A COLLOQUIO CON IL REGISTA CHE HA CAMBIATO VOLTO AL WESTERN

La violenza è di casa nella famiglia Leone: il padre, regista di oltre cento pellicole ai tempi del muto, inventò Maciste. Il nuovo western di Sergio Leone ha per protagonista una donna: Claudia Cardinale, che impersona una mezzosangue

CREOLA

di Lietta Tornabuoni

Roma, aprile
«Due miliarduzzi e mezzo», informa affettuosamente il regista Sergio Leone. «Per questo film ci siamo scatenati, abbiamo fatto cose da pazzi. Comprato dieci ettari di terra ai piedi della Sierra Nevada per costruire una città identica alla El Paso della fine dell Ottocento. Ripescato uno dei primi locomotori della storia della ferrovia americana, il 140/2022: al museo di Phoenix, Arizona. Comprata una intera collina in S|>agna. e sezionata a metà in modo eia aprire il canyon per farci passare tre chilometri di binari Rotta grandiosa. Manco a Hollywood. Però C’era una volta il West non è un kolossal, è la vicenda psicologica di quattro personaggi».

Costosa psicologia: un milione di dollari a personaggio. Nonostante la rotta grandiosa e due miliarducci e mezzo del film che ha appena cominciato a girare, l’inventore del western all’italiana è tutt’altro che allegro. L’apprendista stregone non riesce più a controllare la forza che ha suscitato. Frankenstein è scontentissimo del suo mostro artificiale: «Questo western all’italiana è diventato un canestro, ci mettono dentro di tutto, lo sbragano. Ti fanno Johnny Hamlet, Otello West, Colorado Macbeth. Cavano soggetti western dall’Iliade, dall’Odissea, dal Signore di Ballantrae di Stevenson, dal Don Giovanni. Ficcano nel West Rita Pavone, Franchi e Ingrassia, Lola Falana, la Carmen di Merimée e il maestro Simonetti. Stanno pure preparando un rifacimento di Poveri ma belli: Poveri ma western. Non sanno più cosa inventare. Tirano fuori il pistolero sordomuto, il bandito messicano che somiglia a Che Guevara, la protagonista sexy Giarrettiera Colt, il western ambientato tra le nevi eterne. Fellini nell’ultimo sketch immagina un western cattolico; non è per niente improbabile, ci arriveremo. Tanto questo western ormai è solo una carta da imballaggio, un canestro, un sistema di vendita». Be’, la colpa è sua, no? «Colpa mia, colpa mia», latra il regista, «ma quale colpa mia? Io ho inventato una cosa nuova dignitosa. Poi sono arrivate le cavallette a fare i western in due settimane con quattro soldi: con le bandiere sbagliate, i confederati vestiti da unionisti, gli indiani tinti di marrone in faccia ma con il collo bianco. Prendendo come protagonisti i Menicocci Luigi fu Romoletto e Pizziconi Amalia, e cercando di attirare il pubblico a forza di bare vaganti, cadaveri, ragazze fustigate, torture, lingue tagliate e sangue di vernice. Ma i cialtroni sono ancora niente. Dopo lo cavallette cialtrone sono arrivate le cavallette impegnate, e addio: il pistolero l’hanno fatto diventare nevrotico, il killer protestatario, l’avventura psicologica, lo sceriffo Intellettuale. Ne hanno fatti ammazzare più da Freud che dalle pistole, hanno inventato il western della non-violenza, hanno appiccicato complessi pure al cavallo. Ma questo significa prendere in giro il pubblico. Significa rovinare il mercato, significa».

«Hanno prodotto in tre anni 150 western: sono disgustato»

