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CUORE DI TENEBRA: L’ANGELO NERO

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Old Belgian river station on the Congo River, 1889
Old Belgian river station on the Congo River, 1889

di Alberto Asor Rosa

Come a tener desto il filo d’un discorso del massimo interesse, la casa editrice Einaudi ripubblica, a poche settimane di distanza dalla Linea d’ombra, anche Cuore di tenebra (Heart of darkness) di Joseph Conrad (pagg. 123, lire 12.000), nella traduzione di Alberto Rossi, e con una nota introduttiva di Giuseppe Sertoli densa ed estremamente interessante (anche se, temo, la mia ben più modesta interpretazione si discosterà in più punti dalla sua). Di Cuore di Tenebra la Linea d’ombra rappresenta idealmente l’antecedente immediato, anche se è stata scritta diciott’anni circa dopo l’altro racconto. Marlow, uno dei due protagonisti principali di Cuore di tenebra, è il giovane capitano della Linea d’ombra con dieci anni di più di mare (e di esperienze, e di disinganni) sulle spalle. La linea d’ombra, che egli aveva, nel libro omonimo, appena attraversato, ora è ben lontana nel suo passato: il ricordo di quell’attraversamento la quieta, un po’ opaca e un po’ frusta maturità, che ora lo caratterizza riemerge qua e là nei comportamenti del personaggio. Ma ora egli ha davanti a sé una più consistente ed inquietante linea d’ ombra, una linea d’ombra dove the shadow è diventata the darkness, ed è così sterminata e profonda da minacciare addirittura d’inghiottirlo. La prova di maturazione virile si è trasformata in una lotta per la sopravvivenza in un’oscura zona di confine dove anche la terribile ma elementare forza della naturalità la bonaccia del mare, che nulla può piegare, appare cosa da niente rispetto alla logica affascinante e tentacolare del selvaggio-vivente, della wilderness.
Su di un piccolo yacht da crociera, il Nellie, un gruppo di amici trascorre una serata tranquilla sull’ultimo tratto del Tamigi, che conduce al mare. Tra di essi, c’è un personaggio testimone, che dice io, e descrive la scena; e ce n’è un altro, di nome Marlow, che è l’unico fra loro che ancora seguisse il mestiere del mare. Ed è Marlow che parla, e racconta (come altre volte in Conrad). Racconta che, dopo aver trascorso un periodo assai lungo sulle rotte dell’Oceano Indiano, del Pacifico e dei Mari della Cina, rimasto senza imbarco, aveva brigato per entrare al comando di una nave di una famosa Compagnia europea, operante nell’ambito d’un grande ed ancora in gran parte ignoto territorio africano.
Marlow non fornisce molte precisazioni su questi aspetti storici della narrazione, ma qui s’inserisce una componente sostanziosamente autobiografica, che consente di far luce su molti particolari della vicenda. Sappiamo infatti che nel 1890 Conrad comandò una nave sul fiume Congo, nell’omonimo territorio allora totalmente assoggettato all’influenza belga (e, infatti, Bruxelles è la tetra città europea, dominata dall’avidità e dall’interesse, dove Marlow va a ricevere le consegne dall’onnipotente Compagnia, ossia dalla Société Anonyme Belge pour le Commerce du Haut-Congo, controllata dallo stesso re Leopoldo II). Marlow, dunque, raggiunge via mare le prime e più esterne stazioni commerciali di quella colonia, assistendo fin dall’inizio ad orribili spettacoli di sfruttamento e abbrutimento della popolazione negra; indi si sposta faticosamente a piedi fino ad una Stazione centrale, dove ha la sorpresa di trovare la sua barca affondata nelle acque fangose del fiume. Mentre intraprende una faticosissima opera di recupero, ha modo di conoscere a fondo la popolazione bianca del luogo: un branco di avventurieri votati unicamente alla conquista dell’avorio, persone