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ELIE WIESEL – LA NOTTE – Testo italiano

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Elie Wiesel
Elie Wiesel

Prefazione di François Mauriac

Traduzione di Daniel Vogelmann

Nato nel 1928 a Sighet, in Transilvania, Elie Wiesel venne deportato ad Auschwitz e Buchenwald.
Dopo la guerra ha fatto per alcuni anni il giornalista in Francia e poi si è trasferito negli Stati Uniti. Attualmente insegna all’Università di Boston. Nel 1986 ha ricevuto il premio Nobel per la pace.

PREFAZIONE

Dei giornalisti stranieri mi rendono sovente visita. Io li temo, diviso fra il desiderio di rivelare ogni mio pensiero e il timore di fornire delle armi a degli interlocutori i cui sentimenti nei confronti della Francia non mi sono noti. In questi incontri non dimentico mai di diffidare.
Quella mattina, il giovane israeliano che mi interrogava per conto di un giornale di Tel Aviv mi ispirò una simpatia dalla quale non dovetti difendermi molto a lungo, perché il nostro discorso prese quasi subito una piega personale. Mi trovai a evocare dei ricordi del tempo dell’occupazione. Non sono sempre le circostanze alle quali abbiamo direttamente partecipato che ci toccano di più, e io confidai al mio giovane visitatore che nessuna visione di quegli anni oscuri mi aveva tanto segnato come quei vagoni riempiti di bambini ebrei alla stazione… Non li avevo tuttavia visti con i miei occhi, ma fu mia moglie che me li descrisse ancora tutta piena dell’orrore che ne aveva provato. Noi ignoravamo tutto allora dei metodi di sterminio nazisti. E chi avrebbe potuto immaginarli! Ma quegli agnellini strappati alle loro madri superava già quello che avremmo creduto possibile. Quel giorno credo di aver toccato per la prima volta il mistero d’iniquità la cui rivelazione avrebbe segnato la fine di un’era e l’inizio di un ‘altra. Il sogno che l’uomo occidentale ha concepito nel diciottesimo secolo, del quale credette veder l’aurora nel 1789, e che, fino al 2 agosto 1914, si è rafforzato col progresso dei lumi e con le scoperte della scienza, questo sogno ha finito di dissiparsi per me davanti a quei vagoni carichi di bambini. E tuttavia ero lontano le mille miglia da pensare che andavano a rifornire le camere a gas e i crematori.
Ecco ciò che dovetti confidare a quel giornalista, e siccome sospirai: «Quante volte ho pensato a quei bambini!», lui mi disse: Io sono uno di loro. Era uno di loro! Aveva visto scomparire sua madre, una sorellina adorata e tutti i suoi tranne suo padre nel forno alimentato da creature viventi. In quanto al padre, doveva assistere al suo martirio, giorno dopo giorno, alla sua agonia e alla sua morte. Che morte! Questo libro ne riferisce le circostanze e lo lascio scoprire ai lettori, che dovrebbero essere così numerosi come quelli del Diario di Anna Frank. Così come riferisce per quale miracolo lo stesso bambino riusci a salvarsi.
Ma ciò che affermo è che questa testimonianza, che viene dopo tante altre e che descrive un abominio del quale potremmo credere che nulla ci è ormai sconosciuto, è tuttavia differente, singolare, unica. Ciò che succede agli ebrei di questa piccola città della Transilvania chiamata Sighet, la loro cecità di fronte a un destino che avrebbero avuto il tempo di fuggire e al quale con una inconcepibile passività essi stessi si consegnano, sordi agli avvertimenti, alle suppliche di un testimone scampato a un massacro, che riferisce loro ciò che lui stesso ha visto con i suoi propri occhi, ma a cui rifiutano di credere e che prendono per un demente, ebbene questi fatti sarebbero certamente bastati a ispirare un’opera alla quale nessuna, mi sembra, avrebbe potuto essere comparata.
Ma è tuttavia per un altro aspetto che questo libro straordinario mi ha conquistato. Il ragazzo che ci racconta qui la sua storia era un eletto di Dio.
Non viveva dal risveglio della sua coscienza che per Dio, nutrito di Talmud, desideroso di essere iniziato alla Cabala, consacrato all’Eterno. Abbiamo mai pensato a questa conseguenza di un orrore meno visibile, meno impressionante di altri abomini, ma tuttavia la peggiore di tutte per noi che possediamo la fede: la morte di Dio in quell’anima di bambino che scopre tutto a un tratto il male assoluto?
Cerchiamo di immaginare cosa succede in lui mentre i suoi occhi guardano salire in cielo le volute di fumo nero che escono dal forno dove la sua sorellina e la sua mamma stanno per essere buttate dopo migliaia di altri: «Mai dimenticherò quella notte, la prima notte nel campo, che ha fatto della mia vita una lunga notte e per sette volte sprangata. Mai dimenticherò quel fumo. Mai dimenticherò i piccoli volti dei bambini di cui avevo visto i corpi trasformarsi in volute di fumo sotto un cielo muto. Mai dimenticherò quelle fiamme che consumarono per sempre la mia Fede. Mai dimenticherò quel silenzio notturno che mi ha tolto per l’eternità il desiderio di vivere. Mai dimenticherò quegli istanti che assassinarono il mio Dio e la mia anima, e i miei sogni, che presero il volto del deserto. Mai dimenticherò tutto ciò, anche se fossi condannato a vivere quanto Dio stesso. Mai».
Capii allora che cosa avevo amato fin dall’inizio nel giovane israeliano: quello sguardo da Lazzaro risuscitato, e tuttavia sempre prigioniero delle oscure rive dove vagò, incespicando su dei cadaveri disonorati. Per lui il grido di Nietzsche esprimeva una realtà quasi fisica: Dio è morto; il Dio di amore, di dolcezza e di consolazione, il Dio di Abramo, di Isacco e di Giacobbe si è dileguato per sempre, sotto lo sguardo di questo ragazzo, nel fumo dell’olocausto umano preteso dalla Razza, la più ingorda di tutti gli idoli. E questa morte, in quanti pii ebrei non è avvenuta? L’orribile giorno, fra quegli orribili giorni, in cui il bambino assistette all’impiccagione (sì!) di un altro bambino, che «aveva il volto di un angelo infelice», sentì qualcuno gemere dietro di lui: «Dov’è Dio? Dov’è? Dov’è dunque Dio?». E in lui una voce rispondeva: «Dov’è? Eccolo: è appeso lì, a quella forca».
L’ultimo giorno dell’anno ebraico il bambino assiste alla cerimonia solenne di Rosh Hashanà, e sente quelle migliaia di schiavi gridare a una sola voce: «Benedetto sia il Nome dell’Eterno!». Ancora poco tempo prima si sarebbe prosternato anche lui, e con quale adorazione, quale timore, quale amore! E ora si rialza, si rifiuta. La creatura umiliata e offesa al di là di ciò che è concepibile per la mente e per il cuore sfida la divinità cieca e sorda: «Oggi non imploravo più. Non ero più capace di gemere. Mi sentivo, al contrario, molto forte. Ero io l’accusatore, e l’accusato, Dio. I miei occhi si erano aperti, ed ero solo al mondo, terribilmente solo, senza Dio, senza uomini; senza amore né pietà. Non ero nient’altro che cenere, ma mi sentivo più forte di quell’Onnipotente al quale avevo legato la mia vita così a lungo. In mezzo a quella riunione di preghiera ero come un osservatore straniero».
E io, che credo che Dio è amore, cosa potevo rispondere al mio giovane interlocutore, i cui occhi azzurri conservavano il riflesso di quella tristezza d’angelo apparsa un giorno sul volto del bambino impiccato? Cosa gli ho detto? Gli ho parlato di quell’israeliano, quel fratello che forse gli assomigliava, quel crocifisso, la cui croce ha vinto il mondo? Gli ho confidato che quella che per lui fu pietra d’inciampo è diventata per me pietra angolare e che nella corrispondenza fra la croce e la sofferenza umana si trova, ai miei occhi, la chiave di quel mistero insondabile dove si è perduta la sua fede di bambino? Eppure Sion è risorta dai crematori e dai carnai. La nazione ebraica è risuscitata da questi milioni di morti. E’ per essi che vive di nuovo. Noi non conosciamo il prezzo di una sola goccia di sangue, di una sola lacrima. Tutto è grazia. Se l’Eterno è l’Eterno, l’ultima parola per ciascuno di noi gli appartiene. Ecco ciò che avrei dovuto dire al ragazzo ebreo. Ma non ho potuto far altro che abbracciarlo piangendo.

