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TAKESHI KITANO: ARTISTA A DUE FACCE

È uno dei registi giapponesi più amati del mondo. Ma nel suo paese si fa chiamare Beat Takeshi ed è il re della tv spazzatura

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Takeshi Kitano - Photo by L. Carême
Takeshi Kitano - Foto di L. Carême

di Michel Temman, Libération

Zoccoli di legno ai piedi, pantaloni neri a sbuffo e capelli biondi. Ma quello che compare in fondo al vicolo non è il massaggiatore Ichi, l’eroe cieco dello spaghetti western giapponese Zatoichi. È Takeshi Kitano, il suo creatore e interprete. Con passo deciso il regista si avvia verso il suo ryotei preferito, un ristorantino tradizionale del quartiere di Akasaka a Tokyo. L’incontro è inatteso. L’invito a fare un giro per Tokyo lo è ancora di più.
Quando aveva 25 anni Kitano, alcolizzato, ha derubato un mendicante per comprare del sake. A distanza di quasi trent’anni Kitano – entrato nel mondo dello spettacolo come uomo delle pulizie al Furansuza (cabaret francese), un teatro di sketch comici e di strip tease nel quartiere di Asakusa – vive come un gran signore. Gira in Rolls Royce e versa milioni di yen al fisco. Ha una corte di trenta leali servitori, i “discepoli” dell’Office Kitano, la sua casa di produzione. È stato premiato a Venezia e a Berlino, e Hollywood e l’Europa adorano il “genio” del “titano Kitano”.
Ma in Giappone è tutta un’altra storia. Kitano è innanzitutto Beat Takeshi, nome d’arte che usa anche in televisione. È un clown antistress, un comico divertentissimo, un buffone che in prima serata si traveste da pulcino o da marmotta. Ironico e radicalmente anticonformista, senza volerlo Beat è diventato perfino un leader d’opinione. È un gran chiacchierone che dà scandalo e si permette di tutto. Nella sua trasmissione più nota, Takeshi no tv tackle (Il dibattito televisivo di Takeshi), seguita ogni lunedì sera da venti milioni di telespettatori, non risparmia nessuno dei suoi invitati, ministri, politici, professori e imprenditori. Sono trent’anni che Beat Takeshi fa televisione. Al momento produce e presenta sette trasmissioni a settimana. Un record. Talk show irriverenti, giochi e quiz deliranti. Ma il programma che l’ha reso famoso, indimenticabile per i giapponesi, è Koko ga hen dayo Nihonjin! (Siete proprio strani, giapponesi!) trasmesso dall’emittente Tbs tra il 1998 e il 2002. Ogni settimana erano invitati in studio alcuni stranieri – asiatici, africani, europei, arabi, americani o originari del Pacifico, che parlavano tutti il giapponese – per raccontare in diretta le difficoltà della loro vita quotidiana in Giappone: il razzismo, lo sfruttamento sul lavoro, l’incubo della burocrazia. La trasmissione fece scandalo. “Ha sconvolto i giapponesi, ma li divertiva. Un programma in cui si dava la parola agli stranieri che criticavano liberamente il Giappone era una novità assoluta. È riuscito ad andare avanti per quattro anni perché Kitano ci teneva molto. Ma poi ha ceduto alla pressione di alcuni inserzionisti e dell’estrema destra giapponese, che voleva la sua testa. Inoltre, e questo è un dato di fatto, i giapponesi faticano a convivere con gli stranieri nel loro paese”, commenta Zomahoun. Con la sua lunga tunica indosso, il beninese Rufin Zomahoun è una star del piccolo schermo. Poliglotta, parla fluentemente giapponese e insegna cinese all’università. Conosce bene Kitano, che gli sta seduto a fianco in fondo al locale e smentisce così la sua reputazione. Beat Takeshi, che ha fama di essere un uomo sempre di corsa, che dorme poco, se ne sta seduto lì tranquillamente. “La televisione”, mi dice, “ per me è un’assicurazione contro tutti i rischi. Mi dà una grande libertà come regista. Se il mio prossimo film facesse fiasco non starei con l’acqua alla gola. Grazie alla tv posso alternare i generi e avere tempo a disposizione per lavorare a quello che mi sta a cuore. Il seguito di Zatoichi, per esempio”.

