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L’ISOLA IN PRIMA LINEA

Dal luglio ’36 all’estate ’37 Cagliari, La Maddalena ed Elmas furono teatro di un intenso traffico marittimo ed aereo, inizialmente nascosto e poi sempre più palese, diretto a sostenere la sollevazione franchista contro il Governo madrileno, a sua volta sostenuto da vari Paesi tra cui Russia, Francia ed Inghilterra. Dalle nostre basi partirono, infatti, volontari ed armi e vennero portati molti attacchi a navi repubblicane e città della penisola iberica. Un’imponente attività bellica a tutt’oggi pressoché sconosciuta

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Breda 65
Breda 65

Durante la guerra di Spagna la Sardegna svolse un ruolo rilevante come base aerea e navale

di Dino Sanna

Nel luglio 1936 si accende in Spa­gna la guerra civile. Da una par­te i nazionalisti del generale Francisco Franco, dall’altra il Frente Popular repubblicano.
Subito la contesa supera le dimensio­ni di una pur sanguinosa questione in­terna e si allarga a coinvolgere le più grandi potenze mondiali. Così, il vero confronto risulterà essere tra fascismo e democrazia, cattolicesimo e libertà re­ligiosa.
Italia e Germania accorrono in aiu­to di Franco mentre Inghilterra, Fran­cia, Russia e numerosi altri Paesi so­stengono i repubblicani nella lotta alle dittature spagnola, tedesca e italiana. Il conflitto finisce per diventare il tragico prologo della seconda guerra mondiale.
Da quel luglio del 1936 un flusso ininterrotto di navi varca il Mediterra­neo verso il porti iberici. I piroscafi tra­sportano armamenti, idealisti, avventu­rieri o soltanto mercenari attirati da una paga cospicua. Queste navi sono spesso scortate da unità da guerra.
Fatalmente, la Sardegna viene chia­mata a svolgere un ruolo di primo pia­no per via della sua posizione geografi­ca, proprio davanti alle rotte da est a ovest.
Nelle basi sarde viene trasferita la 7a divisione navale, mentre nuclei di agen­ti segreti si costituiscono a Madrid, Bar­cellona e Palma di Maiorca.
Da molto tempo il duce pensa di oc­cupare l’arcipelago spagnolo per neu­tralizzarne la minacciosa presenza da­vanti al nostro territorio e creare alle spalle della rocca britannica di Gibilter­ra come una controporta per consentir­ci il controllo del traffico nel Mediter­raneo.
Le prime navi italiane partono per la Spagna: lo scopo ufficiale della missio­ne è il rimpatrio dei nostri connaziona­li. Ma all’andata le stive già nascondo­no i primi consistenti aiuti militari a Franco. Anche la Russia invia le sue navi cariche di armi per il campo avver­so. La nostra marina contrasta questo traffico: si apre così una silenziosa aspra contesa costellata di agguati, maschera- menti e inganni. Una guerra segreta della quale all’esterno non traspare nul­la ed i cui eventi sono stati seppelliti dalla tragedia del successivo conflitto mondiale: per questo sono ancora pres­soché sconosciuti.
Soltanto gli abitudinari del porto scoprono che le banchine, già affollate di cacciatorpediniere, incrociatori e sommergibili, improvvisamente appa­iono vuote, come se le unità si fossero dissolte, salvo a ritrovarle qualche gior­no dopo a cullarsi placidamente sull’ac­qua.
Gli equipaggi non parlano, ma nelle strade dietro il porto c’è una improvvi­sa proliferazione del contrabbando di “caffè vero”, ormai introvabile negli empori, e sigarette estere marcate Tangeri e Malaga. Nei prostiboli, i marò apostrofano le ragazze con una parola nuova appresa nei barrios: chiquita.
I primi a salpare per un’azione mili­tare, cioè con i cannoni pronti a spara­re, sono gli incrociatori Attendolo e Montecuccoli. Lasciano La Maddalena la notte sul 25 luglio, diretti a Malaga. I comunisti stanno giustiziando civili innocenti, tra cui 8 italiani, mentre a Barcellona i repubblicani devastano gli uffici della Società di navigazione Italia e quelli della Pirelli.
