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CARNE DA MACELLO: INCHIESTA DI ERIC SCHLOSSER

Viaggio nei mattatoi degli Stati Uniti. Dall'autore di 'Fast Food Nation' la grande inchiesta sul lavoro più pericoloso d'America

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Eric Schlosser
Eric Schlosser

di Eric Schlosser

“All’inizio era stato forte e vigoroso, e aveva trovato un lavoro già il primo giorno, ma ora era un articolo danneggiato – di seconda mano, per così dire – e non lo volevano più… Lo avevano logorato, con la loro fretta continua e la loro indifferenza, e ora lo buttavano via!”.
Upton Sinclair, La giungla (1906)

Kenny Dobbins venne assunto dalla Monfort Beef Company nel 1979. Era alto quasi due metri, aveva 24 anni e non temeva la dura fatica di un mattatoio. Sembrava invincibile. Nei vent’anni in cui ha lavorato per la Monfort ha avuto una serie di infortuni che avrebbero ucciso o reso invalido un uomo meno forte di lui.
È stato colpito da una cassa di carne da 45 chili e infilzato dal lembo di acciaio di un nastro trasportatore. Ha avuto ferma del disco ed è stato operato alla schiena. Mentre puliva delle vasche sporche di sangue ha inalato troppo cloro e ha passato un mese in ospedale con i polmoni bruciati e il corpo ricoperto di vesciche. Si è danneggiato il muscolo rotatore della spalla sinistra quando la calotta di un mulino a martelli da cinque tonnellate è scesa troppo in fretta torcendogli il braccio all’indietro. Si è rotto una gamba cadendo in un buco nel pavimento di cemento del mattatoio. È stato investito da un treno a bassa velocità dietro lo stabilimento e letteralmente sbalzato dagli stivali, ha passato due settimane in ospedale e poi è tornato al lavoro. Si è spappolato una caviglia che gli è stata aggiustata con quattro chiodi di acciaio. Si è fatto più lividi e tagli, più stiramenti e strappi muscolari di quanti possa ricordarne.
Malgrado tutti gli incidenti e le sofferenze, i continui viaggi all’ospedale e la gruccia di metallo che gli sosteneva una gamba, Dobbins si sentiva profondamente fedele alla Monfort e alla ConAgra, la sua società madre. Aveva lasciato la famiglia a 13 anni e non aveva mai imparato a scrivere. La Monfort gli aveva dato un lavoro fisso, e lui era disposto a fare tutto quello che l’azienda gli chiedeva. Si era trasferito da Grand Island, in Nebraska, a Greeley, in Colorado, per aiutare la Monfort a riaprire lì il mattatoio senza un sindacato. Era diventato membro di un gruppo costituito nato per tenere alla larga i sindacalisti. Aveva salvato la vita di un compagno e ricevuto un attestato di benemerenza con tanto di cornice. Ma nel dicembre del 1995, mentre stava lavorando, Dobbins sentì una fitta al petto. Pensò che fosse un attacco di cuore, ma l’infermiera dell’azienda gli disse che era uno stiramento muscolare e lo mandò a casa. Era un attacco cardiaco, e Dobbins rischiò di morire. Mentre aspettava l’indennizzo fu licenziato. La società in seguito ha accettato di pagargli un risarcimento di 35mila dollari.
Oggi Kenny Dobbins è un invalido, ha il cuore malato e i polmoni in pessime condizioni. Vive dei sussidi dell’assistenza sociale. Non ha la pensione né l’assicurazione contro le malattie. Il suo ultimo intervento chirurgico a una spalla – dovuto a un vecchio infortunio sul lavoro e costato diecimila dollari – è stato pagato da Medicare. Ora è pieno di rabbia, si sente usato e tradito dalla ConAgra. Si vergogna di dover ricorrere all’assistenza pubblica. “In vita mia non avevo mai dovuto chiedere aiuto a nessuno”, dice. “Ho sempre lavorato. Ho cominciato a lavorare a 14 anni”. Oltre al dolore fisico, all’insicurezza economica e al problema di mettere insieme i soldi per l’affitto, sente il peso dell’umiliazione.

Gli infortuni in cifre
Quello che è successo a Kenny Dobbins si ripete, in vari modi, nei mattatoi di tutti gli Stati Uniti. Secondo il Bureau of Labor Statistics, la lavorazione della carne è il mestiere più pericoloso del paese. Nel 1999 oltre un quarto dei quasi 150mila addetti del settore ha subìto un infortunio o è stato colpito da una malattia professionale. L’industria della carne non solo ha la più alta percentuale di infortuni, ma anche il tasso più elevato di incidenti gravi – oltre cinque volte la media nazionale, calcolando le giornate di lavoro perse. Stando ai dati ufficiali, ogni anno circa 40mila dipendenti subiscono infortuni sul lavoro. Ma la cifra reale con ogni probabilità è molto più alta.
L’industria della carne ha sempre scoraggiato le denunce di incidenti, falsificato i dati e rispedito al più presto in fabbrica i dipendenti infortunati per minimizzare il numero delle giornate di lavoro perse. Negli ultimi quattro anni nel Nebraska, in Colorado e in Texas ho incontrato decine di lavoratori che mi hanno raccontato dei loro infortuni e di come sono stati allontanati dall’azienda. Come Kenny Dobbins, molti ora dipendono dall’assistenza pubblica per mangiare, avere un tetto ed essere curati. Ogni anno altri lavoratori infortunati sono costretti a elemosinare un sussidio, e così i contribuenti di fatto devono sovvenzionare le pessime misure di sicurezza dell’industria. Nessuna statistica ufficiale riesce a calcolare il vero ammontare del dolore e della sofferenza nella comunità nazionale della carne.

