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IL PREZZO DELLA VITTORIA

Per Mussolini l'intervento militare italiano doveva travolgere rapidamente la resistenza dei repubblicani. Ma le previsioni di una facile guerra lampo non si avverarono. E neppure le prestigiose vittorie. Il Corpo truppe volontarie contribuì al trionfo di Franco, però il conflitto durò tre lunghi anni.

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Franco decora un soldato italiano (Madrid, 1939)
Franco decora un soldato italiano (Madrid, 1939)

Gli italiani alla guerra di Spagna

di John F. Coverdale

L’aiuto militare italiano alla Spagna nazionalista ha inizio con il decollo, il 30 luglio 1936, di dodici bombardieri S. 81 diretti in Marocco. Di questi, uno cadde in mare e due furono obbligati, per mancanza di carburante, a un atterraggio di fortuna nel Marocco francese, mentre gli altri nove riuscirono a raggiungere il Marocco spagnolo. Insieme ai 20 JU 52 da trasporto forniti dalla Germania, gli aerei italiani consentirono a Franco di trasferire 6.500 uomini in Spagna durante il mese di agosto. I «Savoia» italiani fornirono anche la protezione aerea per una minuscola flotta che, il 5 agosto, traghettò altri 2.500 uomini attraverso lo stretto di Gibilterra. Mettendo in grado i ribelli di trasportare un notevole contingente di truppe dall’Africa settentrionale alla Spagna meridionale durante i mesi di agosto e settembre, l’aviazione tedesca e quella italiana permisero alle forze di Franco di mantenere l’iniziativa e di cominciare la marcia verso nord.
A Roma alcuni funzionari avevano sperato di installare un regime amico in Spagna, al costo (minimo) di una dozzina di aeroplani, pagati, del resto, in anticipo e in contanti. Ma fu ben presto evidente che una manciata di aerei non sarebbe bastata a garantire la vittoria degli insorti. Il 7 agosto, Roma inviò a Franco 27 aerei, 5 carri veloci, 40 mitragliatrici e inoltre, batterie antiaeree, munizioni, bombe, carburante per gli aerei e lubrificante.
Durante il mese di agosto le truppe ribelli riuscirono ad avvicinarsi a Madrid molto più lentamente di quanto i loro leaders avessero predetto. A fine agosto Roma e Berlino acconsentirono a inviare alcune missioni militari i cui membri dovevano servire come consiglieri militari a Franco e studiare le possibilità di fornire ulteriore sostegno ai nazionalisti. Tra la fine di agosto e gli inizi di settembre altri 6 bombardieri, 22 caccia e 2 idrovolanti furono mandati in Spagna e il 3 settembre un bastimento carico di bombe e munizioni.
Alcuni giorni più tardi l’inviato militare in Spagna, il generale Roatta (futuro primo comandante), acconsentì a fornire 10 carri armati veloci, 38 cannoni da 65 mm e munizioni. Siccome Roatta non credeva che gli spagnoli fossero in grado di far funzionare armi moderne senza un opportuno addestramento, 15 ufficiali, 44 sottufficiali e 104 soldati furono inviati come istruttori per manovrare l’equipaggiamento durante i combattimenti, finché gli spagnoli non avessero ben imparato a farlo da soli. La scala degli aiuti militari aumentava rapidamente: si era passati dall’invio di materiale bellico a quello di piccoli contingenti di ufficiali e soldati.
Durante il mese di ottobre, il volume degli aiuti militari italiani ai nazionalisti aumentò ulteriormente. I cantieri italiani equipaggiarono l’incrociatore spagnolo Canaris con le armi di cui ancora non disponeva al momento in cui scoppiò la guerra civile. Nello stesso mese, 18 tra caccia e ricognitori raggiunsero la Spagna, insieme a una gran quantità di materiale radiotelefonico. I carri e i pezzi d’artiglieria spediti dall’Italia a fine settembre apparvero sul campo di battaglia il 21 ottobre. Nelle settimane che seguirono gli italiani furono costantemente impegnati sul fronte di Madrid. Al 17 novembre le loro perdite ammontavano a tre morti, diciassette feriti e un disperso.
La marina italiana scortava regolarmente le navi mercantili che portavano rifornimenti in Spagna, e passava ai nazionalisti informazioni dettagliate sui movimenti di navi sospettate di trasportare armi per la repubblica. Il 9 novembre, Roma mise temporaneamente a disposizione dei nazionalisti due sommergibili, nel tentativo di ridurre il flusso di for­niture che, via mare, arrivavano alla repubblica dall’Unione Sovietica.
