Home LITERATURE DANTE ALIGHIERI raccontato da Indro Montanelli

DANTE ALIGHIERI raccontato da Indro Montanelli

SHARE
Domenico di Michelino, Dante con in mano la Divina Commedia, 1465
Domenico di Michelino, Dante con in mano la Divina Commedia, 1465

Fascicolo numero 4 della collana “I Protagonisti”, pubblicato a puntate dal quotidiano Il Giornale nel 1993

DANTE ALIGHIERI (1265 -1321)

Con l’elevazione al Soglio di Innocenzo IV, la lotta fra l’Impero e il Pa­pato toccò il suo culmine e nemmeno la morte di Federico II ne mitigò gli eccessi. La guerra contro gli Hohenstaufen continuò e il Papa poté vincerla persuadendo Carlo d’Angiò a strappare agli eredi di Federico il Regno di Sicilia. In sostanza, per rovesciare una potenza, il Papa si mise alla mercé di un’altra, dando vita a una politica delle alleanze che sarà imitata nel corso dei secoli.
Ghibellino di sentimenti, ma quando la causa ghibellina era ormai perduta, il Poeta militò nella fazione dei guelfi bianchi. L’impossibile restaurazione della unità imperiale rimase un suo sogno che, tuttavia, non gl’impedì di dare agl’italiani lo strumento necessario all’unità nazionale: la lingua.

Era nato nel 1265, cioè cinque anni dopo la battaglia di Montaperti, quando i ghibellini avevano ripreso il sopravvento in una Firenze sconfitta dalle forze di Siena e dei suoi alleati imperiali, e il suo vero nome era Durante. La famiglia era guelfa. Ma non era stata bandita perché non era di quelle che potevano impensierire i nuovi padroni. Gli Alighieri un tempo si erano chiamati Elisei e avevano un’origine nobiliare. Uno di loro, Cacciaguida, era stato crociato in Terrasanta: il che allora equivaleva a un blasone. Poi la dinastia si era divisa in due rami, gli Alighieri e i Del Bello, ma nessuno di essi era diventato cospicuo. Il padre di Dante, Alighiero, aveva un po’ di terra e delle case. Ma non ne ricavava di che ti­rare avanti la famiglia, e pare che s’ingegnasse praticando anche un po’ d’usura, ma su modestissima scala. Desumiamo la sua pochezza soprattutto dal silenzio di Dante che di lui non parlò mai: il che ci fa pensare che non abbia nutrito nei suoi riguardi né affetto né rispetto.
Alighiero aveva sposato una certa Bella di cui sappiamo solo che, dopo avergli dato quel figlio, morì. Il bambino doveva avere fra i tre e i cinque anni, e nemmeno di lei ha mai parlato, forse perché non la ricordava. In casa gli piovve una matrigna, Lapa, che diede a Alighiero altri tre figli: un maschio e due femmine. Molti biografi dicono che Dante ebbe un’infanzia infelice fra quella mamma che non era la sua e quei fratelli che lo erano solo a metà. Ma non sanno addurne altra prova che il carattere di Dante, rimasto sempre ombroso, chiuso e malinconico. In realtà, dai pochi e vaghi accenni che Dante ci ha lasciato di questi parenti, si direbbe anzi ch’essi gli furono molto vicini e solidali, specie nei momenti difficili. La sorellastra Tana, come appare da un passaggio della Vita nova, lo curò amorosamente durante una malattia e il fratellastro Francesco gli prestò parecchi soldi e poi volontariamente lo accompagnò sulla via dell’esilio.
A Firenze c’è ancora la casa di Dante. Ma non è certamente quella in cui egli nacque e crebbe, perché questa fu demolita quando venne bandito: la distruzione della casa faceva parte del castigo che s’infliggeva ai nemici politici vinti. Però sorgeva nelle vicinanze, in quello che allora si chiamava il «sesto di Porta San Piero». Non sappiamo come fosse fatta, ma sappiamo che le case di Firenze, a quei tempi, lasciavano piuttosto a desiderare in fatto di comfort. Non avevano acqua corrente né gabinetti, i pianciti erano di terra battuta cosparsa di paglia che marciva e puzzava, le finestre erano delle assi di legno. Firenze non era allora la stupenda e ridente città che oggi co­nosciamo. Avrà avuto un cinquantamila abitanti. Sebbene avesse già costruito una seconda cerchia di mura per potersi distendere un po’ di più, era ancora piuttosto soffocata, con straduzze strette e a gomiti. Di edifici imponenti e artisticamente pregevoli aveva solo il Battistero di San Giovanni, ma non ancora rivestito di marmi. L’insieme era severo e arcigno, grazie alle torri costruite dai nobili, lunghe, strette e minacciose, che le davano un’aria di campo trincerato. Di bello, c’era solo il paesaggio: quella corona di colline, fra cui si srotolava l’Arno. L’abitato si stendeva tutto sulla sponda destra del fiume. Con quella sinistra era collegato da un solo ponte: il Ponte Vecchio. Di tutta l’infanzia del poeta, conosciamo solo un episodio, che però doveva restare decisivo per la sua vita e la sua opera: rincontro con Beatrice. Gli storici hanno discusso a lungo sulla realtà di questo personaggio: alcuni hanno ritenuto che fosse di pura fantasia. Ma ormai è opinione comunemente accettata che si trattasse della figlia di un Folco Portinari, banchiere molto stimato a Firenze. Era quasi coetanea di Dante, più tardi andò sposa a Simone de’ Bardi, e morì nel 1290, probabilmente di un parto andato male.

