di Ernesto G. Laura

Ecco un caso di film concepito per la doppia destinazione cinematografica e televisiva. Sul piccolo schermo, in più puntate, ha conseguito un successo rilevante, contribuendo a lanciare definitivamente un attore insolito per fisico e per temperamento come Flavio Bucci. Sul grande schermo, invece, è passato quasi sotto silenzio, in un’edi­zione abbreviata che, pur rispettando l’intelaiatura generale dello sceneggiato televisivo, faceva sentire i “salti”, cioè i tagli, perdendo quel respiro lento che ben si addiceva all’eccezionale personaggio intorno a cui l’opera ruota. Va però detto che Ligabue conferma la regola di mercato, verificata anche con il Pinocchio di Comencini, secondo cui il film a doppia destinazione funziona se è prima fatto circolare nelle sale cinematografiche e poi trasmesso per televisione, come è accaduto felicemente per L’albero degli zoccoli, per Prova d’orchestra e per tanti altri. Al contrario, l’uscita in prima battuta sul piccolo schermo “brucia” le possibilità di una grande circolazione su quello grande.

Sia come sia, il Ligabue di Salvatore Nocita è un film di spicco nel panorama italiano degli ultimi anni e i suoi meriti vengono fuori anche dalla “editio minor” per il cinema, tant’è che al Festival di Montreal ha vinto, caso più unico che raro nella storia delle premiazioni festivaliere, sia il massimo riconoscimento sia quello per il migliore attore.

Nocita appartiene alla generazione di autori nuovi formatisi per intero all’interno della televisione di Stato, fuori della corsa alle “quotazioni di mercato” (è un regista che vive del suo stipendio, non eccelso, proprio come i colleghi dell’est europeo), fuori del “giro” romano dei cosiddetti “cinemato­grafari” (vive e lavora a Milano). È insomma una figura fuori dalle regole come Ermano Olmi, a cui lo apparenta il distacco critico dalla mitologia della città e della tecnica, l’amore alla campagna e ai valori in essa fatti crescere dalla nostra antica civiltà contadina. L’incontro fra il giovane Nocita e il vecchio “campagnolo” Cesare Zavattini, mediato dallo sceneggiatore Arnaldo Bagnasco, ha fruttato un’opera dolente e genuina, talvolta teneramente poetica.

Il “romanzo in versi” di Cesare Zavat­tini rende omaggio alla bizzarra personalità di Antonio Ligabue, pittore “naif” della Bassa Padana, a cui il cinema si era già interessato con due splendidi documentari di Raffaele Andreassi, Lo specchio, la tigre e la pianura (1959) e Antonio Ligabue, pittore (1963-64), dove fra l’altro il regista era riuscito a catturare lo stesso pittore, cosi restio a farsi riprendere.

Il problema espressivo che si poneva a! regista e ai suoi sceneggiatori era di salvare la bizzarria tanto romagnola (si pensi allo “zio matto” di Amarcord di Fellini) di Ligabue senza farne però una sciocca e superficiale eccentricità, anzi servendosene per mettere a nudo il tormento di un’anima imprigionata da una psicologia diffidente e da una tensione fisica di amore verso la natura che finivano per far ammirare la forza espressiva dell’artista almeno tanto quanto ne isolavano ed emarginavano l’uomo, salvo a rivalutarlo e a rimpiangerlo in morte.

Zavattini e Bagnasco (quest’ultimo ha poi elaborato le sue ricerche in un libro, Vita di Ligabue) hanno costruito per Nocita una struttura narrativa dove i fatti non contano mai molto e campeggiano invece gli stati d’animo, le piccole situazioni che nel l’intimo del pittore ingigantiscono diventando drammi e lacerazioni; ed hanno rilievo anche le osservazioni attente e calde del flusso — lungo decenni importanti della storia d’Italia (il fascismo, la guerra, la Resistenza, il dopoguerra], riguardati di scorcio — della vita quotidiana della provincia agricola.

La poetica zavattiniana del “pedinamento” viene applicata qui non all’uomo comune ma al personaggio autentico di difficile comprensione immediata. e_ consente di realizzare un tipo di cinema lirico di cui Salvatore Nocita si dimostra sicuro ed intelligente autore, senza mai cadere nell’enfasi né nella banalità.

Pensato, come si è detto sopra, per una programmazione televisiva a puntate, il film si sviluppa per cadenze lente, percorrendo l’itinerario biografico di Ligabue dal suo rientro in Italia dopo la prima guerra mondiale sino alla sua recente morte. Se l’impacciato e tenace amore (platonico) per una donna del paese è nel film più accomodato e romanzato di come sia stato in realtà, ed anche le apparizioni di Marino Mazza­curati, l’artista che lo scoperse e lo lanciò, appaiono di maniera, l’opera di Nocita ha i suoi punti di grande suggestione drammatica e visiva negli incontri-scontri del pittore con gli “altri”, gli operai che lo deridono sull’argine ad esempio, e soprattutto con gli animali: splendido quando egli si pone fronte a fronte con una bestia per conquistarne l’essenza, quasi per succhiarne l’identità, facendosi simile ad essa e poi cosi, mettendola su tela, come se fosse, anziché un ritratto, un auto- ritratto.

Straordinaria è la prestazione di Flavio Bucci, tutta costruita per immedesimazione con minuzia di invenzioni mimico- gestuali e accorata sostanza umana: un attore su cui il cinema italiano potrà contare. Fra gli attori di fianco Giusep­pe Pambieri (il Massimo Serato degli anni ’80?) è forse un po’ lezioso nella sua eleganza, mentre Andréa Ferreol disegna con corposa semplicità la figura dell’ostessa amata da Ligabue.

Per merito della RAI, dopo L’albero degli zoccoli e prima di Fontamara, il cinema riscopre finalmente l’Italia contadina, che è tanta parte dell’immagine del nostro Paese e che la normale produzione industriale ha sin qui sacrificato all’Italia urbana (anzi romana).

Bianco e Nero, Marzo-Aprile 1979

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