DESSÌ E IL SUO PAESE D’OMBRE

2017-10-07T08:43:57-07:00 August 1st, 2017|Categories: INTERVIEWS, LITERATURE|Tags: , , |
  • Giuseppe Dessì nel suo studio a Roma nel 1972

di Paolo Petroni

Nel 1950 Niccolò Gallo scriveva su Società: «Giuseppe Dessì, che ha ripubblicato tutti i suoi racconti, in apparenza non dimostra di aver compiuto ancora il passo decisivo verso il romanzo». Da allora sono usciti altri racconti, dei drammi e, nel 1953, I passeri; ma pensiamo che solo nel Paese d’ombre, ora pubblicato da Mondadori, il critico siciliano, cui il romanzo è tra l’altro dedicato, avrebbe trovato ciò che sperava Dessi avrebbe dato.
Malato più o meno dal 1964, lo scrittore sardo ha avuto crisi gravissime anche recentemente e il libro, ora portato a termine, è stato strappato alla malattia con l’energia e la forza della volontà, cui non è forse estranea la sua origine. A parte infatti qualche racconto, sono circa sei anni che Dessi è stato costretto a tacere.
Paese d’ombre è la storia corale di un paese attraverso la storia della vita di un uomo, Pierangelo Uras. Egli, uomo profondamente onesto, ma lontano da impeti eroici, diviene da piccolo, povero contadino un ricco borghese, un possidente e quindi un politico illuminato, mentre Norbio (che è la San Silvano di una volta e la Villacidro della realtà, paese natale di Dessi) da paese diviene cittadina, da una economia quasi feudale arriva a una neoindustriale e in essa nascono germi nuovi, rivoluzionari, il socialismo.
Uno dei punti centrali del racconto è la lotta che il giovane Uras conduce contro la distruzione dei boschi del posto e per il loro rimboschimento. Lotta che vince dopo che una inondazione svela la gravità della situazione. Per questo e altri particolari dico a Dessi che troverà sicuramente qualcuno, il quale ne parlerà in termini di « romanzo ecologico », frutto magari di un impegno alla moda, ed egli sorride divertito, lontano come è, e come è sempre stato per ragioni intime e profonde, da voghe e impegni di una stagione. Quindi mi dice:
« Tra l’altro è una storia vera, una storia che si svolge tra il 1870 e la nascita del fascismo, l’arco di vita dell’Uras, figura non di fantasia. Si tratta infatti di mio nonno materno, ancora oggi venerato e ricordato a Villacidro ».

D.: Tu sei nato in Sardegna, ma sei vissuto e hai compiuto le tue esperienze di uomo maturo nel continente, hai studiato a Pisa, dove nel 1936 ti sei laureato e hai stretto fondamentali e vivi rapporti con l’ambiente antifascista della Normale, pur non essendo tu un «normalista». Perché allora ancora la Sardegna?

R.: «Innanzitutto perché l’amo e amo la sua gente. Quindi perché essa, e il mio paese in particolare, è il microcosmo dove posso studiare come al microscopio le cose che avvengono in scala maggiore nel resto d’Italia e del mondo: i rapporti tra gli uomini, la giustizia e l’ingiustizia, il trionfare della prepotenza. E Pierangelo Uras è un contestatore di questo mondo, che al suo contatto reagisce».

D.: Il tuo impegno politico, che già si volle ravvisare per contrasto in San Silvano, qui è certamente più scoperto. Allora uscisti quasi contemporaneamente a Conservatorio di Santa Teresa di Bilenchi, e Pintor espresse un giudizio sui due libri a tuo netto favore. Oggi, dopo un silenzio più o meno lungo, ripubblicate casualmente assieme due libri in cui rinnovate il vostro impegno non solo letterario.

R.: «Per me è la prima volta che assumo un vero e proprio impegno politico all’atto di scrivere un romanzo e i tempi non sono più quelli della vigilia della guerra, quando la poesia e la letteratura pura erano contestazione al fascismo per il fatto stesso che non prendevano in considerazione la sua realtà, ma se ne astraevano».

