Gennariello è un ipotetico ragazzo partenopeo a cui Pasolini si rivolge nella rubrica “La pedagogia” sul settimanale Il Mondo. In questi articoli Pasolini analizza i metodi di educazione del ragazzo: i compagni, i genitori, la scuola e la televisione. Lo scrittore riflette con orrore sul ruolo ormai decisivo della televisione, e la perdita di autorità della scuola, definita “insieme organizzativo e culturale di diseducazione”. La televisione incarna la nuova società dei consumi, che sta portando al conformismo i giovani.
Il “trattatello” pedagogico è incompiuto, ma nelle intenzioni di Pasolini si sarebbe dovuto trattare anche di sesso e religione.

Paragrafo primo: come ti immagino

Poiché tu sei il destinatario di questo mio trattatello pedagogo, che qui esce a puntate – rischiando naturalmente di sacrificare l’attualità all’esecuzione progressiva del suo progetto – è bene, prima di tutto, che io ti descriva come ti immagino. È molto importante, perché è sempre necessario che si parli e si agisca in concreto.

Come il tuo nome immediatamente suggerisce, sei napoletano. Dunque, prima di andare avanti con la tua descrizione, poiché la domanda sorge impellente, dovrò spiegarti in poche parole perché ti ho voluto napoletano.

Io sto scrivendo nei primi mesi del 1975: e, in questo periodo, benché sia ormai un po’ di tempo che non vengo a Napoli, i napoletani rappresentano per me una categoria di persone che mi sono appunto, in concreto, e, per di più, ideologicamente, simpatici. Essi infatti in questi anni – e, per la precisione, in questo decennio — non sono molto cambiati. Sono rimasti gli stessi napoletani di tutta la storia. E questo per me è molto importante, anche se so che posso essere sospettato, per questo, delle cose più terribili, fino ad apparire un traditore, un reietto, un poco di buono. Ma cosa vuoi farci, preferisco la povertà dei napoletani al benessere della repubblica italiana, preferisco l’ignoranza dei napoletani alle scuole della repubblica italiana, preferisco le scenette, sia pure un po’ naturalistiche, cui si può ancora assistere nei bassi napoletani alle scenette della televisione della repubblica italiana. Coi napoletani mi sento in estrema confidenza, perché siamo costretti a capirci a vicenda. Coi napoletani non ho ritegno fisico, perché essi, innocentemente, non ce l’hanno con me. Coi napoletani posso presumere di poter insegnare qualcosa perché essi sanno che la loro attenzione è un favore che essi mi fanno. Lo scambio di sapere è dunque assolutamente naturale. Io con un napoletano posso semplicemente dire quel che so, perché ho, per il suo sapere, un’idea piena di rispetto quasi mitico, e comunque pieno di allegria e di naturale affetto. Considero anche l’imbroglio uno scambio di sapere. Un giorno mi sono accorto che un napoletano, durante un’effusione di affetto, mi stava sfilando il portafoglio: gliel’ho fatto notare, e il nostro affetto è cresciuto.

Potrei continuare così per molte pagine, e, anzi, trasformare questo intero mio trattatello pedagogico in un trattatello dei rapporti tra un borghese settentrionale e i napoletani. Ma per ora mi trattengo, e torno a te.

Prima di tutto tu sei, e devi essere, molto carino. Magari non in senso convenzionale. Puoi anche essere un po’ minuto e addirittura anche un po’ miserello di corporatura, puoi già avere nei lineamenti il marchio che, in là con gli anni, ti renderà fatalmente una maschera. Però i tuoi occhi devono essere neri e brillanti, la tua bocca un po’ grossa, il tuo viso abbastanza regolare, i tuoi capelli devono essere corti sulla nuca e dietro le orecchie, mentre non ho difficoltà a concederti un bel ciuffo, alto, guerresco e magari anche un po’ esagerato e buffo sulla fronte. Non mi dispiacerebbe che tu fossi anche un po’ sportivo, e che quindi fossi stretto di fianchi e solido di gamba (quanto allo sport, preferirei che tu amassi il pallone, così ogni tanto potremmo fare qualche partitella insieme). E tutto questo – tutto questo che riguarda il tuo corpo, sia ben chiaro — non ha, nel tuo caso, nessun fine pratico e interessato: è una pura esigenza estetica, un di più che mi mette meglio a mio agio. Intendiamoci bene: se tu fossi bruttarello, proprio bruttarello, sarebbe lo stesso, purché tu fossi simpatico e normalmente intelligente e affettuoso come sei. Basta, in tal caso, che i tuoi occhi siano ridarelli: come, del resto, se anziché essere un Gennariello, tu fossi una Concettina.

Qualcuno potrebbe pensare che un ragazzo come quello che sto descrivendo sia miracoloso. Infatti tu non puoi essere che un borghese, cioè uno studente che fa la prima o la seconda liceo. Sarei disposto ad ammettere la miracolosità nel caso che tu fossi un milanese, un fiorentino o anche ormai un romano. Ma il fatto che tu sia napoletano esclude che tu, pur essendo borghese, non possa essere anche interiormente carino. Napoli è ancora l’ultima metropoli plebea, l’ultimo grande villaggio (e per di più con tradizioni culturali non strettamente italiane): questo fatto generale e storico livella fisicamente e intellettualmente le classi sociali. La vitalità è sempre fonte di affetto e ingenuità. A Napoli sono pieni di vitalità sia il ragazzo povero che il ragazzo borghese.

Dunque, come io ti ho scelto, tu mi hai scelto. Siamo pari. Ci stiamo scambiando dei favori. Naturalmente, se letto da altri, questo mio testo pedagogico è bugiardo, perché ci manchi tu: il tuo dialogo, la tua voce, il tuo sorridere. Ma tanto peggio per i lettori che non sapranno immaginarti. Se non sei un miracolo, sei un’eccezione, questo si. Magari anche per Napoli, dove tanti tuoi coetanei sono schifosi fascisti. Ma cosa potevo trovare di meglio per rendere almeno letteralmente eccezionale questo mio testo?

6 marzo 1975

Paragrafo secondo: come devi immaginarmi

Potrei dirti tante cose che è necessario che tu, Gennariello, sappia del tuo pedagogo. Non voglio fare un elenco di particolari, che verranno certamente fuori un po’ alla volta, necessitati dalle occasioni (infatti il nostro discorso pedagogico sarà pieno di parentesi e di divagazioni: appena qualcosa di attuale sarà così urgente e significativo da interrompere il nostro discorso, noi lo interromperemo).

Vorrei scegliere un solo punto: cioè ciò che la gente dice di me, e attraverso cui tu mi hai dunque finora conosciuto (ammesso che tu sappia della mia esistenza). Ciò che attraverso la gente hai saputo di me si riassume eufemisticamente in poche parole: uno scrittore-regista, molto «discusso e discutibile», un comunista «poco ortodosso e che guadagna dei soldi col cinema», un uomo «poco di buono, un po’ come D’Annunzio».

Non polemizzerò con queste informazioni che hai ricevuto, con commovente concordanza, da una signora fascista e da un giovane extraparlamentare, da un intellettuale di sinistra e da un marchettaro.

Questo elenco è un po’ qualunquistico: lo so. Ma ricordati: non bisogna temere nulla, e soprattutto non bisogna temere quelle qualificazioni negative che possono essere ritorte all’infinito.

Tutti gli italiani infatti si possono dare dei «fascisti» a vicenda, perché in tutti gli italiani c’è qualche tratto fascista (che, come vedremo, si spiega storicamente con la mancata rivoluzione liberale o borghese); tutti gli italiani, per ragioni più ovvie, si possono dare a vicenda dei «cattolici» o dei «clericali». Tutti gli italiani, infine si possono dare a vicenda dei «qualunquisti». È ciò appunto che ci riguarda in questo momento. Non perché io e te abbiamo rotto quello che dovrebbe essere ormai il tacito patto tra persone civili, consistente nel non darsi mai dei «fascisti» o dei «clericali» o dei «qualunquisti» a vicenda, ma perché sono io stesso che mi accuso, qui, di un certo qualunquismo.

Che cos’è che io vedo (qualunquisticamente) accomunare «una signora fascista e un extraparlamentare, un intellettuale di sinistra e un marchettaro»? È una terribile, invincibile ansia di conformismo.

Succede spesso, in questa nostra società, che un uomo (borghese, cattolico, magari tendenzialmente fascista) accorgendosi consapevolmente e inconsapevolmente di tale ansia di conformismo, faccia una scelta decisiva e divenga un progressista, un rivoluzionario, un comunista: ma (molto spesso) a quale scopo? Allo scopo di poter finalmente vivere in pace la sua ansia di conformismo. Egli non lo sa, ma l’essere passato con coraggio dalla parte della ragione (uso qui la parola ragione contemporaneamente in senso corrente e in senso filosòfico) gli permette di sistemarvisi con le antiche abitudini che egli crede rigenerate, reificate. Mentre non sono altro, appunto, che l’antica ansia di conformismo.

Ciò durante questi trent’anni postfascisti ma non antifascisti, è sempre accaduto. Ma le cose si sono aggravate dal ’68 in poi. Perché da una parte il conformismo, diciamo così, ufficiale, nazionale, quello del «sistema», è divenuto infinitamente più conformistico dal momento che il potere è divenuto un potere consumistico, quindi infinitamente più efficace – nell’imporre la propria volontà — che qualsiasi altro precedente potere al mondo. La persuasione a seguire una concezione «edonistica» della vita (e quindi a essere dei bravi consumisti) ridicolizza ogni precedente sforzo autoritario di persuasione: per esempio quello di seguire una concezione religiosa o moralistica della vita.

