NOTA SU «DOPPIO SOGNO» – di Giuseppe Farese

2017-12-24T17:26:08+00:00December 24th, 2017|Categories: LITERATURE|Tags: , , , |
  • The Embrace, 1917 — Egon Schiele

di Giuseppe Farese

Non v’è dubbio che la tematica onirico-reale-surreale di Traumnovelle, scritta da Arthur Schnitzler fra il 1921 e il 1925 ma già abbozzata nel 1907, eserciti una singolare attrazione sul lettore e lo induca, quasi naturalmente, a guardare alla psicoanalisi come al più vicino, ineludibile modello del suggestivo racconto. Ma ipotizzare una benché minima dipendenza di Schnitzler da Freud significherebbe non tanto mistificare la sostanza del rapporto che li apparentò, quanto travisare le reali intenzioni dell’autore di Traumnovelle. Sebbene infatti Schnitzler conoscesse la Traumdeutung e tenesse in gran conto gli scritti di Sigmund Freud, mantenne sempre una notevole distanza critica nei riguardi del suo geniale concittadino e delle teorie psicoanalitiche. Sintomatico è, ad esempio, che sia Freud – anche se solo nel 1922! a uscire allo scoperto, confessando di avere fino allora evitato Schnitzler «per una specie di “timore del sosia”». Sicché di non poco interesse ci sembra quanto il più anziano neuropsicologo viennese afferma nell’ormai citatissima lettera a Schnitzler del 14 maggio 1922: «… sempre, quando mi sono abbandonato alle Sue belle creazioni, ho creduto di trovare dietro la loro parvenza poetica gli stessi presupposti, interessi e risultati che conoscevo come miei propri. Il Suo determinismo come il Suo scetticismo che la gente chiama pessimismo – , la Sua penetrazione nelle verità dell’inconscio, nella natura istintiva dell’uomo, la Sua demolizione delle certezze convenzionali della civiltà, l’adesione dei Suoi pensieri alla polarità di amore e morte, tutto ciò mi ha commosso come qualcosa di incredibilmente familiare. (In una piccola opera del 1920, Al di là del principio del piacere, ho tentato di indicare nell’eros e nell’istinto di morte le forze primigenie il cui antagonismo domina ogni enigma della vita). Così ho avuto l’impressione che Ella sapesse per intuizione ma in verità a causa di una raffinata autopercezione – tutto ciò che io con un lavoro faticoso ho scoperto negli altri uomini. Credo, anzi, che nel fondo del Suo essere Lei sia un ricercatore della psicologia del profondo, così onestamente imparziale e impavido come non ve ne sono stati mai».
Freud riconosceva quindi a Schnitzler grandi capacità di indagatore della psiche umana, ma stabiliva al tempo stesso una netta e inequivocabile differenza fra «l’intuizione» o «raffinata autopercezione» dello scrittore ed il «lavoro faticoso» dello scienziato. Ma cosa pensava Schnitzler di Freud e della psicoanalisi?  Potrà forse essere illuminante un sia pur fuggevole accenno alle annotazioni in proposito contenute in una serie di fogli riuniti da Schnitzler sotto la parola chiave «Psicoanalisi» e conservati fra le carte postume nella biblioteca dell’Università di Cambridge.