D.: Il tuo parlare della Sardegna non era quindi un rinchiuderti nella tua storia, nella tua provincia?

R.: «Lo era anche, ma non nel senso che intendi tu. Io venivo da Proust e guardando dentro di me e dietro di me trovavo per forza la mia terra, la mia storia, non poteva essere diversamente».

E Dessì comincia a raccontarmi la sua giovinezza, liberissima, e quindi la storia della Sardegna e della sua gente, delle miniere, su cui si impernia il nuovo romanzo e che sono sempre state la disgrazia dell’isola, perché in ogni tempo hanno attirato gente avida, a cominciare dai Cartaginesi sino al governo dei Savoia, ed è contro questo sfruttamento colonialista che il sardo ha sempre lottato e contro il quale ancora oggi deve battersi. Quindi dai suoi ricordi infantili viene fuori come cominciò a scrivere:

«Ho sempre disegnato, sin da piccolo, fatto schizzi di tutto, naturalmente, e ancora oggi spesso dipingo e disegno. Allora ero il più grande di una schiera di fratelli e cugini e di questa tribù, come la chiamavamo, io ero per forza di cose il capo. Finii di disegnare per loro e iniziai a fare delle vere e proprie storie a fumetti sul retro dei fogli di un calendario. Più avanti fondammo addirittura un giornale, scritto dapprima completamente a mano e in ultimo a macchina. Quasi tutto era opera mia. Lo intitolammo La prateria, ché questo era allora la Sardegna, quando tutti i ragazzini sapevano andare a cavallo anche senza sella, e poi perché leggevamo i fumetti di ispirazione nord-americana. Arrivare quindi a scrivere racconti e poi San Silvano significava solo soddisfare un bisogno naturale, oramai abituale».

D.: Ma oltre ai fumetti come Tom Mix, cosa leggevi, cosa è che ha segnato le prime tappe della tua formazione?

R.: «Ho iniziato prima leggendo assai disordinatamente e principalmente libri che non erano certo adatti a un bambino, come quelli di Lucio d’Ambra e Guido da Verona; persino, ricordo, un romanzaccio-fumettone russo la cui storia complicatissima e ricca di intrighi amorosi, di duchesse che si davano ai propri stallieri, allora mi affascinò molto. Il primo libro serio che divenne veramente mio è Le confessioni di un Italiano del Nievo, letto e riletto, mentre tentavo di adeguare il mio comportamento a quello di Carlino. Poi conobbi bene la Divina Commedia, che mio padre comprava a dispense, verso cui ero attratto dalle illustrazioni del Dorè, oltre che dai brani che mio padre imparava a memoria e poi mi recitava. Ma la lettura fondamentale, la vera rivelazione avvenne solo con la Recherche proustiana, le cui tracce sono evidentissime nel mio lavoro».

D.: Questa influenza oggi è certamente più decantata di una volta. Cosa credi ci sia di diverso in Paese d’ombre dalle altre tue opere?

R.: «Scrissi San Silvano sotto l’influenza diretta di Proust, quindi in prima persona, anche filosoficamente ciò rispondeva alle mie idee, influenzate dall’idealismo, secondo le quali pensavo non vi fosse altra forma di conoscenza che quella soggettiva. Questo comportava varie implicazioni liriche, come è facile capire, e mi presentava un mondo illimitato. Da queste sconfinate possibilità di dire tutto, mi è venuto come un senso di limitazione, anche per il bisogno di narrare le cose oggettivamente, raggiungere la realtà dei fatti: c ne nacque Michele Boschino. Fu un libro assai discusso. Inizia, potremmo dire, alla Flaubert e quindi il demone proustiano mi riafferra e nella seconda parte torno a scrivere come in San Silvano. Seguono tanti racconti, usciti un po’ ovunque e quindi riuniti in volume. In essi questo dualismo è sempre presente, ma va trovando un proprio equilibrio».