senza fede e senza idealità, che bene rappresentano l’avida conquista europea del selvaggio ma ingenuo e indifeso mondo africano (La parola avorio echeggiava nell’aria, sussurrata, sospirata. C’era da supporre che le rivolgessero delle preghiere. Un lezzo di rapacità imbecille circolava per ogni dove, a zaffate, come il fetore di un qualche cadavere). Quando il recupero del battello è terminato, Marlow naviga, insieme con l’indisponente e vuoto Direttore di questa Stazione e alcuni dei suddetti pellegrini bianchi, verso una lontana Stazione interna, del cui capo, un certo Kurtz, ha già sentito parlare più volte durante il suo viaggio. Kurtz viene descritto da tutti come un personaggio eccezionale, un idealista, un riformatore, che ha ben presente l’obiettivo dell’incivilimento dei selvaggi e del miglioramento delle loro condizioni di vita accanto a quello economico del guadagno e del profitto. È un fatto, comunque, che dalla sua Stazione proviene più avorio di quanto ne arrivi da tutte le altre stazioni del territorio: e questo, naturalmente, basta a far alzare le quotazioni mondane del personaggio. Man mano che il faticoso viaggio lungo il fiume si svolge, aumenta la pressione, fisica e psicologica, della natura selvaggia sul minuscolo e pure tanto composito universo bianco, che quel guscio di noce contiene. Marlow: E noi che ci eravamo avventurati là dentro, cos’eravamo mai? Avremmo saputo padroneggiare quella cosa muta, o non essa ci aveva in sua signoria? Sentivo quanto immane, quanto tremendamente immane fosse quella cosa che non parlava e che presumibilmente era anche sorda… Si va dunque, lentamente ma inesorabilmente, verso il cuore della tenebra. Nei pressi della Stazione interna la nave è assalita, con frecce e con lance, da un’orda di selvaggi, più disperati che inferociti: si saprà poco più tardi che è stato Kurtz a sollevarli contro i suoi amici bianchi per sfuggire alla loro presa. Marlow ha così l’improvvisa, lancinante rivelazione che una modificazione profonda è avvenuta: Kurtz si è immedesimato prodigiosamente nel cuore della tenebra, è divenuto, per molti versi, il capo, temuto e idolatrato, di quella tribù. Ma, per altri versi, calandosi in questa situazione anomala ed atroce, egli ha tenuto alto il vessillo dell’economia imperialistica: il molto avorio di cui ha rifornito la sua Compagnia non è il frutto, come si pensava, di abili transazioni commerciali, ma di feroci razzie e di violenze senza nome: ne fanno fede le teste dei nemici infilzate sui pali che circondano la sua squallida residenza. Kurtz viene strappato al suo regno e al suo demonio. Strappato? La cosa è incerta. Il suo superomismo pencola tra l’Africa selvaggia e la selvaggia Europa: impedisce ai suoi fedeli neri di sterminare il drappelletto di bianchi, che pure lo sottrae alla loro allucinante devozione; fugge dalla barca per ritornare al suo popolo, ma viene ripreso, e anche in quel momento rinuncia a gridare per farsi salvare. È malato, profondamente malato: ma nell’interno è malato, prima che nel fisico. Non sopravvive che pochi giorni all’imbarco. Muore tra la soddisfatta allegrezza di tutti i bianchi del battello, che vedono scomparire in lui una presenza inquietante o una superiorità minacciosa o una concorrenza temibile. L’unico a ricordarlo, e a prestare un amaro tributo alla sua memoria, è Marlow: Già, son rimasto a sognare il mio incubo fino in fondo, a dar prova ancora una volta della mia lealtà verso Kurtz. Il mio destino! Che bizzarra cosa la vita questo misterioso congegno di implacabile logica in vista di uno scopo tanto futile…