Françis Mauriac


LA NOTTE

alla memoria dei miei genitori e della mia sorellina Zipporà

I

Lo chiamavano Moshé lo Shammàsh [Parola ebraica: inserviente, N.d.T.], come se dalla vita non avesse avuto un cognome. Era il factotum di una sinagoga chassidica. Gli ebrei di Sighet – questa piccola città della Transilvania dove ho trascorso la mia infanzia – gli volevano molto bene. Era molto povero e viveva miseramente. Di solito gli abitanti della mia città, anche se aiutavano i poveri, non è che li amavano tanto: Moshé lo Shammàsh faceva eccezione. Non dava fastidio a nessuno, la sua presenza non disturbava nessuno. Era diventato maestro nell’arte di farsi insignificante, di rendersi invisibile.
Fisicamente aveva la goffaggine di un clown, e suscitava il sorriso con quella sua timidità da orfano. Io amavo quei suoi grandi occhi sognanti perduti nella lontananza. Parlava poco. Cantava, o meglio canticchiava. Le briciole che si potevano cogliere parlavano della sofferenza della Divinità, dell’Esilio della Provvidenza, che, secondo la Cabala, attendeva la Sua liberazione in quella dell’uomo.
Feci la sua conoscenza verso la fine del 1941. Avevo dodici anni ed ero profondamente credente. Il giorno studiavo il Talmud e la notte correvo alla sinagoga per piangere sulla distruzione del Tempio.
Un giorno chiesi a mio padre di trovarmi un maestro che potesse guidarmi nello studio della Cabala.
– Sei troppo giovane per queste cose; soltanto a trent’anni, ha detto Maimonide, si ha il diritto di avventurarsi nel mondo pieno di pericoli del misticismo. Prima devi studiare le materie di base che sei in grado di capire.
Mio padre era un uomo colto, poco sentimentale. Nessuna effusione, neanche in famiglia: si occupava più degli altri che dei suoi. La comunità ebraica di Sighet aveva per lui la più grande considerazione e lo consultavano spesso per gli affari pubblici e anche per questioni private. Noi eravamo quattro bambini. Hilda, la maggiore; poi Bea; io ero il terzo e unico figlio maschio; infine Judith, la più piccola.
I miei genitori erano commercianti. Hilda e Bea li aiutavano nel lavoro. In quanto a me, il mio posto era nella casa degli studi, dicevano.

