C’ERA UNA VOLTA IN AMERICA: Recensione di Giovanni Grazzini

  • Once Upon a Time in America - Robert De Niro (Noodles) and director Sergio Leone

di Giovanni Grazzini

C’era una volta in America un ragazzaccio ebreo. Corre l’anno 1922 o giù di lì. David Aaronson batte le strade del ghetto di New York con l’arroganza del teppista in erba. Ha soltanto 14 anni ma sa già rendere servizio a Bugsy, il capobanda del quartiere. Insieme ai compagni Patsy, Cockeye e Dominic fa le prime spedizioni punitive: per ora incendia un’edicola di giornali e rubacchia, poi si vedrà. David, soprannominato Noodles perché ha sale in zucca, legge Jack London nel cesso. Spia Deborah, una giovane ballerina, quando danza e si sveste (ancora non sa che sarà il suo grande amore impossibile), ma Venere ha per lui il sorriso già vizioso di Peggy, la figlia della portiera. Quando dal Bronx arriva Max, un poco più adulto degli altri, quella precoce associazione a delinquere si dà uno statuto. Max ha una tempra più dura di Noodles, e meno scrupoli: gli piace comandare, e dunque, ricattando il poliziotto del quartiere che va con le minorenni, vuol prendere intanto il posto di Bugsy. Chi ci rimette subito la pelle è il piccolo Dominic, ma Noodles lo vendica accoltellando Bugsy, per cui si fa sei anni di carcere minorile. All’uscita – Max lo ha aspettato a braccia aperte: gli ha preparato una sgualdrina in un carro funebre – Noodles trova che gli affari vanno a gonfie vele. Anche grazie a un sistema da lui inventato per beffare la polizia, gli amici hanno saputo profittare della legge che vieta la vendita degli alcolici per organizzare un contrabbando in grande stile. È il 1932. Il bar dove hanno il quartier generale è un locale di lusso, con Peggy che si prepara a gestire un bordello. Noodles ha sempre Deborah nel cuore, che lo attira e respinge e ora è in partenza per Hollywood, ma la sua passione finalmente ha il sopravvento sulle buone maniere: dopo una cena romantica, la violenta in automobile. Max ha preso intanto per amante la ninfomane Carol e si è acquistato un trono dal quale predispone colpi sempre più grossi, anche in gioiellerie, e trappole per liquidare una banda di Detroit. Noodles, fedele alla sua vocazione di artigiano del crimine, non sarebbe tanto d’accordo, ma l’amicizia va al primo posto: al più si permette qualche sfuriata. Si arriva così al dicembre 1933, quando viene abolita la legge proibizionista, e per Noodles suona l’ora del destino. Poiché Max, mirando sempre più in alto, ha trescato coi sindacati dei camionisti e ora pensa a una rapina alla Banca Federale che sarebbe un suicidio, la vigilia dell’ultima consegna clandestina di alcolici Noodles telefona alla polizia. Dice di compiere l’infamia per salvare gli amici dalla rovina e progetta di farsi arrestare con loro, ma ha fatto malissimo i conti. Allorché, dopo una sparatoria, vede tutti e tre gli amici sul selciato (un corpo, carbonizzato, è irriconoscibile), ha comunque via libera: può andare a prendersi il milione di dollari della cassa comune che la banda conservava in una valigia alla stazione del Lower East Side. La trova, ahimè, piena di giornali, e comincia a sudar freddo. Chi può aver preso il gruzzolo se non si può dubitare del vecchio amico barista che aveva in consegna la chiave? Noodles va ad affogare la paura e il rimorso in una fumeria d’oppio e poi taglia la corda con un biglietto per Buffalo. Passano i decenni, Noodles sotto falso nome, chissà dove, ogni sera va a letto presto, ed eccoci al 1968. Qualcuno l’ha rintracciato, e gli ha spedito una lettera perché venga a riprendersi, nel cimitero del ghetto, le ossa dei suoi morti. L’uomo ha avuto un brivido, ma la curiosità e il senso di colpa l’hanno spinto a tornare sui luoghi delle imprese giovanili e dell’amore per Deborah. Lo aspettano delle sorprese. Andando in visita alle tombe dei tre amici traditi trova una lapide nella quale è detto che lui stesso ha fatto costruire quel mausoleo, e la chiave della fatale valigia, in cui sono 250.000 dollari e un biglietto: questo è l’anticipo per il tuo prossimo lavoro. Altro che sudar freddo, ora il sangue gli si gela. Ma non arretra, vuol capire, forse espiare. Vede che in Tv si parla d’un senatore Bailey implicato in uno scandalo, visita un ospizio a Bailey intestato e di cui Deborah (divenuta l’amante del senatore) è patronessa, respinge il consiglio della donna di non andare all’appuntamento che Bailey gli ha fissato nella sua villa di Long Island. Si è alla resa dei conti. Il vecchio Noodles, stanco ma sempre attento, è di fronte a un Bailey nel quale forse riconosce Max, ma a cui si ostina a dare del lei. Che cosa vuole da lui quel potentissimo uomo d’affari? Perdio, che lo uccida, Noodles non lo farà, Bailey ci pensi da sé nel modo più infame…
