SU TONG – MOGLI E CONCUBINE

2017-12-29T19:20:13+00:00December 27th, 2017|Categories: LITERATURE|Tags: , |
  • Raise the Red Lantern (1991)

Per sfuggire alla povertà la giovane Songlian accetta di diventare quarta sposa e concubina del ricco Chen Zuoqian.
Siamo nella Cina prerivoluzionaria, in un medioevo che stenta a morire e fra le regole che governano la casa di Chen vi è quella che dà al marito il diritto di scegliere la donna con cui passerà la notte: la tradizione vuole che egli faccia accendere due lanterne rosse davanti alla residenza della prescelta. La bella Songlian non accetta passivamente la logica feroce della sua nuova condizione. L’inevitabile competizione con le altre mogli e il cerchio di solitudine in cui finisce per muoversi, trasformano il suo coraggio e la sua protesta in armi spuntate, in una ineluttabile spirale di follia.
Su Tong domina materia narrativa e scrittura con un senso implacabile della misura e consegna ala lettore una figura di donna maestosamente incisa dentro il silenzio della Storia, eroina e vittima sacrificale.
Da Mogli e concubine, il regista Zhang Yimou ha tratto il film Lanterne Rosse, che ha segnato il definitivo ingresso della cinematografia cinese in Occidente e ha rivelato il talento dell’attrice Gong Li.

Su Tong (Suzhou 1963) ha pubblicato poesie e racconti nelle più importanti riviste letterarie cinesi. Laureatosi all’università di Pechino, ha lavorato come assistente all’istituto artistico di Nanchino.
È attualmente direttore della rivista “Zhomgshan”. Mogli e concubine fa parte della trilogia (la trilogia delle donne) che prosegue con i romanzi Cipria e La casa dell’oppio, entrambi pubblicati da Theoria (1993,1995)

* * *

La mia autobiografia
(per l’edizione italiana di Mogli e concubine)

Sono nato il 25 ottobre del 1963 in una famiglia di Suzhou. Era la notte di un anno bisestile. Mia madre si stava preparando ad andare in fabbrica per il turno di notte, e mi partorì in fretta e furia in una tinozza di legno. Questo, ovviamente, lei me lo raccontò in seguito.
L’infanzia l’ho trascorsa in una vecchia strada nella zona nord di Suzhou. I miei ricordi di quel periodo sono estremamente vividi e commoventi. Molti miei racconti traggono spunto da quella fase della mia vita, e, come hanno osservato vari critici, contengono «una visuale», «una memoria» tipiche dell’infanzia. A conferma che si tratta di opere puerili e superficiali, cosa di cui mi vergogno.
Sono stato ubbidiente fin da piccolo: a scuola, ubbidivo agli insegnanti; a casa, ubbidivo ai genitori. Tra i coetanei, ubbidivo al capo banda. Un anno mi ammalai gravemente di nefrite, i medici mi proibirono di mangiare salato, io ubbidii e per circa sei mesi non toccai nemmeno un granello di sale. Anche oggi sono molto ubbidiente: ubbidisco ai dirigenti, ai miei genitori, a mia moglie, e persino agli amici. Un amico mi ha proposto di comprare un forno a micro-onde e io l’ho comprato, per poi rendermi conto che non ne avevo alcun bisogno. Mia moglie mi ha detto: «Visto che non ci serve, vendilo a qualcun altro, anche a un prezzo più basso». E io l’ho venduto a un altro a un prezzo più basso.
Non ho mai avuto un carattere ribelle né una forte natura virile, e anche di questo mi vergogno un po’.
L’unica cosa in cui credo fermamente è la letteratura. Mi ha aiutato a districarmi da sofferenze e affanni difficili da raccontare. Il mio amore per la letteratura si compone anche di un sentimento di profonda riconoscenza. Sono grato che al mondo esista un’attività come questa, che mi dà da vivere e conferisce pienezza alla mia esistenza.
La mia era una famiglia povera, non sono mai passato attraverso l’esercizio della formazione o il nutrimento dell’arte. Ho due sorelle e un fratello, tutti più grandi di me. La minore delle mie sorelle era un’appassionata di letteratura e spesso portava a casa opere celebri che le prestavano. Il prestito durava poco, da tre a cinque giorni, e una volta che lei li aveva letti, i libri li passava a me. Mi è capitato di finire la lettura di Resurrezione o di Il rosso e il nero in un pomeriggio. In testa mi rimaneva una gran confusione e non riuscivo nemmeno a ricordare bene di cosa parlasse l’opera. Eppure, questo ridicolo modo di leggere, che non va alla ricerca della comprensione perfetta, l’ho conservato fino a oggi. Probabilmente è per via di questi libri che mi hanno tenuto lontano dalle cattive abitudini della vita di strada che facevo da piccolo e mi hanno fatto restare tranquillamente seduto in casa che ho sviluppato un certo spirito immaginativo.
Ho cominciato a scrivere quando facevo il liceo, e cercavo anche di pubblicare, ma naturalmente mie opere venivano respinte. Scrivevo anche poesie le prime le scrissi su un taccuino foderato di plastica che conservo ancora. Da allora non l’ho più aperto, ma lo custodisco gelosamente.
Nel 1980 superai l’esame di ammissione alla facoltà di magistero di Pechino, e un giorno dei primi di settembre presi un treno che andava a nord e lasciai l’antica e umida Suzhou. Dopo aver percorso per venti ore un tragitto sconosciuto, uscii dalla stazione di Pechino. Ricordo la luminosità di quel pomeriggio, il fiume di gente che attraversava la piazza e il cartello azzurro cielo che segnava la fermata dell’autobus numero io. Ricordo il mio stato d’animo, spensierato eppure insondabile.
I quattro anni di studio passati a Pechino, rappresentarono per me il vero inizio. Respirai una boccata di libertà, mi ritrovai assalito e conquistato dalla cultura ed entrai in contatto con la vastità del mondo. Ripenso con nostalgia alla vita di allora, a quando dopo la seconda ora uscivo dai cancelli dell’università con la sacca di libri sulle spalle, prendevo il 22 fino a Xisi e mangiavo una tazza di ottimi spaghetti freddi coreani a poco prezzo al ristorante Yanji. Da li, passando per il parco Beihai, andavo alla Galleria nazionale di arte moderna a vedere la mostra che capitava. Poi andavo a spasso a Wangfujin, quindi prendevo un altro autobus per Qianmen, dove, in un piccolo cinema, assistevo alla proiezione di una copia molto vecchia di un film giapponese, Il fiume di fango.
In quel periodo scrissi una gran quantità di poesie e di opere narrative, e cercai in tutti i modi di farle pubblicare. Alla fine ci riuscii. Nel 1983 alcune riviste, “Qingqun” (“Gioventù”), “Qingnian zuojia” (“Giovani scrittori”), “Feitian” (“Apsara volante”) e “Xingxing” (“Le stelle”) pubblicarono per la prima volta i miei lavori.
Detestavo che i manoscritti mi tornassero indietro, e temevo che i miei compagni lo venissero a sapere. Per questo motivo, facevo indirizzare la mia corrispondenza presso una compagna di studi di Pechino. Lei mi capiva, e con i suoi modi mi ha sempre incoraggiato e sostenuto. Le sono ancora oggi riconoscente.
Quando mi sono laureato, ho scelto di andare a lavorare a Nanchino. Al tempo, la decisione di andare in una città che non conoscevo fu del tutto casuale, ma i fatti hanno dimostrato che si trattò di una scelta giusta. Non so perché, ma il mio luogo di residenza mi piace.
Per sei mesi ho lavorato nell’Istituto artistico di Nanchino come assistente, ma lo facevo a tirar via e seguendo troppo i miei comodi, così, fatto per nulla strano, i superiori hanno cominciato a guardarmi con disprezzo e a trattarmi con parzialità. Ma, come si dice, non tutto il male viene per nuocere. Infatti in seguito, raccomandato da amici, ho ottenuto un lavoro che amo: redattore della rivista letteraria “Zhongshan” (“Il monte Zhong”). A questo punto la mia vita ha iniziato a stabilizzarsi.
Nel 1987 mi sono felicemente sposato. Mia moglie è una mia vecchia compagna delle medie. In passato, spesso si esibiva sul palcoscenico ballando danze tibetane, o danze tipo quella per celebrare l’offerta di grano all’esercito. I suoi movimenti erano molto belli. Le ho detto che è da allora che sono innamorato di lei, ma non mi crede. Nel febbraio 1989, mia figlia Tianmi è venuta solenne mente al mondo. L’amore che provo per lei è così profondo che io stesso me ne vergogno, a essere realisti non sarò certo io l’unico al mondo ad una bella figlia, no? Comunque, ora metà della mia vita è presa da loro – mia moglie e mia figlia – come è giusto che sia, e senza che questo mi sia costato delle rinunce.
Come si vede, è una vita ordinaria.
La mia umile dimora di Nanchino è in un piccolo edificio, vecchio e cadente. Leggo, scrivo, ricevo ospiti, gioco a mahjong con gli amici, non nutro grandi ambizioni, non ho desideri smodati, non ho avventure amorose. Conduco una vita regolata da principi immutabili; a uno stato d’animo pacato corrisponde un’esistenza tranquilla, e anche i miei lavori letterari si sono stabilizzati.
C’è altro? No, non c’è altro da dire.

Su Tong

Nanchino, marzo 1992

* * *

MOGLI E CONCUBINE

Songlian, la quarta signora, aveva diciannove anni quando arrivo in casa Chen. Il palanchino che ve la condusse, sollevato da quattro portatori, entro nel giardino verso sera passando per la porta posteriore del lato occidentale della dimora. Le domestiche, intente a lavare matasse di lana vecchia accanto al pozzo, videro il palanchino sbucare silenziosamente dalla porta rotonda a forma di luna e scenderne una studentessa con indosso una camicia bianca e una gonna nera. Sulle prime pensarono fosse la figlia maggiore del padrone, che tornava da Pechino dove studiava, ma quando le andarono incontro si accorsero che si trattava di un’altra ragazza, dal volto coperto di polvere e l’espressione esausta. Quell’anno Songlian portava i capelli corti, tagliati all’altezza delle orecchie e fermati da una fascia di seta azzurra. Il suo viso era rotondo, senza traccia di trucco, ma un po’ pallido. Songlian usci dal palanchino e ritta in mezzo al prato si guardò attorno smarrita. Ai suoi piedi era poggiata una valigia di bambù. Illuminata dai raggi del sole autunnale, la sua figura appariva fragile e sottile, rigida come una figurina di carta. Sollevò il braccio per asciugarsi il sudore dal viso, e le domestiche notarono che non aveva usato il fazzoletto ma la manica della camicia. Un particolare che le colpì molto.
Songlian si avvicinò al pozzo e disse a Yan’er, che stava lavando la lana: – Fammi sciacquare il viso, sono tre giorni che non mi lavo -. Yan’er tirò su un secchio d’acqua e la osservò mentre vi immergeva la faccia. Il corpo piegato di Songlian vi brava come un tamburo quando viene percosso. Yan’er le chiese: – Vuoi del sapone? -ma lei non rispose. – È troppo fredda l’acqua? – chiese ancora Yan’er, ma lei non rispose nemmeno questa volta. Yan’er fece l’occhiolino alle altre domestiche vicine al pozzo e rise coprendosi la bocca. Pensarono che la nuova venuta fosse una parente povera della famiglia Chen: erano capaci di indovinare l’estrazione sociale di quasi tutti gli ospiti della casa. Probabilmente fu allora che Songlian si voltò di scatto: pulito, il suo viso emanava una freddezza ancora maggiore. Lentamente aggrottò le sopracciglia nere e sottili, lanciò a Yan’er uno sguardo di traverso e disse: Perché invece di ridere come una scema non butti via l’acqua? -. Continuando a ridere Yan’er le rispose: – E tu chi sei, che fai tanto la dura? -. Songlian l’allontanò da sé con una leggera spinta, sollevò la sua valigia di bambù e si allontanò dal pozzo. Fatti pochi passi si girò e disse: – Chi sono? Prima o poi lo verrete a sapere.

Il giorno dopo tutta la gente di casa Chen venne a sapere che Chen Zuoqian, il padrone, aveva preso Songlian come quarta moglie. Songlian risiedeva nell’ala del palazzo situata a sud del giardino posteriore, vicino all’abitazione di Meishan, la terza moglie. Chen Zuoqian mise alle sue dipendenze come cameriera Yan’er, precedentemente addetta alle stanze riservate ai domestici.

Il giorno dopo, quando Yan’er andò a presentarsi a Songlian, era intimorita e la chiamò ad alta voce: – Quarta signora! – tenendo il capo chino. Ma Songlian si era già dimenticata dello scontro avuto con lei, o forse non si ricordava proprio chi fosse. Quel giorno portava un qipao1 di seta bianca e pantofole ricamate. Una notte di riposo aveva ridato al suo viso il colorito abituale e il suo aspetto appariva molto più affabile. Tirò Yan’er a sé e, dopo averla esaminata dalla testa ai piedi, disse a Chen Zuoqian, che stava al suo fianco: – Non è male di aspetto . Quindi, rivolta alla domestica ordinò: – Abbassati, voglio guardarti i capelli -. Seduta sui talloni, Yan’er sentiva le dita di Songlian muoversi tra i capelli alla minuziosa ricerca di qualcosa; quindi la senti dire: – Pidocchi non ne hai. I pidocchi sono la cosa che mi fa più orrore -. Yan’er si morse le labbra e non disse niente, aveva l’impressione che le dita di Songlian le stessero tagliando la pelle del cranio come gelide punte di coltelli e ne provò dolore. – Cos’è quest’odore che mandano i tuoi capelli? Puzzano, vatteli subito a lavare -. Yan’er si alzò in piedi, con le braccia abbandonate lungo i fianchi, ma non si mosse. Chen Zuoqian le lanciò un’occhiataccia: Non hai sentito quello che ha detto la signora? -. Yan’er rispose: – Mi sono lavata i capelli ieri -. Chen Zuoqian alzò la voce: – Non dire sciocchezze, se ti si dice di andare a lavarti i capelli, ci devi andare. Bada che le prendi.
Yan’er portò una bacinella d’acqua sotto il melo selvatico e si lavò i capelli. Sentiva di star subendo un’ingiustizia e la rabbia le pesava sul cuore come un pezzo di ferro. Il sole del pomeriggio illuminava due meli selvatici, un filo per stendere i panni era legato ai due tronchi, una lieve brezza scuoteva la camicia bianca e la gonna nera di Songlian. Yan’er si guardò attorno, il giardino era deserto e silenzioso. Si avvicinò al filo e sputò prima sulla camicia e poi sulla gonna.

Quell’anno Chen Zuoqian avrebbe compiuto cinquant’anni. La faccenda di prendere una concubina a quell’età era stata portata avanti più o meno segretamente. Yuru, la prima moglie, era rimasta all’oscuro di tutto fino al giorno prima dell’arrivo di Songlian. Quando Chen Zuoqian accompagnò Songlian a incontrarla, Yuru era intenta a recitare i sutra sgranando il rosario nella sala di famiglia riservata al culto di Buddha. – Questa è la prima moglie -disse Chen Zuoqian. Songlian stava avvicinandosi per salutarla quando all’improvviso il filo del rosario che Yuru teneva in mano si spezzo e i grani si sparsero a terra. Yuru spinse via la sedia di palissandro su cui sedeva e si chino a terra per raccoglierli, mormorando: – È peccato, è peccato -. Songlian voleva aiutarla, ma lei la spinse via con delicatezza. – È peccato, è peccato – continuò a dire senza mai levare lo sguardo su Songlian. Alla vista del grasso corpo di Yuru, prostrato sul pavimento umido e intento a raccogliere i grani del rosario, Songlian rise silenziosamente coprendosi la bocca con la mano. Poi guardò Chen Zuoqian, e lui disse: -Bene, andiamo-. Oltrepassando la soglia della stanza, Songlian tirò Chen Zuoqian per il braccio e commentò: -Ma quant’è vecchia! Avrà cento anni! -. Chen non rispose; Songlian continuò: – È buddhista? Come mai recita i sutra in casa? – Macché buddhista! Si annoia perché non ha niente da fare, è un’occupazione come un’altra.
Dalla seconda signora, Zhuoyun, Songlian ricevette una calorosa accoglienza. Per intrattenerla, Zhuoyun fece servire dalla domestica semi di cocomero, di girasole, di zucca e frutta candita di tutti i tipi. Una volta seduti, la prima frase di Zhuoyun riguardò i semi: – Qui i semi non sono buoni, io me li faccio venire da Suzhou -. Songlian rimase a lungo a mangiar semi da Zhuoyun, finché a un certo punto le venne un po’ a noia; a lei questo tipo di spuntini non piaceva, però non era cortese darlo a intendere. Lanciò uno sguardo furtivo a Chen Zuoqian per fargli capire che voleva andar via, ma lui l’ignorò, come se intendesse trattenersi più a lungo. Songlian ne dedusse che doveva avere un debole per Zhuoyun e allora non potè evitare di soffermare lo sguardo sul viso e sul corpo di lei.
Il viso di Zhuoyun aveva lineamenti delicati e morbidi, che nemmeno le rughe sottili e la pelle leggermente rilasciata riuscivano a nascondere. Il portamento testimoniava ancora di più la distinzione della fanciulla di buona famiglia. «Il tipo di donna che piace facilmente agli uomini e non dispiace nemmeno alle donne», pensò Songlian, e molto presto cominciò a chiamarla «sorella maggiore».
Degli appartamenti delle tre precedenti signore di casa Chen, quello di Meishan era il più vicino alla residenza di Songlian, però fu proprio lei l’ultima che Songlian incontrò. Aveva sentito parlare da tempo della straordinaria bellezza di Meishan e desiderava molto incontrarla, ma Chen Zuoqian non la volle accompagnare. -Ti sta così vicina, vacci da sola – aveva detto. – Ci sono andata aveva risposto Songlian -, ma la domestica mi ha detto che era malata e mi ha impedito di entrare -. Chen Zuoqian aveva sbuffato in segno di disapprovazione: -Appena qualcosa non le va, dice di essere malata – e aveva aggiunto: -Vorrebbe montarmi in testa. – E tu la lasci fare? – aveva chiesto Songlian. Chen Zuoqian aveva agitato la mano: -Figuriamoci! Una donna non monterà mai in testa a un uomo.
Passando davanti al padiglione settentrionale, Songlian notò che alla finestra di Meishan era appesa una tenda rosa ricamata con la tecnica dello sfilato, e senti provenire dalla stanza un profumo di erbe o di fiori. Si fermò davanti alla finestra e all’improvviso fu presa dall’irrefrenabile desiderio di spiarvi dentro. Trattenendo il respiro sollevò con delicatezza la tenda e questo gesto le procurò un tale spavento che poco mancò che l’anima la lasciasse: dietro la tenda Meishan la stava a sua volta guardando. I loro sguardi si incontrarono, il tempo di un istante, poi Songlian scappò via in preda al panico.
Quella sera, Chen Zuoqian si recò negli appartamenti di Songlian per passarvi la notte. Lei lo spogliò e stava per mettergli il pigiama, quando lui disse: – Non porto il pigiama, mi piace dormire nudo -. Songlian distolse lo sguardo e fece: – Come vuoi, però sarebbe meglio che lo mettessi, potresti prendere freddo -. Chen Zuoqian si mise a ridere: – Non è questo che ti preoccupa, hai paura di vedere il mio sedere nudo. – Non ho affatto paura – replicò lei, ma quando girò il viso le sue gote erano avvampate. Vedeva per la prima volta il corpo di Chen Zuoqian da vicino: era alto e magro come un fenicottero, il suo organo genitale era teso come un arco. Songlian provò un lieve senso di soffocamento: – Come mai sei così magro? chiese. Lui sali sul letto, si infilò sotto l’imbottita di seta e rispose: – Mi hanno consumato le altre.
Songlian si girò su un fianco per spegnere la luce, ma lui la fermò. Lascia acceso, voglio guardarti, se spegni non vedrò più nulla -. Lei gli accarezzò il viso e disse: – Come vuoi, d’altra parte io non ne so niente, faccio quello che dici tu.
Songlian ebbe l’impressione di sprofondare dall’alto verso una valle buia e profonda, dolore e vertigine si accompagnavano a una sensazione di rilassamento. Curiosamente, il viso di Meishan affiorava senza sosta alla sua mente, ma anche quell’incomparabile bellezza fini per essere inghiottita dalle tenebre. – È una donna davvero strana osservò Songlian. – Di chi parli? – Della terza signora, mi spiava da dietro la tenda -. La mano di Chen Zuoqian si spostò dal seno alle labbra di Songlian. – Non parlare, non parlare ora . In quel momento si udirono due colpi leggeri alla porta. I due trasalirono, Chen Zuoqian fece cenno di no con il capo a Songlian e spense la luce. Poco dopo si senti di nuovo bussare alla porta. Chen Zuoqian saltò su e pieno di rabbia gridò: – Chi è? . Fuori della porta si udì la voce timida di una ragazza: – La terza signora è ammalata, chiede al padrone di andare da lei. Bugie, niente altro che bugie -disse Chen Zuoqian -. Dille che sto dormendo-. La ragazza continuò: La signora è gravemente ammalata, bisogna che andiate. Dice che è in punto di morte -. Seduto sul letto Chen Zuoqian si fermò a riflettere. -Chissà che altro trucco si è inventata! -mormorò tra sé. Vedendolo in imbarazzo, Songlian lo spinse delicatamente: – Vai! Se morisse davvero, ti troveresti in una posizione difficile.
Quella notte Chen Zuoqian non tornò. Songlian tese l’orecchio per cogliere i movimenti che avvenivano nel padiglione settentrionale, ma sembrava non vi stesse accadendo niente. Si sentiva solo aleggiare in lontananza il canto triste e desolato di un pettirosso sul melograno. Oscillando tra la delusione e il dispiacere, Songlian non riuscì a prendere sonno.
La mattina dopo si alzò di buon’ora, e mentre si pettinava e truccava notò che sul viso si era prodotto un profondo cambiamento e che i suoi occhi erano cerchiati di nero. Songlian aveva ormai capito che tipo era Meishan, però quella mattina, quando vide Chen Zuoqian uscire dal padiglione settentrionale, gli andò incontro per informarsi sulle condizioni di salute della terza signora e sapere se era stato chiamato il medico. Chen Zuoqian scosse la testa imbarazzato, il suo viso tradiva la stanchezza e aveva poca voglia di parlare. Per tutta risposta le prese la mano e la strinse delicatamente tra le dita.