Perché se la prende tanto? Se il filone del western all’italiana si esaurisce non sarà poi un gran male. «Lo dice lei. Per la nostra industria del cinema era la salvezza. Il western si vende in Francia, in Germania, su tutti i mercati del Medio Oriente: il distributore giapponese di Per qualche dollaro in più ha incassato in un anno seicentodieci milioni, certi western nostri la Corea li ha pagati anche trenta milioni, il mercato americano continua a chiederne». Com’è allora che la critica americana è cosi sarcastica e sprezzante a proposito del western all’italiana? Com’è che il regista americano Anthony Mann, autore di western classici quali Winchester 73, Là dove scende il fiume e L’uomo di Laramie, condotto a Milano a vedere Per qualche dollaro in più lo scambiò per un film comico, e rise tanto che gli spettatori intorno cominciarono a protestare gridando «fuori il disturbatore»? «Mann ha sessant’anni», ruggisce il Leone, «e i critici lasciamoli perdere. Intanto gli americani ci imitano, non l’ha visto Impiccalo più in alto con Clint Eastwood? Intanto gli americani a me hanno offerto quattrocento milioni per dirigere un film a Hollywood: è una bella cifra, sa, quattrocento milioni. Nessun regista italiano l’ha mai presa, credo, e non l’hanno data neppure a David Lean per Lawrence d’Arabia. Per noi il western poteva essere la soluzione, ma si sa come siamo noi italiani. Noi siamo dritti, noi guidiamo la Lambretta come fosse una Maserati, di fronte a una possibilità di far soldi il nostro atteggiamento non è quello dell’industriale ma quello del ladro: sfruttare l’occasione, fare il colpo e scappare. Centottanta western hanno prodotto, in tre anni. No, io sono disgustato. Di western non voglio più sentir parlare».

Difatti ne dirige ancora uno, il più grandioso e (giura) l’ultimo. Assai diverso dai suoi precedenti, molto lontano dalla sua personale ideologia western. «I miei film hanno successo perché raccontano il West senza romanticherie e retorica. Il West non è quello che mostrano gli americani: è pura violenza, è gente che si scanna a vicenda», diceva Leone; ma in questo film la violenza è attenuata, solo all’inizio c’è una interessante scena macabra con due servi, un papà e tre bambini crudelmente massacrati senza un perché. «I miei personaggi piacciono perché sono cinici e avidi, il loro unico scopo è la caccia all’oro», diceva. In C’era una volta il West invece i personaggi sono tenaci e decisi ad arrivare, simboleggiano la gente che ha fatto grande e ricca l’America; la ricerca di un pugno di dollari e di qualche dollaro in più è sostituita dall’epopea della nascita di una città e dell’avvento della ferrovia, con relativo sorgere della civiltà meccanizzata e tramontare del romantico West equestre. «Le donne le ho eliminate», diceva il regista, «i miei eroi debbono darsi da fare per sopravvivere, non hanno tempo da perdere in amori caramellosi». Qui una donna, Claudia Cardinale, è addirittura protagonista: una bella prostituta creola di New Orleans che crede di aver fatto il colpo sposando un ricco farmer e invece si ritrova vedova di un assassinato, proprietaria di una pianura brulla ma ricca di acqua (e quindi adatta semmai alla speculazione edilizia), costretta a lottare in un mondo di uomini con il solo aiuto di Jason Robards, che la ama e che non oserà mai confessarle il suo sentimento. «La psicologia ha portato alla rovina il western americano», diceva: e qui i contorti stati d’animo e le sfumature psicologiche dei quattro personaggi occupano ben 412 pagine di copione.

Insomma, rinnegato il western all’italiana figlio degenere, Sergio Leone si è convertito al western americano: americani sono infatti in parte i finanziatori del film, mentre il soggetto lo ha scritto lui assieme al regista d’avanguardia Bernardo Bertolucci e al giornalista di sinistra Dario Argento. In un western all’americana non stona certo Henry Fonda, anche se usato per la prima volta nella parte di cattivo. Stonano moltissimo invece gli attori italiani che Leone ha dovuto scritturare per forza onde assicurare al film la nazionalità italiana e incassare i premi governativi: «Nel personaggio mitico dell’uomo del West l’attore italiano è ridicolo. non c’è niente da fare. Per quanto li mascheri con barbe, baffi e parrucche, restano sempre di gamba corta e di faccia latina. Stoppa è sempre Stoppa. Anche se gli metto i cernecchi grigi lunghi fino alle spalle, anche se gli infilo le spugnette nelle narici per modificare la forma del naso, anche se riesco a farlo parlare lentamente, eccolo lì: sempre Stoppa rimane». Almeno Paolo Stoppa americano è una novità: mentre di western americani sull’avvento della ferrovia, sulle lotte tra cowboy conservatori e affaristi cittadini, sulla scomparsa dei pascoli selvaggi e la comparsa delle metropoli, sulle diversità tra il coraggioso killer con la pistola e il subdolo gangster dietro la scrivania, se ne sono già visti a centinaia. Questo non sconcerta affatto il regista: anzi il «deja vu» gli piace molto, l’imitazione è per lui un istinto e insieme un metodo di lavoro.

