PIER PAOLO PASOLINI: UN MARXISTA A NEW YORK

2017-10-07T08:43:58-07:00 March 8th, 2017|Categories: INTERVIEWS, JOURNALISM, ORIANA FALLACI, PIER PAOLO PASOLINI|Tags: , |
  • Pier Paolo Pasolini

di Oriana Fallaci

Eccolo che arriva: piccolo, fragile, consumato dai suoi mille desideri, dalle sue mille disperazioni, amarezze, e vestito come il ragazzo di un college. Sai quei tipi svelti, sportivi, che giocano a baseball e fanno l’amore nelle au­tomobili. Pullover nocciola, con la tasca di cuoio all’al­tezza del cuore, pantaloni di velluto a coste nocciola, un po’ stretti, scarpe di camoscio con la gomma sotto. Non dimostra davvero i quarantaquattr’anni che ha. Per ritro­varli, quei quarantaquattr’anni, deve andare verso la fine­stra dove la luce si abbatte spietata sul viso e schiaffeggia quegli occhi lucidi, dolorosi, quelle guance scarne, ap­passite, la pelle tesa agli zigomi fino a rivelare il suo te­schio, Per la stanchezza, suppongo. La notte scappa agli inviti e se ne va solo nelle strade più cupe di Harlem, di Greenwich Village, di Brooklyn, oppure al porto, nei bar dove non entra nemmeno la polizia, cercando l’America sporca infelice violenta che si addice ai suoi problemi, i suoi gusti, e all’albergo in Manhattan torna che è l’alba: con le palpebre gonfie, il corpo indolenzito dalla sorpre­sa d’essere vivo. Siamo in molti a pensare che se non la smette ce lo troviamo con una pallottola in cuore o con la gola tagliata: ma è pazzo a girare così per New York? È a New York da dieci giorni, è venuto per il festival cinematografico, vi davano due dei suoi film. Sono proprio cu­riosa di saper se l’America piace a questo marxista con­vinto, a questo cristiano arrabbiato, insomma a Pasolini.

Intervista di Oriana Fallaci

Dieci giorni son pochi per dare un giudizio, è ben vero, ma Orson Welles una volta m’ha detto che per capire un paese ci vogliono dieci giorni o dieci anni: all’undicesimo giorno ti abitui e non vedi più nulla. All’undicesimo gior­no, domani, riparte. L’ho pregato per questo di venire da me a bere un drink. «Whisky?» gli chiedo. «Birra? Co­gnac?» «Coca-cola», risponde. La finestra s’apre lungo una strada di grattacieli, uno accanto all’altro, uno dopo l’altro, dall’East River allo Hudson. Ti gira la testa a guar­darli, ti senti in trappola come una bestia che ha sete di verde. O di silenzio. Entra, dal vetro socchiuso, l’inferno: brontolar di motori, squillare di clacson, martellare di perforatrici, sirene. La città ha acceso i termosifoni e la polvere nera ti si attacca perfino alle ciglia, rendendoti cieco. Piove, è una di quelle giornate in cui tutto ti irrita, ti nega entusiasmo. Ma lui beve con gusto la sua Coca-cola e d’un tratto esclama:

«Vorrei aver diciott’anni per vivere tutta una vita quaggiù».

«Quaggiù?! A New York?»