Dopo che Roma ebbe allacciato le relazioni diplomatiche con il regime di Franco (a metà novembre 1936), divenne sempre più chiaro che se l’Italia desiderava il successo della causa per la quale si era appena pubblicamente impegnata, doveva anche contribuirvi in maniera mol­to più sostanziosa di prima. Il 10 dicembre Mussolini ordinò l’invio di 3.000 camicie nere volontarie in Spagna «per raddrizzare la spina dorsale delle formazioni nazionali­ste spagnole». Così le prime 3.000 camicie nere si imbarcarono per la Spagna il 18 dicembre e furono pre­sto seguite da altre 5.000. Alla fine del 1936, 7.800 camicie nere e 2.200 uomini dell’esercito italiano erano partiti per la Spagna. Agli inizi del 1937 si trovavano in Spagna 19.800 soldati dell’esercito italiano e 29.000 camicie nere. In queste cifre vanno compresi 6 generali, 20 colonnelli e 2.000 alti ufficiali. A fine febbraio gli italiani in Spagna erano organiz­zati in 4 divisioni interamente italia­ne che formavano il Corpo truppe volontarie (Ctv) al comando del generale Mario Roatta. Di queste, 3 divisioni erano di camicie nere e una, la divisione Littorio, dell’esercito.
L’incremento delle forze italia­ne in Spagna andò di pari passo con l’aumento, pure spettacolare, dei carichi d’armi via mare. Tra il 1° dicembre 1936 e il 18 febbraio 1937, giunsero in Spagna 130 aerei accompagnati da quasi 500 cannoni, 700 mortai, 100.000 fucili, 1.200 mitragliatrici, 2 milioni di bombe a mano, un milione di proiettili d’ar­tiglieria, quasi 50 carri veloci, 3.700 tra camion e automezzi di vario tipo e più di 100 milioni di pallottole.
Le forze italiane entrarono in azione per la prima volta a Mala­ga, sulla costa mediterranea, dove truppe della la divisione di camicie nere, congiuntamente a forze nazionaliste e appoggiate da 50 aerei, il 2 febbraio 1937 occuparono la città costiera senza particolari difficoltà. Le autorità italiane, euforiche per questa facile vittoria, non diedero sufficiente peso alle debolezze di quelle truppe frettolosamente messe insieme e spedite in Spagna. La pre­dizione che gli italiani si sarebbero aperti la strada come lama calda nel burro nella resistenza opposta dagli spagnoli repubblicani, sembrò così pienamente confermata e la tattica recentemente sviluppata della guer­ra celere, una specie di blitzkrieg che prevedeva una rapida avanzata delle colonne motorizzate precedu­te dalle autoblindo, e da queste agevolmente protette ai fianchi, fu giudicata un successo completo.
Per ragioni politiche Franco non era d’accordo con l’impiego delle truppe italiane in un unico corpo d’armata. Avrebbe di gran lunga preferito distribuire gli italiani a piccoli gruppi all’interno delle proprie forze. Mussolini non cambiò mai, però, parere in merito: il Ctv doveva essere usato come un corpo di spedizione omogeneo in azioni decisive che dovevano contribuire a una rapida fine della guerra. Franco rifiutò un piano italiano per attacca­re Valencia, allora sede del governo spagnolo repubblicano, e accettò controvoglia il piano per un attacco italiano nella direzione di Siguenza-Guadalajara-Alcala de Henares. Questo attacco doveva combinarsi con un movimento di truppe spa­gnole provenienti da sud, lungo il fiume Jarama, così da stringere Ma­drid in una morsa e isolarla. Per la battaglia di Guadalajara il generale Roatta si ritrovava a disposizione, sulla carta, la più imponente for­za d’attacco mai riunita in campo dall’una o dall’altra parte durante i primi nove mesi della guerra civile. I 35.000 soldati italiani erano relativamente ben motorizzati, anche se la fanteria avanzava a piedi. Gli italiani dovevano formare il cuneo centrale dell’attacco a Guadalajara, fiancheggiati da forze spagnole su entrambi i lati.
