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RISORGIMENTO RIVOLUZIONARIO

Mito e realtà di una guerra di popolo

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L'imbarco dei Mille da Quarto, 1860, Gerolamo Induno
L'imbarco dei Mille da Quarto, 1860, Gerolamo Induno

di Paul Ginsborg

Dal 1831 al 1860 i rivoluzionari italiani tentarono una serie di insurrezioni spedizioni militari nella convinzione di suscitare una guerra di popolo: per lo più quei tentativi furono male organizzati e spesso si conclusero in tragedia; a volte ebbero invece un clamoroso successo che superò qualunque logica. Ma la tradizione rivoluzionaria dell’Ottocento, nei suoi aspetti teorici come in quelli militari, è inspiegabile al di fuori del pensiero romantico e di alcuni miti che dominarono l’azione di quei rivoluzionari.

Paul Ginsborg è nato a Londra nel 1945 e insegna Storia dell’Europa contemporanea al Churchill College di Cambridge. In Italia ha pubblicato con Feltrinelli Daniele Manin e la rivoluzione veneziana del 1848-1849 nel 1978 e per Einaudi la recente Storia d’Italia dal dopoguerra a oggi nel 1989.

LA GENERAZIONE ROMANTICA

La tradizione ottocentesca della rivoluzione italiana, si trattasse di insurrezione urbana o di spedizione rivoluzionaria, è inspiegabile al di fuori dei confini del pensiero romantico. E strano che gli storici abbiano prestato così poca attenzione al nesso tra il Romanticismo e le azioni dei rivoluzionari italiani. Eppure, se non partiamo da questo aspetto del Risorgimento, è impossibile, a mio avviso, spiegare perché Pisacane si recasse a Sapri o Garibaldi a Marsala, o perché lo studente Giuseppe La Masa con una manciata di seguaci si decidesse ad alzare una barricata nel cuore di Palermo, città difesa da oltre cinquemila soldati, proprio il 12 gennaio 1848, giorno del compleanno del re delle Due Sicilie.
Sarebbe sciocco pretendere di ridurre quel vasto e amorfo movimento culturale che va sotto il nome di Romanticismo a una’ semplicistica categorizzazione. Verso il 1825 il giornalista liberale francese Etienne Delé-cluze confessò di aver «chiacchierato» con il suo circolo letterario «per ben due anni attorno a questo argomento eterno, senza essere mai riuscito a determinare in cosa consistesse il genere romantico». Nondimeno, nel Romanticismo ci sono alcuni temi ricorrenti che rivestono un’importanza tutt’altro che trascurabile per la storia dei radicali (e non solo per la loro!) nel Risorgimento.

L’UOMO ROMANTICO IN BILICO TRA INFINITO E QUOTIDIANO

Il nostro punto di partenza è il concetto romantico di individuo. Se l’Illuminismo aveva dato particolare rilievo al potere della ragione umana di ordinare l’universo e alla felicità del singolo fondata sull’equilibrio perfetto tra esigenze sensibili ed esigenze intellettuali, il movimento romantico attribuì un’importanza suprema alla sensibilità dell’animo individuale e ai suoi impulsi naturali: invece di considerare il mondo esterno come una realtà che poteva essere organizzata con la razionalità e la logica proprie dell’uomo, i romantici percepivano un netto contrasto tra l’essenza intima dell’uomo e la realtà a lui esterna.
Spesso nella letteratura del Romanticismo l’individuo è pervaso da quella che vien detta Sehnsucht, ovvero da una sensibilità mista di nostalgia e aspirazione irrisolta, da un rimpianto struggente per il passato e da un desiderio di trasformare e trascendere il presente. L’eroe romantico rifiuta sprezzantemente la mediocrità e le costrizioni della vita quotidiana. Per Manfred, il tragico eroe di Byron, i comuni mortali

son del Tempo i buffoni e del Terrore. Giorni / ci incalzano e derubano; eppur si vive / la vita detestando, e dal terror paralizzati di morire.

Nel movimento romantico, come ha scritto Novajra, «l’uomo vive continuamente nella tensione tra le disillusioni, che la realtà spietatamente gli impone, e il desiderio, che è anche dovere morale, di un’aspirazione all’infinito, all’eterno». Questa concezione dell’individuo trova continuamente espressione nell’arco di una singola esistenza, in una serie di rapporti che potremmo definire “privilegiati”: certi tipi di esperienze sono considerati infatti estremamente significativi, mentre altri vengono ignorati.

UNA VISIONE DEL MONDO FATTA DI NATURA» AMORE, SOGNO, STORIA E MORTE

Il primo di questi rapporti è quello con la natura, concepita nelle sue forme più pure e selvagge, la cui contemplazione libera lo spirito dalla prigione del mondo materiale per condurlo verso il sublime. Come scrisse l’esultante Wordsworth,

Oh che gioia d’avere in sano vigore un corpo… / E agli elementi rassegnarlo / come fosse uno spirito!

Il secondo rapporto privilegiato dall’individuo romantico ha per oggetto l’amore, quel sentimento totalizzante, appassionato e distruttivo che proprio nell’epoca del Romanticismo trova la sua più straordinaria manifestazione. L’amore, come nelle Ultime lettere di Jacopo Ortis del Foscolo, non è mai privo di drammaticità e non di rado conduce alla tragedia: «E poco prezzo, o mio angelo, la morte per chi ha potuto udir che tu l’ami, e sentirsi scorrere in tutta l’anima la voluttà del tuo bacio, e piangere teco». O, ancora, come scrive Natalja Yakovlev ad Aleksandr Flerzen, questa volta con l’amore assurto allo status di religione: «Oh Aleksandr! Tu conosci questo paradiso dell’anima. Hai sentito il suo canto. L’hai cantato tu stesso. Ma per me questa è la prima volta che la luce illumina la mia anima. Io adoro. Io prego. Io amo».
Un terzo ambito estremamente significativo è il sogno, la fuga dalla realtà, la consolazione del subconscio. Se le ore della veglia sono colme di disillusioni e d’ennui, quelle del sonno consentono all’io individuale di vagare nella più assoluta libertà: la reverie può conquistare la realtà e trasformarla in un mondo immaginario e più accettabile.
Strettamente connessi al sogno sono gli ultimi due rapporti privilegiati dall’individuo romantico: quello con la storia e quello con la morte. Nel pensiero romantico il sogno e la storia sono quasi indissolubilmente legati: le ore del sonno e il tempo passato spesso sembrano fondersi. I romantici si rivolgono nostalgicamente a un passato immaginario (spesso il medioevo) nel quale il mondo era più armonioso e l’individuo meno alienato dalla realtà.
Infine, il sogno, la notte e la morte sono parte di uno stesso flusso ininterrotto. La morte non è necessariamente vista con disperazione: spesso è anzi considerata come un’eroica ribellione contro il destino, l’affermazione della scelta individuale contro le costrizioni della società, un gesto grandioso che permette all’individuo di rimanere fedele alle sue più radicate convinzioni; e spesso la morte è associata a un violento autosacrificio in nome di un più alto ideale. Il terrore della morte viene così sminuito: «Oh vecchio! N’è mica sì difficile morir!» esortano le ultime parole di Manfred.

L’ESTETICA ROMANTICA FONTE E NUTRIMENTO DELL’EROISMO RIVOLUZIONARIO

Il nesso tra queste categorie del pensiero romantico e l’esperienza degli eroi del Risorgimento è molto stretto, ma deve essere colto con estrema attenzione. Cercherò di farlo concludendo questa introduzione con due testimonianze.
La prima è quella di Giuseppe Mazzini, riscontrabile in una lettera a Elia Benza, uno dei suoi primi amici e collaboratori, e negli appunti autobiografici in cui ripercorre gli anni della formazione studentesca. Emergono qui la Sehnsucht giovanile di Mazzini, il timore della morte (propria e del proprio paese), l’esplicito riconoscersi e identificarsi con l’eroe romantico e il Romanticismo: «Tutti, chi più chi meno, siamo infelici; e per mia parte pago il mio tributo a questa legge di natura. Sì, perdio, lo pago, e abbondante. […] Sui banchi dell’Università […] di mezzo alla irrequieta tumultuante vita degli studenti, io era cupo, assorto, come invecchiato anzi tratto. Mi diede fanciullescamente a vestir sempre di nero; mi pareva di portar il lutto della mia patria. L’Ortis che mi capitò allora tra le mani mi infanatichì: lo imparai a memoria. La cosa andò tanto oltre che la mia povera madre temeva di un suicidio. […] Nel 1827 fremevano accanite le liti tra classicisti e romantici […]. Eravamo, noi giovani, romantici tutti».
La seconda testimonianza è meno esplicita nel riconoscimento del Romanticismo, ma forse proprio per questo è ancor più efficace e drammatica. E tratta dalla lettera che Carlo Pisacane scrisse ai parenti il 28 gennaio 1847, mentre si apprestava a fuggire a Londra con Enrichetta di Lorenzo, la donna, sposata a un altro, che egli amava appassionatamente. Nella lettera di Pisacane si intrecciano molte delle tematiche poc’anzi illustrate: l’importanza suprema dell’amore romantico, cui devono essere sacrificati la famiglia di Enrichetta (i suoi figli) e la carriera di Pisacane (nell’esercito napoletano); la necessità della fuga e la libertà; l’esser disposti a morire di una morte violenta nel nome dei sentimenti più intimi e degli ideali: «Io amo Enrichetta dal giorno 8 settembre 1830. […] Enrichetta incominciò a supporre ch’io l’amassi nel 1841, nell’epoca che si sgravò d’Isabella. Feci palese il mio amore nel giorno del suo nome 15 luglio 1844. […] Finalmente Enrichetta mi ha detto je t’aime il primo giugno 1845. […] Abbiamo un efficacissimo specifico per noi: due graziosissime pistole da tasca. Ed è stato questo il regalo di nozze che io ho fatto ad Enrichetta e che essa ha accettato in preferenza del più bel diamante che potesse trovarsi. In queste due pistole da tasca, piccole, caricate con polvere inglese, noi vediamo i nostri milioni. […] Noi arriveremo a Londra, città eccentrica, libera, con la libertà che può giungervi una lettera […]. Ma supponiamo che potrete farci fermare […], noi ci rivolgeremo in caso di violenza alla nostra ancora di salvezza, le pistole. Il nostro piano è fatto: io venderò a caro prezzo la vita e spero che sia alto, Enrichetta si ucciderà; quindi pace sia fra noi».

L’ESPERIENZA MAZZINIANA: DALL’INDIVIDUO ROMANTICO ALLA NAZIONI ROMANTICA

Nei due brani appena citati, l’importanza di una visione romantica del mondo appare più che ovvia. Tuttavia sarebbe errato presupporre una pedissequa applicazione dei motivi ricorrenti del Romanticismo alla questione nazionale. Al contrario, la formulazione del nazionalismo mazziniano, per fare un esempio calzante, prende le mosse innanzitutto da una severa critica al Romanticismo.
Per il giovane Mazzini dei primi anni Trenta il Romanticismo aveva già da tempo superato il suo periodo eroico e si erano invece affermati elementi che enfatizzavano la rassegnazione, la nostalgia, la coltivazione dell’anima individuale, la ricerca della pace in una nuova religiosità. Per Mazzini rimanevano soltanto «qua e là alcune riflessioni malinconiche sulla vanità delle cose umane […] sull’impotenza della volontà […] sulla giustizia di quaggiù». L’arte romantica, invece di guardare al futuro, «voltò indietro la testa, riandò nel passato, ne rimase soggiogata per la poesia che è nei ricordi […] visse nel medioevo e pianse su ogni pietra e s’innamorò d’ogni sua rovina».
Se questo era il Romanticismo, e Mazzini era convinto che lo fosse, allora per esso non c’era posto nel mondo moderno. L’autocommiserazione, l’introspezione isolata e nostalgica dovevano essere abbandonate. Al loro posto, affermava Mazzini, dovevano subentrare l’associazionismo, l’organizzazione e la lotta, tutti rivolti verso gli scopi supremi della Libertà e della Patria. Un’Italia libera e indipendente non era soltanto il supremo obbiettivo politico; senza di essa infatti non poteva neppure esistere una cultura italiana: «Senza Patria e Libertà noi potevamo avere forse profeti d’Arte, non Arte. Meglio era dunque consacrare la vita intorno al problema: avremo noi Patria? e tentare direttamente la questione politica». Al posto di un Romanticismo decadente e individualista Mazzini poneva quindi l’ideologia del futuro: il nazionalismo.

POCHI EROI PER SCATENARE IL POPOLO: LA TEORIA DELLA SCINTILLA

È tuttavia essenziale comprendere che, malgrado questo formale rifiuto del Romanticismo in nome di un credo più nobile, il nazionalismo dei rivoluzionari italiani restò comunque profondamente permeato di categorie d’analisi romantiche. Alla vecchia tradizione Carbonara della cospirazione d’élite Mazzini desiderava sostituire un nuovo nazionalismo di massa, ma per tutta la vita conservò una concezione essenzialmente metafisica del popolo e della nazione: il nuovo nazionalismo non si accompagnava, in altri termini, a un nuovo realismo. In particolare, due miti essenzialmente romantici avrebbero ispirato tutte le azioni dei rivoluzionari.
Il primo era quello che il popolo nel suo insieme, oppresso e ridotto in miseria, fosse pronto a insorgere nel nome della Nazione. Il secondo, strettamente connesso al primo, era che la scintilla dell’insurrezione popolare potesse essere accesa da pochi capi intrepidi e illuminati, pronti a rischiare il tutto per tutto e, se necessario, a sacrificare se stessi per il supremo ideale della Nazione. Nel 1833, nel suo famoso opuscolo Della guerra d’insurrezione conveniente all’Italia, Mazzini scrisse della «miseria immensa che preme la popolazione delle campagne, e la tien disposta a’ tentativi i più disperati, sol che si voglia confortarla e guidarla».
Naturalmente, queste concezioni non erano esclusivamente italiane. Nella prima metà del XIX secolo, la fede nelle virtù nazionaliste del popolo e nel ruolo fondamentale dell’eroe condottiero era comune a tutta l’Europa: in Polonia, per esempio, la miscela fu ancora più esplosiva che in Italia. Fu il grande patriota polacco Adam Mickiewicz, nel poema appropriatamente intitolato Ro-manticismo (1822), a esaltare le tradizioni della nazione e della cultura contadina contro la retorica latina dei classicisti:

Sentimento e fede mi parimi con più forza / che la lente dell’accademico o l’occhio empirico. / Voi conoscete solo verità morte, che i contadini ignorano, / voi vedete il mondo in un granello di polvere e in ogni scintilla delle stelle, / ma voi non conoscete alcuna verità viva, e perciò non vedrete mai il miracoloso.

La disillusione avrebbe fatto la sua comparsa solo nel 1846, con l’insurrezione della Galizia. Allora, malgrado tutte le leggende nazionaliste, i contadini, anziché seguire i loro aristocratici padroni in una rivolta nazionalista, li massacrarono e ne riportarono in città i cadaveri caricati sui carri, con grande soddisfazione delle autorità austriache.