«È una città magica, travolgente, bellissima. Una di quelle città fortunate che hanno la grazia. Come certi poeti che ogniqualvolta scrivono un verso fanno una bella poesia. Mi dispiace non esser venuto qui molto prima, venti o trent’anni fa, per restarci, Non mi era mai successo conoscendo un paese. Fuorché in Africa, forse. Ma in Africa vorrei andare e restare per non ammazzar­mi, L’Africa è come una droga che prendi per non am­mazzarti, una evasione. New York non è un’evasione: è un impegno, una guerra. Ti mette addosso la voglia di fare, affrontare, cambiare: ti piace come le cose che piacciono, ecco, a vent’anni. Lo capii appena arrivato. Arrivai da Montreal, con il treno. Scesi a un’enorme sta­zione affogata nel buio, una sotterranea. Non c’eran fac­chini e la mia valigia pesava. Eppure andavo come se fosse leggera. Mi muovevo verso una luce accecante, in fondo al tunnel c’era una luce accecante, e quando fui fuori la città mi aggredì come un’apparizione. Gerusa­lemme che appare agli occhi del Crociato. Non mi senti­vo straniero, imparai subito a girare le strade neanche ci fossi nato: eppure non la riconoscevo. Perché nessuno ha mai rappresentato New York. Non l’ha rappresenta­ta la letteratura: a parte le vignette di Arcibaldo e Petro­nilla, su New York esistono solo le poesie di Ginsberg. Non l’ha rappresentata la pittura: non esistono quadri di New York. Non l’ha rappresentata il cinema perché… Non lo so, Forse non è cinematografabile. Da lontano è come le Dolomiti, troppo fotogenica, troppo meravigliosa, e dà fastidio. Da vicino, da dentro, non si vede: l’obiettivo non riesce a contenere l’inizio e la fine di un grattacielo. Ma non è solo la sua bellezza fisica che con­ta. È la sua gioventù. È una città di giovani, la città meno crepuscolare che abbia mai visto. E quanto sono elegan­ti, i giovani, qui.»

«Eleganti?!»

«Hanno un gusto favoloso: guarda come sono vestiti. Nel modo più sincero, più anticonformista possibile. Non gliene importa nulla delle regole piccolo-borghesi o popolari. Quei maglioni vistosi, quei giubbotti da po­co prezzo, quei colori incredibili. Non si vestono mica, si mettono in maschera: come quando da piccola ti met­tevi la palandrana della nonna. E così mascherati se ne vanno, orgogliosi, coscienti della loro eleganza che non è mai un’eleganza mitica o ingenua. Ti vien voglia di imitarli e magari li imiti perché dove puoi vestirti così? A Roma? A Milano? A Parigi? Io là ho sempre paura che la gente si volti, mi guardi. Qui non ho alcun com­plesso, posso andarmene vestito come voglio, senza che nessuno si volti e mi guardi. Qui invece nessuno ti turba con la sua curiosità. Ieri sulla Quarantacinquesima ho visto un uomo che stava morendo. In mano aveva un pacchetto: l’ha fissato e poi l’ha scaraventato con una ta­le violenza che il pacchetto s’è rotto. Chissà che c’era dentro. Dopo s’è appoggiato al muro, ha messo la testa sull’avambraccio, è scivolato piano piano per terra ed è rimasto lì a piangere. Anzi a morire. Senza che nessuno si fermasse a guardarlo, neanche per offrirgli un bicchier d’acqua, un aiuto. La sera avanti, poco lontano dal Me­tropolitan, ho visto un vecchio disteso sul marciapiede: coperto da un plaid. Accanto gli stava un ragazzo, bello, elegante come dici tu: scarpe di cuoio perfetto, calzini leggeri, pantaloni ben tagliati, un pullover favoloso. Il vecchio stringeva sul petto la mano del giovane e il suo volto era bianco, già levigato dalla morte. La gente pas­sava e non si fermava, qualcuno rideva. Ma è male que­sto? O non è male il nostro fermarsi a curiosare? Non è detto che il loro silenzio sia mancanza di pietà, forse è una forma superiore di pietà. La pietà di non avvicinar­si, non curiosare…»

L’America è proprio una donna fatale, seduce chiun­que. Non ho ancora conosciuto un comunista che sbar­cando quaggiù non abbia perso la testa. Arrivano colmi di ostilità, preconcetti, magari disprezzo, e subito cadon colpiti dalla Rivelazione, la Grazia. Tutto gli va bene, gli piace: ripartono innamorati, con le lacrime agli occhi. Sì o no, Pasolini? Lui scuote le spalle, sdegnoso.