    – Non ci sono cabalisti a Sighet – ripeteva mio padre.

Voleva scacciare quell’idea dal mio spirito, ma invano. E io stesso mi trovai un Maestro nella persona di Moshé lo Shammàsh.
Mi aveva osservato un giorno mentre pregavo, al crepuscolo.

      – Perché piangi pregando? – mi domandò, come se mi conoscesse da molto tempo.

 

    – Non lo so – risposi assai turbato.

La questione non si era mai presentata al mio spirito.
Piangevo perché… perché qualcosa in me sentiva il bisogno di piangere. Non sapevo altro.

    – Perché preghi? – mi domandò dopo un attimo.

Perché pregavo? Strana domanda. Perché vivevo? Perché respiravo? – Non lo so – gli dissi, ancora più turbato e a disagio. – Non lo so.
A partire da quel giorno lo vidi spesso. Mi spiegava con grande insistenza che ogni domanda possedeva una forza che la risposta non conteneva più…

      – L’uomo si eleva verso Dio per mezzo delle domande che Gli pone amava ripetere. – Ecco il vero dialogo: l’uomo interroga e Dio risponde. Ma le Sue risposte non si comprendono, non si possono comprendere, perché vengono dal fondo dell’anima e vi rimangono fino alla morte. Le vere risposte, Eliezer, tu non le troverai che in te.

 

      – E tu, Moshé, perché preghi? – gli domandai.

 

    – Prego il Dio che è in me di darmi la forza di poterGli fare delle vere domande.

Conversavamo così quasi tutte le sere. Restavamo nella sinagoga dopo che tutti i fedeli se ne erano andati, seduti nell’oscurità in cui vacillava ancora la luce di qualche candela mezza consumata.
Una sera gli dissi quanto mi dispiacesse non trovare a Sighet un maestro che mi insegnasse lo Zohar, i libri cabalistici, i segreti della mistica ebraica. Ebbe un sorriso indulgente, e dopo un lungo silenzio mi disse:

    – Ci sono mille e una porta per penetrare nel frutteto della verità mistica. Ogni essere umano ha la sua porta. Non deve sbagliare, e voler penetrare nel frutteto per una porta che non sia la sua. E’ pericoloso per chi entra e anche per coloro che vi si trovano già.

E Moshé lo Shammàsh, il povero straccione di Sighet, mi parlava per lunghe ore delle luci e dei misteri della Cabala. E’ con lui che ho avuto la mia iniziazione. Rileggevamo insieme decine di volte la stessa pagina dello Zohar, non per impararla a memoria, ma per cogliervi l’essenza stessa della Divinità.
E durante tutte queste serate mi convinsi che Moshé lo Shammàsh mi trasportava con sé nell’eternità, in quel tempo in cui domanda e risposta diventavano Uno.
Poi un giorno gli ebrei stranieri vennero espulsi da Sighet. E Moshé lo Shammàsh era straniero.
Stipati dai gendarmi ungheresi nei carri bestiame piangevano sommessamente. Sul marciapiede di partenza piangevamo anche noi. Il treno scomparve all’orizzonte, lasciando dietro di sé soltanto un fumo spesso e sporco.
Sentii un ebreo sospirare alle mie spalle:
– Che volete? E’ la guerra…
I deportati vennero presto dimenticati. Alcuni giorni dopo la loro partenza si diceva che si trovassero in Galizia, dove lavoravano, e anche che erano soddisfatti della loro sorte.
Passarono giorni, settimane, mesi. La vita era ritornata normale. Un vento calmo e rassicurante soffiava dappertutto. I commercianti facevano buoni affari, gli studenti vivevano in mezzo ai loro libri e i bambini giocavano nelle strade.
Un giorno, mentre stavo per entrare in sinagoga, vidi, seduto su una panca vicino alla porta, Moshé lo Shammàsh.
Raccontò la sua storia e quella dei suoi compagni. Il treno dei deportati aveva varcato la frontiera ungherese e, in territorio polacco, era stato preso in carico dalla Gestapo. Là si era fermato. Gli ebrei dovettero scendere e montare su degli autocarri. Gli autocarri li portarono in una foresta dove li fecero di nuovo scendere. Poi fecero loro scavare delle grandi fosse. Appena finito quel lavoro, gli uomini della Gestapo cominciarono il loro. Senza passione, senza odio, abbatterono tutti i prigionieri. Ognuno doveva avvicinarsi alla buca e presentare la nuca. I neonati venivano gettati per l’aria a far da bersaglio ai mitra. Questo accadeva nella foresta di Galizia, presso Kolomaye. Com’è che lui, Moshé lo Shammàsh, era riuscito a salvarsi? Per un miracolo. Ferito a una gamba, lo credettero morto…
Per giorni e notti andava da una casa ebraica all’altra, e raccontava la storia di Malka, la ragazza che agonizzò per tre giorni, e quella di Tobia, il sarto, che implorava che lo uccidessero prima dei suoi figli…
Era cambiato, Moshé. I suoi occhi non riflettevano più la gioia. Non cantava più. Non mi parlava più di Dio o della Cabala, ma solamente di ciò che aveva visto. La gente non solo si rifiutava di credere alle sue storie ma anche di ascoltarle.