Di fronte agli italiani e agli spa­gnoli, nel settore di Guadalajara, l’8 marzo 1937 c’erano i 10.000 uomini della 12a divisione repubblicana, disposti su di una unica linea di difesa, senza nessuna parti­colare opera difensiva a proteggerli. Durante i primi due giorni dell’offensiva, l’8 e il 9 marzo, gli ita­liani avanzarono senza interruzio­ni anche se non così velocemente come previsto nei piani. Le truppe di Franco a sud di Madrid non si mossero, nonostante le insistenti richieste italiane. Nel frattempo la repubblica fece affluire nel settore le riserve, comprese unità della 11a brigata internazionale.
La mattina del 10 marzo, il ter­zo giorno dell’offensiva, l’avanzata delle truppe italiane fu fermata. Per i nove giorni successivi i combatti­menti tra il Ctv e le truppe repub­blicane si svolsero per la maggior parte in una zona boschiva abba­stanza circoscritta, attorno alla città di Brihuega. Il morale delle camicie nere, la cui avanzata era arrivata a un punto morto, scese rapidamente, mentre altrettanto rapidamente salì quello dei repubblicani. Il 12 marzo i repubblicani iniziarono il contrat­tacco, obbligando Roatta a inviare al fronte le sue due divisioni di riserva. Il Ctv si trovò così senza riserve fresche con le quali sfruttare un eventuale, ma ormai improbabile, sfondamento delle linee repubblica­ne. L’offensiva di Guadalajara era fallita, ma Roatta non volle ritirarsi su posizioni difensive. I combattimenti dei giorni successivi furono relativamente leggeri, ma le unità italiane subirono la massiccia propaganda della brigata internazionale Garibaldi composta di italiani, che fece appello ai loro sentimenti di solidarietà nazionale e di classe.
Con la prospettiva di prestigiose vittorie ormai chiaramente perduta, il generale Roatta avrebbe voluto ritirare le sue truppe dal settore, ma Franco, che aveva contrastato il piano di un’offensiva diretta dagli italiani, ora insistette perché questi ultimi continuassero le loro opera­zioni. Benché Roatta fosse ansioso di disimpegnarsi, sembrò non con­siderare la possibilità di un contrattacco repubblicano e non prese nessuna misura atta a pararlo.
Il 18 marzo i repubblicani sferra­rono il loro contrattacco, con alla testa la brigata Garibaldi appoggia­ta dai carri armati russi comandati dal generale Pavlov. L’attacco, per quanto non particolarmente impo­nente, riuscì a portare scompiglio nelle difese italiane e a costringerle a una precipitosa ritirata, facendole attestare su di una linea distante non più di 10-20 chilometri dal punto di partenza di quasi dieci giorni prima, dove ebbe anche termine la battaglia di Guadalajara.
Misurata in termini strategici e tattici, Guadalajara fu una vittoria relativamente minore per i repub­blicani. Una linea difensiva poco organizzata era stata spezzata dall’attacco italiano, ma l’offensiva ita­liana era stata fermata prima che potesse raggiungere i suoi obiettivi. I repubblicani erano riusciti, in tal modo, a parare con successo un’altra minaccia incombente su Madrid, ma senza ottenerne particolari vantaggi e senza neppure riuscire a riconquistare il terreno perso durante le fasi iniziali dei combattimenti. Secondo le stime più attendibili, le perdite repubblicane a Guadalajara furono di 2.000 morti e il doppio circa di feriti, mentre le perdite del Ctv ammontarono a 400 morti, 1.800 feriti e 500 tra prigionieri e dispersi.
Il vero significato di Guadalajara va ricercato però non nell’aspetto strategico o tattico, ma in quello morale e psicologico. Il regime fascista aveva puntato pesantemente sul mito dell’infallibilità del duce e dell’invincibilità. Guadalajara fornì il materiale per l’insorgere di un mito opposto. Il morale dei difensori dì Madrid fu grandemente sollevato da quella che la propagan­da repubblicana presentò come una secca disfatta italiana.
Quelle di Guadalajara e Malaga furono le due sole battaglie della guerra civile in cui Franco permise agli italiani di partecipare con il ruolo di protagonisti. In tutte le azioni successive egli insistette sul fatto che gli italiani dovevano ope­rare all’interno di formazioni più vaste, composte soprattutto di trup­pe spagnole e comandate da generali spagnoli. Guadalajara segnò la fine del costante aumento dell’impegno italiano in Spagna e introdusse il periodo finale, quello più lungo, in cui Roma si trovò obbligata a pagare il prezzo degli impegni presi.