Dopo la scuola, dove aveva imparato ben poco, Dante ebbe un altro maestro, che gl’insegnò molto di più: Brunetto Latini. Era costui un notaio che godeva di notevole prestigio, e non solo per le sue qualità professionali. La gran cultura, la signorilità, il «tatto», ne facevano anche un uomo di mondo, un idolo dei salotti, e un diplomatico di prima scelta. Non aveva ori­ginalità di pensiero, ma aveva molto visto, molto viaggiato, molto letto, e sapeva parlarne. Era anche un buon cittadino, un funzionario capace e integro, un coerente uomo di parte. Solo la vita privata lasciava alquanto a desiderare per la sua imparzialità verso i due sessi. Ma questo, nella Firenze di allora (e anche in quella d’oggi), non faceva molta impressione.
Il fatto che Dante, incontrandolo più tardi nell’Inferno, dove lo aveva collocato appunto per quel vizio, chiami affettuosamen­te Brunetto suo «maestro», ha fatto credere a molti ch’egli sia andato materialmente a lezione da lui. In realtà il rapporto non fu scolastico in senso stretto. Dante fu soltanto uno dei giova­ni letterati che intorno a Brunetto si raccoglievano e che formavano quella che oggi si chiamerebbe la nouvelle vague della poesia italiana, cui Dante stesso doveva dare il nome, pas­sato alla Storia, di stil novo.
La novità, per ridurla all’essenziale, consisteva in questo. L’a­more dei provenzali era stato estetico e sensuale, ma anoni­mo. L’identità di colei che lo aveva suscitato veniva nascosta sotto il senhal o pseudonimo. Ed è naturale perché si trattava solitamente di un tributo alla padrona di casa, e bisognava salvare il prestigio coniugale del marito, cioè di colui che forniva l’ospitalità al poeta. Gli stilnovisti fecero il contrario. Tolsero all’amore ogni contenuto carnale. E, resolo in tal modo inoffensivo, poterono metterci sopra l’indirizzo della destinataria. A chi poteva dar noia? Disincarnata e angelicata, l’ispiratrice non è più la moglie né la figlia né la sorella di nessuno. E solo un simbolo di perfezione spirituale e uno strumento di elevazione a Dio. Ciò che conta non è lei, ma il sentimento che suscita. Ed è infatti su di esso che gli stilnovisti si accaniscono, vivisezionandolo e rivoltandolo con una casistica puntigliosa e, a dire il vero, abbastanza uggiosa. I cultori di questo nuovo credo poetico erano Cino da Pistoia, Guido Cavalcanti, Lapo Gianni, Gianni Alfani, Dino Frescobaldi. Erano degli esteti, i cui equivalenti si ritrovano a scadenza di ogni due o tre gene­razioni, e ogni volta credono di inventare chissacché. Predicavano quella che oggi si chiamerebbe «l’arte per l’arte», cioè una poesia «disimpegnata» da tutto, anche dal bisogno di pia­cere ai Signori che avevano mantenuto i trovatori nei propri castelli. E potevano permetterselo perché erano di famiglia aristocratica o della ricca borghesia. Costituivano insomma la «gioventù dorata» di Firenze.
Che vita conducesse coi nuovi amici, non si sa. Ma si sa che costoro razzolavano in maniera assai diversa da come predi­cavano coi loro versi, tutti intesi ad angelicare la donna e a spiritualizzarla. Tuttavia i cànoni andavano rispettati. E quelli dell’«amor cortese» esigevano che anche Dante eleggesse una dama a ideale poetico di vita. Probabilmente fu soprattutto per questo che si ricordò di Beatrice. Non ci sarebbe nulla di bizzarro se l’amore, in Dante, fosse nato dalla poesia, e non viceversa. E nulla toglierebbe alla grandezza dei suoi risultati.