«Un giorno girerò una favola popolare in costume»

Come è nato, per esempio, il suo primo film di successo? «Semplicissimo, ebbi l’idea di trasferire in chiave western un bellissimo film giapponese di Akira Kurosawa, Jojimbo o La sfida del samurai. A parte il West, Per un pugno di dollari era la copia esatta di quel film: l’avevo studiato alla moviola inquadratura per inquadratura, e l’ho rifatto uguale». Infatti Akira Kurosawa protestò: e per metterlo a tacere bisognò dargli centocinquantamila dollari in contanti oltre alla concessione di sfruttare il film in Giappone. Il suo primo soggetto cinematografico, scritto con lo slancio e l’indiscrezione autobiografica dei ventidue anni? «Era intitolato Viale Glorioso, raccontava la giovinezza perdigiorno mia e di un gruppo di miei amici. Quando vidi I vitelloni di Fellini piansi per una notte intera, e la mattina dopo strappai il copione: i due soggetti erano identici». E il film che più gli piacerebbe fare, che forse un giorno finalmente girerà? «Una favola popolare in costume, la storia dell’amore tra un ricco, potente principe e una povera, bella contadina napoletana. Come sarebbe a dire già fatto? Chi, Rosi? C’era una volta, già uscito? Io non l’ho visto. La stessa storia? Oh Dio, no. Non è possibile». Possibilissimo, la mancanza di originalità è tipica degli autori di film colossali, anche Cecil B. De Mille andava sempre sui soggetti sicuri: I dieci comandamenti, Giovanna d’Arco, I crociati, Sansone e Dalila. Con De Mille del resto Leone ha in comune l’impeccabile professionismo; e un vivo amore per il soldo, a volte frustrato. Per dire, da Per un pugno di dollari non ha ricavato nulla. I produttori non lo pagarono e non vogliono pagarlo, racconta con sempre desta indignazione, la causa si trascina nei gorghi del tribunale: «Così non solo non ho preso una lira ma mi rovino per gli avvocati, e ci ho rimesso pure quattro milioni spesi a suo tempo di tasca mia per fare i sopralluoghi». In compenso l’avvenire si presenta finanziariamente più roseo: «I quattrocento milioni di Hollywood li ho rifiutati perché mi auguro di guadagnare molto di più. In questo film sono cointeressato: una volta recuperati i due miliarducci e mezzo delle spese, prendo il cinquanta per cento degli incassi. Intanto, realizzandolo, controllo i costi e sorveglio che non vada sprecato niente».

Conobbe Lumumba quando era impiegato delle poste

Il nuovo De Mille ha trentasette anni. È molto grasso, ma solo apparentemente pacioso: di continuo apre e chiude la sinistra o stritola con la destra un portachiavi, nei momenti difficili invece comincia a correre su e giù per la stanza con scatto furibondo, raggiungendo spesso velocità mollo elevate. È stata infatti una cura per il sistema nervoso a farlo ingrassare di venticinque chili: da ragazzo era magrissimo, e come magrissimo loquace pretino tedesco fece la sua unica apparizione cinematografica in Ladri di biciclette. L’obesità ormai è irrimediabile, odia le diete e dell’estetica non gli importa niente. Non è vanitoso, i suoi abiti sono qualsiasi e trascuratissimi: se la moglie non glielo ricorda dimentica anche di fare il bagno o di pulirsi le unghie. L’unica frivolezza è una Maserati d’argento ultimo modello; alla mondanità non ci tiene: vive in campagna tra Roma e Ostia, le serate le passa con i tre figli, frequenta solo la gente con cui lavora. All’etichetta e ai formalismi tiene ancora meno: se un brandello di cibo gli è rimasto tra i denti cerca di liberarsene con ritmico rumoroso risucchio, e se il risucchio non basta si aiuta con il mignolo. Parla con forte accento romanesco che non esclude qualche lirismo. «Secondo me, la vita oggi è più che altro una farsa. Vedo queste rotaie della ferrovia come una lucente ferita che separa il vecchio dal nuovo». Non tenta di spacciarsi per poliglotta: gli eroi del West ha imparato a venerarli in italiano, Chaplin lo chiama Scèplin, con gli attori americani si intende a grugniti o ricorrendo allo straordinario dono mimico ereditato dal nonno avvocato napoletano.

