di Grazia Livi

È esploso, dopo una mostra a Roma, il caso sconcertante del “pittore folle” Antonio Ligabue: un illetterato di sessantadue anni con grosse mani e due occhi pieni di cupo dolore, che non sopporta la compagnia degli uomini e adora gli animali.

Reggio Emilia, marzo
«Al mio paese s’interessano soltanto di mucche e di galline. È gente contadina, senza sentimento d’artista. È rozza e puerile. Ah, io voglio proprio andarmene a dipingere in una città importante: Parma o anche Bologna. A Roma no, perché è troppo grande e la gente è malata di brutti tumori che non si vedono.» Il pittore che parla così è Antonio Ligabue, il caso più clamoroso di questi ultimi tempi, che ha riproposto al pubblico e ai critici il problema dell’incerto confine fra genialità e follia, della validità del­l’istinto puro, dell’arte intesa come liberazione dai fantasmi che insidiano l’inconscio. Attorno a lui si sono scatenate, proprio in questi ultimi giorni, le forze della notorietà, degli interessi commerciali e della pubblicità. Poi, da un giorno all’altro, queste forze clamorose si sono ritirate, e il pittore Antonio Ligabue ne è emerso, stanco e disseccato come un osso di seppia buttato su una spiaggia, e in preda alle nuove ossessioni che la pubblicità ha scatenato dentro di lui.

Dopo il breve soggiorno romano se n’è tornato a Gualtieri, in compagnia di Bruno Bertacchini, uno dei suoi amici più onesti e pietosi ha ripreso a girare, senza scopo apparente, cavalcando una delle sue dieci motociclette scarlatte; s’è istallato fra lo studio che gli hanno affittato a Reggio e la stanza presso l’ospedale di Gualtieri, che il Comune gli ha offerto fin dal dopoguerra. Per riuscire a incontrarlo c’è voluta la pazienza di un detective, perché Ligabue (che in realtà si chiama Laccabue, nome che ha rinnegato perché «troppo antipatico», e si firma Ligabül) è preda costante dei suoi umori e quindi non ha amici fissi; vive in una mezza-realtà allucinata e quindi non ha vera coscienza dei suoi impegni, né dei suoi recapiti.

Ma ora ecco che avanza, con passo incespicante e rapido, verso lo stanzone che gli serve da studio, a Reggio Emilia, insaccato in un logoro giaccone di pelle e in un paio di calzoni sformati, con un berretto a visiera in capo che gli lascia scoperte le grandi orecchie violacee, e ai piedi scarpe nuove fiammanti. La motocicletta rossa, con la quale egli corre, a casaccio, per i rettifili della bassa reggiana, fuggendo la regolarità sottile dei pioppi e la solidità delle case contadine, è appoggiata fuori; ma adesso Ligabue si volta a guardarla, poi tutt’a un tratto ritorna sui suoi passi, si fruga in tasca con un gesto di rabbia, e ne trae fuori una boccettina di liquido rosso. Si infila i guantoni da motociclista (non per salvaguardare le mani, ma per toccare, con la maggior dolcezza possibile, la sua moto) e con un pennellino, intinto nella boccetta, ripassa una screpolatura, ritocca una macchia più chiara, ci soffia sopra, con garbo, poi, quando è già lontano di qualche passo, si volta di nuovo per contemplare il suo operato.

«La sua motocicletta è molto bella» gli dico, avvicinandomi. Ligabue non mostra nessuna meraviglia a vedermi lì, con l’aria di aspettarlo, perché si è ormai assuefatto allo strano meccanismo della fama che gli propone continuamente faccie nuove e benevole, e situazioni impensate che lo lusingano molto. Ha solo un lieve scarto all’indietro perché qualsiasi persona che gli respiri sul viso, e soprattutto una donna («Non posso soffrire le donne» dice con rabbia «perché sono sane di fuori e malatissime dentro. E poi tolgono la forza dell’uo­mo. Puah!»), gli dà un incontrollabile fastidio. Poi risponde, rauco : «È una motocicletta Guzzi. È la più bella, ma io ne ho altre bellissime. E poi ne comprerò una nuova».