La ragione per cui Songlian, dopo aver fatto solo un anno di università, si era sposata con Chen Zuoqian era molto semplice: la fabbrica di tè gestita dal padre aveva fatto fallimento e lui non aveva più soldi per mantenerla agli studi, così dovette interromperli. Il terzo giorno che era tornata a casa, senti urla e strepiti provenire dalla cucina. Vi si precipitò e vide il padre inclinato sul bordo della vasca piena di acqua arrossata dal sangue e ricoperta di bolle. Si era tagliato le vene e aveva serenamente intrapreso il cammino per le Sorgenti gialle. Songlian ricordava il senso di disperazione che aveva provato in quel momento; quando rimosse il corpo gelido del padre, si accorse che il suo era ancora più freddo. Di fronte a quella catastrofe non versò una lacrima. Per vari giorni nessuno usò la vasca, tranne lei, che continuò a lavarvisi i capelli. Songlian non aveva le paure e gli irragionevoli eccessi di timidezza delle altre ragazze. Era molto pratica. Morto il padre doveva mantenersi da sola. Mentre si lavava e si pettinava i capelli accanto alla vasca, immaginava a sangue freddo la sua vita futura. Per questo, quando la matrigna,mettendo le carte in tavola, le chiese se preferiva andare a lavorare o sposarsi, lei rispose con indifferenza: – Sposarmi, naturalmente. – Vuoi sposarti con uno qualunque o con uno ricco? – le chiese ancora la matrigna. Con uno ricco naturalmente, c’è bisogno di chiederlo? – rispose. – Son due cose diverse – disse la matrigna -: se sposi un ricco, sarai una minore. -Che vuol dire «una minore»? -chiese Songlian. La matrigna ci pensò un attimo, poi disse: – Vuol dire che sarai una concubina, una posizione di inferiorità. – Forse che una come me pensa alla posizione? Comunque mi rimetto a te per essere venduta; se l’affetto di mio padre conta ancora qualcosa per te, vendimi a un buon padrone!
La prima volta che Chen Zuoqian era andato a casa di Songlian per vederla, lei era rimasta chiusa nella sua stanza e non si era mostrata. Da dietro la porta gli aveva lanciato una frase: – Vediamoci allo Xicanshe2 -. Dopotutto è una studentessa», pensava Chen Zuoqian; «è ovvio che si comporti diversamente dall’ordinario». Si recò allo Xicanshe, prenotò un tavolo per due e l’attese. Era un giorno di pioggia e Chen Zuoqian osservava dalla finestra del ristorante le strade battute dall’acquerugiola. Provava una sensazione mista, di curiosità e di dolcezza allo stesso tempo, che non aveva provato mai in occasione dei tre precedenti matrimoni. Songlian arrivò a passo lento, proteggendosi con un ombrello di seta a fiorellini, e Chen Zuoqian nel vederla si illuminò in un sorriso. Era bella e fresca come lui se l’aspettava, e così giovane. Ricordava che, dopo essersi seduta di fronte a lui, aveva tirato fuori dalla borsa una manciata di candeline. A voce bassa gli aveva chiesto di ordinarle un dolce. Chen Zuoqian aveva fatto portare il dolce dal cameriere e poi l’aveva osservata mentre vi infilava le candeline una alla volta. Ce ne aveva messe diciannove, ne era avanzata una che aveva riposto nella borsa. – Che significa? aveva chiesto Chen Zuoqian -. Oggi è il tuo compleanno? -. Songlian si era limitata a sorridere, aveva acceso le candeline ed era rimasta a guardare le fiammelle. La luce che emanavano aveva trasformato il suo viso in una fine incisione. -Guarda come sono belle queste fiammelle – aveva detto. Si, sono belle – aveva risposto lui. Come aveva finito di parlare, Songlian le aveva spente con un lungo soffio. Chen Zuoqian l’aveva sentita dire: – Celebriamo il mio compleanno prima del tempo! Oggi compio diciannove anni.
Chen Zuoqian aveva avvertito come un sapore nascosto nelle parole di Songlian. La scena delle candeline gli era tornata spesso alla memoria, lasciandogli la sensazione che in lei ci fosse una forza misteriosa, ma affascinante. Uomo di grande esperienza in campo sessuale, quello che di lei amava di più erano il calore e l’ingegno che dimostrava a letto. Quasi che fin dal primo incontro avesse intuito in lei tutte le potenzialità che gli avrebbero potuto portare il piacere e che in seguito si sarebbero puntualmente confermate. Quello che restava diffìcile da capire, era se Songlian fosse spontanea o fingesse per compiacerlo. Comunque, Chen Zuoqian era molto soddisfatto e la sua passione per lei era visibile a tutti in casa Chen, inferiori e superiori.

In un angolo del giardino posteriore, c’era una pergola di glicine che si copriva di fiori violetti dall’estate all’autunno. Dalla sua finestra, Songlian vedeva quei fiori viola, simili a batuffoli di ovatta, oscillare nella brezza autunnale e farsi giorno dopo giorno più delicati. Notò che sotto il glicine c’era un pozzo e, accanto a questo, un tavolo e degli sgabelli di pietra. Le sembrava un posto molto gradevole per fermarsi a chiacchierare, però non vi andava mai nessuno, al punto che i sentieri lastricati che conducevano là erano ricoperti di erbacce. Le farfalle lo attraversavano in volo e le cicale cantavano sui rami del glicine. Songlian pensò che un anno prima, in quel periodo, studiava seduta sotto al glicine dell’università. Sembrava tutto un sogno. Senza fretta si diresse verso quell’angolo, sollevandosi la gonna per evitare erbacce e insetti e facendosi lentamente varco tra i rami. Giunta sul posto, vide che il tavolo e gli sgabelli erano ricoperti da uno strato di polvere; poi si avvicinò al pozzo, che aveva le pareti e la pedana completamente ricoperte di muschio, e vi si affacciò. L’acqua era nera con riflessi blu, in superficie fluttuavano delle foglie morte. Songlian vide sull’acqua il riflesso ondeggiante del suo viso e sentì il rumore sordo e debole del respiro amplificato dal pozzo. Una folata di vento le gonfiò le vesti, facendola assomigliare a un uccello in volo. In quell’attimo provò un gelo penetrante, come se fosse stata colpita da una pietra. Cominciò a indietreggiare e il suo passo si fece via via più veloce, finché, arrivata sotto la veranda del padiglione meridionale, mandò un sospiro di sollievo. Girandosi di nuovo verso la pergola di glicine, vide cadere improvvisamente a terra due o tre grappoli di fiori. Anche questo le sembrò molto strano.
Seduta in camera sua, Zhuoyun aspettava Songlian. Si accorse subito che aveva un brutto colorito e, alzatasi in piedi, la sorresse per la vita e le chiese: – Che hai? – Che ho? – rispose Songlian -. Ho fatto due passi fuori. -Hai un brutto colorito. – Ho le mestruazioni rispose sorridendo Songlian.
Anche Zhuoyun sorrise: – Mi chiedevo come mai il signore fosse venuto a passare la notte da me -. Scartò un pacchetto e ne estrasse un taglio di seta.
– È vera seta di Suzhou – disse -, te la regalo per fartene un vestito . Songlian respinse la mano di Zhuoyun: – così non va, come posso accettare un tuo regalo, quando sarei io a doverlo fare a te? -. Zhuoyun replicò azzittendola: – Che storie sono queste? Per me è stato un vero piacere conoscerti, così mi è venuto in mente che avevo questo pezzo di seta. Si fosse trattato della vicina, non glielo avrei dato nemmeno a pagamento. Sono fatta così -. Songlian accettò la stoffa e, posatala sulle ginocchia, prese a lisciarla con le mani. La terza signora è un po’ strana – disse -, però è davvero bella.
– Macché bella – replicò Zhuoyun -, avrà almeno due etti di cipria sul viso! -. Songlian rise di nuovo e cambiò discorso: – Poco fa mi sono trattenuta un po’ sotto la pergola di glicine, mi piace molto quel posto. – Sei stata al pozzo dei morti? – strillò Zhuoyun -. Non andarci! Porta male! -. Spaventata, Songlian chiese: Perché pozzo dei morti?
– Ora capisco perché quando sei entrata avevi quel brutto colorito. In quel pozzo sono morte tre persone -. Songlian si alzò e, appoggiandosi alla finestra, guardò il glicine: – Chi erano? Donne della famiglia delle passate generazioni -. Songlian voleva saperne di più, ma Zhuoyun non fu in grado di dirle altro, quello era tutto ciò che
sapeva. – È un argomento tabù in casa Chen, tengono tutti la bocca chiusa -. Per un po’ Songlian rimase come inebetita, poi disse: – Se queste cose non si devono sapere, meglio non saperle.
I figli di Chen Zuoqian, maschi e femmine, vivevano negli appartamenti del cortile centrale. Un giorno, Songlian vi aveva visto le sorelle Yirong e Yiyun che, innocenti e allegre, cercavano vermi vicino al fossato. Dalla prima occhiata, capì che erano dello stesso sangue e della stessa carne di Zhuoyun. Rimase a ossevarle da lontano cercando di non farsi notare; le due sorelle si accorsero della sua presenza, ma continuarono a raccogliere i vermi in un piccolo tubo di bambù come se niente fosse. Songlian chiese: – Perché raccogliete questi vermi? – Per pescare – rispose Yirong. Yiyun invece le lanciò un’occhiata sprezzante e sgarbatamente le disse: – Non sono fatti tuoi -. Songlian ne rimase infastidita e si allontanò, ma fatti pochi passi le udì sussurrare: – Anche lei è una moglie di secon-d’ordine, come la mamma -. Songlian rimase sbalordita e, giratasi, lanciò verso di loro uno sguardo pieno di rabbia. Yirong sogghignava; quanto a Yiyun, niente affatto imbarazzata, le fece una boccaccia e mormorò qualcosa. «Ma che modi sono questi! così piccole e già capaci di dire cattiverie. Solo il cielo sa come Zhuoyun educa le figlie», pensò Songlian.
Quando ebbe occasione di incontrare di nuovo Zhuoyun, non riusci a trattenersi dal riportarle le parole di Yiyun. – Quella ragazzina non sa tenere a freno la lingua, come rientro a casa gliela torco -. Dopo essersi scusata, Zhuoyun aggiunse: – A esser giusti, le mie figlie non creano grandi problemi. Non hai conosciuto il figlio della vicina, morde la gente come fosse un cane e gli sputa addosso. Non ti ha ancora morso? -. Songlian scosse la testa. Pensò a Feilan, il figlio della vicina, che sotto la veranda la guardava sbocconcellando un pezzo di pane, i suoi capelli erano lucidi e portava piccole scarpe di pelle. A tratti Songlian aveva scorto sul viso di Feilan delle espressioni di Chen Zuoqian. Sentiva di poterlo accettare nel suo cuore, forse perché lei stessa desiderava dare un altro figlio a Chen Zuoqian. «Un maschio è meglio di una femmina», pensava Songlian; «poco importa se morde la gente».
Gli unici che Songlian ancora non aveva conosciuto erano i figli di Yuru. Quella che appariva evidente era la loro posizione all’interno della famiglia. Songlian aveva sentito spesso parlare di loro. Feipu era sempre fuori a riscuotere gli affitti, e si occupava anche di affari immobiliari, mentre la sorella, Yihui, studiava all’università femminile di Pechino. Senza seconde intenzioni, Songlian chiese a Yan’er notizie di Feipu. – Il padroncino è una persona capace. Che capacità ha? chiese Songlian. – Fatto sta che è capace – rispose Yan’er -, la famiglia Chen si regge su di lui oggi. E la padroncina com’è? – chiese di nuovo Songlian. La nostra signorina è bella e dolce, sposerà una persona di alto rango -. Songlian dentro di sé rise di Yan’er; ma il tono che aveva usato nel dare giudizi l’aveva irritata, e, per sfogare la sua rabbia, se la prese col gatto persiano che le si era infilato tra le gonne e che scacciò con un calcio imprecando: Bestiaccia, che vieni a dar fastidio qui?
Songlian provava un’avversione crescente per Yan’er. Quello che le dava più fastidio, era che appena aveva un momento libero correva da Meishan, e che ogni volta che prendeva i suoi vestiti per lavarli faceva una faccia scontenta. Una volta Songlian l’aveva anche ripresa: -Perché fai quella faccia? Se non ti va di stare con me, puoi tornare a occuparti delle stanze della servitù, o puoi andare dalla vicina -. Yan’er per difendersi le aveva detto: – Ma no, non mi permetterei mai di fare il muso; come potrei, io che sono nata senza faccia? -. Songlian aveva afferrato un pettine e glielo aveva lanciato addosso. Yan’er non aveva più fiatato. Songlian immaginava che fuori di li Yan’er non perdesse occasione per parlar male di lei, però non poteva essere troppo severa. Una volta aveva visto che Chen Zuoqian, entrando nella sua stanza, aveva colto l’occasione per accarezzare il seno di Yan’er. Benché fosse stata una cosa di un attimo e molto naturale, bastava a spiegare l’insolenza di Yan’er, per questo Songlian era costretta a controllarsi. «Anche una servetta sa dove far leva per essere arrogante. Ecco come sono le donne», pensava Songlian.

La vigilia della festa Chongyang, il figlio maggiore di Chen Zuoqian, Feipu, tornò a casa. Mentre ammirava i crisantemi nel cortile centrale, Songlian vide Yuru e l’intendente farsi attorno a un gruppo di uomini, tra i quali ce n’era uno molto giovane che indossava un abito di foggia occidentale bianco. Visto così da lontano aveva un aspetto robusto, Songlian pensò si trattasse di Feipu. Vide i domestici che, simili alle figurine disegnate sulle lanterne che girano per la spinta del calore, trasportavano un carro di pacchi e bagagli nel cortile posteriore e le persone del gruppo sparire una dopo l’altra nella stanza. Songlian non se la senti di entrare anche lei, colse un crisantemo e si avviò lentamente verso il giardino posteriore. Per strada incontrò Zhuoyun e Meishan con i figli che si dirigevano là. Fermandola Zhuoyun le chiese: Il signorino è tornato, non vieni a fare la sua conoscenza? -. Songlian rispose: – Io andare da lui? Deve essere lui a venire a far visita a me . Zhuoyun disse: -Anche questo è vero, deve essere lui a venire per primo da te . Seccata, Meishan diede dei colpetti sul collo di Feilan e disse: – Andiamo, presto.
Il vero incontro di Songlian con Feipu si svolse a tavola. Quel giorno Chen Zuoqian aveva dato ordine ai cuochi di preparare un banchetto in onore del figlio. Sulla tavola era disposta una gran quantità di pietanze squisite; dopo averle passate in rassegna con lo sguardo, Songlian non poté evitare di pensare che, il giorno in cui lei aveva fatto il suo ingresso in casa Chen, l’aspetto delle pietanze era molto meno attraente del banchetto per Feipu, e provò una certa amarezza.
Ben presto però la sua attenzione si spostò su Feipu. Era seduto a fianco di Yuru e, dopo che questa gli ebbe detto qualcosa, si levò a metà dalla sedia e sorridendo verso Songlian le fece un cenno di saluto col capo. Songlian sorrise a sua volta. La prima impressione che le fece Feipu, fu che era più giovane e più bello di quanto si aspettasse, e la seconda, che era un uomo di ingegno. A Songlian piaceva farsi un’idea delle persone al primo incontro.
Il giorno successivo era la festa Chongyang. I giardinieri avevano riunito tutte le piante di crisantemi e le avevano disposte in modo da formare quattro variopinti caratteri: felicità, fortuna, lunga vita, gioia. Levatasi di buon mattino, Songlian osservava i fiori camminando attorno all’aiuola. Tirava un vento fresco e, poiché indossava solo una maglia senza maniche, si stringeva le spalle con le mani. In lontananza vide Feipu che si avvicinava dal cortile centrale. Mentre si chiedeva esitante se dovesse salutarlo lei per prima, Feipu le gridò: – Buongiorno, Songlian . A sentirsi chiamare per nome rimase un po’ stupita e, facendo un cenno di saluto col capo, disse: – Per la posizione che occupo in famiglia, non dovresti chiamarmi per nome -. Dall’altra parte dell’aiuola, Feipu rise e abbottonandosi il colletto disse: Dovrei chiamarti quarta signora, ma tu sei sicuramente più giovane di me di qualche anno. Quanti anni hai? -. Songlian si rabbuiò e girò il viso verso i fiori. – Anche a te piacciono i crisantemi? – chiese lui . Pensavo che così presto sarei stato l’unico a godermi la vista, non mi sarei mai immaginato che saresti arrivata ancora prima. – Amo i crisantemi fin da quando ero piccola – rispose lei , non è un’infatuazione del momento . Feipu le chiese: – Qual è il tipo che ti piace di più? – Mi piacciono tutti, tranne le «chele di granchio» – rispose. -Perché? Sono troppo arroganti -, Feipu scoppiò a ridere di nuovo: -Divertente, è il tipo che io amo di più -. Songlian gli lanciò uno sguardo di traverso: – Me lo ero immaginato. – E come mai? – chiese Feipu. Songlian avanzò di qualche passo e fece: I fiori non sono fiori, gli uomini non sono uomini, i fiori sono uomini e gli uomini sono fiori. Capisci questa verità? . Sollevando di colpo la testa, Songlian colse un lampo negli occhi di Feipu, che si dileguò subito, sfuggente come una pianta acquatica, ma lei lo aveva visto. Ritto a fianco dell’aiuola di crisantemi, con le mani sui fianchi, Feipu disse all’improvviso: Tolgo le «chele di granchio» -. Songlian non disse niente. Lo osservò sostituire le «chele di granchio» con dei crisantemi neri. Poi notò: – I fiori sono belli, ma non i caratteri che formano, sono troppo comuni -. Feipu batté le mani per pulirle dalla terra, le fece l’occhiolino e disse: – Per quello non c’è niente da fare, felicità fortuna lunga vita e gioia sono caratteri scelti da mio padre, si ripetono così anno dopo anno, è una regola tramandata dai nostri antenati.
In seguito Songlian ripensò con gioia alla scena dei crisantemi. Le sembrava che da quel giorno tra lei e Feipu fosse nata un’intesa. Talvolta, ripensando a come lui aveva sostituito le «chele di granchio», le veniva da ridere. Lei sola sapeva che non aveva niente di particolare contro quel tipo di crisantemi.

