La moglie del vice direttore di “Regina Coeli” stava rientrando a casa in carrozzella e vide il corpo del marito penzolare da una finestra.

di Vittorio Gorresio

La mattina del 18 settembre 1944, a Roma, si doveva celebrare il processo contro Pietro Caruso, che era stato il questore della capitale durante il periodo dell’occupazione tedesca. La sera prima, attraverso la radio del nord, il segretario del partite fascista repubblicano, Alessandro Pavolini, aveva minacciato la fucilazione per rappresaglia di quaranta partigiani prigionieri se Caruso fosse stato condannato a morte. Corse voce per Roma che i giudici dell’Alta Corte di Giustizia si fossero spaventati, che condanna non ci sarebbe stata, forse nemmeno sarebbe stato fatto il processo. Quello contro Caruso era il primo dei processi politici da celebrare dopo la liberazione di Roma e non si aveva alcuna idea su quella che poteva essere la severità o la fermezza dei giudici: erano giorni tumultuosi di passioni, e gli animi eccitati favorivano il dilagare delle voci più assurde, che trovavano credito.

La diffidenza popolare vedeva indizi di tradimento da ogni parte, ed era vivo nella folla il desiderio, forse il bisogno, di farsi giustizia da se, sommariamente. Davanti al «Palazzaccio», come a Roma è chiamato l’edificio dei tribunali, si era adunata una massa irrequieta, agitata dal ricordo delle sofferenze patite, dei rastrellamenti, delle sevizie, delle morti. Nel traversarla per entrare nel palazzo, tenendo alto il salvacondotto che mi dava il diritto di accesso nell’aula magna della Corte di Cassazione, ero staro più volte trattenuto, impedito, malmenato da gente furibonda: «Eccone un altro! Sarà un fascista pure questo! Mor’ammazzato!», si gridava intorno a me.

Il mio accreditamento come redattore di Risorgimento liberale non mi procurava prestigio, né simpatia. Solo se fossi stato un comunista, mi rendevo conto, avrei forse trovato comprensione, ma non sicuramente, poiché un collega dell’Unitá stava incontrando in quel momento, tra quella folla scatenata e anarchica, difficoltà poco minori delle mie. Avevamo paura tutti e due, e non solo per noi, ma per tutti, per i giudici e carabinieri, per gli avvocati i testimoni, e per la stessa folla ansiosa che si agitava e si esaltava nelle minacce, torva, esasperata, premeva urlando contro cancelli, per entrare: «Vogliamo Caruso!»

Mai avevo veduto una simile folla. L’aula era colma di invitati e giornalisti, illuminata dai proiettori per le macchine cinematografiche. L’ora del dibattito era già suonata, ma ancora assenti gli imputati e la corte. La porta di servizio era bloccata dalla folla; nemmeno il presidente, Lorenzo Maroni, sarebbe potuto entrare. Un capitano dei carabinieri chiamò a raccolta le poche forze di polizia disponibili e guidò una sortita, facendosi coprire di insulti e sputi. Tornò all’attacco due volte, la polizia picchiava alla disperata, un carabiniere travolto si difendeva da terra scalciando, Maroni, di piccola statura, svelto e impassibile, raggiunse saltellando nel colmo della zuffa la camera del consiglio.

Di fuori, intanto, la folla che ero riuscito a traversare un’ora prima era aumentata di numero e cresciuta in furore. Aveva sfondato gli ultimi sbarramenti di polizia — la debole polizia italiana di quei giorni, che solo da un mese aveva ereditato dalla polizia alleata l’onere di tutelare l’ordine pubblico, ed era quasi disarmata, mal comandata, sfiduciata, odiata — e come una valanga si era abbattuta nel «Palazzaccio», precipitandosi negli androni, su per le scale fino alle soglie dell’aula magna, scaraventandosi contro le porte. Dall’interno sentivo l’urlo di incitamento che si danno i vogatori impegnati nelle regate.