D.: È Debenedetti a scrivere che il tuo oggettivismo e soggettivismo erano come la doppia visione dei due occhi, che danno una immagine unica, completa…

R.: «Sì, la definì visione stereoscopica. Dopo i racconti lavorai a I passeri, scritto in piena libertà, in un momento di felice solitudine, a Teramo, dove non ero influenzato da nulla, nemmeno da una conversazione con un amico, tutto il giorno ero sempre solo e scrivevo. Ne nacque un lavoro corale, pieno di personaggi, in cui la fusione delle due visioni mi sembra riuscita, nella conciliazione e avvicinamento tra il mio mondo soggettivo e quello oggettivo. Dopo c’è un’epoca in cui scrivo per il teatro e ora questo libro, che è quello che avrei desiderato scrivere per primo e invece arriva giustamente e inevitabilmente per ultimo, poiché in esso vi sono tutti i miei quaranta anni di lavoro. Il paese è sempre lo stesso (la storia dei boschi era già accennata anche in San Silvano) ma descritto in un romanzo che credo maturo, perché ho maturato sia le idee che le esperienze, attraverso i miei vecchi libri. Vorrei che si vedesse questa maturità e se ne comprendesse il significato politico. E’ una storia corale. Io mi sento più attratto da un racconto che riguarda le masse, che non dal classico triangolo del dramma borghese. Poi c’è da dire che nasce da una visione unicamente oggettiva, e anche quando vi appaio io (sono il bambino. Marco, che entra in scena alla fine) la narrazione continua in terza persona».

D.: Ci fu chi ti definì neorealista, anni fa, se non sbaglio.

R.: «Un giudizio affrettato, che in un dato periodo si riusciva ad appiccicare quasi a tutti, dovuto, per quel che mi riguarda, ad alcune scene de I passeri, come la violenza di due negri su una ragazza».

D.: D’altro canto De Michelis scrisse del tuo primo romanzo: «ogni motivo fa presa a metà, il resto è poesia sulla poesia: letteratura, diciamo… che vuol esprimere il distacco dal sentimento come tale. È questo il pericolo di Dessi».

R.: «È un giudizio che aveva un fondo di verità. Oggi non ha più valore certamente, e se nel romanzo vi fosse ancora qualcosa di simile sarebbe una manchevolezza, che è invece pregio nel racconto di Lei era l’acqua. E poi io sono un letterato, non me ne vergogno mica».

D.: Negli ultimi tempi avevi scritto solo teatro, come vi eri giunto?

R.: «Scrivendo I passeri, in assoluta solitudine, come ti ho detto, ne feci un romanzo pieno di personaggi, personaggi che parlano; ne nacque un racconto dialogico, quasi una forma drammatica aurorale. Poi venne La giustizia, che doveva essere un romanzo su un fatto vero (vi appare anche un fantasma, la cui concretezza e realtà deriva, credo, da quella che abbiamo chiamato la mia doppia vista). Nella costrizione di Roma, tra impegni di lavoro e visite di amici, il lavoro si protraeva e i personaggi cominciavano, diciamo così, a fermentare. Niente di pirandelliano, per carità! Le fantasie insomma erano stanche di essere solo fantasie e così tutto è stato raccontato in forma dialogica, immediata: era nato il primo dei miei Racconti drammatici, come amo definirli, poiché sono prima di tutto un narratore, anche se talvolta racconto in forma drammatica».

D.: Come si arrivò poi a metterlo in scena?

R.: «La giustizia capitò in mano a Fulvio Fo, fratello di Dario, e lui lo segnalò a De Bosio per Io Stabile di Torino, che mi fece un contratto. Ebbi allora lunghi colloqui col regista Colli, alle prime armi, e con lo scenografo Scandella, i quali capirono perfettamente ciò che io avevo voluto dire e riuscirono a lasciare da parte qualsiasi folklorismo. Dato alla Sala Gobetti fu un vero successo; ebbe il premio IDI. In seguito trassi da I passeri il lavoro Qui non c’è guerra, che ebbe invece molta sfortuna e una non riuscita, sfasata messa in scena dello stesso De Bosio; a Bologna poi Luisa Rossi si ruppe una spalla pochi minuti prima dell’inizio dello spettacolo e tutto venne rimandato a due sere dopo, quando ella, non volendo essere sostituita, recitò benissimo con il gesso addosso.