– Chi è la tua preferita? – chiedeva spesso Songlian a Chen Zuoqian mentre erano coricati a letto -. Quale ti piace di più di noi quattro? – Tu, naturalmente rispondeva lui. – E Yuru? Ormai è una vecchia gallina. – E Zhuoyun? Zhuoyun è ancora piacente, benché cominci a rilasciarsi un po’.
-E Meishan? -. Songlian non riusciva a trattenere la sua curiosità. -Di dov’è Meishan? – Non lo so di dov’è, forse non lo sa nemmeno lei. Allora è orfana? – Era una cantante d’opera, ricopriva il ruolo femminile nella compagnia Caotai. Io ero un cantante dilettante, a volte andavo a trovarla dietro le quinte, la invitavo a cena. Col frequentarmi ha finito per mettersi con me -. Dandogli dei buffetti sul viso, Songlian disse: – Il fatto è che tutte le donne vogliono stare con te.
– Hai ragione, ma solo in parte -rispose lui . La verità è che le donne vogliono stare con quelli che hanno i soldi . Songlian si mise a ridere: -Anche tu hai ragione solo in parte, la verità è che gli uomini che hanno i soldi,oltre ai soldi vogliono le donne, non gli basta mai quello che hanno.
Songlian non aveva mai sentito Meishan cantare. Quella mattina fu svegliata da un canto limpido che entrò dalla finestra portato dal vento. Scosse Chen Zuoqian che le giaceva a fianco e chiese: -È Meishan che canta? -. Ancora addormentato lui farfugliò: – Quando è contenta, canta, quando è scontenta, piange. Che cagna -. Songlian aprì la finestra: durante la notte il giardino si era coperto di un velo bianco di brina autunnale; sotto la pergola di glicine una donna vestita di nero cantava e ballava. Naturalmente era Meishan.
Messasi un vestito sulle spalle, Songlian usci sotto la veranda a osservarla da lontano. Meishan era completamente immersa nella parte. Songlian trovò il suo canto triste e melodioso, e ne fu turbata. Trascorso un lungo lasso di tempo, Meishan si fermò di colpo, quasi avesse visto le lacrime che riempivano gli occhi di Songlian. Gettandosi le lunghe maniche sulle spalle, tornò indietro. Nella luce del mattino sul suo viso e sui suoi abiti danzavano dei puntini luminosi color cristallo, e i suoi capelli, raccolti in uno chignon, erano velati di rugiada. Mentre avanzava, bagnata e afflitta, faceva pensare a un filo d’erba battuto dal vento.
– Piangi? Non hai forse una vita felice? Perché piangi? – chiese Meishan in tono indifferente giunta davanti a Songlian. Songlian tirò fuori il fazzoletto e si asciugò l’angolo degli occhi: – Non so cosa mi prende. Come si chiama l’opera che cantavi?
– L’impiccata. Ti piace? – rispose Meishan. – Io non ne capisco nulla di opera, ma il modo in cui cantavi era molto emozionante e mi ha turbato -. Mentre parlava, Songlian vide apparire per la prima volta sul viso di Meishan un’espressione gentile.
– Non è che una messinscena -disse Meishan guardando il suo costume teatrale -, non vale la pena di rattristarsi. Se si recita bene, si ingannano gli altri. Se si recita male, si inganna se stessi.
Nella stanza, Chen Zuoqian si mise a tossire; Songlian guardò Meishan un po’ imbarazzata. – Non vai ad aiutarlo a vestirsi? – chiese Meishan. Songlian scosse la testa: – Lo fa da sé, non è mica un bambino -. Meishan si risenti un po’ e ridendo disse: – Come mai da me pretende che lo vesta e gli infili le scarpe? A quanto pare usa due pesi e due misure -. In quel mentre Chen Zuoqian gridò dalla stanza: – Meishan, vieni dentro a cantarmi un brano! -. Le sottili sopracciglia di Meishan si sollevarono all’istante, rise freddamente e poi, slanciatasi verso la finestra, disse rivolta all’interno: La mamma non ne ha voglia!
Songlian ebbe così l’occasione di conoscere il carattere di Meishan. Una volta che, in modo indiretto, portò la conversazione su di lei, Chen Zuoqian disse: – È colpa mia! In questi ultimi anni l’ho viziata. Quando è scontenta si permette di inveire contro i miei antenati. Un giorno o l’altro la metterò in riga, questa puttana figlia di un cane -. Songlian disse: – Non essere troppo severo. In realtà è da compatire: non ha parenti, non ha amici e teme che tu non l’ami più, per questo è diventata intrattabile.
In seguito, tra Songlian e Meishan si instaurarono dei rapporti né freddi né caldi. Meishan adorava il mahjong e spesso dopo cena invitava gente a giocare da lei, e le partite duravano fino a notte inoltrata. Attraverso il muro Songlian sentiva il rumore dei pezzi che venivano mescolati e questo le disturbava il sonno. Si era lamentata con Chen Zuoqian e lui aveva detto: -Sii paziente, quando gioca a mahjong è quasi una persona normale. In ogni caso, se perdesse tutti i soldi, io certo non gliene darei altri. Lascia che giochi e che si rovini con le proprie mani -. Una volta, però, Meishan mandò la domestica a invitare Songlian a giocare; questa la spedi via dicendo: -Io giocare a mahjong? Ma come vi è venuto in mente? -. Dopo che la domestica fu andata via, venne Meishan in persona: – Ci manca il quarto – le disse -. Facci l’onore di accettare. – Ma io non so giocare, perderei di sicuro! – rispose Songlian. Meishan la tirò per il braccio: -Andiamo, se perdi ti abboneremo il debito. Oppure, se vinci incassi, se perdi pago io. – Non c’è bisogno di arrivare a tanto! Il fatto è che che non mi piace giocare -. Mentre parlava vide Meishan cambiare espressione, e dirle con disprezzo: Ma che avrai mai qui? Sembra che tu debba fare la guardia a un tesoro, che non vuoi allontanarti nemmeno di qualche metro, mentre è solo un vecchio rinsecchito -. Songlian si senti soffocare dalla rabbia, ma proprio quando stava per esplodere, ricacciò in gola le cattiverie che avrebbe voluto dire, e, dopo aver riflettuto qualche minuto, mordendosi le labbra, disse: – Va bene, vengo con te.
Al tavolo erano sedute altre due persone in attesa: uno era l’intendente, Chen Zuowen, l’altro non lo conosceva. Meishan nel presentarlo disse che era un medico. Portava un paio di occhiali con la montatura di metallo, aveva la pelle scura e le labbra rosse e carnose come quelle delle donne. In passato, Songlian l’aveva visto entrare e uscire dall’appartamento di Meishan, ma chissà perché non credette che fosse veramente un medico.
Songlian era seduta al tavolo da gioco, ma pensava ad altro. Era pur vero che non sapeva giocare bene: sentiva gli altri gridare «a monte», «ho vinto», senza capire cosa stesse accadendo. Non faceva che tirar fuori soldi, e così a poco a poco si depresse: Ho mal di testa disse . Voglio riposarmi. – Quando si incomincia, bisogna fare almeno otto giri, sono le regole del gioco. Più che la testa, penso che sia il perdere a farti soffrire -. Chen Zuowen, seduto al suo fianco, disse: – Non importa, «perdere una piccola somma evita i grandi disastri». – Oggi puoi considerare di aver fatto un favore a Zhuoyun. In questo periodo si annoia a morte. Per averle prestato il vecchio tutta la notte, dovrebbe pagare lei le tue perdite -. I due uomini risero. Rise anche Songlian: – Sai essere davvero spiritosa, Meishan -, ma dentro si senti come se avesse ingoiato una mosca.
Songlian osservava con freddezza gli sguardi che si scambiavano Meishan e il medico, nulla poteva sfuggire al suo intuito. Chinandosi a raccogliere uno dei pezzi che era caduto a terra mentre venivano mescolati, vide sotto al tavolo le loro gambe intrecciate. Con grande velocità e molta naturalezza si separarono, ma lei le aveva viste benissimo.
Songlian rimase impassibile, ma non li guardò più in viso. Le sue emozioni in quel momento erano complesse: si sentiva un po’ disorientata, un po’ tesa, ma anche contenta delle disgrazie che si sarebbero inevitabilmente abbattute su Meishan. «Fai troppo il comodo tuo e sei troppo insolente», pensò.

D’autunno, giornate come quella ce n’erano molte: il cielo era coperto e una pioggerella incessante cadeva sulle foglie del glicine e del melograno in giardino, producendo un rumore di giada che va in frantumi. In una giornata come quella, Songlian sedeva annoiata accanto alla finestra, osservava un pezzo di seta che, appeso al filo da stendere, si era inzuppato di pioggia. Si sentiva in ansia, aveva uno stato d’animo complesso e pensieri che era meglio non rivelare.
Songlian non capiva perché ogni volta che pioveva pensava a quello che si faceva a letto. Chen Zuoqian non era in grado di accorgersi dell’influenza che il tempo aveva sull’umore di lei. Lui provava solo un imbarazzo che non riusciva a nascondere: – Gli anni non hanno pietà, e io, d’altra parte, detesto l’idea di ricorrere a dei fortificanti -. Accarezzò la pelle rosa e leggermente bruciante di Songlian al punto che sotto la pelle incominciarono a saltare innumerevoli coniglietti pieni di desiderio. La mano di lui si fece a poco a poco impetuosa e la sua bocca si posò sul corpo di lei. Songlian era stesa di fianco sul divano, il viso color porpora, ascoltava fuori della finestra il rumore delle gocce di pioggia che si infrangevano a terra. Tenendo gli occhi socchiusi, mandò un gemito: È per via della pioggia -. Chen Zuoqian non capi: – Che dici? Una collana? – Si – disse lei , voglio la più bella delle collane. – Non ti do forse tutto quello che vuoi? Basta che non lo dici alle altre – rispose Chen Zuoqian. Songlian si alzò di colpo: – Le altre? Che contano le altre? Non mi importa niente di loro! – Ma certo – disse lui -, nessuna di loro regge il confronto con te -. Chen Zuoqian vide i suoi occhi cambiare subito espressione, lei lo allontanò da sé e, indossata in fretta la biancheria intima, andò alla finestra. -Che ti succede? le chiese. Mi è passata la voglia – rispose amara Songlian voltandosi -. Perché hai tirato in ballo le altre? Contrariato, Chen Zuoqian si mise a guardare fuori della finestra insieme a lei. In momenti come quelli il mondo intero appariva bagnato e insopportabile. Il giardino era deserto, le foglie verdi degli alberi comunicavano un’impressione di freddo, e, in lontananza, la pergola di glicine, mossa dal vento, ondeggiava come avesse forma umana. A Songlian tornò in mente il pozzo e le voci che circolavano sul pozzo. – Questo giardino è un po’ sinistro – disse. – Che cosa lo rende sinistro? -chiese lui. Muovendo le labbra verso il glicine disse: – Quel pozzo. – Però ci si sono gettate solo due persone, si sono suicidate. – Chi erano? – chiese Songlian. – Tanto non le conosci, due donne della famiglia delle passate generazioni. – Erano concubine – disse lei. L’espressione di Chen Zuoqian si fece immediatamente sgradevole: – Chi te lo ha detto? – Le ho viste io stessa. Mi sono affacciata e ho visto due donne che fluttuavano sul fondo del pozzo, una mi assomigliava, l’altra pure. – Non dire sciocchezze e non andare più là, in futuro -disse Chen Zuoqian. Songlian batté le mani: -Questo non è possibile, ancora non ho chiesto ai fantasmi di quelle due donne perché si sono gettate là dentro. – Domanda inutile – disse lui -, è chiaro che devono aver tenuto una condotta disdicevole -. Songlian rimase a lungo immersa nei suoi pensieri, poi disse all’improvviso: – Ora capisco perché in questo giardino ci sono così tanti pozzi. Sono stati scavati per chi si vuole suicidare -. Chen Zuoqian la prese tra le braccia: – Dici sempre più sciocchezze. Smettila con questi pensieri -. così dicendo, le afferrò la mano e se la mise sul pene: – Ora è di nuovo a posto, vieni. La cosa che desidero di più, è morire nel tuo letto.
Fuori, la pioggia autunnale cadeva malinconica, facendo si che, dentro, l’amplesso si concludesse come se esalasse l’ultimo respiro. Davanti agli occhi di Songlian si stendeva un’oscurità profonda, solo i piccoli crisantemi purpurei sulla toletta mandavano una tenue ombra rossa. Songlian udì un movimento fuori della porta, afferrò una bottiglia di profumo e la scagliò contro la porta. – Che ti succede ora? – chiese Chen Zuoqian. -Ci spia – rispose lei. – Chi ci spia? -Yan’er – disse Songlian. Lui si mise a ridere: – E che c’è da spiare? Tanto non può vedere niente -. Con voce dura Songlian disse: – Non la difendere tu, riconosco la sua puzza da molto lontano.

All’imbrunire, un gruppo di persone sedeva in giardino attorno a Feipu per sentirlo suonare il flauto. Feipu indossava ora una camicia e un paio di pantaloni di seta che davano maggior risalto ai suoi modi sciolti e distinti. Lui sedeva al centro, molti degli ascoltatori che lo circondavano erano colleghi suoi amici. Questo gruppo era diventato a sua volta il centro degli sguardi di tutti i componenti di casa Chen; i domestici, in piedi sotto la veranda, lo osservavano da lontano scambiandosi commenti sottovoce. Anche quelli che erano nelle stanze potevano sentire il suono del flauto di Feipu entrare dolcemente dalle finestre come un flusso d’acqua. Nessuno, anche volendo, poteva evitare la musica.
Il suono del flauto di Feipu non mancava di commuovere Songlian, spesso fino alle lacrime. Avrebbe desiderato molto sedere tra quegli uomini ed essere pm vicina a Feipu. Lui le ricordava un ragazzo conosciuto all’università, che suonava il violino in un’aula deserta, il suo viso lo aveva ormai dimenticato, e non si può dire fosse mai stata innamorata di lui, ma era tipo da esser facilmente toccata da una scena così bella. Il suo stato d’animo sembrava percorso dalle stesse increspature che si formano sulle acque autunnali. Dopo aver indugiato a lungo, portò una sedia di vimini sotto la veranda, si sedette e ascoltò tranquilla il flauto di Feipu. Poco dopo il suono cessò e gli uomini incominciarono a parlare. Songlian perse subito ogni interesse. «Che noia parlare, sempre la stessa storia, io inganno te, tu inganni me. Come si mette a parlare, la gente diventa ipocrita», pensò. Quindi si alzò e tornò nella sua stanza. A un tratto, si ricordò che anche lei aveva un flauto in valigia, glielo aveva lasciato il padre. Apri la cassa di bambù che, chiusa da tempo, mandava un leggero odore di muffa. I suoi abiti da studentessa, ormai smessi, erano piegati in buon ordine; coperti di polvere, come il suo passato, emanavano a tratti le delusioni e le illusioni della sua gioventù. Songlian vuotò la cassa ma non trovò il flauto. Ricordava di averlo messo sul fondo al momento di lasciare casa sua. Perché non c’era più? – Yan’er, Yan’er! Vieni qui! – gridò in direzione della porta. Yan’er arrivò: – Quarta signora, come mai non ascolta il signorino che suona il flauto? – Hai toccato la mia cassa? -chiese Songlian. La volta scorsa non mi ha forse chiesto di metterla a posto? Ho ripiegato tutti i vestiti. Hai visto un flauto? – chiese Songlian. – Un flauto? Non l’ho visto, è un passatempo da uomini! -. Songlian la guardò negli occhi e rise gelida: – Lo hai rubato tu? – Quarta signora, non mi accusi! Che motivo avrei avuto di rubarle il flauto? Tu non fai che complottare contro di me, e adesso fai finta di niente! – Non sia ingiusta, quarta signora. Chieda al padrone, al signorino, alla prima signora, alla seconda, alla terza se ho mai rubato un soldo! , ma Songlian non le dava più retta. Le lanciò un’occhiata di disprezzo, poi andò di corsa nella stanzetta dove dormiva Yan’er, mise un piede sul baule di legno della serva e disse: – Visto che non lo ammetti, aprilo! – Yan’er cercò di togliere il piede di Songlian dalla cassa e la supplicò: – Levi il piede, signora, io non ho preso davvero il suo flauto . L’espressione di Yan’er aumentò i sospetti di Songlian; prendendo un’accetta che si trovava in un angolo della stanza, disse: – La spacco in due, così vedremo. Se il flauto non c’è domani ti comprerò una cassa nuova -. Stringendo i denti vibrò un colpo e il baule andò in pezzi. Vestiti, monete, oggetti di tutti i tipi caddero a terra, Songlian frugò tra quelle cose ma non trovò il flauto. Però a un tratto le capitò tra le mani un fagottino bombato avvolto in una pezza bianca, l’apri e dentro vi trovò un pupazzetto di stoffa sul cui petto erano conficcati tre spilli. Sulle prime la cosa le sembrò ridicola, ben presto però si accorse che il pupazzo le assomigliava molto e, a un esame più attento, scopri delle lievi tracce di inchiostro, erano due caratteri: Songlian. Provò un dolore lancinante, quasi che il suo cuore fosse stato veramente trafitto da quegli spilli, e diventò mortalmente pallida. Yan’er, appoggiata al muro li accanto, la guardava terrorizzata. Songlian improvvisamente lanciò un grido, balzata in piedi afferrò Yan’er per i capelli e prese a sbatterle la testa contro il muro.
– Mi hai fatto la fattura! Volevi vedermi morta! -urlava con le lacrime agli occhi. Yan’er non reagiva, stava là senza forze, abbandonata, singhiozzando in modo spezzato. A un certo punto, Songlian si stancò, si fermò per riprendere fiato e le venne in mente che Yan’er non sapeva né leggere né scrivere. Chi aveva scritto allora quei caratteri sul pupazzo? Questo interrogativo la mise ancora più in ansia. Si accucciò, asciugò le lacrime della domestica e con un tono dolce disse: – Non piangere, è acqua passata. Non farlo più e io non ti serberò rancore. Però mi devi dire chi ha scritto quei caratteri -. Yan’er scosse la testa sempre singhiozzando: – No, non posso dirlo. – Non temere, non farò scenate e non ti coinvolgerò -. Ma Yan’er continuava a far cenno di no con la testa. Allora Songlian cominciò a fare lei i nomi: – È stata Yuru? -. Yan’er scosse la testa. – Allora è stata di sicuro Meishan? -. Yan’er scosse di nuovo la testa. Col respiro mozzato e la voce tremante Songlian chiese: – È stata Zhuoyun? -. Yan’er questa volta non scosse la testa, sul suo viso si dipinse un’espressione triste e stupida. Songlian si alzò in piedi e levando gli occhi al cielo disse: Delle persone si conosce solo la faccia, non l’animo. Dovevo aspettarmelo.
Chen Zuoqian trovò Songlian seduta sul divano, con gli occhi rossi e gonfi, che tormentava un crisantemo appassito che teneva in mano. – Hai pianto? – le chiese. – Ma no, tu con me sei così buono, perché dovrei piangere? -. Chen Zuoqian rifletté un momento, poi le disse: – Se ti annoi, ti accompagno in giardino a fare due passi, oppure andiamo a cena fuori -. Songlian giocherellò ancora un po’ con il crisantemo, poi lo gettò fuori della finestra e in tono indifferente chiese: -Che fine hai fatto fare al mio flauto? -.
Lui esitò un attimo, quindi rispose: -Temevo potesse distrarti, l’ho portato via -. Agli angoli della bocca di Songlian affiorò un sorriso gelido: – Il mio cuore è tutto qui, dove potrebbe andare a distrarsi? – Allora dimmi, chi ti ha dato quel flauto? – chiese serio Chen Zuoqian. – Non è un regalo, è un’eredità – rispose apatica Songlian -, me lo ha lasciato mio padre . Lievemente imbarazzato Chen Zuoqian disse: – Sono troppo sospettoso, credevo te lo avesse regalato qualche studente -. Songlian tese la mano: – Restituiscimelo, alle mie cose ci bado io . Chen Zuoqian assunse un’aria ancora più imbarazzata, sfregandosi le mani percorse su e giù la stanza: – Non è possibile – disse -, l’ho fatto bruciare -. Chen Zuoqian non senti più parlare Songlian. Nella stanza a poco a poco si fece buio. Accesa la lampada, vide Songlian pallida come un cencio, sulle sue guance le lacrime scivolavano silenziose.
Quella sarebbe stata una notte particolare per loro. Songlian stava raggomitolata su se stessa come un agnellino, lontana dal corpo di Chen Zuoqian. Lui l’accarezzava con la mano, senza ottenere alcuna reazione. Spegneva e accendeva la luce di continuo, ma il volto di Songlian appariva ogni volta privo di qualunque espressione, come un foglio di carta. -Stai esagerando, mi sono quasi messo in ginocchio per chiederti scusa -. Dopo un attimo di silenzio lei disse: -Non mi sento bene. – La cosa che più detesto è che mi si tenga il broncio disse lui. E Songlian, girandosi: – Vai da Zhuoyun allora, lei sorride sempre a chiunque . Chen Zuoqian saltò giù dal letto e si rivesti: – Ci vado si, per fortuna ho altre tre mogli.