«Non è nuova la psicoanalisi, ma Freud. Così come non era nuova l’America, ma Colombo», scriverà Schnitzler nel 1924; e il 9 marzo 1915, nel diario: «Non accordo all’inconscio una eccessiva autorità – gli interpreti, in particolare gli psicoanalisti svoltano troppo sollecitamente in questa strada». Ma altri e ancor più risoluti giudizi si aggiungono e tali da poter incrinare la validità di capisaldi freudiani come il complesso di Edipo, il complesso di castrazione e persino l’interpretazione dei sogni. A questo proposito Schnitzler non solo ritiene «spesso arbitraria» la simbologia onirica, così minuziosamente codificata da Freud, ma sostiene: «Solo quei fenomeni che sono passati nella nostra coscienza sono utilizzati per l’interpretazione dei sogni». Sorprendente è poi l’accentuazione operata da Schnitzler di una zona della sfera psichica secondo lui trascurata dagli psicoanalisti: il medioconscio o semiconscio, come dirà in altra occasione. «(La psicoanalisi) parla di conscio e inconscio, ma tralascia troppo il medioconscio…  Il medioconscio… costituisce il campo più vasto della vita psichica e spirituale; da lì gli elementi salgono ininterrottamente verso il conscio o precipitano nell’inconscio… La rimozione avviene molto più spesso in direzione del medioconscio che dell’inconscio». Tanto più chiaro e funzionale alla nostra lettura di Traumnovelle ci apparirà questo concetto, quando si pensi che Schnitzler ne teorizzava l’applicazione pratica in una serie di appunti sulla Letteratura psicologica pubblicati anch’essi postumi: «Si scopre poi – e questa era forse la cosa più importante – una specie di territorio intermedio fluttuante fra conscio e inconscio. La soglia dell’inconscio non è così vicina come si crede, o talvolta si finge per comodità di credere (un errore non sempre evitato dagli psicoanalisti). Tracciare quanto più decisamente è possibile i limiti fra conscio, semiconscio e inconscio, in ciò consisterà soprattutto l’arte del poeta». Freud, dal canto suo, relega nel Post Scriptum di una sua breve lettera del 24 maggio 1926 una osservazione quanto mai concisa e sibillina sulla novella di Schnitzler: «Ho riflettuto alquanto sulla Sua Traumnovelle». Quale significato attribuire alla palese rinuncia di Freud a occuparsi di una novella la cui tematica sembrava, più apertamente delle altre, accostarsi ai parametri psicoanalitici? Ritorno del «timore del sosia»? o convinzione definitiva – dopo la lettura, appunto, di Traumnovelle – dell’effettiva distanza che correva fra la sua psicoanalisi e la capacità di lettura psicologica dello scrittore da lui stesso definito, e a ragione, «ein psychologischer Tiefenforscher»?

Ma veniamo alla tematica e alla struttura compositiva della novella, che si articola in sette parti e scandisce le alterne e tormentate fasi della crisi di una coppia, emblematica, come sempre in Schnitzler, della crisi e dello sgomento dell’individuo di fronte alla enigmatica e instabile realtà dell’esistenza.  Non è certo la prima volta che l’attenzione dello Schnitzler narratore si concentra sul problema del matrimonio, o meglio sulla situazione di incomunicabilità che, innescata da un qualsiasi motivo occasionale ed imponderabile, viene improvvisamente a turbare l’equilibrio del rapporto uomo-donna. Mentre però, per fare solo qualche esempio, in Die Frau des Weisen (La moglie del saggio, 1896), Die Toten schweigen (I morti tacciono, 1897), Die Fremde (L’estranea, 1902), Die Hirtenflöte (Il flauto pastorale, 1909), Schnitzler tendeva ad evidenziare la conflittualità di uno solo dei due partners, in Traumnovelle la crisi dei protagonisti si struttura secondo un diagramma di turbamenti paralleli, tanto perfetto da giustificare pienamente il titolo di Doppelnovelle (Doppia novella) che, ancora nel 1924, l’autore voleva dare al racconto.
La caratteristica immediatezza schnitzleriana nel presentare con pochi tratti essenziali situazioni e personaggi tocca ancora una volta in Traumnovelle il culmine della maestria narrativa. La bambina sorpresa dal sonno mentre legge una fiaba, il tenero sorriso dei genitori, l’ingresso della governante che accompagna a letto la piccola, Fridolin e Albertine, finalmente soli, sotto il caldo chiarore della lampada: una tranquilla famiglia borghese della Vienna di Schnitzler.  Ma la facciata inganna, la realtà è un paravento illusorio e nasconde un groviglio di dubbi, di angosce, di aggressività, di desideri repressi che, una volta liberati, coinvolgeranno i personaggi in una ridda di avventure reali, fantastiche e sognate, costringendoli a percorrere le stazioni della loro crisi alla ricerca affannosa di una verità che non esiste se non nel tentativo, precario ma forse il solo valido al momento, della reciproca comprensione.