D’altra parte le grandi masse di operai e le élites progressiste sono rimaste isolate in questo nuovo mondo del potere: isolamento che, se da una parte ha preservato una certa loro chiarezza e pulizia mentale e morale, le ha anche rese conservatrici. È il destino di tutte le «isole» (e delle «aree marginali»).mDunque il conformismo di sinistra — che c’era sempre stato – in questi ultimi anni si è fossilizzato.

Ora, uno dei luoghi comuni, più tipici degli intellettuali di sinistra è la volontà di sconsacrare e (inventiamo la parola) de-sentimentalizzare la vita. Ciò si spiega, nei vecchi intellettuali progressisti, col fatto che sono stati educati in una società clerico-fascista che predicava false sacralità e falsi sentimenti. E la reazione era quindi giusta. Ma oggi il nuovo potere non impone più quella falsa sacralità e quei falsi sentimenti. Anzi è lui stesso il primo, ripeto, a voler liberarsene, con tutte le loro istituzioni (mettiamo l’Esercito e la Chiesa). Dunque la polemica contro la sacralità e contro i sentimenti, da parte degli intellettuali progressisti, che continuano a macinare il vecchio illuminismo quasi che fosse meccanicamente passato alle scienze umane, è inutile. Oppure è utile al potere.

Per queste ragioni sappi che negli insegnamenti che ti impartirò, non c’è il minimo dubbio, io ti sospingerò a tutte le sconsacrazioni possibili, alla mancanza di ogni rispetto per ogni sentimento istituito. Tuttavia il fondo del mio insegnamento consisterà nel convincerti a non temere la sacralità e i sentimenti, di cui il laicismo consumistico ha privato gli uomini trasformandoli in brutti e stupidi automi adoratori di feticci.

13 marzo 1975

Paragrafo terzo: ancora sul tuo pedagogo

Vorrei aggiungere ancora qualcosa a ciò che ti ho detto nell’altro paragrafo intitolato «Come devi immaginarmi».

Sul sesso ci soffermeremo a lungo, sarà uno dei più importanti argomenti del nostro discorso, e non perderò certo occasioni di dirti, in proposito, delle verità, sia pure semplici che tuttavia scandalizzeranno molto, al solito, i lettori italiani, sempre così pronti a togliere il saluto e a voltare le spalle al reprobo.

Ebbene: in tal senso io sono come un negro in una società razzista che ha voluto gratificarsi di uno spirito tollerante. Sono, cioè, un «tollerato».

La tolleranza, sappilo, è solo e sempre puramente nominale. Non conosco un solo esempio o caso di tolleranza reale. E questo perché una «tolleranza reale» sarebbe una contraddizione in termini. Il fatto che si «tolleri» qualcuno è lo stesso che lo si «condanni».

La tolleranza è anzi una forma di condanna più raffinata. Infatti al «tollerato» – mettiamo al negro che abbiamo preso ad esempio – si dice di far quello che vuole, che egli ha il pieno diritto di seguire la propria natura, che il suo appartenere a una minoranza non significa affatto inferiorità eccetera eccetera.

Ma la sua «diversità» – o meglio la sua «colpa di essere diverso» – resta identica sia davanti a chi abbia deciso di tollerarla, sia davanti a chi abbia deciso di condannarla. Nessuna maggioranza potrà mai abolire dalla propria coscienza il sentimento della «diversità» delle minoranze. L’avrà sempre, eternamente, fatalmente presente. Quindi – certo – il negro potrà essere negro, cioè potrà vivere liberamente la propria diversità, anche fuori – certo – dal «ghetto» fisico, materiale che, in tempi di repressione, gli era stato assegnato.

Tuttavia la figura mentale del ghetto sopravvive invincibile. Il negro sarà libero, potrà vivere nominalmente senza ostacoli la sua diversità eccetera eccetera, ma egli resterà sempre dentro un «ghetto mentale», e guai se uscirà da li.

Egli può uscire da li solo a patto di adottare l’angolo visuale e la mentalità di chi vive fuori dal ghetto, cioè della maggioranza.

Nessun suo sentimento, nessun suo gesto, nessuna sua parola può essere «tinta» dall’esperienza particolare che viene vissuta da chi è rinchiuso idealmente entro i limiti assegnati a una minoranza (il ghetto mentale). Egli deve rinnegare tutto se stesso, e fingere che alle sue spalle l’esperienza sia un’esperienza normale, cioè maggioritaria.

Poiché siamo partiti dal nostro rapporto pedagogico (cioè, in particolare, da «ciò che sono io per te»), esemplificherò quanto ti ho detto un po’ aforisticamente, attraverso un caso concreto che mi riguarda.

In queste ultime settimane ho avuto modo di pronunciarmi pubblicamente su due argomenti: sull’aborto, e sull’irresponsabilità politica degli uomini al potere.

Chi è a favore dell’aborto? Nessuno, evidentemente. Bisognerebbe essere pazzi per essere a favore dell’aborto.

Il problema non è di essere a favore o contro l’aborto, ma a favore o contro la sua legalizzazione.

Ebbene io mi sono pronunciato contro l’aborto, e a favore della sua legalizzazione. Naturalmente, essendo contro l’aborto, non posso essere per una legalizzazione indiscriminata, totale, fanatica, retorica.

Quasi che legalizzare l’aborto fosse una vittoria allegra e rappacificante. Sono per una legalizzazione prudente e dolorosa. Cioè, in termini di pratica politica, condivido, stavolta, piuttosto la posizione dei comunisti che quella dei radicali.

Perché io sento con particolare angoscia la colpevolezza dell’aborto? L’ho detto anche questo chiaramente.

Perché l’aborto è un problema dell’enorme maggioranza, che considera la sua causa, cioè il coito, in modo così ontologico, da renderlo meccanico, banale, irrilevante per eccesso di naturalezza. In ciò c’è qualcosa che oscuramente mi offende. Mi mette davanti a una realtà terrorizzante (io son nato e vissuto in un mondo repressivo, clerico-fascista).

Tutto ciò ha dato al mio discorso sull’aborto una certa «tinta»: «tinta» che proviene da una mia esperienza particolare e diversa della vita, e della vita sessuale.

Come cani rabbiosi, tutti si sono gettati su di me non a causa di quello che dicevo (che naturalmente era del tutto ragionevole) ma a causa di quella «tinta».

Cani rabbiosi, stupidi, ciechi. Tanto più rabbiosi, stupidi, ciechi, quanto più (era evidente) io chiedevo la loro solidarietà e la loro comprensione. Perché non parlo di fascisti. Parlo di «illuminati», di «progressisti». Parlo di persone «tolleranti». Dunque, ecco provato quanto ti dicevo: fin che il «diverso» vive la sua «diversità» in silenzio, chiuso nel ghetto mentale che gli viene assegnato, tutto va bene: e tutti si sentono gratificati della tolleranza che gli concedono. Ma se appena egli dice una parola sulla propria esperienza di «diverso», oppure, semplicemente, osa pronunciare delle parole «tinte» dal sentimento della sua esperienza di « diverso » si scatena il linciaggio, come nei più tenebrosi tempi clerico-fascisti.

Lo scherno più volgare, il lazzo più goliardico, l’incomprensione più feroce lo gettano nella degradazione e nella vergogna.

Ebbene, caro Gennariello, alla gazzarra nata sulla questione dell’aborto ha fatto riscontro il più assoluto silenzio sulla questione degli uomini di potere democristiani.

E, in proposito (sia ben chiaro), non ho fatto certo un discorso di comune amministrazione, cioè di costume… Ma, su questo punto, parleremo nel prossimo paragrafo, il cui tema sarà il linguaggio.

20 marzo 1975

Paragrafo quarto: come parleremo

Dunque dicevamo l’altra volta che mentre sulla questione dell’aborto si è fatta una grande confusione, sulla questione dell’inettitudine – al limite del criminale — dei potenti democristiani, silenzio sepolcrale. Oppure trasformazione del discorso in un discorso corrente e noioso sul malgoverno e sul sottogoverno, magari con una oscura invocazione all’intervento dei comunisti, cioè a quel «compromesso storico» che altro non farebbe che codificare una situazione di fatto.

Vedi, Gennariello, la maggioranza degli intellettuali laici e democratici italiani si danno grandi arie perché si sentono virilmente «dentro» la storia: accettano realisticamente il suo trasformare le realtà e gli uomini, del tutto convinti che questa «accettazione realistica» sia frutto dell’uso della ragione.
Io no, invece, Gennariello. Ricorda che io, tuo maestro, non credo in questa storia e in questo progresso. Non è vero che comunque, si vada avanti. Assai spesso sia l’individuo che le società regrediscono o peggiorano. In tal caso la trasformazione non deve essere accettata: la sua «accettazione realistica» è in realtà una colpevole manovra per tranquillizzare la propria coscienza e tirare avanti. È cioè il contrario di un ragionamento, anche se spesso, linguisticamente, ha l’aria di un ragionamento.

La regressione e il peggioramento non vanno accettati: magari con indignazione o con rabbia, che, contrariamente all’apparenza, sono, nel caso specifico, atti profondamente razionali. Bisogna avere la forza della critica totale, del rifiuto, della denuncia disperata e inutile.
Chi accetta realisticamente una trasformazione che è regresso e degradazione, vuol dire che non ama chi subisce tale regresso e tale degradazione, cioè gli uomini in carne e ossa che lo circondano. Chi invece protesta con tutta la sua forza, anche sentimentale, contro il regresso e la degradazione, vuol dire che ama quegli uomini in carne e ossa. Amore che io ho la disgrazia di sentire, e che spero di comunicare anche a te.

