie dei soldati di ventura: loro a battersi nelle lizze e noi con il mento sulle transenne a gridare bravi e morire d’invidia. Finita la giostra, mogli e figliole nostre venivano galantemente onorate da quei prodi. E noi che figli siamo, sulle tribune i glutei posiamo.

L’Illustrazione dello Sport, N. 7 Novembre-Dicembre 1983

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