STEPHEN KING: INTERVISTA A PLAYBOY

2018-03-25T10:34:24+00:00March 24th, 2018|Categories: INTERVIEWS, LITERATURE|Tags: |
  • Stephen King: Playboy Interview

Nel giugno del 1983 Playboy Usa incontra un maestro del brivido che nella sua successiva carriera avrebbe pubblicato oltre sessanta opere, tutte regolarmente entrate nella classifica dei bestseller. King racconta gli inizi molto difficili, il successo inaspettato e quella sottile linea di follia che tiene legata fin dal principio tutta la sua produzione. Oltre ai suoi protagonisti assolutamente da non emulare

di Eric Norden – foto Vernon Smith

Nel primo inverno del 1972, una casalinga del Maine mentre spolverava lo studio improvvisato del marito pescava un manoscritto da lui scartato dal cestino della spazzatura e si metteva a leggerlo. Quando Ste­phen King tornò dalla sua giornata di insegnamento di scuola inglese, quella sera, sua moglie Tabitha lo convinse a riprendere il lavoro su quel romanzo abbandonato, nonostante la sua convinzione «di aver scritto la cosa più perdente di tutti i tempi». Alcuni mesi più tardi, presentò la versione riveduta e corretta alla Doubleday & Company a New York. “Carrie”, una fiaba contorta su un’adolescente brutto anatroccolo che si trasforma in uno spietato motore di distruzione psichica, fu acquistato da Doubleday nel marzo 1973 con un anticipo di 2500 dollari e poi venduto in 13000 copie. Da li ebbe inizio l’avventura di uno degli scrittori di maggior successo dell’era moderna.

PLAYBOY: «Il protagonista di Le notti di Salem, un giovane autore alle prese con una somiglianza con il suo creatore, confessa a un certo punto: “A volte, quando sono a letto la sera, insceno un’intervista a Playboy su di me. Spreco di tempo, penso. La fanno solo se gli autori dei loro libri sono venditori di best seller che finiscono nei campus universitari”. Dieci romanzi e diversi milioni di dollari in banca più tardi, i tuoi libri sono best seller e si trovano in ogni campus e ovunque. Come ci si sente?

STEPHEN KING: «È davvero bello, è una sensazione che amo. E certo è una forte spinta al mio ego pensare che io stesso sarò oggetto di una delle vostre interviste, il mio nome comparirà in grassetto e le mie foto saranno pubblicate vicino a delle frasi nelle quali potrò dichiarare più o meno quello che mi pare. Sarà un onore essere in compagnia di personaggi stellari come George Lincoln Rockwell e Albert Speer. Che succede, non siete riusciti ad arrivare a Charles Manson?!?».

PLAYBOY: Abbiamo scelto te come nostro cattivo ragazzo per questa volta. All’unanimità.

KING: «0k, tregua. In realtà ne sono lieto, perché quando stavo cercando di scrivere su di me, senza molto successo apparente, di farlo io come scrittore intendo, ho letto le vostre interviste e per me hanno rappresentato un esempio ottimo di scrittura su una persona realizzata così come su di una celebrità. Come la maggior parte degli scrittori, riporto alla superficie della mia memoria le cose materiali, ma dimentico facilmente i fatti autobiografici. Questo passaggio, la citazione da Le notti di Salem, rappresenta un’eccezione, e riflette il mio stato d’animo in quei giorni prima della vendita del mio primo libro, quando nulla sembrava. andare per il verso giusto. Quando non riuscivo a dormire, in quel buco nero della notte, quando tutti i tuoi dubbi e le paure e le insicurezze aumentano in te, ringhiose, dal buio – quello che gli scandinavi chiamano Fora del lupo – io ero solito stare a letto a mentire a me stesso e in alternativa a chiedermi se non avessi dovuto gettare la spugna creativa e piantarla con quei pensieri masturbatori nei quali ero un autore di successo e rispettato. Ed e qui che entra in scena la mia intervista immaginaria a Playboy. Mi sono pensato come una personalità calma e composta, magistrale, in grado di rispondere con lucidità a tutte te domande. Ora che tu sei qui probabilmente sarò l’esempio vivente dell’incoerenza! Ma suppongo fosse una buona terapia, mi teneva sveglio tutte te notti…».

PLAYBOY: Come hai trascorso le tue notti sara un tema importante di questa intervista. Sei stato affascinato da storie di fantasmi come tutti i bambini?