TRA LE ROVINE DEL PASSATO ALLA RICERCA DELL’ETÀ DELL’ORO

Sia in Europa che altrove, i nazionalisti non si limitarono a creare il mito del popolo conscio della Nazione, ma elaborarono anche una propria «scoperta della tradizione» nel miglior stile romantico. Malgrado le critiche avanzate da Mazzini contro l’evocazione decadente e nostalgica del passato, i nazionalisti stessi ricercavano appassionatamente il folclore, il linguaggio e la tradizione della nazione, la sua primitiva età dell’oro. Nelle rivoluzioni latinoamericane del primo Ottocento, per esempio, in cui combattè il Garibaldi degli anni della formazione, l’età dell’oro, come in Italia, era identificata con un periodo precedente la dominazione straniera. Nella rivoluzione messicana del 1808-1810 si sognava un ritorno all’idillio azteco dopo un «sonno durato tre secoli»; e nella rivoluzione cilena si assisté alla potente rievocazione della bucolica Araucania.
Anche in Italia l’evocazione romantica dei passato stava a cuore agli esponenti più impegnati del movimento nazionalista rivoluzionario. Prendiamo per esempio Aurelio Saffi, il discepolo più fedele di Mazzini, uomo d’azione ma anche di squisita gentilezza. In una lettera del 1852 a Georgina Crawford, l’inglese cresciuta a Firenze che sarebbe diventata sua moglie, si ritrovano, in una formulazione quasi perfetta, tutti gli elementi che caratterizzano un nazionalista romantico: l’inconfondibile Sehnsucht, l’adorazione della natura legata alla rievocazione del passato della nazione, la celebrazione di un a-more fuori dal comune e appassionato. Dopo aver scritto del suo giovanile amore per la famiglia, Saffi continuava: «E le bellezze della natura, le memorie delle passate generazioni, la poesia misteriosa impressa sui monumenti de’ secoli lontani, l’idea sacra della patria, erano per la mia anima altrettante fonti di entusiasmo. Oh! io sono certo […] che voi serbate ne’ ricordi della nostra terra impressioni simili alle mie. Non vi rimembra della gioia degli aperti campi al primo sorgere del sole d’Italia dalla collina dell’Oriente? […] Non vi sovviene della canzone della contadina alternata alla squilla della sera e all’ultimo canto dell’allodola perduta nell’aria? […] E di certo voi avete interrogato, come l’amico vostro, il sospiro dei padri tra le arche delle chiese antiche, e cercato l’impronta guerriera de’ nostri eroi nelle torri diroccate, e i ricordi delle virtù cittadine ne’ vecchi palazzi di città. E avete lungamente e mestamente meditato, seduta a’ piedi delle rovine con religioso raccoglimento. Di tal modo l’anima mia si apriva a infinite emozioni, ora liete, ora malinconiche; e aspirava, aspirava sempre più in alto a una bellezza, a una felicità, a una pienezza d’affetto, che dovevano più tardi a lei rivelarsi nella sublime e non prima udita armonia dell’amore».
Credere nella redenzione dell’Italia non significava quindi cessare di essere un romantico: al contrario, significava forgiare di nuovo il Romanticismo in uno stampo nazionalista. Mazzini poteva sì annunciare che «il mondo individuale, il mondo del medioevo è consunto. Il mondo sociale, l’era moderna, è al suo primo sviluppo», ma non c’era una frattura poi tanto grande tra la visione del mondo dei romantici e quella dei rivoluzionari italiani.

TEORIE DELLA RIVOLUZIONE

Per tutto il periodo che va dalla fine dell’età napoleonica allo scoppio delle rivoluzioni europee del 1848, piccole minoranze delle classi colte italiane (aristocratici, professionisti, studenti universitari) furono attratte dagli ideali di redenzione e indipendenza nazionale. Una volta convinti dell’importanza di questi ideali, dovettero però tutti confrontarsi con la spinosa questione di scegliere un’opportuna linea d’azione. Le risposte furono molto diverse: alcuni auspicarono l’instaurazione di governi costituzionali nei loro Stati; altri, come Cesare Correnti a Milano, scelsero la via dell’indagine sociale, collaborando con il Politecnico, la celebre rivista di Cattaneo: «Io mi rassegnai, coscritto impaziente, alla disciplina delle medie, delle tabelle e dei numeri, che ci davano la possibilità di parlar in gergo e in cifre e di sottrarci alle circoncisioni della censura. I numeri non dicevano il loro segreto se non a chi sapesse leggervelo a cenni: vero linguaggio di muti».
Altri ancora, e sono questi che qui ci interessano, erano più impazienti: quel che serviva non era l’indagine sociale, ma l’insurrezione. Non è possibile tracciare una facile distinzione sociale tra quanti scelsero sentieri di relativa moderazione e quanti divennero dei rivoluzionari: alcuni aristocratici erano rivoluzionari, mentre molti esponenti del ceto medio erano chiaramente ostili all’idea di una insurrezione. Piuttosto ogni singolo caso deve essere analizzato in tutta la sua complessità, per cercarne le ragioni psicologiche e familiari, le influenze esterne e le amicizie, le letture e le esperienze che contribuirono alla maturazione di una determinata decisione individuale.
Una volta decisa la rivoluzione, c’era poi un’altra questione di estrema complessità: che tipo di rivoluzione bisognava tentare? Il dibattito su questo punto doveva infuriare per tutto il Risorgimento. Vorrei esaminare in particolare le argomentazioni relative alla strategia militare che i rivoluzionari ritenevano più utile e agganciare questo dibattito sui metodi della rivoluzione con quanto detto a proposito della formazione culturale dei rivoluzionari stessi.

BIANCO DI SAINT-JORIOZ: DALLA GUERRIGLIA SPAGNOLA IL MODELLO PER LA RIVOLUZIONE

I giovani rivoluzionari italiani degli anni Trenta e Quaranta avevano molti precedenti ai quali fare riferimento. La rivoluzione francese, le repubbliche italiane, le rivoluzioni del 1820-1821 e del 1830-1832 fornivano una straordinaria casistica da cui trarre preziosi insegnamenti. Tuttavia c’erano un paese e un’esperienza cui i rivoluzionari italiani attribuivano un’importanza esemplare: la Spagna e la sua insurrezione popolare contro i francesi dal 1808 al 1814.
Come ha scritto Giorgio Spini, quasi certamente il mito della Spagna e della sua guerriglia deve essere fatto risalire alla notevole mole di scritti sull’argomento pubblicati subito dopo la caduta di Napoleone. Nei decenni successivi quel mito non perse nulla del suo vigore, grazie soprattutto a un fondamentale scritto di Carlo Bianco di Saint-Jorioz del 1830.
Nel suo Della guerra nazionale d’insurrezione per bande, applicata all’Italia, egli auspicava infatti l’applicazione al caso italiano di quello che riteneva il modello spagnolo. I rivoluzionari italiani dovevano condurre una feroce e incessante guerra per bande contro gli austriaci, come avevano fatto gli spagnoli contro i francesi. Ogni mezzo era lecito: organizzare imboscate, avvelenare i pozzi e la farina usati dai nemici, assassinarli uno per uno con azioni terroristiche. Le bande, numericamente ridotte (dai dieci ai trenta membri ciascuna), dovevano inizialmente combattere sulle colline e sui monti.
In un’analisi tipicamente fideistica del potenziale insurrezionale del popolo italiano, Bianco calcolava che circa due milioni di italiani potessero essere mobilitati contro tre-centomila soldati austriaci. Tenendo conto di una simile disparità numerica e del radicato odio per lo straniero, il risultato della guerra per bande era scontato: «Le bande rigeneratrici della patria dalla massa dei contadini appoggio troveranno, offerte volontarie, provviste, benedizioni ed applauso».
La profusione di dettagli tecnici che vi era contenuta garanti all’opera di Bianco una grande influenza su tutte le successive discussioni in merito alla rivoluzione italiana. Mazzini stesso doveva molto a Bianco di Saint-Jorioz, come ammise prontamente nel suo Della guerra d’insurrezione conveniente all’Italia. Anche qui troviamo una lunga sezione dedicata all’esperienza spagnola. In Spagna «il popolo fu tutto in armi, pronto a seguire gli ordini che uomini di fiducia sua gli avrebbero imposto». Ma perché ciò fu possibile, si domandava Mazzini? «Gli uomini son più forti in Ispagna che tra noi? Era più grave la servitù, più esosa e tirannica la dominazione?». Il desiderio di libertà, continuava Mazzini, era più forte in Spagna che in Italia? Gli spagnoli avevano più armi?
A ognuna di queste domande retoriche Mazzini rispondeva con un «no» categorico. Il popolo spagnolo non era meglio armato di quello italiano; «la dominazione francese era dolce a fronte di quella che ci preme dovunque»; le classi abbienti e le autorità spagnole non erano interessate alla rivolta contro i francesi. Allora qual era la differenza?
Nella risposta di Mazzini si ritrova l’impiego esplicito delle sue due principali categorie di spiegazione e dii esortazione: il popolo spagnolo, come quello italiano, era pronto all’insurrezione; tutto ciò che serviva era l’esempio, quella scintilla che aveva acceso il fuoco spagnolo ed era invece assente in Italia: «Ma un Alcade diede l’esempio, senza consigliarsi con gli altri, senza indagare se gli elementi del moto fossero coordinati; e in quell’esempio trovò imitatori […]; quei primi insorti non badarono alle forze nemiche, al dissenso d’una gran parte de’ cittadini influenti». Diventata popolare, l’insurrezione non correva il rischio di essere tradita (altro concetto chiave mazziniano) come invece era accaduto nelle rivoluzioni italiane del 1820-1821. «E dov’è guerra di bande – guerra del popolo – guerra che ha centro ogni dove e nessuna circonferenza segnata – dov’è il tradimento che valga a spegner la guerra?».
I mazziniani adottarono, quindi, quello che ritenevano il modello spagnolo della guerra di bande popolare come la migliore strategia militare per i rivoluzionari. Molti di questi rivoluzionari, esiliati dopo di fallimento delle rivolte italiane del 1820-1821 e del 1830-1832, avrebbero poi combattuto in Spagna a fianco dei costituzionalisti contro i carlisti, conferendo così nuovo vigore al mito della guerrilla spagnola.

I DUBBI Di GUGLIELMO PEPE: TROPPE INCOGNITE PER LA GUERRIGLIA ITALIANA

Tuttavia è importante notare che già nei primi anni Trenta una voce potente, quella di Guglielmo Pepe, si,era alzata contro la presunta simmetria dei casi spagnolo e italiano che Bianco di Saint-Jorioz e Mazzini erano così pronti ad affermare. Pepe era un generale napoletano e un carbonaro che aveva avuto un ruolo di primo piano nella rivoluzione del 1820-1821 nel Mezzogiorno e successivamente avrebbe condotto con dignità e acume l’esercito veneziano durante l’insurrezione della città nel 1848-1849.
Nella sua opera del 1833 Memoria sui mezzi che menano all’Italiana indipendenza, Pepe identificava una serie dì significative differenze tra l’Italia degli anni Trenta e la Spagna napoleonica. Innanzitutto i contadini italiani, almeno al Centro e al Nord, non erano per niente simili a quelli spagnoli. Questi ultimi «a piedi nudi o con semplici spardillos, vestiti di leggeri calzoni e di camicia di grossa tela, senza possedere un palmo di terra, nutrendosi di qualche oliva e d’un tozzo di pan nero, fanno in un sol giorno quaranta o cinquanta miglia». Era improbabile che i contadini italiani fossero capaci di una tale mobilità e capacità di resistenza.
In secondo luogo, l’atteggiamento del clero era ben diverso nei due paesi: «Da noi» scriveva Pepe «il clero, se non sarà nettamente ostile, non spingerà certo le plebi alla lotta: il suo contegno sarà pur sempre molto diverso da quello del clero spagnolo, che, ancora in possesso di tutti i suoi beni, ne vedeva la salvaguardia nell’insurrezione, e profondeva nella lotta tesori, oltre ad eccitare, colla sua grande autorità morale, ogni ceto, alla difesa della patria e della religione!». In tal modo Pepe toccava la questione fonda-mentale di un controllo culturale nella campagna italiana; senza il clero, infatti, era difficile immaginare come i contadini potessero essere mobilitati per una guerra insurrezionale. Tuttavia, né Pepe né gli altri rivoluzionari italiani avevano voglia di approfondire la questione; le si attribuiva piuttosto un’importanza marginale e si tendeva a rimuoverla.
Le altre differenze che Pepe identificava tra la Spagna e l’Italia erano quelle del terreno e dell’aiuto esterno. Gli spagnoli, scriveva, «avevano non uno, ma infiniti posti ove trovar riparo in caso d’insuccesso: moltissime fortezze, vaste zone semidesertiche, intere provincie costiere, rimaste a lungo non occupate dai francesi». Inoltre avevano l’aiuto degli inglesi, sia in denaro che in uomini, e «l’appoggio morale e l’incitamento di tutte le potenze in guerra contro Napoleone».
Per tutte queste ragioni Pepe concludeva, a ragione, che i due casi non erano paragonabili: «Datemi le più piccole fra le circostanze che favorirono gli spagnoli e allora, lungi dal raccomandarvi d’agire con prudenza, vi esorterò a insorgere ovunque contemporaneamente».
Erano parole dettate dal buonsenso, ma per amor di giustizia va detto che Pepe stesso non era poi così immune da quelle fantasticherie che aveva così efficacemente criticato parlando del mito spagnolo. Nel suo L’Italia militare del 1836, per esempio, scrisse che in Italia «la configurazione del suolo e l’indole del popolo sono talmente adatte a simile guerreggiare che una banda di cento montanari calabresi, forti della solidarietà popolare, potrebbe dalla Calabria giungere alle Alpi destreggiandosi per gli Appennini, anche se 120.000 austriaci fossero qui e là lungo la penisola». Il termine chiave in questo contesto era «forti della solidarietà popolare»; in realtà è molto difficile immaginare che una banda calabrese, una volta uscita dalla propria regione, potesse essere trattata dalla gente del luogo diversamente da una cricca di banditi. L’aver sottovalutato in questo modo il regionalismo italiano e la xenofobia locale avrebbe avuto conseguenze fatali per più di una spedizione rivoluzionaria.