Ci sono scrittori che attirano l’attenzione più sul simbolo che sul racconto e altri che seguono la strada opposta. Conrad appartiene a questa seconda categoria: è un narratore nato, che ricama su quel che effettivamente ha visto e conosciuto e vissuto. La peripezia e l’avventura, ingredienti del grande racconto classico, costituiscono la base anche della sua narrativa. Eppure, quale straordinaria, complessa e poliedrica forza simbolica scaturisce dal suo racconto! All’endiade contrapposizione Occidente-Oriente egli ha voluto sostituire questa volta quella Europa-Africa. In questo modo è vero ha messo in primo piano e violentemente sottolineato l’elemento storico, il fattore contestuale, entro il quale la vicenda si svolge: quello della vituperazione, dell’abominio e della condanna dello sfruttamento coloniale, come storicamente aveva preso forma negli ultimi decenni dell’Ottocento, in Oriente, ma soprattutto in Africa, ad opera delle nazioni europee più evolute. Sono pagine di altissimo pathos etico quelle in cui Marlow scopre con angoscia, intendiamoci, con vera angoscia e con turbamento che gli esseri primitivi che gli si parano dinanzi sono suoi simili: La terra non aveva nulla di terrestre, e gli uomini… no, non erano inumani. Ebbene, vi assicuro che questo era il peggio: questo sospetto che lentamente si faceva strada, che essi non fossero inumani. Quella gente urlava, saltava, piroettava, faceva certe smorfiacce orrende; ma quel che vi stringeva il cuore era proprio il senso della loro umanità, non altra dalla nostra: il senso di una remota parentela con quel selvaggio e appassionato tumulto… Pure, il discorso conradiano non s’arresta qui. Anche gli Imperi tramontano, mentre Cuore di tenebra continua, e continuerà per sempre a mandare il suo cupo bagliore. Altri elementi, dunque, si selezionano e si affermano accanto a questo. Come la Linea d’ombra, anche Cuore di tenebra si presenta come un grande racconto virile. Su questo non s’insisterà mai abbastanza. L’elemento femminile è ben presente in Conrad, ma è marginale, sussidiario, rispetto a quello maschile, incarnato da due tipi tanto diversi come Marlow e Kurtz. In Kurtz l’elemento virile è rappresentato dalla totale smodatezza, dal rifiuto di ogni limite, dalla ricerca di un rischio che sfida ogni confine l’amore astratto del rischio per sé, per realizzare il possesso totale di sé e insieme di qualsiasi altra cosa. In Marlow, al contrario, l’elemento virile è rappresentato dall’osservanza della regola. Gli unici elementi camerateschi che compaiano in questo libro, si manifestano tra Marlow e il capitano svedese di una piccola nave a vapore e il singolare giovane russo succube di Kurtz: in ambedue i casi, è la marineria a determinarli (come, del resto, nella Linea d’ombra). Ma Marlow si spinge anche un po’ più in là: Quel che ci salva, dice, è l’idea dell’efficienza: il nostro culto dell’efficienza (the devotion to efficiency). Questo culto dell’efficienza può anche diventare amore: è quanto accade a Marlow nei tre lunghi mesi in cui passa tutte le sue giornate a salvare il vecchio trabiccolo dal fango e dalla dissoluzione. L’efficienza, ossia il lavoro, apre le porte alla conoscenza di noi stessi; e la conoscenza di noi stessi, è un modo come un altro per esprimere amore: Ci avevo tanto faticato attorno che avevo finito per amarlo… Marlow è, dunque, un paradossale eroe del beruf weberiano radicalizzato dal rapporto con il selvaggio ambiente africano. Ma non è solo questo. Marlow è anche un narratore. È da questa duplicità del personaggio eroe narratore che nasce l’infinità di sensi che un racconto come questo sprigiona. Si va ben al di là di qualsiasi interpretazione storicistica, documentaria. Per capirne qualcosa, bisogna tornare un istante sulla struttura stessa del racconto e cercare d’intendere cosa voglia dire il fatto assai singolare che Conrad racconti di un io che