I BORGIA raccontati da Indro Montanelli

2016-12-08T12:09:17-08:00 July 29th, 2016|Categories: HISTORY, INDRO MONTANELLI|Tags: , |
  • I BORGIA

Fascicolo numero 6 della collana “I Protagonisti”, pubblicato a puntate dal quotidiano Il Giornale nel 1993

di Indro Montanelli

Nel 1492, anno in cui Rodrigo Borgia fu eletto Papa col nome di Ales­sandro VI, Ferdinando di Spagna conquistava Granada mettendo fine al regno arabo in Spagna. A Firenze moriva Lorenzo il Magnifico e con lui il sistema politico basato sul rispetto dei confini esistenti stipu­lato dagli Stati italiani con la pace di Lodi (1454).
La fragilità politica e militare della Penisola favorì le mire delle po­tenze europee. Solo in un primo momento la Lega di Venezia riuscì a fermare a Fornovo (1495) Carlo VIII che rivendicava il regno di Na­poli e il ducato di Milano. Cinque anni dopo, con il consenso di Papa Borgia, entrambi passeranno sotto la corona francese. Di questo clima. Alessandro VI e il figlio Cesare si avvantaggiarono per riconquistare i domini delle Romagne. Con una spregiudicatezza che susciterà l’ammirazione di Machiavelli.
 
Quando il Savonarola salì sul rogo, Alessandro VI re­gnava da sei anni. Aveva cinto la tiara nel 1492, dopo la morte di Innocenzo VIII, di cui era stato il più stretto collaboratore e il più ascoltato consigliere. La sua ele­zione fu una delle meno contrastate della torbida storia dei conclavi. Quattro giorni bastarono a dargli non la maggioran­za, ma addirittura l’unanimità dei voti meno uno, quello del cardinale Della Rovere.
Tutti furono compensati, anche i suoi rivali. Alessandro pote­va fare i regali che voleva, dopo quelli ch’egli stesso aveva ri­cevuto dai cinque Papi che aveva contribuito a eleggere e ser­vito nei posti di più alta responsabilità e sicuro reddito. Nes­sun cardinale di Curia era mai stato ricco come lui. Mai inco­ronazione fu più solenne e fastosa della sua.
I cronisti dell’epoca ce n’hanno lascialo un minuzioso reso­conto. Lungo il tragitto del corleo furono distesi due chilome­tri di sontuosi tappeti, i palazzi furono pavesati a festa e fode­rali di raso; archi di trionfo, ornati di ghirlande e d’iscrizioni cortigiane, costellarono l’itinerario pontificio. Allo spettacolo, accompagnato da balli, canti e salve di cannone, parteciparono diecimila cavalieri, centinaia di diplomatici e ambasciatori giunti a Roma da ogni parte d’Italia e d’Europa, uno stuolo di nobili e la Corte vaticana al gran completo.
Al nuovo Papa piaceva fare le cose in grande e strabiliare i sud­diti. L’amore del lusso e dell’esteriorità tradiva la sua origine spagnola, sebbene venisse da una famiglia di piccola nobiltà e di pochi mezzi, che certo non gli era stata di nessun aiuto nel­la carriera: la via del papato è sempre stala particolarmente impervia agli stranieri.
Rodrigo, come si chiamava prima di assurgere al Soglio, do­veva il successo alle sue qualità intellettuali, ch’erano grandi, e ai suoi difetti morali, ch’erano ugualmente grandi. Fu prete solo a trentaselte anni, ma cardinale già a venticinque; e quan­do venne a Roma aveva un paio di figlioli, di cui non si cono­scono le madri. Insistette nella sua spensierata poligamia an­che dopo essere entrato in Curia, e in un viaggio ad Ancona, al seguito di Pio II, contrasse.una malattia venerea «perché — disse pudicamente il suo medico — non aveva dormito da so­lo». Era bello, elegante, gran signore, di sangue caldo e di ma­niere soavi. Ma, come tutti i seduttori, anche lui alla fine trovò la sua seduttrice: una Vannozza de’ Cattanei che, pur essendo già sposata, gli diede quattro figli: Giovanni, Cesare, Lucrezia e Giuffredo. Da quel momento gli affetti paterni presero in lui il sopravvento su qualunque altro sentimento.