Vidi la porta, finalmente, cedere sotto la spinta, banchi, sedie e poltrone rovesciate, gente salire in piedi sopra tavoli dei giornalisti, arrampicarsi alle transenne di marmo delle tribune, avvinghiarsi alle colonne, installarsi negli scranni dei giudici. E poi fu un coro di insolenze contro le forze dell’ordine, per intimidirle ed impedirne l’intervento. Penso che i giudici chiusi nella camera di consiglio si consigliassero sulle cose da fare e su quelle da evitare, penso che l’imputato Caruso abbia sentito dalla sua stanza dietro l’aula il terribile urlo della folla: «A morte Caruso! Dateci Caruso!».

Il questore della Roma nazista giaceva in un lettuccio, non essendo guarito dalle ferite riportate il 4 giugno in un incidente d’automobile sulla via Cassia. Stava fuggendo da Roma per raggiungere Viterbo dove era il centro di raccolta degli uomini della polizia italiana e tedesca in ritirata verso il nord. Una automobile tedesca urtò la sua, spingendola a fracassarsi contro un albero, e il povero Caruso invano aveva implorato che lo facessero proseguire, comunque. Lo avevano invece abbandonato malconcio nell’ospedale di Viterbo, dove più tardi era stato riconosciuto ed arrestato dai partigiani, nonostante che il passaporto lo indicasse come un qualunque Pietro Ca__to. L’identificazione era del resto stata agevolata dal fatto che l’ex questore aveva con se cinque orologi d’oro da uomo, tre _ille di diamanti, due brillanti, sei lingotti d’oro, due borsette d’oro da signora, quattromila sterline e mezzo milione di lire italiane, oltre a valori di minor conto.

In quel tumulto, il grido «Dateci Caruso!» suonava spaventoso, e inutilmente il mandante della polizia alleata, colonnello John Pollock, in piedi su di un tavolo, armato solo di un bastoncino secondo l’uso inglese, coperto il capo di un berretto rosso, arringava la folla saggiamente, esortando uomini e donne a ritornare in pace alle loro case. Non lo ascoltava nessuno, tuttavia, ed anzi mi pareva che la sua calma contribuisse ad esasperare, anzi che a placare, il furore della gente. Se fosse entrato anch’egli in una gara di improperi e di minacce, sia pure dirigendoli contro la folla, sarebbe almeno stato un personaggio comprensibile: fermo e freddo com’era, sembrava assurdo, quasi mostruoso.

Nessuno osava, in ogni modo, scagliarsi contro di lui, rappresentante di una misteriosa autorità che per essere sconosciuta e lontana incuteva religiosamente rispetto: molti, piuttosto, si guardavano attorno con l’aria di leoni alla ricerca di chi divorare. Ed erano le donne, in quel momento, le più feroci, madri di deportati, vedove di vittime delle violenze fasciste e naziste, di assassinati alle fosse Ardeatine, di seviziati, di perseguitati. Una di queste, che poi seppi chiamarsi Maria Ricottini, in gramaglie per aver perduto un figlio, puntò ad un tratto verso un uomo che stava poco lontano da me, di statura bassa, di aspetto mite, sui cinquant’anni. Era quasi schiacciato contro un tavolo, sul quale era salito un mio collega, Bruno Romani.

La Ricottini gli si spinse contro, sgusciando tra la folla, con un grido: «Eccolo, è lui!». Teneva il braccio alzato, sicché non era chiaro se volesse indicare l’uomo piccolo o, al di sopra di lui, Bruno Romani. Quattro giovanotti in maniche di camicia domandarono alla Ricottini quale fosse il bersaglio, incerti chi assalire. La donna precisò. Domandarono all’uomo come si chiamasse: «Carretta», si affretto gentilmente a rispondere lo sventurato, con forte accento meridionale. Gli chiesero i documenti, ed egli tranquillamente rispose di averli lasciati a casa, ma a una nuova richiesta confermò di essere il commendatore Donato Carretta, vice direttore del carcere giudiziario di «Regina Coeli» durante i nove mesi dell’occupazione nazista. Era venuto in tribunale come teste a carico, dovendo deporre contro Pietro Caruso, del quale sarebbe stato anzi fra i principali accusatori. Poteva aver paura in quel tumulto, come noi tutti, ma si sentiva di quelli con la coscienza tranquilla.