I più colpevoli nel non amare questi uomini degradati dal falso progredire della storia, sono, appunto, i potenti democristiani.

Lasciamo stare la prima fase del loro regime che è stata decisamente la continuazione del regime fascista; e veniamo subito alla seconda fase, quella in cui hanno continuato a esistere e ad agire allo stesso modo di prima, benché il potere che essi servivano non fosse più il potere paleocapitalistico (clerico-fascista), ma un nuovo potere: il potere consumistico (con la sua pretesa tolleranza). In questa seconda fase si è avuto un atroce seguito di stragi e di criminalità politiche.
Ed è di questo che i potenti democristiani sono, nella fattispecie, anche formalmente colpevoli, perché i casi possono essere solo tre.

Primo: i potenti democristiani (o un gruppo di loro) sono i diretti responsabili o mandanti della «strategia della tensione» e delle bombe: lo scandalo del Sid starebbe a dimostrare inequivocabilmente la validità di tale ipotesi. E del resto essa è da leggersi anche tra le righe delle recenti – sia pure in altro senso esplicite – accuse di De Martino.

Secondo: se i potenti democristiani non sapessero tuttavia tutto, o quasi tutto, o molto, o almeno un poco, su di esse, sarebbero degli incapaci che non si accorgono di ciò che accade sotto il loro naso.

Terzo: i potenti democristiani sanno tutto delle stragi, o quasi tutto, o molto, o almeno un poco, ma fingono di non saperlo e tacciono.

In tutti e tre i casi i potenti democristiani che in questi anni hanno detenuto il potere, dovrebbero andarsene, sparire, per non dire di peggio.
Invece non solo restano al potere, ma parlano. Ora è la loro lingua che è la pietra dello scandalo. Infatti ogni volta che aprono bocca, essi, per insincerità, per colpevolezza, per paura, per furberia, non fanno altro che mentire. La loro lingua è la lingua della menzogna.
E poiché la loro cultura è una putrefatta cultura forense e accademica, mostruosamente mescolata con la cultura tecnologica, in concreto la loro lingua è pura teratologia. Non la si può ascoltare. Bisogna tapparsi le orecchie.

Il primo dovere degli intellettuali, oggi, sarebbe quello di insegnare alla gente a non ascoltare le mostruosità linguistiche dei potenti democristiani, a urlare, a ogni loro parola, di ribrezzo e di condanna. In altre parole, il dovere degli intellettuali sarebbe quello di rintuzzare tutte le menzogne che attraverso la stampa e soprattutto la televisione inondano e soffocano quel corpo del resto inerte che è l’Italia.

Invece, quasi tutti gli intellettuali all’opposizione accettano sostanzialmente quello che accettano i potenti democristiani. Essi non sono affatto scandalizzati dalla mostruosità della lingua dei potenti democristiani.

Il mio sogno, nel nostro rapporto pedagogico, caro Gennariello, sarebbe di parlare napoletano. Purtroppo non lo conosco. Mi accontenterò dunque di un italiano che non abbia nulla a che fare con quello dei potenti e degli oppositori ugualmente potenti.
L’italiano di una tradizione colta e umanistica: senza temere una certa «maniera», che in un rapporto come questo nostro, è inevitabile.
I preamboli così sono finiti. La prossima volta ti delineerò sommariamente un abbozzo del piano dei nostri lavori – una specie di indice – e poi finalmente cominceremo le lezioni.

27 marzo 1975

Progetto dell’opera

Questo più o meno – con mille interpunzioni e parentesi, dovute alla prepotenza dell’attualità, che tu ti sentirai in diritto di privilegiare approfittando della mia debolezza — è il progetto dell’opera.

Una prima serie di capitoli sarà dedicata alle tue «fonti educative» più immediate. Tu penserai subito a tuo padre, a tua madre, alla scuola e alla televisione. Invece non è così. Le tue fonti educative più immediate sono mute, materiali, oggettuali, inerti, puramente presenti. Eppure ti parlano. Hanno un loro linguaggio di cui tu, come i tuoi compagni, sei un ottimo decifratore. Parlo degli oggetti, delle cose, delle realtà fisiche che ti circondano. Su ciò ne avrò da fare delle osservazioni scottanti, contrariamente a quanto tu ti aspetti. Il linguaggio delle cose, da cui tu hai ricevuto la prima educazione, non è una rottura di scatole, te l’assicuro. (Scusa se faccio un po’ di manierismo, mimando il «discorso per ragazzi»).

Dopo la serie di capitoli dedicati al linguaggio pedagogico delle cose (o merci, o beni di consumo), dedicherò una lunga sezione del libro a parlarti dei tuoi compagni che sono, sia ben chiaro, i tuoi veri educatori.

Essi sono portatori, inconsapevoli e perciò tanto più prepotenti, di valori assolutamente nuovi, che solo tu e loro vivete. Noi — vostri padri — ne siamo esclusi. Quei valori, anzi, sono intraducibili nel nostro linguaggio. Ma è tuttavia con un linguaggio paterno che cercherò di parlartene. E qui avrò bisogno di una certa tua comprensività o curiosità in qualche modo proprio paterna…

Terza parte del nostro trattato saranno i due genitori: che sono i tuoi educatori ufficiali, se non ancora i tuoi diseducatori. Tuttavia, come vedremo, tra la loro intenzione pedagogica nei tuoi riguardi e la realizzazione di tale intenzione, c’è un diaframma il cui spessore è immenso: si tratta del tuo rapporto d’amore e di odio con essi. Ti spiegherò insomma che cosa succede nella famiglia.

Passeremo poi alla scuola, cioè a quell’insieme organizzativo e culturale che ti ha completamente diseducato, e ti pone qui davanti a me come un povero idiota, umiliato, anzi degradato, incapace a capire, chiuso in una morsa di meschinità mentale che, fra l’altro, ti angoscia. L’antiscuola (cioè la polemica politica contro la scuola, che tu hai recepito e assimilato attraverso una contestazione in questi anni ormai completamente depauperata ed esautorata) non è meno diseducativa. Essa ti impone un conformismo non meno degradante ed angosciante di quello della scuola.

Ti parlerò prima dei tuoi maestri elementari e poi dei tuoi professori: questi duplicati dei padri e delle madri, autori della tua diseducazione. (Se qualcuno invece ti avesse educato, non potrebbe averlo fatto che col suo essere, non col suo parlare. Cioè, col suo amore o la sua possibilità di amore: non è detto che, in qualche caso, il più umile dei tuoi insegnanti possa essere un uomo che non appartiene alla sottocultura ma alla cultura).

Quinta parte del trattato saranno la stampa e la televisione, questi spaventosi organi pedagogici privi di alcuna alternativa. Su ciò nulla fermerà il mio furore di persona che, come vedi, è mite. Insomma, fino a questa quinta parte in sostanza l’oggetto della nostra serie di ordini pedagogici è la stessa pedagogia. È da questo lungo sguardo verso l’interno che trarranno senso le continue rapide occhiate verso l’esterno.
D’altra parte, come dice Barthes in uno degli aforismi del suo ultimo bellissimo libro (Il piacere del testo), probabilmente «noi siamo scientifici per mancanza di sottigliezza». Tenterò di non essere scientifico, anche se non potrò concedermi di essere abbastanza «sottile» nel trattare i diversi temi.
Finite queste prime cinque sezioni, cominceranno le cinque sezioni più importanti, e su cui mi estenderò senza alcun limite precostituito con tutta la libertà dell’improvvisazione.
Si tratterà: primo, del sesso; secondo, del comportamento; terzo, della religione; quarto, della politica; quinto, dell’arte. In tutto questo prevarrà un atteggiamento pragmatico. Ti darò cioè dei consigli. Inoltre conto di divertirti. Per concludere questo «indice»: sento che si tratta di un segreto tra noi due. Evviva.
Certo, non mi sembra che ci sia nessuno — almeno nel mio mondo, cioè nel mondo della cosiddetta cultura che sappia minimamente apprezzare l’idea di compilare un trattato pedagogico per un ragazzo.
Una tremenda volgarità fa pensare e accogliere tale trattato come una chiacchierata del tutto e perfettamente «leggibile». Va bene: vuol dire che invece di dedicarlo all’ombra mostruosa di Rousseau, lo dedicheremo all’ombra sdegnosa di De Sade.

3 aprile 1975

La prima lezione me l’ha data una tenda

I primi ricordi della vita sono ricordi visivi. La vita, nel ricordo, diventa un film muto. Tutti noi abbiamo nella mente un’immagine, che è la prima, o tra le prime, della nostra vita. Quell’immagine è un segno e, per l’esattezza, un segno linguistico. Dunque, se è un segno linguistico, comunica o esprime qualcosa.
Ti faccio un esempio, Gennariello, che a te napoletano suonerà esotico. La prima immagine della mia vita è una tenda, bianca, trasparente, che pende, credo immobile, da una finestra che da su un vicolo piuttosto triste e scuro. Quella tenda mi terrorizza e mi angoscia: non come qualcosa di minaccioso o sgradevole, ma come qualcosa di cosmico. In quella tenda si riassume e prende corpo tutto lo spirito della casa in cui sono nato. Era una casa borghese a Bologna.
Infatti, le immagini che concorrono con la tenda per il primato cronologico sono: una stanza con una alcova (dove dormiva mia nonna); dei pesanti mobili perbene; una carrozza, per strada, su cui volevo montare. Queste immagini sono meno dolorose di quella della tenda: tuttavia anche in esse è rappreso quel qualcosa di cosmico in cui consiste lo spirito piccoloborghese del mondo dove sono nato. Ma se negli oggetti e le cose le cui immagini mi sono rimaste fisse nel ricordo, come quelle di un sogno indelebile, precipita e si concentra tutto un mondo di «memorie» che da quelle immagini è rievocato in un solo istante, se cioè quegli oggetti e quelle cose sono contenuti dentro cui è raccolto un universo che io posso estrarre da essi e osservare, nel tempo stesso, quegli oggetti e quelle cose sono anche qualcos’altro che un contenente.