«Io sono un marxista indipendente, non ho mai chie­sto l’iscrizione al partito, e dell’America sono innamora­to fin da ragazzo. Perché, non lo so bene. La letteratura americana, tanto per fare un esempio, non mi è mai pia­ciuta. Non mi piace Hemingway, né Steinbeck, pochissi­mo Faulkner; da Melville salto ad Alien Ginsberg. L’establishment americano non ha mai potuto conciliarsi, ovvio, con il mio credo marxista. E allora? Il cinema, forse. Tutta la mia gioventù è stata affascinata dai film americani, cioè da un’America violenta, brutale. Ma non è questa America che ho ritrovato: è un’America giovane, disperata, idealista. V’è in loro un gran pragmatismo e allo stesso tempo un tale idealismo. Non sono mai cinici, scettici, come lo siamo noi. Non sono mai qualun­quisti, realisti: vivono sempre nel sogno e devono idealizzare ogni cosa. Anche i ricchi, anche quelli che hanno nelle mani il potere. Il vero momento rivoluzionario di tutta la Terra non è in Cina, non è in Russia: è in Ameri­ca. Mi spiego? Vai a Mosca, vai a Praga, vai a Budapest, e avverti che la rivoluzione è fallita: il socialismo ha mes­so al potere una classe di dirigenti e l’operaio non è pa­drone del proprio destino. Vai in Francia, in Italia, e ti accorgi che il comunista europeo è un uomo vuoto. Vieni in America e scopri la sinistra più bella che un marxi­sta, oggi, possa scoprire. Ho conosciuto i giovani dello Sncc, sai gli studenti che vanno nel sud a organizzare i negri. Fanno venire in mente i primi cristiani, v’è in loro la stessa assolutezza per cui Cristo diceva al giovane ric­co: “Per venire con me devi abbandonar tutto, chi ama il padre e la madre odia me”. Non sono comunisti né anticomunisti, sono mistici della democrazia: la loro ri­voluzione consiste nel portare la democrazia alle estre­me e quasi folli conseguenze. M’è venuta un’idea, cono­scendoli: ambientare in America il mio film su san Paolo. Voglio trasferire l’intera azione da Roma a New York, situandola ai tempi nostri ma senza cambiar nulla. Mi spiego? Restando fedelissimo alle sue lettere. New York ha molte analogie con l’antica Roma di cui parla san Paolo. La corruzione, le clientele, il problema dei negri, dei drogati. E a tutto questo san Paolo dava una risposta santa, cioè scandalosa, come gli Sncc…»

Alle sette ha un appuntamento con Herbert Blau, il direttore teatrale del Lincoln Center, che lo ha invitato a cena. Non si trovano taxi a quest’ora e così andiamo a piedi. Cade una pioggia sottile, esasperante. Ma lui cam­mina senza sentirla, o apprezzandola forse, e ripete vedi le case di Arcibaldo e Petronilla, in fondo è come tornare fanciulli. Gli è quasi sparita dagli occhi quella tristez­za gonfia di mille amarezze.

«L’aspetto più importante di questa città è la miseria.»

«Miseria?! A New York?!»

«Sì. Lo stesso tipo di miseria, o povertà, che si trova nelle ex colonie divenute indipendenti da poco. Lo stes­so tipo di povertà che trovi a Calcutta, a Bombay, a Ca­sablanca. Mi spiego? Non una miseria economica, la mi­seria di chi non ha da mangiare: una miseria, ecco, psicologica. Quella sporcizia diffusa, quella provviso­rietà. Le strade male asfaltate che quando piove si riempion di gore. I muri neri o marroni, costruiti in fretta per esser buttati giù in fretta. E mai un angolo tirato a lucido, destinato a durare. C’è anche Park Avenue, sia­mo d’accordo, ci sono gli splendidi grattacieli di vetro: ma quelle son le piramidi. Esser qui oggi è come trovar­si in Egitto quando gli schiavi costruivano le piramidi. Sai, non è mica detto che gli schiavi in Egitto vivessero male. Magari erano allegri, nella disperazione, e la sera andavano a spasso, bevevano… Non c’entra. L’aspetto importante resta questa miseria da ex colonia, da sotto­proletariato.»

«Sottoproletariato? A New York?»