Galleria degli orrori
L’elenco degli incidenti redatto dalla Occupational Safety and Health Administration (Osha) dà un’idea dei pericoli a cui sono esposti i lavoratori negli impianti di trasformazione della carne. I sommari dei rapporti dell’Osha somigliano a titoli di giornali scandalistici piuttosto che a rigorosi documenti pubblici: “Dipendente gravemente ustionato da un’improvvisa fiammata del carburante della sua sega. Dipendente ospedalizzato per lacerazioni al collo provocate da una lama impazzita. Dito di un dipendente amputato da un’insaccatrice. Occhio di un dipendente ferito da un gancio. Braccio di un dipendente amputato da una trinciatrice. Braccio di un dipendente amputato da una macchina per ammorbidire la carne. Dipendente ustionato da un incendio di sego. Dipendente ustionato da una soluzione bollente in una vasca. Un dipendente ucciso e otto feriti da una fuoriuscita di ammoniaca. Dipendente muore perché il suo braccio resta intrappolato nel tritacarne. Dipendente decapitato dalla catena della scotennatrice. Dipendente ucciso da un nastro trasportatore che gli schiaccia la testa. Dipendente ucciso dal fucile per stordire gli animali”.
Gli stabilimenti più pericolosi sono quelli dove si macellano i bovini. I mattatoi di volatili offrono maggiori garanzie di sicurezza perché sono più meccanizzati: quando sono adulti i polli d’allevamento hanno tutti le stesse dimensioni. I bovini, invece, sono molto diversi per peso, forma e dimensioni. Di conseguenza negli stabilimenti di oggi buona parte del lavoro è ancora fatto a mano. Nell’era delle stazioni spaziali e dei microchip, l’utensile più importante in un mattatoio è il coltello affilato.
Trent’anni fa l’industria della carne vantava retribuzioni fra le più alte degli Stati Uniti e un turnover bassissimo. Nei decenni che seguirono la pubblicazione di The jungle, nel 1906, i sindacati erano lentamente riusciti a far sentire la loro voce negli stabilimenti, a conquistare buoni compensi e condizioni di lavoro decenti. Era un lavoro pericoloso e sgradevole, ma forniva un reddito sufficiente per una solida vita borghese. A volte c’erano liste d’attesa per ottenere un posto. Ma poi, a partire dai primi anni Sessanta, la Iowa Beef Packers (Ibf) cominciò a rivoluzionare l’industria aprendo stabilimenti nelle aree rurali lontane dalle roccaforti sindacali, assumendo immigrati messicani, introducendo una nuova divisione del lavoro che eliminava la necessità di manodopera specializzata e facendo una guerra spietata ai sindacati.
Alla fine degli anni Settanta, le aziende che volevano competere con l’Ibf dovevano adottare i suoi metodi – o sparire dalla scena. Nell’industria della carne i salari ben presto diminuirono fino al 50 per cento. Oggi è uno dei mestieri con le retribuzioni più basse e il turnover più alto. Le aziende di regola ogni anno cambiano quasi completamente la loro forza lavoro. Non ci sono più liste d’attesa per i mattatoi. La mancanza di personale è un problema generalizzato che rende il lavoro ancora più pericoloso.
In un periodo di tempo relativamente breve, quella della carne è diventata anche un’industria altamente centralizzata e concentrata che assicura un enorme potere a poche grandi imprese agroindustriali. Nel 1970 le quattro maggiori aziende del settore controllavano appena il 21 per cento del mercato della carne. Oggi Ibp, ConAgra, Excel (una consociata della Cargill) e National Beef controllano l’85 per cento circa del mercato.
Ma se le aziende sono diventate molto più potenti, i sindacati si sono fortemente indeboliti. Solo la metà dei dipendenti della Ibf è iscritta a un sindacato, e questo ha permesso alla società di imporre uno standard di stipendi bassi e dure condizioni di lavoro. Dato l’alto livello di turnover dell’industria, per un sindacato è difficile anche solo garantire la propria presenza in uno stabilimento, perché ogni anno deve conquistarsi la fedeltà di una nuova schiera di lavoratori.
In alcuni mattatoi americani più di tre quarti dei dipendenti non sono di madrelingua inglese, parecchi non sanno leggere nessuna lingua e molti sono immigrati clandestini. Una nuova manodopera immigrata circola attualmente nelle città di High Plains, specializzate nella lavorazione della carne. Un salario di nove dollari e mezzo l’ora sembra incredibile a uomini e donne appena arrivati dalle aree rurali del Messico, dove la paga è di sette dollari al giorno. Sono lavoratori abituati a faticare nei campi, e diventano buoni operai. Ed è anche difficile che protestino o che sfidino i loro superiori, che facciano causa all’azienda, organizzino dei sindacati e si battano per i loro diritti legali. Per lo più sono poveri, vulnerabili e impauriti. Per un datore di lavoro sono gli operai ideali: a basso costo e intercambiabili. Usa e getta.
Uno dei fattori cruciali per la redditività di un mattatoio è anche il maggiore responsabile di molti dei suoi più gravi pericoli: la velocità della linea di produzione. Quando uno stabilimento è dotato di personale ed è equipaggiato e funzionante, più capi di bestiame vengono macellati in un’ora e minori sono i costi di lavorazione. Se la linea di produzione si ferma, per qualsiasi motivo, i costi salgono. Maggiore velocità significa maggiori risparmi e maggiori profitti. Venticinque anni fa la velocità standard di un mattatoio americano era di circa 175 capi l’ora. Oggi alcune linee di produzione si avvicinano ai 400. L’aumento è dovuto in parte alle innovazioni tecnologiche, e per il resto all’impotenza dei lavoratori del settore.
Maggiore velocità significa anche maggiori pericoli. Quando centinaia di operai sotto pressione sono allineati uno accanto all’altro in una lunga fila e maneggiano coltelli affilatissimi, possono succedere cose terribili. L’infortunio più comune in un mattatoio è la lacerazione. Gli operai si accoltellano oppure accoltellano qualcuno accanto a loro. Cercano disperatamente di mantenere il ritmo mentre le carcasse avanzano rapidamente, appese a enormi ganci attaccati a una catena che scorre sopra le loro teste. Incidenti di ogni tipo – con strumenti elettrici, seghe, coltelli, nastri trasportatori, pavimenti scivolosi, carcasse che cadono – diventano più probabili quando la catena si muove troppo in fretta. L’infermiera di un mattatoio mi ha detto che riesce a indovinare la velocità della linea dal numero di persone che arrivano nel suo ambulatorio.
La regola d’oro in uno stabilimento per la lavorazione della carne è “la catena non deve fermarsi”. Gli ispettori della Usda possono fermare la linea per garantire la sicurezza degli alimenti, ma le aziende fanno di tutto perché giri alla massima velocità. Niente deve ostacolare la produzione, né i guasti meccanici né le rotture né gli incidenti. Gli elevatori a forca si spaccano, le seghe si surriscaldano, gli operai fanno cadere i coltelli, gli operai si tagliano, cadono e rimangono privi di sensi sul pavimento mentre le carcasse passano gocciolando sopra di loro, ma la catena continua a girare. “La catena non si ferma mai”, mi ha detto Rita Beltran, un’ex operaia della Ibp. “Ho visto gente ferita, con il sangue che zampillava dalle vene lacerate: stavano quasi per morire. Poi arrivava il ragazzo della manutenzione con la varechina per togliere il sangue dal pavimento, ma la catena non si ferma mai, mai”.

