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FULL METAL JACKET Recensione di Giovanni Grazzini

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Full Metal Jacket - Pyle (Vincent D'Onofrio)
Full Metal Jacket - Pyle (Vincent D'Onofrio)

di Giovanni Grazzini

Il tempo passa ma Kubrick non cambia idea: fra tutte le maniere di morire la guerra continua a sembrargli la più cretina. A trent’anni esatti dal suo Orizzonti di gloria, che resta un pilastro del cinema antimilitarista, e a una ventina da Stranamore, eccolo ancora sparare a zero contro chi scatena l’istinto omicida dell’uomo. Per esempio contro la bestiale ideologia che gli sembra sovrintendere al sadomasochista addestramento dei marines, incarnata da un feroce sergente che durante gli anni Sessanta nelle caserme di Parris Island (South Carolina) lava il cervello delle reclute coprendole di ingiurie, esigendo cieca obbedienza, infliggendo umilianti punizioni e imponendo a quei disgraziati ragazzi di essere tutt’uno col fucile. Del plotone fa parte il soldato “Joker”, nominato caposquadra perché ha avuto il fegato di tenere testa al sergente, ma anche il soldato Pyle, un ciccione balordo che quando avrà finalmente imparato a manovrare la sua arma ne farà un uso terrificante.
Appunto alcuni di loro si ritrovano in Vietnam nel ’68, dapprima nelle retrovie e poi al fronte, colti dall’insensata voluttà omicida a cui sono stati preparati in madrepatria. “Joker”, che ora fa il reporter per il giornale dei marines (tutto il film si finge raccontato da lui, quasi fosse una gelida corrispondenza), combatte in prima linea col fotografo Rafterman. Assiste a scene tremende – corpi bruciati dalla calce viva, cadaveri di vietcong conservati per souvenir – e insieme con il vecchio compagno di corso battezzato “Cowboy” avanza fra i ruderi della città di Huè, facile bersaglio, con i commilitoni, dei micidiali, invisibili musigialli. Fra un’imboscata e l’altra i marines rispondono sorridendo ai cineoperatori di guerra, ma accade che qualcuno s’interroghi ad alta voce sulle ragioni di quel loro morire.
La vetta del paradosso viene toccata quando un solo cecchino appostato fra le macerie, per ironia della storia una donna, minaccia di decimare la pattuglia. Proprio “Joker” dovrà dare il colpo di grazia, non sai se più spinto dalla pietà o dal ribrezzo, a chi gli ha ucciso l’amico. E proprio “Joker”, nel finale, riassumerà l’effetto folle di tutto l’accaduto nella voglia di ridere e cantare, nel dirsi felice di essere vivo, senza paura, in quel mondo di merda. Per cui questa è la certamente non nuova ma implacabile morale del film: la sarcastica, sgomenta controprova della schizofrenia in cui viviamo, simbolizzata da un “Joker” che ha scritto sull’elmetto “Nato per uccidere” e tuttavia porta il distintivo dei figli dei fiori (“il dilemma dell’uomo”, ha tentato di spiegare a uno sbalordito superiore facendo il nome di Jung…).
Pur meno eccezionale di quanto la lunghissima gestazione facesse supporre, Full metal jacket (in gergo militare proiettili corazzati in dotazione ai marines, nella metafora i soldati stessi, usati come strumenti di morte) è un apologo d’umor nero da vedersi preferibilmente nell’edizione originale con didascalie italiane: un film che oltrepassa l’occasione storica della guerra del Vietnam senza entrare nel merito come Platoon, e che sulla linea di tutta la poetica di Kubrick deride la Ragione umana, biologicamente negata a riparare quel verminaio della Creazione da cui nacque la crudeltà dell’Arancia meccanica.
Pessimista come non mai sulla vocazione autodistruttiva della società, e tuttavia conquistato dalle trasparenze fantastiche che il reale può assumere quando sopravviene il delirio della violenza, Kubrick ci dà, a sette anni da Shining, un film meno concettoso ma altrettanto memorabile, un agghiacciante modello di grottesco: per il parossismo verbale e gestuale prodotto da quel sergente psicopatico, per il sinistro tono documentario che acquista la finzione (tutto è stato ricostruito nei dintorni di Londra…). Guidato dalia musa dell’iperreale che porta l’immagine fuori dal tempo e alieno dal soffermarsi più di tanto sul verosimile psicologico, Kubrick va nell’horror metafisico ma non perciò smarrisce il suo filo didascalico. Il film resta un’invettiva d’altissimo livello umanistico che mischiando la farsa alla tragedia taglia le gambe a qualsiasi nostalgico di John Wayne (personalmente qui chiamato in causa).
Finita la proiezione, sono pochi gli spettatori che hanno il coraggio di guardarsi in viso. Ci vergogniamo l’uno dell’altro, per l’oscenità del nostro voler sopravvivere ad ogni costo alla violenza da noi stessi mitizzata in epopea guerresca. E quella stretta alla bocca dello stomaco che avvertiamo verso l’epilogo significa che Kubrick ha centrato il bersaglio rendendoci partecipi, quasi fossimo presenti, della furia aberrante e della suspense che fa uscire di senno. Non a caso la figura centrale del film è quella di “Joker”, nel quale convivono amor di burla e compassione, il cinismo del killer e lo stupore del ragazzo. Dal contrappunto fra identificazione e straniamento, i due processi contemporaneamente messi in moto da quel personaggio, deriva allo spettatore una tensione insostenibile. Il libro del giornalista Gustav Hasford (The short-timers) che Kubrick ha sceneggiato con lo stesso Hasford e il Michael Herr già collaboratore di Coppola per Apocalypse now resta appena un traliccio in un film che punta molto più sulla barbarie d’ogni storia azzeratrice della personalità che non sulle motivazioni politiche della guerra o le cause della sconfitta americana. Finalizzata al delirio è perciò anche tutta la veste formale del film: la scenografia visionaria, tutta inventata da Anton Furst, il magnifico sonoro (urla, rombi, mitraglia, con le canzonette d’epoca in simbolico contrasto), l’inquadratura che concentra nello spazio il massimo di elementi espressivi.
Fra gli attori si riconosce Matthew Modine – l’ultima volta lo vedemmo in Birdy – che significa assai bene il tragitto compiuto da un marine sulla via della più turpe indifferenza a quanto accade nel mondo; ma di grande efficacia è anche l’interpretazione di Lee Ermey, che per aver combattuto nel Vietnam deve essersi messo agevolmente nei panni del paranoico istruttore per il quale i marines hanno oltretutto l’obbligo di credere a Maria Vergine. Fra quanti restano nella memoria, per come Kubrick ha caratterizzato i loro personaggi, sono poi Adam Baldwin (il fanatico “Animal” che anticipa Rambo), Vincent D’Onofrio (il soldato Pyle al quale dà di balta il cervello), Dorian Harewood (“Eightball”) e Arliss Howard (“Cowboy”) : in vario modo tutti avviati ai miseri “orizzonti di gloria” che il sangue e l’alienazione loro dischiudono.

Corriere della Sera, 10 Ottobre 1987
Ripubblicato in Cinema ’87, Editori Laterza, 1988

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