Il giorno dopo, quando Zhuoyun si recò da Songlian, questa era ancora a letto. Nel vederla aprire la tenda della porta, Songlian fu scossa da un brivido, senza sapere perché. Chiuse gli occhi fingendo di dormire. Zhuoyun si sedette su letto e allungò la mano per tastarle la fronte: – Non hai la febbre! Più che ammalata, devi essere arrabbiata! -. Con gli occhi semichiusi, Songlian le sorrise: – Sei qui -. Zhuoyun la tirò per una mano: -Alzati, su! Se resti a letto senza essere malata, finirai per ammalarti sul serio. – E perché mi dovrei alzare? – rispose Songlian. – Per tagliarmi i capelli -disse Zhuoyun -. Li voglio anch’io corti come i tuoi, mi daranno un aspetto più giovanile.
Seduta su uno sgabello rotondo, Zhuoyun aspettava che Songlian le tagliasse i capelli. Preso un vecchio abito, questa lo mise attorno al collo di Zhuoyun, poi cominciò a pettinarla lentamente.
– Non te la prendere con me se non vengono bene – disse -. Hai dei capelli così belli che tagliarli mi mette in agitazione. – Anche se li tagli male non importa – rispose lei -; alla mia età, chi pensa più alla bellezza? -. Songlian continuò come prima a passarle il pettine tra i capelli: – Allora taglio! -Taglia! Di che ti preoccupi? – Il fatto è che non ho pratica, ho paura di ferirti -e detto ciò cominciò a tagliare. I capelli di Zhuoyun, neri e morbidi, caddero a terra ciocca dopo ciocca, accompagnati dal suono delle forbici. – Ma sei molto brava – disse Zhuoyun. – Non farmi i complimenti, potrebbe tremarmi la mano -. Stava ancora parlando, quando Zhuoyun mandò un grido lacerante: Songlian le aveva tagliato un orecchio.
Il grido spaventoso di Zhuoyun era stato sentito persino da quelli che erano in giardino. Dall’appartamento di Meishan accorse gente per vedere cosa era successo. Trovarono Zhuoyun che si premeva la mano sull’orecchio destro e soffriva fino ad avere i sudori freddi; da un lato c’era Songlian, pallida come un morto, con in mano un paio di forbici. Per terra alcune ciocche di capelli neri. – Che hai fatto? -. Le lacrime, che già le riempivano gli occhi, sgorgarono, e, senza finire di parlare, corse fuori in giardino, tenendo sempre la mano sull’orecchio.
Inebetita Songlian stava ritta accanto al cumulo di capelli; con un suono metallico le forbici le caddero a terra. Disse qualcosa, come rivolta a se stessa: -Mi ha tremato la mano, sono ammalata -. Quindi spinse fuori della porta tutte le domestiche che erano entrate a vedere cosa era successo: -Che state a fare qui? Andate piuttosto a chiamare il medico per la seconda signora.
Meishan, tenendo Feilan per mano, rimase nella stanza. Guardava sorridendo Songlian. Questa distolse lo sguardo da lei, prese una scopa fatta con le parti terminali del bambù e spazzò via i capelli che erano rimasti sul pavimento. A un tratto Meishan scoppiò a ridere. – Che ridi? – chiese Songlian. Meishan rispose ammiccando: – Se odiassi qualcuno, l’orecchio glielo taglierei via tutto, di netto, non ce ne lascerei nemmeno un po’ -. Songlian si fece scura in viso: -Che intendi dire con questo? Credi forse che l’abbia fatto apposta? -Questo lo sa solo il cielo! – rispose ridendo Meishan.
Songlian non le badò più, andò a stendersi sul letto e si copri fin sopra la testa con l’imbottita. Il cuore le batteva all’impazzata. Lei stessa non sapeva se era responsabile o no dell’incidente, ma nessuno doveva pensare che l’avesse fatto apposta. In quel mentre, senti Meishan che le parlava attraverso la coperta. -Zhuoyun ha il viso buono, ma il cuore di uno scorpione diceva -. Ne sa una più del diavolo. Io non sono un’avversaria degna di lei, ma forse tu sei capace di tenerle testa. L’ho pensato fin dalla prima volta che ti ho visto -. Songlian si mosse leggermente sotto la coperta e ascoltò Meishan che, in modo del tutto inatteso, vuotava il sacco. Meishan disse: – Vuoi sapere la storia della nostra maternità? Siamo rimaste incinte più o meno nello stesso periodo quando ero al terzo mese lei fece mettere da qualcuno nel mio decotto una medicina per farmi abortire ma sono stata fortunata non ho abortito in seguito stavamo per partorire tutte e due allo stesso momento ma lei voleva avere il figlio prima di me e allora ha speso un sacco di soldi per farsi delle iniezioni di una medicina straniera che doveva accelerarle il parto e che invece le ha distrutto la vagina alla fine la fortuna è stata dalla mia parte ho partorito Feilan ed era un maschio tutte le sue manovre sono state inutili ha partorito Yirong che non solo era una femmina ma era nata tre ore dopo Feilan.

L’autunno divenne freddo. Le donne, una dopo l’altra, si misero i vestiti pesanti e, allo stesso modo, le foglie caddero dagli alberi, al mattino presto o durante la notte, ricoprendo il giardino di un manto secco e giallo. Alcune domestiche, accovacciate una accanto all’altra, davano fuoco alle foglie secche. Un odore di bruciato riempiva l’aria. La finestra di Songlian si apri di colpo e le domestiche la videro affacciarsi rossa in viso per la rabbia. Sbatté il pettine che teneva in mano contro il davanzale della finestra: – Chi vi ha detto di bruciare le foglie? Bruciare delle foglie tanto belle per fare un odore così insopportabile -.
Le domestiche raccolsero le loro scope e i loro cestini, ma una di loro, particolarmente audace, disse: – Di tutte queste foglie, se non si bruciano, cosa bisogna farsene? -. Songlian le lanciò addosso il pettine dalla finestra e gridò: Vi proibisco di bruciarle e basta! . Dopodiché richiuse di colpo la finestra.
– La quarta signora diventa ogni giorno più irascibile – dissero le domestiche a Yuru . Ci ha impedito di bruciare le foglie. Com’è che si fa sempre più intrattabile? -. Yuru sgridò le domestiche: – Basta con le calunnie, vi proibisco di seminare discordia -. Nel suo intimo però era molto irritata: le foglie secche in giardino erano sempre state bruciate, e più volte all’anno; forse che una volta arrivata questa Songlian la regola non valeva più? Accanto a lei, le domestiche, che aspettavano in piedi con le braccia penzoloni, chiesero: – Allora non le dobbiamo bruciare? – Chi ha mai detto che non si devono bruciare? – rispose Yuru -. Andate a finire il lavoro, non badate a lei.
Le domestiche ricominciarono a bruciare le foglie. Songlian non si mostrò. Solo quando venne portata via la cenere, la videro uscire dal suo appartamento. Indossava ancora l’abito estivo, le domestiche si chiesero come facesse a non avere freddo col vento che c’era. Songlian sostò un attimo a guardare con aria assente un cumulo di cenere, poi si diresse verso il cortile centrale per il pranzo. La sua veste fluttuava nel vento freddo facendola assomigliare a una farfalla bianca.
Songlian si sedette a tavola e guardò gli altri che mangiavano. Non toccò cibo. Aveva un’espressione calma e malinconica, si abbracciava le spalle con le mani, appariva inattaccabile. Molto a proposito, quel giorno Chen Zuoqian era fuori; era il momento opportuno per i litigi. -Perché non mangi? le chiese Feipu. Sono sazia rispose lei. – Hai già mangiato? -. Sbuffando stizzita Songlian disse: Mi sono saziata dell’odore delle foglie bruciate . Non riuscendo a raccapezzarsi, Feipu guardò la madre. Yuru mutò espressione, rivolta a Feipu disse: Pensa a mangiare, tu. Non ti sembra di volerti occupare di troppe faccende? -. Quindi, alzando il tono della voce, disse a Songlian fissandola dritto in viso: – Quarta signora, vorrei sentire cosa ne pensi tu, che dovremmo farne di tutte quelle foglie accumulate per terra? – Non lo so – rispose Songlian -. Ho forse una qualifica per occuparmi degli affari di casa? – Ogni autunno le foglie secche vengono bruciate, nessuno ha mai avuto niente da ridire, sei forse più viziata degli altri tu, che non sopporti un leggero odore di fumo? – Le foglie possono marcire da sole, che bisogno c’è di bruciarle? Le foglie non sono persone – rispose Songlian.
– Che intendi dire? Non mi è chiaro? – disse Yuru. – Niente di particolare. Ma c’è qualcosa che ancora non capisco, perché le foglie devono esser bruciate nel giardino posteriore? Bruciatele là dove c’è chi ama sentire l’odore del fumo -. Yuru non resse più e sbattendo le bacchette sul tavolo disse: – Perché non ti guardi allo specchio? Chi ti credi di essere in casa Chen? Sembra quasi che tu abbia subito un’ingiustizia! -. Songlian si alzò in piedi, lo sguardo fisso sul viso giallastro e gonfio di Yuru:- Hai ragione, che sono io? – disse a bassa voce come rivolta a se stessa. Sorridendo si incamminò per lasciare la sala, ma quando girò di nuovo la testa, i suoi occhi già brillavano di lacrime. – Quello che siete voi, solo il cielo lo sa!
Songlian rimase tutto il pomeriggio chiusa in camera, non apri nemmeno a Yan’er che era venuta a portarle il tè. Seduta davanti alla finestra, notò che le dalie nel vaso sulla toletta erano così appassite da essere diventate quasi nere. Tolse i fiori dal vaso e pensò di gettarli, ma non sapeva dove.
La finestra era stata ermeticamente chiusa e non voleva riaprirla. Con i fiori in braccio si aggirò per la stanza; alla fine apri l’armadio e li depositò là dentro. Fuori si alzò di nuovo il freddo vento autunnale che a poco a poco portò l’oscurità nel giardino. Qualcuno bussò alla porta. Credendo fosse Yan’er che le portava il tè, bussò a sua volta sulla porta dall’interno e disse: -Non mi seccare, non lo voglio il tè -. Fuori una voce disse: – Sono io, Feipu.
Songlian non si aspettava che Feipu potesse andare da lei. Apri e rimase in piedi appoggiata allo stipite.
– Che sei venuto a fare? -. Mettendosi a posto i capelli scompigliati dal vento, Feipu rise un po’ imbarazzato: -Dicono che sei ammalata, sono venuto a vedere come stai -. Songlian sospirò: – Chi è malato? Tanto vale morire subito, quando è il momento, la malattia è un tormento -. Feipu andò a sedersi sul divano, si guardò attorno e all’improvviso disse: – Credevo che in camera tua ci fossero molti libri -. Songlian aprì le mani: – Non ne ho nemmeno uno, i libri ora non mi servono più -. Sempre in piedi, continuò: – Sei venuto a farmi la ramanzina? -. Feipu scosse la testa: -Come potrei? Queste scene mi fanno venire il mal di testa. – Allora sei venuto a far da paciere? – chiese ancora Songlian -. Non è necessario, sai, è normale che una come me venga insultata -. Feipu per un po’ non parlò, poi disse: – Mia madre non è cattiva,è solo un po’ ostinata, un po’ rigida. Non prendertela con lei, non ne vale la pena -. Songlian andava su e giù per la stanza, improvvisamente scoppiò a ridere: – In realtà non avevo alcuna intenzione di litigare con lei. Davvero! Non so cosa mi è preso. Mi trovi ridicola? -. Feipu scosse di nuovo la testa, tossì e disse lentamente: Le persone sono tutte uguali, loro per prime non sanno perché sono tristi o contente, felici o infelici.
La conversazione andò a finire spontaneamente sul flauto. – Anch’io avevo un flauto, un tempo – disse Songlian -, però l’ho perso. Peccato! -Allora anche tu lo sai suonare chiese allegro Feipu.- No, l’ho perso prima di aver avuto modo di imparare rispose lei. – E se ti presentassi un amico che ti insegnasse a suonarlo? Io ho studiato con lui – disse Feipu. Songlian sorrideva, non disse né si né no. In quel mentre, entrò Yan’er con due tazze di zuppa di giuggiole rosse e di funghi argentei, e servi per primo Feipu. In piedi da un lato, Songlian disse: Guarda come ti è devota questa ragazza, senza che glielo avessi ordinato ha preparato un dolce di sua iniziativa -. Yan’er arrossì, posò l’altra tazza sul tavolo e scappò via. – Non andartene, Yan’er! Il signorino ti vuole parlare! -. così dicendo si tappò la bocca con la mano e scoppiò a ridere. Anche Feipu rise e, mescolando il dolce con un cucchiaio d’argento, disse: – Sei troppo dura con lei. – Credi che non mi dia delle grane, lei? È infida. Non c’è volta che, se viene a trovarmi qualcuno, non si apposti a spiare fuori della porta. Chissà che cosa architetta tutto il tempo -. Rendendosi conto che Songlian era seccata, Feipu cambiò subito argomento: – I dolci, tipo questa zuppa, mi piacciono fin da quando ero piccolo. È una cosa di cui dovrei vergognarmi. Gli amici dicono che sono le donne ad amare i dolci -. Songlian, ancora depressa, prese a lisciarsi le unghie lunghe e sottili, che, dipinte di balsamina, facevano pensare a scaglie rosa. Ehi! Mi ascolti? – disse Feipu.
– Ti ascolto – rispose lei -, stavi dicendo che il dolce piace alle donne, mentre agli uomini piace il salato. Feipu rise scuotendo la testa, quindi si alzò per accomiatarsi. Mentre se ne andava disse a Songlian: – Sei un tipo interessante, ancora non sono riuscito a indovinare il fondo del tuo animo.-Lo stesso vale per te – disse lei -, anch’io non riesco a indovinare il fondo del tuo.