KING: «Fantasmi e fantasmini e tutte te creature che si muovono nella notte, beh io te amo! Alcuni dei migliori racconti di quei giorni mi erano fatti da mio zio Clayton, un grande personaggio, uno che non aveva mai perso il senso di meraviglia infantile. Lo zio Clayt si sarebbe messo il berretto da caccia sulla sua criniera di capelli bianchi, si sarebbe acceso una sigaretta con un fiammifero strisciato sulla suola dello stivale e si sarebbe lanciato nel racconto di grandi storie, non solo di fantasmi ma di leggende locali e sugli scandali, le vicende familiari, sull’exploit di Paul Bunyan, su qualsiasi cosa accadesse sotto il sole. Mi piacerebbe poter ascoltare ancora incantato le storie raccontate con il suo strascicato accento dell’est, sotto il portico in una notte d’estate. Sarei in un altro mondo. Un mondo migliore, forse».

PLAYBOY: Sono state queste storie a scatenare il tuo interesse inizia- le per il soprannaturale?

KING: «No, risale ancora. a prima per quanto io possa ricordare. Ma lo zio Clayt e stato un grande narratore di racconti. Era un originale, Clayt. Era uno capace di radunare le api, un eccentrico talento rurale capace di seguire l’intero percorso di una’ape, tutta la sua strada da un fiore all’alveare, per chilometri, a volte, tra boschi e rovi e paludi, ma senza mai perderne una. A volte mi chiedo se non c’entrasse un vista quasi soprannaturale. Zio Clayt ha avuto anche un altro talento: era un rabdomante. Poteva trovare l’acqua con un vecchio pezzo di legno biforcuto. Come e perché non sono sicuro, ma lo ha fatto».

PLAYBOY: Credi veramente a quei racconti da vecchie comari?

KING: «Beh, avvolgere una ferita infetta in un impasto di pane ammuffito era una vecchia storia da comari, ma ha preceduto la penicillina di migliaia di anni. Ed ero scettico sulla rabdomanzia in un primo momento, fino a quando ho effettivamente visto e sperimentato quando lo zio Clayt ha sfidato tutti gli esperti e ha trovato un pozzo nel nostro cortile di casa».

PLAYBOY: Ne L’ombra dello scorpione, che è diventato una sorta di oggetto di culto per molti dei tuoi fan, un virus influenzale in rapida mutazione accidentalmente diffuso dall’esercito statunitense colpisce nove decimi della popolazione mondiale e pone le basi per una lotta apocalittica tra il bene e male. Un genocidio finale e prefigurato, su una scala più modesta, da Carrie e L’incendiaria, entrambi si concludono con le eroine assediate da una pioggia di morte, di fuoco e distruzione; e da Le notti di Sa­lem, in cui brucia la città alla fine, e dall’esplosione dell’Overlook hotel a conclusione di Shining. C’è un piromane o un attentatore folle dentro di te che preme per uscire?

KING: «Certo che c’e, e quel lato distruttivo di me ha un grande sbocco nei miei libri. Mi piace bruciare le cose, sulla carta, almeno. Non credo che un incendio doloso sarebbe più divertente nella vita reale che in un romanzo. Uno dei miei momenti preferiti in tutto il mio lavoro e al centro de L’ombra dello scorpione, quando uno dei miei personaggi, l’Uomo Spazzatura, fa saltare una raffineria di petrolio con serbatoi in fiamme tipo bombe. E come se il cielo notturno fosse stato dato alle fiamme. E il lupo mannaro che c’e dentro di me, credo, io amo il fuoco, amo la distruzione. È grande, nera, eccitante. Quando scrivo scene del genere, mi sento come Sansone che tira giù il tempio sulla testa di tutti».

PLAYBOY: Ci deve essere stato un tempo, prima di tutta questa ricchezza e fama, nel quale la felicita non ti sara sembrata inevitabile. Quanto sono stati difficili gli inizi?

KING: «Beh, diciamo solo che, come tutti i successi improvvisi, ho dovuto pagare dazio. Quando sono uscito dal college nei primi anni Settanta con una laurea in inglese e un’abilitazione all’insegnamento, ho trovato una sovrabbondanza. di offerta in quel mercato, e sono andato a lavorare presso una pompa di benzina in una stazione di rifornimento e successivamente in una lavanderia industriale per 60 dollari a settimana. Eravamo poveri in canna, con due bambini piccoli, e, inutile dirlo, non è stato facile far quadrare il bilancio con uno stipendio simile. Mia moglie andò a lavorare come cameriera in un locale, “Dunkin ’Donuts”, tornava a casa. ogni sera odorando di ciambella. Aroma favoloso, in un primo momento, fresco e dolce, ma presto è diventato stucchevole e non sono stato in grado di guardare una ciambella in faccia da allora».