CITTÀ O CAMPAGNA: LE INCERTEZZE DI MAZZINI

Il mito spagnolo sembrava implicare che il futuro della rivoluzione italiana fosse nelle campagne e non nei grandi centri urbani. Era certamente questa l’ottica con cui Bianco di Saint-Jorioz guardava allo sviluppo di una corretta strategia militare rivoluzionaria: la guerra di bande doveva essere condotta innanzitutto nelle province, mentre le grandi città sarebbero state coinvolte soltanto in una fase successiva. Bianco di Saint-Jorioz aveva sottolineato come la resistenza al governo napoleonico in Spagna e in Russia fosse iniziata solo dopo la caduta di Madrid e di Mosca. I rivoluzionari, a suo avviso, non dovevano permettersi di essere attratti dal miraggio della capitale; Roma stessa era una «cloaca» di disonestà e, in generale, nelle grandi città c’era soltanto «una vita lussuosa ed effeminata». Il piemontese, quindi, criticava decisamente la tradizione rivoluzionaria parigina, in cui gli avvenimenti della capitale decidevano la storia del paese. Al contrario egli affermava che ogni villaggio o città della provincia poteva diventare la capitale dell’insurrezione. Le province e la campagna, legate dalla guerra di bande, dovevano vendicarsi del secolare dominio delle grandi città.
Tuttavia, la questione cruciale dell’ubicazione più giusta e opportuna della sommossa non si prestava a soluzioni così lineari. La discussione sulle rispettive qualità della città e della campagna era destinata a impegnare i rivoluzionari per tutto il Risorgimento e le opinioni sarebbero mutate non solo secondo le convinzioni personali sull’argomento, ma anche con il susseguirsi degli eventi. In questo senso un caso esemplare è di nuovo quello di Mazzini.
Come abbiamo visto, influenzato dalle idee di Bianco di Saint-Jorioz, egli fu dapprima un convinto sostenitore delle guerre di bande: la sventurata spedizione condotta in Savoia nel 1834 intendeva provocare proprio una insurrezione provinciale tra le colline e le montagne dell’Italia nordoccidentale. Tuttavia, come ha rilevato Della Peruta, negli anni Quaranta Mazzini corresse il tiro, accentuando l’importanza di un’insurrezione generale da innescare nelle città. In una lettera del settembre 1843 al patriota modenese Nicola Fabrizi, egli affermò di aver sempre creduto che «le bande dovevano sorgere dall’insurrezione, non l’insurrezione dalle bande». Secondo Mazzini, infatti, così come era accaduto nel 1831, parte dell’esercito sarebbe insorta alleandosi con l’insurrezione urbana guidata da «la gioventù compromessa». Poi, quando gli austriaci fossero intervenuti per sedare la rivolta urbana, i rivoluzionari avrebbero cambiato tattica, varando un’incessante guerra di bande sulle montagne e sulle colline.
Più tardi, tuttavia, Mazzini avrebbe cambiato di nuovo idea. Il fallimento, nel febbraio del 1853, dell’insurrezione di Milano, pur progettata con tanta cura, lo convinse del fatto che l’originario entusiasmo per le spedizioni e le insurrezioni provinciali era giusto. La fede nelle città, giunta al suo acme dopo le rivoluzioni del 1848, prese a vacillare e fu sostituita da una nuova certezza, non confermata dagli eventi, nella guerra di bande sulle colline e sulle montagne della Lunigiana o della Valtellina.

CITTÀ O CAMPAGNA: LE SCELTE DECISE DI GARIBALDI E PISACANE

La parabola delle opinioni di Mazzini sulla città e la campagna non era atipica. Tuttavia, alcuni rivoluzionari italiani, specialmente quelli con una formazione e un’esperienza militare, avevano opinioni ben più solide sull’argomento. Garibaldi era chiaramente a favore della campagna: la banda di guerriglieri e il suo equivalente navale, la squadra pirata, erano le due forme di lotta con cui si era fatto una reputazione in Sudamerica. Sia nella provincia del Rio Grande, ribellatasi all’impero portoghese del Brasile, che in Uruguay, nella lotta contro il dittatore Rosas e a Montevideo alla testa della Legione Italiana, Garibaldi aveva preferito la campagna o il mare aperto come il terreno più adatto alle sue tattiche di guerriglia. Non che le città dovessero essere ignorate; anzi, la loro conquista doveva rappresentare l’apice dell’insurrezione e la loro difesa un’arte. Ma Garibaldi, durante la sua lunga carriera militare, fu sempre alla ricerca di spazio, di una superficie aperta dove poter sfruttare al massimo il suo genio di capo guerrigliero e la sua tecnica, che Liberti ha definito di «immediatezza operativa».
Carlo Pisacane, invece, aveva opinioni diametralmente opposte. Insieme a Carlo Cattaneo, a Cesare Balbo e a pochi altri, egli attribuiva un ruolo di primo piano all’insurrezione urbana. Si sarebbe rivelato un tragico paradosso (che cercheremo di spiegare più avanti) il fatto che tra il 1856 e il 1857 Pisacane scrivesse in modo così lucido e appassionato in favore dell’insurrezione urbana per poi morire solo pochi mesi più tardi facendo esattamente ciò che aveva invitato gli altri a non fare.
Vale la pena di analizzare le argomentazioni di Pisacane in alcuni dettagli. Indubbiamente c’è in esse un forte accento romantico: in una lettera del 24 febbraio 1857 a Teodoro Pateras scrive, per esempio, che «il combattimento dei popoli insorti è la poesia dell’arte della guerra, sdegna regole e calcoli, segue le ispirazioni, gli impulsi del cuore». Eppure c’è anche una forte vena realistica. Nello stesso brano egli afferma infatti che la guerra del popolo non deve mai allontanarsi dai «princìpi della guerra grossa, come la poesia non si allontana dalla grammatica. E siccome lo stato di passione violenta non può durare molto tempo, perciò la rivoluzione combatte sempre a colpi di clava, e non mai a colpi di spille»: i «colpi di clava» per Pisacane erano l’insurrezione urbana, quelli «di spille» la dispersiva guerra di bande. Egli concludeva ponendo a Pateras questo interrogativo: «Credi che [nel 1848] le bande avrebbero debellato in quel modo l’esercito tedesco, e liberato in cinque giorni il Lombardo Veneto e sgomberato in dodici giorni la Sicilia?».
Altrove, ma sempre in questa stessa serie di lettere, Pisacane è ancora più esplicito nell’esporre le ragioni che lo inducevano a sostenere una rivoluzione nelle città più grandi: «Trecento determinati in una capitale, in due ore, con pochissima perdita, decidono una contesa che ci vorrebbe un esercito per deciderla in campagna. In campagna devi combattere il nemico pervenuto, con tutta la superiorità che gli danno la tattica, gli ordini, le armi, mentre in città questo nemico tu puoi assalirlo quando vuoi, nel sonno, ubriaco, disperso, ed in un sito ove gli ordini, e le armi, e la tattica non gli giovano punto». Per Pisacane (lettera dell’11 dicembre 1856) «in provincia si comincia facilmente, ma è assai difficile finir bene; nella capitale tutto sta al determinarsi a fare, una volta cominciato bene si finisce benissimo».
Inoltre, una volta affermatasi l’insurrezione urbana, l’ultima cosa necessaria era una guerra di bande. Pisacane, almeno per una volta d’accordo con Garibaldi, era un fervente sostenitore dell’esercito rivoluzionario. Nel 1848, in Italia settentrionale, la rivoluzione aveva perduto perché non si era riusciti a formare immediatamente un esercito. Dopo che la rivoluzione fosse scoppiata, era la volta della «massa»: «Ogni città, ogni terra, ogni borgo che scacci dalle sue mura il nemico, non ponga tempo in mezzo, non curi di apprestarsi a difesa e di innalzar barricate, tempo perduto, sangue inutilmente sprecato, ma la gioventù abbandoni le sue dimore, raccolga tutte le armi, tutte le vesti-menta, tutte le vettovaglie che può e, accordandosi co’ vicini, corrano tutti a far massa». Per Pisacane l’insurrezione urbana, seguita dalla costituzione dell’esercito rivoluzionario, era il metodo migliore per attuare la rivoluzione italiana.

L’APPELLO DELLA RIVOLUZIONE: PRIMA I CONTADINI E I BRACCIANTI…

Un’altra questione era strettamente connessa alla discussione sulla città e la campagna, pur riscuotendo un’attenzione molto minore: quella sulla classe rivoluzionaria. Chi avrebbe ascoltato il richiamo della rivoluzione nazionale: gli abitanti della città o quelli della campagna?
Va detto che i rivoluzionari italiani non fecero alcun tentativo di analizzare seriamente il potenziale rivoluzionario dei diversi strati della popolazione. Il loro, grossomodo, era un generico appello al “popolo” nel suo insieme, espresso piuttosto in termini di dovere morale e fervore nazionale che di bisogni e desideri materiali. Come abbiamo visto, essi non rifletterono approfonditamente neppure sui limiti ideologici o culturali che potevano impedire al “popolo” di rispondere ai loro appelli: l’influenza del clero, l’importanza dei vincoli locali di sottomissione e il sospetto verso gli “stranieri”, l’arretratezza, l’analfabetismo e l’isolamento di gran parte dell’Italia rurale.
Solo alcuni rivoluzionari italiani espressero opinioni specifiche in materia. Giuseppe Budini, nel suo pamphlet di scarsa fama Alcune idee sull’Italia (pubblicato a Londra nel 1843), a proposito delle virtù militari del «basso popolo delle campagne» scrisse: «Avezzo ad una vita sobria se non stentata, esso è il soldato a formare le bande; in esso si trovano tutte le qualità che abbisognano a guerra siffatta, cioè sobrietà, agilità, conoscenza del paese e obbedienza passiva a quegli che crede più esperto di sé». Continuava poi definendo più chiaramente chi aveva in mente: «Intendiamo per basso popolo delle campagne quello che non lavora la terra a mezzania, ma che lavora a giornata per conto d’altri contadini più agiati; questo popolo abbonda in Italia, ed è il più vischioso e facile a muoversi».
A prima vista le argomentazioni di Budini sembravano avere un fondamento: i braccianti o gli avventizi non avevano niente da perdere e tutto da guadagnare nelle campagne dell’Italia settentrionale. Erano, come scriveva nel 1854 Fortunato Sceriman, agronomo ed ex funzionario austriaco, «il proletariato dell’agricoltura; proletariato crescente e che perciò circonda di miseria e di pericoli le campagne». Eppure, per tutto il Risorgimento i casi di braccianti che fecero propria la causa nazionale furono estrema-mente rari. Nel marzo 1848 c’è traccia di una loro mobilitazione contro gli austriaci nel basso mantovano, ma l’elemento chiave di questa mobilitazione furono le direttive del clero locale, convinto che Pio IX avesse annunciato una Guerra Santa.
In generale, i braccianti e i rivoluzionari abitavano in due mondi diversi: come ha osservato Tiziano Merlin, l’osteria e il caffè non si sarebbero mai incontrati nel corso del Risorgimento. I borghesi rivoluzionari erano incapaci di formulare un programma adatto al proletariato dell’agricoltura; spesso infatti, malgrado il loro romantico attaccamento all’idea delle masse contadine, i rivoluzionari, proprio come i loro avversari (i conserva-tori e i moderati), consideravano gli avventizi una classe pericolosa. Al contrario dei contadini del folclore romantico, i braccianti si opponevano ai proprietari terrieri e non rispettavano i diritti di proprietà, rimanendo isolati nel loro mondo di miseria e malnutrizione, sordi ai magniloquenti appelli rivolti alla Nazione.

L’APPELLO DELLA RIVOLUZIONE: … O PRIMA GLI ARTIGIANI E GLI OPERAI?

Gli artigiani e gli operai delle città più grandi erano tutt’altra cosa. Fu proprio Pisacane, coerentemente con la sua predilezione per l’insurrezione urbana, a identificarli, negli ultimi mesi di vita, come la classe rivoluzionaria per eccellenza. In una lettera inviata da Genova nel gennaio 1857, egli assicurava a Giuseppe Fanelli che non c’era alcuna difficoltà nel reclutare abbastanza «operai» per dare inizio alla rivoluzione: «Fin qui ho ragionato su trecento [uomini], ma in una città di cinquecentomila abitanti, non trovarne che trecento è ben poca cosa. In questo luogo [Genova], ve ne sono milleduecento pronti a scendere in piazza quando si vuole, a Pisa cinquecento, a Pistoia, a Livorno, altrettanti. A Milano in un mese, dopo il 6 febbraio [1853], se ne raccolsero mille: una spia fra essi denunziò gli altri. Operai sempre; in queste operazioni bisogna fidarsi poco de’ ragionatori in guanti paglini».
Sarebbe errato concludere, dopo aver letto questo brano, che Pisacane fosse, in un certo qual modo, un “operaista” e che avesse sottoposto i lavoratori delle grandi città a un’analisi di classe o condividesse le convinzioni di Marx ed Engels sul proletariato urbano come classe rivoluzionaria del futuro. Pisacane certamente rapportava la rivoluzione nazionale a quella sociale, come Mazzini e molti degli altri rivoluzionari italiani non avevano mai fatto. Come era possibile, si domandava, pretendere dalla «plebe» che «corra a formare i numerosi battaglioni, soffra tutti i disagi della guerra, marci a farsi decimare dalla mitraglia, per poi ritornare a vivere una vita di stenti e di miserie […] lasciando ai capitalisti ed ai proprietari la cura dei suoi interessi»? Se il «popolo» doveva sostenere la rivoluzione nazionale, argomentava Pisacane, era necessario attuare un programma sociale radicale per la redistribuzione di terra e proprietà.
Tuttavia quello di Pisacane era un socialismo più utopico che scientifico. Egli cercava appoggio rivoluzionario nelle città da tutti i poveri, non solo dagli operai delle industrie o dagli artigiani. E che non facesse particolari distinzioni tra operai e altri lavoratori urbani lo si può desumere da un’altra lettera scritta nel 1856 a Giuseppe Fanelli, in cui delineava alcune delle tattiche necessarie alla guerriglia urbana. In questo caso infatti egli non si riferisce per niente agli operai, ma piuttosto al sottoproletariato tanto disprezzato da Marx: «Scegliere uno dei quartieri della città, il più intricato, e farlo ritrovo dei capi, punto di rannodamento dei sbandati, cittadella dell’insurrezione: in Napoli questo quartiere, per quanto mi ricordo, potrebbe essere la Stella».
Operai, artigiani, sbandati erano in gran parte termini intercambiabili nelle argomentazioni di Pisacane, e questa intercambiabilità rifletteva il suo approccio generalmente non analitico e fideistico nei confronti delle classi inferiori. Nondimeno l’accento che tra il 1856 e il 1857 Pisacane poneva sulla plebe urbana era più aderente alla realtà italiana dell’Ottocento che non la fede di Budini nei braccianti o la diffusa fiducia nel particolare potenziale rivoluzionario delle masse rurali del Meridione.
Ben poco è stato scritto finora sulla storia sociale delle città italiane nell’era del Risorgimento, ma è evidente che semmai idee come nazionalismo e rivoluzione hanno circolato tra le classi inferiori della società italiana, questo accadeva solo in significative minoranze urbane. I porti dell’Italia settentrionale, come Genova, La Spezia e Livorno, erano un terreno fertile per le associazioni radicali di scaricatori di porto e artigiani. La stessa posizione dei porti, aperti alle influenze esterne, allo scambio non solo di merci ma anche di giornali e di idee, li rendeva luoghi in cui i rivoluzionari potevano realisticamente sperare di trovare un sostegno popolare. Lo stesso, come vedremo, valeva anche per un importante centro cosmopolita come Milano. Nelle bettole degli affollati quartieri popolari di Milano, i rivoluzionari potevano sperare, una volta che i tempi fossero maturati, di trovare un pubblico attento ai loro messaggi sovversivi.