Lesioni invisibili
Albertina Rios faceva la casalinga in Messico prima di emigrare in America, quasi vent’anni fa, e andare a lavorare per la Ibp a Lexington, in Nebraska. Mentre insaccava budella per otto ore al giorno, Rios si infortunò alla spalla destra. Per un breve periodo le venne assegnata una mansione più leggera, ma lei chiese di poter svolgere un lavoro pagato meglio, pulire le teste, un’occupazione impegnativa che la costringeva a spostare pesanti secchi di carne tutto il giorno. Quando si lamentava per il dolore con il suo supervisore, lui la accusava di essere pigra. Alla fine Albertina venne sottoposta a un’operazione alla spalla e a due interventi alle mani per la sindrome del tunnel carpale, un disturbo frequente e doloroso provocato da lunghe ore di gesti ripetitivi.
Nell’industria della carne, alcuni degli infortuni più debilitanti sono i meno visibili. Anche una lacerazione profonda, se viene suturata correttamente, riesce a guarire. Ma le lesioni da trauma cumulativo a cui sono spesso soggetti i lavoratori del settore possono provocare un’invalidità permanente. La rigorosa regolamentazione e divisione del lavoro nei mattatoi costringe gli operai a ripetere sempre gli stessi movimenti per tutta la durata del loro turno. Far tagliare lo stesso coltello diecimila volte al giorno o sollevare lo stesso peso ogni manciata di secondi può causare gravi danni alla schiena, alle spalle o alle mani. A parte un paio di intervalli di un quarto d’ora e una breve pausa per il pranzo, il lavoro non dà tregua.
Il tasso di lesioni da trauma cumulativo nell’industria della carne è il più alto dell’industria americana. È circa 33 volte superiore alla media nazionale. Secondo le statistiche federali ogni anno quasi il 10 per cento degli addetti denuncia una lesione da trauma cumulativo. Di fatto, è molto difficile trovare un operaio di quest’industria che non soffra di qualche dolore ricorrente. Per lavoratori manuali non specializzati e privi di istruzione, le lesioni da trauma cumulativo come l’ernia del disco, le tendiniti o “il dito a scatto” (sindrome per cui il dito si piega e rimane bloccato) possono limitare per sempre la capacità di guadagnare un reddito sufficiente. Molte di queste patologie sono incurabili.
Ho incontrato molti operai che avevano riportato lesioni da trauma cumulativo, eppure c’è un’immagine che non riesco a togliermi dalla mente. È quella di alcune cicatrici bianche su una pelle scura.
Ana Ramos arrivò dal Salvador e andò a lavorare nello stesso stabilimento della Ibp dove lavorava Albertina Rios. Tagliava i peli dalla carne con le forbici. Le sue dita cominciarono a irrigidirsi e le sue mani a gonfiarsi, ebbe dei problemi alle spalle perché trasportava casse da 15 a 30 chili. Ricorda di essere andata più volte dal dottore dell’azienda a descrivergli il dolore che provava, per sentirsi dire che il problema era solo nella sua testa. Lasciava l’ambulatorio piangendo. Nel gennaio del 1999 Ana subì tre interventi nello stesso giorno, uno alla spalla, uno al gomito e uno alla mano. Una settimana dopo il dottore la rimandò al lavoro.
Ci vogliono mesi o anni per arrivare a una lesione da trauma cumulativo, ma certi incidenti succedono in un attimo. Un errore banale, una mossa falsa, una macchina difettosa e la tua vita cambia per sempre.
In Messico Raul Lopez era falegname, faceva sedie, tavole e testate da letto, poi nel 1995 emigrò negli Stati Uniti per lavorare nell’edilizia a Santa Fe, nel Nuovo Messico. All’epoca aveva vent’anni e dopo aver gettato fondamenta di cemento per due anni si trasferì a Greeley e trovò un impiego nello stabilimento della Monfort Beef, dove la paga era migliore. Lavava le pelli degli animali scuoiati, tagliava le zampe e le teste, le sollevava con l’aiuto di uno strumento meccanico e le appendeva a un gancio. Era uno dei lavori più difficili dello stabilimento. Ogni pelle pesava circa 90 chili e lui ne sollevava più di 300 ogni ora. Era bravo nel suo lavoro e il supervisore lo usava per sostituire gli operai assenti. Alla fine della giornata le mani e le spalle gli facevano male, ma per due anni e due mesi non ebbe incidenti.
Il 22 novembre 1999, verso le sette del mattino, Lopez stava sostituendo un compagno assente, era in piedi su una piattaforma alta più di un metro e sollevava le pelli da una vasca piena d’acqua che serviva a lavare via il sangue e la sporcizia. Le pelli erano appese ai ganci di una catena che scorreva sopra la sua testa. La stanza era fredda e fumosa, e non ci si vedeva bene. Più avanti, lungo la linea, dovevano esserci dei problemi, mala catena continuava a girare e Lopez cercava disperatamente di non restare indietro. Improvvisamente uno dei suoi guanti di maglia d’acciaio si impigliò nella catena e cominciò a trascinarlo lungo la linea verso l’acqua sporca e insanguinata profonda un metro. Lopez si aggrappò alla catena con la mano libera e gridò per chiedere aiuto. Qualcuno si precipitò in un altro camerone e prese una decisione eccezionale: fermò la linea. Il braccio rimasto intrappolato nella catena, il sinistro, era parzialmente schiacciato. Lopez perse un litro e mezzo di sangue e rischiò di morire.
Venne portato in ospedale a Denver, subì la prima di una serie di operazioni e sopravvisse. Cinque mesi dopo soffriva ancora come un cane e doveva essere medicato molto spesso. Eppure, racconta, un medico dell’azienda lo fece tornare al lavoro. Il suo ex supervisore non lavorava più nello stabilimento. Gli raccontarono che un giorno aveva piantato tutto in asso e se ne era andato, perché era ancora sconvolto dall’incidente.
Ho incontrato Lopez in un bel pomeriggio di primavera. Il suo modesto appartamento è a poche centinaia di metri dal mattatoio. Il soggiorno è meticolosamente ordinato e pulito, con una montagna di giocattoli e una grande vetrina piena di curiosità degli indiani d’America. Lopez oggi lavora nell’infermeria dello stabilimento, all’archivio.
Ogni giorno vede come vengono curati gli operai infortunati – ricevono del Tylenol e sono rispediti al lavoro – e teme che la ConAgra voglia sbarazzarsi di lui. Ha il braccio sinistro appeso al collo, raggrinzito e senza vita. È un peso morto che gli provoca forti dolori al collo e alla schiena. Lopez vuole che l’azienda gli paghi un’operazione sperimentale che potrebbe restituirgli una certa capacità di movimento. L’alternativa potrebbe essere l’amputazione. La ConAgra si limita a rispondere che sta soppesando le varie alternative mediche. Lopez ha 26 anni ed è convinto che il suo braccio tornerà a funzionare. “Prego ogni notte per l’operazione” dice senza perdere il suo aspetto cortese e dignitoso. Durante la nostra conversazione si alza più volte e lascia improvvisamente la stanza. Sua moglie Silvia è seduta di fronte a me sul divano con il loro bambino di un anno in braccio. La figlia di tre anni entra ed esce allegramente dal portico. Ogni volta che la porta di ingresso si apre per farla passare, la leggera brezza del nord fa entrare nella stanza un odore di morte.