Carretta avrebbe detto infatti alla corte che il questore di Roma aveva più volte manifestato la sua diffidenza nei confronti della direzione e del personale del carcere. Aveva perfino disposto, secondo la deposizione resa da Carretta in istruttoria, «che gli agenti di custodia fossero perquisiti dal suo personale di fiducia quando uscivano dal carcere per accertarsi se eventualmente gli agenti di custodia si prestassero a favorire comunicazioni dei detenuti con l’esterno, e aveva fatto eseguire perquisizioni in tutto il carcere». Di più, Caruso aveva introdotto a «Regina Coeli» nuclei speciali di agenti che rispondevano soltanto alla questura, non riconoscendo l’autorita della direzione, nemmeno per quanto riguardava l’ordine interno, e in altro modo aveva esautorato i funzionari del carcere sul trattamento da riservare ai detenuti politici «impedendo per mezzo dei suoi agenti che essi avessero qualche agevolazione (…) riservandosi di concedere personalmente e per mezzo di funzionari di sua fiducia i permessi di colloquio».

Qualche volta Carretta aveva collaborate segretamente con emissari del Comitato di Liberazione Nazionale, e alla vigilia dell’arrivo degli alleati a Roma aveva aperto le celle di molti detenuti politici, nascondendosi poi a propria volta per non essere prelevato dai tedeschi in ritirata. Ora stava in attesa di un giudizio di epurazione, ma riteneva d’essersi procurato carte in regola: tra le altre un attestato di benemerenze che gli era stato rilasciato da Pietro Nenni. I comunisti gli imputavano invece cattivi e feroci comportamenti a danno dei detenuti politici, non durante il periodo dell’occupazione tedesca di Roma, bensì in anni precedenti, quando era stato direttore del penitenziario di Civitavecchia.

Comunque, non nei termini di simili giudizi contrastanti fu decisa la sorte di Donato Carretta quella mattina. Egli anzitutto fu afferrato da Maria Ricottini che lo graffiava nei tentativo di ficcargli le dita negli occhi. Carretta si difendeva alla meglio, ma lo pestarono i quattro giovanotti scamiciati che fecero massa contro di lui. Io gli vedevo le braccia alzate e le mani distese a protezione della testa, su cui picchiavano gli aggressori, ma gli aggressori a loro volta furono bastonati con durezza da tre grandi soldati americani della Military Police che sventolavano corti randelli. Si fece avanti un tenente, altissimo anche lui, che riusci a prendere la testa di Carretta sotto la propria ascella, per proteggerla, e se la tenne così qualche minuto dominane do la folla con la statura.

Gli operatori cinematografici continuavano a girare la scena, e con lo stesso scrupolo documentario mi feci forza per gridare, quasi cinicamente, lo riconosco: «Which is your name?». «Atkinson», rispose il tenente con voce chiara, pieno di rispetto per i diritti dell’informazione. Con i suoi uomini riuscì a portare il disgraziato fuori dell’aula, e lo accompagnarono protetto fino alle scale, dandogli il buon consiglio di andarsene a casa. Per maggiore prudenza un usciere lo fece entrare in un ufficio di cancelliere, mi raccontarono poi, perché aspettasse un poco e facesse passare, lasciasse sbollire quell’ondata di furia.