racconta Marlow che racconta Conrad (il Conrad vero dell’esperienza congolese) che racconta Kurtz. Da questo punto di vista la Linea d’ombra è incomparabilmente più semplice del Cuore di tenebra: lì, dal principio alla fine, il personaggio che si dice io è lo stesso che racconta. La mia ipotesi è che la differenza di complessità narrativa è la stessa che passa, dal punto di vista semantico e simbolico, tra shadow e darkness, tra ombra e tenebra. Conrad, oppresso anche lui dall’insostenibile angoscia della memoria, allontana l’inquietante fascino della Wilderness, della darkness; invece di raccontare lui stesso, o di far raccontare un altro che dice io, inventa una catena narrativa, in cui le voci (e le memorie relative) s’ incastrano indissolubilmente l’una nell’altra, fino a costituire un continuum epico alla maniera aedica. Il suono, l’accento fisico delle voci (si pensi a quella di Kurtz, o dello stesso Marlow, o a quelle molteplici, modulate, diverse e incomprensibili dei selvaggi), hanno un’importanza preminente in questo racconto, quasi a testimoniare la complessità e la molteplicità della comunicazione, proprio mentre se ne nega l’effettiva possibilità: Marlow: No, è impossibile, impossibile comunicare ad altri la sensazione viva di un momento qualsiasi della nostra esistenza… È impossibile. Si vive come si sogna: perfettamente soli (We live, as we dream – alone…). Partendo da questo elementare richiamo alla struttura narrativa del racconto e cioè dal fatto che ci troviamo di fronte a ciò che esattamente si chiama un racconto epico, una narrazione aedica, nel senso più classico del termine cerchiamo di mettere un po’ d’ordine nella straordinaria complessità dei motivi dominanti. Vediamo, intanto, quel che si può pensare e definire come certo. Il viaggio di Marlow e del suo trabiccolo è un viaggio di risalita: un viaggio all’indietro; e si fa verso le sorgenti, attraverso il cuore della tenebra l’insensibile minaccioso viluppo amorfo della foresta tropicale, l’incomprensibile, anche se non disumana, carnalità dei selvaggi e si fa per acqua… Marlow e Kurtz sono, come abbiamo visto, agli antipodi (beruf contro sregolatezza, controllo contro disfrenamento delle passioni) eppure si assomigliano, persino fisicamente: non a caso Marlow narrante assume le fattezze d’un Budda (molto simili a quelle giallastre e scarnificate di Kurtz) per poter capire, e narrare, il senso di un’esperienza ai limiti dell’essere. Certo, tra i due resta un confine, ma un confine tanto impalpabile e casuale che varcarlo o non varcarlo è dipeso, dipende da fattori anch’essi imponderabili, e comunque non logicizzabili. Marlow: È vero, egli aveva compiuto il passo supremo, aveva varcato la barriera, mentre a me era stato permesso di tirare indietro il piede esitante. Forse sta qui tutta la differenza; forse tutta quanta la saggezza e tutta la verità, tutta la sincerità, sono concentrate appunto in quell’imponderabile momento del tempo nel quale si varca la soglia dell’invisibile… Forse possiamo, con queste parole di Marlow, avvicinarci anche ma con quante esitazioni! al cuore dell’enigma, al personaggio centrale rappresentato da Kurtz: arrivato, lui sì, nel cuore delle tenebre, e lui stesso, anzi, cuore delle tenebre. Kurtz, come dice Marlow, è uno che è andato al di là del confine, ha oltrepassato la soglia: un senso di possesso infinito, una totale plurivalenza delle capacità c’è chi lo ricorda grande musicista, eccellente pittore (inequivocabilmente simbolista), trascinatore di folle, eloquente giornalista, intellettuale raffinato che però non ne sviluppa, perché non ne sceglie fino in fondo nessuna (è, a mio giudizio, il tema musiliano dell’uomo senza qualità, che vive la crisi della specializzazione