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A SANGUE FREDDO

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Capote - Philip Seymour Hoffman
Capote - Philip Seymour Hoffman

di Tomás Eloy Martínez

Quando Philip Seymour Hoffman sale sul palco del teatro Walter Reade, a Manhattan, sono appena passati i titoli di coda di Capote, il film che potrebbe valergli l’Oscar 2005 per il migliore interprete maschile. Accanto a lui, il regista Bennett Miller – un trentenne che finora ha realizzato solo corti commerciali e un documentario – sembra un fiammifero spento. Qualcuno chiede a Hoffman quanto gli sia costato interpretare Truman Capote, uomo dai modi stravaganti e dalla voce in falsetto quasi inimitabile. “Mi ero proposto di dedicare due ore al giorno a capire che tipo era, cosa succedeva dentro di lui”, risponde. “Ma non sono mai riuscito a resistere più di un’ora e mezzo”.

Deve essere stato così, perché quello che racconta il film è il rapido processo di corruzione di uno scrittore che ha tutto – talento, brillante vita sociale, fama, denaro – ma non è soddisfatto: vuole essere il migliore, vuole che glielo dicano, e vuole che nessuno lo metta in discussione. Truman Capote era il romanziere di Altre voci, altre stanze e di Colazione da Tiffany, lo scandaloso confessore di Marlon Brando e di Marilyn Monroe, lo sceneggiatore di John Huston e di Vittorio De Sica, il giornalista star del New Yorker e l’amico di Orson Welles, di Chaplin e della Garbo, quando un mattino del 1959 trovò la cronaca di un omicidio sul New York Times. A Holcomb, nel Kansas, era stato assassinato insieme alla moglie e ai due figli l’agricoltore Herbert Clutter, uomo devoto e amato dalla sua comunità. A turbare Capote non era stato il delitto in sé, ma l’effetto che aveva provocato in quella cittadina isolata dove non succedeva mai nulla. Chiamò il direttore del New Yorker, William Shawn, e gli propose di scrivere un articolo. Shawn approvò e Capote partì per il Kansas, accompagnato da Nelle Harper Lee, autrice del romanzo Oltre la siepe. Il film parla di questo: del viaggio e dei cinque anni che Truman ha impiegato a elaborare la sua tragedia greca e a tessere i fili della sua stessa distruzione e della sua bizzarra gloria. Il risultato sullo schermo non è un capolavoro. Ma l’interpretazione di Hoffman è un gioiello comparabile al Brando del Padrino, al De Niro di Toro scatenato e al Laurence Olivier di Amleto.

Se Capote non avesse viaggiato con Harper Lee, il suo romanzo A sangue freddo non sarebbe mai nato. Bisogna immaginare l’apparizione di quell’ometto dall’abbigliamento sfolgorante e dai modi manierati in un villaggio dove nessuno si era mai allontanato di cento miglia da casa. Per giunta, Truman Capote credeva che tutti dovessero prostrarsi ai suoi piedi e si comportò con arroganza. Così, le sue richieste di interviste all’inizio caddero nel vuoto. Harper Lee riparò pazientemente gli sconquassi, e alla vigilia di Natale ottenne che una famiglia del Kansas li invitasse a cena. Lo charme di Capote fece il resto. La voce della sua conversazione brillante e seducente fece il giro della cittadina, e lui divenne alla moda.

Il film evidenzia le somiglianze fra Capote e uno degli assassini, Perry Smith e per mezzo di sguardi, mezze parole e vaghe promesse, ripercorre la storia di un amore mai consumato, da cui entrambi trassero profitto. Questo amore rappresenta il punto cruciale di A sangue freddo. Potendo accedere ai pensieri più intimi di Smith, Capote rinviò la conclusione del suo romanzo di non fiction – così lo chiamava – in attesa della fine dei suoi personaggi. Entrambi gli assassini, infatti, erano stati condannati alla forca, e a partire dal giugno del 1963 Capote entrò e uscì dal carcere come voleva. Gli appelli e i rinvii dell’esecuzione lo riempivano di ansia. A sangue freddo era finito per più di tre quarti; ma l’ultimo quarto, la morte, tardava. Il romanzo si trasformò in un mito, nell’inedito più celebre della letteratura americana. Di tanto in tanto, per saziare la curiosità dei lettori, Capote ne leggeva qualche brano nei teatri. Ogni lettura era accolta con ovazioni e svenimenti per l’emozione. Ma Truman Capote restava insoddisfatto, perché Perry Smith e Dick Hickock erano ancora vivi.

Bisogna vedere Hoffman nel momento più commovente del film, quello dell’esecuzione, quando guarda il boia che mette la corda al collo di Smith, e intanto il senso di colpa lo rode dal di dentro. Poche ore prima, il suo amico assassino l’ha supplicato per telefono di inviare un’ultima richiesta di clemenza. Truman Capote non gli risponde, ma gli manda un telegramma in cui, mentendo, dice che gli hanno proibito di vederlo. Ormai sta arrivando alla fine, può scrivere le ultime pagine del suo romanzo, e vuole che nessuno glielo impedisca. “Finalmente sono libero!”, dirà durante il volo di ritorno a New York.

Un anno fa ho scritto di quando Marlon Brando protestò per la slealtà e la spietatezza con cui Truman Capote aveva raccontato la sua vita intima e lo scrittore rispose: “È vero che mi sono nutrito delle sue carni, ma è stato lui a mettermele in bocca”. Il film di Hoffman rispecchia un altro atto di questa tragedia: uno scrittore vuole raggiungere a ogni costo la grandezza, e quando finalmente la conquista, scopre di esserci arrivato solo grazie alla meschinità, alla piccineria e al disprezzo della condizione umana.

(Traduzione di Marina Astrologo)

Internazionale 614, 28 ottobre 2005, p. 21

Tomas Eloy Martinez è uno scrittore argentino. In Italia è stato pubblicato, tra l’altro, Il volo della regina (Guanda 2003).

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