È nato a Roma, e nel cinema. Suo padre, con lo pseudonimo di Roberto Roberti, diresse ben centootto film: era il regista preferito di Francesca Bertini e di Bartolomeo Pagano, quello che aveva scoperto e ribattezzato Maciste. Sergio Leone ha cominciato a fare il segretario di edizione a diciassette anni, poi è stato aiutoregista in cinquantotto film: «Il lavoro dell’aiutoregista è schifoso, fatichi senza ricavarne soldi né gloria. Se non ti piace il cinema puoi diventare anche idrofobo. Ma a me il cinema piaceva, quegli anni mi sono serviti a imparare il mestiere e a diventare un professionista. Lavoravo con quasi tutti i registi italiani e anche con gli americani. In film infami, bruttissimi e bruttini. Raramente belli». Ogni tanto qualcosa di curioso capitava. Per esempio innamorarsi della Silvana Mangano interprete del Brigante Musolino, «così bella, piena di pathos e di drammaticità, mi bastava guardarla per mettermi a piangere di commozione». Oppure andare in Congo a girare con Zinnemann Storia di una monaca, fare amicizia con l’impiegato delle poste addetto a timbrare le raccomandate: e scoprire più tardi che si trattava di Lumumba. Però l’idea fissa era sempre quella di debuttare come regista: il primo film lo diresse senza firmarlo, si chiamava Gli ultimi giorni di Pompei e incassò un miliardo. Il secondo film lo firmò, era Il colosso di Rodi: altro colosso, altro miliardo.
Poi la scoperta del western all’italiana, le cifre persino incredibili degli incassi: Per un pugno di dollari, due miliardi e settecentottantatré milioni; Per qualche dollaro in più, tre miliardi e centosessantanove milioni; Il buono, il brutto, il cattivo, due miliardi e mezzo. Cambiando il volto del western Sergio Leone ha salvato dalla crisi l’industria cinematografica italiana, diranno alcuni: e ha assassinato il cinema italiano, aggiungeranno altri.

Ha scelto la moglie perché aveva un temperamento da comica

Tutti però cercheranno di spiegarsi il suo successo, le interpretazioni del fenomeno saranno infinite e molto complicate, si ricorrerà alla psicologia, alla sociologia, alle teorie dell’inconscio. Magari non valeva la pena. Magari il successo del western di Leone era solo basato su una conoscenza precisa della tecnica cinematografica, su una buona memoria e una pronta capacità di imitazione. Magari, più che raccontare storie del West, aveva trasportato sullo schermo storie di bambini che giocano agli indiani. I suoi personaggi non uccidevano con reale violenza, ma con il ritmo serrato e burattinesco dei bambini che giocando ai cowboy puntano il dito strillando: «Bum! ti ho ferito, ti ho ammazzato, sei finito»: e cadono, muoiono, si rialzano, muoiono ancora, ricominciano continuamente. Naturale che nei suoi film i cadaveri si ammucchiassero a decine: quando si gioca, il divertimento è tutto lì.

Ma adesso il gioco è finito, il western all’italiana è logorato e sconfessato, Sergio Leone è pronto a smentire anche se stesso. Lui non ha mai desiderato dirigere film-colosso, assicura, anzi se ne è difeso: dopo Il colosso di Rodi resisté quattro anni ai produttori che gli offrivano altri soggetti mitologici, e questo C’era una volta il West non voleva dirigerlo, solo produrlo. La violenza la detesta. «Io sono essenzialmente un romantico», garantisce. Sul serio, davvero. A lui il dramma non piace, apprezza molto di più la risata: persino sua moglie l’ha sposata perché aveva un temperamento da comica e lo divertiva moltissimo. Personalmente è convinto di possedere una certa dose di senso dell’umorismo, azzarda. Il suo sogno, rivela, è dirigere una commedia brillante, frizzante, spiritosa e sentimentale. Una di quelle commedie tutte leggerezza e pavimenti lucidi, battute ironiche e levrieri afgani, signorine in abito da sera e giovanotti in smoking, risatine, frecciatine, coppe di champagne, equivoci, malizia e diamanti. Commedie come ne dirigeva Ernst Lubitsch, che è il suo regista preferito. Condannato al gigantismo, alla violenza, ai cavalli, alle praterie, ai saloon e ai miliarducci, il nuovo De Mille insegue una sola aspirazione per lui irrealizzabile, un’unica ambizione sbagliata: l’eleganza.

Europeo , No. 17 (1172), 25 Aprile 1968

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