IL SIGNORE DEGLI ANELLI: LE DUE TORRI – IL CREPUSCOLO DEGLI EROI

  • Frodo and Sam continue their journey towards Mordor to destroy the One Ring, meeting and joined by Gollum

di Emanuela Martini

Dopo la morte del principe Boromir di Gondor e la scomparsa del mago Gandalf, la Compagnia dell’Anello – un gruppo di nove eletti votati a sventare la minaccia di un anello malefico creato da Sauron, signore di Mordor – si è sciolta. Lo hobbit Frodo Baggins, nell’intento di recuperare l’anello per distruggerlo, viaggia verso il reame di Sauron col suo fidato compagno Sam e con la guida di Gollum, una creatura che un tempo aveva posseduto l’anello e adesso è ossessionata dall’idea di rientrarne in possesso. Fumano Aragorn, l’elfo Legolas e il nano Gimli entrano nel regno di Rohan alla ricerca degli hobbit Merry e Pipino, che sono stati catturati dagli Uruk-sai, soldati dell’esercito degli orchi agli ordini del mago Saruman.
Il re Theoden di Rohan si trova nelle mani di Saruman, mal consigliato da Wormtongue. Non è in grado di resistere alle orde di Saruman, mentre Wormtongue ha fatto uccidere il suo erede Theodred ed esiliare il nipote Eomer. Sam non si fida di Gollum, Frodo invece lo ha in simpatia. Il gruppo di Aragorn incontra Eomer, che ha appena fatto strage degli orchi che avevano fatto prigionieri Merry e Pipino. Gli hobbit si sono rifugiati nella foresta di Fangorn, dove incontrano Barbalbero, un albero semovente e senziente che non vuole essere coinvolto nell’imminente guerra. Riappare Gandalf trasformato in un doppio di Saruman, che esorcizza Theoden in modo da fargli decretare che il suo popolo si ritiri a Helm’s Deep per opporre resistenza a Saruman. Sebbene Aragorn dissenta dalla strategia di Theoden, si vota comunque alla causa di Rohan. Sopravvive a una battaglia, quindi si trova diviso fra l’amore che sente per l’elfo Arwen e l’attrazione per Eowyn, la nipote di Theoden. Frodo e Sam sono catturati da Faramir, il fratello di Boromir, che si serve di Frodo per far cadere in trappola Gollum.
Arriva il momento della battaglia. Per i sudditi di Rohan si sta mettendo male quando l’esito del combattimento viene ribaltato dall’arrivo di un’armata di umani raccolta da Galdalf. Faramir permette a Frodo di recarsi a Mordor con l’anello. Mentre Frodo e Sam si incamminano, Gollum incomincia a complottare per tradire gli hobbit e tornare in possesso dell’anello.

Nella Terra di Mezzo, il Male sta dilagando; le sue schiere si rafforzano e si infittiscono, mentre il minuscolo esercito del Bene è disperso e confuso. Come ha scritto Anton Giulio Mancino l’anno scorso a proposito di La Compagnia dell’Anello, Peter Jackson per istintiva propensione predilige lo spettacolo «dei nove Spettri urlanti, degli Orchi di ogni taglia e dai denti irregolari e aguzzi… dell’enorme Troll devastante, deforme e primitivo, degli uccellacci neri che battono il cielo in lungo e in largo per spiare le mosse dei buoni… dell’onnipotente e barbaro Sauron o dell’alleato Mago bianco Saruman… Il Bene è transitorio e relativo. Il Male ne trascende continuamente i traguardi, ne rende dinamici i passaggi, ne subissa le occasionali conquiste… Ne deriva una visione d’insieme profondamente turbata e nel contempo affascinata dalle inesauribili risorse di un potere osceno, totalizzante e inarrestabile» (1). E, aggiungeva, i personaggi buoni, esausti, accerchiati, finiscono spesso per essere rassegnati al Bene, piuttosto che fieramente convinti di doverlo promuovere e far trionfare. Quella che era stata una precisa percezione a proposito del primo film di Il Signore degli Anelli, nel secondo libro, davanti alla ferocia all’apparenza incontenibile degli eserciti di Sauron e Saruman e ai dubbi e alle tensioni maligne che dilaniano i personaggi positivi (soprattutto Frodo, il portatore dell’Anello), inevitabilmente diventa una certezza.
