LOLITA – Recensione di Giovanni Grazzini

2016-10-22T22:14:52-07:00 October 22nd, 2016|Categories: CINEMA, STANLEY KUBRICK|Tags: , , , , |
  • Lolita - Sue Lyons

Nessuno scandalo ieri sera a Venezia

di Giovanni Grazzini

Una Lolita senza la torbida grazia della ninfetta del romanzo di Nabokov.
Né buono né cattivo, il film di Kubrick ha al suo attivo, più che la scelta della giovane Sue Lyon, quella dei tre attori adulti: Shelley Winters, Peter Sellers e James Mason.
Ecco Lolita, ecco i padri di famiglia in agitazione, in allarme i comitati per la protezione della giovane. Ecco l’ala della perversione calare sulle fumose sale cinematografiche del prossimo inverno. Calma, calma, dietro gli occhiali neri, questa Lolita ammicca e sorride ma non dà troppo scandalo, non giustifica né apprensioni né frenesie. È una ragazzina molto meno pericolosa delle sue imitatici, la sorella minore di tante altre sgualdrinelle che passano sugli schermi e nelle strade.
E il suo patrigno è un insigne sporcaccione, ma come ne abbiamo visti e incontrati tanti. Il film, dunque non merita novene di scongiuro e viaggi in torpedone. Ve lo vedrete con calma, e i vostri sonni non saranno turbati.
La scena con la quale si apre è molto bella: l’incontro finale fra un Humbert disperato e un Quilty disfatto con ultimi lampi di genio, un pezzo di alta classe che fa venire l’acquolina in bocca, tanto sono bravi gli attori (James Mason e Peter Sellers). Se il film è tutto così, vi dite, il leone d’oro di Venezia ha già lanciato il suo ruggito di vittoria. Ma il film si regge per poco a questo livello.
Ha alti e bassi continui, zone di stanchezza alternate con qualche bella impennata, momenti di forte tensione che precipitano in burla, e un ritmo della progressione drammatica che per voler essere troppo dosato sfaccetta l’opera in cristalli senza riverbero.
Per scaricare la molla erotica, dice il regista Kubrick, e dirottare la morbosa attesa degli spettatori verso la satira amara della vita americana, di più, verso la condanna di una società in putrefazione. Col risultato, diciamo noi, di svuotarla della sua forza genuina, che era, nel romanzo di Nabokov, l’irrompere in Humbert di questa passione abietta che a poco a poco come gli esalta i sensi così gli devasta il cervello, gli monta dentro come un canto di perversione e lo conduce al delitto.
Perché la complessità del personaggio, e del romanzo, stava nella sottomissione di Humbert a quelli che egli chiamava “la grazia torbida, il fascino elusivo, mutevole, struggente e insidioso che distingue le ninfette dalle loro coetanee”, nella disperazione che prova nel sentirsi stretto dal demone e insieme dalla sublimazione estetica che egli, un intellettuale, ricava da una vivente immagine della bellezza. I grandi poeti erotici dai greci al Settecento a D’Annunzio hanno sempre avuto diritto di cittadinanza nella letteratura nonostante le proteste dei moralisti perché le loro accensioni sensuali celebravano un rito fantastico, attingendo nella carne il mito della pura libertà.
Nabokov non è un grande poeta, ma nel suo romanzo c’era il presentimento di questo mistero. Nel film ve n’è rimasta una traccia. Debolissima. Perché?
La ragione è ovvia: i limiti imposti dal produttore, dalla censura, dalla convenienza, erano troppo forti perché il regista si lasciasse andare a ricostruire il romanzo sullo schermo in tutta la sua ricchezza di tastiera, in quei vari incontri di Lolita con gli uomini, nelle corse da un motel all’altro, nelle modulazioni del suo animo e del suo corpo di ninfa, attraverso tutto l’arco di un dramma anche femminile del quale Kubrick si libera rapidamente facendo dire a Lolita, sul finale: “ho rovinato troppe cose nella mia vita”. Tre quarti del film sono dedicati a descrivere la funesta liturgia del culto di Humbert per Lolita anziché a spiegare il significato che esso ha nella vita del celebrante e della dea.
Nel suo complesso, se si dimentica il romanzo, il film non è né buono né cattivo: è una normale produzione commerciale, che si apre con il piede nudo di Lolita nella mano di Humbert e si chiude, ci dice una didascalia, con la morte di lui in attesa del processo, per trombosi cerebrale: una storia che piacerà alle platee, ma che tutto sommato non sembra giustificare la deroga fatta al regolamento di Venezia, il quale impone che i film presentati alla mostra siano stati programmati soltanto nel paese d’origine, e Lolita si era già visto fuori degli Stati Uniti e dell’Inghilterra, i due paesi coproduttori.

Corriere della Sera, 31 agosto 1962

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