Il settimo giorno del dodicesimo anno lunare, alla porta d’ingresso di casa Chen vennero appese le lanterne. Quel giorno Chen Zuoqian compiva cinquantanni. Fin da prima dell’alba nel giardino della dimora ci fu un andirivieni ininterrotto di parenti e amici che venivano a fargli gli auguri. Chen Zuoqian, con indosso un abito nero da cerimonia regalatogli da Feipu, riceveva gli ospiti in salone, contornato da Yuru, Zhuoyun, Meishan, Songlian e i figli, che scambiavano con loro frasi di convenienza. Proprio quando l’animazione era al culmine, si udì all’improvviso un rumore secco. Tutti si voltarono da quella parte e videro un vaso da fiori, alto mezzo uomo, che era caduto a terra andando in mille pezzi.
Erano stati Feilan e Yirong che, giocando a rincorrersi, avevano urtato e fatto rovesciare il lungo tavolino su cui era posato il vaso. I due bambini si guardavano l’un l’altro costernati, consapevoli di aver combinato un disastro. Feilan fu il primo a riaversi dallo spavento e indicando Yirong disse: – È stata lei a farlo cadere, io non c’entro -. Subito anche Yirong puntò il dito contro il naso di Feilan e disse: – Eri tu che mi rincorrevi, sei stato tu a farlo cadere -. A quel punto Chen Zuoqian aveva già mutato espressione e colore, ma per via degli ospiti non diede sfogo alla sua collera. Yuru andò verso i bambini borbottando a voce bassa, ma comunque udibile: – Figli di concubine, figli di concubine -. Li portò fuori e diede uno schiaffo a ciascuno: – Che disastro! Che disastro!
-. Quindi, spingendo via Feilan, disse: -Vattene via! . Feilan cadde a terra e scoppiò a piangere, le sue grida acute arrivarono fino in salone. Meishan accorse per prima, abbracciò Feilan e lanciò un’occhiataccia a Yuru: – Brava, picchialo, picchialo. Tanto non lo hai mai potuto vedere, una volta che lo puoi picchiare ne approfitti! . Yuru rispose: – Che intendi dire? Il bambino causa un disastro e tu invece di punirlo lo difendi? -. Meishan spinse Feilan verso Yuru: – E va bene, lo affido a te perché gli dia una lezione. Picchialo, picchialo a sangue, forse allora ti sentirai meglio -. A quel punto giunsero di corsa anche Zhuoyun e Songlian. Zhuoyun tirò a sé Yirong e le diede uno scappellotto: – Com’è che non fai che procurarmi guai, signorina? Insomma, parla, chi è stato a far cadere il vaso? -. Yirong si mise a piangere: – Non sono stata io, l’ho già detto, è stato Feilan a rovesciare il tavolino -. Zhuoyun disse: – Non piangere, se non sei stata tu che motivo hai di piangere? Avete rovinato la festa di compleanno -. Meishan, in disparte, rise gelida: – Terza signorina, com’è che, piccola come sei, dici le bugie senza batter ciglio? Io ho visto tutto, sei stata tu a far cadere il vaso urtandolo col braccio . Per un attimo le quattro donne rimasero senza parole, si udiva solo Feilan che continuava a piangere. Songlian, dopo aver osservato la scena per un po’, disse: Non vale la pena di prendersela tanto, in fondo è solo un vaso! Se si è rotto, si è rotto. Che sarà mai? -. Yuru le lanciò un’occhiata di rimprovero: – La prendi molto alla leggera tu. Pensi che sia solo questione di un vaso? In ogni cosa al signore piace cercare auspici favorevoli. Ma ora si è imbattuto in gente senza cuore e senza fegato come voi, e nelle vostre mani la prospera casa Chen finirà prima o poi per decadere -. Songlian disse: – così adesso la colpa è mia? Fate conto che non abbia detto niente! D’altronde non ci tengo a occuparmi dei fatti vostri! -. Songlian si voltò e lasciò il luogo del litigio diretta al giardino posteriore. Per strada incontrò Feipu con un gruppo di amici. – Come mai te ne vai? – le chiese. Toccandosi la fronte lei rispose: – Ho mal di testa, me lo ha fatto venire la troppa animazione.
A Songlian venne davvero il mal di testa, voleva bere dell’acqua, ma le bottiglie erano tutte vuote. Yan’er prestava aiuto in salone e ne aveva approfittato per tralasciare il lavoro da lei. Songlian le mandò degli improperi e andò da sola a bollire l’acqua. Da quando era entrata in casa Chen, si occupava per la prima volta di faccende domestiche ed era un po’ goffa nei movimenti. Indugiò qualche tempo in cucina, poi tornò sotto la veranda. Il giardino era silenzioso come non mai: erano andati tutti alla festa lasciando solo un senso di solitudine, che goccia a goccia scivolò dagli alberi secchi e dalle foglie rimaste e penetrò nel cuore di Songlian. La pergola di glicine, ormai spoglia, battuta dal vento mandava un lungo e triste lamento. E il pozzo lanciava come sempre verso di lei il suo misterioso richiamo. Songlian si premette con la mano la bocca dello stomaco: le era sembrato di sentire in quel nulla un suono rivelatore.
Andò verso il pozzo, si sentiva leggera come se camminasse in un sogno. Un odore di piante marce riempiva l’aria lì attorno. Songlian raccolse una foglia di glicine da terra e, dopo averla osservata attentamente, la gettò nel pozzo. La foglia galleggiava sull’acqua morta color blu scuro come fosse un ornamento, nascondendole alla vista una parte del riflesso del suo viso: non riusciva a vedere i suoi occhi. Fece un giro attorno al pozzo, ma ancora non riusci a trovare un’angolazione per specchiarsi. Le sembrò molto strano. «Com’è possibile?», pensava. «È una foglia sola». Lentamente la luce di mezzogiorno balzò nel pozzo prosciugato, trasformandosi come per magia in puntini bianchi luminosi. Improvvisamente Songlian fu assalita da una visione spaventosa: una mano, una mano sorreggeva la foglia di glicine in modo da coprirle gli occhi. Persa in queste divagazioni, ebbe l’impressione di vedere davvero una mano bianca e gocciolante che si levava dall’insondabile profondità del pozzo e veniva a coprirle gli occhi. Terrorizzata si mise a gridare: «La mano! La mano!». Voleva fuggir via ma il suo corpo sembrava saldamente conficcato nella pedana del pozzo. Non riusciva a muoversi. Si senti come un fiore spezzato dal vento. Senza forza si piegò in avanti e fissò l’interno del pozzo. In un nuovo accesso allucinatorie, vide a un tratto ribollire l’acqua del pozzo e senti una voce indistinta che arrivava da lontano: «Vieni giù, Songlian, vieni giù».
Quando Zhuoyun andò a chiamare Songlian, questa sedeva da sola sotto la veranda e teneva in braccio il gatto persiano di Meishan. – Che fai qui? chiese Zhuoyun -. È iniziato il banchetto di mezzogiorno. – Ho un terribile mal di testa – rispose Songlian -. Non penso di venire. -Come sarebbe? disse l’altra . Devi venire anche se stai male,il decoro della cerimonia va rispettato. Il signore aveva già dato più volte l’ordine di venirti a chiamare. Songlian rispose: Non penso davvero di venire, il dolore è insopportabile, lasciatemi tranquilla! -. Zhuoyun rise: – Sei arrabbiata con Yuru?
– No, non ho l’energia per arrabbiarmi con nessuno -. Songlian non riusci a nascondere di esser seccata, e gettò a terra il gatto che teneva in grembo. Voglio dormire un po’ -. Sempre col volto sorridente Zhuoyun le disse: – Va’ a dormire allora! Vuol dire che tornerò in sala ad annunciarlo al signore.
Songlian dormi di un sonno confuso: rivide il pozzo, e la foglia. Il suo corpo era interamente coperto di sudore freddo. Chissà cos’era veramente quel pozzo. E quella foglia? E lei stessa, cos’era? Più tardi si alzò pigramente e si lavò davanti allo specchio. Il suo viso le sembrava avvizzito e privo di vita proprio come quella foglia, la donna nello specchio le era del tutto estranea. Non le piaceva. Mandò un sospiro profondo, e in quel mentre, tornandole in mente Chen Zuoqian e il suo compleanno, si penti dell’atteggiamento che aveva avuto. Rimproverandosi, diceva a se stessa: «Come ho potuto comportarmi in modo così meschino?». Era perfettamente consapevole delle conseguenze negative che questo avrebbe avuto sulla sua vita futura. Allora apri in fretta l’armadio e ne tirò fuori una sciarpa di lana grigia: il regalo che aveva già da tempo preparato per il compleanno di Chen Zuoqian. Al festino serale partecipavano solo i membri della famiglia Chen. Quando Songlian entrò, vide che gli altri avevano già preso posto. «Mangiano senza aspettarmi», così pensando si diresse al suo posto. Seduto di fronte a lei Feipu la salutò: -Ti senti meglio? -. Songlian annui col capo e diede un’occhiata furtiva a Chen Zuoqian, la cui espressione plumbea la fece palpitare senza un motivo preciso. Andò a offrirgli la sciarpa di lana e gli disse: – Signore, questo è il mio modesto regalo -. Lui mugugnò e con la mano le indicò un tavolo rotondo alle sue spalle: -Mettilo là! -. Songlian andò verso il tavolo e vide che era interamente ricoperto dei regali che gli avevano fatto gli altri: un anello d’oro, una pelliccia di volpe, un orologio svizzero, e tutti erano legati da un nastro rosso. Il suo cuore ebbe di nuovo un balzo e arrossi. Tornata al suo posto, senti Yuru che commentava: – Ma è un regalo di compleanno, come fa a non sapere che va legato con un nastro rosso? -. Songlian fece finta di non aver sentito, detestava che Yuru avesse sempre a ridire su qualunque cosa, però, essendo stata mentalmente assente per tutto il giorno, si sentiva inquieta. Sapeva di aver irritato Chen Zuoqian, ed era Tunica cosa che non avrebbe voluto fare. Si sforzò di trovare un modo per rimediare. Gli altri dovevano rendersi conto della posizione di privilegio che ricopriva nel cuore di Chen Zuoqian, non poteva dare l’impressione di non essere nelle sue grazie. Allora, rivolgendogli a un tratto un sorriso, disse: – Signore, oggi è un giorno felice per te, io non ho molti risparmi, e non ho potuto regalarti un anello d’oro né una pelliccia di volpe, ma vorrei aggiungere ancora qualcosa! -. Ciò detto si alzò, andò davanti a lui e, mettendogli le braccia al collo, lo baciò sul viso una volta, e poi un’altra. Sbalorditi, gli astanti guardavano Chen Zuoqian. Lui avvampò, sembrava in procinto di dire qualcosa ma non riuscì a proferire
verbo. Alla fine, spinse via Songlian e con voce severa disse: – Mostrami più rispetto davanti alla gente.
Il gesto di Chen Zuoqian era stato in realtà molto naturale, ma Songlian non se lo aspettava. In piedi accanto a lui, lo fissava con uno sguardo perso e sgomento, e solo dopo un bel po’, resasi conto di quello che era successo, si copri il viso con le mani, per non mostrare ai presenti le lacrime che le sgorgavano dagli occhi. Mentre si allontanava, il suo pianto risuonava come della seta che venga lacerata. I commensali la sentirono dire: – In cosa ho sbagliato? Che altro ho fatto di male?
Anche le cameriere, che in disparte attendevano al banchetto, furono testimoni di quella tempesta. E capirono perfettamente che avrebbe determinato un grande capovolgimento nella vita di Songlian in casa Chen. Giunta la notte, due domestiche andarono a tirar giù le lanterne che erano state messe alla porta d’ingresso in occasione del compleanno. Una chiese: – Secondo te da chi andrà stanotte il padrone? L’altra, dopo averci pensato un po’, rispose: – Non ne ho idea, ormai non dipende più dai suoi gusti. Chi può indovinarlo?

Songlian e Meishan erano sedute una di fronte all’altra. Meishan era agghindata con cura: si era disegnata le sopracciglia, si era messa sulle guance del rosso marca «Bella» e aveva poggiata sulle ginocchia una sontuosa pelliccia. Songlian, invece, aveva l’aria di essersi appena alzata a fatica dal letto, con lo sguardo vuoto fumava lentamente una sigaretta che teneva tra le dita. Cosa strana, le due donne non parlavano. Ciascuna immersa nei suoi pensieri, ascoltavano i rintocchi della pendola, come fossero due alberi posti uno di fronte all’altro. Una circostanza molto usuale.
Meishan disse: – In questi giorni sei diventata intrattabile. Ti sono forse venute le mestruazioni?
Songlian rispose: – E che rapporto avrebbero con il mio umore? Io poi non sono regolare, non so mai quando mi vengono e quando finiscono.
– Sei una donna intelligente, però a questo riguardo ti comporti come una stupida. Questo mese non ti sono ancora venute? Non sarai incinta?
– Ma no, ma no. Non è possibile.
– Invece sarebbe logico che lo fossi. In questo, Chen Zuoqian ha molto talento. La sera mettiti qualcosa sotto i reni, che ti alzi il bacino. Sul serio, non ti sto prendendo in giro.
– Meishan, non c’è veramente niente che tenga a freno la tua lingua.
– E che cosa hanno di segreto queste cose, che non se ne può parlare? Se tu non dai un figlio a Chen Zuoqian, ti aspettano giorni duri. Questo vale per tutte quelle come noi.In questi ultimi tempi, Chen Zuoqian non è mai venuto da me. Faccia come vuole, per me è uguale.
– Sei ancora alle prime armi. Io, invece, gliel’ho detto chiaro: se per cinque giorni non vieni da me, mi faccio un amante. Non sono disposta a fare la vedova bianca. Io sono quella che gli dà più filo da torcere, mi teme, mi odia, e mi desidera. Io non ho certo paura di lui.- Che noia parlare di queste cose, tanto per me una cosa vale l’altra. Solo che non riesco a capire fino in fondo le donne che razza di esseri sono, assomigliano ai cani, ai gatti, ai pesci rossi, ai topi, a tutti tranne che a degli esseri umani.
– Non ti tormentare, e non temere che Chen Zuoqian possa raffreddarsi verso di te. Tornerà, sei la più giovane di noi, la più radiosa, la più colta, sarebbe veramente uno stupido se ti lasciasse per andare da Yuru o Zhuoyun. A momenti avranno la vita larga quasi come un secchio. E va bene, l’hai baciato in pubblico, ma che sarà mai?
– Sei una vera seccatrice. Non era questo che volevo dire, parlavo di me.
– Non pensarci più, non è niente. Ha solo voluto esibire una falsa decenza; foste stati a letto, sarebbe stato felice se l’avessi baciato, non solo sul viso, ma anche lì…
– Sta’ zitta! Mi fai andare in bestia! – Allora vieni con me al teatro «La rosa», c’è Cheng Yanqiu che recita in Lacrime stille montagne deserte. Che ne dici? Ti distrarrai.
– Non vengo, non mi va di uscire. E poi che vuoi che mi distragga, ovunque vada sarò sempre questa, non c’è modo che mi possa «ricreare».
Dunque non vuoi farmi compagnia, e io che te ne ho fatta così a lungo chiacchierando. Che gusto vuoi che ci sia in mia compagnia.
Va’ a cercare Chen Zuoqian, e se lui non ha tempo va’ a cercare quel medico!
Meishan rimase di stucco, ma subito dopo la sua espressione si fece greve. Afferrando la pelliccia e la sciarpa si alzò, andò vicino a Songlian e la fissò dritto negli occhi. Con una mano le tolse dalle labbra la sigaretta, la gettò a terra, la spense col piede e con voce dura le disse: – Queste non sono cose su cui scherzare. Se sparli di me ti strappo la lingua. Io non vi temo, non ho paura di nessuno. Chi pensa di nuocermi, si illude!