PLAYBOY: Vendevi già qualche tuo lavoro in quel periodo?

KING: «Si, ma solo racconti, e solo alle più piccole riviste maschili in circolazione come Cavalier e Dude. Il denaro e stato utile, Dio sa quanto, ma se si conosce quel particolare mercato, si sa anche che non era un granché. In ogni caso, il pagamento per le mie storie non era sufficiente per tenerci fuori dal conto in rosso, e con i miei lavori più lunghi non stavo andando da nessuna parte. Avevo scritto parecchi romanzi, che vanno dal mediocre al terribile-passabile, ma tutto era stato respinto, anche se stavo cominciando a ottenere un certo incoraggiamento da mi meraviglioso editore di nome Bill Thompson. Ma tanto gratificante era il suo sostegno, quanto non riuscivo a farlo monetizzare. Il nostro vecchio rottame, una Buick Special del 1965, stava scivolando rapidamente verso la rottamazione e alla fine abbiamo dovuto chiedere all’azienda dei telefoni di rimuovere il nostro apparecchio da casa. Cosa peggiore di tutte, stavo andando fuori di testa. Vorrei poter dire oggi che coraggiosamente ho battuto il pugno sul tavolo di fronte alle avversità e portato avanti la mia vita imperterrito, ma non posso. Sono scivolato verso l’ansia e l’autocommiserazione, ho cominciato a bere e buttare i soldi a poker. Conoscetela scena: È venerdì sera, avete appena incassato la busta paga e al bar cominciate a spenderla, e prima di accorgervi di quello che è successo, avete pisciato fuori la meta del bilancio di quella settimana».

PLAYBOY: Come ha fatto il tuo matrimonio a stare in piedi nonostante queste difficoltà?

KING: «Beh, per un po’abbiamo vissuto vedendoci di sfuggita, e le cose erano abbastanza tese in casa. Era un circolo vizioso: più miserabile e inadeguato mi sentivo per quello che vedevo come il mio fallimento come scrittore, e più mi sarebbe piaciuto provare a fuggire in una bottiglia, il che non faceva che aggravare lo stress domestico e rendere me ancora più depresso. Mia moglie Tabby ha sofferto molto il mio problema con l’alcool, naturalmente, ma lei mi ha detto di aver capito che il motivo per cui bevessi troppo era che sentivo che non sarei mai stato mio scrittore di successo, con tutte le conseguenze del caso. E aveva ragione. Stavo sveglio di notte immaginandomi a 50 anni, con la mia canizie, il mio doppio mento, il viso arrossato dalla rottura dei capillari sul mio naso, con uno scaffale polveroso di romanzi inediti a marcire in cantina. Anche se avevo solo venticinque anni e razionalmente mi rendevo conto che c’erano ancora un sacco di tempo e di opportunità davanti, la pressione di voler sfondare nel mio lavoro stava avendo delle conseguenze psichiche, e mi faceva sentire disperatamente depresso, con le spalle al muro. Mi sentivo intrappolato in una sorta di corsa al suicidio, senza via d’uscita dal labirinto».

PLAYBOY: Hai mai pensato seriamente al suicidio?

KING: «Oh, no, mai, quella frase era forse una metafora eccessiva. Ho la mia parte di debolezze umane, ma anche una testa molto dura. Forse e una caratteristica del Maine, non so. In ogni caso, cosa mi preoccupava. era l’effetto che tutto ciò stava avendo sul mio matrimonio. Eravamo già su un terreno paludoso in quei giorni, e temevo che le sabbie mobili fossero proprio dietro l’angolo. Amavo mia moglie e i bambini, ma la pressione montava, stavo cominciando ad avere sentimenti ambivalenti anche su di loro. Da un lato, volevo unicamente vivere per loro e proteggerli, ma al tempo stesso ero impreparato alle difficoltà della paternità e stavo vivendo anche una serie di emozioni sgradevoli – che andavano dal risentimento alla rabbia – e picchi di violenza mentale che, grazie a Dio, sono stato in grado di sopprimere. Tutte le paure claustrofobiche si stavano impadronendo di me, e non so cosa sarebbe successo al mio matrimonio e alla mia sanità mentale, se non fosse stato per la notizia del tutto inaspettata, nel 1973, che la casa editrice Doubleday aveva accettato Car­rie, mi romanzo che io stavo avevo pensato avesse poche possibilità di vendita».

PLAYBOY: Hai paura del buio?