DUE FALLIMENTI ESEMPLARI

Nei decenni centrali del Risorgimento furono intraprese molte spedizioni rivoluzionarie; quelle di Pisacane a Sapri nel 1857 e di Garibaldi a Marsala nel 1860 furono soltanto le più famose. Nella loro disorganizzazione e nella frequente tragicità della loro conclusione, alcune di queste spedizioni ebbero accenti tragicomici. Ecco come, in una lettera del 23 maggio 1854, Federico Campanella, uno dei più stretti collaboratori di Mazzini, descrive all’inglese Kate Crawford il fallimento di una spedizione rivoluzionaria in Lunigiana condotta da Felice Orsini (il secondo di ben quattro tentativi mazziniani in questa zona nell’arco di appena tre anni): «Questa spedizione partita sopra una nave da Genova nella sera del 6 o 7 corrente, fu costantemente contrariata da cattivo tempo, e invece di approdare nel territorio ducale, come doveva, approdò, non si sa ancora il perché, sul territorio sardo, vicino a Lerici. Gli uomini che la componevano discesero a terra, ma nel mentre che erano occupati a sbarcare le casse dei fucili, furono sorpresi dagli agenti sardi. I più si sbandarono e si cacciarono nelle vicine montagne».
Quanto segue non vuol certo essere il tentativo di ripercorrere in così poco spazio le più famose spedizioni rivoluzionarie del Risorgimento (un compito impossibile oltreché superfluo). Mettendo a confronto le spedizioni dei fratelli Bandiera, di Pisacane e di Garibaldi, il mio intento è invece quello di stabilire una tipologia preliminare basandomi sulle categorie d’analisi fin qui evidenziate: confrontando l’influenza che la concezione romantica ebbe nelle tre spedizioni, la scelta dei rispettivi campi d’azione, l’importanza del mito del “popolo”, il livello di preparazione militare e così via, spero di aiutare i lettori a comprendere perché le prime due sfociarono in tragedia e la terza in uno strabiliante trionfo.

I FRATELLI BANDIERA: IL SACRIFICIO COSCIENTE DI DUE GIOVANI ROMANTICI

Attilio ed Emilio Bandiera erano ufficiali veneti della Marina austriaca. Il padre, Francesco Bandiera, era ammiraglio della stessa flotta e devoto servitore dell’imperatore: quando nel 1831, al momento dell’intervento austriaco che aveva stroncato i governi costituzionali in Italia centrale, i capi rivoluzionari superstiti salparono da Ancona verso l’esilio, egli intercettò la loro imbarcazione e li prese prigionieri. I rapporti tra padre e figli furono sull’orlo della rottura per anni.
Nel 1840 Attilio ed Emilio Bandiera fondarono una società segreta, l’Esperia, con lo scopo di emancipare l’Italia e proclamare una repubblica unita. Nell’agosto del 1842 Attilio scrisse per la prima volta a Mazzini: «Signore, è da diversi anni che ho preso a stimarvi e ad amarvi […]. Sono italiano, uomo di guerra, e non proscritto. Ho quasi trentatré anni. Sono di fisico piuttosto debole; fervido nel cuore, spessissimo freddo nelle apparenze». Nel febbraio 1844 i fratelli Bandiera, assieme al loro compagno Domenico Moro, disertarono dalla Marina imperiale e fuggirono a Corfù. Lì dettero segno di essere oltremodo impazienti di guidare un’insurrezione, quasi non importasse come e dove.
Nella primavera di quell’anno giunse a Corfù la notizia che a Cosenza era scoppiata una rivolta e gli abitanti delle montagne calabresi avevano preso le armi. I Bandiera decisero immediatamente di partire per la Calabria. Sia Mazzini che Fabrizi cercarono di dissuaderli da un’impresa così mal preparata e rischiosa. Il 14 maggio Fabrizi scrisse a Emilio Bandiera: «Non solo non approvo, né intendo cooperare; ma intendo aver solennemente dichiarato il mio aperto disparere dal fatto incapace di alcun risultato che non sia la rivelazione intempestiva delle nostre intenzioni, il sacrificio dei migliori in un tentativo prima sventato dagli ostacoli, la dispersione irreparabile degli elementi conservati intatti fin oggi».
I fratelli Bandiera salparono da Corfù alla volta della Calabria il 12 giugno 1844: la spedizione contava solo ventuno uomini, tra i quali il corso Pietro Boccheciampe che li avrebbe traditi alla prima occasione. Dopo quattro giorni approdarono presso la foce del fiume Neto, a nord di Crotone. Una notte di marcia verso ovest bastò a far capire che non c’era alcuna traccia di disordini nelle colline calabresi. La piccola colonna proseguì comunque verso ovest, ma senza Boccheciampe, che era fuggito a Crotone per avvisare le autorità dell’arrivo della spedizione. Nella notte del 19 giugno una squadra di gendarmi e di guardie urbane cercò di bloccare quella che chiamavano la «banda armata di forestieri». Ci furono morti e feriti da entrambe le parti, ma i fratelli Bandiera cercarono di tenere insieme il loro manipolo di uomini e di spostarsi verso San Giovanni in Fiore. Là, il pomeriggio del 19, trovarono la strada bloccata da una folla di guardie urbane e uomini a cavallo che li accolsero al grido: «Eccoli, viva il nostro re!». I capi della spedizione tentarono invano di spiegare il motivo per cui erano venuti: alcuni furono feriti o uccisi, la maggior parte fu catturata e picchiata, sei riuscirono a fuggire, anche se per poco. I patrioti vennero processati immediatamente a Crotone e nove di loro furono giustiziati il 25 luglio 1844. Andarono incontro alla morte cantando:

Chi per fa patria muor, vissuto è assai;
la fronda dell’allor non langue mai;
piuttosto che languir sotto i tiranni,
è meglio di morir sul fior degl’anni.

IL FALLIMENTO TOTALE DEI ROMANTICI PURI

Queste ultime parole dei fratelli Bandiera offrono la chiave per interpretare la loro tragica spedizione. Nessun’altra impresa del Risorgimento fu permeata di Romanticismo quanto la loro. Vi si ritrova il tema dominante dell’importanza dell’atto dimostrativo e l’impossibilità di continuare a vivere una vita normale, di seguitare a «languir sotto i tiranni». E vi si ritrova anche l’atteggiamento tipico dell’eroe romantico: la necessità del sacrificio di sé in nome di un più alto ideale, il disprezzo della morte e l’esaltazione del gesto tragico e grandioso. Si racconta che, appena sbarcati in Calabria, Attilio ed Emilio Bandiera, Domenico Moro e Anacarsi Nardi si inginocchiarono e baciarono il suolo dicendo: «Tu ci hai data la vita, e noi per te la spenderemo».
La natura esplicitamente simbolica della spedizione dei Bandiera diviene ancor più evidente se consideriamo altri elementi di analisi. Sul piano militare la spedizione era quasi inesistente: l’impazienza, il desiderio di fuga e di azione prevalsero su ogni seppur vago riscontro con la realtà. La spedizione era minuscola e priva di un definito piano d’azione; il luogo prescelto per la rivoluzione, la Calabria, era completamente sconosciuto ai Bandiera e forse era stato scelto proprio per questo motivo.
Anche il mito del popolo pronto a insorgere e la fede in una spedizione che fosse “scintilla” della rivoluzione sono caratteristiche chiave: i contadini calabresi erano considerati dai Bandiera come endemicamente ribelli e pronti a rispondere alla chiamata alle armi dei patrioti. Come deve essere stata amara la loro delusione quando, poco dopo lo sbarco, Girolamo Calojero, un fattore del luogo, li informò della reale situazione in Calabria. Come dichiarò al processo, «per gli affari di Cosenza […] dissi loro che tutto era finito; che la gente nella Sila era gente disperata e fuorbandita. Che non conosceva se i fratelli Mauro erano di Pietrafitta o di Mangone, per non averli intesi mai nominare. Pe’ Cotronesi poi gli dissi che avevano la testa ottusa, né vi era gente che avessero potuto far loro compagnia».
Il sogno del popolo insorto si era trasformato in un incubo da cui non c’era possibilità di fuga, ma solo umiliazione. «Viva il nostro re» urlò la massa a San Giovanni in Fiore, confermando così l’animosità che c’era tra i calabresi e la sconosciuta e indesiderata spedizione venuta da fuori.

CARLO PISACANE: LA FATALI CONTRADDIZIONE DI UN RIVOLUZIONARIO ESPERTO

Abbiamo lasciato Pisacane nell’inverno del 1856-1857, quando ancora patrocinava la causa dell’insurrezione urbana come la migliore strategia militare per i rivoluzionari italiani. Come è possibile allora che soltanto pochi mesi dopo lo si incontri mentre sbarca a Sapri, nel Cilento, alla testa di una spedizione che ha ben più di un’apparente somiglianza con quella dei fratelli Bandiera? Per rispondere a questa domanda bisogna tracciare brevemente l’evoluzione del pensiero di Pisacane e i suoi progetti rivoluzionari negli ultimi mesi di vita.
Alla fine del 1856 Pisacane era sempre più impaziente e convinto che i tempi fossero maturi per un’insurrezione nel Mezzogiorno: nel novembre di quell’anno, il barone siciliano Francesco Bentivegna aveva cercato di scatenare una sollevazione nella Sicilia occidentale; in dicembre un soldato calabrese, Agesilao Milano, aveva tentato di pugnalare Ferdinando II con una baionetta nel corso di una parata. Pisacane aveva l’impressione che il Sud fosse pronto a scoppiare; e in effetti, come osserva il suo più recente biografo, Luciano Russi, il linguaggio di Pisacane in questi mesi era chiaramente termodinamico: c’era bisogno di un incendio a tutti i costi, di una combustione, per far «bollire piuttosto che gelare» la situazione. Pisacane temeva anche che i murattiani, i sostenitori delle rivendicazioni francesi sul Regno delle Due Sicilie, lo anticipassero. Se i murattiani avessero attuato un colpo di stato, il Sud sarebbe caduto sotto il saldo controllo di Napoleone III, compromettendo la spinta all’indipendenza italiana. Una situazione del genere doveva essere evitata a tutti i costi.
La necessità di un’azione immediata fece quindi passare in secondo piano tutte le altre considerazioni e indusse Pisacane a meditare proprio il tipo d’azione che andava contro la sua notevole intelligenza ed esperienza militare. Pisacane e Mazzini, da poco riconciliatisi dopo anni di disaccordo, concertarono rapidamente un piano di vasta portata che teneva conto sia della fede di Mazzini nella necessità di un’insurrezione nel Nord per legare l’Italia all’Europa, sia della convinzione di Pisacane che il Sud, oltre a essere un obbiettivo più facile, fosse più pronto delle altre regioni a una rivoluzione. Pisacane avrebbe dirottato un piroscafo salpato dal porto di Genova, si sarebbe incontrato con un’imbarcazione carica d’armi guidata da Rosolino Pilo; poi, proseguendo alla volta delle isole di Ponza e Ventotene, avrebbe liberato i prigionieri e sarebbe infine sbarcato a Sapri per dare il via all’insurrezione provinciale. Contemporaneamente, a parziale giustificazione dell’insistenza di Pisacane sull’insurrezione urbana, sarebbe stata tentata una rivolta a Napoli: l’incarico di guidarla fu affidato a Enrico Cosenz, uno dei più cari amici di Pisacane e futuro capo di Stato Maggiore dell’esercito italiano. Nel frattempo Mazzini avrebbe organizzato sommosse a Genova e a Livorno.

LA SPEDIZIONE DI SAPRI: TANTI ERRORI PER UNA DISFATTA ANNUNCIATA

La data della partenza di Pisacane fu fissata per il 10 giugno 1857. All’ultimo momento due contrattempi ritardarono la spedizione: l’imbarcazione di Pilo si imbatté in una tempesta e tutte le armi furono gettate in mare per impedirne il capovolgimento; Cosenz, politicamente più affine ai radicali filopiemontesi come Bertani e Medici che ai mazziniani, rifiutò di guidare l’insurrezione di Napoli. Tutto sembrava compromesso: Enrichetta di Lorenzo, compagna di Pisacane e ora madre di sua figlia Silvia, lo persuase a recarsi a Napoli, sperando che tornasse convinto dell’impossibilità dell’impresa.
Pisacane rimase a Napoli quattro giorni. Il 13 giugno scrisse a Pilo sulla situazione in città: «Non vi è nulla pel momento, vi sono elementi disgregati, né possono concentrarsi in pochi giorni; contavano tutti sul nostro fatto. Io non ho del tutto perduto le speranze, ma le speranze sono debolissime». Il rapporto teorizzato da Pisacane tra la città e le province si era capovolto: non si poteva fare affidamento sulla capitale per innescare la rivolta. Nondimeno egli decise di andare a-vanti a ogni costo.
Il 25 giugno 1857 Pisacane e ventiquattro compagni si imbarcarono a Genova sul piroscafo Cagliari. Una volta in mare aperto, dirottarono il piroscafo senza difficoltà, ma l’imbarcazione di Pilo, con una nuova partita di armi, mancò di nuovo all’appuntamento notturno, questa volta perché aveva perso l’orientamento. Il Cagliari proseguì per Ponza, assalì le guardie borboniche e liberò 323 prigionieri; i politici erano però soltanto una dozzina. Poi puntarono alla volta di Sapri, dove Pisacane e il suo strano esercito sbarcarono sulla Spiaggia dell’Oliveto.
Nel frattempo l’insurrezione di Napoli era fallita ancor prima di nascere perché Giuseppe Fanelli, il capo del comitato napoletano, si era rivelato assolutamente inadeguato al compito affidatogli. Le autorità borboniche, allarmate da quanto stava accadendo, riuscirono a prendere tutte le misure necessarie ad arrestare la spedizione di Pisa-cane. Questi, una volta occupata Sapri, si mise in marcia verso nord, ma la popolazione del luogo era ostile e terrorizzata dalla sua forza.
Il primo luglio ebbe luogo il primo, terribile scontro tra gli uomini di Pisacane e le guardie urbane, sostenute dalle forze regolari borboniche. Furono uccisi circa 150 uomini di Pisacane. Il 2, a Sonza, il resto della spedizione fu sopraffatto dalle guardie urbane e da parte della popolazione. Pisacane, ferito, si uccise con un colpo di pistola. Per completare il quadro fallimentare, le sommosse organizzate a Genova e Livorno scoppiarono a metà, cosicché fu estremamente facile per le forze dell’ordine sopraffare i pochi ribelli.

