2001, UN’ODISSEA AL PARALLELEPIPEDO – Recensione di Ennio Flaiano

2018-01-08T09:19:49+00:00January 8th, 2018|Categories: Uncategorised|Tags: , , , , , |
  • 2001: A Space Odyssey

di Ennio Flaiano

Ci sono ormai poche cose che gli uomini non farebbero per festeggiare il Natale: tagli di foreste di abeti, acquisti di libri, ingorghi di traffico. Il progetto Apollo si realizza esattamente nei giorni del solstizio d’inverno, per rassicurare Santa Claus del Benessere, in omaggio al «Sole invitto», al Sole che comincia ad anticipare le sue levate e a ritardare i suoi tramonti e rincuora gli uomini delle caverne. È una Christmas-card inviata ai russi, molto costosa, ma del resto prevista da Giulio Verne, che proprio dalla Florida il 30 novembre di cent’anni fa mandava il primo proiettile verso la Luna, con tre cosmonauti a bordo. Rileggasi Dalla Terra alla Luna per queste stupefacenti anticipazioni.
Il proiettile di Verne ricadde poi puntualmente nel Pacifico, fu ricuperato dall’incrociatore Susquehanna e, una volta salvati, i tre circumnavigatori fondarono una Società Nazionale per le Comunicazioni Interstellari, eccetera.
Sempre «sotto Natale», con un impulso che non può essere che religioso, il cinema fa uscire i suoi colossi: e stavolta, tra questi, in subdola armonia col progetto Apollo, il film di Stanley Kubrick: 2001, odissea nello spazio. Preparato anch’esso per cinque anni e dunque impeccabile. Ci lavorano tecnici e scienziati e, come sceneggiatore, Arthur C. Clarke, autore di science-fiction tra i più severi, non della forza scientifica di un Fred Hoyle, ma intrigato da problemi religiosi. I lettori delle Meraviglie del possibile ricordano di lui certi brevi e densi racconti come La nube, La stella, I nove miliardi di nomi di Dio; si spiega così la presenza nel film di un misterioso e ubiquo parallelepipedo che ieri le scimmie antropomorfe e domani i cosmonauti si ritrovano sempre tra i piedi. E che turba gli spettatori.
Vedere a Roma il film di Kubrick diventa anche un’impresa temeraria. Porta a concludere che pochi hanno idee precise sullo spazio e sul tempo, soprattutto i gestori di cinema. Nel nostro cinema c’è più gente di quanto il suo spazio non consenta e gli intervalli di tempo tra uno spettacolo e l’altro sono incolmabili ma non perciò meno irritanti. Nessuno sembra curarsene. In più, una certa delusione serpeggia tra il pubblico domenicale. Chiamati a una festa di fantascienza, forse con punte di spionaggio spaziale ed erotico, si trovano davanti ad un film che dispiega una certa ironia swiftiana sulle sorti umane e progressive in relazione alla conquista dello Spazio. A una componente poetica, che ricorda Poe, per esempio Gordon Pym nel suo interminabile viaggio verso il mostruoso Nulla, si aggiunge quella tecnologica della Nasa, stazioni, veicoli, organizzazioni spaziali, il tutto già largamente ipotizzato anche dai fabbricanti di giocattoli, ma mai visto come ora nella loro solenne, precisa inutilità.
Le conclusioni di Kubrick sono scoraggianti, tanto vale dire reazionarie. Non vi aspettate molto dallo Spazio, è praticamente vuoto. Le possibilità turistiche sembrano limitate. Se immaginate la Terra come un punto e mettete la Luna a un centimetro, il Sole sarà a cinque metri e, per appendere la prima stella del vostro presepio, l’Alpha Centauri, dovete andare a duemila chilometri da qui. Ecco le proporzioni. Quanto al resto, meglio non parlarne. La natura va per conto suo, l’Universo è insensibile al pensiero umano, non conosce l’Uomo, né la vita e il suo scopo. L’eterno e l’infinito non possono avere altri scopi che quelli che li definiscono. La prima conclusione di Kubrick è dunque che il mistero dell’Universo non verrà mai risolto. Chi ha messo su quest’imbroglio, nel quale siamo sì orgogliosamente immischiati, non lo sapremo mai. Si può, attraverso equazioni e congetture, stabilire come funziona l’imbroglio (o come dovrebbe funzionare) ma non chi l’ha fatto e perché. L’uomo si ritroverà sempre di fronte un ostacolo (nella fattispecie un parallelepipedo ben temperato) inspiegabile. Tanto vale allora affidarsi all’idea di un ente dai fini imperscrutabili e dalle vie infinite. Einstein diceva appunto che la malattia professionale dello scienziato è la fede, come quella del minatore è la silicosi.
Nella evoluzione del pensiero scientifico un fatto è chiaro, che non c’è mistero del mondo fisico il quale non conduca a un mistero che è al di là di noi stessi. Tutte le strade dell’intelligenza, tutte le scorciatoie delle teorie e delle ipotesi portano fatalmente ad un abisso, o ad un ostacolo (il parallelepipedo di Clarke & Kubrick) che la natura umana non può superare. Perché l’uomo è incatenato dalle condizioni stesse del suo essere, dal suo inserimento nella natura. Più allarga i suoi orizzonti, più riconosce, come ha detto Niels Bohr, che «noi siamo al tempo stesso attori e spettatori nel dramma dell’esistenza».
È utile, allora, andare nello Spazio, beninteso in quello ridicolmente prossimo alla Terra? Secondo Kubrick, i viaggi spaziali diventeranno ben presto noiosi come le transvolate atlantiche, che i passeggeri ingannano dormendo. E per quanto sia arduo immaginare di peggio, il cibo sarà ancora più scadente di quello servito sui jet. Elaborato chimicamente, si succhierà da cannucce. Gli oggetti lasciati liberi flotteranno nella cabina del Pan Am, fornita, ahimè, di un televisore a testa. Prima di usare il gabinetto, il passeggero dovrà leggersi un manifesto di norme, e attenervisi, per non trovarsi poi circondato dalle sue proprie feci. Le hostess saranno molto belle e destinate come sempre ai piloti. La Hilton e la Howard Johnson, le due più importanti catene di alberghi e di ristoranti degli Stati Uniti, avranno i loro appalti nelle stazioni spaziali tra la Terra e la Luna. I russi coesisteranno di buon grado. L’uomo infine resterà quello di sempre. Invischiato dalla burocrazia, dai pregiudizi nazionalistici, dall’abitudine. Questa, lo porterà a considerare routine ogni impresa straordinaria. Ulisse insomma si annoierà «viaggiando». Una volta sulla Luna telefonerà a casa, grazie alla Bell System Co., e a rispondergli non sarà nemmeno Penelope, in giro per lo shopping, ma la figlioletta smancerosa e già vittima dei vezzi televisivi. I suoi genitori saranno ancora più ovvi. Gli diranno che sono fieri di lui (in viaggio verso Giove) e gli canteranno Happy birthday to you, la stessa scema canzoncina che non potrete evitare quattro o cinque volte durante lo stesso pasto in ogni ristorante di New York e dintorni.
Così un rapporto straordinario, il rapporto di un uomo nello Spazio con i suoi congiunti, che si immagina dantesco, sarà regolato dalle più melense convenzioni. Niente sgomenti o clamorose intuizioni, niente perdite o acquisti di coscienza, ma solo salamelecchi. Quando Gagarin fu per la prima volta messo in orbita e i poeti, anche nostrani, si produssero in inni alla Vincenzo Monti, successe almeno che egli espresse la sua devozione al partito comunista sovietico, di cui si dichiarava inviato e funzionario. Avemmo allora il sospetto che l’Infinito, così ben cantato dal Leopardi, si sarebbe schiuso soltanto ai funzionari di partito. Kubrick ipotizza invece che lo Spazio sia riservato a una categoria di tecnici, lo space-set, una congregazione chiusa e, come il jet-set, governata da leggi un po’ snobistiche e da nessuno scopo, eccetto quello di «esserci».
L’ironia di Kubrick resta sempre fredda, il suo umorismo sereno, forse perciò più toccante. Si limita a prospettare l’eccezionale come raggiunto e quindi divenuto usuale, quotidiano, fine a se stesso. Per il cosmonauta si aprono abissi di noia e di solitudine totale. Per ingannare il tempo, farà del footing nel vascello spaziale o prenderà bagni di sole con lampade di quarzo. Forse leggerà qualche romanzo poliziesco che, come dice Edmund Wilson, è una via di mezzo tra il vizio del fumo e le parole in croce, senza complicazioni letterarie e filosofiche. Infine l’uomo dovrà ben mettersi in testa che l’unico suono che gli terrà compagnia nei suoi viaggi spaziali è l’ansito del suo proprio respiro. O, se lo sciagurato li preferisce, i programmi della filodiffusione. Niente cascatelle d’acqua o cinguettio d’uccelli, o il grido dell’ombrellaro o del venditore di scope. Niente treni nella notte, o la serranda del garage del vicino, o lo zampettio del cane nell’appartamento di sopra. Niente gatti in amore o ubriachi che tornano a casa o il risonante mar lungo la riva. Solo il proprio respiro, che lo avvertirà di essere ancora in vita. I pesci rossi nelle loro vaschette devono sentirsi altrettanto fieri di essere riusciti a conquistare la Terra.