Ben presto, dopo Guadalajara, Roatta venne sostituito dal generale Ettore Bastico ai comandi del Ctv. Bastico sciolse la 1a e la 2a divi­sione camicie nere, utilizzandone gli elementi migliori per rinforzare la 3a divisione, e fece rimpatriare 3.700 uomini. Franco nel frattempo aveva spostato i suoi obiettivi: non si trattava più di prendere Madrid ma di conquistare, invece, le regioni basche e Santander. Bastico caldeg­giava la partecipazione delle proprie truppe all’offensiva contro Bilbao, ma non voleva essere costretto a un ruolo secondario. Franco, d’altra parte, non intendeva adoperare le unità italiane prima che queste aves­sero preso parte a qualche azione minore.
A causa della posizione di stallo venutasi a creare tra i due alleati su questo punto, il Ctv fu tenuto in riserva durante l’intera offensiva contro Bilbao, anche se l’attacco dei nazionalisti fu appoggiato dall’avia­zione italiana. Nell’offensiva contro Santander e nelle Asturie, dopo la caduta di Bilbao (19 giugno 1937), gli italiani svolsero un ruolo più importante, anche se non di primo piano. La stampa fascista italiana presentò la conquista di Santander (25 agosto 1937) come un grande successo del Ctv, e a quanto sembra Mussolini considerò tale vittoria come una vendetta adeguata all’umiliazione subita a Guadalajara. Dopo la conquista di Santander e di Gijon (21 ottobre 1937) le truppe italiane furono ritirate dal fronte, e non parteciparono ad altre azioni fino alla primavera del 1938.
Durante l’estate e il primo autun­no 1937, l’attività navale italiana in appoggio della Spagna raggiunse il suo apice. Nello sforzo di interrom­pere il flusso crescente di armi sovie­tiche alla repubblica, i sommergibili italiani cominciarono a silurare le navi dirette ai porti repubblicani del Mediterraneo. Le altre potenze europee non potevano prendere alla leggera tali atti di «pirateria» e l’indignazione raggiunse il suo culmine quando, alla fine di agosto, un som­mergibile italiano attaccò per errore un cacciatorpediniere inglese, credendo che appartenesse alla flotta repubblicana. Di fronte alla gravità delle proteste Mussolini ordinò una sospensione temporanea degli attacchi dei sottomarini italiani.
Alcuni giorni più tardi, Inghilter­ra e Francia indissero una conferenza internazionale sui problemi della sicurezza nel Mediterraneo, che si sarebbe tenuta nella cittadina sviz­zera di Nyon il 10 settembre 1937. Roma, sulle prime, aveva intenzio­ne di parteciparvi, ma dopo una dura protesta di Mosca, che chiese il pagamento dei danni subiti per l’affondamento di navi sovietiche, gli italiani rifiutarono di prender­vi parte. Le potenze presenti alla conferenza stipularono un accor­do con il quale si impegnavano a distruggere qualsiasi sommergibile che avesse attaccato un mercantile non appartenente a uno dei due belligeranti o che fosse stato trovato in una zona prossima a quella in cui una nave mercantile fosse stata attaccata. Queste decisioni doveva­no essere attuate nel Mediterraneo occidentale e nel canale di Malta (con l’eccezione del Mare Tirreno) e in alto mare (ad eccezione dell’Adriatico) dalla marina francese e da quella britannica. Nel Mediterraneo orientale, invece, se ne sarebbero occupati i singoli Paesi nelle rispet­tive acque territoriali.
Il pattugliamento dell’Adriatico e del Tirreno fu deliberatamente lasciato una questione aperta per consentire all’Italia di parteciparvi se lo avesse desiderato. Rifiutando di partecipare alla soluzione esco­gitata a Nyon, l’Italia non avrebbe certo fatto una scelta utile se il Mare Nostrum fosse stato pattuglia­to esclusivamente da navi francesi o inglesi, la sua pretesa allo status di grande nazione ne avrebbe sofferto, cosi Mussolini finì con l’accettare gli accordi di Nyon.