    – Cerca di farci provare pietà per la sua sorte. Che immaginazione…

Oppure:

    – Poveretto, è diventato matto.

E lui piangeva:

    – Ebrei, ascoltatemi. E’ tutto ciò che vi chiedo. Non soldi, non pietà, ma che voi mi ascoltiate gridava nella sinagoga, fra la preghiera del crepuscolo e quella della sera.

Anch’io non gli credevo. Mi sedevo spesso accanto a lui la sera dopo la funzione e ascoltavo le sue storie, facendo ogni sforzo per comprendere la sua tristezza. Avevo soltanto pietà di lui.

    – Mi prendono per matto – mormorava, e le lacrime, come gocce di cera, gli colavano dagli occhi.

Una volta gli domandai:

    – Perché vuoi assolutamente che si creda a ciò che dici? Al tuo posto la cosa mi lascerebbe indifferente, che mi si creda o no…

Lui chiuse gli occhi, come per fuggire il tempo:

    – Tu non capisci – disse con disperazione. – Tu non puoi capire. Sono salvo per miracolo, sono riuscito a tornare fin qui. Da dove ho preso questa forza? Ho voluto tornare a Sighet per raccontarvi la mia morte, perché possiate prepararvi finché c’e ancora tempo. Vivere? Non ci tengo più alla vita. Sono solo. Ma sono voluto tornare, e avvertirvi. Ed ecco che nessuno mi ascolta.

Questo accadeva verso la fine del 1942.
La vita, poi, è ritornata normale. Radio Londra, che noi ascoltavamo tutte le sere, dava notizie confortanti: bombardamenti quotidiani sulla Germania, Stalingrado, preparazione del secondo fronte; e noi, ebrei di Sighet, aspettavamo giorni migliori, che adesso non dovevano tardare molto.
Io continuavo a consacrarmi ai miei studi. Il giorno al Talmud e la notte alla Cabala. Mio padre si occupava del suo commercio e della comunità. Mio nonno era venuto a passare la festa del Nuovo Anno da noi per potere assistere alle funzioni del celebre Rabbino di Borsh. Mia madre cominciava a pensare che era venuto il tempo di trovare un ragazzo per Hilda. Così trascorse l’anno 1943.
Primavera 1944. Nuovi successi sul fronte russo. Non c’erano più dubbi sulla sconfitta della Germania. Era soltanto una questione di tempo: mesi o settimane, forse.
Gli alberi erano in fiore. Era un anno come tanti altri, con la sua primavera, con i suoi fidanzamenti, i suoi matrimoni e le sue nascite.
La gente diceva:
– L’Armata Rossa avanza a passi di gigante… Hitler non potrà farci del male, anche se volesse…
Sì, dubitavamo anche della sua volontà di sterminarci.
Avrebbe annientato tutto un popolo? Sterminato una popolazione disseminata in tanti paesi? Tanti milioni di uomini! E in che modo? E poi in pieno ventesimo secolo! Così la gente si interessava a tutto: alla strategia, alla diplomazia, alla politica, al sionismo, ma non alla propria sorte.
Anche Moshé lo Shammàsh taceva. Era stanco di parlare. Vagava nella sinagoga o nelle strade, con gli occhi bassi, le spalle curve, evitando di guardare la gente.
A quell’epoca era ancora possibile acquistare dei certificati d’emigrazione per la Palestina. Io avevo chiesto a mio padre di vendere tutto, di liquidare tutto e di partire.

    – Sono troppo vecchio, figliolo – mi rispose. – Troppo vecchio per cominciare una nuova vita. Troppo vecchio per ripartire da zero in un paese lontano…

La Radio di Budapest annunciò la presa del potere da parte del partito fascista. Horty Miklos fu costretto a chiedere a un capo del partito Nyilas di formare il nuovo governo.
Questo non era ancora abbastanza per preoccuparci. Avevamo certo sentito parlare dei fascisti, ma restavano un’astrazione. Si trattava soltanto di un cambio di ministri. Il giorno dopo, un’altra notizia inquietante: le truppe tedesche erano penetrate, d’accordo con il governo, in territorio ungherese.
L’inquietudine, qui e là, cominciò a risvegliarsi. Un nostro amico, Berkovitz, rientrando dalla capitale, ci raccontò:

    – Gli ebrei di Budapest vivono in un’atmosfera di timore e di terrore. Atti di antisemitismo accadono ogni giorno: nelle strade, nei treni. I fascisti attaccano i negozi degli ebrei, le sinagoghe.