La trama di quella che si potrebbe definire una “commedia dei disinganni e dei desideri insoddisfatti” – nessuna delle avventure erotico-surreali di Fridolin giungerà a compimento, l’orgia di piacere e di libidine incontrollata di Albertine è solo un sogno! – si dipana lungo il filo dell’alienazione, della vicendevole estraniazione dei due personaggi principali. Il simbolo di tale alienazione è la maschera e il mistero che ad essa si accompagna; non a caso la novella si apre col racconto delle vicende del veglione mascherato della sera precedente. Ma anche lo strano intermezzo presso il mascheraio Gibiser, la partecipazione notturna di Fridolin al singolare ballo in maschera nel club segreto e l’assenza, comunque, di volti che contraddistingue l’episodio, concluso con quell’allucinante confronto con il corpo della morta nella sala anatomica, sono il segno della perdita d’identità che connota la crisi dei protagonisti.
Traumnovelle è dunque la storia del progressivo allontanarsi affettivo di Fridolin e Albertine e del loro progressivo ricongiungersi; la loro condizione psicologica fa pensare a «quella specie di territorio intermedio fluttuante fra conscio e inconscio», che Schnitzler definiva “Mittelbewusstsein” o “Halbbewusstsein” e che permette di inquadrare in una nuova luce il trauma interiore dei due personaggi, l’angoscioso ondeggiare della loro comprensione-incomprensione.  Se è vero infatti che «Il medioconscio costituisce il campo più vasto della vita psichica e spirituale; da lì gli elementi salgono ininterrottamente verso il conscio o precipitano nell’inconscio», allora anche la ritrovata intesa finale di Fridolin e Albertine dopo la turbinosa notte dei desideri inappagati, acquista il valore di una “ascesa al conscio” che, senza fornire certezze, può tuttavia giustificare quel «rischio» di una soluzione positiva già ipotizzata da Rey alcuni anni orsono: «”Che dobbiamo fare, Albertine?”.  Lei sorrise, e dopo una breve esitazione rispose: “Ringraziare il destino, credo, di essere usciti incolumi da tutte le nostre avventure… da quelle vere e da quelle sognate”. “Ne sei proprio sicura?” chiese Fridolin.  “Tanto sicura da presentire che la realtà di una notte, e anzi neppure quella di un’intera vita umana, non significano, al tempo stesso, anche la loro più profonda verità”. “E nessun sogno” disse egli con un leggero sospiro “è interamente sogno”. Albertine prese la testa del marito fra le mani e l’attirò affettuosamente a sé. “Ma ora ci siamo svegliati…” disse “per lungo tempo”. Per sempre, voleva aggiungere Fridolin, ma prima ancora che pronunciasse quelle parole, lei gli pose un dito sulle labbra e sussurrò come fra sé: “Non si può ipotecare il futuro”».