Quando diventò Papa aveva già passato la sessantina e non era più il bell’uomo d’una volta: il corpo si era appesantilo, le guan­ce s’erano fatte flaccide e cascanti, gli occhi acquosi e bovini. Ma le facoltà mentali erano rimaste intatte. Il 31 agosto, cin­que giorni dopo l’incoronazione, convocò un concistoro e no­minò il figlio Cesare arcivescovo di Valenza con una rendita annua di sedicimila ducati, inaugurando quella sfacciata politi­ca nepotistica che trasformerà la Curia romana in una colonia borgiana. Distribuì cariche, onori, prebende, benefici, sinecu­re a figli, cugini, nipoti, pronipoti.

Ma, nepotismo a parte, Alessandro debuttò bene. I predecessori gli avevano lasciato molte gatte da pelare: le finanze in dissesto; l’Urbe in preda alle lotte di fazione tra i soliti Orsini, Colon­na, Gaetani, Savelli; lo Stato Pontificio smembrato e in balìa di tirannelli locali sui quali il potere centrale non era più da tempo in grado d’esercitare alcun controllo; il clero dilaniato dalla corru­zione e dalla simonìa. Alessandro si mise subito all’opera. Rin­sanguò le casse vaticano, sfoltendo la burocrazia e bloccando i salari. Limitò al massimo le uscite, aumentò con nuove tasse le entrate e impose alla Curia un regime d’austerità, cui essa non era abituata, e al quale egli stesso si sottopose. Ordinava per sé pasti di ima sola portata e quasi non toccava vino. I maligni insi­nuavano che questa dieta gli era stata imposta dai medici e che nessuno accettava volentieri i suoi inviti a pranzo.
Più difficoltà incontrò nel riportare l’ordine a Roma. Nell’Ur­be regnava la più completa anarchia. I nobili, divisi in consor­terie, spadroneggiavano e aizzavano il popolino contro i rivali e contro lo stesso Pontefice. Furti, omicidi, rapine, violenze d’ogni genere erano all’ordine del giorno. Alessandro au­mentò il numero degli sbirri, mise a setaccio i bassifondi della città, fece arrestare gli elementi più facinorosi e inasprì le pe­ne contro i criminali. Invitò i nobili a non fomentare torbidi, pena la confisca dei beni, il bando e il capestro. A mo’ di moni­to, appena cinta la tiara, fece impiccare una coppia di omicidi e ordinò che i loro corpi penzolassero per due giorni dalla forca issata in una pubblica piazza.
Fin dall’inizio i romani presero a benvolerlo, perdonandogli la smodata cupidigia, lo stuolo di amanti di cui si circondava e lo sviscerato amore per i figli, soprattutto per Lucrezia, la cui fi­gura egli fece immortalare dal pennello del Pinturicchio: un vol­to pallido e angelico, gli occhi a mandorla, il naso sottile e ap­puntito, la bocca piccola, il collo lungo e levigato, le mani diafa­ne e affusolate, i capelli biondi c lunghissimi (cosi lunghi e pe­santi che le procuravano violente emicranie). Il pittore umbro, che fu per un certo periodo agli stipendi del Papa, era noto per la sua cortigianeria. Dubitiamo perciò che questo ritratto sia fe­dele all’originale anche perché da documenti scritti insulta che i contemporanei non si trovavano affatto d’accordo sull’avvenen­za di Lucrezia. Se comunque essa non fu la stupenda creatura dipinta dal Pinturicchio, ebbe molte altre doti che la resero una delle donne più affascinanti del Rinascimento, e una delle più di­scusse. Ebbe una buona educazione, studiò — come si conve­niva alle ragazze altolocate del tempo — in un monastero, e tra­scorse un’infanzia gaia e spensierata. A tredici anni, per accatti­varsi il duca di Milano, il padre la diede in sposa al nipote di Lu­dovico il Moro, Giovanni Sforza, signore di Pesaro, che ne ave­va ventisei. Lucrezia lasciò Roma e si trasferi nella città marchi­giana, dove visse alcuni mesi.