Nel febbraio 1938, con l’offensiva in Aragona, le forze di terra del Ctv poterono finalmente svolgere un ruolo preminente, dopo essere rimaste in riserva per molti mesi, durante i quali l’aviazione e l’ar­tiglieria italiane erano state invece impegnate in appoggio dei franchisti nei vari scontri. Le truppe di Franco riuscirono a raggiungere il Mediter­raneo verso la metà dell’aprile 1938 tagliando fuori la Catalogna dal re­sto della zona repubblicana. Duran­te l’offensiva il Ctv riuscì a avanzare rapidamente contro le migliori unità dell’esercito repubblicano al costo di 500 morti e 2.500 feriti.
Il Ctv non prese invece parte alla mal riuscita offensiva di primavera contro Valencia. Durante l’estate del 1938 circa 5.500 uomini di rin­forzo arrivarono dall’Italia insieme a nuovi aerei e a una quantità con­siderevole di altro materiale bellico. La speranza che la guerra stesse per finire aveva indotto Roma a rim­patriare soltanto i caduti e i feriti, senza preoccuparsi di sostituire gli altri. Verso la fine dell’estate del 1938 questa situazione provocò una grave crisi nel morale delle truppe, tanto da indurre il generale Berti a informare Mussolini che se non si provvedeva presto a mandare rinforzi su vasta scala, la fanteria avrebbe dovuto essere rimpatriata. Così, nella seconda metà di agosto Mussolini decise di rimpatriare 10.000-15.000 uomini e di formare una nuova divisione con i rimanenti. Il 15 ottobre 1938, 10.000 italiani partirono da Cadice per l’Italia. Il ritiro di truppe che erano state in Spagna per più di 18 mesi forse contribuì a rendere il Ctv un’unità militarmente più efficiente. Il Ctv così riorganizzato svolse un ruolo significativo nell’offensiva di Catalogna della fine 1938 inizio 1939, nel corso della quale oltre 2.800 dei suoi uomini furono messi fuori combattimento, 385 dei quali morti e 2.430 feriti.
La caduta della Catalogna segnò la fine di un’effettiva resistenza repubblicana ma, contrariamente al solito, Mussolini fu eccessivamente pessimista sulla possibile durata della guerra. Quasi 10.000 ufficiali e soldati italiani furono mandati in Spagna tra il gennaio e il marzo 1939, ma per l’occupazione di Madrid, il 28 marzo, e per la fine della guerra, il 1° aprile, la maggior parte di essi non entrarono mai in azione.
Il bilancio dell’intervento militare nella guerra civile spagnola si riassume in queste cifre. Tra il luglio 1936 e l’aprile 1939 l’Italia inviò in Spagna 1.800 cannoni, 3.400 mitragliatrici, 157 carri armati veloci, 6.800 mezzi motorizzati di diverso tipo, 7 milioni e 700.000 proiettili di artiglieria e 320 milioni di pallottole per fucili e mitragliatrici. L’Italia consegnò a Franco anche 213 bombardieri, 414 caccia e un certo numero di ricognitori. Il costo del materiale bellico fornito dal ministero della guerra ammontò a 4 miliardi e 200 milioni di lire del tempo, senza contare l’aviazione militare che spese un altro miliardo e 800 milioni.
L’Italia fornì armi alla Spagna in quantità maggiore della Germania, in misura forse doppia. Il materiale bellico per l’esercito era di qualità più scadente di quello tedesco, mentre gli aerei italiani erano probabilmente, nel complesso, non inferiori a quelli tedeschi. I migliori caccia tedeschi erano molto superiori ai Cr 32 italiani, ma molti degli aerei tedeschi erano così antiquati che non poterono essere usati come caccia nelle ultime fasi della guerra, mentre i Cr 32 restarono in servizio attivo fino alla fine del conflitto, con notevole successo. I bombardieri italiani, d’altra parte, reggevano senz’altro il confronto con quelli tedeschi. Tutto considerato, tenendo conto della quantità e della qualità del materiale, le armi italiane contribuirono non meno di quelle fornite dalla Germania alla vittoria di Franco.
I piloti italiani e gli avieri in genere diedero un contributo vitale al trionfo franchista, sia in combattimento che nell’addestramento delle loro controparti spagnole. Le truppe di fanteria italiane, nonostante il loro numero, non costituirono, però, un fattore significativo per la vittoria di Franco. Gli italiani diedero validi contributi nelle battaglie di Malaga, di Santander e nelle offensive di Aragona e di Catalogna, ma con più di un milione di uomini schierati in armi in Spagna verso la fine della guerra, 70.000 fanti stranieri non erano certamente in grado di influenzare le sorti della guerra.