SCIENZA DELLA GUERRA ED EROISMO ROMANTICO

Riflettendo su questa tragica sequenza di avvenimenti, colpisce immediatamente il modo in cui Pisacane, malgrado la sua lunga esperienza militare, il suo acuto resoconto del fallimento della rivoluzione italiana del 1848-1849 e la presa di coscienza della necessità di un nazionalismo dal contenuto concreto e sociale, alla fine sia stato attratto in modo irresistibile da un gesto eroico di autosacrificio molto simile a quello compiuto dai fratelli Bandiera tredici anni prima.
Pisacane era certamente diverso da loro: i Bandiera erano imbevuti di un nazionalismo romantico che, quasi deliberatamente, aveva scelto di evitare la realtà, mentre si potrebbe affermare che tutta la vita di Pisacane rappresentava una lotta tra Ragione e Romanticismo. I suoi scritti sono dominati da una serie di riflessioni sulla scienza della guerra ed egli aveva riflettuto a lungo, e con molta attenzione, sulle premesse necessarie al successo di una rivoluzione: insieme a Cosenz, per esempio, aveva analizzato fin nei minimi dettagli l’insurrezione calabrese del 1849 per capire gli sbagli commessi e la lezione che se ne poteva trarre. Eppure, nel momento cruciale della sua vita fu travolto da quella parte di sé che era profondamente romantica, che voltava le spalle alla logica e al ragionamento, che collocava la necessità di azione, fuga e sacrificio innanzi a tutto: innanzi alla fredda riflessione (sulle condizioni reali della città di Napoli), alla famiglia (sua figlia, la piccola Silvia), persino al suo amore per Enrichetta di Lorenzo.
In quest’ultimo, febbrile periodo della sua vita, Pisacane caricava di significato soprattutto i fatti, investendoli di tragica grandezza e di importanza politica. Così il tentato assassinio di Ferdinando II, compiuto da Agesilao Milano, fu giudicato da Pisacane «molto più efficace che mille volumi scritti dai dottrinari». Leggendo il suo famoso Testamento politico, consegnato all’inglese Jessie White Mario il giorno prima di partire per Ponza e pubblicato dal Journal des Dé-bats il 27 luglio 1857, si ha l’opprimente sensazione che Pisacane, nonostante sperasse ancora nel successo della spedizione, sapesse che tale speranza non si basava su un’analisi razionale e che probabilmente egli sarebbe morto: «Se giungo sul luogo dello sbarco, che sarà Sapri, nel Principato citeriore, io crederò aver ottenuto un grande successo personale, dovessi pur lasciare la vita sul palco. […] Io non ho che la mia vita da sacrificare per quello scopo ed in questo sacrifizio non esito punto». Anche Enrichetta era convinta di dargli l’ultimo addio sul molo di Genova, il 25 giugno. In agosto scrisse a Pilo: «Ei non prevedeva, ma io sì, e glielo dissi l’ultimo giorno, ma il povero Carlo era afferrato, non poteva più ragionare».
Gli aspetti militari della spedizione confermano l’intuizione di Enrichetta. Dopo aver visitato Napoli, Pisacane decise di procedere disprezzando ogni calcolo o ragione, anche contraddicendo ciò che lui stesso aveva scritto solo pochi mesi addietro. Nella preparazione della spedizione furono commessi errori gravi ed elementari: che l’imbarcazione di Pilo avesse mancato l’appuntamento era una cosa plausibile, ma che si “perdesse” una seconda volta era imperdonabile; ed essere incapaci di scoprire, prima di lasciare Genova, che nel carcere di Ponza non c’era quasi nessun prigioniero politico significava condannare la spedizione al fallimento prima ancora di cominciare.
Soprattutto, però, il giudizio di Pisacane riguardo al potenziale rivoluzionario del Cilento e al ruolo positivo di una forza “esterna” era del tutto sballato: ancora una volta, il mito del popolo pronto a insorgere e la teorizzazione della “scintilla” ebbero terribili conseguenze. Pisacane era a tal punto convinto del ribellismo endemico delle masse meridionali e dell’effetto virtuoso di un “catalizzatore” esterno che il 21 aprile 1857, scrivendo allo scettico Fabrizi, ricorse perfino a una metafora scientifica: «Gli individui possono menare a termine una congiura, la quale sia la cagione che faccia divampare un fuoco latente quando vi è. Or dunque noi crediamo che tutte le condizioni morali e materiali presenti accennano all’esistenza di questo fuoco latente: ne siamo certi, come per esempio, un geologo può indovinare l’esistenza di una miniera». Espresse la stessa certezza nel suo Testamento: «Io sono convinto che nel Mezzogiorno dell’Italia la rivoluzione morale esiste; che un impulso energico può spingere le popolazioni a tentare un movimento decisivo, ed è perciò che i miei sforzi si sono diretti al compimento di una cospirazione che deve dare quello impulso».
La realtà meridionale dissipò ogni certezza. Il Cilento, nel passato, aveva conosciuto momenti di insurrezione (nel 1828 e poi ancora nel Quarantotto), ma nel 1857 c’erano ben pochi patrioti rimasti attivi e una prevalenza di bande di briganti. Pisacane non aveva calcolato che a giugno molti braccianti dei paesi del Cilento, quelli che in precedenti occasioni avevano avanzato pretese sulle terre demaniali usurpate, e che forse avrebbero potuto rispondere al suo richiamo insurrezionale, non erano affatto nel Cilento, ma nelle Puglie, per i lavori stagionali.
Peggio ancora, gli uomini che accompagnavano Pisacane non soltanto venivano da fuori, ma erano in gran parte elementi criminali. Le autorità locali si affrettarono ad avvertire la popolazione che una banda di criminali, fuggiti di prigione, era sbarcata a Sapri e si apprestava a saccheggiare le campagne. Nulla che Pisacane potesse dire o fare avrebbe cancellato questa etichetta affibbiatagli fin dall’inizio: lontano dall’essere vista come una forza liberatrice, la spedizione di Sapri sembrò invece agli abitanti del Cilento una minaccia ai loro mezzi di sostentamento.

FINALMENTE IL SUCCESSO

Paragonando la spedizione di Garibaldi a quelle descritte poc’anzi, non possiamo fare a meno di riconoscere le molte somiglianze. Sarebbe insensato negare, per esempio, l’essenza romantica della vita e della personalità di Garibaldi. Come scrisse Trevelyan nel 1906 in un brano che è di per sé una conferma del Romanticismo e che gioca sui termini inglesi romance (romanzo) e romantic (romantico): «Garibaldi ebbe probabilmente la vita più romantica che la storia ricordi perché la sua vita ebbe tanto gli ornamenti quanto l’essenza stessa del romanzo. Sebbene vivesse nel XIX secolo, egli ebbe la fortuna di non prendere mai parte alla banale vita comune degli uomini civili, e così non l’ha mai capito, malgrado l’abbia profondamente scosso, come un forte vento che soffia da una riva sconosciuta».
Garibaldi condivideva in larga misura la visione del mondo di Pisacane: avevano elevato allo stesso modo la Patria a un ideale supremo, avevano la stessa concezione del proprio ruolo nella storia, lo stesso vocabolario nutrito di gesta grandiose e di dimestichezza militare, persino, a un certo punto, lo stesso desiderio di morte. Il 25 aprile 1860, qualche giorno prima della spedizione di Marsala, amareggiato dalla diplomazia piemontese e dalla cessione di Nizza, Garibaldi scrisse a un parente esprimendo la sua intenzione di condurre una spedizione a qualsiasi costo: «Io non chiederò mai se un’impresa sia possibile o no, per acquistare col successo, come tant’altri, della fama a buon mercato. A me basta che si tratti d’impresa italiana: vi fosse pure centomila pericoli. D’altronde non ho più che un desiderio: morire per l’Italia; a questo destino, questi pericoli tenterò più presto che non si pensi».

A QUARTO GLI STESSI ROZZI PREPARATIVI DELLE SPEDIZIONI FALLITE

La spedizione di Marsala aveva in comune con quella di Sapri molte incertezze. Era un sentimento comune, tra i volontari che si riunirono a Genova, quello di essere prossimi a tuffarsi in ciò che era, come in seguito scrisse Giuseppe Bandi, «una gran pazzia».
Ippolito Nievo a un certo punto fece addiritura un esplicito confronto con la spedizione di Sapri. Nel giugno del 1860, ormai a Palermo, scrisse a sua cugina ricordando l’episodio: «Bice carissima. Ti ricordi quand’io ti diceva, “In Italia non c’è mai stato gran che ed ora non c’è più nulla. I nostri si fanno illusione com’è il solito; sarà la seconda edizione aumentata e ingrandita di Pisacane e di Sapri”?!».
Nievo aveva messo il dito su una delle maggiori scommesse di tutta la spedizione; non vi erano prove, prima della partenza di Garibaldi, che i siciliani, o almeno alcuni di essi, fossero davvero pronti a insorgere. La vaghezza dell’informazione che Garibaldi ricevette a Genova ricorda non poco la notizia che sedici anni prima era giunta alle orecchie dei fratelli Bandiera a Corfù. Certamente, nell’aprile 1860 c’era stata un’estesa insurrezione nelle province della Sicilia, nonostante che il tentativo compiuto da Francesco Riso a Palermo fosse fallito e Catania e Messina non fossero insorte. Ma nessuno sapeva quanto fosse forte questa insurrezione delle province, quanto ben organizzate fossero le squadre siciliane e nemmeno se stessero ancora sfidando le autorità borboniche.
Rosolino Pilo (lo stesso della spedizione di Pisacane) era in Sicilia dal 10 aprile, ma i garibaldini avevano ricevuto da lui solo una lettera datata 12 aprile che dava poche notizie precise. Il 27 aprile, quando regnava il massimo dell’incertezza sulla partenza della spedizione, arrivò a Genova un telegramma cifrato di Fabrizi, che si trovava a Malta. Una volta decifrato, si leggeva: «Completo insuccesso nella provincia e nella città di Palermo. Molti profughi raccolti dalle navi inglesi giunti a Malta. Non vi muovete». Garibaldi dette allora l’ordine di annullare la spedizione. La sera del 29 aprile, però, Francesco Crispi dette a Garibaldi un altro telegramma di Fabrizi, o forse una nuova decifrazione del primo: «L’insurrezione, vinta nella città di Palermo, si sostiene nelle provincie, notizie raccolte da profughi giunti a Malta su navi inglesi». Fu su questa base di estrema incertezza, un controverso telegramma di Fabrizi dalla lontana Malta, che Garibaldi decise di salpare per aiutare la “popolazione insorta” della Sicilia.
Molti dei preparativi militari (o la loro assenza) per la spedizione di Garibaldi mostrano un’agghiacciante analogia con quelli delle spedizioni precedenti. Come tutti sanno, i Mille partirono alla conquista della Sicilia privi di adeguate armi da fuoco: le duecento carabine Enfield ultimo modello con relative munizioni, depositate a Milano e sulle quali contava la spedizione, furono invece negate a Garibaldi prima da Massimo d’Azeglio, allora governatore di Milano, poi da Farini, ministro dell’Interno sabaudo, e infine dal Consiglio dei ministri piemontese il 24 aprile 1860. Il risultato fu che i volontari dovettero contare soltanto sui mille fucili, vecchi e praticamente inservibili, offerti da La Farina. Per quanto riguarda le munizioni, poi, ancora una volta dobbiamo raccontare la storia di un famoso, e tipico, mancato appuntamento in mare. Questa volta due chiatte cariche di munizioni e con duecento carabine nuove dovevano incontrarsi con i due piroscafi della spedizione principale, una volta che questa avesse lasciato Genova. Ma la barca con a bordo il contrabbandiere che doveva guidare le chiatte all’appuntamento improvvisamente scomparve nella notte. I patrioti sulle chiatte si misero a remare con tutte le loro forze, cercando di trovare i due piroscafi, il Piemonte e il Lombardo: invano; Garibaldi aspettò per qualche ora, poi decise di andare avanti comunque. I Mille raggiunsero così le coste della Sicilia quasi compieta-mente privi di munizioni.
Vale infine la pena di notare come Garibaldi non avesse un preciso piano d’azione sul da farsi una volta arrivato in Sicilia. Poco prima di lasciare Genova scrisse infatti a Camillo Serafini: «Vado al mezzogiorno, non so ove sbarcherò». Garibaldi sapeva di non poter sperare in un’insurrezione nelle maggiori città in concomitanza con l’arrivo della sua spedizione. Stava perciò facendo esattamente quello che Pisacane aveva saggiamente consigliato ai rivoluzionari italiani di non fare: cercare di suscitare un’insurrezione nelle province e sperare che si diffondesse. Come aveva scritto Pisacane, «cominciare in provincia significa avvertirlo [il nemico], e porsi con lui in una lotta che deve essere in-dubitamente ineguale». E in Sicilia c’erano 25.000 soldati borbonici, ben armati e disciplinati, che aspettavano l’arrivo di Garibaldi.

UN GENIO MILITARE ALLA TESTA DELLA GIOVENTÙ BORGHESE

Come fu allora possibile che Garibaldi non soltanto evitasse il tragico destino dei fratelli Bandiera e di Carlo Pisacane, ma addirittura riuscisse a sconfiggere l’esercito borbonico in Sicilia e a liberare tutto il Sud?
Qualsiasi spiegazione deve partire dal riconoscimento del genio militare di Garibaldi, un uomo che univa in sé due qualità inestimabili: la capacità di ispirare una totale devozione alla propria figura e l’ineguagliabile talento operativo di capo guerriglia. La prima ebbe uno splendido riscontro in occasione della battaglia cruciale di Calatafimi, dove la capacità di Garibaldi di radunare i propri uomini e spingerli avanti in ripetute cariche alla baionetta risolse a suo favore una situazione molto incerta. La seconda trova probabilmente la sua espressione migliore nella magistrale diversione e nella marcia forzata che Garibaldi eseguì vicino a Palermo, traendo in inganno i tremila soldati scelti borbonici di von Mechel e inducendoli a seguire la piccola colonna guidata da Vincenzo Orsini, mentre lui e il grosso dei Mille, scesi dal passo di Gibilrossa lungo un ripido sentiero, raggiungevano la strada che entrava a Palermo da sud-est. Solo Garibaldi, tra tutti i capi rivoluzionari italiani, fu capace di un uso così magistrale del terreno.
Eppure, nonostante il suo genio militare, Garibaldi sarebbe stato perso senza i volontari che erano partiti con lui da Genova. E estremamente importante notare che Garibaldi non intraprese la sua spedizione soltanto con una ventina di uomini, come avevano fatto invece i fratelli Bandiera e Pisacane, ma con più di mille volontari. Ma non erano solo le cifre a fare la differenza: da Quarto partì la crema dei volontari italiani, molti dei quali avevano combattuto in difesa di Roma e di Venezia nel 1849 e nel Nord, sempre con Garibaldi, nel 1859.
La composizione sociale dei Mille è particolarmente interessante: per circa la metà si trattava di borghesi (soprattutto professionisti e intellettuali) e per l’altra metà di artigiani e operai delle città. Più di tre quarti, poi, venivano dalla Lombardia, dal Veneto e dalla Liguria. Nelle lettere scritte poco prima di partire da Genova per la Sicilia, Garibaldi dava particolare importanza alla necessità di accendere gli animi della «gioventù borghese» del Nord e del Centro. Il 3 maggio 1860 scrisse a Serafini: «Io spero che farete udire la potente vostra voce alla gioventù borghese, e direte loro che non ci lascino combatter soli contro Papali e Borboni», e usò le stesse espressioni nelle lettere scritte, lo stesso giorno, a Caldesi e a Malenchini.