Come aveva promesso, Feipu andò da Songlian portando un amico, e le disse che era il maestro di flauto che aveva invitato per lei. Songlian entrò in grande agitazione, in effetti non aveva preso sul serio l’idea di studiare flauto. Esaminò con attenzione il professore: un ragazzo pallido con i capelli rasati a zero; aveva l’aria dello studente e non l’aveva; i suoi modi erano timidi e riservati. Quando Feipu lo presentò, apprese che si trattava del terzogenito della famiglia Gu, il re della seta della zona. Songlian li aveva visti arrivare dalla finestra, mano nella mano. Per lei era una cosa nuova e curiosa che due uomini si tenessero per mano. Come siete intimi, voi due -disse sorridendo -. Non avevo mai visto due uomini camminare tenendosi per mano -. Feipu era un po’ imbarazzato. – Ci conosciamo da quando eravamo piccoli e abbiamo frequentato la stessa scuola -. Il signorino Gu per l’imbarazzo era arrossito. «È interessante questo professore, chissà che razza di uomini sono gli uomini che arrossiscono facilmente», pensò Songlian, e poi disse: – Io, non ho mai avuto un vero amico. – Non c’è da stupirsi – osservò Feipu – Tu hai un’aria orgogliosa e distante, non è facile avvicinarti. – Ti sbagli! Più che distante sono sola; quanto all’orgoglio, per essere orgogliosi bisogna avere qualche capacità di cui vantarsi: io che capacità ho? Feipu estrasse un flauto da un fodero di seta nera. – Te lo regalo -disse In realtà, era un regalo che il signorino Gu aveva fatto a me, ti faccio un dono che non mi è costato niente! -. Prendendo il flauto Songlian guardò il signorino Gu che annuiva col capo e sorrideva. Songlian si avvicinò il flauto alle labbra e accennò una nota: – Temo di essere maldestra, di non riuscire a imparare. – Suonare il flauto è molto semplice – rispose il signorino Gu -, basta concentrarsi, non si può non imparare. – Quello che temo è appunto di non riuscire a concentrarmi – disse Songlian -, la mia mente si disperde come sabbia al vento, non sono capace di concentrarla Il signorino Gu rise di nuovo: – Allora la cosa si fa difficile! Io posso occuparmi solo del tuo flauto, non della tua mente Feipu si sedette, guardò Songlian, poi l’amico Gu, e nei suoi occhi brillò la tenerezza che nutriva per loro.
– Il flauto ha sette fori, a ogni foro corrisponde una sensazione, quando le si combina insieme il risultato è particolarmente bello, e particolarmente triste. Per suonare il flauto basta saper provare queste due sensazioni -. Il signorino Gu guardò Songlian con molta discrezione: – Tu le provi? -. Songlian ci pensò su: – Ho paura di essere capace solo di provare la seconda – rispose. – È già buono che ne provi almeno una – disse lui -, la tristezza è una delle tonalità. Temevo che non ne provassi nessuna, che il tuo cuore fosse vuoto, in quel caso suoneresti male. – Suonaci qualcosa -disse Songlian -, fammi sentire cosa c’è dentro a un flauto Il signorino Gu non si tirò indietro e, portato il flauto alla bocca, cominciò a suonare. Songlian senti sgorgare il suono del flauto, lieve dolce morbido e bello, simile a un pianto, a un lamento. Seduto sul divano, Feipu chiuse gli occhi: È La canzone del rimpianto autunnale disse.
Proprio in quel momento, Fuzi, la cameriera di Yuru, bussò alla finestra e chiamò Feipu ad alta voce: -Signorino, vostra madre vi prega di andare in salone a ricevere gli ospiti. – Chi è arrivato? – chiese Feipu. – Non lo so, la signora vi prega di affrettarvi -rispose Fuzi. Feipu aggrottò le sopracciglia e rispose: – Dite agli ospiti di venire qui, se vogliono vedermi Fuzi bussò ancora alla finestra: – La signora vuole assolutamente che andiate; se non lo fate, se la prenderà con me Feipu imprecò a bassa voce: Che seccatura! Non avendo
alternativa, si alzò e imprecò di nuovo: -Ma che ospiti! Che vadano al diavolo! Il signorino Gu, col flauto ancora in mano, guardava Feipu e chiese esitante: – La lezione di flauto la facciamo o no? Feipu agitò la mano: Fatela voi! Restate qui, io vado a vedere di che si tratta.
Rimasti soli nella stanza, Songlian e il signorino Gu per un po’ non seppero che dirsi. Poi Songlian a un tratto disse ridendo: – Bugie! -. Il signorino Gu trasalì: – Chi dice bugie? -. Come svegliandosi da un sogno, Songlian rispose: – Non intendevo dire te, ma lei. Non puoi capire Lui si sentiva un po’ a disagio, Songlian si accorse che era di nuovo arrossito e in cuor suo né rise. «Dunque tra i figli di grandi famiglie, ce ne sono di così facili al rossore. Comunque sia, tendere ad arrossire è una virtù». Songlian lo guardò con compassione e fece: – Continua a suonare, il pezzo non è finito, no? -. Il signorino Gu, abbassando la testa, guardò il flauto che aveva in mano e lo ripose nella fodera di seta. – È finito -disse a bassa voce -. Le sensazioni non ci sono più, e quindi è finito. Suonare in queste condizioni vorrebbe dire rovinare una bella melodia. Capisci? Una volta che Feipu è andato via, suonerei male.
Il signorino Gu si alzò in fretta per prendere congedo. Songlian lo accompagnò in giardino.
Airimprowiso fu invasa da un senso di gratitudine nei suoi confronti, ma non era opportuno manifestarlo. Quindi si fermò e lo salutò, portando le mani sul petto e accennando un inchino. – Quando faremo la prossima lezione? – chiese lui. – Non lo so -rispose Songlian scuotendo la testa. Lui ci pensò su, poi disse: – Lasciamo fare a Feipu! Lui è molto buono con te, spesso quando è con gli amici tesse le tue lodi . Songlian sospirò: Che lui sia buono con me, non serve a molto! A questo mondo non ci si può appoggiare a nessuno.
Songlian era appena rientrata in camera che Zhuoyun entrò come un turbine: – Feipu e la prima signora si sono messi a litigare -. Sulle prime Songlian rimase sbalordita, poi rise gelida: – Me lo immaginavo! – Vai a farli smettere – disse Zhuoyun. – Che senso ha che io mi intrometta? Sono madre e figlio, possono litigare quanto vogliono. Perché dovrei mettermi in mezzo? – Forse non lo sai che litigano a causa tua? – ribattè Zhuoyun.
– Questo si che è strano! Io non ho niente in comune con loro, l’acqua del pozzo non si mischia all’acqua del fiume, perché dovrei intromettermi? -. Zhuoyun lanciò a Songlian uno sguardo di traverso: – Non fare la finta tonta, lo sai perché litigano -. Songlian non poté evitare di alzare la voce: – Che cosa so io? So solo che lei non sopporta che qualcuno abbia buoni rapporti con me! Ma per chi mi ha preso? Crede forse che tra me e suo figlio possa esserci qualcosa? -. Gli occhi le si erano riempiti di lacrime. – Che assurdità! Che orrore! Come può pensare una cosa così priva di senso? A questo punto Zhuoyun, che stava sgranocchiando dei semi, mise le bucce in mano a Yan’er, la quale stava là in disparte, e ridendo diede a Songlian una lieve spinta: – Non arrabbiarti! L’uomo dritto non teme che la sua ombra sia storta, se uno non ha fatto niente di male, non deve temere che il diavolo bussi alla sua porta. Di che hai paura? -. E Songlian: – A sentirti parlare così, sembrerebbe al contrario che abbia proprio paura di qualcosa. Se ci tieni tanto che smettano di litigare, vacci tu a separarli, io non ne ho voglia. – Sei molto dura, Songlian sentenziò Zhuoyun -. Me ne rendo conto adesso. – Mi fai troppo onore! – le rispose Songlian Il cuore della gente non lo si può estrarre dal petto per guardarlo. Se uno ha il cuore duro, almeno risulta chiaro che tipo è.
Il giorno dopo Songlian incontrò Feipu in giardino. Camminava con aria noncurante, giocherellando con un accendino. Fece finta di non vederla, ma Songlian lo chiamò intenzionalmente ad alta voce e prese a parlare con lui come faceva di solito. – Chi erano gli ospiti che sono venuti ieri? Hanno rovinato la mia lezione di flauto . Feipu fece un sorriso amaro: -Non fare finta di niente – le disse -, si è diffusa in tutta la casa la notizia che ieri ho litigato con mia madre. – Perché avete litigato? -chiese di nuovo Songlian. Feipu scosse la testa, accese e spense varie volte di seguito Faccendino, si guardò attorno senza attenzione e poi disse: – Quando resto troppo tempo a casa, finisco per averne noia. Sto pensando di andar via, fuori si sta meglio, c’è libertà, allegria E Songlian: – Ho capito. Dopo un tale litigio, hai ancora paura di lei. – Non è di lei che ho paura, ma delle seccature, e delle donne. Le donne sono davvero spaventose. Hai paura delle donne? E allora come mai non hai paura di me? – Anche di te ho un po’ paura, ma molto meno, tu sei diversa dalle altre, per questo mi fa piacere venire da te.
In seguito Songlian pensò spesso a quella frase detta casualmente da Feipu, «tu sei diversa dalle altre». Era una sorta di consolazione che lui le aveva dato, un tepore simile a quello degli incerti raggi del sole invernale.
Da allora, Feipu andò molto di rado a far visita a Songlian. Inoltre, anche gli affari sembrava non andassero molto lisci ed era sempre cupo d’aspetto. Songlian aveva occasione di incontrarlo solo a tavola. A volte nei suoi pensieri compariva l’immagine delle gambe di Meishan e del medico intrecciate sotto al tavolo da gioco, e allora, incapace di trattenersi, dava uno sguardo furtivo sotto al tavolo, alle sue gambe: sarebbero state in grado di allungarsi fino a lui? L’idea la spaventava, e la eccitava.
Improvvisamente, un giorno Feipu andò da lei; restava in piedi, strofinandosi le mani e guardandosi i piedi. Visto che non parlava, Songlian gli chiese scoppiando a ridere: – Cosa covi in petto, che non parli? – Sto per partire – rispose lui. – Non parti spesso? – Questa volta vado nello Yunnan, per una partita di tabacco. – E allora, che c’è di particolare? – disse Songlian Basta che non vai a trattare una partita di oppio! – Ieri un celebre monaco mi ha predetto il futuro e ha detto che molti sono i cattivi auspici e pochi i buoni. Io di solito non credo a queste cose, ma stavolta un po’ ci credo. – Se ci credi, allora non partire! -disse Songlian -. Ho sentito dire che nello Yunnan ci sono moltissimi banditi, che tagliano a pezzi la gente e la mangiano -. Feipu rispose: – Non posso non andare. Primo, desidero partire. Secondo, abbiamo bisogno di procurarci delle entrate; se andiamo avanti così, mangiando soltanto e non producendo ricchezza, finiremo per impoverirci. Mio padre non se ne intende di queste cose; se non ci penso io, chi ci pensa? – Hai ragione. Va’, allora! Non è bene che gli uomini restino tutto il tempo fermi a casa Feipu tacque per un po’ grattandosi la testa, poi a un tratto chiese: – Se non tornassi più, mi piangeresti? Songlian gli tappò subito la bocca con la mano: – Non attirarti le disgrazie Feipu le prese la mano, la girò e rigirò per studiarla e disse: Perché non so leggere la mano? Non ci capisco niente. Forse hai un futuro pieno di promesse, ma che per il momento sono tutte nascoste. Smettila! Se ci vedesse Yan’er chissà che storie andrebbe a raccontare in giro. – Che ci provi! Le taglierò la lingua e la mangerò in brodo.
Songlian si accomiatò da Feipu sotto la veranda. Da lontano vide il signorino Gu che passeggiava in giardino. – Perché ha aspettato fuori? – chiese a Feipu. – Anche lui ha paura delle donne, come me – rispose lui ridendo, e aggiunse: – Viene nello Yunnan con me Facendo una smorfia Songlian notò: – Voi due sembrate proprio marito e moglie. Siete inseparabili. – Mi sembri un po’ gelosa – disse Feipu -. Se vuoi venire nello Yunnan ti porto con me. Vieni? -Verrei volentieri, ma non è possibile. -Perché non è possibile? – chiese lui. -Non fare lo stupido – rispose Songlian dandogli una leggera spinta -. Lo sai perché non è possibile. Vai,su, vai -. Segui con gli occhi Feipu e il signorino Gu che oltrepassavano la porta a forma di luna e sparivano alla vista. Non capiva bene quali fossero le sue emozioni riguardo a questo commiato, se non le importasse niente o ne fosse turbata, però una cosa le era chiara: con la partenza di Feipu, sarebbe stata ancora più sola in casa Chen.
Quando Chen Zuoqian arrivò, Songlian stava fumando. La prima reazione che ebbe nel vederlo entrare fu di spegnere la sigaretta. Ricordava che Chen Zuoqian non sopportava le donne che fumano. Lui si tolse cappello e soprabito e attese che Songlian venisse a prenderli per appenderli. Esitante Songlian andò verso di lui: – È tanto che il signore non viene da me disse. – Com’è che ti sei messa a fumare? – chiese lui -. Le donne che fumano perdono femminilità -. Songlian appese il soprabito e si mise in testa il cappello: – così sono ancora meno femminile, no? – disse ridendo. Chen Zuoqian le tolse il cappello e lo mise lui stesso sull’attaccapanni: – Sei troppo
capricciosa, Songlian – disse . E quando fai la capricciosa, finisci per comportarti in modo sconveniente. Non c’è da meravigliarsi se spettegolano su di te Subito lei replicò: – E che dicono? Chi sparla di me? Sono davvero gli altri, o sei tu? Se sono gli altri a spettegolare, non mi importa, ma se sei tu a non sopportarmi più, allora non posso che morire per lavare le mie colpe Chen Zuoqian corrugò le sopracciglia: – Va bene, va bene. Com’è che siete tutte uguali? Non fate che parlare della morte, quasi che la vostra fosse una vita miserabile. Detesto queste storie -. Songlian gli si avvicinò e lo scosse per la spalla: – Se non ti piace, non parlerò più della morte. In effetti, quando tutto va bene, parlare di queste cose mette tristezza -. Chen Zuoqian la prese fra le braccia e la fece sedere sulle sue ginocchia: – Ti sei dispiaciuta per l’incidente dell’altro giorno? Ero di cattivo umore, sono rimasto tutto il giorno in uno stato di grande confusione, senza una ragione apparente. Probabilmente nessun uomo si rallegra di compiere cinquant’anni. – Quale incidente? chiese Songlian Me ne sono dimenticata Chen Zuoqian si mise a ridere, le pizzicò i fianchi e disse: – Già, quale incidente? Me ne sono dimenticato anch’io.
Dopo qualche giorno di separazione, Songlian trovò che il corpo di Chen Zuoqian le era diventato a un tratto estraneo. In più, mandava un odore di olio alla menta; Songlian ne dedusse che quei giorni li aveva passati con Yuru, solo a lei piaceva l’olio alla menta. Songlian prese da un lato del letto una boccetta di profumo e lo sparse accuratamente sul corpo di Chen Zuoqian, e poi sul suo. – Dove hai imparato quest’arte? – le chiese. -Non lascerò sul tuo corpo il loro odore – rispose. Chen Zuoqian diede dei lievi calci da sotto l’imbottita e disse: – Sei un vero despota. – Anche se volessi, non potrei esserlo – replicò lei; poi all’improvviso chiese: – Perché Feipu va nello Yunnan? Dice che va per trattare un affare di tabacco, io lo lascio fare. – Come mai è così amico di quel signorino Gu? -chiese ancora Songlian. Chen Zuoqian rise: – E che c’è di strano! Tra uomini ci sono cose che voi non capite – Lei sospirò, e mentre carezzava il corpo magro e svelto di Chen Zuoqian le balenò in mente un pensiero inconfessabile. Come sarebbe stato Feipu a letto?
Come donna ormai dotata di esperienza sessuale, Songlian non avrebbe mai dimenticato quella notte. Benché per gli sforzi il sudore già scorresse sulla schiena di Chen Zuoqian, era tutto inutile. Con acume, Songlian scorse nello sguardo di lui un profondo terrore e una gran confusione. – Che succede? -. La voce di lui era diventata debole e timida. Le dita di Songlian scorrevano come l’acqua sul corpo di Chen Zuoqian, che sembrava essersi afflosciato, come a seguito di un’esplosione, e allontanato da lei. Si rese conto che per lui si stava consumando una tragedia, e provò una sensazione strana, incomprensibile, non sapeva se gioiosa o drammatica, ma si sentiva persa. Gli accarezzò il viso e disse: – Sei troppo stanco, riposati un po’. – No, no, non è questo, non ci credo rispose lui. – E allora che si può fare? -. Chen Zuoqian esitò un momento, poi le disse: – Forse un modo c’è, solo non so se tu vuoi. – Non c’è nulla che non farei per farti piacere – rispose lei. Chen Zuoqian incollò il viso a quello di Songlian e mordendole un orecchio le disse qualcosa. Lei non capi, lui lo ripeté e questa volta Songlian capì. Senza dire una parola, avvampò. Gli voltò le spalle, e si mise a fissare un punto nell’oscurità, poi a un tratto esclamò: Vorrebbe dire esser trattata come una cagna! – Non ti voglio costringere, se non vuoi lasciamo perdere replicò lui. Songlian non disse niente, si raggomitolò come un gatto e dopo un po’ Chen Zuoqian la sentì singhiozzare piano piano. – Se
non vuoi non vuoi, non e necessario che ti metta a piangere disse. Ma Songlian si mise a singhiozzare sempre più forte, coprendosi il viso con le mani. Dopo essere stato ad ascoltarla per un po’ Chen Zuoqian le intimò: Se non smetti, me ne vado . Lei continuò a singhiozzare, allora Chen Zuoqian scostò la coperta e scese dal letto. Mentre si rivestiva disse: -Non ho mai visto una come te! Che monumento alla castità vuoi erigere, se sei una puttana?
Chen Zuoqian se ne andò stizzito. Songlian si drizzò a sedere sul letto e pianse ancora a lungo fissando l’oscurità. Guardava i raggi lunari che entravano tra le fessure della tenda proiettando sul pavimento una striscia di fredda luce bianca. Il suono dei suoi singhiozzi continuava ad aleggiarle intorno, ancora non si era placato, mentre fuori in giardino c’era un silenzio di morte. In quel momento, le tornarono in mente le ultime parole di Chen Zuoqian, fu scossa da un fremito e, colpendo con forza l’imbottita, gridò verso l’oscurità: Puttana a chi?!? Puttane sarete voi!

Come confermato da molti segnali, quello fu un inverno fuori dell’ordinario in casa Chen. Se, quando erano assieme, capitava che le quattro signore parlassero di Chen Zuoqian, sui loro visi si disegnava immancabilmente un’espressione ambigua. Si capivano senza bisogno di parlare e ciascuna covava in petto dei disegni segreti. Chen Zuoqian passava tutte le notti da Zhuoyun, e questo faceva sì che la qualità della vita quotidiana di Zhuoyun fosse
enormemente migliorata. Le altre tre signore, quando la incontravano, non riuscivano a nascondere un interrogativo nei loro occhi: «Allora, Zhuoyun, come servi il signore di notte?».
Certe mattine, Meishan, indossando un costume teatrale, riviveva il suo vecchio amore per il palcoscenico sotto la pergola di glicine. Ogni movimento e ogni intonazione, sia nel canto che nel recitato, erano eseguiti con grande scrupolo. La gente che si trovava in giardino vedeva le lunghe maniche del suo abito fluttuare al vento, e la sua figura mentre ballava faceva pensare a un affascinante fantasma.

È suonata la quarta veglia,
in mezzo al fiume regna il silenzio,
ho la mia ombra come unico conforto
e questo raddoppia il mio dolore.
Ho riflettuto a lungo,
è vero, spesso la bellezza
non porta la felicità.
Me sfortunata, che per tutti questi anni,

dalla vergogna
ho trattenuto a stento le lacrime.
Ingiustamente sono stata chiamata puttana,
e oggi tornare indietro è difficile, ma andare avanti
lo è ancora di più.
Meglio seppellire gli anni che restano
nello stomaco dei pesci.
La decima signorina Du cerca la morte,
ma anche se vuoi morire,
che sia una morte chiara e luminosa.

Songlian era incantata. Si avvicinò a Meishan, l’afferrò per la gonna e le disse: – Non cantare più, è così bello che ho l’impressione che la mia anima mi lasci. Che cos’è? -. Meishan andò a sedersi al tavolo di pietra, e ansimando si tolse con la manica il belletto dal viso. Songlian le porse un fazzoletto di seta: Guarda, il tuo viso è a chiazze: rosso qua, bianco là, sembri proprio un fantasma. – La differenza tra gli uomini e i fantasmi sta solo nel respiro. Gli uomini sono fantasmi, e i fantasmi sono uomini – osservò Meishan. – Cosa cantavi prima? È un brano che mette tristezza – disse Songlian. – La decima signorina Du, è stata l’ultima opera che ho interpretato prima di lasciare il teatro. La decima signorina Du vuole morire, è ovvio che metta tristezza -. Songlian chiese: – Quando mi insegni a cantare questo brano? -. Meishan fissò Songlian e disse: – Parli a vanvera! Vuoi morire anche tu? Quando deciderai di morire, te la insegnerò . Songlian restò senza fiato e non fu in grado di rispondere niente, inebetita guardava il viso sporco di belletto dell’altra. Si rese conto che non l’odiava nemmeno più, almeno non in quel momento, anche se era capace di ferire con le sue battute. Sapeva bene che Meishan, Yuru e lei stessa, avevano ora un comune nemico, e cioè Zhuoyun. Però disdegnava il darlo a intendere. Andò fino al bordo del pozzo abbandonato e si piegò per guardarci dentro. A un tratto disse ridendo: – Fantasmi, qui ci sono i fantasmi. Sai chi è morto qui dentro? -. Meishan, seduta ancora al tavolo di pietra, disse: – E chi altro vuoi che sia? Una sei tu e una sono io. – Meishan, queste tue spiritosaggini mi danno i brividi! – Hai paura? – rise Meishan -. E di che? Ancora non hai un amante, nel pozzo finiscono quelle infedeli. Nella famiglia Chen è stato così per generazioni -. Songlian indietreggiò di un passo: – È spaventoso, e chi ce le ha gettate? -. Meishan lanciò dietro le spalle le lunghe maniche e alzandosi in piedi rispose: – Tu lo chiedi a me, io lo chiedo a te. Vallo a chiedere ai fantasmi che lo abitano! -. così dicendo si avvicinò al pozzo, vi lanciò uno sguardo dentro e poi declamò il recitativo di un’opera, scandendo bene le parole: -«Vittime, morti, fantasmi…».
Chiacchierando vicino al pozzo, arrivarono a parlare della malattia segreta di Chen Zuoqian. – Anche le migliori lampade a olio un giorno si esauriscono, io temo solo che l’olio che serve a lui non sia in vendita – osservò Meishan, e aggiunse: – In questa casa l’elemento yin è troppo forte, ma se lo yang è in declino si vede che il destino ha disposto così. Stavolta ci siamo, se Chen Zuoqian non funziona più, chi avrà la vita dura saremo noi, che tutte le notti veglieremo una stanza vuota -. Poi passò all’argomento Zhuoyun e la maledì a denti stretti: – Quella miserabile fa tutto quello che vuole lui e come ce la mette tutta per assecondarlo sarebbe capace di leccargli il culo e dirgli che è dolce e profumato si illude di poter dominare tutti ma aspetta che io la rimetta a posto e la sentirai piangere al punto di invocare il padre e la madre. Ma lo spirito di Songlian vagava. Ogni volta che si trovava accanto al pozzo veniva inevitabilmente assalita da incubi e allucinazioni. Senti nelle profondità più recondite del pozzo l’acqua che ribolliva e inviava in superficie messaggi dei morti, li udì veramente, e senti anche affiorare gelidi miasmi che ravvolsero anima e corpo. – Ho paura! -gridò, e scappò via. Alle sue spalle senti Meishan che le urlava: – Che ti succede? Tanto se vai a fare la spia non me ne importa niente io non ho paura io non ho detto niente.

Quel giorno Yiyun rientrò sola da scuola. Zhuoyun sospettò subito qualcosa: – E Yirong? chiese. Yiyun gettò a terra la sacca dei libri e rispose: – L’hanno picchiata, è ferita, è all’ospedale -. Zhuoyun non si diede il tempo di fare altre domande, e corse all’ospedale con due servitori. Tornarono a casa che era ora di cena, Yirong aveva la testa fasciata, Zhuoyun la portò in braccio fino alla tavola. Tutti posarono le bacchette e andarono a vedere la ferita di Yirong. Chen Zuoqian, che aveva un debole per Yirong, la prese tra le braccia e la fece sedere sulle sue ginocchia: -Dimmi, chi ti ha picchiato? – le chiese . Domani gli strapperò la pelle -. Yirong, tenendo il broncio, disse il nome di un ragazzino. Sbottando di rabbia, Chen Zuoqian le chiese: – Di che famiglia è questo ragazzino, che si permette di
picchiare mia figlia? -. Zhuoyun, che in disparte si asciugava le lacrime,intervenne: – Che lo chiedi a fare a lei? Potremo fare un’indagine accurata solo domani, dopo aver trovato il ragazzino. Che essere senza cuore, peggio di una bestia, come si può fare violenza a un bambino! -. Yuru aggrottò leggermente le sopracciglia e disse: – Mangiate, è normale che i bambini a scuola facciano a botte. La ferita poi non è grave, tra qualche giorno starà bene. -La prendi un po’ troppo alla leggera, prima signora. Poco mancava che perdesse la vista. Come può una creatura tenera e delicata sopportare tanta crudeltà? E poi, non è tanto con il ragazzino che me la prendo, ce l’ho con chi lo ha istigato. Se così non fosse, infatti, perché mai, senza provare per lei né odio né rancore, sarebbe saltato fuori da dietro a un albero e l’avrebbe presa a bastonate? -. Intenta a riempire la sua tazza di zuppa di pollo, Meishan intervenne: -La seconda signora è troppo sospettosa. I ragazzi si accapigliano senza che ci sia una vera ragione. A esser troppo sospettosi si può finire per creare scontento -. Gelida Zhuoyun replicò: – Lo scontento verrà dopo! Come potrei mandar giù questa storia? Voglio andarci a fondo!
Nessuno però immaginava che il giorno dopo Zhuoyun si sarebbe presentata all’ora di pranzo a tavola portandosi dietro un ragazzino grasso e col moccio al naso. Dopo che Zhuoyun gli ebbe detto qualcosa a voce bassa, il ragazzino fece il giro della tavola, guardando a turno i commensali bene in faccia, e a un tratto, indicando Meishan, gridò:-È lei! Mi ha dato uno yuan -. Meishan alzò gli occhi al cielo, allontanò da sé la sedia e afferrò il ragazzino per il colletto: – Che dici? Perché ti avrei dato uno yuan? . Dibattendosi per liberarsi dalla presa, il ragazzino gridò: – Mi hai dato uno yuan perché picchiassi Chen Yirong e Chen Yiyun -. Meishan gli diede uno schiaffo e inveì: – Balle! Io non ti conosco affatto, piccolo bastardo! Chi ti ha messo in bocca queste calunnie? . A questo punto, Zhuoyun si fece avanti per separarli e con un falso sorriso disse: -Va bene! Facciamo conto che abbia sbagliato persona. L’importante è che io abbia chiaro come stanno le cose – e spinse il ragazzino fuori della sala da pranzo.
Meishan aveva un’espressione terribile, e gettando il cucchiaio sulla tavola sbottò: – Svergognata! -. E Zhuoyun: – Chi è la vera svergognata qui, in cuor suo sa bene di esserlo! Non ci sarà mica bisogno che lo spiattelli io, no? -. Chen Zuoqian finì per non poterne più: – Se non volete mangiare, andate via! Via!
Songlian si tenne fuori da questo incidente. Osservò tutto con uno sguardo distaccato e non intervenne. In realtà, fin dall’inizio aveva indovinato che c’era dietro Meishan, ormai aveva capito che tipo era, una donna che amava e odiava con un impeto spaventoso. Trovava quest’ultimo incidente crudele ma allo stesso tempo ridicolo e assurdo. Cosa più strana, però, le sue simpatie andavano a Meishan piuttosto che alla povera Yirong, per non parlare di Zhuoyun. Che esseri strani sono le donne! Capaci di andare a fondo del cuore degli altri, ma incapaci di conoscere il proprio.