La reazione italiana è decisa: dietro ai due incrociatori, da Cagliari seguono poche ore dopo i cacciatorpediniere Grecale e Scirocco. Il giorno successivo lascia il molo sabaudo il caccia Maestra­le che punta su Maiorca dove si profila uno sbarco. Bisogna impedire che nel­le Baleari sorgano basi capaci di minac­ciare il nostro territorio. Quella di Spa­gna sarà una guerra aerea. Dai campi della penisola giungono a Elmas nume­rosi bombardieri pronti a intervenire, mentre Mussolini decide di inviare a Franco 12 trimotori per formare il pri­mo nucleo dell’inesistente aviazione nazionalista.
Il 20 luglio giungono ad Elmas due idrovolanti imbottiti di generali e co­lonnelli. Le scie degli ammaraggi non sono ancora scomparse sull’acqua quando irrompono in formazione i 12 trimorori. Appena atterrati vengono frettolosamente sospinti negli hangar dove gli avieri prendono a verniciarli totalmente di grigio. La formazione de­collerà la mattina dopo, alle 5,30, per Melilla, nel Marocco spagnolo: 750 mi­glia di volo fuori dalle rotte battute e senza aiutarsi con la radio. Come è noto, la spedizione si risolse in un mez­zo disastro, umiliante per l’orgogliosa aviazione italiana. Riescono a farcela solo nove bombardieri. Degli altri tre, uno cade a 50 miglia da Orano: il mare in tempesta spazza via dal relitto l’equi­paggio che vi si era aggrappato. Un al­tro si sfascia atterrando in un aeropor­to algerino, tutti morti. Il terzo scende su una spiaggia a soli tre chilometri dal Marocco, e viene catturato. Pochi gior­ni dopo tutto il mondo sa che l’Italia partecipa alla guerra civile con la sua forza armata: uno smacco.
Con l’estendersi del conflitto si fa quotidiano l’andirivieni di navi civili e militari che dai porti sardi si muovono verso ovest o ne ritornano. Sempre più spesso le unità militari debbono sosta­re fuori dal porto per ripulire i canno­ni imbrattati dal fumo delle bordate in modo da non rivelare la natura della missione compiuta. Tanto più che in quell’agosto 1936 l’Italia ha firmato un accordo internazionale di neutralità (naturalmente, tutti si affrettano a vio­lare). Per mascherare queste infrazioni a La Maddalena si pitturano febbril­mente di nero i sottomarini e se ne can­cellano i nominativi. Ben presto l’appa­rizione dei cupi corsari d’acciaio diffon­derà il terrore nelle acque spagnole. La stampa mondiale li additerà all’esecra­zione pubblica qualificandoli come gli eredi degli spietati U-boote impiegati dai tedeschi durante la Prima guerra mondiale. Anche perché adottano sem­pre la stessa tecnica: attacchi a mercan­tili inermi, siluramenti senza preavviso, abbandono dei naufraghi, fuga davanti ai cacciatorpediniere. In campo inter­nazionale si crede che siano germanici.
Quasi in sordina si comincia ad ar­ruolare volontari. La voce viene fatta circolare nelle sedi cittadine del partito fascista. C’è un ingaggio di 300 lire e un mensile di 600: il doppio della paga per­cepita da un bracciante. L’offerta è allet­tante: soldi sicuri, indumenti e pasti caldi garantiti tutti i giorni. Se va male, per la famiglia c’è una bella assicurazio­ne. I volontari affluiscono copiosi. Mol­ti anche gli ufficiali: un sottotenente guadagna 1200 lire al mese, più 800 pesetas.
Le partenze avvengono alla spiccio­lata con destinazione le fortezze di Na­poli o Gaeta, dove viene consegnata la divisa. Per i soldati è quella grigioverde nell’esercito, senza stellette, con la ca­micia nera e un basco pure nero. Gli ufficiali hanno le insegne del grado come quelle degli spagnoli, con stelle a sei oppure otto punte, a seconda che si tratti di subalterni o superiori. Gli avia­tori indossano la divisa cachi del Tercio: camicia verde e “bustina” illeggiadrita da due nappine ricadenti sulla fronte.
I legionari ricevono il passaporto con nome falso. L’imbarco avviene su una delle 40 navi adibite al loro trasporto. La traversata fino a Cadice dura cinque giorni, durante i quali i volontari sono costretti a stare sempre sottocoperta. Contornata la Sardegna orientale le
navi transitano davanti a Cagliari poi risalgono verso le coste sulcitane. Nei pressi dell’isolotto del Toro le raggiun­gono le unità di scorta che escono da Cagliari: solitamente, Maestrale, Da Noli, Tarigo, Vivaldi, Attendolo, Montecuccoli. Altre arrivano da La Maddalena: Colleoni, Diaz, Bande Nere, Euge­nio di Savoia, Da Barbiano, Da Giussa­no.