L’UNICA SCINTILLA È LA VITTORIA SUL CAMPO

Dietro alla composizione sociale dei Mille e agli appelli di Garibaldi alle “masse borghesi” c’è un importante mutamento di prospettiva che spiega in gran parte il suo successo. Garibaldi era senza dubbio una figura romantica, ma nella più importante azione militare della sua vita adottò con meno fiducia di quanto avessero fatto Pisacane o Mazzini i due principali miti romantici della rivoluzione italiana: quello del “popolo insorto” e quello della “scintilla” sufficiente a condurlo verso la rivoluzione. Garibaldi non abbandonò questo discorso ma ne cambiò i parametri. Non si poteva contare su una ribellione spontanea del popolo, né si poteva ridurre la “scintilla” a una mera manciata di rivoluzionari. Al contrario, per far insorgere il popolo era necessario che la spedizione rivoluzionaria fosse forte ed esperta; diversamente non c’erano possibilità né di ottenere subito una vittoria, né di fronteggiare le esitazioni, l’inesperienza, l’indisciplina e la facile demoralizzazione inevitabili in una sollevazione popolare o in una guerra di bande.
Vale la pena considerare quest’asserzione nel contesto siciliano del 1860. Molti storici, a partire da Denis Mack Smith, hanno mostrato l’importanza delle rivolte contadine in Sicilia per il successo di Garibaldi nel 1860. E Giorgio Candeloro, nella sua magistrale Storia dell’Italia moderna, le colloca al primo posto nell’elenco dei motivi che determinarono il successo di Garibaldi. Dobbiamo però stare attenti a non esagerare. Il principale contributo dell’insurrezione delle province siciliane sta nell’aver costretto i Borboni a immobilizzare numerosi soldati nelle maggiori città e a usare contingenti di soldati per operazioni di ordinaria amministrazione; ma la rivolta dei contadini, tutto sommato, non contribuì direttamente alle prime, cruciali vittorie di Garibaldi. In altri termini, la forza rivoluzionaria esterna, lontana dall’essere un mero catalizzatore, partì alla volta della Sicilia nel 1860 per vincere o per morire: solo in caso di successo avrebbe potuto sperare di trovare il sostegno del popolo.
Nelle sue lettere dalla Sicilia, Ippolito Nievo è colui che, tra i Mille, sottolinea maggiormente questo aspetto. Il suo è un resoconto che può essere esagerato nella denigrazione delle forze popolari, ma è un importante antidoto per quelle idee mitiche ed esaltate del “popolo” o del “popolo alle armi”, o anche del popolo in attesa di essere liberato che abbiamo incontrato da Bianco di Saint-Jorioz in poi: «A Marsala squallore e paura: la rivoluzione era sedata dappertutto o per dir meglio non aveva mai esistito: solo qualche banda di semibriganti, che qui chiamano squadre, avevano battuto o battevano ancora qualche provincia dall’interno con molta indifferenza del governo o qualche paura dei proprietari. Il giorno dopo nelle vicinanze di Salemi cominciamo a raccozzare alcune di cotali squadre».
Altri resoconti parlano con maggiore generosità del contributo delle squadre. Giuseppe Cesare Abba, per esempio, il 14 maggio, a Salemi, scrisse nel suo diario: «Le squadre arrivano da ogni parte, a cavallo, a piedi, a centinaia, una diavoleria. E hanno bande che suonano d’un gusto! Ho visto dei montanari armati fino ai denti, con certe facce sgherre, e certi occhi che paiano bocche di pistola. Tutta questa gente è condotta da gentiluomini, ai quali obbedisce devota». Eppure tutte le testimonianze concordano sul fatto che a Calatafimi furono i Mille a ingaggiare il combattimento, mentre i contadini siciliani, cosa che non ci sorprende, seguirono la battaglia dalle colline circostanti per vedere quale sarebbe stato l’esito. Come scrive Abba, «Durante la battaglia, sulle alte rupi che sorgevano intorno a noi, si vedevano teste di paesani intenti al fiero spettacolo. Di tanto in tanto, mandavano urli che mettevano spavento ai comuni nemici».
E possibile che gli urli siano stati d’aiuto, ma certo non furono decisivi. Se Garibaldi vinse in Sicilia, fu perché si era allontanato dai miti predominanti della rivoluzione italiana, perché non aveva abbandonato la ragione o la strategia militare, come aveva fatto il povero Pisacane, e perché costruì una rivoluzione borghese fidando soprattutto sui membri più radicali e audaci della borghesia.

UNA VITTORIA ROMANTICA

Nella sua importante opera, Romanticismo politico, il filosofo e storico tedesco Carl Schmitt ha espresso un duro giudizio sull’incapacità politica del movimento romantico. Secondo Schmitt, i romantici erano talmente lontani dalla realtà da non riuscire a trovare alcun nesso tra le azioni e il loro possibile risultato, tra causa ed effetto. Se Pisacane pensava che i suoi piani d’azione avessero un fondamento così solido e scientifico da poter essere paragonati all’attività di un geologo che indovinava l’esistenza di una miniera, Schmitt negò qualsiasi razionalità dei politici romantici: «Non si tratta soltanto della mancanza di una causalità assoluta, e cioè di un rapporto di causa ed effetto adeguato e prevedibile, qual è quello su cui si fonda la meccanica razionale; è assente anche quel rapporto di stimolo e reazione che regna nelle scienze degli organismi viventi, e che pure, in una certa misura, è adeguatamente prevedibile. [Nel Romanticismo] assolutamente inadeguato è […] il rapporto fra occasio ed effetto: completamente incommensurabile, si sottrae a ogni oggettività, ed è piuttosto la tipica relazione a-razionale che regna nell’ambito del fantastico; ogni fatto concreto può essere l’occasio di un effetto imprevedibile».
A prima vista sembrerebbe che Schmitt abbia spiegato perfettamente cosa sta alla base delle confusioni, delle fantasie e delle tragedie dei rivoluzionari italiani. Immaginando che nel popolo italiano covasse un “fuoco latente” ed esagerando l’abilità del singolo, prometeico rivoluzionario di accendere quel fuoco insieme a qualche seguace, i rivoluzionari italiani non misero in alcun rapporto logico le loro azioni e la realtà. Il loro punto di riferimento culturale e politico, dominato com’era dalle idee romantiche dell’individuo e dalle idee mazziniane di Nazione, condusse inesorabilmente alle tragiche spedizioni dei fratelli Bandiera e di Pisacane.

DALL’ASSURDO AL SUBLIME: LE INCREDIBILI VITTORIE DELLA RIVOLUZIONE ITALIANA

Tuttavia, il giudizio storico sui rivoluzionari romantici non può essere così semplicistico. Ciò che rende tanto straordinaria la rivoluzione del XIX secolo, e che smentisce la condanna generale pronunciata da Schmitt, è che alcuni momenti di “trascendenza”, simili ai sogni dei romantici, ci furono davvero: più di una volta gli avvenimenti smentirono qualsiasi logica previsione; l’assurdo divenne il sublime.
Nella storia del Risorgimento vi sono molti di questi momenti: non soltanto la spedizione di Garibaldi, ma anche le insurrezioni urbane del 1848. Quando Giuseppe La Masa e i suoi pochi amici decisero, nel gennaio del 1848, di fare una rivoluzione a Palermo, il loro piano era tanto mal concepito e tanto poco realistico quanto quello dei fratelli Bandiera. Eppure riuscirono ad avere uno straordinario successo, ottenendo l’inatteso aiuto dei poveri di Palermo, scacciando la guarnigione borbonica composta da più di 5000 soldati e dando avvio alle rivoluzioni europee del 1848.
E non dobbiamo nemmeno farci trarre in inganno dalla supposizione che, avendo avuto luogo in Sicilia tanto la rivoluzione del gennaio 1848 quanto la spedizione di Garibaldi, vi giocasse un qualche ruolo una singolare magia del Sud, particolare di quell’isola in quel momento.
Appena tre mesi dopo la rivoluzione di Palermo, infatti, troviamo nell’Italia settentrionale un’insurrezione urbana che è possibile descrivere soltanto come la negazione di ogni logica, anche di quella militare: quella di Milano. Nel marzo del 1848, Radetzky, allora governatore militare della Lombardia, a capo di 13.000 soldati tra i meglio addestrati d’Europa, era ansioso di dare una lezione ai milanesi “insolenti”. Dopo quattro giorni di scontri sostenuti spontaneamente per le strade dagli artigiani e dai disoccupati di Milano, organizzati in qualche modo da un gruppo di giovani radicali borghesi e da un professore universitario (Carlo Cattaneo), Radetzky scrisse al ministro degli Esteri austriaco Ficquelmont il 21 marzo 1848: «Il partito rivoluzionario si sta muovendo con una prudenza e un’abilità che mettono in evidenza come esso sia diretto da ufficiali stranieri». Il giorno dopo scrisse di nuovo: «E la decisione più tremenda della mia vita, ma non posso tenere Milano più a lungo».
Certamente, come nel caso della spedizione di Garibaldi, è possibile trovare alcune spiegazioni a sostegno di un’analisi storica. Nel 1848 vi furono circostanze particolari: una fede diffusa in una Guerra Santa benedetta da Pio IX contro gli austriaci, la crisi economica che aveva investito l’Europa nel 1846-1847, il radicato odio dei siciliani per il dominio dei Borboni e il governo di Napoli. E c’era il fatto che gli artigiani delle città formavano quella parte delle classi umili che più di altre si dimostrò terreno fertile per la propaganda nazionalista. Tutto questo, però, non può farci dimenticare che, come nel caso della spedizione di Garibaldi, si trattò di avvenimenti straordinari, non facilmente riconducibili a un normale rapporto tra occasio ed effetto. Tutto ciò che si può dire è che in circostanze particolari fu possibile compiere l’impossibile.
Di tanto in tanto, allora, i tentativi dei rivoluzionari romantici di “muovere cielo e terra” ebbero successo contro ogni logica aspettativa. E questo che rende la storia della rivoluzione così affascinante e una teoria della rivoluzione così difficile da elaborare.

DAL SUBLIME ALLA NORMALITÀ: L’AUTUNNO DEL RISORGIMENTO

Proprio per questo è chiaro che non esisteva alcuna formula per poter ripetere una spedizione o un’insurrezione urbana che avessero avuto successo: la rivoluzione a Milano del 1848 e la spedizione a Marsala del 1860 furono eventi irripetibili, le cui caratteristiche erano così particolari, complesse e casuali da rendere vano qualsiasi tentativo di riproporne la formula. Mazzini e Garibaldi lo scoprirono entrambi a loro spese: Mazzini a Milano nel 1853, quando il suo complicato piano per ripetere la rivoluzione del marzo del 1848 finì nel nulla; Garibaldi con le demoralizzanti sconfitte sull’Aspromonte nel 1862 e a Mentana nel 1867. Nel Risorgimento ci sono stati momenti di trascendenza, ma non esisteva alcuna formula per assicurarne la ripetizione.
Trionfò invece la normalità. L’avvenimento straordinario poté sconvolgere per un momento tutti gli equilibri della politica e della diplomazia ordinaria, ma poi finì per soccombere a essi. Non esiste una testimonianza più eloquente della “precarietà” della rivoluzione romantica dell’immagine di Garibaldi in Parlamento, con indosso il suo poncho e la camicia rossa, vera essenza dell’eroe romantico, che denuncia i deputati in redingote del Regno d’Italia per i loro compromessi, ma alla fine rimane inerme di fronte alla loro Realpolitik.

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SCHEDE DI APPROFONDIMENTO

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ORIGINI DI UN MITO

Il 2 maggio 1808 il popolo di Madrid insorse contro i francesi venuti a imporre Giuseppe Bonaparte sul trono del Borbone Ferdinando VII. Senza una guida, armata di falci, bastoni, coltelli, fucili strappati ai soldati, la folla si impegnò in una giornata di ribellione e di sangue. A sera, quando le truppe di Gioacchino Murat ebbero ripreso il controllo di Madrid, si contarono fra i francesi diverse centinaia di morti e feriti, e cominciò la repressione.
Murat era convinto di trovarsi di fronte a una manifestazione isolata di xenofobia come quella che le sue truppe avevano represso a! Cairo nel 1799. Si sbagliava: era solo il principio di un incubo che avrebbe ossessionato i francesi fino al 1814.
L’intera Spagna, da Saragozza a Cadice, da Oviedo a Cartagena, si ribellò agli invasori in nome di Ferdinando VII; gli inglesi ne approfittarono per inviare un loro corpo di spedizione in Portogallo, e nemmeno la discesa nella penisola di duecentomila uomini guidati da Napoleone in persona poté riequilibrare la situazione, nonostante che gli inglesi fossero costretti a reimbarcarsi.
Negli anni successivi la Spagna fu il teatro di un’incessante guerra popolare che logorò le forze di occupazione francesi in quella che da allora, ovunque venga combattuta, si chiama, con termine derivato appunto dalla lingua spagnola, guerriglia. E quel che più conta, quella guerra di popolo sorse senza una guida, senza che, almeno nei primi mesi dell’insurrezione, ci fosse nessuno in grado di dirigerla.
Ha scritto Christopher Herold nel suo L’Età di Napoleone: «La sollevazione spagnola non ha paralleli nella storia europea, in quanto fu del tutto spontanea. Non ci fu alcuna direzione centrale, alcuna organizzazione, alcuna preparazione. il popolo insorse, non contro i propri padroni, ma nonostante i padroni. […] La resistenza spagnola a Napoleone fu un movimento del tutto democratico per una causa reazionaria. Questo paradosso spiega come mai in Ispagna portò alla vittoria dell’assolutismo, mentre altrove in Europa il suo esempio diede animo alle forze liberali».

Gianluca Fornichi

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ELOGIO DEL RIVOLUZIONARIO

Mazzini scrisse le Note autobiografiche negli anni che vanno dal 1861 al 1866, mentre la formazione dello Stato monarchico unitario stava infrangendo il sogno dell’insurrezione popolare e l’isolamento del genovese era ormai al culmine. In esse però trovano posto anche scritti precedenti che Mazzini riteneva ancora validi. Ecco dunque un brano da un articolo comparso nel 1839 su un periodico inglese, il Monthly Chronicle.

Gli uomini delle Rivoluzioni hanno una fede: gli uomini di semplice riazione hanno istinti, passioni spesso generose nella loro origine, ma facilmente sviate e corrotte quando incontrano delusioni o gli allettamenti del potere e gli anni cominciano a raffreddarne l’entusiasmo in un col bollore del sangue. Ai primi l’osservazione rivela l’esistenza d’un grave vizio o d’una immoralità nell’ordinamento sociale, l’intelletto suggerisce un rimedio, il grido d’una coscienza illuminata da un concetto religioso della missione umana addita l’inesorabile dovere d’adoprarsi a sradicare quel vizio e applicar quel rimedio: ai se-
condi un senso ingenito di ribellione contro l’ingiustizia, spesso il patire e lo sdegno di non poter collocarsi a dovere nell’ordine sociale esistente, è sprone a cercare condizioni migliori […]. I primi proseguiranno innanzi, qualunque sia la loro condizione individuale, finché duri il male ch’essi combattono: i secondi s’arresteranno probabilmente sulla via, appena l’ingiustizia cesserà a loro riguardo o la caduta del potere assalito accarezzerà il loro orgoglio e mitigherà il senso di ribellione che li agitava. Gli uomini delle Rivoluzioni possono ingannarsi intorno ai rimedi; possono ripromettersi troppo dall’avvenire immediato e sostituire le intuizioni della loro mente alla capacità delle moltitudini; ma non produrranno mai disordini gravi nella società; senz’eco a un concetto prematuro periranno pressoché soli nella lotta: gli uomini di riazione paghi a suscitare tutte le passioni di guerra e d’attività frementi nei giovani e nel popolo, lasciando nell’incertezza la risoluzione del problema e concedendo quindi a ciascuno la speranza di vedere accettata la sua, troveranno sempre risposta potente alla loro
chiamata. Intento dei primi è fondare, dei secondi, distruggere; uomini di progresso quelli, come questi d’opposizione: gli uni movono quindi da una legge e cercano di porla in seggio, gli altri da un fatto e conchiudono colla consecrazione della forza. La questione di principio è predominante nei primi: essi dichiarano ciò che vogliono, procedono sulla linea retta, trascurano l’arti tattiche, rinunziano a molti elementi di successo, fidano nella potenza del Vero, commettono infiniti piccoli errori, ma li riscattano tutti colla predicazione d’alcune massime generali presto o fardi giovevoli: i secondi si compiacciono nei particolari delle cose […] ed ogni questione diventa per essi questione d’uomini, ogni guerra una serie di piccole zuffe. La loro eloquenza è vivace, arrendevole, splendida tal rara volta: la parola dei rivoluzionari è sovente arida e monotona, ma sempre logica: può fallire all’intento, ma se riesce a raggiungerlo, è per sempre; mentre le vittorie degli uomini di riazione sono sovente splendide, ma non durevoli. I primi invocano il Dovere, i secondi il Diritto. Una forte tendenza religiosa dirige gli atti dei primi, anche quando, per contradizione dell’intelletto, sembrano a parole avversarla: i secondi sono irreligiosi e materialisti, anche se balbettano il nome di Dio; in essi il presente signoreggia l’avvenire, l’utile materiale il progresso morale. Gli uomini della prima serie, avvezzi a sorridere nel sagrificio, lavorano non tanto per la generazione coeva quanto per le generazioni future: il trionfo dell’idee ch’essi seminano sulla terra è più lento, ma decisivo e infallibile: gli uomini della seconda vincono spesso vittorie ai contemporanei, ma i loro figli non potranno goderne i frutti. I primi sono i profeti dell’Umanità: i secondi ne sono gli agitatori. Il popolo che affida ad essi le proprie sorti dovrà presto o tardi pentirsene.