Non aveva più avuto occasione di avvicinarla. Egli dice che, per tenerla al riparo dalle maldicenze, aveva finto di corteggiare un’altra e poi un’altra ancora. Dovette farlo tuttavia con poca discrezione perché a Firenze se ne parlò come di tre­sche bell’e buone. E la voce dovette arrivare anche all’orecchio di Beatrice che, incontratolo un giorno per strada, non gli ricambiò il saluto. Ciò potrebbe far sospettare che anche lei fosse innamorata di Dante e perciò se ne sentisse tradita. Ma non è così. Semplicemente, essa sapeva che Dante l’aveva promossa a Ideale, parlava di lei come della sua ispiratrice, e sapeva che tutti lo sapevano. Avere un poeta ai suoi piedi, senza corrispettivo, la lusingava. E scoprire a un tratto che costui, voltato l’angolo di strada, andava a consolarsi con altre, la indispettì. Nulla di male. È umano. Fecero la pace anni dopo, quando tornarono a incontrarsi a una festa di nozze, che forse erano quelle di lei con Simone de’ Bardi. Egli racconta che, rivedendola, a tal punto sbiancò e fu assalito dal tremore che un amico lo trascinò via, mentre le altre donne ammiccavano a Beatrice che sorrideva per la bella rivincita. Alcuni storici dicono che subito dopo Dante andò a completare i suoi studi a Bologna, ch’era la più rinomata Università italiana. In quella città soggiornò di certo perché vi lasciò anche un sonetto — scherzoso, rugginoso e mediocre — sulla Torre della Garisenda; ma non si sa quando. Comunque, la laurea non la prese. E l’unico vantaggio che ritrasse da quel soggiorno, fu l’amicizia con Cino, scacciato da Pistoia e rifu­giatosi lì per vicende politiche.
A queste vicende Dante, fin allora, si era mantenuto estraneo, anche perché il credo estetico degli stilnovisti non obbligava a impegnarvisi, anzi ne scoraggiava. Ma Firenze seguitava ad essere agitata dalle passioni. I guelfi avevano ripreso il sopravvento dopo la fine degli Hohenstaufen e a farle resistenza erano rimaste solo Pisa e Arezzo. Pisa, che significava lo sbocco al mare, era stata ormai ridimensionata da Genova. Restava Arezzo, centro di tutto il ghibellinismo toscano, anzi italiano, capeggiato dal vescovo Degli Ubertini, un prete che preferiva il manganello alla Croce.