John F. Coverdale

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UN PATTO CON I RIBELLI

Ecco come Roma prese la decisione di intervenire in Spagna

di John F. Coverdale

Galeazzo Ciano, ministro degli esteri nel 1936. Trattò l’aiuto militare ai nazionalisti spagnoli
Galeazzo Ciano, ministro degli esteri nel 1936. Trattò l’aiuto militare ai nazionalisti spagnoli

Durante la breve vita della repubblica spagnola l’Italia fascista incoraggiò e aiutò diversi complotti antirepubblicani. Nell’aprile 1932 il capo dell’aviazione militare, Italo Balbo, promise armi e munizioni ai cospiratori monarchici. Il materiale – si trattava soprattutto di mitragliatrici – venne in effetti imbarcato ma il golpe dell’agosto 1932 fu così mal progettato ed eseguito, e così rapida-mente schiacciato dal governo, che gli aiuti non raggiunsero mai i ribelli.
Nel marzo 1934 quattro dirigenti monarchici vennero a Roma per sollecitare l’aiuto di Mussolini contro la repubblica e per restaurare la monarchia. Mussolini li assicurò che, in capo a un mese di ribellione riuscita, l’Italia avrebbe firmato con la Spagna un accordo commerciale e un trattato di amicizia e di neutralità. Mussolini promise anche che avrebbe procurato loro fucili, bombe a mano, mitragliatrici e denaro contante. Questo accordo del 1934 segnò, tuttavia, l’apice dell’interesse italiano verso la Spagna prima dello scoppio della guerra civile. Dopo la prima metà del 1934 Roma perse interesse alla questione spagnola e si concentrò invece sull’Etiopia.
Visti i risultati delle elezioni spagnole del febbraio 1936, i funzionari italiani in Spagna si sentirono alquanto scoraggiati per quel che riguardava le prospettive di un’eventuale reazione delle destre, tanto che nei loro rapporti a Roma, nel periodo successivo alle elezioni, segnalarono che in Spagna ci si poteva aspettare piuttosto una rivoluzione sociale delle sinistre. Durante la prima settimana della guerra civile le informazioni che giungevano a Roma sulla situazione spagnola erano confuse e incerte. L’ambasciatore Pedrazzi e la maggior parte del personale avevano già lasciato Madrid per la residenza estiva di San Sebastian quando scoppiò la rivolta, e vennero così a trovarsi lontani dai luoghi in cui si svolgevano i fatti, impossibilitati a controllare le innumerevoli voci su ciò che stava accadendo. Nel corso di quelle prime giornate le informazioni che arrivavano in Italia sembravano indicare che le cose si stavano mettendo male per i ribelli.
La prima richiesta di aiuto a Roma giunse dal generale Franco. Il progetto originario dei ribelli prevedeva il traghettamento di migliaia di soldati dalle sponde nordafricane a quelle spagnole, ma la superiorità navale della repubblica rendeva troppo alto il rischio di una tra-versata. La sola soluzione alternativa era il trasporto dei soldati per via aerea, ma i ribelli in Marocco disponevano soltanto di tre piccoli aerei da trasporto e avevano un disperato bisogno di mezzi aerei adeguati per poter contrastare e aggirare il controllo che la repubblica esercitava sui mari.
Il 19 luglio il generale Franco inviò a Roma, come suo emissario, Luis Bolín – un noto giornalista monarchico – con la richiesta di dodici bombardieri e tre caccia. Prima ancora che Bolín mettesse piede a Roma, Franco riuscì a convincere il console italiano di Tangeri a mandare un telegramma con la sua richiesta di dodici bombardieri o anche di aeroplani di trasporto civile. Il duce rispose con un «no» in calce al telegramma.
Nonostante quel primo rifiuto un nobile spagnolo che agiva per conto di Alfonso XIII procurò a Bolín un appuntamento con Ciano il 22 luglio. Ciano promise senza indugio a Bolín l’aiuto richiesto, ma poi cominciò a nutrire dei dubbi. Rivolse a Bolín una serie di domande molto particolareggiate sugli scopi della ribellione, i suoi capi, l’appoggio popolare sul quale poteva contare e gli disse di ritornare il giorno dopo per una risposta. Bolín non riuscì a incontrarsi di nuovo con Ciano, ma il segretario del giovane ministro era stato incaricato di riferirgli che le sue proposte non potevano essere accettate. Un altro telegramma arrivò in quel mentre da Tangeri, in cui Franco rinnovava pressantemente le richieste appena avanzate, ma Mussolini lo liquidò con l’annotazione di suo pugno di «archiviare»
La richiesta di aiuto che ottenne finalmente l’appoggio di Mussolini venne dal principale organizzatore della rivolta, il generale Mola. Mentre gli inviati di Mola erano in viaggio per Roma, un membro del governo francese comunicò all’ambasciata tedesca la decisione francese di fornire alla repubblica spagnola le armi richieste per reprimere la ribellione. Questa notizia fu pure passata alla stampa francese di destra che diede inizio, il 24 luglio, a una violenta campagna contro tale decisione. Il 25 luglio l’inviato di Mola, il monarchico Antonio Goicoechea, si incontrò con Ciano. Riferì al ministro che i ribelli avevano bisogno soltanto di aeroplani e forse di poche altre armi per conquistare Madrid. Goicoechea assicurò Ciano che la ribellione godeva di un largo sostegno tra la popolazione e che i capi militari avrebbero pienamente onorato gli accordi del 1934 tra i monarchici spagnoli e i fascisti italiani, compresa la clausola che prevedeva l’abrogazione di un eventuale trattato segreto tra Francia e Spagna, secondo il quale la prima avrebbe goduto di importanti concessioni nel Mediterraneo.
Le assicurazioni di Goicoechea e le informazioni che Ciano aveva appena ricevuto in quei giorni sulle condizioni effettive della Spagna e sull’aiuto francese alla repubblica, fecero pendere la bilancia in favore di un intervento italiano. Ciano promise a Goicoechea 12 bombardieri Savoia S 81, purché gli aerei venissero pagati in contanti prima della consegna. Il prezzo dei 12 aerei superava il milione di sterline, ma Goicoechea riuscì rapidamente a rastrellare tale considerevole cifra grazie all’intervento del finanziere spagnolo Juan March.
All’alba del 30 luglio, 12 bombardieri S 81 dell’aviazione militare italiana, riverniciati in tutta fretta per ricoprire le insegne militari e guidati da piloti dell’aviazione militare italiana arruolatisi per missioni speciali fuori dai confini nazionali, decollarono per il Marocco spagnolo. L’intervento italiano nella guerra civile spagnola era appena incominciato.

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IL GARIBALDINO E LA PASIONARIA