La situazione comincia a farsi molto seria…
Queste notizie si diffusero a Sighet con la rapidità di un fulmine. Presto se ne parlava dappertutto.
Ma non per molto. L’ottimismo rinasceva subito:

    – I tedeschi non arriveranno fin qui. Resteranno a Budapest. Per ragioni strategiche, politiche…

Non erano passati tre giorni che le automobili dell’esercito tedesco fecero la loro apparizione nelle nostre strade.
Angoscia. I soldati tedeschi, i loro elmetti d’acciaio e il loro emblema: un teschio.
Tuttavia la prima impressione che avemmo dei tedeschi fu fra le più rassicuranti. Gli ufficiali furono alloggiati presso dei privati, e anche presso ebrei. Il loro atteggiamento nei confronti di chi li ospitava era freddo ma educato. Non domandavano mai l’impossibile, non facevano osservazioni sgarbate e a volte perfino sorridevano alla padrona di casa. Un ufficiale tedesco abitava nella casa di fronte alla nostra: aveva una camera dai Kahn. Dicevano che era un uomo piacevole: calmo, simpatico ed educato. Tre giorni dopo la sua installazione aveva portato alla signora Kahn una scatola di cioccolatini. Gli ottimisti esultavano:

      – E allora? Che avevamo detto? Voi non volevate crederci. Eccoli qua i “

vostri

    ” tedeschi. Che ne pensate? Dov’è la loro famosa crudeltà?

I tedeschi erano già in città, i fascisti erano già al potere, il verdetto era già stato pronunciato e gli ebrei di Sighet sorridevano ancora.
Gli otto giorni di Pasqua.
Era un tempo meraviglioso. Mia madre si affaccendava in cucina. Non c’erano più sinagoghe aperte. Ci si riuniva privatamente: non bisognava provocare i tedeschi. Praticamente, ogni appartamento di rabbino diventava un luogo di preghiera.
Si beveva, si mangiava, si cantava. La Bibbia ci comandava di stare allegri durante gli otto giorni di festa, di essere felici. Ma il cuore non era più lì. Il cuore batteva più forte da qualche giorno. Ci si augurava che la festa finisse per non essere più obbligati a recitare quella commedia.
Il settimo giorno di Pasqua il sipario si alzò: i tedeschi arrestarono i capi della comunità ebraica.
A partire da quel momento tutto si svolse con estrema rapidità: la corsa verso la morte era cominciata.
Prima misura: gli ebrei non avevano il diritto di lasciare il loro domicilio per tre giorni, pena la morte.
Moshé lo Shammàsh arrivò di corsa da noi e gridò a mio padre:
– Vi avevo avvertito… – E, senza attendere risposta, fuggì.
Lo stesso giorno la polizia ungherese fece irruzione in tutte le case ebraiche della città: un ebreo non aveva più diritto di possedere presso di sé oro, gioielli, oggetti di valore; tutto doveva essere consegnato alle autorità sotto pena di morte. Mio padre scese in cantina e sotterrò i nostri risparmi.
A casa, mia madre continuava ad accudire alle sue faccende. A volte si fermava per guardarci, silenziosa.
Dei notabili della comunità vennero da mio padre, che aveva delle relazioni nelle alte sfere della polizia ungherese, per domandargli cosa pensasse della situazione. Mio padre non la vedeva troppo nera, oppure non voleva scoraggiare gli altri, mettere del sale sulle loro ferite:
– La stella gialla? Ebbene? Non se ne muore…
(Povero papà! Di cosa sei morto allora?). Ma già si proclamavano nuovi editti. Non avevamo più il diritto di entrare nei ristoranti, nei caffè, di viaggiare in treno, di recarci alla sinagoga, di uscire per le strade dopo le 18. Poi fu il ghetto.
Due ghetti vennero creati a Sighet. Uno grande, in mezzo alla città, occupava quattro strade, e uno, più piccolo, si estendeva su parecchie viuzze, in periferia. La strada che noi abitavamo, la via dei Serpenti, si trovava nel primo, così che potemmo restare nella nostra casa: ma, siccome faceva angolo, le finestre che davano sulla strada esterna dovettero essere sprangate. Cedemmo anche alcune nostre camere a dei parenti che erano stati scacciati dai loro appartamenti.
La vita, a poco a poco, era tornata normale. I reticolati che come una muraglia ci circondavano non ci ispiravano un vero timore. Ci sentivamo anche abbastanza bene: eravamo completamente fra di noi, una piccola repubblica ebraica… Venne creato un Consiglio ebraico, una polizia ebraica, un ufficio di assistenza sociale, un comitato del lavoro, un dipartimento d’igiene: tutto un apparato di governo.
Ognuno ne era meravigliato. Non avevamo più davanti agli occhi quei visi ostili, quegli sguardi carichi di odio. Era finita con la paura, con le angosce. Vivevamo tra ebrei, tra fratelli…
Certo, c’erano ancora dei momenti spiacevoli. Ogni giorno i tedeschi venivano a cercare degli uomini per caricare il carbone sui treni militari, perché c’erano molto pochi volontari per quel genere di lavoro, ma a parte ciò l’atmosfera era tranquilla e rassicurante.
L’opinione generale era che saremmo restati nel ghetto fino alla fine della guerra, fino all’arrivo dell’Armata Rossa; poi tutto sarebbe tornato come prima. Non era né il tedesco né l’ebreo a regnare nel ghetto: era l’illusione.
Il sabato precedente Shavuòth, la Festa delle Settimane, sotto un sole primaverile si passeggiava spensieratamente nelle strade brulicanti di gente e si chiacchierava allegramente. I bambini facevano un gioco con le nocciole sui marciapiedi. Insieme ad alcuni compagni, nel giardino di Ezra Malik, studiavo un trattato del Talmud.
Arrivò la notte. Una ventina di persone erano riunite nel cortile di casa nostra. Mio padre raccontava degli aneddoti ed esponeva la sua opinione sulla situazione: era un buon narratore.
Improvvisamente la porta del cortile si aprì e Stern, un vecchio commerciante divenuto poliziotto, entrò e prese da parte mio padre. Malgrado l’oscurità che cominciava a invaderci lo vidi impallidire. – Che succede? – gli domandammo.