Sistemato l’uomo, Kubrick e Clarke passano alla cibernetica. I calcolatori del futuro prossimo saranno perfetti. Ma siccome per l’uomo la perfezione non può essere che umana (tant’è vero che ha fatto Dio a sua somiglianza e il massimo elogio che può fare ad un animale è di trovare che gli manca la parola) quei calcolatori acquisteranno, per la loro eccessiva informazione, un comportamento antropomorfico, saranno cioè portati a prevaricare sull’uomo che li ha costruiti e vuole usarli. Frankenstein e compagni la sanno lunga su questo inconveniente. Il merito di Kubrick è di darne una versione tecnologica. È l’apologo di Berkeley, se vogliamo dargli un nome. Durante la rivolta nell’università di Berkeley, gli studenti agitavano infatti come segno di protesta i cartellini dei calcolatori Ibm. Che cosa sarà dell’uomo se seguiterà a perfezionare i suoi calcolatori? Riuscirà poi a liberarsene? Affidata ad un calcolatore, la costruzione della Torre di Babele sarebbe riuscita? Ecco ciò che Kubrick mette in dubbio. Il calcolatore ingannerà, non perché costruito male, ma per effetto della sua stessa perfezione «umana». Gli insuffleranno persino un coefficiente di emotività. E allora si crederà insostituibile, e sarà portato fatalmente all’inganno e alla rivolta. Questo nel film accade appunto nel 2001, durante il primo viaggio verso Giove. L’emotivo calcolatore Al 9000, che sa anche giocare a scacchi e far conversazione, si macchia di fellonia. Segnala un guasto immaginario, costringendo un cosmonauta ad uscire dalla nave spaziale per ripararlo e lasciandolo fuori; ne uccide altri tre che viaggiavano ibernati, per essere tenuti in stato di freschezza mentale e fisica e pronti per lo sbarco su quel pianeta. Dovrà però subire la vendetta dell’unico astronauta sopravvissuto. Forse questo è il punto più polemico e imbarazzante del film. Uccidiamo il calcolatore? E dove va a finire il gap tecnologico e la sfida americana? Bene, l’astronauta giustiziere diventa Ercole che uccide l’Idra e Sigfrido che si sbarazza del Drago: un eroe. Tanto più che sa di precludersi la via del ritorno. L’esecuzione del calcolatore è lenta, meccanica, eseguita con un comune cacciavite. E il calcolatore ha paura, si perde in promesse, in giuramenti di fedeltà. Con quel cacciavite, implacabilmente, come il beccaio che cerca nel collo del maiale la vena giugulare, il cosmonauta esclude dalla Bestia prima la memoria, poi la logica, la riduce a un balbettio infantile e grottesco. In un’epoca di film sadici e violenti, ecco la prima scena in cui sadismo e violenza riacquistano un senso, una giustificazione classica. L’uomo esclude dalla sua esistenza la Macchina. Dopodiché (in viaggio verso Giove e l’infinito) non gli resterà che accettare le leggi di uno spazio che egli pensava di dominare. E si ritroverà alle prese col parallelepipedo.
La verità sulle macchine è forse un’altra. L’errore è di credere che la macchina dominerà l’uomo con la sua indispensabile capacità di intelligenza. Le macchine un giorno vinceranno (a Roma hanno già vinto, e una guerra contro le macchine mi lascerebbe scettico come una guerra contro le mosche) vinceranno, dicevo, per la semplice forza del numero, per la loro proliferazione incessante, che l’uomo non può arrestare, perché sembra ormai evidente che il suo scopo principale è fare macchine.

