FULL METAL JACKET: L’OSSESSIONE SENZA FINE DELLA GUERRA IN VIETNAM

2017-01-04T14:51:39-08:00 January 4th, 2017|Categories: CINEMA, STANLEY KUBRICK|Tags: , , , |
  • Full Metal Jacket - Private Pyle & the Jelly Doughnut

di Enrico Franceschini

NEW YORK Forse l’America ha trovato il sistema per esorcizzare una guerra dolorosamente perduta: basta continuare a combatterla al cinema, all’infinito. Sono passati solo un paio di mesi dal formidabile successo di Platoon, ricoperto di Oscar ad Hollywood, che già un nuovo filmone sul Vietnam esce negli Stati Uniti: Full Metal Jacket, diretto da Stanley Kubrick, il grande regista di Dottor Stranamore, 2001 Odissea nello Spazio, Arancia Meccanica, Barry Lyndon. Per la precisione, fra Platoon e Full Metal Jacket era apparsa anche un’altra pellicola sul medesimo argomento, The garden of stones (il giardino delle pietre, ovvero il cimitero, quello in cui vengono sepolti i caduti rispediti a casa, attorno a cui si svolge tutta la storia), ma ha suscitato minor interesse, pur essendo firmato da Francis Coppola, l’autore di Apocalypse Now, l’opera che praticamente aprì l’inarrestabile filone sul conflitto indocinese. Un quarto film sullo stesso genere, Hamburger Hill, esordirà negli Usa in agosto. Un quinto verrà addirittura ripescato in archivio: Go tell the spartans (Vai a dirlo agli spartani, ironico riferimento ai 300 guerrieri di Sparta sterminati dai persiani alle Termopili), uscito in America nel ’78, tra l’indifferenza del pubblico ed il plauso dei critici. Interpretato da Burt Lancaster, era ambientato nel 1964, quando il coinvolgimento Usa in Vietnam si limitava alla presenza dei consiglieri militari, i celebri berretti verdi. La Warner Bros, ha ora deciso di ripresentarlo, sperando in una migliore accoglienza, con questo slogan: Sapete come è finita. Ecco come cominciò. Commenta il New York Times: Dopo aver chiuso gli occhi sulla sconfitta in Vietnam per circa un decennio, questo paese sembra ora quasi ossessionato dalla guerra. Una volta la guerra del Vietnam non era molto popolare osserva il tenente colonnello John Chapla, direttore del dipartimento affari pubblici del Pentagono, adesso invece pare che niente tiri come i film d’ambientazione militare. Il colonnello Chapla lo sa bene: è l’ufficiale che cura ogni collaborazione tra il Pentagono ed Hollywood. Le Forze Armate offrono consulenze, affittano armi, uomini, equipaggiamento; in cambio pretendono di avere l’ultima parola sulla sceneggiatura. Garden of Stones e Top Gun, per citare due casi recenti, sono passati per le mani del colonnello Chapla. Un suo portavoce aggiunge: Se cinema e Pentagono possono lavorare insieme, ci sono benefici per entrambi. E dal cinema, il Vietnam rimbalza inevitabilmente sui mass media, diventa popolare e alla moda anche sui giornali, alla tivù, in convegni, dibattiti, celebrazioni di ogni tipo. Proprio questa settimana Newsweek lo ha messo in copertina, scegliendo i veterani della guerra perduta come simbolo dello spirito migliore della nazione, come esempio da indicare all’approssimarsi del 4 di luglio, la festa dell’Indipendenza, quest’anno esaltata dal Bicentenario della Costituzione. All’epoca del Vietnam scrive l’autorevole settimanale, avevamo degli eroi e non li abbiamo visti. Un milione di americani hanno fatto il soldato laggiù, 58.132 vi sono morti, alcuni coraggiosamente, alcuni sfortunatamente, tutti al servizio della patria. Ed ora il muro di granito nero che li ricorda, nome per nome, a Washington, è diventato un tempio nazionale, un luogo di pellegrinaggio. A illustrare il servizio ci sono le foto di un libro che arriverà in libreria a novembre, Il Muro: Immagini dal Memoriale ai Veterani del Vietnam, istantanee di uomini barbuti, in divisa mimetica, abbracciati gli uni agli altri, o con le mani a toccare delicatamente, religiosamente, il muro del pianto dell’America. Un filone cinematografico, una copertina di giornale, un libro di fotografie: sono solo tre momenti di una riscoperta che passa per i corsi universitari di storia sulla guerra in Indocina, per i romanzi autobiografici sul Vietnam, per la contemporanea promozione ai vertici delle Forze Armate di una generazione di generali ed alti ufficiali che nel Nam si sono formati sul campo, dirigendo i loro uomini in battaglia. Anche il colonnello Oliver North, Rambo della realtà, ha servito in Vietnam. E indubbiamente Ronald Reagan ha contribuito a questa riscoperta, a questa ansia di rivivere e rivincere la brutta avventura indocinese: In Vietnam non abbiamo perso ama dire il presidente, la verità è che non abbiamo voluto vincere. Stanley Kubrick, un americano del Bronx autoesiliatosi da vent’anni a Londra, la pensa diversamente: credo che fosse una guerra non vincibile. E per il suo film non ha avuto bisogno dell’assistenza del Pentagono: ha ricostruito in studio un Vietnam urbano, quello di Huei, la città travolta dall’offensiva Tet del ’68, uno dei punti decisivi del conflitto. Gli sono bastate 200 palme, fatte arrivare dalla Spagna, e una cittadina abbandonata nella campagna inglese, Beckton: i suoi scenografi hanno fatto il resto, ricreando una realtà sua personale, come piace fare a Fellini. Il risultato è un film meno esotico, meno sensuale, meno coinvolgente di Platoon, o Apocalypse, o Il cacciatore. Del resto anche la trama è più fredda e distaccata dei suoi predecessori: segue un gruppo di Marines dal campo scuola, col solito istruttore terribile, il classico cadetto ciccione e incapace, fino al fronte, con le sue noiose attese seguite da folate di violenza, con le sue piccole crudeltà quotidiane. Ho visto Platoon, e mi è piaciuto dice Kubrick. Ma il mio film è diverso. Platoon prova a ingraziarsi un po’ il pubblico. Io no. Ho provato solo a dare un senso della guerra, e della gente che l’ha combattuta, ho cercato di rappresentare qualcosa di vero. Il titolo, Full Metal Jacket, si riferisce al termine gergale con cui i militari definiscono il caricatore del fucile dei Marines. E alla fine della storia il protagonista, un giovane soldato che guarda cinicamente la guerra, è diventato anche lui un pezzo di piombo, pronto ad essere sparato, ad uccidere. L’unica cosa che conta è che sono vivo, e non ho paura pensa nell’ultima scena. Ma è difficile capire il messaggio di Kubrick, ammesso che ce ne sia uno. Sull’elmetto del suo eroe sta scritto Born to Kill, nato per uccidere. All’occhiello ha però il distintivo dei figli dei fiori, del movimento pacifista, del fate l’amore, non la guerra. Un colonnello se ne accorge, e gli chiede furiosamente di spiegare l’apparente contraddizione dei due messaggi. Riflettono il dualismo dell’uomo risponde il soldatino. Dua… che cavolo dici? fa il colonnello. E il soldato: La cosa jungiana, sir!.

La Repubblica, 01 luglio 1987

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