L’accenno finale di Albertine al «destino» richiama il colloquio iniziale col marito che è il primo momento di dubbio e di incertezza reciproci e prelude al successivo sbandamento affettivo. Si può dire che in questo primo colloquio fra i due coniugi, ancora protetti dalla sicurezza della ovattata atmosfera familiare, Schnitzler fissi e sintetizzi la tematica della novella e ne preannunci lo sviluppo: «Tuttavia dalla leggera conversazione sulle futili avventure della notte scorsa finirono col passare a un discorso più serio su quei desideri nascosti, appena presentiti, che possono originare torbidi e pericolosi vortici anche nell’anima più limpida e pura, e parlarono di quelle regioni segrete che ora li attraevano appena, ma verso cui avrebbe potuto una volta o l’altra spingerli, anche se solo in sogno, l’inafferrabile vento del destino». Si delinea così subito la possibilità di utilizzare il sogno come “regione” dell’anima in cui è possibile la realizzazione di desideri repressi; e sarà proprio Albertine a intraprendere una specie di viaggio liberatorio negli abissi della coscienza. Ma il suo sogno non ha tanto il carattere di Wunschtraum significativamente per Freud la meno problematica delle categorie di sogni, che egli attribuiva prevalentemente ai bambini – quanto quello di azione onirica speculare rispetto alle fantastiche avventure notturne di Fridolin. Il sogno di Albertine non ha un contenuto latente e non ha bisogno di decodificazione. Il materiale onirico è costituito sì da “resti diurni”, nella fattispecie elementi della conversazione serale ricompaiono gli schiavi mori della fiaba, il giovane danese che aveva ammaliato Albertine durante una vacanza in Danimarca, la stupenda fanciulla che aveva avvinto Fridolin nella stessa occasione -, ma l’azione è assolutamente parallela all’avventura reale del marito, con la sola, sostanziale, differenza del capovolgimento della situazione conclusiva.  Mentre Fridolin non riuscirà a possedere la bella sconosciuta del circolo segreto in cui s’era introdotto senza invito e, scoperto, scamperà a una dura punizione e forse alla morte, solo perché la donna si sacrifica per lui, Albertine si concederà invece al giovane danese ed assisterà poi, ridendo, alla crocifissione di Fridolin che accetta il sacrificio pur di restarle fedele.
La risata sinistra e isterica al contempo con la quale Albertine esce dal sogno e l’orrore di Fridolin di fronte al volto, a lui estraneo, della moglie che lo fissa terrorizzata, segnano il culmine della loro alienazione.  Così come la fine del racconto del sogno da parte di Albertine costituisce, ad onta delle apparenze, il primo momento del loro successivo ricongiungersi: «[Fridolin] si stese vicino ad Albertine che sembrò già essersi assopita. Una spada tra noi, pensò di nuovo.  E poi: sdraiati fianco a fianco come nemici mortali. Ma erano solo parole».
Il sogno ha assorbito tutti gli impulsi aggressivi di Albertine ed ha avuto anche una funzione doppiamente catartica: soggettivamente, Albertine si è scaricata del suo odio nella misura in cui ha potuto vendicarsi dell’incomprensione del marito; oggettivamente, trovando la forza di raccontare la sua vendetta, ha costretto Fridolin, sgomento per l’infedeltà sognata della moglie e sbigottito per la straordinaria e singolare coincidenza di fantasmi onirici e realtà vissuta, a riflettere – anche se inconsciamente – sulla sua stessa infedeltà, che solo per uno strano e inspiegabile gioco del “destino” non si è mai tradotta in realtà. È da questo momento quindi che Fridolin ricomincerà a rientrare a poco a poco nella normale sfera della sua esistenza, così inconsapevolmente come se n’era allontanato. Se infatti l’esperienza onirica catalizza, per così dire, la crisi di Albertine avviandola ad una prevedibile soluzione, più lungo, complesso e travagliato è l’itinerario dello smarrimento esistenziale di Fridolin. La debolezza che è alla base del suo carattere lo espone più facilmente della moglie agli allettamenti e alle lusinghe della realtà circostante e ne renderà più sofferto il ravvedimento.  L’attenzione con cui Schnitzler svolge la vicenda interiore di questo personaggio “senza qualità” e ne intuisce e registra le trasformazioni psicologiche è ancora una volta esemplare della straordinaria capacità narrativa dello scrittore austriaco.