Sono, appunto, dei segni linguistici, che, se a me personalmente rievocano il mondo dell’infanzia borghese, tuttavia, in quei primi momenti, mi parlavano oggettivamente facendosi decifrare come nuovi e sconosciuti. Ad essi non si sovrapponeva infatti il contenuto dei miei ricordi: il loro contenuto era soltanto loro. Ed essi me lo comunicavano. La loro comunicazione era dunque essenzialmente pedagogica. Essi mi insegnavano dove ero nato, in che mondo vivevo e, soprattutto, come dovevo concepire la mia nascita e la mia vita. Trattandosi di un discorso pedagogico inarticolato, fisso, incontrovertibile, esso non poteva essere, come si dice oggi, che autoritario e repressivo.
Ciò che mi ha detto e insegnato quella tenda non ammetteva (e non ammette) repliche. Con essa non era possibile né ammissibile alcun dialogo né alcun atto autoeducativo. Ecco perché ho creduto che tutto il mondo fosse il mondo che quella tenda mi insegnava: ho creduto cioè che tutto il mondo fosse perbene, idealistico, triste e scettico, un po’ volgare: insomma, piccoloborghese.
Altri «discorsi di cose» sono intervenuti poco dopo, e poi per tutta l’infanzia e la giovinezza. Spesso tali nuovi «discorsi di cose ».(specie dopo la primissima infanzia) erano in contraddizione con quelli iniziali.
Ho visto oggetti rustici in cortili di case povere; ho visto suppellettili e mobili proletari e sottoproletari; ho visto paesaggi non cittadini, ma suburbani o poveramente campestri eccetera, eccetera. Ma quanto ci è voluto, mio caro Gennariello, perché quei primi discorsi venissero messi in dubbio ed esplicitamente contestati dai successivi! La loro repressività e il loro spirito autoritario per molti anni sono stati invincibili: ho presto capito, è vero, che oltre al mio, piccoloborghese, così cosmicamente assoluto, c’era anche un altro mondo, anzi c’erano altri mondi. Ma mi è sempre sembrato, per molto tempo, che l’unico mondo vero, valevole, insegnatomi dagli oggetti, dalla realtà fisica, fosse il mio: mentre gli altri mi sembravano estranei, diversi, anomali, inquietanti e privi di verità.
L’educazione data a un ragazzo dagli oggetti, dalle cose, dalla realtà fisica – in altre parole dai fenomeni materiali della sua condizione sociale — rende quel ragazzo corporeamente quello che è e quello che sarà per tutta la vita. A essere educata è la sua carne come forma del suo spirito.
La condizione sociale si riconosce nella carne di un individuo (almeno nella mia esperienza storica).
Perché egli è stato fisicamente plasmato dall’educazione appunto fisica della materia di cui è fatto il suo mondo.
Le parole dei genitori, dei maestri e infine dei professori si sovrappongono cristallizzandolo su ciò che a un ragazzo hanno già insegnato le cose e gli atti. Solo l’educazione ricevuta dai suoi compagni sarà molto simile a quella che gli è stata impartita dalle cose e dagli atti: sarà cioè altrettanto puramente pragmatica, nel senso assoluto e primo della parola.
Anticipo inoltre subito che è enorme l’importanza dell’insegnamento della televisione, perché anch’essa altro non fa che offrire una serie di «esempi» di modo di essere e di comportamento. Anche se annunciatori, presentatori e altra feccia del genere parla (e parla orrendamente), in effetti il vero linguaggio della televisione è simile al linguaggio delle cose: è perfettamente pragmatico e non ammette repliche, alternative, resistenza.
Scusami questa anticipazione: ma posso permettermela perché dobbiamo restare ancora per qualche «lezione» sul linguaggio delle cose, visto che ciò che realmente importa è l’insegnamento che le cose hanno impartito a te: io ho fatto riferimento alla mia personale esperienza solo per giungere a esperienze attuali, appunto come la tua, stabilendo sia pur blandamente e un po’ idillicamente, i dati di uno dei più terribili salti di generazione che la storia ricordi.

10 aprile 1975.

Paragrafo sesto: Impotenza contro il linguaggio pedagogico delle cose

Niente come fare un film costringe a guardare le cose. Lo sguardo di un letterato su un paesaggio, campestre o urbano, può escludere un’infinità di cose, ritagliando dal loro insieme solo quelle che emozionano o servono. Lo sguardo dì un regista — su quello stesso paesaggio — non può invece non prendere coscienza — quasi elencandole — di tutte le cose che vi si trovano. Infatti mentre in un letterato le cose sono destinate a divenire parole, cioè simboli, nell’espressione di un regista le cose restano cose: i «segni» del sistema verbale sono dunque simbolici e convenzionali, mentre i «segni» del sistema cinematografico sono appunto le cose stesse, nella loro materialità e nella loro realtà. Esse divengono, è vero, «segni», ma sono i «segni», per così dire viventi, di se stesse. Tutto ciò fa parte di una scienza, la semiologia, che tu, Gennariello, non puoi non conoscere almeno di nome, e nella sua significazione almeno divulgativa, se vuoi seguire i miei discorsi: specie questo sul linguaggio primo delle cose e sulla loro conseguente prevaricazione pedagogica.
Dunque se fossi andato nello Yemen in quanto letterato, sarei tornato con un’idea dello Yemen completamente diversa da quella che ho essendoci andato in quanto regista. Non so quale delle due sia la più vera. In quanto letterato sarei tornato con l’idea – esaltante e statica — di un paese cristallizzato in una situazione storica medievale: con alte e strette case rosse, lavorate di fregi bianchi come in una rozza oreficeria, ammassate in mezzo a un deserto fumigante e così limpido da scalfire la cornea: e qua e là vallette con villaggi, che ripetono esattamente la forma architettonica della città, tra sparuti orti a terrazza, di grano, di orzo, di piccole viti.
In quanto regista ho visto invece, in mezzo a tutto questo, la presenza «espressiva», orribile, della modernità: una lebbra di pali della luce piantati caoticamente
• casupole di cemento e bandone costruite senza senso là dove un tempo c’erano le mura della città
• edifici pubblici in uno stile Novecento arabo spaventoso, eccetera. E naturalmente i miei occhi hanno dovuto posarsi anche su altre cose, più piccole o addirittura infime: oggetti di plastica, scatolame, scarpe e manufatti di cotone miserabili, pere in scatola (provenienti dalla Cina), radioline.
Ho visto insomma la coesistenza di due mondi semanticamente diversi, uniti in un solo e babelico sistema espressivo.
Naturalmente il contingente moderno di tale sistema linguistico, a me si presentava come aberrante e degradante. Lo era oggettivamente — a dire il vero — appunto perché era miserabile; dichiarava senza riserve o ritegni il suo sfacciato fine speculativo. Lo Yemen non è ancora che un piccolo, anzi infimo, mercato per le industrie occidentali. Quindi è disprezzato e oggettivamente ridicolizzato. Il suo sfacelo pare naturale. Il fatto che esso richiede un’abiura da parte degli yemeniti pare agli speculatori tedeschi e italiani qualcosa di perfettamente naturale: gli yemeniti devono essere del tutto consenzienti a proposito del loro genocidio: culturale e fisico, anche se non necessariamente mortale, come nei lager.
Ma torniamo alle cose. Il linguaggio delle cose nuove, che nello Yemen – e nella mia infanzia — è un balbettio, per te, Gennariello, è divenuto un discorso articolato, logico e normale. Anche se qualcosa ancora te ne separa, essendo tu napoletano.
Non voglio coinvolgerti nel mio peccato estetico.
La muta dei moralisti ti stia lontana, con quelle sue accuse che le salgono su dai testicoli del resto repellenti (non certo come i tuoi, di giovinetto, o i miei, che non li confondo con lo spirito prevaricatore e volgare della Legge).
Il mio estetismo è inscindibile dalla mia cultura.
Perché mancare la mia cultura di un suo elemento anche se spurio, magari, e superfluo? Esso completa un tutto: e non ho scrupoli a dirlo perché proprio in questi ultimi anni mi son convinto che la povertà e l’arretratezza non sono afatto il male peggiore. Su questo ci eravamo tutti sbagliati. Le cose moderne introdotte dal capitalismo nello Yemen, oltre ad aver reso gli yemeniti fisicamente dei pagliacci, li hanno resi anche molto più infelici. L’Imam (il re cacciato) era orrendo, ma il consumismo micragnoso che l’ha sostituito non lo è di meno.
Ciò mi da il diritto a non vergognarmi del mio «sentimento del bello». Un uomo di cultura, caro Gennariello, non può essere che estremamente anticipato o estremamente ritardato (o magari tutte e due le cose insieme, com’è il mio caso). Quindi è lui che va ascoltato: perché nella sua attualità, nel suo farsi immediato, cioè nel suo presente, la realtà non possiede che il linguaggio delle cose, e non può essere che vissuta.
Il punto è questo: la mia cultura (coi suoi estetismi) mi pone in un atteggiamento critico rispetto alle «cose» moderne intese come segni linguistici. La tua cultura, invece, ti fa accettare quelle cose moderne come naturali, e ascoltare il loro insegnamento come assoluto.
10 potrò cercar di scalfire, o almeno mettere in dubbio, ciò che ti insegnano genitori, maestri, televisioni, giornali, e soprattutto ragazzi tuoi coetanei.
Ma sono assolutamente impotente contro ciò che ti hanno insegnato e ti insegnano le cose. Il loro linguaggio è inarticolato e assolutamente rigido: dunque inarticolato e rigido è lo spirito del tuo apprendimento e delle opinioni non verbali che in te, attraverso quell’apprendimento, si sono formate. Su questo siamo due estranei, che nulla può avvicinare.