Questo schema, seguito per tutto il conflitto, consentirà di trasportare 48 mila uomini in 66 viaggi, oltre materiali per 356 mila tonnellate. Tra questi, 488 cannoni, 706 mortai, 700 aerei e 46 carri armati. I russi non sono da meno e in­viano 1400 aerei, 925 cannoni, 312 co­razzati.
A questi numeri vanno sommati quelli relativi agli imponenti aiuti invia­ti ai repubblicani da altri Stati via terra e per mare. Si comprende, pertanto, come nel canale di Sardegna si sfioras­sero spesso navi cargo e da guerra di varia bandiera in missione armata.
Queste navi seguivano rotte tortuo­se, approfittavano dell’oscurità per cambiare nazionalità, nome e aspetto (mutando le sovrastrutture con ponti e fumaioli posticci) e ponevano in atto ogni inganno per sfuggire ai sottomari­ni italiani. Talvolta denunciavano im­provvise avarie per ottenere l’ingresso in porti diversi da quelli dichiarati al fine d’imbarcare quantità d’oro per gli armamenti o sbarcare carburanti, mu­nizioni e pezzi d’artiglieria.
Una prima azione aerea ha luogo il 19 agosto. Tre S55 del 31° stormo di Elmas vengono inviati a Palma di Ma­iorca: un volo di tre ore al termine del quale piombano sulle navi repubblica­ne e lanciano numerose bombe da 100 chili. Ma le unità prendono il largo. L’operazione viene ripetuta una setti­mana dopo. I danni provocati dai due attacchi risultano modesti, ma gli effetti psicologici sono rilevanti perché la flot­ta da sbarco repubblicana ora sa di es­sere sotto la reale minaccia dei bombar­dieri dislocati in Sardegna.
Nell’aeroporto cagliaritano si con­centrano altri trimotori provenienti dalla penisola. Riforniti e armati, sono pronti a partire su allarme nel caso di profilassero nuovi sbarchi nelle Baleari. Nella notte sul 4 settembre sembra sia giunto il momento d’intervenire: gli equipaggi vengono tirati giù dalle bran­de, mentre l’oscurità è rotta dalle fiam­mate degli scarichi dei motori che scuo­tono lo stagno. Da Maiorca è arrivata la notizia che si avvicina una flotta con navi da guerra e trasporti.
Tuttavia, proprio mentre i piloti stanno per tirare i motori, arriva il con­trordine: spegnere tutto e aspettare. Ore di attesa nel silenzio rotto dal gemere del metallo che si raffredda. Poi, verso l’alba, nuovo ordine di partenza. I tri­motori si avviano verso la pista, ma nel cielo sale un razzo rosso. Ferma tutto, il raid è annullato: le navi repubblicane hanno fatto dietro-front.
L’Ebro era una bananiera spagnola che avevamo requisito all’inizio del conflitto. Condotta da un equipaggio spagnolo, in quel primo viaggio tra­sportava 9 aerei da caccia, 5 carri arma­ti, munizioni e bombe. C’erano anche 6
ufficiali carristi e 9 piloti comandati dall’iglesiente Dante Oliviero. Del grup­po faceva parte anche il sottotenente Adriano Mantelli che col nome di Arri­ghi diventerà il maggiore asso della guerra di Spagna con 27 vittorie aeree. Ciò che accadde in quel viaggio ce lo raccontò egli stesso nel dicembre del 1991, a Bracciano. «A bordo dell’Ebro avevamo notato comportamenti sospet­ti da parte dell’equipaggio. Gli spagno­li premevano parecchio per riavere la nave e sospettavamo che volessero di­rottarci su un porto repubblicano per consegnarci ai rossi. Decidemmo di os­servarli discretamente, armati e pronti a intervenire. La nave rasentava le coste della Sardegna quando li sorprendem­mo ad armeggiare con la radio trasmit­tente. Pistola in pugno ordinammo al comandante di entrare nel porto di Cagliari. L’equipaggio venne sostituito e la nave, ridipinta, assunse il nome di Amene. Qualche giorno dopo riprese il viaggio tallonata in segreto dall’incro­ciatore Attendolo uscito poco più tardi da Cagliari. Utile precauzione perché, appena passato lo stretto di Gibilterra, venne incontro un incrociatore repub­blicano, evidentemente per scortarla in porto: l’equipaggio doveva essere riusci­to a comunicare ai rossi le proprie in­tenzioni. Fu allora che emerse dal buio l’Attendolo coi cannoni in brandeggio. L’avversario abbandonò il campo.»