No comment
Le aziende per la lavorazione della carne si rifiutano di commentare i casi di singoli dipendenti come Raul Lopez, ma ripetono di essere sinceramente interessate al benessere dei loro operai. La salute e la sicurezza, affermano, sono la prima preoccupazione di ogni supervisore, caposquadra, infermiere, ispettore medico e dottore dell’azienda. “È nostro preciso interesse aver cura dei nostri dipendenti e assicurarci che siano ben protetti e in grado di lavorare ogni giorno”, dice Janet M. Riley, vicepresidente dell’American Meat Institute, l’associazione industriale di categoria. “Facciamo di tutto per aumentare la sicurezza dei lavoratori. È assolutamente a nostro vantaggio”.
La sincerità di queste affermazioni si tocca con mano soprattutto in Texas, dove le grandi imprese della carne godono della massima libertà. Per molti versi, il vero cuore di quest’industria è il Texas. Circa un quarto di tutto il bestiame macellato ogni anno negli Stati Uniti – nove milioni di animali circa – viene lavorato negli stabilimenti del Texas. Un senatore dello Stato, Phil Gramm, è il più potente alleato dell’industria al Congresso. Sua moglie, Wendy Lee, fa parte del consiglio d’amministrazione della Ibp. Anche i tribunali e il parlamento dello Stato si sono dimostrati benevoli. Di fatto, in Texas molti dipendenti infortunati si trovano ad affrontare un sistema che è stato concepito non solo per ostacolare qualsiasi esame indipendente delle loro condizioni mediche, ma anche per impedire che dopo un incidente si rivolgano alla legge.
Negli ultimi tempi gli sforzi di alcuni gruppi d’interesse per “riformare” il diritto all’indennizzo hanno reso più difficile per i lavoratori infortunati ottenere un risarcimento. In Colorado il primo progetto di legge per “riformare il risarcimento” è stato promosso nel 1990 da Tom Norton, un senatore conservatore di Greeley. Sua moglie Kay all’epoca era uno dei vicepresidenti della ConAgra Red Meat. In base alla nuova legge del Colorado, che stabilisce il tetto degli indennizzi, il risarcimento massimo per la perdita di un braccio è 37.738 dollari. La perdita di un dito vale da 2.400 a 9.312 dollari, a seconda che si tratti di un medio, di un mignolo o di un pollice.
Le aziende per la lavorazione della carne hanno un interesse dichiarato a mantenere i risarcimenti al livello più basso possibile. Ibp, Excel e ConAgra sono tutte autoassicurate. Ogni centesimo speso per i dipendenti infortunati è un centesimo di profitto in meno. Supervisori e caposquadra dei mattatoi, i cui premi annuali di regola sono legati ai tassi di infortunio dei loro operai, scoraggiano spesso i dipendenti dal denunciare gli infortuni o rivolgersi al pronto soccorso.
La cultura dei conservifici invita a tenere la bocca chiusa e a lavorare soffrendo. Assegnare un operaio infortunato a “mansioni leggere” spesso significa punirlo riducendogli la paga oraria e privandolo degli straordinari. Quando una ferita è visibile e innegabile – un’amputazione, una lacerazione grave, una bruciatura da sostanze chimiche – le aziende di solito non contestano le richieste del lavoratore e non cercano di evitare i risarcimenti. Ma quando i danni sono meno evidenti o i lavoratori non sembrano inclini a collaborare, le aziende spesso bloccano ogni tentativo di ottenere un indennizzo. Un dipendente infortunato può aspettare fino a tre anni per avere il rimborso delle fatture mediche. Da un punto di vista economico, l’azienda ha un forte interesse a rinviare ogni pagamento per ottenere una composizione meno costosa. Spingere qualcuno ad andarsene è ancora più conveniente: un dipendente infortunato che lascia il lavoro non ha più diritto a un risarcimento. Non è raro trovare lavoratori infortunati che per rappresaglia sono stati assegnati a compiti insensati o sgradevoli, un chiaro messaggio per spingerli ad andarsene. Sono costretti a starsene seduti tutto il giorno a sorvegliare un’uscita di emergenza.

