IL DOTTOR STRANAMORE – Recensione di Giovanni Grazzini

  • DR. STRANGELOVE - American Poster

Corriere della Sera 04.04.1964; ripubblicato in Giovanni Grazzini, Gli anni Sessanta in cento film, Editori Laterza, 1978

di Giovanni Grazzini

L’umanità ha ormai così poca fiducia in se stessa che gli artisti, anziché vagheggiare come fecero per secoli miti e leggende sulla nascita dell’universo, inventano favole sulla fine del mondo. Alla domanda «da dove veniamo?» si sostituisce l’altra, più preoccupata, «dove andiamo?»; e proiettata nel futuro la curiosità di sapere chi siamo si trasforma in ansia di sopravvivere. Che tutto ciò torni a svantaggio della poesia si vede ogni giorno, ma pazienza se giova a maturare la coscienza che l’uomo deve darsi da fare per sopravvivere al naufragio nucleare. Il dottor Stranamore, ovvero: come ho imparato a non preoccuparmi e ad amare la bomba è appunto un film appello, un S.O.S. lanciato a tutti i popoli perché individuino i focolai d’infezione dai quali il cancro del fanatismo, del militarismo e di una disumana concezione della scienza può spargersi nel corpo delle Nazioni e in breve distruggere il consorzio civile. Ed è un appello amarissimo, ma pronunciato con clownesca allegria, talché, come al circo, le pene del pagliaccio sono celate dietro la maschera buffa. Ridiamo, e dentro ci rode l’angoscia. Siamo negli Stati Uniti, oggi. Al generale Ripper, comandante d’una base aerea, ha dato improvvisamente di balta il cervello: poiché la sua virilità è in declino, crede che ciò derivi da una cospirazione dei comunisti a danno dell’America; per reagire decide di mandare i suoi bombardieri a sganciare di sorpresa ordigni atomici sulle basi artiche sovietiche. Il comandante pilota, dapprima perplesso, presto accetta la prospettiva di una battaglia a colpi di bombe acca, calca il suo cappello da texano e con spirito di cowboy dirige lo stormo sugli obiettivi. Il Pentagono è in allarme. Il presidente degli Stati Uniti, convocati tutti i capi militari, da ordine che i bombardieri siano subito richiamati. La cosa è impossibile: il generale Ripper, l’unico a conoscenza del codice cifrato ilii; consente di mettersi in contatto con gli aerei in volo verso la Russia, si è barricato per evitare attacchi comunisti di sorpresa, ha tagliato tutte le comunicazioni fra la base e l’esterno, e tiene sequestrato un comandante della R.A.F. che, rendendosi conto della sua pazzia, vorrebbe scongiurare il pericolo d’un conflitto mondiale. Mandato un reparto dell’esercito all’attacco della base, con l’ordine di catturare il generale e farsi consegnare il codice, il presidente convoca al Pentagono l’ambasciatore sovietico e si mette in contatto telefonico col primo ministro russo. Benché questi sia brillo la conversazione, dopo un diplomatico approccio, diviene tanto amichevole che il presidente chiede al collega il favore di abbattere gli aerei americani prima che questi, sganciando le bombe, facciano automaticamente scattare il meccanismo di rappresaglia sovietico che distruggerebbe l’umanità. Ma faccia presto, perché gli aerei sono ormai a poche miglia dai bersagli. Occupata la base di Ripper (il generale, piuttosto che cadere nelle mani dei «comunisti», si è ucciso) e liberato il comandante inglese, questi riesce avventurosamente, con un telefono a gettone, a comunicare al presidente il cifrario che consente di richiamare via radio i bombardieri. Ma uno di essi è stato intanto danneggiato dai missili sovietici, non riceve il contrordine e, a corto di carburante, sta per rovesciare l’atomica sul più vicino obiettivo sovietico. Mancano ormai pochi minuti al momento che può segnare la fine del mondo. Il Pentagono e il Cremino sono impotenti a fermare la macchina di distruzione che essi stessi hanno messo in movimento. Il peggio accade: mentre a Washington il capo di stato maggiore farnetica sul vantaggio che gli Stati Uniti ricavano dall’aver colpito per primi il nemico, e il dottor Stranamore, uno scienziato nazista ridotto, in carrozzella, a macchina pensante, vaneggia sul modo di conservare la stirpe umana sotterrando per cent’anni nei bunkers un gruppo di uomini selezionati, ciascuno dei quali disponga di dieci donne; mentre il presidente degli Stati Uniti assiste disfatto al crollo di ogni speranza di pace e l’ambasciatore sovietico continua, per la forza dell’abitudine, a fotografare di nascosto gli impianti del Pentagono, il pilota texano precipita, a cavalcioni della bomba, sull’obiettivo prestabilito. Il cielo è tutta una fioritura di funghi atomici, una canzone d’amore copre il fragore della fine del mondo.