17 aprile 1975

Siamo due estranei: lo dicono le tazze da té

Non mi stancherò mai di ripetertelo: io, nel parlarti, potrò forse avere la forza di dimenticare, o di voler dimenticare, ciò che mi è stato insegnato con le parole. Ma non potrò mai dimenticare ciò che mi è stato insegnato con le cose. Quindi, nell’ambito del linguaggio delle cose, è un vero abisso che ci divide: ossia uno dei più profondi salti di generazione che la storia ricordi. Ciò che le cose col loro linguaggio hanno insegnato a me è assolutamente diverso da ciò che le cose col loro linguaggio hanno insegnato a te. Non è cambiato, però, il linguaggio delle cose, caro Gennariello: quelle che sono cambiate sono le cose stesse.
E sono cambiate in modo radicale.
Tu mi dirai: le cose sempre cambiano. «’o munno cagna». È vero.
Il mondo ha eterni, inesauribili cambiamenti. Ogni qualche millennio, però, succede la fine del mondo. E allora il cambiamento è, appunto, totale. Ed è una fine del mondo che è accaduta tra me, cinquantenne, e te, quindicenne. La mia figura di pedagogo è dunque messa irrimediabilmente in crisi.
Non si può insegnare se nel tempo stesso non si apprende.
Ora io non posso insegnare a te le «cose» che mi hanno educato, e tu non puoi insegnare a me le «cose» che ti stanno educando (cioè che stai vivendo).
Non ce le possiamo insegnare a vicenda per la semplice ragione che la loro natura non si è limitata a cambiare alcune sue qualità, è cambiata radicalmente nella sua totalità.
Osserviamo un fenomeno che sembra irrilevante.

Sono tornati da qualche tempo di moda gli «oggetti» degli anni Trenta e Quaranta: e io sto girando un film ambientato precisamente nel ’44. Sono quindi costretto ogni giorno — con quello sguardo impietoso e elencatolo che il cinema richiede – a osservare gli «oggetti» che filmo. In questi giorni sto girando una scena in cui delle signorine borghesi prendono il té.
Ho osservato dunque, tra gli altri oggetti, delle tazzine da té.
Il mio scenografo Dante Ferretti aveva fatto le cose in grande: aveva procurato per la scena un servizio molto prezioso. Erano tazzine color giallo uovo chiaro, con delle macchie a rilievo bianche. Legate all’universo della Bauhaus e dei bunker, esse erano angosciose.
Non potevo guardarle senza provare una fitta al cuore, seguita da un profondo malessere. Tuttavia quelle tazzine avevano in sé una misteriosa qualità, condivisa, del resto, dalla mobilia, dai tappeti, dai vestiti e dai cappellini delle signorine, dalle suppellettili, dalle stesse carte da parati: questa misteriosa qualità non dava però dolore, non causava un violento regresso (che poi la notte ho sognato) in epoche anteriori e atroci. Dava anzi gioia. La loro misteriosa qualità era quella dell’artigianato. Fino al Cinquanta, fino ai primi anni Sessanta è stato così. Le cose erano ancora cose fatte o confezionate da mani umane: pazienti mani antiche di falegnami, di sarti, di tappezzieri, di maiolicari. Ed erano cose con una destinazione umana, cioè personale. Poi l’artigianato, o il suo spirito, è finito di colpo. Proprio mentre hai cominciato a vivere tu. Non c’è soluzione di continuità ormai, ai miei occhi, tra quelle tazzine e un vasetto.

Il salto tra il mondo consumistico e il mondo paleoindustriale è ancora più profondo e totale che il salto tra il mondo paleoindustriale e il mondo preindustriale.
Quest’ultimo, infatti, è stato superato definitivamente – abolito, distrutto – soltanto oggi. Fino a oggi è stato esso a fornire i modelli umani e i valori alla borghesia paleoindustriale: anche se essa li mistificava, li falsificava e li rendeva talvolta orrendi (com’è successo col fascismo e in genere con tutti i poteri clerico-fascisti). Mistificati, falsificati, resi orrendi al livello del potere, essi restavano reali al livello del mondo dominato dal potere: mondo che si era mantenuto in pratica, nell’enorme maggioranza, contadino e artigianale.
Da quando tu sei nato, quei modelli umani e quei valori antichi non son serviti più al potere: e perché?
Perché è cambiato quantitativamente il modo di produzione delle cose.
La verità che dobbiamo dirci è questa: la nuova produzione delle cose, cioè il cambiamento delle cose, da a te un insegnamento originario e profondo che io non posso comprendere (anche perché non lo voglio).
E ciò implica una estraneità tra noi due che non è solo quella che per secoli e millenni ha diviso i padri dai figli.

24 aprile 1975

Come è mutato il linguaggio delle cose

Prima di abbandonare il capitolo sul «linguaggio delle cose» (che son sicuro ti avrà lasciato vagamente scontento, ostile, e magari un po’ «scocciato») voglio darti una serie di esempi che ti faranno capire un po’ meglio cosa ho voluto dire con questo mio esordio pedagogico misterioso.

Se io alla tua età (e anche molto dopo) camminavo per la periferia di una città (Bologna, Roma, Napoli…), ciò che quella periferia mi diceva «in suo latino» era: qui abitano i poveri e la vita che vi si svolge è povera. Ma i poveri sono operai. E gli operai sono diversi da voi borghesi. Essi quindi vogliono un futuro diverso. Ma il futuro è lento a venire. Perciò il loro domani — vissuto in questa periferia da loro, e da voi contemplato — assomiglia immensamente all’oggi.

È un oggi che si ripete. I figli hanno assicurata un’esistenza simile a quella dei padri. Essi sono anzi destinati a ripetere e reincarnare i padri. La rivoluzione ha la pigrizia del sole che splende sui prati spelacchiati, sulle baracche, sui palazzoni scrostati.

Tutto ciò non ferisce il passato, non lacera i suoi valori e i suoi modelli. L’urbanesimo è ancora contadino.
Il mondo operaio è fisicamente contadino: e la sua tradizione antropologica recente non è trasgressiva.
I paesaggio può contenere questa nuova forma di vita (bidonvilles, casupole, palazzoni) perché il suo spirito è identico a quello dei villaggi, dei casolari.
E, appunto, la rivoluzione operaia ha questo «spirito».

Se invece tu ora cammini per una periferia, sempre «in suo latino» tale periferia ti dirà: «Qui non c’è più spirito popolare». Contadini e operai sono «altrove», anche se materialmente abitano ancora qui. Le bidonvilles (grazie a Dio, certamente) son quasi sparite. Sono invece enormemente cresciuti i «centri» di palazzoni. Di un loro amalgama col mondo antico o contadino non si può parlare più. Le immondizie sono uno spaventoso corpo estraneo. I fiumiciattoli e i canali sono terrificanti. Il diritto dei poveri a un’esistenza migliore ha una contropartita che ha finito col degradarla. Il futuro è imminente e apocalittico. I figli sono strappati alla somiglianza coi padri e proiettati verso un domani che, pur conservando i problemi e la miseria dell’oggi, non può che esserne qualitativamente del tutto diverso. Di rivoluzione non se ne parla nemmeno: e tanto meno quanto più se ne parla freneticamente (una frenesia che i figli degli operai hanno imparato in un modo umiliante dai figli dei borghesi). Il distacco dal passato e la mancanza di rapporto (sia pur ideale e poetico) col futuro sono radicali.
Io, dunque, dalla realtà fisica della periferia ero educato alla certezza, a un amore profondo, sicuro e insostituibile. Tu invece sei educato all’incertezza, a una mancanza d’amore fatta di una falsa certezza crudele e impietosa (la coscienza «cristallizzata», convenzionalizzata, ciecamente aggressiva dei propri diritti).
Mi sono dilungato sul «linguaggio della realtà fisica di una periferia cittadina»; ma discorsi analoghi ti farebbero i centri delle città e le campagne.

I centri delle città, per tutta la vita, hanno sempre assicurato il tuo pedagogo di una inalterabilità della tradizione umanistica e quindi di una qualità di vita, sia borghese sia popolare, fondamentalmente conservatrice (che la eventuale rivoluzione operaia doveva «rigenerare», ma non cambiare). A te invece i centri storici delle città parlano di un loro problema particolare riguardante la loro conservazione fisica, la loro materiale sopravvivenza; dall’incompatibilità fra la loro struttura e la qualità di vita di una massa borghese e operaia consumistica nasce un caos per cui sia la parola «conservazione» sia la parola «rivoluzione» non hanno più senso alcuno.