    – Non lo so. Mi hanno convocato a una seduta straordinaria del Consiglio. Dev’essere successo qualcosa.

La bella storia che ci stava raccontando rimase interrotta.

    – Vado subito – aggiunse mio padre. – Tornerò prima possibile. Vi racconterò tutto. Aspettatemi.

Eravamo pronti ad attendere ore. Il cortile diventò come l’anticamera di una sala operatoria. Attendevamo solamente di vedersi riaprire la porta, di vedersi aprire il firmamento. Altri vicini, richiamati dal rumore, si erano aggiunti a noi. Guardavamo l’orologio. Il tempo passava molto lentamente. Cosa poteva significare una seduta così lunga?

    – Ho come un brutto presentimento – disse mia madre. – Questo pomeriggio ho visto dei volti nuovi nel ghetto. Ufficiali tedeschi, della Gestapo, credo. Da quando siamo qui, un ufficiale non si era mai fatto vedere…

Era quasi mezzanotte. Nessuno aveva voglia di andare a letto. Qualcuno fece un salto a casa propria per vedere se tutto era in ordine. Altri rientrarono, ma chiesero di essere avvertiti quando sarebbe tornato mio padre.
La porta finalmente si aprì e lui apparve, pallido. Venne subito circondato:

    – Racconti! Ci dica cosa sta succedendo! Dica qualcosa…

Eravamo così avidi, in quell’istante, di sentire una parola di fiducia, una frase che ci dicesse che non c’era motivo di timore, che la riunione era stata estremamente banale, di ordinaria amministrazione, che si erano trattati problemi sociali, sanitari… Ma bastava guardare il volto disfatto di mio padre per arrendersi all’evidenza:

    – Una notizia terribile – annunciò infine. La deportazione.

Il ghetto doveva essere completamente liquidato. La partenza sarebbe avvenuta cominciando da una strada dopo l’altra a partire dall’indomani.
Volevamo sapere tutto, conoscere tutti i dettagli. La notizia ci aveva storditi ma volevamo bere questo vino amaro fino in fondo.

    – Dove ci porteranno?

Era un segreto. Un segreto per tutti tranne che per uno solo: il presidente del Consiglio ebraico.
Ma non voleva dirlo, non “poteva” dirlo. La Gestapo lo aveva minacciato di fucilarlo se avesse parlato.
Mio padre fece osservare con la voce rotta:

    – Circolano delle voci secondo le quali ci deporteranno in qualche parte dell’Ungheria a lavorare nelle fabbriche di mattoni. La ragione, sembra, è che il fronte è troppo vicino da qui…

E dopo un momento di silenzio aggiunse:

      – Ognuno ha il diritto di portare con sé solo gli effetti personali: un sacco, del cibo, qualche vestito. Nient’altro. E, ancora una volta, un silenzio pesante.

 

    – Andate a svegliare i vicini – disse mio padre. Che si preparino…

Delle ombre accanto a me si svegliarono come da un lungo sonno. Fuggirono, silenziose, in tutte le direzioni.
Noi restammo un momento soli. Improvvisamente, Batia Reich, una parente che viveva con noi, entro nella stanza:

    – Qualcuno batte alla finestra sprangata, quella che dà sull’esterno!

Soltanto dopo la guerra seppi chi era stato. Un ispettore della polizia ungherese, un amico di mio padre, che prima che entrassimo nel ghetto ci aveva detto: State tranquilli; se c’è qualche pericolo vi avvertirò. Se quella sera avesse potuto parlarci avremmo potuto ancora fuggire… Ma quando riuscimmo ad aprire la finestra era troppo tardi: fuori non c’era più nessuno.
Il ghetto si è risvegliato. Una dopo l’altra, le luci si sono accese dietro le finestre.
Io andai nella casa di un amico di mio padre. Svegliai il padrone, un vecchio con la barba grigia, gli occhi sognanti, curvo per le lunghe veglie di studio.

    – Alzatevi, signore. Alzatevi! Preparatevi a partire. Domani sarete cacciato, voi e i vostri, voi e tutti gli ebrei. Dove? Non chiedetemelo, signore, non fatemi domande. Dio solo potrebbe rispondervi. Per amor del cielo, alzatevi…

Non aveva capito nulla di quello che gli avevo detto; pensava senz’altro che avevo perduto il senno.