Un modulo ricattatorio
In Texas le aziende di lavorazione della carne non hanno bisogno di manipolare il sistema dei risarcimenti perché non sono neppure tenute a parteciparvi. Il Texas Workers Compensation Reform Act del 1989 permetteva alle aziende private di ritirarsi dal sistema statale di risarcimento dei lavoratori. Anche se la legge riconosceva ai dipendenti infortunati il diritto di fare causa ai datori di lavoro che si erano ritirati dal sistema, questa disposizione in seguito è stata messa in discussione. Quando un lavoratore ha un incidente in uno stabilimento della Ibp in Texas, per esempio, gli viene immediatamente presentato un modulo di rinuncia. Il modulo recita: “Mi sono infortunato durante il lavoro e faccio domanda per i sussidi offerti dalla Ibp in base al suo Programma di Composizione degli Infortuni sul Lavoro.
Perché la mia domanda sia accolta devo accettare le regole di detto Programma. Ho ricevuto una copia del sommario. Accetto il Programma”.
Firmare questo modulo significa rinunciare per sempre al diritto – e al diritto della propria famiglia e dei propri eredi – di citare la Ibp per qualunque motivo. I dipendenti che firmano il modulo di rinuncia possono ricevere immediata assistenza medica in base al programma della Ibp. Ma possono anche non riceverla. Una volta che hanno firmato, la Ibp e i medici che lavorano per l’azienda hanno il pieno controllo delle terapie collegate all’infortunio – per tutta la vita. In base alle disposizioni del programma, ricorrere alle cure di un medico indipendente può essere un motivo per perdere tutti i benefici medici. Se il dipendente si oppone a una qualche decisione, la controversia può essere sottoposta a un arbitro approvato dalla Ibp. L’azienda sostiene che le rinunce sono destinate a “garantire con maggiore efficacia assistenza medica di qualità ai dipendenti che hanno subito infortuni sul lavoro”. I dipendenti che si rifiutano di firmare la rinuncia predisposta dalla Ibp rischiano non solo di non ricevere l’assistenza medica dall’azienda, ma anche di essere immediatamente licenziati. Nel febbraio del 1998, la Corte Suprema del Texas ha stabilito che le compagnie che non partecipano al sistema di risarcimento dello Stato possono licenziare i dipendenti solo perché si sono infortunati.
Oggi un operaio della Ibp che ha un incidente sul lavoro deve affrontare un difficile dilemma: firmare la rinuncia e forse ricevere immediata assistenza medica rimanendo per sempre in debito con l’azienda. Oppure rifiutarsi di firmare, rischiare di perdere il posto, non ricevere nessun aiuto per le fatture mediche, rivolgersi al giudice e sperare un giorno di vincere una grossa cifra.
I lavoratori infortunati firmano quasi sempre la rinuncia. Le pressioni sono immense. Un incaricato della Ibp si precipita a portare la rinuncia nel pronto soccorso dell’ospedale per ottenere la firma del dipendente infortunato. Karen Olsson, in un’eccellente inchiesta per il Texas Observer, ha descritto fino a che punto può spingersi Terry Zimmerman, un dirigente della Ibp, per ottenere una rinuncia. Quando la mano destra di Lonita Leal venne maciullata da un tritacarne nello stabilimento della Ibp ad Amarillo, Zimmerman la convinse a firmare la rinuncia con la sinistra mentre aspettava di entrare in camera operatoria. Quando le mani di Duane Mullin furono schiacciate da un mulino a martelli nello stesso stabilimento, Zimmerman lo persuase a firmare la rinuncia tenendo la penna con la bocca.
A differenza della Ibp, in Texas la Excel non ha neppure bisogno di ottenere un modulo firmato. La rinuncia è compresa nel contratto sindacale che molti dipendenti firmano senza neppure rendersene conto al momento dell’assunzione. Quando subiscono un infortunio, questi lavoratori a volte si sentono furibondi non solo con il loro datore di lavoro ma anche con il sindacato. A marzo la Corte Suprema del Texas ha confermato la validità di questa prassi, dichiarando che la “libertà di contratto” permette agli americani di rinunciare con una firma ai diritti riconosciuti dalla legge. Prima che la rinuncia entrasse a far parte del contratto standard, la Excel era stata chiamata a rispondere del suo comportamento.