I suoi occhi hanno la fissità dolorante di chi è escluso dalla realtà condivisa da tutti; il naso enorme e disseccato si protende, nel viso, come il becco di un’aquila; le labbra sono serrate, con una piega amarissima, quasi truce; e in questo corpo consunto, di sessantenne infagottato negli abiti che la carità pubblica ha messo insieme per lui, quello che colpisce, prima di tutto, è una strana dignità che gli fa squadrare i suoi interlocutori con diffidente alterigia. «Lei è una dei giornali?» chiede, cupo. «Allora avrà visto tutte le riviste che parlano di me. Grandi articoli e pagine a colori. Io ho fatto anche la televisione e poi farò il cinema, perché la mia pittura è conosciuta in tutta Italia.» Parla tutto di seguito, inseguendo il filo allucinante della sua notorietà, con i pugni ficcati nelle tasche e le grandi orecchie che sporgono dal berretto scuro, dandogli un’aria esasperata e inerme ad un tempo. «Io ho fatto grandi capolavori. Guardi il premio che il Ministro di Roma ha dato a me», e mentre egli si fruga, con impazienza, nelle tasche, mi vien fatto di chiedermi per quale strana mania deformatrice certi giornali abbiano usato, per Antonio Ligabue, delle formule così facili e vistose come «il pittore che ulula», oppure «il barbone che vive nei boschi» (nella bassa reggiana i boschi non esistono), o ancora «lo epilettico che abbaia » (Ligabue non è epilettico).

Le sue dita annerite, con le punte che paiono corrose, seguitano a frugare nelle tasche («Mi fa tribolare, che Dio la stramaledica. L’ho persa, queiraccidentata!», grida a un certo punto, con una concitazione che gli fa battere i piedi e attorcigliare violentemente i bottoni su se stessi), ma poi improvvisamente si placa, e con la mano tremante trae fuori dalla tasca una scatoletta di velluto rosso dove una medaglietta d’oro luccica, con queste parole incise: «Al pittore Antonio Ligabue. La galleria “La Barcac­cia’’ – Roma». «La legga forte», mi dice, e mentre eseguo l’ordine, un lampo di compiacimento accende la fissità dolorante del suo sguardo.

Nei numerosi ritratti che egli ha dipinto di se stesso, con l’aiuto di uno specchio scheggiato, questo lampo di compiacimento non appare mai, né appare il berretto a visiera, né un abbozzo di giacca, né la pelle grigia rasata di recente.

Ai tempi degli autoritratti, infatti, Antonio Ligabue, nato nel novantanove nella Svizzera tedesca da emigranti italiani e rimpatriato a Gualtieri verso il 1920 dalle autorità, non era ancora il pittore d’istinto che è oggi, scoperto dai critici, perseguitato dai mercanti d’arte, paragonato a Van Gogh e al douanier Rousseau, ma era soltanto una creatura allucinata, esclusa dal mondo della normalità e dell’ordine, per la quale la pittura era l’unico passatempo che potesse servirgli da sfogo, nella sua condizione di esasperata solitudine.

La gente di Gualtieri e di Guastalla lo vedeva passare, a volte a cavallo di una motocicletta antiquata, a volte con un coniglio in braccio, a volte seguito dai cani randagi che raccoglieva per strada, a volte con l’at­trezzatura da pittore legata con due funi alle spalle, e con il dipinto rivolto all’esterno come uno strano vessillo. Per anni aveva vissuto in un capanno al margine di una cava.

«L’è matt», diceva (e dice tuttora) la gente al suo passaggio, oppure «l’é sbalé», e tutti erano al corrente delle sue strane ossessioni. Non poteva sopportare che qualcuno gli tossisse in faccia, perché diceva di sentire una martellata in mezzo alla testa, come se uno spirito maligno si fosse impossessato di lui, e allora roteava i pugni, batteva i piedi, e si dava gran colpi sul naso, a volte con l’aiuto di una pietra, fino a farlo sanguinare, perché soltanto allora poteva proclamare, cupo: «Ho vinto io. Lo spirito maledetto se n’è andato». Quando si trovava a bere all’osteria con un amico, si ficcava le dita negli orecchi per paura di sentire lo strano gorgoglio provocato dal liquido che scende in gola, e stava per qualche minuto rattratto, con gli occhi chiusi, finché l’amico non aveva vuotato il suo bicchiere.

Gli uomini, intorno a lui, evitavano la sua compagnia, oppure lo apostrofavano con ironia; le donne lo sfuggivano; i bambini gli correvano dietro tossendo forte oppure minacciandolo di toccargli il naso; soltanto certe persone più compassionevoli s’interessava­no ai suoi quadri, gli facevano qualche prestito di poche centinaia di lire perché comprasse il vermiglio o il blu di Prussia; gli ordinavano un dipinto di animali, e allora Ligabue disponeva il suo arsenale di pittore per strada, in un androne o nella stanza d’ospedale, e cominciava a dipingere con furia, mormorando cupamente fra sé: «Ora vi faccio vedere io che quadro bellissimo faccio».