      – Che stai dicendo? Prepararsi alla partenza? Quale partenza? Perché? Che succede? Sei impazzito? Ancora mezzo addormentato, mi fissava, lo sguardo carico di terrore, come se non aspettasse altro che scoppiassi a ridere e finalmente gli confessassi:

 

    – Tornate a letto; dormite. Sognate. Non è successo nulla. Era solo uno scherzo…

Avevo la gola secca e le parole mi si strozzavano dentro, paralizzando le mie labbra. Non potevo dirgli più nulla.
Allora capì. Scese dal letto e, con gesti automatici, cominciò a vestirsi. Poi si avvicinò al letto dove dormiva sua moglie e le toccò la fronte con una tenerezza infinita; ella aprì gli occhi e un sorriso mi sembrò sfiorarle le labbra. Infine si diresse verso i letti dei suoi due bambini e li svegliò bruscamente, strappandoli ai loro sogni. Io corsi via.
Il tempo passava molto velocemente: erano già le quattro del mattino. Mio padre correva a destra e a sinistra, estenuato, consolando amici, andando al Consiglio ebraico per vedere se nel frattempo l’editto fosse stato annullato: fino all’ultimo un germe di fiducia restava nei cuori.
Le donne bollivano uova, arrostivano carne, preparavano dolci, confezionavano sacchi; i bambini vagavano un po’ dappertutto, con la testa bassa, non sapendo dove mettersi, dove trovare un posto senza disturbare i grandi. Il nostro cortile era diventato una vera e propria fiera. Oggetti di valore, tappeti preziosi, candelabri d’argento, libri di preghiera, bibbie e altri oggetti di culto riempivano il suolo polveroso sotto un cielo meravigliosamente azzurro: povere cose che sembravano non esser mai appartenute ad alcuno.
Alle otto del mattino, la stanchezza, come piombo fuso, si era coagulata nelle vene, nelle membra, nel cervello. Stavo pregando quando improvvisamente sentii delle grida nella strada. Mi liberai rapidamente dei miei tefillìn [filatteri, N.d.T.] e corsi alla finestra. Dei gendarmi ungheresi erano entrati nel ghetto e urlavano nella strada accanto:

    – Tutti gli ebrei fuori! Fate alla svelta!

Poliziotti ebrei entravano nelle case e con la voce rotta dicevano:

    – Il momento è arrivato… Bisogna lasciare tutto…

I gendarmi ungheresi colpivano con il calcio dei fucili e con i manganelli chiunque capitasse, senza ragione, a destra e a sinistra, vecchi e donne, bambini e infermi.
Le case si vuotavano l’una dopo l’altra, e la strada si riempiva di gente e di pacchi. Alle dieci, tutti i condannati erano fuori. I gendarmi facevano l’appello una volta, due volte, venti volte. Il caldo era intenso. Il sudore inondava i volti e i corpi.
Dei bambini piangevano per avere dell’acqua.
Acqua! C’era, vicinissima, nelle case, nei cortili, ma era proibito sciogliere i ranghi.
– Un po’ d’acqua, mamma, un po’ d’acqua!
Dei poliziotti ebrei del ghetto riuscirono, di nascosto, ad andare a riempire qualche brocca. Le mie sorelle e io, che avevamo ancora il diritto di muoverci essendo destinati all’ultimo convoglio, li aiutammo il più possibile.
Infine, all’una, venne dato il segnale di partenza.
Ci fu della gioia, sì, della gioia. Pensavano senza dubbio che non c’era sofferenza più grande nell’inferno di Dio che quella di restare lì seduti, sul selciato, fra i pacchi, in mezzo alla strada, sotto un sole incandescente, e che poi tutto sarebbe stato meglio in confronto a ciò. Si misero in marcia, senza guardare le strade abbandonate, le case vuote e spente, i giardini, le pietre tombali… Sulle spalle di ognuno, un sacco. Negli occhi di ognuno, una sofferenza, piena di lacrime. Lentamente, pesantemente, la processione avanzava verso la porta del ghetto.
E io ero là, sul marciapiede, a vederli passare, incapace di fare un qualunque movimento. Ecco il rabbino, la schiena curva, la faccia completamente rasata, il fagotto sulle spalle. La sua sola presenza fra i deportati bastava a rendere la scena irreale. Mi sembrava di vedere una pagina strappata da qualche libro di racconti, da qualche romanzo storico sulla cattività babilonese o sull’Inquisizione spagnola.
Passavano davanti a me, uno dopo l’altro, i maestri, gli amici, gli altri, tutti coloro di cui avevo avuto paura, tutti coloro di cui un giorno avevo potuto ridere, tutti coloro con i quali avevo vissuto per anni. Se ne andavano decaduti, trascinando il loro sacco, trascinando la loro vita, abbandonando il paese natale e i loro anni d’infanzia, curvi come cani bastonati.
Passavano senza guardarmi: mi dovevano invidiare.
La processione scomparve all’angolo della strada. Ancora qualche passo e avrebbe varcato le mura del ghetto.
La strada sembrava un mercato abbandonato in fretta e furia. Vi si poteva trovare di tutto: valige, asciugamani, borse, coltelli, piatti, banconote, fogli di carta, ritratti ingialliti: tutte cose che per un attimo avevano pensato di portare con sé e che poi avevano lasciato lì, tutte cose che avevano perduto ogni valore.
Dappertutto stanze aperte. Le porte e le finestre, spalancate, davano sul vuoto. Tutto era di tutti, non apparteneva più a nessuno. Non c’era che da servirsene. Una tomba aperta. Un sole d’estate.
Avevamo passato il giorno senza mangiare, ma non avevamo molta fame: eravamo esausti.
Mio padre aveva accompagnato i deportati fino alla porta del ghetto. Li avevano prima fatti passare dalla grande sinagoga, dove erano stati minuziosamente perquisiti per vedere se avevano con sé oro, denaro o altri oggetti di valore. C’erano state crisi di nervi e manganellate.