Hector Reyes è uno dei pochi che ha saputo mettere a frutto la sensazione di essere stato tradito. Per 25 anni suo padre era stato un operaio addetto alla manutenzione nello stabilimento della Excel a Fiona, un paio di ore a sudovest di Amarillo, in Texas. Da ragazzo, a Reyes piaceva lavorare nei magazzini per fare l’inventario. Era cresciuto intorno al mattatoio. Qualche anno dopo divenne un campione di boxe e andò a lavorare per la Excel nel 1997, a 25 anni, per guadagnarsi da vivere mentre continuava ad allenarsi. Un giorno gli chiesero di ripulire dal grasso le ventole nella stanza dei carrelli. Reyes fece come gli avevano detto, si arrampicò su una scala nella stanza rumorosa e piena di vapore e pulì i bocchettoni sospesi in alto. Ma una delle ventole non aveva una vera e propria calotta e in un attimo la lama gli troncò quattro dita della mano sinistra. Lui scese dalla scala e si mise a gridare invocando aiuto, ma non venne nessuno mentre il sangue continuava a zampillare dalla ferita. Così Reyes raggiunse da solo l’infermeria, dove gli venne immediatamente chiesto di fornire un campione d’urina. Sconvolto dallo spavento e dal dolore, Reyes non riusciva a capire perché volessero a tutti i costi la sua urina. Per quanto ci provasse, non riusciva a farne neppure un goccio. L’infermiera chiamò un’ambulanza, ma disse che non gli avrebbe dato nessun antidolorifico finché non avesse urinato in una tazza.
Reyes più tardi si rese conto che se le analisi tossicologiche dell’urina fossero state positive, la Excel non avrebbe dovuto pagare nessuna delle sue fatture mediche.
La richiesta di urina significava aggiungere al danno la beffa: Reyes era un atleta e non aveva mai fatto uso di droghe. Finalmente riuscì a urinare e ricevette qualche farmaco. Il test risultò negativo.
Nella sua quarta notte all’ospedale di Lubbock, Reyes fu svegliato a mezzanotte e si sentì dire che il giorno dopo doveva presentarsi al lavoro a Fiona, a due ore di macchina. A guidare doveva essere sua moglie, ma era incinta di tre mesi. Reyes si rifiutò di lasciare l’ospedale fino al giorno dopo. Nei tre mesi successivi rimase semplicemente a sedere in una stanza insieme ad altri lavoratori infortunati, o a riempire fogli per otto ore al giorno, poi andava a Lubbock per un’ora di fisioterapia e un’ora di medicazione della ferita prima di tornarsene a casa. Ricorda che un supervisore lo accusò di essere già costato troppo all’azienda.
Reyes voleva andarsene a tutti i costi, ma sapeva che avrebbe perso tutta l’assistenza medica. Sviluppò manie suicide, era depresso per la fine della sua carriera di pugile e la mutilazione subita. Ma dato che il sindacato non aveva ancora inserito la rinuncia nel contratto della Excel, Reyes potè fare causa alla società perché non lo aveva preparato adeguatamente alle sue mansioni e perché non rispettava le norme di sicurezza dell’Osha. Nel 1999 ha ottenuto una rara vittoria legale: 879.312 dollari e 25 centesimi per le lesioni fisiche e un milione di dollari per i danni morali. Con il contratto attualmente in vigore alla Excel è impossibile ottenere vittorie di questo tipo.
Le norme di sicurezza federali dovevano proteggere i lavoratori indipendentemente dai capricci delle leggi statali come quelle adottate in Texas. Ma è difficile che nel prossimo futuro l’Osha possa fare qualcosa per i dipendenti dell’industria della carne. L’agenzia ha meno di 1.200 ispettori per accertare i rischi alla sicurezza nei circa sette milioni di posti di lavoro del paese. La multa massima dell’Osha per la morte di un dipendente a causa della negligenza del suo datore di lavoro è 70mila dollari, una cifra che difficilmente può intimorire i dirigenti di aziende agroindustriali che vantano profitti di decine di miliardi di dollari. Uno dei primi atti del presidente Bush è stato annullare uno standard ergonomico dell’Osha sui danni provocati dai gesti ripetitivi a cui l’agenzia aveva lavorato per quasi un decennio. La sua iniziativa è stata accolta con grande favore dalla Ibp e dall’American Meat Institute.
Il nuovo presidente della Sottocommissione della Camera per la tutela della forza lavoro, che esamina tutte le norme attinenti all’Osha, è il repubblicano Charles Norwood, della Georgia. Nel 1997 Norwood è stato un sostenitore dichiarato della riforma dell’Osha – un progetto di legge che di fatto avrebbe abolito l’agenzia. Ex dentista, Norwood ha cominciato a occuparsi di politica nei primi anni Novanta perché trovava oltraggioso che le norme dell’Osha per frenare la diffusione dell’Aids lo costringessero a usare un paio di guanti nuovi per ogni paziente. E ha pubblicamente sostenuto che molti lavoratori hanno lesioni da sforzi ripetuti non a causa del loro mestiere ma perché sciano e giocano troppo a tennis.