Giovanni le preferiva di giorno la caccia con gli amici e di notte non la degnava nemmeno di uno sguardo. Offesa e assalita dalla nostalgia, Lucrezia approfittò di una nuova rottura politica fra i due Stati per tornare a Roma. Alessandro non solo la riaccolse a Corte ma chiese a Giovanni di acconsentire all’an­nullamento del matrimonio col riconoscersi impotente. Il gio­vane Sforza rispose accusando il Borgia di aver rapporti ince­stuosi con la figlia. Nella disputa intervenne Lucrezia, procla­mandosi vergine. A questo punto, Alessandro incaricò due cardinali di sottoporre la figlia a un sopralluogo anatomico. Il verdetto diede ragione a Lucrezia. Per salvare l’onore del ni­pote, Ludovico invitò allora Giovanni a dimostrare pubblica­mente, in presenza dì un legato pontificio, la sua virilità. Il gio­vane rifiutò, e poco dopo ammise ufficialmente che il matri­monio non era stato consumato.
Fu subito rimpiazzato col duca di Bisceglie, don Alfonso, figlio bastardo dell’erede al trono di Napoli. Anche questo secondo marito lo scelse Alessandro, che voleva tenersi buono re Fe­derico. Alfonso aveva diciassette anni, uno meno della sposa. Lucrezia se ne innamorò perdutamente e quando Alfonso, in seguito a un rapprochement del Borgia col re di Francia, acer­rimo nemico di Federico, l’abbandonò per tornarsene a Napo­li, cadde in un tale stato di prostrazione che il padre, per di­strarla, la nominò reggente di Spoleto e indusse Alfonso a ri­congiungersi con lei.
Ma fu un’unione breve. Pochi mesi dopo, i sicari del fratello Cesare soffocarono nel sonno lo sventurato con un cuscino. Lucrezia si sposò per la terza volta, con Alfonso d’Este, figlio del duca di Ferrara, Ercole. La ragion di Stato dettò anche questo matrimonio, che fu più felice e duraturo dei preceden­ti. Ferrara era uno dei potentati italiani più forti e costituiva per la Chiesa una salda copertura in caso di guerra contro l’an­tipapale Bologna.
Ma Lucrezia non sarebbe stata solo una pedina politica del pa­dre. Secondo le malelingue ne fu anche l’amante. Uno storico la definì: «figlia, moglie e nuora del Papa». Forse non si tratta che di un’infame calunnia, e noi non ci sentiamo di avallarla. I rapporti fra il Borgia e la figlia non furono comunque mai mol­to chiari. E un fallo che ad Alessandro la lontananza di Lucre­zia riusciva intollerabile e lo piombava in cupi pensieri, ch’egli cercava di scacciare immergendosi negli affari di Stato. Era un lavoratore infaticabile. S’alzava la mattina all’alba e si cori­cava a notte fonda. Voleva essere messo al corrente di tutto e su tutto vegliava. Riceveva ogni giorno principi, ambasciatori, ministri, cardinali, leggeva e dettava decine di rapporti, ema­nava bolle, ordiva intrighi. Di religione non s’occupava punto. La lettura delle Sacre Scritture lo annoiava, ed era completa­mente digiuno di teologia.
Nel 1500, trovandosi a corto di quattrini, promulgò il Giubileo e largì a piene mani dispense e indulgenze. A re Ladislao VII d’Ungheria concesse l’annullamento del matrimonio con Bea­trice di Napoli in cambio di trentamila ducali. Indisse un con­cistoro e vendette ai migliori offerenti dodici galeri cardinalizi, ricavandone un bel gruzzolo. Aveva impellente bisogno di de­naro per finanziare la riconquista degli Stati pontifici, cui mi­rava da quando era asceso al Soglio. Alla fine del 1499 aveva ordinato la prima spedizione contro Forlì e Imola, ponendovi a capo il figlio Cesare.