La dicotomia fedeltà-tradimento che costituisce, come s’è visto, l’asse portante della novella si esplicita più emblematicamente nell’analisi della contraddittorietà del personaggio maschile. La problematicità di Fridolin è già tutta nella risposta che dà alla moglie dopo la reciproca confessione dei ‘pericoli’ cui sono sfuggiti durante la vacanza estiva in Danimarca: «in ogni donna che credevo di amare ho sempre cercato te», e soprattutto, nella sua reazione alla replica di Albertine: «E se anch’io avessi avuto voglia di cercarti prima in altri uomini?»… «Fridolin abbandonò le sue mani quasi l’avesse sorpresa mentre diceva una menzogna o lo tradiva». Al fondo della debolezza e dell’indecisione di Fridolin c’è dunque l’assurdo pregiudizio borghese che concede agli uomini il diritto a una morale e relega la donna in una degradante posizione subalterna.
Diviso fra l’accettazione della morale convenzionale e l’amore per Albertine, incapace di risolvere razionalmente la contraddizione, Fridolin s’abbandona all’evasione, che si rivela però tanto più inutile e logorante, quanto più il desiderio di vendicarsi della moglie si scontra con l’incapacità di liberarsi della sua ‘presenza’.
La freddezza e la sicurezza del medico, che dimentica come d’incanto il tormentato colloquio con la moglie ed esce a sera tarda per visitare un ammalato grave, è apparente, così come ingannevole ed artificiosa è la vicinanza della primavera che viene ad un tratto a interrompere il freddo della bianca notte invernale: «In strada dovette aprire la pelliccia. Era cominciato improvvisamente il disgelo, la neve sul marciapiede si era quasi sciolta e spirava un venticello che annunziava la primavera». Lontano da Albertine, Fridolin è dunque completamente solo e indifeso e presto sarà in balìa dei fantasmi e delle suggestioni della seducente notte viennese. Il progressivo distaccarsi dalla quotidianità del suo viver borghese e la proiezione, inconscia, del proprio stato d’animo sul mondo esterno mentre gli fa apparire ogni cosa avvolta in un’atmosfera spettrale, sembra tuttavia liberarlo da qualsiasi responsabilità: «A un tratto, superata ormai la sua meta, si trovò in una stradina in cui si aggiravano solo alcune squallide prostitute a caccia notturna di uomini. Che atmosfera spettrale, pensò. Anche gli studenti dai berretti blu divennero improvvisamente spettrali nel ricordo, così pure Marianne, il fidanzato, lo zio e la zia, che ora immaginò tenersi per mano attorno al letto di morte del vecchio consigliere; anche Albertine, che gli apparve immersa in un sonno profondo, le mani incrociate dietro la nuca – persino la bambina, che a quell’ora dormiva raggomitolata nel lettino bianco, e la governante dalle guance rubiconde con la voglia sulla tempia sinistra – , tutti si erano trasformati ai suoi occhi in figure assolutamente spettrali. E sebbene quella sensazione lo facesse un po’ inorridire, gli trasmetteva però, allo stesso tempo, una certa calma che sembrava liberarlo da ogni responsabilità, e addirittura svincolarlo da ogni rapporto umano».  Ma anche questo senso di liberazione è illusorio poiché è solo espressione dell’intenso desiderio di Fridolin di uscire dalla contraddizione che inconsciamente ed intensamente lo opprime e ne fiacca la volontà allentando i suoi freni inibitori. Il monaco che si aggira impaurito ed eccitato fra le figure reali-surreali senza volto delle splendide donne nude e dei cavalieri in costumi variopinti, è ormai un ridicolo e grottesco burattino, destinato ad essere messo alla porta dalle braccia robuste di due misteriosi servitori.  Il vanificarsi della cognizione del tempo e il cupìo dissolvi che ne segue scandiscono con spietata crudezza lo smarrimento del personaggio: «L’orologio della torre del municipio scoccò le sette e mezzo.  