L’indennizzo negato
Michael Glover sta ancora aspettando un indennizzo dalla Ibp, che è stata il suo datore di lavoro per oltre vent’anni. Per 16 di questi anni Glover ha spaccato carcasse nello stabilimento di Amarillo. Ogni 20 o 30 secondi una carcassa appesa a un gancio si avvicinava alla sua postazione. Lui prendeva una “sega elettrica molto, molto pesante” e tagliava dal basso verso l’alto, spaccando l’animale a metà prima che raggiungesse il frigorifero. Era un lavoro che richiedeva forza, agilità e buona mira. Le carcasse dovevano essere segate esattamente nel mezzo. Pesavano circa 500 chili ciascuna e arrivavano una dopo l’altra, senza interruzione, per tutto il giorno. La mattina del 30 settembre 1996, dopo aver segato la sua prima carcassa, Glover si accorse che la piattaforma di acciaio sotto di lui vibrava. Un addetto alla manutenzione ispezionò la piattaforma e constatò che mancava un bullone, ma disse a Glover che poteva continuare tranquillamente a lavorare. Qualche attimo dopo la piattaforma crollò mentre Glover stava segando un’altra carcassa. Cadde da circa due metri d’altezza e si spappolò il ginocchio destro. Mentre giaceva per terra e i suoi compagni cercavano aiuto, la catena continuava a girare perché altri due operai avevano preso il suo posto.
Glover, in stato di shock, fu portato in infermeria sulla sedia a rotelle e perse i sensi. Dovette aspettare quasi quattro ore prima di essere trasportato in clinica. Più di sette ore dopo l’incidente venne finalmente ricoverato in ospedale, dove rimase sei giorni. Il suo ginocchio era troppo maciullato per qualsiasi tipo di intervento, i chiodi non avrebbero tenuto perché l’osso si era frantumato in molti pezzi.
In seguito gli venne inserito un ginocchio artificiale. Glover soffrì moltissimo ed ebbe una lunga serie di complicazioni: emboli, ulcere, flebiti. Eppure, racconta, l’Ibp lo spinse a tornare al lavoro sulla sedia a rotelle in pieno inverno. Quando nevicava, diversi uomini dovevano trasportarlo di peso dentro lo stabilimento. Una volta accertato che il ginocchio non sarebbe mai perfettamente guarito, la Ibp decise di sbarazzarsi di lui. Ma Glover si rifiutò di lasciare il lavoro e di perdere tutti i sussidi medici. Gli vennero assegnate una serie di mansioni umilianti. Per un mese rimase seduto nel bagno maschile dello stabilimento per otto ore al giorno con il compito di controllare che sul pavimento non restassero salviette sporche o carta igienica.
“Michael Glover ha giocato rispettando tutte le regole della Ibp”, dice il suo avvocato, James H. Woods, fiero avversario del sistema di indennizzi e risarcimenti del Texas. Il giorno dell’incidente Glover aveva firmato il modulo, rinunciando al diritto di querelare l’azienda. Allora fece richiesta di arbitrato in base al Programma di composizione per gli infortuni sul lavoro adottato dalla Ibp. Il 3 novembre del 2000 Glover è stato licenziato.
>Dodici giorni dopo si è svolta l’udienza di arbitrato. L’arbitro era Tad Fowler, un avvocato di Amarrilo scelto dalla Ibp. Glover aveva chiesto un risarcimento per le sue condizioni di salute e per le sue sofferenze, più un sussidio a vita dell’azienda. Era sempre stato un dipendente leale e un buon lavoratore. Ora non aveva più un’assicurazione contro le malattie. Il suo unico reddito erano i 250 dollari settimanali del sussidio di disoccupazione. Era in arretrato con l’affitto e temeva che la sua famiglia potesse essere sfrattata. Il 20 dicembre Fowler ha reso nota la sua decisione. Non ha concesso a Glover un sussidio a vita ma gli ha riconosciuto 350mila dollari di risarcimento per il dolore e le sofferenze patite.
Glover era in estasi. Anche se il programma di composizione per gli infortuni sul lavoro stabilisce chiaramente che “la decisione dell’arbitro è definitiva e vincolante”, l’azienda finora si è rifiutata di pagarlo. La Ibp sostiene che firmando la rinuncia Glover aveva perso ogni diritto al risarcimento per “il dolore fisico, l’angoscia psicologica, la menomazione e la perdita della gioia di vivere”. La Ibp si è persino rifiutata di pagare l’arbitro, e lo stesso Fowler ha fatto causa alla società perché gli venga riconosciuto il suo onorario. La Ibp gli ha fatto sapere che non richiederà più i suoi servizi di arbitro.
Ora il caso è arrivato davanti a una corte federale. Glover è un uomo orgoglioso che prende le cose con filosofia. Rischia un altro intervento per sostituire il ginocchio artificiale o addirittura un’amputazione. “Come possono licenziarmi dopo 23 anni e mezzo di lavoro”, si chiede, “per un incidente di cui non ho colpa e che mi ha costretto a subire un’operazione terribile, a sopportare lunghi mesi di dolore e sofferenze con l’unica prospettiva di altro dolore e altre sofferenze, e poi rifiutarsi di pagarmi un indennizzo previsto dal loro stesso programma?”.