(Giuseppe Mazzini, Note autobiografiche, a cura di R. Pedici, Rizzoli, Milano 1986)

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C’È VIOLENZA E VIOLENZA

Recenti polemiche giornalisti-che sono arrivate addirittura al punto di accusare i capi rivoluzionari del Risorgimento di essere poco migliori di criminali di guerra. Anche se simili attacchi non sono naturalmente da prendere sul serio, ci possono indurre a riflettere nel modo più equilibrato possibile su un problema senza dubbio complesso e importante per molti versi.
Sarebbe assurdo attendersi dai maggiori esponenti del Risorgimento un pacifismo che nell’Europa della metà dell’Ottocento si poteva trovare soltanto in piccolissime minoranze religiose. L’impresa di costruire una nazione in quell’epoca e in quel continente
era inevitabilmente connessa all’espulsione forzata dei dominatori, degli oppressori e degli eserciti stranieri. In un contesto del genere la vera distinzione da fare non è tra pacifismo e violenza, ma piuttosto tra violenza inevitabile da una parte, e violenza gratuita,
0 addirittura cercata, dall’altra. Se incontriamo i protagonisti del Risorgimento che indulgono nella violenza fine a se stessa, o affermano che il fine dell’indipendenza giustifica ogni mezzo, non dobbiamo cercare di nascondere
I fatti e ancor meno di giustificarli. Allo stesso modo, però, non dovremo cercare nelle loro azioni un codice morale che vada al di là della loro esperienza, per poi criticarli se non lo troviamo. Esaminando l’attitudine alla violenza dei rivoluzionari italiani, scopriamo immediatamente, come era da attendersi, una grande varietà di opinioni e comportamenti. Senza dubbio alcuni di questi personaggi rivelarono quel che, senza mezzi termini, può essere definito un atteggiamento sanguinario nei confronti della guerra rivoluzionaria.
Un caso esemplare è quello di Carlo Bianco di Saint-Jorioz: la sua dedizione al modello della guerriglia spagnola contro Napoleone, con la sua intrinseca ferocia e totale assenza di pietà o umanità, lo indusse a patrocinare una linea di condotta agghiacciante. Ogni banda, prima di entrare in campo, doveva a suo avviso giurare «di sterminare ogni mese un numero di nemici uguale a quello degli individui che la compongono, e nel caso che non si presenti occasione in uno, di spegnere il doppio nell’altro». Ogni baionetta italiana almeno una volta al mese doveva «essere tinta di sangue nemico disonore e biasimo a quel volontario che passi un sì lungo tempo colla sua baionetta lucida».
La ferocia di Bianco di Saint-Jorioz rappresentava probabilmente un caso particolare, ma ci sono altri esempi di atteggiamenti che potremmo definire inquietanti nei
confronti dell’uso della violenza. Lo stesso Mazzini, per esempio, mentre condannava la bomba lanciata da Orsini contro Napoleone III nel 1857, aveva pochi dubbi quanto ai fatto che il fine non solo giustificasse il più vile sentimento, ma in realtà gli conferisse una diversa statura morale: «L’odio e la vendetta,» scrisse «turpi in sé, si convertono in santissimi affetti, quando la vittima è il depredatore straniero e l’altare quello della libertà e della patria». Anche Pisacane non aveva dubbi sulle virtù del terrore rivoluzionario quando si trattava di innescare l’insurrezione urbana, e non accettava ripieghi: «Bisogna cominciare con un fatto terribile: guai a noi se cominciassimo con una dimostrazione. Bisogna atterrire il nemico, non avvisarlo»; quel che aveva in mente in questo caso era l’assalto notturno alle abitazioni delle autorità militari e politiche di una città e il loro immediato massacro.
Un ultimo esempio, di altro genere: durante la campagna garibaldina del 1860 Nino Bixio era noto per l’uso gratuito della violenza. Nel suo famoso rapporto di testimone oculare, / Mille, Giuseppe Bandì narra di un terribile incidente avvenuto nel porto di Paola, quando la divisione di Bixio si stava imbarcando sui piroscafi pronti a salpare per Napoli. Bixio aveva proibito ai soldati di sdraiarsi sul ponte; vedendo che alcuni volontari tedeschi disobbedivano, saltò a bordo e cominciò a colpire i soldati distesi con la canna della prima carabina su cui poté mettere le mani. Bixio, secondo Bandi, «divenne peggio dell’arcidiavolo», e colpì con tale violenza che «un povero trombettiere ungherese aveva offeso così crudelmente il cranio, da lasciar poca o punta speranza di sopravvivere sino ai dì venturo». Sarebbe però estremamente avventato concludere che il comportamento di Bixio fosse tipico dei volontari che parteciparono alla spedizione. Anche se un’analisi sistematica della questione
non è stata ancora fatta, sembra probabile che, nel loro complesso, tra i rivoluzionari italiani fossero molto più tipici gli atteggiamenti essenzialmente umanitari di Garibaldi. E se Garibaldi certamente non evitava la violenza, neppure vi indulgeva.
Lo spirito dei suoi volontari e quello dei rivoluzionari italiani, a mio avviso, si coglie da un altro incidente narrato da Bandi. Nel corso della battaglia di Calatafimi, Bandi fu ferito e si trovò disteso accanto a un soldato napoletano, che «aveva il viso tutto pieno di sangue». Allora, racconta Bandi, ci fu una straordinaria conversazione tra i due uomini: «Pensai che anche costui era di carne e di ossa, e, per di più italiano come me; e, pieno di compassione, gli dissi: “Fratello non gridar tanto, che ti farà male; abbi pazienza come io l’ho”. Il napoletano, udendo la mia voce, cominciò a strillar più forte che mai. Quando poi m’ebbe visto, sì diè a raccomandarsi per tutte le sue Madonne. […] “O bue,” soggiunsi “non vedi che sono ferito anch’io, e tribolo forse più assai di te?… Credi tu d’aver vicina una bestia feroce?… Credi che noi siam gente, ghiotta del sangue delle povere creature, come t’avran detto quegli asini de’ tuoi ufficiali?…”. A queste parole, il mio napoletano si confortò alquanto, e ripigliò a dire: “Signor piemontese, salvatemi, mi raccomando a voi… avevo paura che foste siciliano e mi facevo morto…”».
Quando sopraggiunsero altri volontari, Bandi ordinò loro di sollevare il soldato e di portarlo accanto a lui per meglio proteggerlo dai contadini siciliani entrati in battaglia a fianco di Garibaldi. Il napoletano «mi afferrò subito la mano e vi fisse sopra le labbra, e parea me la volesse mangiare. E io dicevo, staccando dalla mia mano quella mignatta: “Via, sciocco, m’hai preso per il tuo curato o pel vescovo di Nola? Sta’ su, e succhia questo mezzo limone che ti do, e non aver paura”».

P.G.

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LE IDEE NASCONO DAI FATTI

Nel momento d’avventurarmi in una intrapresa risicata, voglio manifestare la mia opinione per combattere la critica del volgo, sempre disposto a far plauso ai vincitori e a maledire ai vinti. I miei princìpi politici sono sufficientemente conosciuti; io credo al socialismo, ma ad un socialismo diverso dai sistemi francesi, tutti più o meno fondati sull’idea monarchica e dispotica, che prevale nella nazione: esso è l’avvenire inevitabile e prossimo dell’Italia e fors’anche dell’Europa intiera, lo sono convinto che le strade di ferro, i telegrafi elettrici, le macchine, i miglioramenti dell’industria, tutto ciò finalmente che sviluppa e facilita il commercio, è da una legge fatale destinato ad impoverire le masse fino a che il riparto dei benefizi sia fatto dalla concorrenza. Tutti quei mezzi aumentano i prodotti, ma li accumolano in un piccolo numero di mani, dal che deriva che il tanto vantato progresso termina per non esser altro che decadenza. Se tali pretesi miglioramenti si considerano come un progresso, questo sarà nel senso di aumentar la miseria del povero per spingerlo infallibilmente a una terribile rivoluzione, la quale cambiando l’ordine sociale metterà a profitto di tutti ciò che ora riesce a profitto di alcuni, lo sono convinto che l’Italia sarà grande per la libertà o sarà schiava: io sono convinto che i rimedi temperati, come il regime costituzionale del Piemonte e le migliorie progressive accordate alla Lombardia, ben lungi dal far avanzare il risorgimento d’Italia, non possono che ritardarlo. […] Per mio avviso la dominazione della casa di Savoia e la dominazione della casa d’Austria sono precisamente la stessa cosa, lo credo pure che il regime costituzionale del Piemonte è più nocivo all’Italia di quello che lo sìa la tirannia di Ferdinando II. lo credo fermamente che se il Piemonte fosse stato governato nello stesso modo che io furono gli altri Stati italiani, la rivoluzione d’Italia sarebbe a quest’ora compiuta. Questa opinione pronunciatissima deriva in me dalla profonda mia convinzione di essere la propagazione dell’idea una chimera e l’istruzione popolare un’assurdità. Le idee nascono dai fatti e non questi da quelle, ed il popolo non sarà libero perché sarà istrutto, ma sarà ben tosto istrutto quando sarà libero.
La sola cosa, che può fare un cittadino per essere utile al suo paese, è di attendere pazientemente il giorno, in cui potrà cooperare ad una rivoluzione materiale: le cospirazioni, i complotti, i tentativi di insurrezione sono, secondo me, la serie dei fatti per mezzo dei quali l’Italia s’incammina verso il suo scopo, l’unità. L’intervento della baionetta di Milano ha prodotto una propaganda molto più efficace che mille volumi scritti dai dottrinari, che sono la vera peste del nostro paese e del mondo intiero.
Vi sono delle persone che dicono: la rivoluzione dev’esser fatta dal paese. Ciò è incontestabile. Ma il paese è composto di individui, e se attendessero tranquillamente il giorno della rivoluzione senza prepararla colla cospirazione, la rivoluzione non scoppierebbe mai. Se al contrario tutti dicessero: la rivoluzione deve farsi dal paese e siccome io sono parte infinitesimale del paese, così ho io pure la mia parte infinitesimale di dovere da adempiere, e l’adempisse, la rivoluzione sarebbe fatta immediatamente e riuscirebbe invincibile perché immensa. Si può non esser d’accordo sulla forma di una cospirazione, sul luogo e sul tempo in cui una cospirazione debba compiersi: ma non essere d’accordo sul principio è un’assurdità, un’ipocrisia, un modo di celare il più basso egoismo […].
lo non ho la pretesa, come molti oziosi me ne accusano per giustificare se stessi, di essere il salvatore della patria. No: ma io sono convinto che nel Mezzogiorno dell’Italia la rivoluzione morale esiste: che un impulso energico può spingere le popolazioni a tentare un movimento decisivo ed è perciò che i miei sforzi si sono diretti al compimento di una cospirazione che deve dare quello impulso. Se giungo sul luogo dello sbarco, che sarà Sapri, nel Principato citeriore, io crederò aver ottenuto un grande successo personale, dovessi pure lasciar la vita sul palco. Semplice individuo, quantunque sia sostenuto da un numero assai grande di uomini generosi, io non posso che ciò fare, e lo faccio. Il resto dipende dal paese, e non da me. lo non ho che la mia vita da sacrificare per quello scopo ed in questo sacrifizio non esito punto, lo sono persuaso, se l’impresa riesce, otterrò gli applausi generali: se soccombo, il pubblico mi biasimerà. Sarò detto pazzo, ambizioso, turbolento, e quelli, che nulla mai facendo passano la loro vita nel criticare gli altri, esamineranno minuziosamente il tentativo, metteranno a scoperto i miei errori, mi accuseranno di non esser riuscito per mancanza di spirito, di cuore e di energia…
[…] Se non riesco disprezzo profondamente l’uomo ignobile e volgare che mi condannerà: se riesco apprezzerò assai poco i suoi applausi. Ogni mia ricompensa io la troverò nel fondo delia mia coscienza e nell’animo di questi cari e generosi amici, che mi hanno recato il loro concorso ed hanno diviso i battiti del mio cuore e le mie speranze: che se il nostro sacrifizio non apporta alcun bene all’Italia, sarà almeno una gloria per essa l’aver prodotto dei figli che vollero immolarsi al suo avvenire.

(Carlo Pisacane, La rivoluzione, Einaudi, Torino 1970)

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NON SI PARTE PIÙ

Ecco come ne I Mille Bandi ricorda l’arrivo da Malta del telegramma di Nicola Fabrizi che rischiò di far annullare la spedizione in Sicilia.