Delle tre parti del libro di Tolkien, «Le due Torri» è probabilmente la più bella, disperata e oscura, un viaggio m un territorio messo a ferro e a fuoco, che comincia con il “tradimento” di Boromir (il principe che, umanamente, si lascia sedurre per un momento dal potere dell’Anello) – con il quale Jackson chiudeva il primo film – e finisce con la discesa nella tana del mostro Shelob, dove Gollum spera di far fuori i due Hobbit e di recuperare il suo tesoro, con la cattura di Frodo da parte degli orchi e con Sam che si accolla il peso insopportabile dell’Anello. Questo episodio (come preannuncia la frase conclusiva di Gollum) è stato spostato da Jackson in apertura della terza parte, «Il ritorno del Re», forse, se non per alleggerire, almeno per non incupire ancora di più l’aura nera che grava su questa seconda parte. Dei tre libri, il secondo è anche il più vicino alle corde di Peter Jackson: non solo è narrativamente il più complesso, con la Compagnia separata in quattro tronconi (Merry e Pipino rapiti dagli Orchi e poi perduti nella foresta di Fangorn, Aragorn, Legolas e Gimli al loro inseguimento e poi impegnati nella difesa del Fosso di Helm, Gandalf scomparso nelle viscere di Moira e poi alla ricerca di aiuti, Frodo e Sam che si inoltrano nel reame oscuro di Sauron per andare a gettare l’Anello nel Monte Fato), ma è anche il più sanguinoso e tormentato. Lontane la Contea e la terra fatata degli Elfi, che nel ricordo assume apparenze sempre più evanescenti, la Terra di Mezzo è diventata un incubo di guerra e di orrore. Jackson non esita e, se concede una pausa fatata a Merry e Pipino, salvati dagli Orchi dall’Ent Barbalbero, la più antica creatura della Terra di Mezzo, ultimo sopravvissuto di un mondo antico nel quale si viveva secondo il rispetto della natura, agli altri suoi “eroi” non dà tregua: orchetti, uruk-hai, lupi mannari e selvaggi barbuti e inferociti, macchine da guerra, carni sbranate, teste impalate, Natzgul dagli occhi spenti a cavallo di draghi alati, giganteschi elefanti e quattro zanne, gli annegati delle Paludi Morte e, su tutto, l’occhio elettrizzato e folgorante di Sauron che chiama a raccolta truppe sempre più smisurate.
Le due Torri è dominato dal nero delle armature e dal rosso cupo del sangue; il suo andamento è quello di una rincorsa affannosa; il suo ritmo è quello adrenalinico che anticipa una battaglia inevitabile ma probabilmente perduta; il suo motto è una frase dell’esiliato Eomer ai tre superstiti della Compagnia che cercano i loro amici Hobbit: «Cercate i vostri amici, ma non fidate nella speranza. Ha abbandonato queste terre» (ed è con lo stesso spirito che re Théoden si accinge alla battaglia, ammonendo ancora una volta Aragorn: «Non verrà nessuno. Noi siamo soli»; e che Frodo si inoltra nelle terre del Male, sempre meno convinto di riuscire a portare a termine la sua missione). Preannunciata per tutto il film da scaramucce e spiegamenti di truppe, quando finalmente la battaglia arriva, intorno al Fosso di Helm che perde in fretta la propria fama di inespugnabilità, è nervosa e crudele, tutt’altro che trionfalistica nonostante la momentanea vittoria, solo il tassello di una guerra che mette in campo forze e poteri di assoluta disparità. Jackson la orchestra con grandiosità, dandoci il senso fisico della sterminata potenza del Male, e soffermandosi a tratti sui suoi protagonisti, le mirabolanti evoluzioni di Legolas, il comico coraggio di Gimli, la rassegnata cognizione della fine con cui gli Uomini (Aragorn e Théoden) affrontano la morte. Su tutto, l’inaspettata entrata in scena degli arcieri Elfi guidati da Haldir, che viene ad assolvere a un antico patto di alleanza che una volta esisteva tra Uomini ed Elfi. Avvolti in un’ombra blu, gli Elfi marciano silenziosi, già “estinti”, quasi a segnalare con la loro presenza in quell’avamposto disperato il crepuscolo che comunque pesa sulla Terra di Mezzo. Jackson ci sa fare, non solo con i mostri e gli orrori e con le sottili ma percettibili differenze fisiche e psicologiche che separano i popoli della Terra di Mezzo, ma anche con i passaggi obbligati dell’epica e soprattutto del tramonto dell’epica. Le due Torri, più esplicitamente del film precedente e, forse, del prossimo, narra di una fine, del buco nero in cui è precipitato, per sempre, un mondo diviso dall’odio e dal potere, dalla mancanza di saggezza di quei grandi del passato (soprattutto Uomini) che in buona fede credettero di poter dominare gli Anelli e il loro divorante magnetismo.