Quanto alla campagna, la differenza fra ciò che essa ha insegnato a me e ciò che essa sta insegnando a te, è ancora più enorme. Per me essa è stata la certezza di una continuità con le origini del mondo umano, e ha valorizzato, fino a dar loro carattere quasi di rito, ogni minimo gesto, ogni parola. Inoltre essa rappresentava ai miei occhi lo spettacolo di un mondo perfetto. Per te, al contrario, la campagna parla di se stessa come di una spettrale e quasi paurosa sopravvivenza. La sua funzione (tecnicizzata, industrializzata) ti resta estranea, a meno che tu non voglia occupartene professionalmente. Quanto al resto, essa è un luogo esotico per atroci week-ends e per non meno atroci villette da alternare con l’atroce appartamento in città (tutto atroce per me, s’intende).

Capirai piano piano, nel corso di queste lezioni, caro Gennariello, che malgrado l’apparenza questi miei discorsi non sono affatto lodi del tempo passato (che io, in quanto presente, non ho del resto mai amato).
Sono discorsi diversi da tutto ciò che oggi da parte di un uomo della mia età si possa dire: discorsi in cui «conservazione» e «rivoluzione» sono appunto parole che non hanno più senso (come vedi sono, dunque, moderno anch’io).
Mi accorgo tuttavia che anche questa mia pagina di «esempi» continua a mantenersi nel vago e nel generico. Perciò la prossima volta ti parlerò di un esempio concreto. Ti parlerò, cioè, della città di Bologna.

1° maggio 1975

Bologna, città consumista e comunista

Perché prendo come esempio del «discorso» non verbale – e proprio per questo fornito di una forza di persuasione che nessuna verbalità possiede — la città di Bologna? Semplicemente perché Bologna non è una città «tipica» dell’Italia. Essa è un caso unico.
Ma nel tempo stesso essa si presenta anche come uno «specimen» molto avanzato per una eventuale e improbabile città italiana futura. La sua anomalia è dovuta al fatto che essa si è «sviluppata» in questi ultimi anni secondo le norme ormai sacramentali dello sviluppo consumistico: ma, insieme, essa è una città comunista. Dunque gli amministratori comunisti hanno dovuto affrontare i problemi che imponeva loro lo sviluppo capitalistico della città… Tu abiti a Napoli: e tutto ciò ti riesce quasi incomprensibile, naturalmente.
A Napoli il povero e caotico sviluppo consumistico è nelle mani di amministratori che gli sono solidali. E così in quasi tutte le altre città italiane.
(Quindi, per te, gli amministratori regionali e provinciali sono semplicemente degli antichi corrotti spregevoli viceré. Il «Re» è altrove, e altrove sta cambiando radicalmente forme e modalità. I viceré lo intuiscono, ma la loro torpida coscienza non ne sa nulla.
Si comportano perfettamente, invece, per quanto riguarda la transizione: sono ritardati d’aspetto e di mentalità, molto avanzati nell’accettazione cinica del nuovo corso del potere, cioè dei suoi nuovi modi di produzione…)
Ma veniamo al discorso — riassunto – della città di Bologna. A te essa dice: «Caro Gennariello, ammira.
Io sono una opulenta città del Nord che lo sviluppo ha reso ancor più opulenta: opulenta al punto da sembrare una città francese o tedesca. Se tu dovessi emigrare qui, la tua coscienza non potrebbe non essere ininterrottamente ammirata di questo fatto. Inoltre, qui siamo comunisti, e quindi puliti e onesti. Anche questo è un privilegio, rispetto al mondo da cui tu provieni. Naturalmente, se tu dovessi emigrare qui, non potresti che votare comunista. Queste due “grazie” – la ricchezza e l’amministrazione comunista — creano un ottimismo democratico che non potrà non gettarti in uno stato di estatica prostrazione, prima, e poi renderti un catecumeno del resto neanche troppo fanatico…»
A me la città di Bologna dice: «Io mi confronto con la Bologna che tu hai lasciato una trentina di anni fa. So che mi ammiri e che mi consideri ancora la migliore città d’Italia, seconda solo a Venezia anche per quanto riguarda la bellezza. Ma so anche che qualcosa di me ti delude o ti divide. Non è il rimpianto per quella città di trent’anni fa che ormai non c’è più, pur conservando intatta la sua forma: ciò che ti delude e ti divide è la constatazione di ciò che io sono nel presente. È attraverso il tuo carattere e la tua cultura, che qui infatti ti parlo. La mia oggettiva realtà non avrebbe parole per te. La prima e unica proposizione del mio silenzio sarebbe: “Io ti sono estraneae incomprensibile”. Se, attraverso il tuo carattere e la tua cultura, posso ancora parlarti, ciò è merito della funzione conservatrice che qui ha avuto il partito comunista.
Sei perciò tentato di stabilirti qui, di lavorare qui, di abitare magari nella casa di via Zamboni dove sei nato o in quella di via Nosadella dove hai passato l’adolescenza e scritto i tuoi primi versi. Ma lo stesso fenomeno – cioè il fatto che io sia una terra separata, un’isola – che tende a trattenerti qui, ti respinge quasi spaventato nei luoghi non privilegiati dalla mia felicità. L’estraneità di un centro urbano e di una zona industriale praticamente estesa a tutta la campagna – ormai presi nel giro che porta a un futuro sostanzialmente diverso da ogni passato che tu conosci – naturalmente ti traumatizza. Vedere il sabato sera una baraonda che ricorda il Quartiere Latino, col trionfo della coppia e la presenza del teppismo, ti sconvolge. Il vantato gioco democratico (come dice il tuo amico Scalia) con assemblee, partecipazioni, autogestioni, ti mette a disagio. Ma io so che ciò che più di ogni altra cosa ti rende ansioso e quasi angosciato per quanto riguarda il mio fenomeno, è il fatto che io ponga problemi riguardanti lo sviluppo consumistico transnazionale a una giunta comunista regionale.
La quale nel risolvere quei problemi li accetta.
E accettando quei problemi — nella pratica, che è sempre una teoria ancora non detta — essa accetta anche l’universo che li pone: cioè l’universo della seconda e definitiva rivoluzione borghese. Ciò che una città italiana è diventata — sia bene o sia male — è qui accettato, assimilato, codificato. Nel momento in cui sono, insieme, una città sviluppata e una città comunista, non solo sono una città dove non c’è alternativa, ma sono una città dove addirittura non c’è alterità.
Prefiguro cioè l’eventuale Italia del compromesso storico: in cui nel migliore dei casi, cioè nel caso di un effettivo potere amministrativo comunista, la popolazione sarebbe tutta di piccoli borghesi, essendo stati antropologicamente eliminati dalla borghesia gli operai…»
Ma su questo punto, Gennariello, ci fermeremo più a lungo quando ti parlerò dei tuoi coetanei: in cui riscontreremo, insieme all’imborghesimento psicologico, anche fenomeni di regresso a quella specie di barbarie che è stata sempre considerata la cultura popolare, e quindi fenomeni di differenziazione — storicamente inedita — dalla norma…

8 maggio 1975

I ragazzi sono conformisti due volte

Cominciamo oggi il secondo capitolo del nostro trattato. Dopo il linguaggio pedagogico delle cose, che tanta e così definitiva influenza ha avuto nel farti come sei, passiamo al linguaggio pedagogico dei tuoi coetanei: i quali, in questo momento della tua vita (quindici anni) sono i tuoi più importanti educatori.
Essi esautorano ai tuoi occhi sia la famiglia che la scuola. Riducono a ombre boccheggianti padri e maestri. E non hanno affatto bisogno di un grande sforzo per ottenere questo risultato. Anzi, non ne sono nemmeno coscienti. E sufficiente per loro — per distruggere il valore di ogni altra fonte educativa — semplicemente esserci: esserci così come sono.
Essi hanno in mano un’arma potentissima: l’intimidazione e il ricatto. Cosa, questa, antica come il mondo. Il conformismo degli adulti è tra i ragazzi già maturo, feroce, completo. Essi sanno raffinatamente come far soffrire i loro coetanei: e lo fanno molto meglio degli adulti perché la loro volontà di far soffrire è gratuita: è una violenza allo stato puro. Scoprono tale volontà come un diritto. Vi investono tutta la loro vitalità intatta, e anche, naturalmente, la loro innocenza. La loro pressione pedagogica su te non conosce né persuasione, né comprensione, né alcuna forma di pietà, o di umanità. Solo nel momento in cui i tuoi compagni divengono amici scoprono forse persuasione, comprensione, pietà, umanità: ma gli amici sono quattro o cinque, al massimo. Gli altri sono lupi: e adoperano te come cavia su cui sperimentare la loro violenza e nei cui confronti verificare la bontà del loro conformismo.
Il loro conformismo è acquisito di peso dal mondo degli adulti. Lo schema è identico. Ma tuttavia essi hanno sempre qualcosa di nuovo, rispetto agli adulti.
Essi, cioè, vivono esistenzialmente valori nuovi rispetto a quelli vissuti, e codificati, dagli adulti. È in ciò che consiste la loro forza. È attraverso quel qualcosa di nuovo che essi, col loro modo di essere e di comportarsi (poiché si tratta di puro «vissuto»), vanificano il conformismo pedagogico degli adulti e si impongono come i veri reciproci maestri. La loro «novità» non detta, e neanche pensata, ma solo vissuta, andando oltre il mondo degli adulti, lo contesta anche quando lo accetta totalmente (come accade nelle società repressive o addirittura fasciste). Tu sei schiacciato da tale «novità»: ed è questa «novità» — che tu temi di vivere imperfettamente, mentre la vedi vissuta perfettamente dai tuoi compagni — che costituisce il nucleo della tua ansia di apprendere.
Essa non può esserti insegnata dagli adulti (me compreso), e quindi tu, pur ascoltando gli adulti, pur mettendoci tutta la buona volontà ad assimilare il sapere dei padri — in realtà hai in cuore una sola assillante avidità: quella di condividere con i tuoi compagni, apprendendola da loro ossessivamente ogni giorno, questa novità. Insomma i tuoi compagni sono i depositari e i portatori di quei valori che sono gli unici che ti interessano. Anche se essi non sono che leggerissime, quasi impercettibili varianti dei valori dei padri.
Ci sono dei momenti storici — come quello che stiamo vivendo — in cui però i ragazzi credono anche di sapere quali sono i nuovi valori che essi vivono, oppure credono di sapere qual è il nuovo modo con cui essi vivono valori già istituiti. In questi momenti la forza di intimidazione e di ricatto dei giovani coetanei è ancora più violenta.
Essi aggiungono, dentro lo schema del conformismo assimilato — come ai tempi delle orde — dall’ordine sociale paterno, una nuova dose di conformismo: quello della rivolta e dell’opposizione.
Il caso di una società esplicitamente repressiva o fascista non è dunque il nostro. Noi viviamo almeno nominalmente un periodo di democrazia parlamentare, di benessere e di tolleranza. Il «più» che vivono i ragazzi non è dunque un «più»» fascista, un «più»» di dedizione all’autorità: o almeno non è solo questo: c’è anche un «più»» di disobbedienza, di anarchia o di dedizione alla rivoluzione operaia. Al tempo del fascismo, quando ero adolescente io, i miei compagni mi davano quotidianamente lezione non solo di come essere virili e volgari, ma anche di come essere teppisticamente lealisti all’autorità fascista. Oggi a te, i tuoi compagni impartiscono « repressive » lezioni non solo di attaccamento all’autorità, non solo di attaccamento all’autorità nel suo aspetto eversivo (fascista), ma anche – e certo soprattutto – di spirito rivoluzionario, comunista o extraparlamentare.
Contemporaneamente, tutti quanti, ti danno ogni giorno una tremenda lezione di come comportarsi e pensare in una società consumistica.
Come vedi siamo nella fossa dei serpenti. I casi sono infiniti e sempre ambigui. Non è facile aiutarti nella tua lotta di complessato e di debole contro tutti gli altri, forti in quanto singolarmente campioni della maggioranza. Tuttavia io cercherò, appunto, di aiutarti, anche se la via che ti indicherò sarà più difficile. Naturalmente dovremo restare per molto tempo su questo capitolo che riguarda i ragazzi tuoi coetanei, cercando di riordinare il groviglio in cui essi si affollano intorno a te, e da cui tu tuttavia deduci un unico e ben chiaro modo di essere.