Soltanto a questo punto, dopo aver restituito al filo conduttore il suo ordine cronologico, comprendiamo perché il fascino primo del film sta nel suo mancargli di rispetto. C’era una volta in America non è infatti il banale «film nero» che il nostro riassuntino (al copione hanno lavorato, con Leone, Benvenuti, De Bernardi, Medioli, Arcalli e Ferrini) può far credere, e al quale può ridurlo il montaggio voluto dai produttori americani. Grazie a un complesso sistema di flash-back, mezzo secolo di vicende avventurose s’intrecciano nel ricordo e nelle emozioni di Noodles. Di spessore molto diverso, ma dapprima sublimate dalla memoria, poi strette in un colpo di scena finale che ne fa emergere il peso e il senso. L’impresa di Sergio Leone è lodevole. Per alzare un monumento alla storia del cinema americano e all’immagine controversa dell’America che esso ci ha lasciato, tanto mitizzata dalla sua generazione, Leone ha compendiato in uno spettacolo fluviale tutti i luoghi comuni di decine e decine di film di genere, d’ordine contenutistico e formale, e li ha tradotti negli elementi di una favola nera segnata d’amaro per il tramonto della gioventù, dell’amicizia e dell’amore. Sergio Leone non è certo Beethoven, e nemmeno il Tintoretto del Paradiso (benché il suo film sia proprio un «Inferno» e un «Purgatorio»), ma la compattezza della sua ispirazione e la sapienza del suo concertato fanno del film un’opera degna d’entrare nella storia del cinema dalla porta principale, lasciando da parte i suoi western italiani. Si vede l’edizione di tre ore e quaranta minuti, e non si avverte disagio. Se un film riesce a tenerci tanto tempo con gli occhi fissi allo. schermo vuol dire che ha qualità eccezionali. A noi sembra averle trovate nell’intensità del ritratto di Noodles, al quale Robert De Niro fa onore con una delle sue interpretazioni più ricche di pathos, nei valori figurativi conferitigli dalla fotografia di Tonino Delli Colli, nelle scenografie di Carlo Simi, nelle musiche di Ennio Morricone, nell’apporto di altri attori, fra i quali vanno segnalati James Woods (Max), Elizabeth McGovern (Deborah), Tuesday Weld (Carol). Legati dalla mano robusta di un architetto dell’immagine che sa toccare l’elegiaco e il brutale con un’uguale precisione di accenti per trarne i più profondi effetti emotivi, tutti i timbri del cinema classico hanno eco nel film, ingigantiti dalla solidità dell’orchestrazione. Si trepida, sull’onda di Amapola, col Noodles che dispera di possedere il cuore di Deborah, si è toccati dal rovello di Max che ha messo a suo figlio lo stesso nome di Noodles, atterriti dagli scoppi bestiali di violenza. Ma più ancora si è attratti dal rapporto ambiguo fra i due amici, in cui l’affetto si unisce alla diffidenza, espresso da Leone con un’eleganza di sfumature alla quale si accompagna la fedeltà della ricostruzione ambientale, accuratissima in ogni dettaglio (il ghetto, la fumeria d’oppio…), e l’humour di alcune scene. Lezione di cinema tra le più complete che ci siano state offerte, C’era una volta in America ha avuto, come sappiamo, una gestazione lunghissima. Oggi ci pare che valga i sessantacinque miliardi che è costato. Riflettendo le fatiche di tanti talenti italiani e americani, è un affresco dal quale si staccano momenti e figure di statura memorabile, un’opera di grande respiro spettacolare con la quale il Bob Robertson di Un pugno di dollari, preso appena lo spunto da A mano armata, le memorie del gangster Harry Gray (edite in Italia da Longanesi), va alla ricerca di se stesso e sogna i propri fantasmi, vestiti da Hollywood. Esaltato dalle sue dimensioni, C’era una volta in America è forse il capolavoro del filone nostalgia, un fiorito e accorato addio alla culla del cinema e il suo panegirico.

Da Il Corriere della Sera, 21 maggio 1984

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