Poco dopo l’uscio della stanza si aperse, e comparve Giuseppe La Farina. La sua comparsa fu salutata da un mormorio tutt’altro che lusinghiero per lui, giacché si credeva mandato da Cavour per mettere bastoni fra le gambe a Garibaldi e far sì che il disegno della spedizione andasse a monte. Egli però non fece segno d’accorgersi dei cattivi saluti che occhi e bocche gli mandavano e se ne andò difilato. Partito luì, giunse il Missori, e poi Medici, che subito si ristrinse in colloquio col generale. Mentre parlavano, due volte la voce di Garibaldi mi chiamò nella stanza [,..] e nell’esser lì, co’ miei buoni e valorosi occhi, lessi a rispettosa distanza, sopra un foglio di appunti che era sul tavolino, queste parole: «Armi, munizioni, vapori, punto di sbarco».
[…] Corsi subito a cercare Vecchi e lo trovai nel giardino.
«Ma è possibile,» gli chiesi, «che il generale non sappia ancora dove si sbarcherà?». «Possibilissimo».
«E il giorno della partenza?…». «Gli è probabile che non sappia neanche questo».
«Come?».
«To’! credi tu che si giuochi di noccioli? Tutto dipende dalle notizie della Sicilia; e intanto queste non son punto buone» […].
Ero da quattro giorni nella villa Spinola e non si risolveva nulla.
Si parte domani? Dopo domani? Questa era la dimanda che si facevan tutti; nessuno però si trovava in caso di poter rispondere, ed invano invocavamo dalle labbra di Garibaldi una parola di consolazione. Il viavai della gente continuava più frequente ancora, il La Farina era tornato a farsi vedere, era comparso il Bedani, era venuta la signora Adelaide Cairoli con i due figli, e qualche cassa di fucili veniva chiusa nelle stanze terrene della casa; nello studio del generale c’era una bella cassa di revolvers, e sulla scrivania c’era un grosso sacchetto di napoleoni d’oro.
Il giorno 26, Vecchi mi disse:«ll generale sembra che voglia partire domani».
E per vero i volontari avean cominciato a radunarsi a Genova, ma non passavano i cinquecento. Se quel numero parve allora magnifico ai più fiduciosi, e special-mente al La Masa e agli altri siciliani che, a traverso le illusioni del desiderio, vedevano l’isola tutta in fuoco e fiamme, i’fatti che di poi avvennero mostrarono a chiare note quanto s’ingannassero. Per la qual cosa dico adesso che fu proprio la mano di Dio, che mandò per la gloria di Garibaldi e per la salute d’Italia quell’impensato accidente, da cui fu tardata la partenza e fu dato agio a provvedere a’ casi nostri in modo più conforme alla necessità.
La mattina del 27 aprile, giorno che si riteneva generalmente esser vigilia della partenza, giunse una lettera del Fabrizi, il quale annunziava da Malta essere spenta del tutto l’insurrezione siciliana; e non rimanerne alcun vestigio, tranne qualche banda di fuggiaschi, che s’aggiravano raminghi per le montagne. Soggiungeva quella lettera che sarebbe stata impresa temeraria e funesta il voler tentare uno sbarco nell’isola, che atterrita dalla ferocia dei borbonici vittoriosi, non avrebbe secondata gagliardamente l’audacia di pochi arrisicati. Bastarono quelle notizie, senza dubbio veridiche e schiette, perché l’animo di Garibaldi fosse distolto da un tentativo, che sì veniva rivelando destituito d’ogni ragionevole probabilità di successo. «Sarebbe follìa!» esclamava egli, asciugando una lacrima generosa. «Pazienza! Verrà ancora la nostra volta. L’Italia deve essere e sarà».
Indarno preghiere e conforti s’adoprarono, indarno fu detto che i volontari eran giunti e chiedevano imbarcarsi ad ogni costo; indarno il La Masa, il Crispi e gli altri siciliani gli furono attorno, scongiurandolo a non disperare e a non abbandonarli. Li vedo ancora; escirono pallidi e scorati dalla stanza, e solo rimase col generale l’ostinato Bixio, che dopo aver vuotato il sacco delle preghiere e degli scongiuri, e dopo aver detto tutto quanto la passione Infocata gli suggeriva, esci anche egli, ma cogli occhi biechi e con le mani tra i capelli, e dato un urlone al primo che si fece innanzi per interrogarlo, esci a corsa dall’anticamera gridando: «All’Inferno! All’Inferno!».
Le dolorose parole non si parte più bastarono a spopolare in brevi istanti la villa Spinola, che si ridusse un camposanto. Delia grande impresa che si preparava, non rimanevano altri segni, tranne le casse dei fucili, giacenti per le stanze disabitate del pianterreno. Dopo pochi minuti non restavamo nelì”anticamera che io e cinque o sei altri familiari del generale, il figlio Menotti, Antonio Mosto e tre o quattro capitani di mare, tra cui rammento il Rossi e l’Elia. Non avevamo più parole.

(Giuseppe Bandi, I Mille, Mondadori, Milano 1981)

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LEGGERE IL RISORGIMENTO

ROMANTICISMO
Una interessante introduzione ai tema in generale è l’intervento di A. Novajra, Il romanticismo, in La Storia (a cura di N. Tranfaglia e M. Firpo), voi. 7, L’età contemporanea: la cultura, Utet, Torino 1988, pp, 1-32. Utili anche: R. Porter e M. Teich, Romanticism in National Context, Cup, Cambridge 1988; H. M. Jones, Revolution and Romanticism, Oup, Londra 1974; e il provocatorio Romanticismo Politico di C. Schmitt, Giuffré, Milano 1981.

STRATEGIA MILITARE
Resta fondamentale la Storia militare del Risorgimento di P. Pieri, Einaudi, Torino 1962. Si vedano anche gli importanti lavori di E. Liberti, Tecniche della guerra partigiana nel Risorgimento, Giunti, Firenze 1972; F. Della Peruta, Le teorie militari della democrazia risorgimentale, in Garibaldi condottiero. Storia, teoria,
prassi (a cura di F. Mazzonis), Franco Angeli, Milano 1984, pp. 61-82; P. Del Negro, Guerra partigiana e guerra di popolo nel Risorgimento, in Memorie storiche militari, 1981 pp. 61-84.

RIVOLUZIONARI ITALIANI
Per uno sguardo approfondito sull’Italia si veda G. Candeloro, Storia dell’Italia moderna, voi. IV, Dalla rivoluzione nazionale all’Unità, Feltrinelli, Milano 1964.
I rivoluzionari italiani sono collocati in un contesto europeo e più generale da J. H. Billington, Con il fuoco nella mente: le origini della fede rivoluzionaria, Il Mulino, Bologna 1986. Ulteriori notizie le forniscono i loro stessi scritti: per Carlo Bianco di Saint-Jo-rioz si veda il suo Della guerra nazionale e d’insurrezione per bande applicata all’Italia, Italia, 1830, e P. Pieri, Carlo Bianco conte di Saint-Jorìoz e il suo trattato sulla guerra partigiana in
Bollettino storico-bibliografico subalpino, LV (1957), 2, pp. 373-424 e LVI (1958), 1-2, pp. 77-104.

MODELLO SPAGNOLO
Sì veda in proposito G. Spini, Mito e realtà della rivoluzione della Spagna nelle rivoluzioni italiane del 1820-21, Roma 1956.

MAZZINI
Per Mazzini si veda il suo Della guerra d’insurrezione conveniente all’Italia in Scritti editi ed inediti, voi. 3, Imola 1907, pp. 197-241; Scritti e ricordi autobiografici (a cura di A. Donati), Milano-Roma-Napoli 1912; E. Morelli, Giuseppe Mazzini, quasi una biografia, Edizioni dell’Ateneo, Roma 1984.

FRATELLI BANDIERA
Oltre alla voce relativa nel Dizionario Biografico degli Italiani curata da F. Della Peruta, si veda A. Bonanni-Caione, I disertori. Vita e morte dei fratelli Bandiera, L’Autore Libri, Bologna 1970.

PISACANE
Per gli scritti si veda l’interessante Epistolario (a cura di A. Romano), Dante Alighieri, Milano-Genova 1937; Guerra combattuta in Italia negli anni 1848-49 (a cura di A. Romano), Edizioni Avanti!, Milano 1961; e Saggi storici-politici-militari sull’Italia (a cura di A. Romano), Edizioni Avanti!, Milano 1957. Su Pisacane, L. Casse-se, La spedizione di Sapri, Laterza, Bari 1969; L. Russi, Cario Pisacane, Il Saggiatore, Milano 1982; e in generale, G. Cingari, Romanticismo e democrazia nel Mezzogiorno, Napoli 1963.

GARIBALDI
Oltre all’Epistolario, Istituto di Storia del Risorgimento, 1973-1988: il datato ma ancora pregevole G. M. Trevelyan, Garibaldi e i Mille, Bologna 1910 e, tra la vasta bibliografia sui Mille, i due più famosi titoli, G. C. Abba, Da Quarto al Volturno. Noterelle di uno dei Mille, Mondadori, Milano 1980 e G. Bandi / Mille, Rizzoli, Milano 1981. Si veda anche I. Nievo, Lettere garibaldine (a cura di A. Ciceri), Einaudi, Torino 1961 e G. Rochat, Il genio militare di Garibaldi, in Garibaldi condottiero, cit., pp. 83-96.

VITE DI ROMANTICI E RIVOLUZIONARI

ABBA
Giuseppe Cesare (1838-1910), garibaldino nel 1860 e nel 1866, pubblicò nel 1880 le Noterelle di uno dei Mille che con il titolo Da Quarto al Volturno rimane uno dei più celebri esempi di memorialistica del Risorgimento.

BALBO
Cesare (1789-1853), studioso e uomo politico. Funzionario durante l’amministrazione napoleonica in Piemonte, fu per questo messo in disparte con la Restaurazione. Autore di Le Speranze d’Italia che nel 1844 prospettava una soluzione moderata del problema nazionale attraverso un compromesso internazionale che compensasse l’Austria con una serie di acquisizioni nei Balcani.

BANDI
Giuseppe (1834-1894), volontario nel 1860; da quella esperienza nacque / Mille, il più attendibile memoriale della spedizione garibaldina, pubblicato postumo nel 1902. Abbandonò la carriera militare nel 1870 per dedicarsi con successo al giornalismo. Fondatore de II Telegrafo, il suo assassinio à Livorno scosse e appassionò l’Italia di fine secolo.

BANDIERA
Attilio (1810-1844) ed Emilio (1819-1844).

BENZA
Giuseppe Elia (1802-1890), patriota di Porto Maurizio, tra i primi compagni di Mazzini.

BIANCO DI SAINT-JORIOZ
Carlo (1795-1843), ufficiale di estrazione altoborghese, fu uno dei più attivi esponenti della rivoluzione piemontese del 1821; fu esule in Spagna, in Grecia e infine in Belgio, dove si uccise nel 1843 gettandosi in un canale di Bruxelles.

BIXIO
Gerolamo detto Nino (1821-1873), con Garibaldi nel 1848-1849, nel 1859 e poi nel 1860.
Entrato nell’esercito regolare, combatté a Custoza nel 1866 e poi alla presa di Roma.

BUDINI
Giuseppe (1804-1877), tipografo romagnolo esule in Inghilterra, autore di Alcune idee sull’Italia, pubblicato a Londra nel 1843.

CAMPANELLA
Federico (1804-1884), tra i primi collaboratori di Mazzini. Partecipò nel 1849 alla rivolta di Genova e alla difesa della Repubblica Romana. Dopo la morte di Mazzini fu uno tra i maggiori esponenti del partito repubblicano.

CATTANEO
Carlo (1801-1869), storico ed economista milanese, sostenitore dell’ipotesi di una repubblica federalista, legò il suo nome alla rivista Politecnico e alle Cinque Giornate di Milano, quando fu a capo del consiglio di guerra che diresse e instradò la rivolta contro le truppe austriache di Radetzky.

COSENZ
Enrico (1820-1898), segnalatosi alla difesa di Venezia, entrò nell’esercito sardo, da cui uscì al momento della spedizione in Sicilia, dove condusse una seconda colonna di rinforzi nel luglio 1860. Dopo l’Unità rientrò nell’esercito e divenne capo di Stato Maggiore.

CRISPI
Francesco (1818-1906), assertore dell’autonomia siciliana, si schierò con i repubblicani nel 1848 e dovette riparare in Piemonte; espulso nel 1853, si avvicinò a Mazzini e organizzò la spedizione di Garibaldi tenendo i contatti con l’opposizione siciliana. Dopo l’Unità operò una progressiva conversione agli ideali della monarchia staccandosi dai mazziniani. Fu primo ministro dal 1887 al 1891 e poi dal 1893 al 1896, facendo dimenticare il suo passato e legando il suo nome alla disastrosa campagna d’Africa del 1896.

D’AZEGLIO
Massimo Taparelli (1798-1866), poliedrica figura di pittore e scrittore di romanzi di successo (Ettore Fieramosca, 1833, e Niccolò de’ Lapi, 1841), nel settembre del 1845, su invito di Carlo Alberto, si recò nell’Italia centrale per sondare i sentimenti delle popolazioni riguardo al problema nazionale. Avvicinatosi alla polìtica, fu chiamato, dopo la sconfitta di Novara, alla presidenza del Consiglio, che resse fino al 1852, quando cominciò l’era di Cavour.

FABRIZI
Nicola (1804-1885), patriota modenese, affiliato alla Giovine Italia. Nel 1848-1849 fu a Modena, Venezia e Roma; combatté con Garibaldi durante la spedizione dei Mille, sull’Aspromonte, in Trentino e a Mentana. Deputato dal 1861.

FANELLI
Giuseppe (1827-1877), volontario nel 1848 e alla difesa di Roma nel 1849, fu in esilio prima a Malta e poi in Corsica. Tornato a Napoli nel 1853, organizzò con Fabrizi un comitato rivoluzionario che ebbe una parte importante nell’organizzazione della spedizione di Sapri, del cui fallimento fu considerato dai mazziniani uno dei principali responsabili.

FARINI
Luigi Carlo (1812-1866). esponente del partito moderato nello Stato Pontificio, divenne uno dei migliori collaboratori di Cavour. Dopo l’Unità fu per qualche tempo presidente del Consiglio.

GARIBALDI
Giuseppe (1807-1882).

LA FARINA
Giuseppe (1812-1866), fondatore della Società Nazionale, fu tra i più attivi fautori della politica di Cavour.

LA MASA
Giuseppe (1819-1881), capo della rivolta palermitana che dette l’avvio alla serie di insurrezioni che caratterizzarono il Quarantotto. Nel 1860 contribuì a organizzare la spedizione dei Mille e a preparare la Sicilia allo sbarco di Garibaldi.

MAZZINI
Giuseppe (1805-1872).

MEDICI
Giacomo (1819-1882), combatté con Garibaldi a Roma nel 1849 e in Trentino nel 1859. Raggiunse i Mille con una spedizione di soccorso di duemilacinquecento uomini il 19 giugno 1860.

MORO
Domenico (1822-1844), affiliatosi alla Giovine Italia, partecipò alla spedizione dei fratelli Bandiera e fu fucilato insieme a loro al vallone di Rovito.

NIEVO
Ippolito (1831-1861), romanziere (Le confessioni di un italiano, pubblicato postumo nel 1867) e poeta, partecipò alla spedizione dei Mille.

ORSINI
Felice (1819-1858), partecipò alla difesa di Venezia e fu membro della Costituente romana del 1849. Staccatosi da Mazzini, organizzò nel 1858 un celebre attentato contro Napoleone III per il quale venne ghigliottinato.

PEPE
Guglielmo (1783-1855), uno dei principali artefici dei moti costituzionali a Napoli nel 1820. Esule a Londra e a Parigi, rientrò in Italia nel 1848 e partecipò alla difesa di Venezia nel 1849. Morì esule a Torino.

PILO
Rosolino, principe di Capece (1820-1860), patriota siciliano, tenne i contatti tra l’organizzazione mazziniana in esilio e gli ambienti dell’isola ostili ai Borboni. Nel 1860 organizzò le bande armate che ebbero il compito di preparare lo sbarco di Garibaldi. Morì durante i combattimenti intorno a Palermo.

PISACANE
Carlo (1818-1857).

SAFFI
Aurelio (1819-1890), di idee moderate, nel 1847 si avvicinò a Mazzini, di cui divenne da allora intimo amico e collaboratore. Triumviro della Repubblica Romana si esiliò nel 1949 prima in Svizzera e poi in Inghilterra, dove insegnò italiano a Oxford. Dopo l’Unità fu deputato dal 1861 al 1864 e professore all’Università di Bologna. Fu uno dei maggiori esponenti del partito repubblicano dopo la morte di Mazzini.

WHITE MARIO
Jesse (1832-1906), appassionata sostenitrice inglese della causa italiana, seguì le imprese di Garibaldi dal 1860 in poi. Sposò il repubblicano Alberto Mario, con cui divise le passioni e le disillusioni della rivoluzione garibaldina. Giornalista di talento, celebrò Mazzini e Garibaldi in due biografie di successo.

Pubblicato in Storia e Dossier, n. 47, gennaio 1991

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