Sui luoghi della guerra con il comandante della brigata antifascista

di Valerio Ochetto

Randolfo Pacciardi ha rivisto Dolores Ibarruri, la «Pasionaria», nella sua casa di Madrid. Curiosamente, il comandan­te del battaglione Garibaldi durante la difesa di Madrid e le battaglie della guer­ra civile, non aveva avuto occasione di parlarle direttamente, l’aveva conosciuta di sfuggita mentre visitava il famoso Quinto reggimento organizzato dai co­munisti. Pacciardi non aveva più voluto rimettere piede in Spagna, è ritornato solo nel cinquantesimo anniversario su invito della rete 1 della Rai per una am­pia ricostruzione storica. Come capitò a Nenni anni prima, non ha riconosciuto i luoghi. «Madrid è ora molto più bella di un tempo, una grande metropoli eu­ropea, ma per me Madrid rimane quella di allora, più una idea che una città. Nonostante il fronte si trovasse a pochi chilometri, talvolta addirittura a qualche centinaio di metri, avevamo poche occasioni di andare nel centro, tanto eravamo impegnati a combattere. Il mio ricordo rimane Madrid vista dall’alto, dalle colline, distesa come una stampa. Quella Madrid era come la Roma del risorgimento quando arrivò Mazzini: il simbolo dell’internazionale dei popoli.» La democrazia dimentica gli eroi. Lo scrittore tedesco Gustav Regler, commissario della XII brigata internazio­nale, di cui faceva parte il battaglione Garibaldi, così ha descritto i volontari italiani e il loro comandante: «Rispetto ai tedeschi leggermente masochisti nella loro disciplina, ai polacchi malinconici e vigili, ai francesi eternamente mu­gugnanti, agli spagnoli minati dal dilettantismo del comando i garibaldini, misti di tutti i partiti di sinistra, guidati da una testa superiore, un vero grand seigneur repubblicano, erano un solido amalgama. Era come se tutti gareggias­sero a mostrare alla gente lontana da Roma il loro coraggio». Oggi Pacciardi, rientrato nel Pri dopo la lunga parentesi di Nuova repubblica, senza rinunciare alle sue idee di repubblica presidenziale, in un ufficetto di via del Corso a Roma attende a un giornale mensile dal titolo risorgimentale, l’Italia del popolo, con un ristretto gruppo di amici fedelissimi, fra i quali il capo degli «arditi» nella guerra di Spagna, l’anarchico Giorgio Braccialarghe.
Dolores Ibarruri firmò «Pasionaria» il suo primo articolo, uscito durante una settimana santa, e mai nome fu più azzeccato al carattere. Ha superato i novanta anni, e deve pesarle non potere più rivolgersi alle folle, come aveva fatto sino a poco tempo fa, con quella sua voce chiarissima e giovanile. La sua vita personale è stata molto dura; quattro figli morti subito dopo il parto, un altro, Ruben, caduto nella difesa di Stalingra­do, anche se dalla Russia vengono a trovarla tre nipotini.
Anche se la Pasionaria non arringa più le folle, Pacciardi ha ritrovato nei suoi occhi, nella sua voce, l’eco e l’immagine degli anni trenta, così carichi di tensioni, di impegni globali coinvolgenti l’intera vita personale. Per lei conserva una grande ammirazione, pur nella diversità di posizioni politiche. Il 27 maggio 1937, a Caspe in Aragona, Pacciardi rifiuta di far marciare i garibaldini contro gli anarchici di Barcellona. Si spiega: non è d’accordo con l’autonomismo e l’egalitarismo anarchico in campo militare, vuole un comando unificato e una solida gerarchia, ma ritiene che la disputa fra il governo repubblicano di Madrid e gli anarchici di Catalogna vada risolta in forma politica, non con la repressione militare e con il coinvolgimento degli italiani, che sono ospiti. I consiglieri sovietici della repubblica, che sino allora lo avevano corteggiato, e gli inviati del Comintern decidono di sostituirlo. Una mediazione di Nenni a Parigi ha l’effetto di fargli offrire il comando di una divi­sione spagnola al posto dei garibaldini. Pacciardi risponde orgogliosamente che non è venuto in Spagna per far carriera militare, e rifiuta. Sarà sostituito da Car­lo Penchienati, che finirà anche lui per rompere con i consiglieri del Comintern. D’altra parte, lui che ha trasformato i volontari da una colonna piena di ardore politico ma improvvisata prima in un «battaglione», poi in una «brigata» fra le più agguerrite, non è d’accordo sulla dispersione della specificità del contributo italiano in mezzo agli internazionali e all’esercito repubblicano spagnolo.
Dopo cinquant’anni, ritornato in Spa­gna, Pacciardi è andato al sacrario di Saragozza, dove in una torre rimasta a metà sono raccolte le ossa dei caduti italiani di entrambe le parti. Si è fermato davanti ai nomi dei garibaldini, degli amici, come davanti alle lapidi di quelli che combatterono e morirono dall’altra parte. C’è anche l’anarchico Camillo Berneri, assassinato da agenti stalini­sti. L’unico generale italiano morto in Spagna è Alberto Liuzzi, della milizia fascista. Ebreo. Paradossi della storia. Il monumento ossario è affidato alla cura dell’ex console onorario Roberto Mastrantonio, un reduce italiano, e alla moglie spagnola Carmen.

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GLI ASSI NELLA MANICA

L’aviazione italiana agli ordini di Franco

di Ferdinando Pedriali

Sul ruolo avuto dall’aviazione italiana in Spagna, in particolare dopo la scon­fitta subita dai legionari a Guadalajara, pubblichiamo uno stralcio da La guerra di Spagna e l’aviazione italiana, uno studio inedito di Ferdinando Pedriali, ricercatore di storia contemporanea.