«Sicuro. V’è in tutti le stigmate della medesima origi­ne sottoproletaria: a colpo d’occhio non la vedi mica la differenza di classe. Come a Mosca quando cammini pensando che son tutti uguali. Naturalmente la differen­za esiste ma non se ne rendono conto, non ce ne rendia­mo conto. E lo sai perché? Perché non v’è in loro la co­scienza di classe. Per uno che vien dall’Italia lo smarrimento è più fondo che in Africa, in India. Voglio dire che entri a Calcutta, a Karthum, ed entri nel cuore di una razza, di un contesto sociale: la classe operaia, borghese, piccolo-borghese, e ciascuna con la sua co­scienza di esistere. Entri a New York e cosa trovi? Un fuoco d’artificio di razze assimilate e rese analoghe dallo stesso sistema, dal medesimo fondo: il sottoproletariato. Guarda l’operaio americano, questa mescolanza mo­struosa e affascinante di sottoproletariato e di piccola borghesia. Non esiste l’operaio in quanto tale perché non esiste in lui la coscienza della classe operaia. Una voragine. Ma ovunque ti affacci, in America, in un’ani­ma come in una strada come in un ambiente, ti affacci su una voragine. Quasi tu ti sporgessi da un grattacielo. Ciò è bene, ciò è male? Non so, mi sento confuso. In Europa mi sembrerebbe negativo, qui no. Ammiro il momento rivoluzionario americano, ovvio che il mio cuore è per il povero negro o il povero calabrese, e con­temporaneamente provo rispetto per l’establishment, il sistema americano… Devo tornare, devo approfondire.»

Il ristorante dove incontriamo Herbert Blau è famoso per le aragoste alla griglia. Cena? Aragoste? Pasolini esce come un sonnambulo dal dedalo delle sue confu­sioni e ordina un bicchiere di latte, una macedonia di frutta ma senza le arance. È afflitto da un’ulcera, do­vrebbe farsi operare, si nutre come un bebé. Parlando di teatro, progetti, Blau lo fissa un po’ sbalordito: questo rivoluzionario che si nutre come un bebé. Si saluteranno presto, reciprocamente annoiati. Conclusa la cena Blau lo ha accompagnato dentro il Lincoln Center, a vedere le prove di una commedia in costume. Ma a Pasolini non importa nulla delle commedie in costume, dell’ap­parato elettronico che sposta in pochi secondi le scene, gira il palcoscenico, alza la platea: nel suo mondo non c’è posto per simili meraviglie. Come non c’è posto per i grattacieli di vetro, Park Avenue, un razzo che parte, il trapianto chirurgico di un cuore vivo: l’America bella, pulita, comoda che piace a chi spera nel Paradiso. Come Rimbaud (o certi martiri) lui vuol sempre tornare all’in­ferno, ai quartieri dove si rischia un colpo di rivoltella nel cuore, incontri tragici e magari perversi, la punizio­ne, il Greenwich Village come glielo descrisse Elsa Mo­rante, Harlem come l’ha visto ieri sera ed è stata una bellissima sera. Gli presentarono un sindacalista negro, di estrema sinistra, sai quelli che non accettano il siste­ma della non-violenza propagandato da Martin Luther King, e son pronti ad uccidere. Il sindacalista lo portò a casa di un operaio caduto dal quarantaseiesimo al quarantaduesimo piano dove restò appeso miracolosamente ad un filo. L’operaio era un vecchio negro, disteso in un letto e rideva felice, felice, ed era così commovente. D’un tratto mi saluta, impaziente, una stretta leggera di mano, e se ne va tutto solo nel buio.

Oggi parte ed ha molte cose da fare: anzitutto posar per un tale che ha molto insistito e gli pare si chiami Avalon. «Dick Avedon?» «Sì, qualcosa del genere.» «Non sai chi è Dick Avedon?» «No, chi è?» «Forse il più grande fotografo che esista in America, senza dub­bio uno dei più grandi nel mondo.» «Ah, sì?» Avedon lo ha pregato di venire al suo studio verso le undici ma lui è giunto in ritardo perché sulle scale c’era un vagabondo ubriaco dall’alba, e un vagabondo ubriaco dall’alba vale cento fotografie di Avedon.