«Il manifesto» ha suscitato un vespaio tra i suoi lettori accusando Jackson di esplicita adesione alla “guerra santa” che gli Stati Uniti si accingono a combattere, di aver ritratto, in pratica, nelle truppe di Sauron barbari, infedeli, “arabi”, Miversi” di varia natura, di non aver conferito una dimensione psicologica sfaccettata al Male, e di aver trattato in maniera altrettanto monolitica le truppe del Bene (il che è falso, essendo il Bene nel libro e nei film molto, troppo permeabile al Male; e comunque, chissà se saranno contenti i leghisti di vedere i loro eroi celtici andare a braccetto con dei nanerottoli dalla testa grossa e i pie-doni pelosi, con altri signori molti snob che malcelano la loro natura ambigua e le loro orecchie a punta e con degli autentici Nani). Non vorrei ripetere quello
che ha scritto l’anno scorso Alberto Crespi su queste pagine, rievocando la propria meraviglia di lettore all’idea che i neofascisti nostrani avessero scambiato nei tardi anni ’60 la trilogia di Tolkien per una grande saga di destra. Anch’io condivisi quella meraviglia e un certo sconforto nei confronti dei nostri intellettuali di sinistra che all’epoca guardavano il fantastico (tutto u fantastico) con moralistica supponenza. Il fatto che oggi, tardivamente recuperato Tolkien, non certo a un’ideologia di sinistra, ma piuttosto a un’indistinta area di pensiero illuminato boghese (non si vive di solo Marx, al quale comunque sarebbero piaciute molto le “fucine” di Sauron del film), si decida di prendersela con l’indipendente neozelandese Peter Jackson (colpevole di essere passato a Hollywood e di aver perso la sua purezza con un mastodontico blockbuster? di essersi fatto produrre dalla Miramax? o di essere distribuito in Italia da Medusa?) è tanto maldestro che non andrebbe nemmeno segnalato. Ma siccome poi ogni tanto c’è qualcuno che ci casca e siccome il prossimo anno uscirà Il ritorno del Re, tanto vale soffermarcisi un momento.
Le “colpe” di Jackson che ho sopra elencato, per un autore cinematografico che abbia un vasto immaginario non esattamente realistico (e se c’è qualcosa che a Jackson ha sempre fatto orrore probabilmente è proprio la realtà) e che voglia continuare a fare il proprio mestiere, sono inevitabili e ataviche; anzi, sono queste le “colpe” su cui si è fatta grande Hollywood, su cui il cinema classico ha abilmente articolato la propria lingua sommersa. L’unica, vera colpa che può commettere un autore cinematografico è quella di addolcire, appiattire, soffocare il proprio stile e le proprie ambizioni in direzione di un’insignificante medietà. Ma Peter Jackson ha fatto tutto fuorché un’operazione di “mid-cult” (e nei paesi anglosassoni si è beccato persino un divieto ai minori), un film per famiglie spendibile in prima serata televisiva, un’operazione consolatoria. Nei suoi primi due tronconi, Il Signore degli Anelli è semmai una vasta operazione di cultura popolare, con tutti gli inghippi narrativi del romanzo (che popolare non era, ma invece piuttosto erudito e raffinato, e comunque, con le sue 1300 pagine, fatto per lettori “forti”), ma con altrettanti “luoghi”, cinematografici e immaginari, immediatamente riconoscibili dal pubblico. Sfido chiunque a non riconoscere subito sotto gli stracci di Aragorn il Re tanto agognato, a non intuire come andrà a finire la sua storia d’amore con la principessa elfica Arwen, a non scoprire dentro gli occhi di Galadriel e di Gandalf quell’esperienza del Bene e del Male che ne fa grandi saggi, a non intravedere già la forza serena della terra e della natura che emana da Sam. Più di Tolkien (perché necessariamente più visivo e immediato), Jackson lavora su degli stereotipi che tutti possiamo rintracciare nella nostra infanzia, compresa quell’oscura paura che accompagna la mortalità, e la negazione del senso del divino specifica del secolo appena trascorso. L’Uomo è solo in mezzo al mondo; gli Elfi stanno partendo per i Rifugi Oscuri, i Nani si rintanarono già nel passato nelle miniere di Moira e gli Hobbit snobbano contatti con le razze esterne alla Contea. La paura dilaga nella Terra di Mezzo. E questa paura, che correva percettibile nel primo film, che divampa nel secondo: non quella, semplicistica, dell’estinzione causata da una massiccia invasione “straniera”, ma quella, consapevole, di una fine già accertata. Se davvero valesse la pena di cercare un’allegoria contemporanea nelle Due Torri di Peter Jackson, ci si dovrebbe probabilmente rivolgere a un’idea di sfascio, di autodistruzione di una civiltà.