 
Cesare era un giovane bello e atletico, dal volto lungo, la fronte alta, gli occhi falcati, il naso aguzzo, le labbra sottili e serrate, la chioma bionda, lo sguardo penetrante e imperioso. Una rada barbetta gl’incorniciava le mascelle e il mento. Dotato di un’eccezionale forza fisica (una volta con le mani piegò un fer­ro di cavallo), era un cacciatore dalla mira infallibile, un cava­liere infaticabile, e da buon spagnolo un torero invincibile.
Fuori della lizza e dell’arena, era un gentiluomo dai modi cor­tesi e raffinati, un parlatore forbito, un padrone di casa splen­dido e galante. Le donne se lo contendevano soggiogate, ol­tre che dalla sua avvenenza, dall’alone di mistero di cui si cir­condava. Non era colto e non sentiva il bisogno di diventarlo. Aveva seguito svogliatamente i corsi di legge all’università di Bologna, leggeva poco, e solo poesie. Ne componeva egli stesso, e pare di buona fattura. Sensibile all’arte, si circonda­va di pittori e li sovvenzionava. Nel ’93, il padre lo fece cardi­nale. Ma Cesare si sentiva così poco votato alla vita ecclesia­stica che quattro anni dopo chiese e ottenne da Alessandro di tornare allo stato laico. Nel maggio del ’99, su consiglio del Papa, sposò la sorella del re di Navarra, Carlotta d’Albret, che gli portò in dote il ducato di Valentinois e l’alleanza del Re di Francia.
Affidando al figlio il comando dell’esercito pontificio, Alessan­dro non poteva fare una scelta migliore. Cesare si lanciò alla ri­conquista degli Stati della Chiesa con l’impeto e la determina­tezza di un grande generale. Luigi XII gli aveva messo a di­sposizione trecento arcieri. Il Papa gli aveva fornito quattro­mila mercenari svizzeri e guasconi più duemila italiani, e in una bolla aveva proclamato usurpatori i signori di Forlì e di Imola. Questa città fu la prima a capitolare, senza opporre resi­stenza. Forlì ne seguì l’esempio, consegnandosi spontanea­mente al duca Valentino, come Cesare s’era fatto chiamare do­po le nozze con Carlotta. Solo Caterina Sforza, signora della città, non abbassò le armi. Asserragliata nella rocca con un pu­gno di fedeli, valorosamente rintuzzò gli assalti del nemico, ina dopo alcuni giorni dovette arrendersi.
 
Avrebbe voluto occupare altri capisaldi, ma la defezione degli arcieri francesi lo consigliò di tornare a Roma, dove fu accolto con onori degni di un sovrano. Il padre gli andò incontro, lo no­minò vicario papale delle città sottomesse e gli mise a disposi­zione una forte somma di denaro per arruolare nuove truppe e assoldare uno dei condottieri più prestigiosi del tempo, Vitel­lozzo Vitelli, cui Cesare affidò il comando dell’artiglieria.
Nell’ottobre dello stesso ‘500, il duca Valentino guidò la secon­da spedizione contro i nemici della Chiesa. Prima di puntare sulle Marche e la Romagna, assalì i castelli laziali dei Colonna e dei Savelli, li espugnò e vi lasciò a guardia presidi armati. Al suo avvicinarsi, Pandolfo Malatesta, signore di Rimini, e Gio­vanni Sforza, signore di Pesaro, fuggirono lasciando le rispetti­ve città in balia dei papalini. Faenza, invece, sotto la guida di A-storre Manfredi e del fratello, sostenne un durissimo assedio e solo dopo alcuni mesi inalberò il vessillo della resa.
Nella primavera del 1502, Cesare allestì la terza spedizione contro Camerino e Urbino. Governava questa città Guido-baldo da Montefeltro, despota illuminato, umanista squisi­to, mecenate munifico. Quando gli fu annunciato che l’eser­cito pontificio stava marciando su Urbino, si alzò dal letto, dove giaceva malato, e abbandonò il Ducato, che si sottomi­se pacificamente al Borgia. Un mese dopo, ugual sorte toccò a Camerino. Mai campagna ebbe esito più rapido e fortunato.