Nell’ufficio, Carretta si riassettò alla meglio, ma quando uscì dopo mezz’ora, incappò malamente nei suoi persecutori che anch’essi abbandonavano il «Palazzaccio», essendo stata rinviata la causa e finalmente sgomberata l’aula magna. Lo riconobbero, lo catturarono, ed allo sfogo della furia giovava adesso lo spazio dei corridoi e degli androni, dove, più al largo, era possibile esercitare una violenza maggiore, e col concorso di più gente. Alcuni, dall’esterno, ignari dell’identità del prigioniero, credevano che fosse Pietro Caruso, e difatti sentii l’annuncio dato da un giovane a suoi amici al fondo delle scale: «A’ Nando! Amo preso Caruso!». Corsero altri carabinieri, due poliziotti, tre americani, e a grandi colpi di sfollagente, sottrassero Carretta agli aggressori, una seconda volta. Anzi riuscirono a portarlo fuori ed a farlo salire su un’automobile.

Ma l’automobile non poté partire, sommersa dalla folla ritornata all’attacco. Prigioniero, Carretta cercava di difendersi roteando dall’interno la manovella di avviamento del motore, ma fu più facile agli assalitori catturarlo di nuovo, estraendolo di peso dalla macchina, che a lui disperdere gli assalitori. Anche la polizia era ridotta all’impotenza, nella marea. Non si vede mai bene, d’altra parte, come si svolgano esattamente le cose in queste imprese di folla. Io, da lontano, ancora sulle scale d’ingresso del «Palazzaccio», sentivo più che non vedessi direttamente, e non sentivo che un grande urlare, sopra le teste della massa in agitazione. C’era un tram fermo, questo vidi, bloccato dalla moltitudine che riempiva tutta via Ulpiano, la strada che porta da piazza Cavour al lungotevere. Poi vidi che la folla si apriva davanti al tram, come per dargli strada libera, e mi parve stranezza quella manifestazione di civismo, assurda in quel momento.

Capii meglio più tardi, con l’aiuto delle informazioni raccolte per la strada fra gli altri testimoni. Carretta era stato preso fuori dalla macchina e trascinato verso le rotaie, gettato a traverso del binario. Saltati sulla piattaforma dieci energumeni avevano ingiunto al conducente di mettere in moto per stritolare il disgraziato, ormai legato mani e piedi. Il tramviere si era rifiutato, tra minacce di morte anche a lui: «Fascista!», gli gridavano. Il tramviere, tranquillo: «Fascista tu’ nonno!», rispose agli assassini e si cavò di tasca una tessera in regola, intestata a Salvatori Angelo, bel nome in quel frangente. Era una tessera del partito comunista, e l’uomo fu lasciato in pace. Ma cercarono di spingere a braccia il carrozzone, e Salvatori bloccò i freni. Tolse dal congegno la manovella e disse: «Chi se move, io je spacco la testa».

Allora in dieci presero Carretta, di peso, e lo portarono al lungotevere. Nel trasportarlo, nel trascinarlo, tutto a strattoni, finirono per scioglierlo da quel poco di corde che lo legavano, ed arrivati alla spalletta di ponte Umberto lo bilanciarono come un sacco per lanciarlo nel fiume al di sopra del parapetto.

Oltre diecimila persone seguirono la tragica caccia

C’era nell’acqua, presso la riva, uno di quegli steccati che si dispongono a protezione dei nuotatori inesperti, ed a quello Carretta si attaccò dopo qualche bracciata, rianimato, sembrava, dal tuffo in acqua fredda. Aizzati dalla folla sul ponte e il lungotevere, un ragazzo ed un uomo che stavano sulla proda si spinsero sullo steccato per calpestare e per scalciare sulle mani di Carretta aggrappato. Egli dovette lasciare la presa, nuotando al largo verso il filo della corrente. Era buon nuotatore e percorse un buon tratto.