Nelle Due Torri c’è la guerra perché narra di un mondo arrivato sull’orlo dello sterminio collettivo; ci sono mostri (creati, badiamo bene, dall’“Industria”) che non hanno fedi, né passato, né futuro; e ci sono etnie diverse e talvolta ostili tra loro che cercano di salvare il salvabile, di ricostituire, per quanto sarà possibile, una pace. Ma la Terra di Mezzo, tra boschi distrutti e reami incancreniti, è destinata prima o poi a morire. Una lettura in chiave di attualità politica di Il Signore degli Anelli non è solo forzata, pretestuosa e ingiusta, ma integralista ai limiti dell’autolesionismo. La formidabile cosmogonia tolkieniana e la lettura, insieme fedele e personalissima, che ne dà Jackson sono un’immersione, novecentesca, in un passato leggendario che accomuna tutte le culture, un viaggio non in un Eden distrutto dal peccato, ma nell’ombra che ne resta, un romanzo non di fondazione ma di cupo declino. C’è pochissimo di cavalleresco nel Signore degli Anelli, solo un anelito, un rimpianto; i suoi cavalieri sono l’ombra dei padri; è come arrivare alla Tavola Rotonda quando Artù è già morto, i cavalieri sono dispersi e Mordor semina morte. Gli unici eroi possibili, in realtà, sono i contadini, quelli con i piedi per terra, legati alla semina, alla crescita, ai cicli naturali.
Non voglio anticipare la storia del terzo volume e il suo malinconico finale, ma si intuisce già da queste due parti il ruolo sempre più importante di Sam il giardiniere, l’unico che riesce a strappare Frodo dall’influsso del Male, a ritrascinarlo nei suoi panni di Hobbit ogniqualvolta il suo cuore e la sua mente vengono rapiti dallo sguardo di Sauron e dei suoi emissari. Sam, tozzo, prosaico e galantuomo, era l’unica speranza concreta di Tolkien; speranza esilissima, parziale, circoscritta, tutto sommato isolazionista (gli Hobbit non amano viaggiare; in questo senso Bilbo Baggins veniva considerato un eccentrico, con le sue peregrinazioni e le sue conoscenze tra Elfi, Nani e Maghi) e certamente “isolana”; ma questa d’altra parte è sempre stata una delle componenti della cultura dell’isola Gran Bretagna, nonostante l’espansione coloniale. Un’isola nella quale convivono etnie diverse (inglesi, normanni, gallesi, scozzesi, per non parlare, appunto, delle successive immigrazioni dalle colonie), nella quale pragmatismo e irrazionalismo sono agganciati senza soluzione di continuità e dove è sopravvissuto a lungo il fascino del “giardino”. E abbastanza probabile che oggi Sam Gamgee non possa più rappresentare alcuna speranza per il mondo; ma è anche facile che, dopo due guerre mondiali, l’oxfordiano Tolkien anelasse proprio a quella pace fragile, ristretta e quotidiana, avesse nel cuore quel “british countryside” che richiama in Inghilterra il tedesco Anton Walbrook in Duello a Berlino di Powell e Pressburger, che raffigurasse in Sauron i totalitarismi che aveva sperimentato, non solo Hitler ma anche Stalin. Ed è proprio la distruzione del “giardino” (un bosco in questo caso) che risveglia gli Ent dal loro “cosmico” disinteresse per il destino della Terra di Mezzo. Sauron viene distrutto nel momento in cui la foresta marcia contro di lui (solo uno dei tanti echi shakespeariani del film, insieme a Grima Vermilinguo che rifà pari pari Riccardo III e a quella suggestione mortale degli annegati delle Paludi Morte, che pare Shakespeare rivisto attraverso le morbidezze preraffaellite). Il fatto che Barbalbero e i suoi amici siano le creature meno riuscite di Jackson (credo che tutti li abbiamo immaginati più mastodontici e indefiniti, meno “cartooneschi”) non toglie efficacia emblematica all’episodio. E la Natura che marcia per una volta contro l’Industria e la travolge. Ma forse Barbalbero e gli Ent sono meno incisivi dei mostri che popolano la Terra di Mezzo perché Peter Jackson sa di raccontare qualcosa che non potrà accadere, un episodio parziale di una lotta impari. Gli alberi distrutti da Sauron non torneranno più a parlare agli Ent, e l’unica aspettativa di tutti gli eroi della saga è di riuscire ad arrivare serenamente all’età nella quale raggiungere gli Elfi negli Oscuri Rifugi.

Cineforum 423, Marzo 2003

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