Il 2 giugno dell’89 l’esercito fiorentino, comandato dal generale angioino Amerigo di Narbona e rafforzato dai contingenti delle altre città guelfe di Toscana, scese sulla città nemica per liquidare la partita. Contava dodicimila uomini, e fra di essi vi era il ventiquattrenne Dante che prese anche parte alle opera­zioni contro Pisa, e certamente partecipò all’assedio e al sacco del castello di Caprona, com’egli stesso più tardi ricordò. Finalmente congedato, si ammogliò con Gemma Donati che apparteneva a una casata fra le più nobili, e aveva anche una certa dote. Boccaccio la descrive egoista, mediocre, arida e querula, una mezza Santippe. Ma Boccaccio, in odio alla sua, era un nemico giurato di tutte le mogli. Dai fatti risulta che Gemma si comportò molto bene nei confronti del marito. Lo aiutò nei momenti di bisogno, allevò i figli dei quali egli ben poco si curò, e lo stesso Boccaccio le riconosce il merito — che forse non le compete — di aver salvato i primi sette Canti della Commedia.
Semmai, fu Dante che la ripagò piuttosto male, perché subito dopo le nozze cominciò per lui un periodo di dissipatezze, che Guido in questa vita e Beatrice nell’altra dovevano aspramente rimproverargli. Si era imbrancato in una brutta compagnia: quella di Forese Donati, detto Bicci, cugino di Gemma. E trascorreva il tempo tra Fiorette, Violette e Pargolette, che non dovevano essere ragazze di costumi precisamente illibati. Ciò non gli impedì di mettere al mondo con Gemma un certo numero di figli: due o tre maschi, Pietro, Jacopo, e forse un Giovanni, e due femmine, Antonia e Beatrice, che però forse sono la stessa persona.
Di che vivesse, non sappiamo. Come tutti coloro che volevano godere di pieni diritti politici, si era iscritto anche lui a un’Arte, quella dei Medici e Speziali. Perché abbia fatto questa scel­ta, è incerto. Forse perché appunto non praticava regolarmente nessun mestiere e quindi poteva sceglierne, come etichetta, uno qualunque. 0 forse perché ai Medici e Speziali potevano aderire tufi i consumatori di generi chimici. Giotto vi si era iscritto perché consumava colori; Dante, perché consumava inchiostro. Comunque, dovett’essere soprattutto Gemma a mandare avanti la famiglia con la sua dote.
Egli dice che a mettere fine a questo scapestrato intermezzo fu un sogno in cui gli apparve la «mirabile visione» di Beatri­ce. Svegliandosi, giurò a se stesso di dire di lei ciò che nessun uomo aveva detto di nessun’altra donna al mondo. Forse gli era nata in testa l’idea della Commedia.
Ma, oltre al sogno, ci fu anche un’altra cosa a trarre la sua vita per un altro verso: la politica.
Questa era entrata in una fase acuta, sebbene non avesse più nessun contenuto ideologico. Ne aveva avuto al tempo della lotta fra guelfi e ghibellini, quando si era trattato della scelta fra la Chiesa e l’Impero. Ma oramai l’Impero non era più che un ricordo e i ghibellini, dopo la battaglia di Campaldino, era­no ridotti all’impotenza.
Ora i guelfi, non avendo più da combattere i ghibellini, si era­no divisi per combattersi fra loro. Le due fazioni si chiamava­no dei Bianchi e dei Neri su imitazione di quelle di Pistoia, do­ve una famiglia, quella dei Cancellieri, si era appunto divisa in un ramo bianco e in un ramo nero trascinando nei suoi odi e insanguinando tutta la città.

A Firenze la rissa era scoppiata per una questione di primato economico e sociale fra due dinastie di magnati. Quella bianca era capeggiata da Vieri Cerchi, quella nera da Corso Donati, fratello di Forese e cugino di Gemma Alighieri.
E fin qui, era tutto normale, compreso il sangue che ogni poco scorreva fra le due fazioni: a Firenze le fazioni c’erano sempre state, e il sangue era sempre corso. Ma il conflitto di dinastie si trasformò in guerra civile, quando Bonifacio Vili pretese di servirsene per le sue ambizioni di potere temporale. Egli voleva annettere la Toscana agli Stati della Chiesa. E perciò aveva chiamato Carlo di Valois.
Fu, per sua disgrazia, in questa emergenza che Dante venne al­la ribalta politica. Per quali motivi si trovasse imbracato coi Bianchi, non si sa. I legami di famiglia avrebbero dovuto spin­gerlo dalla parte dei Neri perché, grazie al matrimonio con Gemma, era diventato cugino dei Donati. Ma forse a trarlo coi Bianchi furono un po’ l’indignazione per le prepotenze di Corso e molto — crediamo—la solidarietà col suo vecchio amico Guido Cavalcanti, che «il barone» aveva tentato di far assassinare. Firenze, che poteva mettere in campo migliaia di uomini bene armati, si arrese alle poche centinaia di cavalieri del Valois. Il Donati tornò con i suoi squadristi neri, e subito cominciò la «purga». Dante fu tra i primi nove ad essere condannato al rogo, e ciò dimostra il rilievo che aveva assunto nella fallita resistenza. La sentenza porta la data del 27 gennaio 1302, e si può ancora leggere nel sinistro Libro del chiodo conservato negli archivi fiorentini. Ma fu pronunciata in contumacia perché il Poeta era già fuggito col fratellastro Francesco, suo volontario compagno di esilio.