15 maggio 1975

Vivono, ma dovrebbero essere morti

Ti faccio un piccolo elenco dei tipi di tuoi coetanei che ti descriverò in questa sezione della nostra «Pedagogia»: è un elenco incompleto (ma se sarà necessario, lo aggiorneremo in qualsiasi momento ci sembri opportuno). Ti descriverò prima i ragazzi che si possono approssimativamente chiamare «obbedienti» (il fatto che qualche volta si atteggino a contestatori, ribelli, estremisti ecc. non ha alcuna importanza: come non hanno importanza i loro capelli lunghi, cristallizzati ormai nelle ridicole e un po’ schifose acconciature di un’iniziazione totalmente conformista). Poi ti descriverò i ragazzi che si possono approssimativamente chiamare «disobbedienti», cioè i pochi veri estremisti sopravvissuti, i disadattati, i devianti e infine – questi rarissimi – i «colti».

L’elenco dei tipi del primo gruppo, da cui cominceremo, è pressappoco il seguente: i «destinati a esser morti», gli «sportivi», i «futuri executives», i «comunisti ortodossi», i «repressi non nevrotici», i «teppisti», i «fascisti», i «cattolici attivisti», e, infine, i «puri medi»: naturalmente, terrò sempre presenti, nel descriverli, le due varianti italiane ancora fondamentali: i ragazzi borghesi e i ragazzi operai, i ragazzi del Nord e i ragazzi del Sud.

Mi è molto difficile descriverti i primi tipi del primo gruppo, cioè i «destinati a esser morti». Per te si tratta di una categoria normale, che hai trovato, nascendo, già ben inserita nell’ordine sociale, nel grande teatro dell’esistenza. Quindi non li hai «realizzati», ossia oggettivati, staccati da te, contemplati.
Quanto a me, essi mi appaiono invece come una categoria nuova, impensatamente comparsa in Italia da una dozzina d’anni: quindi l’ho realizzata, oggettivata ecc: mi è però difficile descriverla appunto perché nessuno l’ha mai fatto, e io non ho dunque precedenti linguistici o meglio terminologici.

Chi sono questi «destinati a essere morti»? Sono coloro che fino appunto a una dozzina o a una ventina d’anni fa (in Italia, e soprattutto nel Sud e tra le classi povere) sarebbero morti nella primissima infanzia, in quel periodo che si chiama di «mortalità infantile». La scienza è intervenuta (ma a proposito della «medicina» leggiti almeno le prime pagine del La convivialità di Ivan Illich), e li ha salvati dalla morte fisica. Essi sono dunque dei sopravvissuti, e nella loro vita c’è qualcosa di artificiale, di «contro natura». Lo so bene che dico delle cose terribili, e anche apparentemente un po’ reazionarie. Ma su questo punto ti ho raccomandato più volte caldamente di non meravigliarti, e tantomeno scandalizzarti (come faranno molti lettori delle nostre lezioni). Trovare qualcosa di «artificiale» o di «contro natura» in coloro che da bambini sono stati salvati dalla morte dalla tecnica medica, avrebbe avuto qualcosa di atroce e di reazionario in un mondo dove uno dei valori fondamentali fosse realmente la conservazione della specie: e dove tale conservazione si concretasse, appunto, in una prevalenza delle nascite sulle morti. Ma in un universo come il nostro, in cui tale valore fondamentale si va rovesciando (bisogna evitare, perché l’umanità si salvi, l’eccessivo prevalere delle nascite sulle morti), non hanno più senso le gratificazioni morali di un tempo. Quindi non scandalizzarti: i figli che nascono oggi non sono più aprioristicamente «benedetti».

Il giudizio tra benedizione e maledizione è sospeso. Sono però decisamente maledetti coloro che nascono «in più».
Quali sono coloro che nascono «in più»? Non si può evidentemente dirlo. Questo è certo: un bambino intuisce subito – solo dopo pochi giorni di vita — se la sua venuta al mondo è veramente desiderata o no. Se intuisce di non essere veramente desiderato, o, peggio, se intuisce di essere indesiderato, si ammala.
Le nevrosi che causano le «regressioni» più terribili e incurabili sono dovute proprio a questo sentimento primo, di non essere accolti nel mondo con amore. Ora, oggettivamente, nessun figlio è ormai più accolto nel mondo con l’amore di un tempo, quando egli era appunto per definizione «benedetto».

Tutti sanno — anche se non ne sono coscienti — che la distruzione dell’umanità dipende dal suo aumento demografico. Se tutti i «figli», dunque, sentono questa mancanza di benedizione alla loro nascita — cosa che poi li rende così tristi e infelici per tutta l’infanzia e la giovinezza — coloro che per di più sono stati «strappati» alla morte innocente dell’infanzia sentono con ancora maggiore violenza la loro colpevolezza di essere al mondo, di pretendere di essere sfamati e curati.

C’è stata una certa illusione alcuni anni fa — una delle tante stupide illusioni di alcuni anni fa — che la «razza» umana — appunto attraverso la scienza medica e il miglior nutrimento — migliorasse: che i ragazzi fossero più forti, più alti ecc. Breve illusione. La nuova generazione è infinitamente più debole, brutta, triste, pallida, malata di tutte le precedenti generazioni che si ricordino. Le cause di ciò sono molte (e cercherò di analizzarle tutte nel corso delle nostre lezioni): una di queste cause è la presenza, tra i giovani, di coloro che avrebbero dovuto morire: che sono molti; in certi casi (Sud e classi povere) la percentuale è altissima. Tutti costoro o sono depressi o sono aggressivi: ma sempre in modo o penoso o sgradevole. Niente può cancellare l’ombra che una anormalità sconosciuta getta sulla loro vita.

22 maggio 1975

Siamo belli, dunque deturpiamoci.