Si intensifica la guerra di corsa dei sottomarini. A La Maddalena i som­mergibili Torricelli, Naiade, Sciesa e Topazio vengono dipinti di nero e in­viati, a coppie, davanti alla costa iberica per spargervi il terrore. Dovranno lasciar credere di essere spagnoli: per ogni evenienza a bordo è stato imbarca­to un ufficiale franchista addestrato a La Maddalena che, in particolari circo­stanze, dovrà figurare quale comandan­te del battello.
Un giorno a La Maddalena viene schierato un imponente servizio di sicu­rezza. Si attende l’arrivo del caccia Ma­estrale, che è partito da Cagliari alla volta delle Baleari e ora sta ritornando indietro. Ci si aspetta un grosso perso­naggio; davanti a un tale apparato na­sce la voce che possa trattarsi dello stes­so Francisco Franco. Invece, sono for­zieri che vengono sbarcati e trasferiti al comando sotto scorta. Contengono una fortuna: oro per milioni di pesetas, rac­colto in una sottoscrizione popolare e, in larga misura, offerto dal finanziere Juan March, fieramente anticomunista. Servirà per acquistare armi.
La mattina del 3 settembre una uni­tà da guerra transita tra i moli del por­to di Cagliari azionando la sirena. Si vede una torpediniera italiana che in­calza un mercantile costringendolo ver­so terra. Sembra una cattura, anche per­ché la torpediniera ha tutti gli uomini ai pezzi e le canne rivolte contro la nave. Poco dopo il piroscafo attracca. Si può leggerne il nome, Mar Negro: è “rossa” ed ha disertato mentre navigava al lar­go di Cagliari. Ma, siccome qualcuno dell’equipaggio potrebbe non essere d’accordo, si è preferito prendere ogni precauzione contro un eventuale colpo di mano.
Il 17 novembre il Torricelli parte da La Maddalena per un’altra missione d’agguato. Cinque giorni più tardi in­tercetta una formazione di navi da guer­ra della quale fa parte la corazzata Cer­vantes. Si porta abilmente a tiro e lan­cia due siluri, uno fa centro. L’azione viene attribuita una volta di più ai te­muti squali tedeschi, anche perché è tra­pelato che ora operano in Mediterraneo gli U-boote 33 e 34. Nessuno lo sa, ma fanno base a La Maddalena.
Dopo l’azione del Torricelli vengono mobilitati altri sottomarini, tutti accu­ratamente dipinti di nero. Sette vengo­no stanziati a Cagliari. Tra questi, Bau­san, Menotti e Jantina, quest’ultimo al comando del principe Junio Valerio Borghese. A La Maddalena prendono base Delfino, Toti, Jalea e Manara. Ad essi si aggiungono Galilei e Ferraris, che diventano “spagnoli” coi nomi di Gene­ral Mola 2° e Sanjurio 2°. A Cagliari,
Onice e Iride sono affidati a marinai franchisti addestrati in Sardegna e ribattezzati Gonzales Lopez e Aguilar Tablada.
Tante precauzioni per non svelare la partecipazione dell’Italia si rivelano inutili quando lo Jalea, lasciata Caglia­ri, intercetta davanti alla costa iberica la motonave Villa de Madrid. Due siluri: uno va a segno e la nave si inabissa. L’al­tro finisce la sua corsa sulla riva sabbio­sa. Viene recuperato e così si scopre che è italiano: ecco la nazionalità dei corsa­ri neri. La notizia viene pubblicata con grande risalto da tutta la stampa inter­nazionale.
Verso la fine del 1936 il conflitto si inasprisce e le unità navali dislocate in Sardegna ricevono l’ordine di canno­neggiare la costa spagnola. Il 1° genna­io tocca al Calvi: dopo aver silurato due navi, spara 71 colpi contro le installa­zioni portuali di Valencia. Circa un mese dopo, 2 febbraio, il Topazio si porta davanti alla città repubblicana e tira 34 colpi. L’azione si interrompe per l’esplosione del cannone che si stacca dall’affusto e rotola in acqua. Il Topa­zio volge subito la prora verso La Mad­dalena. A mezzanotte del 13 l’Eugenio di Savoia apre il fuoco contro Barcello­na coi pezzi da 152. In 5 minuti rovescia 72 colpi, provoca distruzioni e 16 morti. Al mattino è in banchina a Cagliari. Po­chi hanno notato la sua assenza.