KING: «Certo. Non ce l’hanno forse tutti? In realtà, non riesco a capire la mia stessa famiglia a volte. Non vogliono dormire senza una luce accesa in camera e, manco a dirlo, anche io sono molto attento a vedere che le coperte siano ben infilate sotto le gambe per non svegliarmi nel bel mezzo della notte con una ma- no viscida che mi stringe la caviglia. Ma quando io e Tabby ci siamo sposati, era estate e lei mi vide con le lenzuola tirate su fino agli occhi e disse: “Perché dormi in questo modo folle?”. Ho cercato di spiegarle che mi sentivo più sicuro in quel modo, ma non sono certo che lei abbia capito».

PLAYBOY: Hai avuto dubbi sulla vostra sanita mentale?

KING: «Non sono sicuro di essere sano, questo e sicuro. Una delle mie paure più grandi di quando stavo crescendo era di stare per impazzire. Negli anni successivi, ho imparato che l’elastico cervello umano è quanto di meglio ci sia per resistere a mi martellamento psichico, ma per lungo tempo ho avuto molta paura di impazzire».

PLAYBOY: C’e una storia di follia nella vostra famiglia?

KING: «Oh, abbiamo avuto una bella raccolta matura di eccentrici, a dir poco, dalla parte di mio padre. Ricordo mia zia Betty, che mia madre ha sempre detto essere una schizofrenica e che apparentemente concluse la sua vita in un manicomio. Poi ci fu la madre di mio padre, nonna Spansky, che ho avuto modo di conoscere quando vivevo nel Mid­dle West».

PLAYBOY: Quali altre paure hanno condizionato la tua infanzia?

KING: «Beh, ero terrorizzato e affascinato dalla morte – la morte in generale e mia in particolare – probabilmente come risultato di alcune trasmissioni televisive molto violente. Ero assolutamente convinto che non avrei mai raggiunto 20 anni. Mi immaginavo di notte lungo una strada buia e deserta e qualcuno o qualcosa sarebbe saltato fuori dai cespugli e mi avrebbe fatto fuori. Così la morte come concetto e le persone che si occupavano di morte mi hanno incuriosito».

PLAYBOY: Hai paura del blocco dello scrittore?

KING: «Si, è una delle mie più grandi paure. Sai, prima stavamo discutendo la mia paura infantile della morte, ma questo è qualcosa con cui ho dovuto più o meno scendere a patti. Voglio dire, posso comprendere sia intellettualmente che emotivamente che un giorno verrà il momento in cui avrò un cancro terminale ai polmoni o mentre starò salendo una rampa di scale improvvisamente avvertirò un dolore gelido correre lungo il braccio prima del colpo di martello che colpirà il lato sinistro del mio petto. Sarò un po’ sorpreso, avrò mi po’ di rammarico, ma saprò che si tratterà come di qualcosa che avevo corteggiato a lungo e si era finalmente deciso a sposarmi. D’altra parte, l’unica cosa che non riesco a comprendere o con cui non riesco a venire a patti è la possibilità di inaridirmi come scrittore».

PLAYBOY: Dove pensi che saresti oggi senza il tuo talento per la scrittura?

KING: «È difficile da dire. Forse sarei un insegnante leggermente amareggiato di inglese al liceo che passa attraverso i vari movimenti della vita fino al giorno in cui ha potuto raccogliere la sua pensione e svanire nel crepuscolo degli anni. D’altra parte, avrei potuto benissimo finire li in una torre in Texas con Char­lie Whitman (noto per essere stato responsabile di una strage avvenuta il 1° agosto 1966 ad Austin ndr), combattendo i miei demoni con un potente fucile telescopico, invece di un documento di word. La mia scrittura mi ha tenuto fuori di quella torre».

PLAYBOY: Hai rivelato che una volta hai avuto un problema con l’alcol. Hai provato anche le droghe? Fumare erba ti piace?

KING: «No, preferisco droghe pesanti. Ovviamente l’ho provata, ma non mi dà una botta particolare, e mi sento sempre male dopo. Tenete conto che io ero al college durante gli anni Sessanta. Anche presso l’Universita del Maine non era un grosso problema entrare in possesso di droga. Ho fatto un largo uso di Lsd, pe­yote e mescalina, più di 60 viaggi in tutto. E devo dire che per me, i risultati sono stati generalmente positivi. Non ho mai avuto un trip che non mi abbia fatto sentire come se avessi avuto un purgante al cervello, era una specie di purificazione psichica tesa a svuotare tutta l’immondizia accumulata dalla mia testa. E in quel particolare momento, avevo bisogno di quel tipo di clistere mentale».