Se è giusta la mia ipotesi che nella categoria dei tuoi coetanei «obbedienti» trovino posto, e per primi, «coloro che erano destinati a morire» – cioè coloro che la scienza medica ha salvato dalla «mortalità infantile», e sono quindi dei «sopravvissuti» — quale è la loro funzione pedagogica nei tuoi riguardi? Che cosa ti insegnano col semplice loro essere e comportarsi? La loro caratteristica primati ho detto — è il sentimento inconscio che il loro essere venuti al mondo sia stato particolarmente indesiderato. Il sentimento inconscio di essere «a carico» e «in più». Ciò non può che aumentare immensamente la loro ansia di normalità, la loro adesione totale e senza riserve all’orda, la loro volontà non solo di non apparire diversi ma nemmeno appena distinti.
Dunque ciò che essi prima di tutto ti insegnano è vivere il conformismo aggressivamente: cosa questa che – come vedremo – ti è insegnata da quasi tutte le categorie dei tuoi coetanei «obbedienti». E dunque la analizzeremo meglio andando avanti col nostro discorso. Vorrei invece soffermarmi su tre punti privilegiati del loro insegnamento pragmatico (e dunque tanto facilmente assimilabile).
Essi ti insegnano: primo, la rinuncia: rinuncia resa assoluta, abitudinaria, quotidiana dalla mancanza di vitalità, che in essi è un dato di fatto reale, fisico, ma che in altri (come in te), può essere una tentazione.
Essi dovevano morire; o meglio, in altre circostanze sociali, sarebbero di sicuro morti. Essi devono istintivamente ridurre al minimo lo sorzo per vivere: il che in termini sociali significa appunto rinuncia.
È vero che come dice un mio amico di Chia – un ragazzetto che ricorda i proverbi dei vecchi f «il mondo è dei bravi, e i cojoni se lo godono». È una delle più grandi verità che le mie orecchie abbiano mai ascoltato. Tuttavia, io, vecchio borghese razionalista e idealista, cioè «bravo», continuo sempre a detestare con tutte le mie forze lo spirito di rinuncia.
Che è poi ansia di integrazione e qualunquismo. Non temere di essere ridicolo: non rinunciare a niente.
Lascia che i cojoni si godano il mondo, e invidia pure come me, struggentemente, per tutta la vita, la loro felicità.
La seconda cosa che i «destinati a morire» ti insegnano è una certa obbligatoria tendenza all’infelicità.
Tutti i giovani di oggi – tuoi coetanei – hanno l’imperdonabile colpa di essere infelici. A quanto pare, non ci sono più cojoni: se non a Napoli o a Chia.
Tutti sono bravi: e dunque tutti hanno la loro brava faccia infelice. Essere bravi è il primo comandamento del potere dei consumi (nel cui universo mentale e di comportamento tu, povero Gennariello, sei nato) bravi cioè per essere felici (edonismo del consumatore).
Il risultato è che la felicità è tutta completamente falsa: mentre si diffonde sempre di più una immediata infelicità.
Sappi, invece, Gennariello, che, contrariamente al proverbio sublime di Chia, c’è anche una felicità dei bravi. Il proverbio di Chia dice infatti che «il mondo è dei bravi», alludendo decisamente al possesso, al potere. Ma allora va aggiunto che oltre al possesso del mondo da parte dei padroni,c’è anche un possesso del mondo da parte degli intellettuali, e questo è un possesso reale: com’è del resto quello dei cojoni.
Si tratta soltanto di un diverso piano culturale. è il possesso culturale del mondo che da felicità.
Non lasciarti tentare dai campioni dell’infelicità, della mutria cretina, della serietà ignorante. Sii allegro.
La terza cosa che ti viene insegnata dai «destinati a morire» è la retorica della bruttezza. Mi spiego. Da alcuni anni i giovani, i ragazzi fanno di tutto per apparire brutti. Si conciano in modo orribile. Fin che non sono del tutto mascherati o deturpati, non sono contenti. Si vergognano dei loro eventuali ricci, del roseo o bruno splendore delle loro gote, si vergognano della luce dei loro occhi, dovuta appunto al candore della giovinezza, si vergognano della bellezza del loro corpo. Chi trionfa in tutta questa follia sono appunto i brutti: che sono divenuti i campioni della moda e del comportamento. I «destinati a essere morti» non hanno certo gioventù splendenti: ed ecco che essi ti insegnano a non splendere. E tu splendi, invece, Gennariello.
Ho imperversato un po’ contro questi «destinati a esser morti», col rischio di apparire un po’ vile e razzista: di creare cioè una categoria di persone da proporre alla condanna. No. Tra i «destinati a esser morti» ci sono esseri adorabili per lo meno come te, così vistosamente destinato alla vita. Se ho polemizzato con particolare violenza contro gli insegnamenti che ti impartiscono i «destinati a esser morti», è perché ho preso questa categoria a simbolo della media: media che ti insegna, appunto, queste stesse cose, e senza quel tanto di disperato che le corregge, le giustifica, le rende umane.

29 maggio 1975

Le madonne oggi non piangono più

Ricordo sempre con intimo, quasi struggente piacere le mattinate di scuola in cui i miei professori invece di fare lezione si lasciavano prendere da non so che pigrizia e libertà e ci parlavano di altre cose. Erano, almeno nel ricordo, mattinate come queste di maggio o giugno, in cui l’anno scolastico stava per finire. C’era questo sole stagnante, immenso e mite; il sole delle poesie estive di Sandro Penna…
Ebbene, Gennariello, oggi è appunto una di quelle mattinate in cui i professori non hanno voglia di fare lezione, e parlano d’altro.
Oltre tutto siamo «sotto» le elezioni: la cosa è più che naturale.
Il discorso da fare è molto aspro, anche se in qualità di pedagogo non posso che essere pacato. Ecco.
Fino a una decina di anni fa «sotto» le elezioni piangevano le madonne, oggi vengono rapiti degli alti magistrati.
Il problema è il seguente: che nesso c’è fra questi due fenomeni? Io credo che ci sia, prima di tutto un nesso di opposizione e di incommensurabilità; un universo in cui, in qualche modo, contino le lacrime della statua di una Madonna, è opposto e incommensurabile a un universo in cui tali lacrime non contino assolutamente più. Si è avuta in mezzo, appunto, la fine di un universo. Milioni e milioni di contadini e anche di operai – al Sud e al Nord – che certamente da un’epoca molto più lunga che i duemila anni del cattolicesimo si conservavano uguali a se stessi, sono stati distrutti. La loro «qualità di vita» è radicalmente cambiata. Da una parte sono emigrati in massa in paesi borghesi, dall’altra sono stati raggiunti dalla civiltà borghese. La loro natura è stata abrogata per volontà dei produttori di merce. Ma di ciò ti ho già parlato altre volte, e spesso ancora te ne parlerò. Resta da esaminare il nesso che almeno meccanicamente unisce i pianti delle madonne ai rapimenti dei magistrati.

Tale nesso è organizzativo e pragmatico. E, come tale, enigmatico. Come veniva progettato e realizzato, infatti, il pianto di una Madonna? Un parroco veniva a Roma, prendeva accordi con qualche alta personalità vaticana, otteneva il dovuto viatico ecc. ecc.?
Oppure il mandante di qualche grossa autorità democristiana (il Fanfani e l’Andreotti, o lo Scelba, di quegli anni), scendeva in qualche paese scelto, contattava il suo parroco, gli dava le dovute disposizioni ecc. ecc.? Oppure questo parroco faceva tutto da sé, interpretando i taciti desideri di coloro che stavano in alto e avevano bisogno di essere rieletti, possibilmente con la maggioranza assoluta? Fatto sta che l’imbroglio riusciva sempre perfettamente e mai nessuno è stato smascherato.
In questo i rapimenti dei magistrati e i pianti delle madonne si assomigliano alla perfezione: anzi, sono in sostanza la stessa cosa.
Certamente, poi, l’ingranaggio della prima organizzazione (il pianto della Madonna) – per quanto per esempio in Sicilia la mafia non dovesse essere estranea — era molto più semplice dell’ingranaggio della seconda organizzazione (il rapimento di un magistrato) per quest’ultimo occorre un apparato criminale immensamente più raffinato: e inoltre occorre almeno l’intervento della Cia (fino a poco tempo fa attraverso il Sid: e ora?) Inoltre mentre un tempo bastava indurre gli animi a temere ingenuamente il giudizio divino (le lacrime della Madonna erano anticomuniste), ora occorre creare negli animi due tensioni: una anticomunista e una antifascista. «Sotto» queste elezioni, a quanto pare, siamo in una fase di tensione antifascista. Però, però, però… Mentre per le stragi di Brescia e Bologna si può decisamente parlare di una «montatura» antifascista, organizzata dai democristiani (non più, ora, molto cattolici) al potere, stavolta, a proposito dei Nap, non si può decisamente parlare (o meglio non si vuol decisamente «far parlare») di fascisti. A quanto pare, siamo a una nuova demoniaca progettazione: prendere due piccioni con una fava: lasciare cioè sospeso se si tratti di rossi o di neri, creando così nel tempo stesso una tensione anticomunista e una tensione antifascista.
Certo, molto dipende dalla figura del magistrato rapito. Intanto va detto che è strana la somiglianza tra Sossi e Di Gennaro: almeno quanto a cartello segnaletico e a dati esterni. Ad ogni modo, mentre non conosco Sossi di persona, conosco invece Di Gennaro benissimo. Egli è stato pubblico ministero in un processo contro il mio film La ricotta, accusato fascistica mente) di vilipendio alla religione…
Ora nessuna persona è più reazionaria, nel mio ricordo, che questo Di Gennaro. La sua arringa contro il mio film è stata controriformistica e sanfedista a tal punto che, come ti possono testimoniare i numerosi intellettuali e giornalisti che l’hanno ascoltata, ha rasentato il granguignolesco e il ridicolo, per non dire ovviamente il volgare. È stata il capolavoro orale del clerico-fascismo degli anni Cinquanta (il processo si svolgeva nel ’63). Cioè, quanto a livello culturale dello stesso clerico-fascismo che organizzava i pianti delle madonne. Ora c’è da chiedersi: che rapporto politico c’è tra quest’uomo della vecchia destra – reazionario e duro, ma anche ambiguo (visto che il processo alla Ricotta era un atto manifestamente persecutorio, che vedeva implicato il Vaticano e l’intera ufficialità del potere democristiano) — e coloro che l’hanno rapito? Perché è stato scelto lui? Che logica lega il rapito ai rapitori? Non saprò mai rispondere a queste domande, se non su un terreno puramente ideale. Ed è ciò che cercherò di fare continuando fin che sarà necessario questa nostra digressione.

5 giugno 1975

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