D’altronde non importava che ora fosse; il tempo gli era completamente indifferente. Non provava interesse per nulla e per nessuno. Sentì una leggera compassione per se stesso. Molto fuggevolmente, non proprio come un proposito, gli venne l’idea di recarsi a una qualsiasi stazione, partire, non importava per dove, sparire per tutti coloro che lo avevano conosciuto, ricomparire in qualche luogo all’estero e incominciare una nuova vita, sotto spoglie diverse».  Il calvario di Fridolin – e come non ricordare la sua crocifissione nel sogno di Albertine? – è lungo, e si concluderà soltanto con la presa di coscienza della contraddizione che ha segnato le sue avventure notturne alla ricerca di una qualsiasi violazione della fedeltà coniugale che potesse significare allo stesso tempo vendetta immediata e distacco da colei che aveva osato tradirlo, anche se solo nelle intenzioni!  Ma l’immagine di Albertine, apparentemente rimossa, non lo ha abbandonato in nessun momento della sua disperata, quanto assurda corsa verso l’evasione erotica, e Fridolin se ne avvede proprio quando, nel tentativo di dare un senso alla sua umiliante notte di frustrazioni, vuole ad ogni costo svelare il mistero della bellissima suicida che si è sacrificata per lui: «che cercava [nella camera mortuaria]? Conosceva solo il suo corpo, il viso non l’aveva mai visto, ne aveva avuto solo un’immagine fugace la notte scorsa nell’attimo in cui aveva lasciato la sala da ballo o, per meglio dire, quando ne era stato cacciato. Eppure il non avere fino allora considerato quella circostanza derivava dal fatto che per tutto il tempo trascorso dal momento in cui aveva letto quella notizia sul giornale si era rappresentata la suicida, il cui volto gli era sconosciuto, con i lineamenti di Albertine e che, come si accorse solo ora rabbrividendo, aveva continuamente avuto davanti agli occhi l’immagine della moglie, identificandola con colei che cercava».
La conclusiva discesa agli inferi di Fridolin, il suo passare incerto fra i cadaveri allineati sui tavoli di marmo alla luce delle fiammelle a gas nell’agghiacciante squallore della sala anatomica, non ha più quindi che un valore esorcizzante: a chiunque appartenga quel corpo enigmatico di donna che lo ha magicamente attratto, esso non rappresenta ormai altro che «il cadavere pallido della notte passata, destinato irrevocabilmente alla decomposizione».
Ma le frenetiche e sconvolgenti avventure notturne hanno lasciato il segno; il personaggio che rientra a casa nel pieno della notte ha perduto anche quell’apparente sicurezza che aveva ostentato solo poche ore prima. La vista della mascherina che ha portato durante la festa nella misteriosa villa e che, trovata da Albertine, è stata da lei, significativamente, posta sul cuscino del marito, è sufficiente a provocare il crollo di Fridolin. I singhiozzi che lo scuotono sono tuttavia, questa volta, solo il segno di una débâcle fisica: caduta la maschera, dietro cui aveva creduto di poter celare le sue contraddizioni, riaffiora in lui la coscienza del suo reale rapporto con Albertine. È possibile allora una ripresa della vita in comune sulla base della reciproca comprensione, al riparo dalle oscure forze dell’istinto e del destino? «Non si può ipotecare il futuro».
Il determinismo e lo scetticismo, che Freud giustamente vedeva in Schnitzler, lo hanno ancora una volta orientato nella Traumnovelle, che non segna pertanto alcuna svolta nella sua poetica “esistenziale” e l’amara, tragica tematica di opere contemporanee a posteriori come Spiel im Morgengrauen (Gioco all’alba, 1926), o Therese. Chronik eines Frauenlebens (Teresa. Cronaca di una vita di donna, 1927), ampiamente lo confermano – , anche se il «vittorioso raggio di luce» che annuncia il nuovo giorno e il «chiaro riso di bambina dalla stanza accanto», sembrano aprire per un attimo alla speranza il cronista disincantato di un mondo in declino, un mondo sul quale «non veglia più alcun Dio», come dirà Heinrich Mann nel suo discorso commemorativo per la morte di Schnitzler nel 1931.

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