A Songlian vennero di nuovo le mestruazioni, e questa volta entrò in uno stato d’ansia e di preoccupazione come mai prima. Quella macchia di sporco sangue scarlatto costituiva per lei un colpo terribile. Le era ben chiaro che, con il raffreddamento dei rapporti con Chen Zuoqian e la sua impotenza,le possibilità di rimanere incinta diventavano sempre più remote. Se fosse stato davvero così, cosa ne sarebbe stato della sua vita? L’avrebbe trascorsa in solitudine, come una delle foglie di lemna fluttuanti nel giardino di casa Chen?
Songlian si rese conto che con il passare del tempo diventava incline a rattristarsi e a piangere lacrime amare, che finivano per bagnarle il davanti dell’abito. Con le lacrime che le scorrevano sul viso, andò al gabinetto per gettar via la sporcizia. Nel vedere che dentro c’era ancora un pezzo di carta igienica zuppo, imprecò: – Che scansafatiche! -. Yan’er non avrebbe mai imparato a servirsi del nuovo tipo di gabinetto, dopo averlo usato non tirava mai la catena. Stava per tirarla lei, quando un’intuizione le fece balenare un sospetto. Andò a cercare una scopa e con quella tirò su quel pezzo di carta tappandosi il naso. Una volta aperto rivelò cos’era in realtà. Sopra, con tratti poco precisi, c’era disegnata una donna e, benché la carta fosse imbevuta d’acqua, la figura di donna, tracciata con chissà che sangue rosso scuro, era riconoscibile alla prima occhiata. La donna disegnata era lei: Yan’er aveva trovato un altro sistema per farle la fattura. – Spera che io muoia! Mi ha gettato nel gabinetto! -. Tremando tutta ripescò il pezzo di carta, non si schifava più per lo sporco. La malvagità di Yan’er le faceva ribollire il sangue dalla testa ai piedi. Stringendo il pezzo di carta tra le dita, apri violentemente la porta della cameretta della domestica. Yan’er si era assopita, appoggiata al letto. – Che vuole, signora? – chiese. Songlian le gettò la carta igienica sul viso. – Cos’è? – domandò Yan’er, ma quando vide di che si trattava, il suo viso si fece color cenere e balbettò: – Non l’ho usato io -. Songlian era così furiosa che non riusciva a parlare, e la rabbia dava al suo sguardo un’espressione disperata. Yan’er, raggomitolata sul letto, non aveva il coraggio di guardarla in faccia: – L’ho dipinta per gioco, non è lei. – Chi ti ha insegnato questi perfidi trucchi? Vuoi che muoia per diventare tu la signora? -. Yan’er non osò replicare. Afferrata la carta, fece l’atto di gettarla fuori dalla finestra. – Ti proibisco di gettarla! – le gridò Songlian con voce acuta. È sporca, a che serve conservarla? – si giustificò Yan’er girando la testa. Abbracciandosi le spalle Songlian camminava per la stanza: – Una sua utilità ce l’ha. Tu hai due possibilità. Una, è rendere pubblico il tuo gesto, far vedere quel pezzo di carta a Chen Zuoqian e a tutti gli altri. Io ti manderò via dal mio servizio. Del resto, quando mai mi hai servito tu? Stai con me per uccidermi. L’altra strada è quella di regolare la cosa in privato. – Come in privato? -chiese timidamente Yan’er -. Farò tutto quello che mi chiederete, ma non mandatemi via -. Songlian rise: – La via privata è semplice. Devi mangiare quella carta -. Yan’er ebbe un sobbalzo: – Che dice, signora? -. Songlian si girò e si mise a guardare fuori dalla finestra; scandendo le parole ripetè: – La devi mangiare -. Yan’er si senti perdere le forze, si accasciò e coprendosi il viso con le mani cominciò a piangere: – Meglio sarebbe se mi picchiasse a morte! -. Songlian ribatté: – Non ho la forza di picchiarti, e poi non voglio sporcarmi le mani toccandoti. E non accusarmi di essere crudele, questo si chiama «ripagare gli altri con la stessa moneta», sta scritto sui libri, non può essere sbagliato . Yan’er continuava a piangere accucciata in un angolo. – In questo modo, ancora una volta ne uscirai pulita. Se non vuoi mangiarla, allora vattene, fai le valigie e va’ via! -. Yan’er pianse ancora a lungo, poi a un tratto si asciugò le lacrime e con voce rotta dai singhiozzi disse: – La mangio, se non mi resta altro da fare, la mangio -. Dopodiché, si infilò il pezzo di carta in bocca mandando un conato lacerante. Songlian la osservava gelida, non provava nessuna soddisfazione, anzi, chissà perché, si sentiva raggelata e in preda a una nausea terribile. -Miserabile! -. Guardò Yan’er con disgusto e lasciò la stanzetta.
Il giorno dopo Yan’er cadde gravemente ammalata. Venne il medico a visitarla e disse che aveva il tifo. Alla notizia, Songlian ebbe l’impressione che le avessero tagliato via un pezzo di cuore con un coltello non affilato e ne provò un vago dolore. Chissà come, la notizia venne fuori. I domestici raccontavano come Songlian avesse fatto ingoiare a Yan’er la carta igienica, e sostenevano che la quarta signora era la più malvagia di tutte, benché all’apparenza non lo si sarebbe detto, e che Yan’er era tra la vita e la morte.
Chen Zuoqian fece portare Yan’er all’ospedale, e raccomandò all’intendente: – Datele tutte le cure necessarie, sosterrò io le spese. Non voglio che la gente ci accusi di non preoccuparci della salute dei nostri servitori -. Quando portarono via Yan’er, Songlian, rintanata in camera sua, la vide agonizzante sulla barella attraverso le fessure della tenda. La pelle del cranio traspariva per la gran quantità di capelli che aveva perso, una vista raccapricciante. Senti lo sguardo giallo e spento di Yan’er passare attraverso la tenda e trafiggerle profondamente il cuore. Più tardi, Chen Zuoqian si recò da Songlian e la trovò in piedi davanti alla finestra con lo sguardo assente. – Sei stata troppo perfida – la rimproverò -. Hai dato argomento ai pettegolezzi e rovinato la reputazione della famiglia Chen. – La prima a essere perfida è stata lei. Non faceva che augurarsi la mia morte -. Chen Zuoqian a quel punto esplose: – Tu sei la padrona, e lei una serva! Avete forse la stessa comprensione delle cose? -. Songlian rimase un momento in silenzio, ma dopo un po’ disse con scarsa convinzione: – Non avevo intenzione di farla ammalare. Si è fatta del male da sola, perché incolpare solo me? -. Chen Zuoqian agitò la mano e spazientito ribatté: – Sta’ zitta! Non sopporto più nessuna di voi. La vostra vista mi fa venire il mal di testa. Sarà meglio che mi evitiate altre seccature! -. Ciò detto attraversò la soglia dell’appartamento, ma in, quella sentì Songlian che con voce debole diceva: -Cielo! Che farò della mia vita? -. Allora si voltò e rispose: – Fanne quello che vuoi, vivi come ti pare e piace, basta che non fai più mangiare ai domestici la carta igienica.