Fermate la catena
Non c’è una buona risposta alla sua domanda. La risposta più semplice è che la Ibp può farlo perché la legge glielo consente. Michael Glover è solo uno delle migliaia di lavoratori dell’industria della carne che sono stati maltrattati e rottamati. Non c’è nulla di casuale o di misterioso nella loro situazione: è il risultato logico delle procedure che prevalgono in quest’industria. La mancanza di coscienza pubblica e di indignazione hanno permesso che gli abusi continuassero, uno dopo l’altro, con l’efficienza di una macchina. Questa catena deve essere fermata.

(Traduzione di Giuseppina Cavallo)

IN LIBRERIA
Sull’industria della carne si può leggere:
•    Paolo P. Biancone, L’economia delle imprese di fast food (Giuffrè 2000)
•    Raffaele Cercola, Il fast food (Cedam 1984)
•    George Ritzer, Il mondo alla McDonald’s (Il Mulino 1997)

L’AUTORE DI QUESTO ARTICOLO
Eric Schlosser collabora con la rivista The Atlantic Monthly.
I suoi articoli sono stati pubblicati anche da Rolling Stone e Us News and World Report. Ha condotto un’inchiesta sulla vita nelle carceri (Internazionale 268), sull’uso di marijuana e sulle leggi statunitensi in materia di droghe. Il suo libro Fast Food Nation (Houghton Mifflin 2001), che rivela come funziona l’industria del fast food, sarà pubblicato in Italia a maggio da Marco Tropea Editore.

Internazionale 420,18 gennaio 2002, pagg. 19-27

Articolo originale: Mother Jones, July 1, 2001

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