Troppo rapido e troppo fortunato per non allarmare e inso­spettire quegli Stati italiani, i cui interessi gravitavano ai con­tini dei territori riconquistati dal duca Valentino: Venezia guardava con apprensione al reinsediamento di guarnigioni pontificie lungo la costa adriatica, e Firenze paventava mire borgiane sulla Toscana. Una certa inquietudine serpeggiava anche tra quei condottieri postisi al servizio di Cesare, i cui territori non potevano non far gola al Papa e al suo bellicoso tìglio. Li capeggiava quel Vitellozzo Vitelli, che tanto aveva contribuito con le sue artiglierie alle vittorie pontificie. Nel settembre del 1502, costui convocò in una località chiamata «La Magione» sul lago Trasimeno alcuni nemici di vecchia data dei Borgia. Fu convenuto di muovere guerra a Cesare, togliergli il titolo di Duca di Romagna, di cui s’era insignito, e restituire agli spodestati tiranni i loro staterelli. Agenti fu­rono sguinzagliati nelle varie città per sollevare le popolazio­ni contro Cesare e appelli alla diserzione furono lanciali alle truppe pontificie. Il duca Valentino chiese rinforzi al padre. Alessandro, in quel momento a corto di quattrini, mise all’a­sta alcuni benefici ecclesiastici e s’appropriò l’eredità del car­dinale Ferrari, cinquantamila ducati, che spedì a Valentino, il quale poté così arruolare seimila mercenari. Contempora­neamente il Pontefice si abboccò coi congiurati e riuscì, con blandizie e promesse, a farli desistere dai loro piani e a ri­conciliarsi col figlio.

La rappacificazione avvenne a Senigallia. Cesare invitò nel palazzo del Governatore i capi del complotto: Vitellozzo Vitelli, Oliverotto di Fermo, Paolo e Francesco Orsini. A un segnale, nella sala in cui si svolgeva il convegno, irruppero le guardie del Duca, che arrestarono gli ospiti e l’imprigionarono. La not­te stessa Vitellozzo e Oliverotto furono strangolati. I due Orsi­ni sopravvissero di poco ai compagni e il 18 gennaio del 1503 vennero condannati a morte. Fu un colpo maestro, che sba­lordì i principi di tutt’Europa e riempì d’ammirazione gli stori­ci contemporanei. Il Machiavelli lo definì una «impresa rara e mirabile», Luigi XII un’«azione degna dell’antica Roma», il ve­scovo Paolo Giovio un «bellissimo inganno».
Prima di congedare le truppe, Cesare volle dare una lezione ai ribelli del Lazio che profittando della sua lontananza avevano rialzato la cresta, capeggiati da Giulio Orsini. Ne espugnò le fortezze e obbligò gl’inquilini a cedere i loro territori al Papa. Quindi tornò a Roma e si riacquartierò in Vaticano. Aveva ap­pena compiuto ventott’anni e il suo nome era sulla bocca di tutti, sebbene vivesse ritirato e di rado uscisse dai suoi appar­tamenti. Quando ne varcava la soglia si celava il volto sotto una maschera di seta nera per non farsi riconoscere, o forse per nascondere le ulcere veneree che lo deturpavano.
Il mistero di cui s’avvolgeva accese la fantasia dei contempo­ranei, che gli attribuirono — ma più con ammirazione che con biasimo — i delitti più efferati. Anche sulla sua crudeltà se ne raccontavano di tutti i colori. Il veneziano Capello riferisce che un giorno il Duca fece condurre nel cortile del suo palazzo dei prigionieri e da una finestra li trafisse a imo a uno con l’arco. Il cerimoniere del Papa assicura che a un banchetto dato in ono­re del padre e della sorella, egli invitò alcune prostitute, le fe­ce spogliare, eppoi le obbligò a raccogliere castagne ch’egli si divertiva a lanciare sul pavimento.