Qualche amico più fantasioso spingeva il suo interessamento fino a suggerirgli i temi dei dipinti e gli spiegava, accalorato: «Antonio, vi vorrei veder fare la scena di un temporale, con un cavallo imbizzarrito che corre sulla strada e in cielo le nuvole attraversate dal fulmine» oppure «Antonio, voi dipingete sempre la giungla, perché non fate invece una bella scena invernale con tanta neve e due renne che tirano una slitta?». Antonio lo guardava fisso e nelle sue pupille amareggiate passava un lampo di gioia, soltanto a sentir nominare il cavallo, l’antilope o la renna. «Gli animali sono una grande cosa, sono una compagnia molto più buona degli uomini» diceva spesso «io vi faccio un animale che poi metterete in casa vostra e vi sembrerà vivo.»

E infatti tutti i quadri che egli ha dipinto dal 1928 fino ad oggi ripetono ossessivamente il tema dell’ani­male: lo scarafaggio che passeggia, vacillante e enorme, nell’erba alta in una notte di luna; due galli che si azzuffano con le grandi code variopinte percorse da una scarica di rivalità; la colomba, pingue in un cielo viola-azzurro che volge alla tristezza; la lepre ansimante, con la lingua pen­dula, inseguita dal cane da caccia.

Rousseau gli sembra troppo infantile

Non ci sono temi umani, in questi quadri; c’è soltanto qualche donna bianca, tutta spaventata e inerme nella sua nudità, che un gorilla minaccioso trascina nella giungla (il simbolo abbastanza chiaro del suo odio-amore per la donna); oppure c’è il suo viso disseccato, col grande naso adunco e gli occhi spenti nella loro amara fissità, che si ripete nella serie degli auto-ritratti, come simbolo di una umanità mezzo-animalesca che viene respinta dagli uomini.

«Io sono un uomo molto strano», egli dice, adesso, indicando il ritratto che sta di fronte a noi, «io ho sempre battuto il mio naso con una grossa pietra perché volevo farlo assomigliare al becco di un’aquila. Avevo l’esaurimento nervoso, ma ora non lo faccio più.» Le sue labbra serbano la piega truce di sempre, ma c’è nella sua faccia, qualcosa di più rassettato e sicuro, oggi, come se la realtà che lo circonda cominciasse, finalmente, a dargli il senso di non respingerlo più, e nella sua voce c’è perfino un filo di ironico orgoglio. Proprio in questi giorni, infatti, gli è giunta in dono, dagli organizzatori della mostra di Roma, una nuova motocicletta B.M.V. («È proprio mia? È mia davvero?», chiede continuamente a un amico. «Sì, Antonio, è vostra»); un conoscente pietoso gli legge ad alta voce gli articoli che lo riguardano («Antonio, qui dicono che siete epilettico.» «Figuriamoci, anche epilettico!», risponde alzando le spalle); la quotazione dei suoi quadri, che varia dalle cento alle quattrocentomila lire, gli è giunta all’orecchio per vie traverse. Un senso di importanza pomposo e infantile ad un tempo, dunque, ha incominciato a impadronirsi di lui.

Adesso siede in automobile, autoritario e secco nel suo giaccone di pelle, come un uomo d’affari che possa permettersi di avere qualcuno ai suoi comandi, e ci ordina di condurlo verso Parma, dove c’è «il mio grande capolavoro da mostrare. Un bellissimo dipinto che piace a tutte le grandi persone dell’arte». Per strada, mentre la pianura reggiana fugge, davanti a noi, con i suoi pioppi sottili, gli chiedo a bruciapelo se abbia sentito parlare del pittore Rousseau.

«Sì, certo», risponde con gravità. «Ma non mi piace. È troppo infantile. I suoi leoni sono malfatti, non sono realisti. Io cerco sempre le cose realistiche. Giotto, invece, dipinge molto be­ne.» «E Roma che impressione le ha fatto?» Ligabue ha un barlume da esperto nello sguardo e la sua voce dichiara con freddezza: «Ho visto San Pietro: come ar­chitetture va bene. Ma le pitture sono tutta roba di santi, nessuno sa fare gli animali come li faccio io».

Poi arriviamo davanti al grande dipinto esotico, appeso alla parete di un salotto di Parma. Ligabue struscia i piedi in terra, si toglie il berretto in segno dì rispetto, e guardandomi fissamente con l’occhio dolorante, pronto a indispettirsi per un minimo gesto che mi riveli disattenta, esclama con forza: «Questa è la mia spiegazione: c’è un grande leopardo, con tutta la sua bella pelliccia, che sta per sbranare un antilope nella giungla persica. Ma una vedova nera è saltata da un albero pungendogli una zampa e allora il leopardo ulula di dolore, e si vede ferocità e morte nel suo occhio. Dietro il leopardo c’è una luna che si specchia nello stagno e fa due lune. Fra l’erba della giungla c’è lo scheletro di un bianco sbranato dal leone. Poi ci sono le antilopi che scappano via, ancora tutte vive. La mia spiegazione è finita. È soddisfatta di questo quadro?».