Resta ora a Kubrick il compito di spiegarci il comportamento dell’uomo nello spazio-tempo, cioè nella sua deriva verso l’infinito. Secondo Minkowski, sappiamo che «lo spazio e il tempo concepiti separatamente sono diventati ombre vane, e solo una combinazione dei due esprime una realtà». Per Kubrick questa realtà non può essere che una manifestazione allucinogena, qualcosa che ricordi i «viaggi» Lsd, confortata dunque da una tavolozza psichedelica. Se è vero, i pittori hanno previsto tutto. Per una decina di minuti quest’orgia cromatica ci avvince, e potrebbe durare indefinitamente. Ma purtroppo sembra che lo spazio sia curvo e qui il tempo torna sui propri passi. Se la teoria dello spazio curvo è giusta, noi (a patto di possedere una vista ottima; anzi, di essere molto presbiti) potremmo teoricamente vederci la nuca. Il cosmonauta di Kubrick si vede invece invecchiare e morire, per poi rinascere in embrione e ricominciare daccapo. È, se vogliamo, una proposta di lieto fine, con una complicata ipotesi di immortalità. Per il principio di Einstein, dell’equivalenza della massa e dell’energia, è possibile infatti immaginare le radiazioni diffuse dello spazio che si congelano, una volta ancora, in particelle di materia, che potrebbero combinarsi per formare daccapo larghe unità, le quali a loro volta potrebbero riunirsi per la loro propria influenza gravitazionale in nebulose, in stelle e finalmente in sistemi galattici e ridare il via al «grande ritorno», con la vita che riappare su miliardi di pianeti, eccetera. Occorre soltanto molta pazienza. Dare tempo al tempo. E sapere prima di tutto con una certa chiarezza che cos’è il tempo. Come dice J. R. Wilcock nella sua aurea raccolta di versi Luoghi comuni che stavo proprio rileggendo in questi giorni: «… La nostra idea del tempo è ineffabile / e quella che viene proposta è quasi sempre puerile, / sia il tempo statico che quello misurabile, / quello che scorre all’inverso o il semplice tempo civile; / nessuna di queste ipotesi riesce abbastanza universale / se si pensa, per esempio, a un morto o a un animale».

Da L’Europeo, 2 gennaio 1969

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