D.: E l’Eleonora d’Arborea, perché non è mai stata data?

R.: I motivi sono gli stessi che fanno parlare di crisi del teatro, non degli autori, sia chiaro, ma di società teatrale, completamente disorganizzata per far rivivere teatro e testi. Intanto ci vorrebbe il pubblico, che non aspetta mai un dramma come invece aspetta un libro. Sempre poco, lo sappiamo, ma lo aspetta. Oggi è difficile sia fare che frequentare il teatro. Il governo se ne interessa poco e malamente, con sovvenzioni sbagliate, al di là dei veri meriti.

D.: Ti sembra proprio così nera, la situazione?

R.: Direi di sì. Poi un’altra grande carenza del nostro teatro è la critica. C’è stata una buona critica letteraria e c’è ancora, Debenedetti, Contini, Baldacci, eccetera, figure valide, anche se non proprio l’ideale, ma non ci sono critici teatrali veri. La recensione si fa a tamburo battente, con giudizi che devono venire stampati subito e poi non sono mai più rivisti, equilibrati, inseriti in una visione complessiva dell’autore. Anche sulle riviste la critica è spezzettata, non è mai saggio.

D.: Eppure qualcuno c’è stato, non credi?

R.: «Nell’arco della nostra storia critica letteraria c’è un De Sanctis, in quella teatrale nessuno che gli stia alla pari. L’unica figura di un certo rilievo, di una certa autorità, anche se pur sempre accademica, è quella del D’Amico. Le altre sono punte interessanti, ma che sono nate per motivi contingenti, casuali, e poi sempre assai affrettate, come un Gramsci o Gobetti. Del resto i letterati italiani hanno in spregio il teatro e non pochi mi hanno chiesto con stupore come mai scrivessi drammi. Io invece, come abbiamo visto, ho sempre voluto sottolineare con i Racconti drammatici la continuità letteratura-teatro».

D.: È per questo che non hai più scritto lavori teatrali dopo l’Eleonora?

R.: «Sì, la sfortuna dell’Eleonora d’Arborea mi ha deluso. È un testo che io ritengo interessante e riuscito. Se io sapessi oggi che c’è una qualche compagnia teatrale italiana disposta a rappresentare un mio testo, io ne trarrei subito uno dall’episodio dello storico sciopero di Buggerru, già narrato nell’ultima parte di Paese d’ombre.

D.: Tornando appunto al romanzo vorrei sapere come mai, tu che mi hai illustrato una Sardegna viva, di gente che ti prende alla gola, come hai detto, lo hai intitolato Paese d’ombre?

R.: «Credo che se lo chiederanno in molti, poiché sembra strida con il brulicare dei personaggi, tutti vivi e attivi. Ma c’è una spiegazione, oltre a quella che lo trovo un titolo poetico. Si tratta di persone oggi morte, di un mondo finito o che sta per sparire. È un aspetto della Sardegna, paese preistorico e moderno allo stesso tempo, che non esiste quasi più. La sua caratteristica di isola-continente, la sua cultura, intesa in ogni senso, come costumi, modo di vivere, è quasi scomparsa, è un’ombra di quella che era».

Quindi Giuseppe Dessi mi lascia. Ha detto sin troppe cose per uno che ha scritto: «Vogliamo che la gente non si occupi mai di noi», e spiegato che è quello un modo di sentire tipico della sua gente, oltre che il carattere di quella generazione di scrittori che cominciò a lavorare con lui attorno al ’30, tra Firenze e Pisa: «Per noi — dice — non è come per gli autori d’oggi, la pubblicità non è un incentivo, ci smorza; il nostro lavoro è la nostra cosa più intima».

Il Dramma, A. 48, n. 6 (giugno 1972), pp. 106-108

RELATED POSTS

Leave A Comment