Nel 1308 Dante era in Toscana, nuovamente immerso nella politica. Ve lo aveva richiamato la discesa in Italia di Arrigo VII che voleva restaurarvi il potere imperiale. L’impresa era impossibile, ma Dante se ne infiammò fino a bruciarvi le sue ultime possibilità di perdono. Indirizzò una lettera solenne «a tutti e’ singoli regi d’Italia e a’ senatori dell’alma cittade, a’ duchi e a’ marchesi e a tutti i popoli», per invitarli a sottomettersi all’Imperatore. E andò — pare — a Milano per consegnarla di persona a Arrigo, che certamente ignorava chi fosse quell’uomo e a quale titolo parlasse in nome della Nazione. La quale Nazione dimostrò subito quanta poca intenzione avesse di sottomettersi. E, come abbiamo già detto, i più protervi di tutti furono proprio i compatrioti del Poeta.
Agli «scelleratissimi fiorentini» Dante scrisse allora un’altra lettera invocando sulla loro testa morte e distruzione. Ed una terza indirizzò ad Arrigo per sollecitarlo a castigare la città ribelle. Ne invocava la resa incondizionata, il massacro, l’incenerimento.

Probabilmente Arrigo non lesse mai queste missive. Ma i fiorentini, sì. E quindi c’è anche da capirli se, quando di lì a poco decisero di promulgare un’amnistia, ne esclusero il Poeta, cui non rimase altra speranza che l’esercito di Arrigo. Ma quell’esercito era debole, e Arrigo di lì a poco mori. Era la fine delle speranze di Dante.
«Povero assai, trapassò il resto della vita dimorando in vari luoghi per Lombardia e Toscana e per Romagna sotto il sussidio di vari Signori», dice spicciativamente il più serio e documentato dei suoi primi biografi, il Bruni. E purtroppo non abbiamo molto da aggiungere.
E quasi certo che il primo di questi Signori fu Cangrande della Scala a Verona, uno dei più pittoreschi e splendidi despoti dell’epoca. Teneva corte fastosa e aperta a tutti gli ospiti di passaggio. Ma appunto per questo lo scontroso Dante non dovette trovarcisi molto bene e, pur restando agli stipendi del Signore, sì ritrasse in una casetta per conto suo, dove lo raggiunsero i figli.

Non si sa con esattezza quando lasciò Verona, né perché accolse l’invito di Guido Novello da Polenta di stabilirsi a Ravenna. La quiete, il silenzio, la criptica bellezza di quella città tombale, chiusa nelle memorie del suo glorioso passato, dovettero piacergli non meno dell’affabilità del suo signore. La stima e la cordialità con cui si vide accolto sciolsero un po’ i nodi del suo carattere angoloso. Questi ultimi anni furono forse i più sereni della sua vita tribolata, certo i più redditizi come lavoro. Guido lo colmava di cortesie, e gli amici di affetto. In loro compagnia il Poeta faceva lunghe passeggiate nella pineta, soste sui sagrati delle cento chiese fra i monu­menti bizantini e gotici, e amichevoli visite al palazzo. Ogni tanto Guido lo incaricava di qualche missione, ma riservandogli solo quelle più delicate per non distrarlo dalle sue car­te. Fu così che una volta lo mandò a Venezia per risolvere una spinosa diatriba che minacciava di sfociare in una guerra tra le due città. S’ignora come Dante se la cavasse. Forse non fece nemmeno in tempo a svolgere il suo compito perché cadde ammalato e, sentendo approssimarsi la fine, affrettò il ritorno. Doveva trattarsi di una forma acuta di malaria perché aveva la febbre altissima e delirava. Quando arrivò a Ravenna era già allo stremo. Non si sa nemmeno se riconoscesse i volti dei figli e degli amici che si avvicendavano al suo capezzale.
Spirò nella notte fra il 13 e il 14 settembre del 1321.