PLAYBOY: La tua esperienza con gli allucinogeni ha avuto un effetto sulla tua scrittura più tardi?

KING: «Niente affatto. L’acido e solo un’illusione chimica, un gioco che si gioca con il cervello. È totalmente privo di significato in termini di una vera espansione di coscienza».

PLAYBOY: Sei stato sincero nel discutere le tue paure e insicurezze più intime, ma una zona non abbiamo ancora toccato, quella sessuale.

KING: «Beh, penso di avere appetiti sessuali abbastanza normali, qualunque sia il significato della parola normale in questi tempi oscillanti. Voglio dire, io non sono seguace di chissà quale pratica sessuale particolare o di qualsiasi altra cosa rappresenti l’ultima moda nel campo. Una volta stavo camminando in un negozio porno e ho visto su una rivista patinata sulla copertina un ragazzo che vomitava su una ragazza completamente nuda. Le foto di una ragazza nuda con un collare da cane tempestata di diamanti trascinato in giro al guinzaglio da un uomo vestito le trovo piuttosto noiose».

PLAYBOY: Quindi non ci sono orchi che si nascondono nella tua libido?

KING: «No, non in quel senso. L’unico problema sessuale che ho avuto era più funzionale. Alcuni anni fa ho sofferto di impotenza periodica, il che non è divertente, credetemi».

PLAYBOY: Hai mai censurato il tuo stesso lavoro perché qualcosa era troppo disgustoso per i lettori?

KING: «No, se posso metterlo sulla carta senza vomitare sul computer, per me va bene, può vedere la luce del giorno. Ho pensato che in questo modo avrei messo in chiaro che non sono schizzinoso. Non mi faccio illusioni sul genere horror, però. Può essere perfettamente vero come dicono alcuni che attraverso di esso ci stiamo espandendo oltre i confini della meraviglia e che ci aiuti a nutrire un senso di stupore sui misteri dell’universo e tutto il resto di queste stronzate. Ma nonostante tutti i discorsi che sentirete da scrittori di questo genere sulla capacità dell’orrore di fornire una catarsi socialmente e psicologicamente utile per le paure della gente e per le aggressioni, il fatto brutale della questione è che siamo ancora nel business della vendita e null’altro».

PLAYBOY: Sei preoccupato che un eventuale lettore mentalmente instabile potesse emulare la tua violenza da romanzo nella vita reale?

KING: «Certo che lo sono stato, mi preoccupa molto, anzi ho paura che potrebbe essere già accaduto. In Florida l’anno scorso, ci fu un caso di omicidio omosessuale, in cui è stato ucciso un famoso nutrizionista conosciuto come Junk-Food Doctor, in un modo particolarmente raccapricciante, torturato e poi lentamente soffocato, mentre gli assassini erano seduti intorno a mangiare fast food e guardarlo morire. In seguito, hanno scarabocchiato la parola Redrum, o omicidio (in inglese mur­der ndr) scritto al contrario, sulle pareti, che e una parola che ho usato in una scena di Shining. Non solo quegli stupidi bastardi dovrebbero venire fritti o almeno messi in carcere per tutta la vita, ma dovrebbero essere citati per plagio, anche!».

PLAYBOY: Con chiunque altro, questa ultima domanda sarebbe un cliché. Con te, mi sembra giusto farla. Che frase ti piacerebbe come epitaffio sulla tua tomba?

KING: «Nel mio romanzo Il metodo di respirazione, nel racconto Stagioni diverse, ho creato un club privato che si riunisce in un misterioso palazzo pietra arenaria sulla 35esima strada a Manhattan, in cui un gruppo di uomini stranamente abbinato si riunisce periodicamente per scambiarsi racconti sull’occulto. E ci sono molte stanze al piano di sopra, e quando un nuovo ospite ne chiede il numero esatto, lo strano vecchio maggiordomo gli dice: “Non lo so, signore, ma ci si potrebbe perdere lassù”. Quel club è davvero una metafora del mio processo di narrazione. Ci sono talmente tante storie dentro di me, così come ci sono tante stanze in quella casa, e posso facilmente perdermi all’interno di esse. E al club, ogni volta che una storia sta per essere raccontata, si fa un brindisi riecheggiando le parole incise sulla chiave di volta del grande camino nella biblioteca con la frase: “è la storia che conta, non chi la racconta”. Questa è stata una buona guida per me nella vita, e penso che sarebbe un buon epitaffio per la mia lapide. Solo questo e senza nome».

Playboy,  Giugno 1983 Vol. 30 No. 6

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