occidentale), preferendo battere la strada della totalità senza limiti, del possesso totale senza specificazioni: il prodotto è un ambiguo intreccio di alto moralismo e di sfrenata passionalità; eroe e cialtrone, essere superiore ed infantile, chiaramente conscio dei suoi alti mezzi e puramente vanesio… Egli è tutto ciò che Marlow sa di poter essere, potrebbe essere, intravede di essere, ma non vuole essere, ingabbiato com’è nella sua corazza di cavaliere errante di una umanità che ha ormai introiettato i suoi orrori sotto una crosta di regolamenti e di procedure rispettabili. Quando Kurtz fugge dal battello smanioso di recuperare il dominio della sua selvaggità, è proprio a Marlow che tocca di cacciarlo e di andarselo a riprendere: non potrebbe mai consentire che al suo doppio sia concessa la sterminata libertà d’ impazzare senza pari (Credetemi o no, la sua intelligenza era perfettamente chiara… Ma la sua anima era folle). Un altro elemento. C’è una linea di divisione, invisibile ma profondissima, che separa il mondo dei selvaggi da quello dei bianchi, ed è la totale assenza di qualsiasi senso del tempo, e quindi, a miglior ragione, della Storia. Il senso del tempo, e quindi della Storia, è strettamente collegato in questo caso si possono usare senza tema le grandi categorie ad una caratteristica fondamentale e strutturale della civiltà occidentale, e solo di questa. L’economia, ad esempio, ha un rapporto strettissimo con l’ uso del tempo ed uno ancor più stretto con la nozione di Progresso, e dunque d’incivilimento. Andando verso il cuore della tenebra, si entra in un mondo in cui il tempo perde il suo senso e, a miglior ragione, la Storia, e dunque il Progresso, e dunque l’incivilimento, ecc. Kurtz si perde, perché perde il rapporto con l’asse temporale, che, nonostante le ciclopiche distanze, continua a collegare, nella mente dei bianchi, Leopoldville a Bruxelles e la raccolta dell’avorio alle fortune dell’Europa: quando ha perduto il senso del tempo, anche lui è perduto, perché anche Kurtz è, irrimediabilmente, una creatura del tempo, e dunque della Storia (giornalismo, arte, cultura, politica, riformismo, ecc. ecc.). Se mettiamo insieme questi vari elementi, possiamo azzardare qualche ipotesi sui sensi mitici, leggendari, del racconto narrato. Esaminato da un certo punto di vista, il viaggio descritto da Marlow è un viaggio acheronteo: per acqua si fanno sia i viaggi genitali sia i viaggi ferali, e non v’è dubbio che quello di Cuore di tenebra appartenga alla specie di questi ultimi. Alla fine, c’è la visione di un’anima dannata che, secondo gli archetipi più consolidati della cultura occidentale-cristiana, paga per tutti il suo peccato di smisurato orgoglio. In questa chiave, Kurtz è l’Angelo caduto: Lucifero. Esaminato da un altro punto di vista, il viaggio descritto da Marlow è un viaggio preistorico: un viaggio, esattamente, nel cuore di quel passato umano in cui la storia deve ancora avere inizio. Questo, del resto, è detto più volte chiaramente nel testo: Eravamo un pugno di uomini erranti sopra una terra preistorica, una terra che aveva l’aspetto d’un pianeta sconosciuto… Il nostro battello avanzava faticosamente sul ciglio di un nero e incomprensibile delirio. Una umanità preistorica ci malediva, ci invocava, ci salutava… In questa chiave, Kurtz è una specie di Prometeo alla rovescia, che ha spento il fuoco ed è rientrato nella nera tenebra. Infine ed è ovviamente l’interpretazione che noi preferiamo il viaggio descritto da Marlow è un viaggio alle fonti dell’essere, del nostro essere, di qualunque essere: e in quanto tale, come la mitica linea d’ombra, il cuore di tenebra non è un’esperienza storicizzabile, perché fa parte dell’esistenza umana, è una parte di noi, è