Al servizio di Songlian venne una vecchia domestica chiamata Songma A sentir lei, lavorava in casa Chen da quando aveva quindici anni, ci aveva trascorso gran parte della sua esistenza. Fei-pu l’aveva cresciuto lei, e anche la signorina che studiava all’università l’aveva cresciuta lei.,Vedendo come sfoggiava la sua anzianità di servizio, Songlian per prenderla in giro le chiese: – Ma allora, anche Chen Zuoqian, sei tu che l’hai cresciuto! -.Songma non capì lo scherzo e mettendosi a ridere rispose: – Ma no! Però l’ho visto prender moglie quattro volte. Quando ha sposato la prima moglie, Yuru, aveva appena diciannove anni; sul petto portava appesa una grande piastra d’oro, e anche lei ne aveva una. Dovevano pesare almeno tre etti. Quando ha preso la seconda moglie, Zhuoyun, la piastra era più piccola; al terzo matrimonio, con Meishan, lui e lei portavano solo un anello. Quando ha sposato lei, non c’era un bel niente. Questa famiglia va decadendo di giorno in giorno. – Se le cose stanno così – chiese Songlian -, perché resti? -. Songma sospirò: – Mi sono abituata a lavorare qui, invece non potrei abituarmi a passare le giornate al mio paese senza fare nulla . Tappandosi la bocca con la mano, Songlian rise: – Se parli seriamente, vuol dire che a questo mondo c’è davvero chi nasce col destino del servo. – E non è forse così? Se uno deve avere il destino del ricco o del servo, è deciso dalla nascita. Anche se non ci si crede, è così. Prendiamo noi ad esempio, sono io che servo lei, e anche se un giorno il cielo cadesse e la terra si inabissasse, se solo sopravvivessimo, sarei sempre io a servire lei, e non potrebbe mai essere il contrario.
Songma era una domestica stupida e chiacchierona. Songlian non aveva grande simpatia per lei, ma in tutte quelle notti noiose, che passava seduta da sola accanto alla lampada, le veniva voglia di parlare con qualcuno. Allora la chiamava perché venisse a farle compagnia. Le conversazioni tra serva e padrona erano futili e prive di interesse, e dopo poco Songlian era di nuovo annoiata. Ascoltando il cicaleccio della domestica, i suoi pensieri correvano lontano, si facevano bizzarri. In realtà, non ascoltava affatto quello che diceva, percepiva solo le labbra gialle della vecchia domestica che si muovevano come vermi. Passare così le notti le sembrava ridicolo, ma poi si chiedeva: «Che altro potrei fare?».
Una volta, parlarono delle donne che erano morte nel pozzo abbandonato. L’ultima ci è morta quarant’anni fa – affermò Songma -. Era una concubina del padre di Chen Zuoqian – e le raccontò dei sei mesi che era stata a servizio di quella donna. – Com’è morta? – le chiese Songlian. Songma ammiccò in modo misterioso e rispose: Sempre la stessa storia di uomini e donne! I panni sporchi si lavano in famiglia. Non vorrei che il signore se la prendesse con me -. E Songlian: – Vorresti dire che io non faccio parte della famiglia? Bene! Chiudiamo qui la conversazione! Vai a dormire . Songma osservò l’espressione di Songlian e sorridendo le chiese: Signora, vuole davvero sentire queste storiacce? -Parla, che ti ascolto replicò Songlian. – Cosa ci sarà di tanto straordinario? -. Abbassando la voce Songma disse: -Un venditore di formaggio di soia! Ha avuto una relazione con un venditore di formaggio di soia! – Com’è possibile? – chiese in tono indifferente Songlian. – Quell’uomo era molto rinomato per il suo formaggio – raccontò Songma -, e il cuoco gliene fece portare un po’ a casa. È così che si sono incontrati. Erano giovani, avevano il sangue caldo, sono rimasti presi l’uno dall’altro. – Chi ha sedotto chi? – chiese Songlian. Songma ridendo osservò: – Lo sa il diavolo! L’ordine in queste cose è difficile stabilirlo: l’uomo morde la donna, e la donna morde l’uomo. – Come si è saputo che avevano una relazione? -chiese ancora Songlian. Un investigatore! – disse Songma -. Il vecchio signor Chen assunse un investigatore! La donna disse che aveva mal di testa e che andava dal dottore. Il signore volle chiamare il dottore perché venisse a casa, ma lei rifiutò. Questo lo insospetti e la fece seguire da un investigatore. È colpa sua, si era inventata una bugia poco credibile. Giunta a casa del venditore di formaggio, vi rimase così a lungo che non ne usci nemmeno al calar della sera. Sulle prime l’investigatore non osava sorprenderli, ma poi, spinto dalla fame, andò su, spalancò la porta con un calcio e disse: – Voi non avete fame, ma io sì . A questo punto del racconto, Songma scoppiò a ridere. Songlian la guardò sbellicarsi dalle risa. Lei però non rise, sedendo rigida proferì: – È ripugnante! . Si accese una sigaretta, tirò qualche boccata, poi all’improvviso chiese: – Allora si è gettata nel pozzo perché era stata con un altro? -. Songma assunse di nuovo un’aria misteriosa e a bassa voce disse: – Lo sa il diavolo! Fatto sta che è morta nel pozzo.
Da allora Songlian di notte provò un terrore indescrivibile, al punto che non aveva il coraggio di spegnere la lampada. A luce spenta l’oscurità che l’attorniava le metteva paura. Aveva l’impressione che il pozzo da sotto la pergola di glicine arrivasse a balzi fin davanti alla sua finestra, le pareva di vedere quelle mani bianche e soffuse di luce tendersi verso di lei, ondeggiando coperte di umidità.
Nessuno era al corrente di quanto le storie che giravano sul pozzo abbandonato terrorizzassero Songlian, ma Yuru venne invece a sapere che dormiva con la lampada accesa. Non spegne la luce di notte? – ripetè più volte Yuru -. Anche il patrimonio di una casa più abbiente della nostra ne verrebbe dilapidato -. Songlian l’ignorò, era stanca di questi battibecchi fra donne, non pensava di giustificarsi, non voleva combattere per il predominio, e non intendeva mostrare interesse per delle cose da nulla come questa. Al contrario, i suoi pensieri erano vaghi, privi di una direzione precisa, lei stessa non riusciva a dirigerne le fila. «Se uno non ha niente da dire, meglio tacere», pensava. In casa Chen tutti si accorsero che era diventata taciturna e ne dedussero che era conseguenza del fatto di non essere più la prediletta di Chen Zuoqian.
In un batter d’occhio giunse il periodo di Capodanno. In casa Chen ferveva una grande attività: si macellavano maiali e mucche, e si trasportavano gli acquisti per la festa. Fuori della finestra c’era sempre una gran confusione. Sola in camera sua, Songlian si ricordò a un tratto del suo compleanno. Il suo compleanno era a soli cinque giorni di distanza da quello di Chen Zuoqian: il dodici dicembre. Ormai era passato, ma se ne era ricordata solo allora e fu invasa da un senso di amarezza. Diede dei soldi a Songma perché andasse a comprarle qualche piatto di carne stufata e una bottiglia di vino del Sichuan. – Che le succede oggi, signora? – chiese Songma. – Non ti preoccupare, voglio provare come ci si sente ubriachi! -. Dopo cercò una tazza, la poggiò sul tavolo e si sedette a fissarla. Le sembrava di vedere quella bambina di venti anni fa tenuta in braccio da una madre sconosciuta. I venti anni che erano trascorsi da allora, invece, le apparivano confusi, ricordava solo la mano del padre immersa nell’acqua rosso sangue, che ancora si sarebbe voluta sollevare per carezzarle i capelli. Songlian chiuse gli occhi e nella sua mente ci fu di nuovo il vuoto, l’unica cosa che le appariva chiara era l’idea del suo compleanno. Il compleanno. Prese la tazza e ne guardò il fondo, c’era una macchia marrone, e rivolta a se stessa disse: «Il dodicesimo giorno del dodicesimo mese, come ho potuto dimenticare una data così facile da ricordare?». A parte lei, nessuno al mondo sapeva che il dodici dicembre era il suo compleanno. A parte lei, nessuno avrebbe potuto organizzarle una festa di compleanno.
Songma tornò dopo un bel po’ e mise sul tavolo un grosso involucro di polmoni e intestini stufati. – Perché hai comprato questa roba? È sporca, chi credi che la mangi? – chiese Songlian. Songma la misurò con lo sguardo e di colpo annunciò: – Yan’er è morta, all’ospedale -. Il cuore di Songlian ebbe un sobbalzo; cercando di calmarsi chiese: – Quando è morta? – Non lo so, ho solo sentito dire che prima di morire ha gridato il suo nome Songlian sbiancò: – Perché mai gridare il mio nome? Forse che l’ho uccisa io? – Non si arrabbi! – rispose Songma -. Le riporto solo quello che ho sentito dire. La vita e la morte sono decise dal cielo, non si può dare la colpa a lei, signora -. Songlian chiese di nuovo: – E il corpo? I suoi familiari l’hanno riportato al paese natale. Piangevano a dirotto, poveretti! -. Songlian stappò la bottiglia e annusò il vino, e con tono indifferente disse: – Piangere, non è che abbia molto senso! La vita è sofferenza, la morte è il vuoto totale. Meglio morire che vivere.
Songlian stava sorseggiando da sola il vino, quando udì un debole rumore di passi che le sembrò familiare. La tenda si sollevò e fece irruzione un uomo bruno. Songlian girò il viso verso di lui, ma solo dopo averlo fissato a lungo lo riconobbe: era Feipu. In fretta, ricopri con un panno il vino e il cibo che si trovavano sul tavolo per non farglieli vedere, ma lui li aveva comunque notati ed esclamò: -Bene! Ti sei messa addirittura a bere! -Come mai sei già di ritorno? – chiese lei. Feipu rispose che chi non muore prima o poi torna a casa. In quei giorni di assenza aveva subito un gran cambiamento: il viso era abbronzato e si era fatto più robusto, ma aveva un’aria esausta. Songlian notò le occhiaie e gli angoli degli occhi striati di sangue, simile in questo al padre, Chen Zuoqian.
– Perché ti sei messa a bere? Per annegare i dispiaceri?
– Forse che il vino può farli sparire? Festeggio il mio compleanno.- È il tuo compleanno? Quanti anni fai?
– Che importanza ha! Vivo giorno per giorno. Ne vuoi una tazza anche tu? Per brindare con me!
– Berrò anch’io! Ti auguro di vivere fino a novantanove anni.
– Sciocchezze! Non voglio vivere così a lungo! Queste espressioni cerimoniose riservale a tuo padre.-Quanto vuoi vivere,allora?
– Dipende! Quando non vorrò più vivere, smetterò. È semplice.
– Allora faccio un altro brindisi. Ti auguro di vivere almeno un altro po’ Se tu morissi, non avrei nessuno con cui parlare in famiglia.
Sorseggiando lentamente il vino, si misero a parlare dell’affare del tabacco. Ridendo di sé, Fei-pu confessò: – È andata male! Non ho la stoffa dell’uomo d’affari! Non solo non ho fatto alcun profitto, ma ho anche subito delle perdite. Però il viaggio è stato molto piacevole. – Ma la tua vita è già molto piacevole, quando mai hai dei dispiaceri? – Non dirlo a mio padre, o mi toccherà una ramanzina. – Non ho intenzione di immischiarmi nei vostri affari di famiglia, e poi, ora mi considera uno straccio vecchio, non mi degna di uno sguardo. Non potrei certo andargli a parlar male di te.
Sotto l’effetto del vino, Songlian incominciò ad animarsi; le sue parole mostravano chiaramente la sua inclinazione per Feipu. E lui, naturalmente, se ne accorse. Nel suo animo sbocciò una miriade di sottici fiori, il viso era rosso e accaldato. Sciolse dalla cintura di cuoio un borsellino a vivaci colori su cui erano dipinti un drago e una fenice e lo diede a Songlian. – L’ho portato dallo Yunnan. Te lo regalo per il compleanno! -. Songlian lanciò un’occhiata al borsellino, poi rise furbesca: – I borsellini sono le donne che li regalano all’innamorato, non il contrario! -. Feipu era un po’ imbarazzato, poi a un tratto tolse il borsellino dalle mani di Songlian: – Se non lo vuoi, restituiscimelo. In effetti è un regalo che era stato fatto a me. Bene! – esclamò Songlian -. Bell’amico! Mi inganni regalandomi il pegno d’amicizia che un altro aveva fatto a te. Se l’avessi accettato, mi sarei sporcata le mani! -. Feipu riappese il borsellino alla cinta e disse in tono beffardo: – In realtà, non pensavo di regalartelo sul serio, era uno scherzo -.Songlian si incupì: -Sono abituata a essere ingannata, tutti si prendono gioco di me, anche tu, per divertimento -. Feipu chinò il capo e rimase in silenzio; ogni tanto lanciava degli sguardi di soppiatto per scrutare l’espressione di Songlian. A un tratto lei chiese: – Chi te lo ha regalato? . Le ginocchia di Feipu tremavano mentre rispondeva: Non chiedermelo!
I due sorseggiarono vino con l’animo vuoto. Songlian faceva rigirare la tazza tra le dita per passatempo. Osservava Feipu che le sedeva giusto di fronte, a testa bassa: i folti capelli neri testimoniavano la sua giovinezza, il collo forte orgogliosamente dritto, e sotto lo sguardo di lei delle vene blu scuro pulsavano delicatamente. Songlian ne era commossa. Un desiderio sconosciuto attraversò il suo corpo, come una folata di vento, e si senti mancare il respiro. Ancora una volta le tornò in mente l’immagine delle gambe di Meishan e del medico intrecciate sotto il tavolo da gioco. Songlian guardò le sue gambe belle e slanciate: sembravano un rivolo di sabbia fine che scendeva un pendio, e con tenerezza e ardore si avvicinavano alla meta: i piedi di Feipu, le sue ginocchia, le sue gambe. Adesso lei ne percepiva nettamente la presenza. L’espressione dei suoi occhi si fece velata, le sue labbra si dischiusero morbidamente e si mossero. Udì nell’aria il rumore di qualcosa che si rompeva, ma forse questo rumore veniva dal profondo del suo corpo. Feipu sollevò la testa e vide ondeggiare nello sguardo di lei un’emozione intensa e tumultuosa, mentre il corpo, e specialmente le gambe, mantenevano la loro posizione rigida. Feipu non si mosse. Lei chiuse gli occhi, senti i loro respiri, uno lieve, uno pesante, confondersi insieme. Fece aderire le sue gambe a quelle di Feipu, e attese che accadesse qualcosa. Dopo un attimo che sembrò lungo anni, Feipu ritrasse le ginocchia. Sedeva sulla sedia di traverso, come avesse ricevuto un colpo, e con voce rauca disse: Questo non sta bene. -Come non sta bene? – mormorò Songlian quasi risvegliandosi da un sogno. A mani giunte Feipu fece un inchino: – Non è possibile, ho ancora paura -. Mentre parlava il suo viso era contratto per la pena. – Ho ancora paura delle donne. Le donne sono troppo spaventose. – Non capisco cosa vuoi dire – rispose Songlian. Feipu si nascose il viso tra le mani: – Tu mi piaci Songlian, davvero, non ti sto prendendo in giro. – Se ti piaccio, trattami di conseguenza – rispose lei. Feipu sembrava stesse singhiozzando, scosse la testa, e sempre evitando lo sguardo di Songlian: – Non mi posso cambiare. È una punizione del cielo! Gli uomini della famiglia Chen sono sempre stati attratti dalle donne, per generazioni. Io, invece, no. Ho avuto paura delle donne fin da piccolo, soprattutto di quelle della nostra famiglia. Solo di te non ho paura, ma questo non vuol dire che io me la senta… Capisci? -. Le lacrime scivolavano lungo le gote di Songlian; distogliendo il viso, disse a bassa voce: – Capisco. Non darmi altre spiegazioni, non ce l’ho con te, veramente, non te ne voglio.
Quando Feipu andò via, Songlian si ubriacò. Rossa in viso, barcollava per la stanza, facendo cadere tutto a terra. Songma entrò per cercare di calmarla, ma non riuscendoci si risolse ad andare a chiamare il padrone. Quando Chen Zuoqian entrò, Songlian lo abbracciò: il suo alito sapeva di vino e sparlava. – Come mai si è messa a bere? – chiese a Songma. – E come faccio a saperlo? Se ha delle preoccupazioni non le racconta certo a me! – rispose la domestica. Chen Zuoqian la mandò da Yuru a prendere un rimedio contro l’ubriachezza, ma Songlian si mise a gridare: – Ti proibisco di andare! Ti proibisco di parlare con quella vecchia strega! -. Chen Zuoqian, seccato, spinse Songlian sul letto: – Ti comporti come una folle, non hai paura che gli altri ridano di te? -. Songlian balzò di nuovo in piedi e gettandogli le braccia al collo disse: – Resta con me stanotte! Nessuno mi ama, amami tu! -. Chen Zuoqian si sentì costretto a risponderle: – Come potrei amarti ridotta in questo stato? Un cane sarebbe più degno del mio amore.
Avendo saputo che Songlian si era ubriacata, Yuru arrivò di corsa. Sulla porta pronunciò varie volte il nome di Buddha, poi entrò e separò Chen Zuoqian e Songlian. – Bisogna farle prendere la medicina a forza? – chiese a Chen Zuoqian. Lui annui. Mentre Yuru cercava di tener ferma Songlian per versarle la medicina in bocca, questa le diede una spinta che la fece vacillare. Allora Yuru strillò: -Aiutatemi a immobilizzarla! Mostrate un po’ di polso con questa forsennata! -. Chen Zuoqian e Songma l’aiutarono a tenerla ferma. Ma appena Yuru le somministrò la medicina, Songlian gliela sputò in faccia. Yuru strillò di nuovo: – Perché non le dai una lezione? Questa scatenata sta mettendo tutto sottosopra! . Chen Zuoqian afferrò Songlian per la vita e lei si abbandonò subito contro il corpo di lui: – Non andar via! Ti lascerò fare tutto quello che vuoi, leccare, carezzare, tutto quello che vuoi. Basta che non te ne vai! -. Chen Zuoqian, fuori di sé dalla rabbia, non riusciva ad articolare verbo, ma Yuru non resse più e gettandosi contro Songlian le sferrò un ceffone: Svergognata! Guarda come l’hai ridotta a furia di viziarla!
Nell’appartamento regnava una confusione totale e alcune persone della casa che si trovavano in giardino corsero a vedere il perché di tutto quel chiasso. Chen Zuoqian ordinò a Songma di chiudere la porta: – Non fare entrare nessuno! -. Al che Yuru replicò: Ormai si e già sufficientemente coperta di ridicolo, perché preoccuparsi che la vedano in questo stato? Piuttosto mi chiedo, come farà a guardare in faccia la gente quando le sarà passata? Sta’ zitta! Un po’ di medicina farebbe bene anche a te! -. Songma si trattenne dal ridere tappandosi la bocca, quindi andò a tenere a bada la porta. Fuori era pieno di gente che cercava di sbirciare dalla finestra. Notò Feipu che arrivava a passo lento con le mani in tasca. Si stava chiedendo se dovesse lasciarlo entrare, quando lui si voltò e tornò sui suoi passi.
Cadde la prima neve, e il freddo e desolato giardino dei giorni invernali si ricopri di una coltre bianca, simile alla pelliccia di un coniglio. I rami degli alberi e le grondaie, lucidi e trasparenti, sembravano finemente cesellati. Fin dal primo mattino, i bambini si erano precipitati sul terreno innevato. Avevano costruito un pupazzo di neve e poi si erano messi a rincorrersi davanti alla finestra di Songlian gettandosi palle di neve. Songlian senti le grida di Feilan che era caduto a terra. Il riverbero accecante della neve proiettava sulla finestra una luce colorata. La pendola mandava i suoi rintocchi sempre uguali. Tutte sensazioni vivide, ma Songlian aveva l’impressione di aver fatto un salto nell’aldilà. Non era certa di essere viva, ma trascorse una giornata come tutte le altre.
La notte sognò Yan’er. La morta era senza capelli, dall’esterno spingeva la finestra cercando di aprirla. Songlian non era affatto impaurita; coricata sul letto, aspettava tranquilla la crudele vendetta di Yan’er. La finestra presto si sarebbe aperta. Yan’er entrò senza fare rumore. Portava una parrucca acconciata a chignon, come le ricche signore. -Dove hai comprato quella parrucca? -le chiese Songlian. E Yan’er: – Dal re degli inferi si trova di tutto -. Quindi estrasse dai capelli uno spillone e le trafisse con quello il petto. Provò un dolore acuto e precipitò rapidamente in una profonda oscurità. Era certa di esser morta. Si, era fuor di dubbio, era morta, e da molto tempo, dovevano essere decine di anni.
Songlian si gettò un vestito sulle spalle e si mise a sedere sul letto. Non riusciva a capacitarsi che la sua morte fosse stata solo un sogno. Sull’imbottita di seta però c’era davvero infilato uno spillone. Lo posò sul palmo della mano, era gelido. Questo era un segno tangibile che non si era trattato di un sogno. – Ma allora, come mai sono ancora viva? E Yan’er, dov’è finita?
Songlian si accorse che anche la finestra era semi-aperta, proprio come nel sogno, e che da quello spiraglio entrava la fresca aria della notte, nella quale però distinse l’odore di morte che aveva lasciato Yan’er. La nevicata aveva risparmiato solo una metà del mondo, l’altra era scomparsa, silenziosamente cancellata. Forse era anche questa una morte parziale. -Perché la mia morte, arrivata a metà strada, si è fermata? È proprio strano! E l’altra metà, dov’è?
Meishan usci dal padiglione settentrionale e attraversò il terreno coperto di neve vestita con una pelliccia di zibellino nero. La sua sfolgorante bellezza cambiò il colore dell’aria. Giunta alla finestra di Songlian, l’apostrofò: – Ubriacona! Ti è passata la sbornia? – Esci? Con tutta questa neve? – chiese Songlian. Meishan diede dei piccoli colpi sulla finestra e rispose: – Dovrebbe farmi paura? Se è per avere un po’ di gioia, uscirei anche piovessero coltelli -. Ciò detto, si allontanò ancheggiando. – Sii prudente – le gridò dietro Songlian, assalita da chissà quale presentimento. Meishan girò la testa e sorrise. Un’immagine che si fissò nella mente di Songlian. Perché quella fu in effetti l’ultima volta che vide il suo incantevole sorriso.
Meishan venne riportata a casa da due servitori nel pomeriggio. Zhuoyun li seguiva mangiando semi. La storia era semplice: Meishan e il medico erano stati sorpresi da Zhuoyun a letto in una stanza d’albergo. Zhuoyun aveva gettato fuori della stanza tutti i vestiti di Meishan e le aveva detto: -Lurida puttana! Pensavi di farmela?
La Meishan che Songlian aveva visto uscire e quella che aveva visto rientrare, erano due persone diverse. La trascinarono fino al padiglione settentrionale, con i capelli scarmigliati e uno sguardo folle di rabbia, inveiva contro quelli che la tiravano. Insultò Zhuoyun dicendole che, se fosse rimasta viva, l’avrebbe fatta a pezzi e avrebbe dato il suo cuore in pasto ai cani. Zhuoyun taceva e continuava a mangiare semi. Feilan, tenendo in mano una delle scarpe di pelle di Meishan, correva dietro al gruppo e gridava: – È caduta una scarpa! È caduta una scarpa!
Songlian non vide Chen Zuoqian. Lui entrò nel padiglione settentrionale più tardi, da solo. A quell’ora, il padiglione era già stato messo sottochiave.
Songlian non se la sentiva di spiare la casa vicina, ma con l’animo greve tese l’orecchio per ascoltare i movimenti di Meishan. Avrebbe voluto sapere come Chen Zuoqian pensava di sistemare l’accaduto. Ma dalla casa accanto non perveniva il benché minimo rumore. Il domestico a guardia della porta, l’apri, facendo tintinnare un mazzo di chiavi, e poi la chiuse di nuovo. Chen Zuoqian riapparve, passò lo sguardo sul giardino coperto di neve, poi, dondolando le braccia, si diresse verso il padiglione meridionale.
– Una bella nevicata! Si dice che la neve abbondante è segno di una buona annata! – esclamò Chen Zuoqian. L’espressione del suo viso era più serena di quanto Songlian si sarebbe aspettata. Ebbe addirittura l’impressione che si fosse quasi liberato di un peso. Appoggiata al letto lo fissava negli occhi, e vi scorse tra le tante cose una luce fredda che la spaventò e la mise in agitazione. – Che ne farete di Meishan? – chiese. Chen Zuoqian tirò fuori uno stuzzicadenti d’avorio e prese a pulirsi i denti. – Che ne faremo? Lei sa cosa l’aspetta. -Fatele grazia – implorò Songlian. Chen Zuoqian rise e sentenziò: – Sarà quello che deve essere.
La notte Songlian non riuscì a prendere sonno. Il suo stato d’animo era confuso. Di tanto in tanto tendeva l’orecchio per sentire quello che accadeva da Meishan, ma pensava solo a cose che riguardavano se stessa. Se rifletteva sulla sua vita, le appariva un gran vuoto. La sentiva allo stesso tempo reale e irreale, come fosse anche lei coperta dalla stessa neve che era fuori. Una metà era vera, l’altra illusoria. Improvvisamente, a mezzanotte Meishan si mise a cantare. Songlian non credeva alle sue orecchie. Ascoltò col fiato sospeso. Era proprio così, Meishan cantava nella sua notte di dolore.

La bellezza non fa la felicità,
così è stato deciso dalla mia vita precedente.
La coppia felice è ormai portata
via dalla corrente.
Non ho notizie del mio amore ingrato!
Piango davanti ai fiori, verso lacrime alla luna,
e nelle tenebre mi dispero.
Io copro di lacrime il cuscino,
e fuori la pioggia bagna i gradini:
le gocce non smettono mai di cadere.
Ora che se ne è andato,
chissà quando tornerà?
Vorrei trasformarmi in pietra aspettandolo.
Anche comunicare per lettera è difficile.
Per fortuna ho sempre questo bel cuscino
e questa elegante coperta
però temo che nelle notti solitarie e insonni
non bastino a scaldare quella fredda metà del letto.

Nel giardino posteriore regnò una strana atmosfera per tutta la notte. Songlian si rigirava nel letto senza riuscire a prendere sonno. Poi senti di nuovo Feilan piangere, ed ebbe l’impressione che lo stessero portando via dal padiglione settentrionale. A un tratto, non riuscì a ricordare più il viso di Meishan, l’unica immagine che affiorava alla sua mente era quella delle gambe di lei e del medico intrecciate sotto al tavolo. Aveva poi la vaga impressione che fossero sottili come fogli di carta e che venissero sospinte in aria dal vento. «Poveretta!», commentò Songlian tra sé e sé, sentendo fuori del muro di cinta il primo canto del gallo, cui segui nuovamente un silenzio di morte. «Sto per morire di nuovo», pensò; «Yan’er tornerà ad aprire la finestra».
Songlian giaceva in uno stato di dormiveglia. Verso l’alba, lo scalpiccio di molti passi disordinati la fece sobbalzare, il rumore si spostò dal padiglione settentrionale verso il glicine. Songlian scostò leggermente la tenda, e in quella fessura distinse nell’oscurità delle ombre ondeggianti che trasportavano qualcuno sotto la pergola. Songlian intuì che era Meishan, che lottava in silenzio mentre la trasportavano. L’avevano imbavagliata per impedirle di gridare. «Che vogliono fare?», pensò Songlian. «Perché la portano là?». Nelle tenebre il gruppo si avvicinò al vecchio pozzo, attorno al quale trafficò per un po’, quindi Songlian udì un rumore sordo, ed ebbe l’impressione che dal pozzo schizzasse fuori una colonna d’acqua. Qualcuno era stato gettato nel pozzo. Meishan era stata gettata nel pozzo.
Passarono circa due minuti, poi Songlian lanciò quell’urlo spaventoso. Quando fece irruzione nella stanza, Chen Zuoqian la trovò in piedi, scalza, che si strappava i capelli. Urlava come una pazza, lo sguardo spento, bianca come un cencio. Chen Zuoqian la bloccò sul letto. Si rendeva perfettamente conto che era la fine di Songlian, ormai non era più la studentessa di un tempo. Premendo l’imbottita sul suo corpo, le chiese: -Che hai visto? – Un assassinio! Un assassinio! – Stupidaggini! Che hai visto? Non hai visto niente. Sei diventata matta.
La mattina dopo in casa Chen esplosero come bombe due notizie che lasciarono tutti strabiliati. Da quella mattina, gli abitanti del posto, dai notabili alle donne virtuose fino alla gente comune, discussero dei fatti di casa Chen: della terza signora, Meishan, che si era gettata nel pozzo per la vergogna, e della quarta signora, Songlian, che era uscita di senno. La gente pensava che la fine di Meishan fosse meritata, l’adulterio finisce sempre male. Ma la quarta signora, la giovane, gentile, e posata Songlian, com’era possibile che fosse impazzita? A sentire quello che dicevano gli intimi della famiglia, il motivo era semplice: quando muore la lepre, la volpe si dispera.

La primavera dell’anno successivo, Chen Zuoqian prese una quinta moglie, Wenzhu. I primi tempi che era entrata in casa Chen, Wenzhu notò una donna che sedeva da sola sotto la pergola di glicine; a volte si metteva a girare attorno al pozzo abbandonato e mormorava qualcosa. Wenzhu la trovava bella e fine, e molto curata, non aveva l’aspetto di una demente. -Chi è? – chiese alla persona che le era a fianco. – Era la quarta signora. È malata di mente. – È strana. Che dice al pozzo? – chiese Wenzhu. La persona le riportò le parole di Songlian: – «Non mi getto», «non mi getto», dice che non si getterà nel pozzo.
Songlian diceva che non si sarebbe gettata nel pozzo.

Note

1 Abito aderente, con l’allacciatura laterale e gli spacchi
2 Alla lettera: «il ristorante occidentale»
3 Alla lettera: «Mamma Song»; il ma, dopo il cognome, si usa per indicare una donna di servizio coniugata

 

Titolo dell’opera originale
QIQIE CHENGQUN
© 1992, by Su Tong
© 1992 Edizioni Theoria s.rl, Roma-Napoli
Traduzione dal cinese di MARIA RITA MASCI
© Giangiacomo Feltrinelli Editore Milano
Prima edizione nell’ “Universale Economica” aprile 1996

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