La prima battaglia aeronavale della storia fu sul punto di accendersi pro­prio davanti al golfo di Cagliari. Ciò av­venne quando il generale Franco comu­nicò al duce che un convoglio di cinque navi, scortate da varie unità, era transi­tato davanti ad Odessa diretto verso un porto repubblicano. A bordo ben 260 carri armati e 300 aerei: con forze così ingenti il caudillo se la vedeva brutta. Rinnova la supplica a Mussolini perché mandi gli aerei di Elmas.
Stavolta il duce accetta. Si levano gli idrovolanti della 146a squadriglia da ricognizione, che pattugliano il canale di Sardegna dove il convoglio dovrà neces­sariamente passare. Ore di volo avanti e indietro, finché il convoglio viene av­vistato a sud di Capo Spartivento. Dal molo Savoia scostano gli esploratori Nullo e Manin, con le macchine a tutta forza. Intanto sul piazzale di Elmas ven­gono schierati i bombardieri. Ma ecco che una fitta nebbia si leva sul mare e inghiotte ogni cosa. L’azione sfuma. Senza quel contrattempo, navi ed aerei avrebbero dato vita al primo di quegli scontri che caratterizzeranno la Secon­da guerra mondiale.
Dopo quell’episodio, il pattuglia­mento del canale di Sardegna viene in­tensificato. Sfilano in continuazione davanti alla “mezzaluna”, dandosi il cambio, i sommergibili Euro, Pancaldo, Manin, De Recco, Turbine, Pigafetta, Zeffiro, Ostro. Colgono una preda qual­che giorno dopo, allorché intercettano e silurano la nave russa Timiriazev, di 2215 tonnellate. Lungo la rotta sono in agguato anche i sottomarini Iantina, Ondina, Malachite, Iride, Glauco.
Lo jantina di Valerio Borghese cor­re una brutta avventura: silura per erro­re, scambiandolo per uno spagnolo, il caccia britannico Havock. L’unità riesce a schivare i siluri e passa all’attacco. Per nove ore, con altre unità inglesi soprag­giunte, cerca di colpire lo scafo italiano con bombe in profondità. «Non abbia­mo voluto affondarlo ma solo spaven­tarlo», dirà poi un ufficiale inglese a un collega italiano, lasciando intendere che ne conosceva la nazionalità.
Le industrie aeronautiche avevano particolare interesse a collaudare opera­tivamente nuovi tipi di aerei. Tra que­sti, il Breda 65, una macchina allora ri­voluzionaria. Concepita per l’attacco a volo radente era infida e non perdona­va l’errore. L’arresto del motore, assai frequente, si risolveva quasi sempre in tragedia. Così accadde nel febbraio del ’37 quando i primi tre Breda fecero tap­pa a Elmas nel volo di trasferimento in Spagna. All’arrivo uno subì la piantata del motore. Cadde presso lo stagno e il pilota restò ucciso. Un mese più tardi toccò ad un SM 79 che durante il tragit­to tra Roma e Cadice si sfasciò sui mon­ti della nostra isola; i piloti trovarono la morte.
Nell’estate del 1937 tutte le navi fu­rono richiamate in patria. Rientrarono anche i 48 sottomarini “sardi” che in un anno di agguati avevano affondato 9 unità repubblicane. Tornarono anche i legionari. A Cagliari sfilarono in via Roma con le divise gloriosamente logo­re e le bandiere a brandelli, camicia nera e garofano nel fucile. Cantavano pas­sando davanti ai moli dove erano or­meggiati il Bande Nere, il Colleoni ed alcuni sommergibili: Torricelli, lalea, Topazio, Iride. Tripudio di bandiere, fiori, fazzoletti. I legionari cantavano il motivo che aveva echeggiato sugli op­posti fronti: «Cara al sol con la camisa nueva…».
Presto si sarebbe cantata un’altra più triste canzone, Lilì Marlen. Insomma, la guerra di Spagna era finita, ma un’altra guerra stava per ricominciare. .

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