Scherzando scherzando, Stanley Kubrick, regista del Dottor Stranamore, ha dato corpo alle parole di Kennedy: «Ogni. uomo, donna e bambino vive sotto una spada nucleare di Damocle, che pende dal più debole filo, in pericolo di essere spezzato per caso, per sbaglio o per pazzia». Nessun dubbio, infatti, che il film, nella scia di quello spirito antimilitarista che Kubrick aveva già nobilmente espresso con Orizzonti di gloria, denuncia in particolare i pericoli cui andiamo incontro affidandoci a un sistema di controlli e di rappresaglie lasciato dal potere politico nelle mani d’una certa razza di generali e scienziati.

Dunque un film senza peli sulla lingua, della migliore tradizione democratica e civile americana, ma anche uno spettacolo arguto. Sceneggiando, insieme all’autore e a Terry Southern, un romanzo (edito in Italia da Bompiani) di Peter George, già tenente della R.A.F., Stanley Kubrick ha infatti intinto in un bagno satirico il suo originale scheletro drammatico. E la parodia è gustosa nella misura in cui, pur non prendendo di mira personalmente i personaggi della politica internazionale di oggi, si rivolge alle idee che essi incarnano, al comportamento di cui sono i campioni sul terreno militare e diplomatico, ai pregiudizi e ai luoghi comuni che esprimono, siano la voluttà bellicista, la sudditanza al mito della scienza, l’ottusità mentale che inducendo a vedere dovunque il pericolo comunista provoca la minaccia d’una guerra civile, la tecnocrazia e la vuota retorica delle invocazioni a Dio da parte di uomini privi di buona volontà. Realizzato con intenti grotteschi, il film da perciò forti unghiate a certe tipiche componenti dello spirito americano, (come già Kubrick fece con Lolita), ma nel contempo non risparmia i sovietici: se esso è di volta in volta una satira del film di guerra, del western, del suspense e del giallo psicologico, nel suo complesso ha accenti di elegante ironia sulla disperata condizione dell’uomo contemporaneo. Una commedia, insomma, la quale, come Il dittatore di Chaplin, è nata dalla disperazione. Questa vaga parentela non deve indurre tuttavia a paralleli stilistici. La mano di Kubrick è stringata e lucida, sa tagliare le scene, creare nello spettatore uno stato di attesa crudele, suscitare momenti di ilarità (spassose,” qui, le telefonate fra Washington e Mosca), ma non ha propriamente genialità di artista. Agile ed efficace agitatore di problemi, Kubrick resta nell’ambito della migliore produzione commerciale. Ne è conferma l’avere affidato tre parti del film al versatile Peter Sellers: quella di presidente degli Stati Uniti, del dottor Stranamore e dell’ufficiale della R.A.F.: personaggi troppo diversi perché l’abile trasformista riesca a dare a ciascuno pienezza di espressione. Più felici, nella caricatura, sono George Scott nelle vesti del capo di stato maggiore e Slim Pickens in quelle del pilota texano. L’unica donna del film, la debuttante Tracy Reed, ha poca parte e pochissimi vestiti.

 

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