All’inizio di marzo 1937, mentre le prime difficoltà rallentavano la marcia del Ctv su Guadalajara, il ministero dell’aeronautica italiano, per parare ogni evenienza, mise mano all’allestimento di un nuovo contingente aereo da inviare in Spagna.
La preveggenza del sottosegretario all’aeronautica generale Valle risultò utile per dare immediata esecuzione all’ordi­ne, emanato il 18 marzo da Mussolini, di riprendere le spedizioni di materiale aeronautico. A quella data, mentre le sorti della battaglia di Guadalajara erano già volte a sfavore delle armi italiane, era evidente che se l’Italia non avesse ripreso le forniture d’armi, il massiccio flusso di materiali bellici e aerei russi, che giungeva ininterrotto attraverso il Mediterraneo, nonostante gli impegni assunti pure dall’Urss con il Comitato del non intervento, avrebbe finito per alterare irrimediabilmente i rapporti di forze in Spagna.
La spedizione dei velivoli approntati da Valle prese subito l’avvio, sebbene fra le alte sfere italiane serpeggiasse il dubbio sulla convenienza di tenere l’Italia militarmente impegnata in Spagna. L’ambasciatore italiano a Salamanca, Roberto Cantalupo, era favorevole a un progressivo disimpegno dalla Spagna, da trattare con Francia e Gran Breta­gna, in cambio di adeguate contropartite politiche.
Uno dei più stretti collaboratori di Mussolini, il sottosegretario alla guerra generale Pariani, era a questo riguardo così intimamente perplesso da adom­brare in una lettera a Ciano, scritta un mese dopo Guadalajara, l’ipotesi al­quanto tardiva e peregrina di mantenere una «certa libertà di sganciamento dai nazionalisti».
Mussolini scelse però, per conside­razioni relative al prestigio politico e militare del fascismo e dell’Italia, di mantenere a Franco il suo appoggio sino alla vittoria. L’arrivo in Spagna di nuovi aerei italiani impedì, nella primavera del 1937, che la repubblica spagnola acquisisse una forte e forse de­cisiva supremazia aerea, con incalcola­bili conseguenze sull’esito della guerra. Dall’aprile al giugno 1937 l’aeronautica militare repubblicana fu potenziata con 211 nuovi velivoli da caccia e bombar­damento: 173 consegnati dall’Urss e 38 acquistati in Francia, Cecoslovacchia e Usa via Messico. All’incirca nello stesso periodo l’Italia mise a disposizione di Franco 91 velivoli, mentre la Germania contribuì con appena 47 velivoli […].
In totale dal 16 marzo alla fine di giugno, l’aviazione legionaria ricevette: 19 bombardieri (8 S.79 e 5 S.81), 60 caccia Cr 32 e 12 Breda Ba 65 […].
La robusta iniezione di aerei italiani consentì quasi il raddoppio della forza dell’aviazione legionaria e finalmente esaudì le insistenti richieste spagnole di avere caccia Fiat. Dei 60 nuovi Fiat Cr 32, 40 furono assegnati al neocostituito XXIII gruppo caccia, 8 andarono a ripianare le perdite degli altri due gruppi da caccia e dodici furono consegnati all’aviazione spagnola, che ebbe così abbastanza velivoli da costituire un proprio gruppo di caccia Fiat […].
I piloti e gli specialisti italiani al segui­to dei nuovi velivoli arrivarono sia via mare sia in volo con gli idrovolanti Cant Z 506 dell’Ala littoria, che seguirono la rotta Roma-Ostia, Palma de Mallorca, Cadiz. Fra il marzo e l’aprile 1937, altri 52 piloti e 75 specialisti raggiunsero l’aviazione legionaria, che così (a partire dall’agosto 1936) ricevette in totale 1.153 uomini (di cui 329 piloti, 745 specialisti e 79 addetti vari). Però, nel frattempo, 27 aviatori erano morti in combattimento o per incidenti, 8 erano dispersi o prigionieri e un certo numero era già rimpa­triato. Fra i nuovi arrivati spiccavano il maggiore Zotti, comandante del nuovo XXIII gruppo caccia (squadriglie 18a 19a e 20a) costituito a Tablada il 24 aprile e divenuto poi famoso come Gruppo «Asso di bastoni»; il maggiore Aramu, incaricato del comando del XXIX Grup­po bombardamento veloce (squadriglie 280a e 281a) equipaggiato con gli S.79; il maggiore Leotta, comandante del VI gruppo caccia, e il capitano Desiderio, comandante della 65a squadriglia Ba 65.
L’organizzazione dell’aviazione le­gionaria si consolidò con l’arrivo, in maggio, del nuovo comandante in capo, generale Bernasconi […].
Tutto il personale, dai piloti ai sem­plici avieri, era volontario.

Storia Illustrata, Agosto 1986, pp. 22-33

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