Ma un giovanotto sciolse una barca dall’ormeggio e lo inseguì, lo raggiunse, e incominciò a colpirlo al capo con un remo. Per due volte Carretta riuscì a salvarsi, immergendosi e nuotando sott’acqua, ma non appena riaffiorava l’altro gli era sopra di nuovo con il remo a colpire, e al termine di una serie lunga di colpi il corpo di Carretta non reagì più. Galleggiava, cadavere, portato via dalla corrente, ma il giovanotto in barca e un’altra barca con due uomini lo inseguirono ancora sospingendolo verso la proda di ponte Sant’Angelo. Lo trassero dall’acqua, lo portarono a riva, lo scaricarono sul lungotevere, aiutati da altri accorsi prontamente. Fra i due ponti si erano adunate almeno diecimila persone che salutarono il cadavere con urla di gioia feroce: «A “Regina Coeli”!».

Lo spogliarono, lasciando indosso al morto solo maglia mutande e calzini, e poi tirandolo per i piedi lo trascinarono per terra fino a via della Lungara, per circa due chilometri di strada sassosa. Davanti al carcere si fermarono, fu trovata una corda, ed il cadavere fu imbrancato alla meglio per venire appeso per i piedi all’inferriata della prima finestra a destra del portone. Al piano di sopra era l’abitazione di Carretta, i cui familiari, affacciati, videro la scena che non immaginavano. La moglie stava in quel memento ritornando in carrozza, e fu salvata a stento. La folla, d’altra parte, si sfogava oramai tutta sul morto, incominciando a lapidarlo, e le sassate per un’ora tennero indietro anche la poca polizia che finalmente era riuscita ad arrivare.

Soltanto a mezzogiorno e dieci, con il rinforzo di inglesi, e americani, carabinieri e poliziotti italiani poterono occupare la strada, scacciandone la folla. Venne un procuratore del re, il dottor Fasani, per le constatazioni di legge, ed il cadavere straziato, sciolto dall’inferriata, venne deposto in un’autoambulanza per essere portato all’istituto di medicina legale, per l’esame di rito, tanto più interessante nella circostanza specifica dato che forse mai a periti settori italiani era accaduto di poter esaminare in necroscopia il cadavere della vittima di un così laborioso, macchinoso, complicato linciaggio.

Anche la testimonianza che mi toccò di averne è eccezionale per un cronista, essendosi trattato di un delitto di folla di grandiose proporzioni, spiegabile soltanto con le grandiose proporzioni degli avvenimenti di guerra e di persecuzione poliziesca e politica che avevano creato la necessaria psicosi nella massa. Passata la feroce ubriacatura del momento, fino dal primo giorno il fatto destò orrore, probabilmente negli stessi partecipanti, poiché è difficile pensare che a Roma esistano diecimila persone autenticamente feroci, e che comunque tutti i romani feroci si fossero trovati la mattina del 18 settembre 1944 adunati nel tratto fra piazza Cavour, ponte Sant’Angelo e «Regina Coeli». Mi stupì molto, quindi, ed è anche questa una testimonianza che mi sembra di dover rendere, il fatto che il partito comunista, il giorno dopo, facesse pubblicare sull’Unità i risultati di una pretesa inchiesta sulla buona impressione che il linciaggio aveva suscitato in diverse persone di differenti categorie.

È un documento straordinario, che mi stupisce ancora, dopo sedici anni: «Abbiamo evitato di proposito» lessi il 19 settembre sull’Unità «i piccoli comizi nei quali si approva senza riserve l’operato della folla. Abbiamo cercato le impressioni di persone calme, isolate, completamente immuni da ogni influenza dell’eccitazione collettiva». E così presentato con tutte le promesse dell’obbiettività, il documento chiama in causa un sacerdote, due madri, una coppia di giovani, una donna al mercato, un uomo anziano e una signora ventenne: otto personaggi presi a campione della nostra società del 1944.