Sogna di guidare un’auto tedesca

«Sì, sono molto soddisfatta. Lo trovo bellissimo» gli dico, mentre un strana suggestione si impadronisce di me, alla vista dell’erba lussureggiante, dove ogni foglia sembra percorsa da una magica vitalità, e della luna che splende, torbida e calda dietro la schiena del leopardo.

Antonio Ligabue mi guarda fissamente col grande occhio dilatato, poi guarda il quadro, e con una soddisfazione sprezzante e ansiosa ad un tempo, che solo i successi recenti hanno potuto insegnargli, togliendogli l’a­lone suggestivo del pittore che dipinge unicamente per liberarsi dalle sue ossessioni primitive, dichiara con forza: «Ora faccio altri cinquanta quadri come questo, con grandi scene di animali e avrò, come premio, un’au­tomobile Opel Record. Lei sa quanto costa? Costa milioni. E allora io torno a Gualtieri con la Opel, e la gente dovrà farmi il saluto e mi aiuterà a scendere dalla macchina. Metterò A.L. sulla portiera, che sono le iniziali del mio nome. Ah, quegli organizzatori di Roma sono stati proprio la mia fortuna!».

Antonio Ligabue con Autoritratto

L’AUTORITRATTO di Antonio Ligabue, uno dei tanti che il pittore ha eseguito guardandosi in uno specchio rotto. Egli continua a dipingersi com’era un tempo, con la barba lunga e i capelli ispidi, sullo sfondo del rigoglioso paesaggio emiliano. Altri suoi ritratti mostrano un viso chiazzato di sangue: provoca lui stesso quelle emorragie, «per alleggerire il cervello». Ligabue ha ora sessantadue anni. Nato in Svizzera da genitori italiani, ha vissuto lungamente come un mendicante, in una cava.

Antonio Ligabue - Tigre assalita dal serpente

I SUOI SOGGETTI PIÙ AMATI sono gli animali. Ligabue detesta la figura umana e non sopporta la vicinanza dei suoi simili. Questo leopardo che si accinge a sbranare un’antilope, in uno scenario lussureggiante di verde, è stato da lui venduto a Parma. Dal 1928 ad oggi Ligabue ha dipinto oltre duemila quadri, che cedeva per poco ai concittadini di Gualtieri Emilia. Dopo il «lancio» organizzato a Roma, le quotazioni delle sue opere oscillano tra le duecento e le quattrocentomila lire. Alcuni amici gli hanno affittato uno studio a Reggio Emilia, ma Ligabue vive abitualmente in una stanza dell’ospedale di Gualtieri, offertagli dal municipio dopo la sua uscita dal manicomio. Durante gli anni della vita randagia spesso si sfamava con carne di cane e con erbe raccolte nei campi.

ANCHE I CORTILI della Bassa emiliana, coi loro animali, offrono a Ligabue nuovi temi che egli tratta con singolare vigore espressivo. Ma i suoi argomenti preferiti sono quelli della lotta per la vita tra gli animali feroci. Spesso, come in questo dipinto, in mezzo a felici invenzioni si inseriscono figurazioni quasi infantili. Ligabue è un artista instancabile. Lavora per giorni interi senza conoscere riposo, e quando è spossato inforca una motocicletta (ne possiede dieci, tutte rosse) percorrendo senza mèta le campagne intorno a Gualtieri. Ha donato alcuni quadri ad amici perché gli custodiscano le sue moto. È un guidatore inesperto e al suo passaggio tutti si scostano precipitosamente. Ora spera di comprarsi un’automobile di marca tedesca: «Così, tutti impareranno a rispettarmi», dice.

Antonio Ligabue sulla terrazza della casa di un amico, a Reggio Emilia

SULLA TERRAZZA della casa di un amico, a Reggio Emilia, con le tele piene di belve sanguinarie. Nel ritratto femminile a sinistra, Ligabue ha dipinto due corvi in volo nel cielo di piombo. Non sa rinunciare agli animali, anche quando dipinge la figura umana. In quasi tutti i suoi autoritratti aggiunge sempre alcuni uccelli, oppure insetti che si posano sul suo volto tormentato.

Fotografie di Sergio Del Grande

Epoca, 12 marzo 1961; pp. 74-78

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