E difficile stabilire l’autenticità di questi episodi. Forse i ne­mici di Cesare esagerarono ma, dati i tempi e i tipi, non ci stupiremmo se alla Corte pontificia certe cose realmente ac­caddero. Se Cesare non fu l’Anticristo dipinto da alcuni stori­ci, certamente non fu uno stinco di santo. Come certamente non lo fu il padre Alessandro.
Il vecchio Papa, riconquistali gli Stati pontifici, si godette beata­mente gli ultimi anni di regno. Scoppiava di salute, aveva ab­bandonalo le diete impostegli dai medici, seguitava a circondar­si di amanti e, nonostante l’età, a esigerne puntualmente i favo­ri, che ricambiava con la consueta liberalità. In un afoso pome­riggio d’agosto del 1503, fu invitato a cena col figlio dal cardina­le Corneto, che possedeva una bellissima villa a un tiro di schioppo dal Vaticano. Alcuni giorni dopo quasi tutti i commen­sali furono assaliti da una violenta febbre, accompagnala da su­dore e vomito.
I romani naturalmente parlarono di veleno. Si sparse la voce che Cesare e Alessandro avevano assaggiato per errore il cibo ch’essi stessi avevano fatto spruzzare d’arsenico per sbarazzar­si dell’anfitrione e impossessarsi delle sue ricchezze. Ma questa volta l’accusa era infondata. In quei giorni sull’Urbe s’era abbat­tila la malaria e i suoi abitanti morivano come mosche. La per­niciosa colpì anche i due Borgia. Per una settimana Alessando fu tra la vita e la morte. Poi si riprese e concesse persino alcune udienze. Il 13 agosto le sue condizioni peggiorarono. Il 18, un at­tacco apoplettico lo stroncò.
Pochi Papi nella storia ebbero, dopo morti, un trattamento peggiore del Borgia; ma, a distanza di secoli, la sua memoria è stata parzialmente riabilitata. Il maggiore storico della Chiesa, il tedesco Pastor, ha scritto: «Alessandro fu da tutti dipinto co­me un mostro e gli fu attribuita ogni sorta di feroci delitti. Le ricerche della critica moderna l’hanno fatto giudicare in modo più clemente e hanno respinto alcune delle accuse peggiori mosse contro di lui… Dal punto di vista dei cattolici è impossi­bile biasimarlo troppo severamente». «Quali che fossero i suoi delitti — ha scritto lo storico protestante Roscoe — non ci può essere dubbio che essi sono stati esagerati. È certo che egli si dedicò alla grandezza della sua famiglia e che usò dell’autorità della sua alta posizione per stabilire in Italia un dominio per­manente nella persona del figlio; ma mi sembra ingiusto bol­lare il carattere di Alessandro col marchio di un’infamia parti­colare e straordinaria, quando quasi tutti i sovrani d’Europa tentavano di soddisfare le loro ambizioni con mezzi ugual­mente delittuosi».
Questo è anche il nostro giudizio. Alessandro fu figlio del suo tempo e al suo tempo s’adeguò.
Usò gli stessi metodi impiegati dai rivali: il sotterfugio, il tra­dimento, l’inganno, il veleno. Ma li usò meglio e quasi sempre riuscì a giocare i propri nemici. Ebbe molte debolezze, si mac­chiò di simonia, praticò impudentemente e impunemente il nepotismo. Ma al pari d’Innocenzo III, di Gregorio VII e di Bo­nifacio VIII, ebbe altissimo il senso dello Stato. Di uno Stato temporale di cui, a spese di quello spirituale, persegui con ogni mezzo, lecito e illecito, l’ingrandimento. E la Fede, ancora una volta, ne fu la vittima.