noi, ieri, oggi e sempre. In questa chiave Kurtz è Marlow e Marlow è Kurtz: cioè, ciascuno di noi è Kurtz ciascuno di noi è Marlow quando, s’intende, abbiamo rinunciato ad essere le iene, gli sciacalli, gli avvoltoi, le scimmie e i corvi delle varie stazioni coloniali descritte nel racconto. Vediamo un’ultima componente del racconto: quella erotica. Kurtz ha lasciato in patria una fidanzata giovane e purissima, avvinta a lui da un vincolo indistruttibile; ed ha avuto in colonia una barbarica, fierissima compagna, che lo insegue fino all’ultimo sulla sponda fangosa del fiume. Kurtz, in mezzo a loro, perde definitivamente la sua identità, pur così possente e in sé tanto marcata: egli, infatti, si svuota nel loro pensiero di ogni contenuto determinato e non è più se non ciò che quelle due donne pensano che egli sia. La sua dannazione è dunque anche quella di sparire di fronte alla passione così diversa ma egualmente sterminata ed autentica, pietosamente autentica, delle due amanti: non sappiamo neanche, infatti, se egli ami veramente oppure no. D’altra parte, la principessa della luce nulla sa e non vuole che essere ingannata; la principessa delle tenebre, che invece tutto conosce, è muta, o, per meglio dire, parla una lingua dolorosa e totalmente incomprensibile. L’eros, dunque, non attenua ma accentua all’estremo la completa estraniazione del personaggio. Kurtz muore totalmente solo (l’unica presenza ammessa è, appunto, quella di Marlow, che è puramente testimoniale), come totalmente solo aveva sognato; e Marlow, che al mondo non odia nulla più della menzogna, quando fa da intermediario fra Kurtz e il suo eros, è costretto alla fine a mentire, a spudoratamente mentire: La sua ultima parola per aiutarmi a vivere, mormorò. Non capite che lo amavo che lo amavo che lo amavo! Mi padroneggiai con uno sforzo, e dissi lentamente: L’ultima parola che pronunciò fu… il vostro nome. In realtà, Kurtz, nel momento finale della sua vita, quando sul viso gli si dipinge senza più difesa l’espressione di un cupo orgoglio, di un’energia crudele, di un avvilente terrore, di un’intensa e irrimediabile disperazione, aveva gridato ben altro, con la sua voce ridotta ad appena più di un sospiro. Aveva gridato (o sospirato, gridando): Quale orrore! quale orrore! (The Horror! the horror!). Questo è il punto. Kurtz, morendo, ha una visione (cristianamente): e vede, vede la vita umana, nel suo senso profondo, nei suoi intrecci inesplicabili, nella sua fatale concatenazione con il destino: ed esprime con quel grido una vibrante nota di rivolta, e il terribile volto di una verità intravista: e cioè si badi bene a questa conclusione, perché questa conclusione spiega tutto il resto il misterioso compenetrarsi dell’amore e dell’odio… Ci voleva uno andato ben oltre il confine per dire così chiaramente questa irrimediabile e impenetrabile verità. Ci voleva uno che andasse nel cuore della tenebra per poter raccoglierla e raccontarla. Ci voleva un’esperienza (un experimentum) e ci voleva un racconto , un esploratore e un testimone, un eroe e un messaggero perché questa parte dell’essere ci divenisse visibile. Oggi non facciamo altro che gettare un velo su questa rivelazione. Tutta la politica, tutta la cultura di oggi non sono che infantili tentativi di gettare un velo su questa rivelazione: in attesa che un qualche rinnovato ed autentico viaggio verso il cuore della tenebra ci mostri ancora una volta terribilmente di quale pasta siamo fatti. In fondo, dobbiamo ammetterlo, più che di Kurtz o di Marlow siamo i meschini discendenti degli sciacalli e degli avvoltoi della Stazione centrale belga, alto Congo, anni Novanta del secolo scorso.

La Repubblica, 11 giugno 1989

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