I contemporanei non si accorsero molto di quella scomparsa: Dante era molto meno conosciuto e ammirato di certi mediocri latinisti come Giovanni del Virgilio; e anche tra i poeti lo si considerava inferiore a un Guinizelli che Bologna aveva laureato ad honorem. La sua grandezza fu scoperta molto più tardi. Il primo a farsene un’idea abbastanza esatta, bisogna riconoscerlo, fu Boccaccio. Ma gli studi critici veri e propri su di lui cominciarono solo nel Settecento.
Il Poeta non aveva sparpagliato il suo talento in una vasta produzione. Aveva debuttato con la Vita nova, scritta fra i diciotto e i ventinove anni, ch’è il romanzo poetico del suo a- more per Beatrice secondo la convenzione (ahi, quanto visibile!) stilnovista. Il suo primo lavoro organico è il Convivio, che forse Dante cominciò all’inizio del suo lungo esilio per accreditarsi come uomo di dottrina presso coloro alla cui porta avrebbe bussato. E uno zibaldone che in quindici trattati doveva sviscerare tutto lo scibile del tempo. Grazie a Dio, il Poeta lo ridusse a tre soli forse perché anche lui ci si annoiò. Più importante è il De vulgari eloquentia, prima tratta­zione scientifica di lingua italiana. E incompiuta e, dal punto di vista filologico, grossolana e rozza. Per spiegare la diversità delle lingue, Dante si rifà alla torre di Babele. Ma, accanto a queste ingenuità, ci sono anche delle stupefacenti intuizioni. Dante ha compreso che il latino ormai è una lingua morta. Ma teme che quella «volgare» sia travolta dai dialetti per mancanza di un’«aula», cioè di una Corte, che elabori un «volgare» nazionale e illustre. Egli ha già previsto la tragedia della lingua italiana, che è proprio questa di non essersi mai formata. Il ghibellinismo di Dante e il suo sentimento monarchico sono meglio espressi in questo trattato, dove s’invoca l’«aula», cioè l’unità nazionale intorno a una Corte laica, che nel De monarchia, composto in onore di Arrigo VII e per dare un fondamento filosofico e giuridico alle sue pretese di restaurazione imperiale.

Queste e tutte le altre operette avrebbero conferito a Dante un rango pari a quello di Cavalcanti, se a illuminarle di riflesso non ci fosse la Commedia. I dati anagrafici del capolavoro sono incerti. Boccaccio dice che Dante ne aveva già composto sette Canti prima di lasciare Firenze. Probabilmente l’i­dea di quella grande opera gli venne a Roma, quando vi andò per il Giubileo del ‘300. E Dante lo conferma nel verso d’inizio, «Nel mezzo del cammin di nostra vita», cioè trentacinque anni, quanti ne aveva appunto a quella data. Ma non è detto che, concepita l’idea, vi ponesse subito mano. E più probabile che gli sia maturata in corpo piano piano. L’impressione che se ne ricava, leggendola, è di qualcosa che, lungamente meditato, sia stato poi colato di getto. E questo avvenne di certo negli anni dell’esilio, probabilmente fra Verona e Ravenna, perché’ quella che vi alita del primo all’ultimo verso è la disperazione del perseguitato che fa appello alla giustizia di Dio contro quella degli uomini.
Non è questa la sede per rintracciare il contenuto della Commedia, che tutti del resto conoscono nelle sue fondamentali linee architettoniche. Il meraviglioso viaggio nell’oltretomba è diviso in tre Cantiche (Inferno, Purgatorio e Paradiso), ognuna di trentatré canti che, con quello di prologo, formano un insie­me di cento, numero perfetto. Ogni Canto a sua volta è diviso in terzine di endecasillabi fra loro legate: il primo verso fa rima col terzo, il secondo col primo della terzina successiva.

Dante non poteva proporsi un «piano» più rigido e scabroso. Ma egli era il contemporaneo di Giotto e di Arnolfo, cioè dei grandi costruttori di cattedrali, e anche lui volle elevarne una concepita secondo gli stessi rapporti e simmetrie. Poteva farlo perché aveva una padronanza assoluta del verso: egli stesso soleva dire che talvolta si era trovato in imbarazzo davanti a un’idea, ma mai davanti a una rima. E lo ha dimostrato coi suoi virtuosismi, riuscendo per esempio a chiudere tutt’e tre le Cantiche con la parola «stelle».
La Commedia non è un’opera originalissima. Il Medio Evo era pieno di racconti, derivati soprattutto dalla favolistica araba, di viaggi nell’oltretomba. Dante vi attinse, ma aggiungendovi qualcosa che lui solo possedeva: la Poesia. Essa non è presente in tutti i quindicimila versi del suo poema, che qua e là divaga o sbadiglia. Ma nessuno ne ha profusa di più e più alta di lui. Dante fa sorridere quando s’impanca nella filosofia. Credeva di essere un teologo e di scrivere una specie di Summa o compendio del pensiero cristiano. Viceversa in questo campo era rimasto alquanto arretrato anche in confronto a molti suoi coetanei che già avevano una qualche dimestichezza con le nuove correnti razionalistiche nate in Francia alla scuola di Abelardo e diffuse in Italia da san Tommaso.