Nell’Urbe, la notizia della morte del Papa fu accolta con giubilo, sebbene in passato i romani l’avessero amato. Qualcuno propose addirittura di riesumare le spoglie e darle in pasto ai cani. Una donnetta giurò d’aver visto il diavolo portare all’in­ferno l’anima di Alessandro. Il popolino, volubile e avido, die­de l’assalto alle case degli spagnoli, le saccheggiò e le rase al suolo. I Colonna e gli Orsini piombarono in città dal Lazio e con le loro masnade vi seminarono il terrore. Dal letto in cui giaceva tuttora ammalalo, Cesare era impoten­te a fronteggiare la situazione. Dalla Romagna gli giungevano notizie allarmanti. Aizzati dagli Stati del Nord, e specialmente da Venezia, i tirannelli romagnoli e marchigiani avevano riac­quistato baldanza e sembravano decisi a riprendersi le loro terre. All’orizzonte si andava profilando un nuovo conclave. Chi ne sarebbe uscito eletto? Il favorito era quel cardinale Del­la Rovere, nemico acerrimo di casa Borgia, che in passato aveva ripetutamente tentato di far deporre Alessandro. Biso­gnava impedirlo, ma non era facile. Cesare ci provò e ci riuscì.
Aveva dalla sua i cardinali spagnoli, il cui voto fu decisivo nel­la scelta del nuovo Papa, il cardinale Francesco Piccolomini, un uomo di sessantaquattro anni, oberato dai figli e dagli ac­ciacchi che, dopo neppure un mese, lo condussero alla tomba. Il duca Valentino non osò opporsi una seconda volta al po­tentissimo Della Rovere. Preferì venire a patti con lui. Gli of­frì i voti dei porporati spagnoli in cambio della riconferma del titolo di Duca di Romagna e comandante delle truppe pontificie. II Della Rovere accettò, o finse di accettare, e ot­tenne la tiara. Quando Cesare gli rammentò l’intesa, il Pon­tefice, che aveva preso il nome di Giulio II, gli comandò di re­carsi a Imola a reclutare un nuovo esercito. Cesare obbedì. Ma al momento di partire fu raggiunto da un messo papale che gli ordinò di consegnare alla Chiesa le sue fortezze ro­magnole. Il Duca rifiutò, fu arrestato e condotto a Roma, do­ve Giulio lo tenne prigioniero finché non ne ottenne la capi­tolazione.
Liberato, Cesare decise di cambiar aria, fuggì a Napoli e si die­de ad arruolare un piccolo esercito per riconquistare le piaz­zeforti perdute. Appena il Papa ne fu informato, chiese a re Ferdinando di arrestare il Duca, che fu condotto in Spagna, dove languì in carcere due anni. Nel novembre del 1506 evase e riparò alla corte di Navarra, ponendosi al servizio del suo re, Giovanni d’Albret, fratello della moglie Carlotta. Giovanni gli affidò un esercito e lo spedì contro un suo vassallo, che s’era ribellato. Cesare attaccò la fortezza dove il nemico s’era as­serragliato, ma durante un combattimento fu ferito a morte. Aveva trentun anni.

Il Machiavelli lo prese a modello del suo Principe. Nessuno, meglio di Cesare, ne incarnò i vizi e le virtù. Fu un grande con­dottiero, un abile stratega, un politico spregiudicato, un diplo­matico accorto, un despota lungimirante e senza scrupoli. Du­bitiamo che covasse l’ambizione — attribuitagli dal grande sto­rico fiorentino — di unificare l’Italia. Ma anche se l’avesse co­vata, dubitiamo che ci sarebbe riuscito. La Chiesa non gliel’avrebbe consentito, né gliel’avrebbero consentito la Spagna e la Francia, di cui l’Italia s’avviava a diventare una colonia.
Dodici anni più tardi, nel 1519, dopo aver dato alla luce il set­timo figlio, calò nella tomba Lucrezia. Da quando era diven­tata la moglie del Duca di Ferrara, nessun pettegolezzo l’a­veva più sfiorata. A Corte la chiamavano Pulcherrima virgo, bellissima vergine. Negli ultimi anni aveva subito una profonda crisi religiosa, s’era falla terziaria francescana, si comunicava ogni mattina e passava lunghe ore del giorno in preghiera. Se per un certo periodo era vissuta da peccatrice, certamente morì da santa.

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