L’ascoltava con pazienza materna, dolcezza, prima di lasciarlo gli ha dato non so quanti dollari, e certo ora guarda con meno interesse la immensa istantanea che copre una intera parete dello studio Avedon: Charlie Chaplin ritratto come un demonio, gli indici e i mignoli ritti sopra le tempie a mo’ di corna o forconi. «La scattai l’ultimo giorno che passò negli Stati Uniti», spiega Avedon, «poche ore prima che gli partisse la nave diretta in Europa. Venne qui e…» Ma a Pasolini preme più la sto­ria di altre fotografie: questo ragazzo negro, ad esempio, che morì di botte per essere stato aggredito dal Ku Klux Klan. O questo mulatto che al Parlamento fu eletto due volte ma non riuscì mai ad entrarci perché è contro la guerra in Vietnam. O questo Allen Ginsberg che posa nudo, coperto solo della sua barba e i suoi peli, e lo in­duce a una altra dichiarazione d’amore: «Gli intellettua­li americani, capisci. Magari son pieni di contraddizioni; incontri un allievo di Morris che ha dato la laurea sulla poesia del Petrarca, discute di semeiotica e poi incontri due studentesse che ignoran perfino Apollinaire o Rinbaud. Quali sono i poeti che preferisce, ti chiedono. Rimbaud, rispondi, Apollinaire, Machado, Kavafis. Ti guardano cieche. Che Kavafis non lo conoscano, passi. Per Machado è già grave, per Apollinaire è assurdo, per Rimbaud addirittura scandaloso. Però hanno un tale ri­spetto per la cultura! Un rispetto pieno di timore, umiltà: è una gran dote. Considera gli italiani: sono sem­pre padroni del sapere, anche quando sono ignoranti. Non c’è mai un attimo di timidezza, negli italiani, verso il sapere. Un tipo come Umberto Eco, ad esempio. Co­nosce tutto lo scibile e te lo vomita in faccia con l’aria più indifferente: è come se tu ascoltassi un robot. Un americano erudito come Umberto Eco è un uomo umi­le, invece, non si considera mai padrone della sua sa­pienza, è quasi spaventato dalla sua cultura. Ciò è giu­sto, mi piace…». E intanto Avedon scatta foto che suppongo destinate alle frivole lettrici di «Vogue». Che scena, vale quella del Village.

Al Village ci va subito dopo per comprare i pantaloni e i giubbotti che trova così eleganti e che a Roma non in­dosserà mai: ossessionato com’è dal complesso d’esser riconosciuto, criticato, guardato. Lo attrae soprattutto una certa camicia che è la copia esatta di quelle in uso nelle prigioni. Sul taschino sinistro c’è scritto: «Prigione di Stato, galeotto Numero 3678». La sta provando, se­dotto, quando all’angolo della Decima Avenue scorge una dimostrazione in favore della guerra nel Vietnam.

Uomini e donne passano cupi con grandi cartelli dove è scarabocchiato: «Bombardate Hanoi»; qualcuno ha un distintivo che dice: «Ammazzateli tutti, quei rossi». Ed ecco che un’automobile arriva, ne scendono due giova­notti e una ragazza bionda in calzoni. La ragazza ha una chitarra. Si appoggia al cofano dell’automobile, mentre i due giovanotti le si mettono ai lati, e incomincia a suo­nare qualcosa di triste. Poi, insieme, tutti e tre attaccano una canzone di protesta. Continueranno finché gli altri continueranno a sfilare coi loro cartelli: e non una rissa, non un insulto, un gesto di ostilità. Pasolini resta fermo a fissarli, con la sua camicia da galeotto, i suoi occhi so­no umidi, buoni, quando sussurra: «Questa è la cosa più bella che ho visto nella mia vita. Questa è una cosa che non dimenticherò finché vivo. Devo tornare, devo star qui anche se non ho più diciott’anni. Quanto mi dispia­ce partire, mi sento derubato. Mi sento come un bambi­no di fronte a una torta tutta da mangiare, una torta di tanti strati, e il bambino non sa quale strato gli piacerà di più, sa solo che vuole, che deve mangiarli tutti. Uno ad uno. E nello stesso momento in cui sta per addentare la torta, gliela portano via».

È l’istantanea di un marxista a New York.

L’Europeo, 13 ottobre 1966

 

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