Contraddizioni
La televisione ha fatto irruzione nella vita di Kitano nel 1956. I suoi genitori sono stati i primi della loro strada a comprarne una. Il padre, imbianchino, faceva parte della yakuza (la mafia giapponese) e la madre ha dato a Takeshi un’educazione molto severa. La sua gioventù è stata piena di contraddizioni: senza un soldo ma con un televisore. Quando i vicini piombavano in casa per vedere un programma, il piccolo Takeshi ha cominciato a notare il potere ipnotico della tv.
Il personaggio Beat Takeshi è comparso in pubblico nel 1972, con il manzai del duo Two beats. Fondato sull’improvvisazione verbale, il manzai è una forma di sketch satirico che si recita in coppia, comparso a Nara nell’ottavo secolo e diventato popolare nei teatri di Osaka. Scoperto da un produttore, Beat Takeshi fu ingaggiato per condurre un talk show.
Quando, nel 1994, un grave incidente di moto ha lasciato il suo volto coperto da una maschera di pelle cicatrizzata e scossa da tic nervosi, Beat Takeshi, seguace di una corrente buddista del tredicesimo secolo, si è “reincarnato” in Kitano. O comunque il buffone del piccolo schermo è rinsavito. La scorsa primavera è diventato nonno e il 1 aprile ha cominciato a insegnare all’università delle Belle Arti di Tokyo. Anzi, trent’anni dopo essere stato allontanato dall’università Meiji, dove frequentava l’indirizzo scienze e meccanica, nel 2004 ha finalmente ricevuto il diploma di laurea dal rettore. “Come professore vorrei contribuire alla rinascita del cinema giapponese che vive un momento di declino, mentre il cinema cinese e quello coreano sono più vitali che
mai. Mi piacerebbe formare una nuova generazione di cineasti. Ma se le mie lezioni sono affollate è sopratutto perché sono un professore strano. Il mio scopo è divertire gli studenti, portarli al cabaret, andare a bere e a mangiare gli spiedini yakitori. La mia idea è di iniziarli all’arte della commedia. La cultura giapponese è molto particolare e per capirla si deve fare un grosso sforzo”.
Beat il clown ha sempre fatto cinema. In Furyo, di Nagisa Oshima (1983), è sua la celebre battuta: “Merry Christmas, mister Lawrence”. “Dopo il Leone d’oro a Venezia per Hana-bi e più recentemente per Zatoichi i giapponesi hanno scoperto i miei vecchi film in videoteca”, racconta ridendo Kitano. “È vero che il Giappone è un paese proprio strano”.
“Domani”, dice all’improvviso, “andremo negli shitamachi (i quartieri popolari di Asakusa), per scoprire la vera Tokyo, la sua parte visibile e la sua vita segreta, i cabaret… Andremo dove sono cresciuto e ho calcato per la prima volta le scene. Chi non conosce i quartieri popolari non capisce veramente niente di Tokyo. E chi non conosce le arti tradizionali non può capire questo paese. Wim Wenders per esempio! Se fosse andato ad Asakusa avrebbe compreso meglio il Giappone”.
La sera del giorno dopo Kitano, in tuta e scarpe da ginnastica, salta sulla sua Rolls Phantom rosso granata. Ad Asakusa lo aspettano i suoi uomini, che lo ricevono con mille cerimonie. Nelle strade di questo quartiere ne faceva di tutti i colori, tra locali notturni e love hotel. Qui si parla un giapponese licenzioso e regna l’eroguro (abbreviazione delle parole “erotico” e “grottesco”). Kitano mi indica la facciata del cabaret francese. “La vita qui era durissima. Me la sono cavata grazie al mio maestro Senzaburo Fukami. Gli devo tutto. Un giorno gli ho dato dei soldi e ne è stato così fiero che è andato a gridarlo ai quattro venti. Poi è andato a spenderseli in sigarette e alcol. Quella sera stessa, mentre era a casa a fumare ubriaco fradicio, è scoppiato un incendio. È morto bruciato vivo”.
Un’ora dopo, Kitano e una quindicina di amici si ritrovano a casa di Chieko Saito, 78 anni. La semplicità rustica del suo appartamento, con i muri coperti di disegni e dipinti naif di Kitano, può essere ingannevole: questa donna è alla guida di un impero immobiliare e proprietaria di un palazzo a Las Vegas. “Conosco Kitano da decenni. Dopo la morte di sua madre sono diventata la sua nuova mamma”, mi dice la donna, che lo finanzia senza badare a spese. Ha accettato di produrre gran parte di Zatoichi, premiato a Venezia nel 2003. “Ho coprodotto il film perché sapevo che il regista era un uomo di talento”. Kitano si rammarica nel vedere che il Giappone perde a poco a poco la sua identità culturale. “M’inchino davanti a moltissime opere americane, ma mi rendo conto che il mio paese è diventato una colonia americana. Una volta i giapponesi erano onesti, bravi, audaci e coraggiosi. Lo sono ancora? Non esprimono più il loro punto di vista. Lo fanno solo su internet. Siamo entrati in un’epoca perversa, dominata dagli effetti sconvolgenti di un sistema capitalistico e delle sue rigide regole che distruggono le relazioni tra gli uomini e la fraternità. Non creda che io sia comunista. Ma sono contro il capitalismo selvaggio”. Kitano approva l’opposizione della Francia alla guerra in Iraq, ma critica la Palma d’oro assegnata a Cannes al documentario di Michael Moore: “Fare politica al più prestigioso festival cinematografico genera, secondo me, una grande confusione. Che gli europei si facciano prendere in giro da un americano, è un vero peccato”.
A 58 anni, Beat Takeshi e Kitano vogliono proseguire il loro cammino fianco a fianco: uno per ridere, l’altro per esprimersi. Ogni mese il primo trova il tempo di registrare trasmissioni in tv, mentre l’altro è occupato a fare nuovi film. Come quello che Kitano ha appena realizzato. “Un film molto intimista, il primo in cui in fondo parlo di me stesso”.

(Traduzione di Olga d’Amato)

Internazionale 608, 16 settembre 2005, pp. 52-54

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