Il redattore comunista inquirente diceva d’essere andato innanzitutto a trovare un prete: «Nella sua casa quieta, un sacerdote ha abbandonato le sue occupazioni per ascoltare il lungo resoconto degli avvenimenti, dal tumulto nel palazzo di giustizia alla lapidazione di “Regina Coeli”. E un uomo anziano, mite e riflessivo. Ha ascoltato fino in fondo, senza interrompere mai, ha taciuto un istante, poi ha esclamato: “Ecco, finalmente, un atto di giustizia”». Poi viene in scena la prima madre: «Una madre, la madre di una delle vittime di Caruso, esclama: “Non avevo riso dal giorno in cui fu assassinato mio figlio. Oggi mi sono sentita come liberata da un peso enorme. Si comincia a respirare, finalmente!”». Un’altra madre, una recente neofita dell’antitascismo, è più quieta: «È una cattolica fervente, suo marito era fascista. Era fascista anche lei, fino al 1942. Era fascista anche suo figlio, ma il 9 settembre si era arruolato in una banda di patrioti. Arrestato, era stato più tardi liberato. È proprio suo figlio che le racconta i particolari del delitto di folla. La madre ascolta attentissima, interrompendo ogni tanto con un semplice: “Bene!”, che sottolinea l’odio tenace manifestato dalla folla romana».

L’Unità attesta poi di avere colto a volo un dialoghetto fra una coppia di giovani:

Lei: — Hai visto tutto?

Lui: Si, ero fuori quando urlavano dentro. Poi ho seguito la folla da lontano, tenendomi in disparte.

Lei: — Perché in disparte?

La psicosi di quei tempi spiega l’errore comunista

Un’altra donna, sul mercato, avrebbe detto: «Troppi fascisti ci sono in giro, caro signore. Se facessero un po’ la stessa cosa a venti o trenta brutti musi, a Roma non ci sarebbe più il mercato nero e ci sarebbe meno fame!». Poi c’è il signore anziano, del quale l’Unità tende a sottolineare la compostezza. Egli difatti «scende compostamente dal lungotevere, raccatta un sasso e lo lancia senza scomporsi contro il cadavere: “Tiè, Caruso!’’. “Non e Caruso” gli diciamo. “Ah no? non fa niente, serve lo stesso per Caruso”». Concludeva l’inchiesta una signora ventenne, la cui risposta è forse quella che meno si allontana dal verosimile: «Sicuro che hanno fatto bene! Io però non posso veder soffrire la gente. Avrebbero dovuto tirargli una revolverata, e basta».

Così comunque si concludeva la testimonianza dell’Unità, che non mi pare dubbio dover ascrivere nel novero delle false testimonianze. Si tratta inoltre, a mio giudizio, di un infortunio giornalistico che procurò alla causa del partito comunista certo più danno che vantaggio. Venne facile, allora, la tentazione di riversare le responsabilità morali del delitto di folla su chi con tanta improntitudine se lo attribuiva a gloria. Un calcolo politico migliore avrebbe dovuto indurre l’Unità ad esaltare piuttosto la figura del comunista tramviere Angelo Salvatori, che fra tutti i presenti alla tragedia svoltasi al «Palazzaccio» il 18 settembre 1944 si dimostrò il solo uomo degno di questo nome civile.

L’errore comunista ha d’altra parte una spiegazione nella psicosi di quei tempi, come ho detto; e mi è parso opportuno ricordarlo, testimoniando anche di quell’errore, perché è da cose e fatti come questi, dal loro concorso, dalla loro contrapposizione e contraddizione, che riuscirà agli storici ricostruire il clima degli avvenimenti che abbiamo vissuto, dandone un’interpretazione il più possibile esatta.

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L’autore

Vittorio Gorresio, nato a Modena, ma di famiglia ed educazione piemontese, vive a Roma. Già redattore del Messaggero e di Risorgimento liberale, dirige da molti anni l’ufficio romano de La Stampa e collabora a riviste italiane e straniere. Giornalista e scrittore politico colto e brillante, ha descritto con garbo discorsivo la vita politica della nuova Italia democratica («Un anno di libertà», «I moribondi di Montecitorio», «I carissimi nemici») e si è occupato anche dei rapporti passati e presenti tra lo Stato e la Chiesa Cattolica («I bracci secolari», «Risorgimento scomunicato»).

Approfondimenti

Via Rasella, Donato Carretta e l’ombra lunga del Pci (link esterno)