Dante era rimasto al Medio Evo, con le sue superstizioni, i suoi terrori e la sua concezione del mondo come di un gran mistero, di cui solo Dio poteva fornire la chiave. Il suo orolo­gio si era fermato l’anno del suo esilio. Dopo, non aveva vissu­to che di ricordi, ripiegato su se stesso e sul suo passato. Per tutta la vita i suoi pensieri avevano seguitato a ruotare su Firenze, Bonifacio, Corso, Vieri, Guido, Beatrice. Ma quando attinge a questo pozzo, la sua poesia è sublime, e lo è imparzialmente nella preghiera e nella bestemmia. I suoi stessi difetti umani — l’orgoglio, l’egocentrismo, la passionalità — sono la condizione della sua grandezza.
Non fu un precursore del Risorgimento e dell’unità nazionale, come qualcuno scioccamente ha detto. In politica era soltanto un reazionario che sognava l’impossibile restaurazione dell’u­nità imperiale. Ma diede agl’italiani lo strumento più necessario a diventar tali; la lingua. In questo Paese d’insopportabili retori latineggianti, il «volgare» diventò nobile solo grazie a Dante.
I triboli, per Dante, non finirono con la morte. Guido Novello, che aveva già bandito un concorso per la composizione dell’e­pitaffio da iscrivere sulla sua tomba, venne rovesciato dai suoi parenti e anche lui finì, come il Poeta, la sua vita in esilio.
Nel 1327 il Cardinale del Poggetto, Legato pontificio in Lombardia, fece bruciare il De Monarchia come libro eretico, e propose che le ceneri dell’autore venissero dissepolte e sparse al vento. Gli amici e ammiratori di Dante riuscirono a stento a sventare l’infamia. Ma ci volle un secolo e mezzo perché la Chiesa abbandonasse le sue prevenzioni contro il Poeta. E fu il padre del Cardinale Bembo a commissionare, a Pietro Lombardo il “fregio” di cui oggi non si vede più che una pasticciata manipolazione. La cella a cupola fu sistemata nel 1780 dal Morigin, e Stecchetti la definì “una patacca”.

Ma l’ammirazione di cui ora godeva si rivelò, per la pace di Dante, non meno insidiosa dei rancori. Colta dal rimorso per il trattamento che gli aveva inflitto, Firenze fin dal 1373 aveva istituito una cattedra di esegesi dantesca e l’aveva affidata al Boccaccio. Venticinqu’anni dopo chiese a Ravenna i resti del Poeta per seppellirli in Santa Maria del Fiore accanto a quelli dello stesso Boccaccio, del Petrarca e di Accursio. Ravenna naturalmente rifiutò, e con piena ragione. Ma nel 1519 la richiesta fu ripetuta, e stavolta da un Papa, Leone X dei Medici fiorentini, cui era difficile rispondere di no.
Ravenna dovette piegare la testa. Ma la commissione inviata per recuperare i resti, quando ebbe aperta la tomba, non vi trovò che due o tre ossicini e le foglie secche del lauro con cui Guido aveva coronato il suo grande amico. Cominciava così una di quelle “cacce al cadavere” che dovevano restare una delle nostre specialità nazionali fino a Mussolini.
Le autorità ravennati, interrogate sulla sparizione, non se ne mostrarono affatto sorprese. Risposero che evidentemente Dante seguitava a fare da morto ciò che aveva fatto da vivo, cioè era in viaggio o verso Pinferno o verso il paradiso. E il Papa era la persona meno autorizzata a mettere in dubbio la fondatezza di una simile ipotesi, che postulava la reincarnazione dell’anima nel suo corpo, come la Chiesa voleva.
Nel 1865 l’Italia, da poco diventata una Nazione libera e unita, si apprestava a celebrare il sesto centenario della nascita del Poeta. Fra le altre cose fu deciso il restauro del suo sepolcro. E un trombaio, aprendo un buco “nell’angolo fra le cappelle Rasponi e Braccioforte — scrive Santi Muratori —… sulla soglia di una porta”, scoprì una cassa di legno semidecomposta dall’umido.
Apertala, si trovò uno scheletro quasi intatto e una specie di expertise sotto forma di lettera in doppia copia — una datata dal giugno, l’altra dall’ottobre 1677 — a firma del priore del convento Antonio Santi. Costui attestava che quelle erano le ossa di Dante. I monaci, diceva la lettera, le avevano trafugate al tempo di Leone X per impedirne la traslazione.
Il segreto venne rivelato perché ormai Firenze aveva perso ogni titolo a rivendicare quei resti, patrimonio di una patria di cui entrambe le città facevano parte. Ma dove fosse rimasto Dante dal 1519 al 1810, anno in cui lo misero nella “soglia” di Braecioforte, è tuttora un gran mistero. Comunque, lo scheletro venne ricomposto nell’urna. E tutto sembrava definitiva­mente sistemato, quando a complicare nuovamente le cose so­pravvenne l’iniziativa privata.
Nel 1878 il segretario comunale di Ravenna, Pasquale Micco- li, nel lasciare la sua carica per limiti di età, consegnò al suo successore un pacchetto contenente “diverse ossa, avanzi mortali del Divino Poeta, trafugate all’epoca del loro scopri­mento nel 1865”. Anch’esse erano accompagnate da ben quattro lettere di autenticazione, e una di queste faceva allusione anche a un diverbio scoppiato fra il Borgognoni e il Personali per il possesso di una scheggetta di quei frammenti. Se li era­no litigati.
Nel 1886 gli eredi di un certo Mordani, appena defunto, por­tarono in Municipio un cofanetto di vetro legato in metallo, lasciato dal povero morto. Conteneva una scheggia d’osso e un foglietto con questa epigrafe:

LETTOR MIO BUONO — NON TE NE SCANDALIZZARE — MA INCHINATI — E BACIA QUESTA URNETTA — XVI DI OTTOBRE M.DCCC. LXV — IO FILIPPO MORDANI — HO QUI DEPOSTO QUESTO FRAMMENTO D’OSSO — DI DANTE ALIGHIERI — DONATOMI DA CHI LO TOLSE FURTIVAMENTE — DALLA CASSA DOVE IL P. ANTONIO SANTI — MI. CONV. RAV. — AVEVA RINCHIUSE LE RELIQUIE — DEL DIVINO POETA — DOPO LA MORTE MIA VOGLIO CHE COSI’ INSIGNE RELIQUIA — SI CONSERVI PERPETUAMENTE — NELLA BIBLIOTECA DI RAVENNA

Il desiderio fu esaudito, e il cofanetto del Mordani venne deposto accanto al sacchetto del Miccoli. Nel ’900 ad essi si aggiunse una scatolina di legno con un altro osso di Dante, lasciato in eredità dal dott. Malagola a sua moglie Elettra, da costei regalato a Corrado Ricci, e da questi restituito al Municipio.
La moltiplicazione dei resti del Poeta cominciava a diventare allarmante. E nel 1921, sesto centenario della sua morte, si decise di ricostituire daccapo tutto lo scheletro in modo da por fine a quell’alluvione. Il mausoleo venne chiuso ai visitatori e l’urna fu riaperta sotto gli occhi di una commissione ministeriale. «Cessata l’onda di commozione — dice il verbale — che aveva curvato le fronti e volti gli occhi intentamente al divino capo nel quale arse la vampa del fuoco sacro e si compì l’inef­fabile prodigio», i professori Sergi e Frassetto procedettero all’inventario delle ossa e alla loro ricomposizione. Ci vollero quattro giorni per liquidare la questione, come fu chiamata, «delle ossa estravaganti», cioè per discriminare i pezzi autentici dai vari doppioni, fra cui ne furono scoperti anche di coniglio e di vitello. Rimasero alcuni dubbi, ma su particolari di poco conto: una falange, una lisca di sterno, briciole insomma. Lo scheletro, una volta ricomposto, suggerì la redazione dei seguenti dati segnaletici:

Dante era piccolo di statura: misurava circa un metro e sessantaquattro. Il suo cranio era tipicamente dolicocefalo, cioè allungato e stretto, con bozze parietali molto sporgenti. La fronte era più larga che alta. La faccia lunga e cavallina formava dagli zigomi al mento quasi un triangolo. L’arcata sopracciliare dell’occhio sinistro era un po’ più alta dell’altra. Il naso lungo e stretto aveva l’osso deviato a destra che doveva rendergli un po’ difficile la respirazione. Il corpo risultava magro e angoloso, tutto a spigoli, il colorito della pelle olivastro, e nero quello dei capelli e della barba.
Don Mesini, tuttora vivo, ebbe l’alto onore di baciare il cranio del Poeta. Poi la Commissione ripose i resti dentro una nuova cassa di piombo, corredandoli di una pergamena su cui sta scritto:

DANTIS OSSA — NUPER REVISA
ET HIC REPOSITA — PRIDIE KAL. NOV. MCMXXI

Questo epitaffio, finalmente redatto con un po’ di sobrietà, chiude la vicenda terrena di Dante.

LEAVE A REPLY

Please enter your comment!
Please enter your name here