      – Quand’è il nostro turno? – chiesi a mio padre.

 

    – A meno che… a meno che le cose non si sistemino. Un miracolo, forse…

Dove la portavano la gente? Non lo si sapeva ancora? No, il segreto era mantenuto bene.
La notte era scesa. Quella sera andammo a letto presto. Mio padre aveva detto: – Dormite tranquilli, bambini. Sarà soltanto per dopodomani, martedì.
La giornata di lunedì passò come una piccola nuvola d’estate, come un sogno alle prime ore dell’alba.
Occupati a preparare i sacchi, a cuocere pane e gallette, non pensavamo più a niente. Il verdetto era stato pronunciato.
La sera nostra madre ci fece andare a letto molto presto, per far provvista di forze, disse. L’ultima notte passata in casa.
All’alba, ero già in piedi. Volevo avere il tempo di pregare prima che ci cacciassero.
Mio padre si era alzato prima di tutti per andare a sentire le ultime novità. Era rientrato verso le otto. Una buona notizia: non è oggi che lasciamo la città; passeremo soltanto nel piccolo ghetto. Laggiù aspetteremo l’ultimo convoglio: saremo gli ultimi a partire.
Alle nove, le scene della domenica ricominciarono. Gendarmi con i manganelli che urlavano: «Tutti gli ebrei fuori!».
Noi eravamo pronti. Io uscii per primo. Non volevo guardare in faccia i miei genitori. Non volevo scoppiare in lacrime. Restammo seduti in mezzo alla strada, come gli altri del giorno prima. Lo stesso sole infernale. La stessa sete. Ma non c’era più nessuno per portarci dell’acqua.
Contemplavo la nostra casa, dove avevo passato degli anni a cercare il mio Dio, a digiunare per affrettare la venuta del Messia, a immaginare quella che sarebbe stata la mia vita. Ma non ero molto triste: non pensavo a nulla.

    – In piedi! Appello! In piedi.

Ci contano. Seduti. Ancora in piedi. Di nuovo per terra.
Senza fine. Attendevamo con impazienza che ci portassero via. Che si aspettava? L’ordine infine arrivò: «Avanti!».
Mio padre piangeva. Era la prima volta che lo vedevo piangere. Non mi ero mai immaginato che sarebbe potuto succedere. Mia madre, lei, marciava, il volto chiuso, senza esprimere una parola di preoccupazione. Io guardavo la mia sorellina, Zipporà, i suoi capelli biondi ben pettinati, un cappotto rosso sul braccio: una bambina di sette anni. Sulle spalle, un sacco troppo pesante per lei. Serrava i denti: sapeva già che lamentarsi non serviva a nulla. I gendarmi distribuivano qua e là colpi di manganello: «Più svelti!». Io non avevo più forze. Il cammino era appena agli inizi e io mi sentivo già così debole…

    – Più svelti! Più svelti! Avanti, sfaticati! – urlavano i gendarmi ungheresi.

E’ in quel momento che ho cominciato a odiarli, e il mio odio è l’unica cosa che ci lega ancora oggi. Erano i nostri primi oppressori, erano il primo volto dell’inferno e della morte.
Ci ordinarono di correre. Prendemmo il passo di corsa. Chi avrebbe creduto che eravamo così forti? Da dietro le loro finestre, da dietro le loro imposte, i nostri compatrioti ci guardavano passare.
Infine arrivammo a destinazione. I sacchi gettati per terra, ci lasciammo cadere:

    – Mio Dio, Signore dell’Universo, abbi pietà di noi nella Tua grande misericordia…

Il piccolo ghetto. Tre giorni prima ci viveva ancora della gente, la gente alla quale appartenevano gli oggetti di cui ci servivamo. Erano stati cacciati. Noi li avevamo già completamente dimenticati.
Il disordine era ancora maggiore che nel grande ghetto. Gli abitanti avevano dovuto essere scacciati all’improvviso. Io visitai le stanze dove viveva la famiglia di mio zio. Sulla tavola una scodella di minestra non finita. Della pasta aspettava di essere messa in forno. Dei libri erano sparsi sul pavimento. Forse mio zio aveva pensato di portarli con sé?
Noi ci sistemammo. (Che parola!). Io andai a cercare della legna, le mie sorelle accesero il fuoco.
Malgrado la stanchezza, mia madre si mise a preparare il pranzo.

    – Bisogna tenersi su, bisogna tenersi su – ripeteva.

Il morale della gente non era tanto cattivo: ci si cominciava già ad abituare alla situazione. Per la strada ci lasciavamo andare a discorsi ottimistici. I crucchi non avrebbero avuto più il tempo di cacciarci, si diceva… Per coloro che erano stati già deportati, ahimè, non c’era più nulla da fare. Ma noi, ci lasceranno probabilmente vivere qui la nostra miserabile piccola vita, fino alla fine della guerra.
Il ghetto non era sorvegliato. Ognuno poteva entrare e uscire liberamente. La nostra vecchia donna di servizio, Maria, era venuta a trovarci. Ci scongiurò a calde lacrime di andare nel suo villaggio, dove aveva preparato per noi un alloggio sicuro. Mio padre non ne volle sentir parlare. Ci disse, alle mie due sorelle grandi e a me:

    – Se volete, andateci. Io resterò qui con la mamma e la piccola… Ovviamente rifiutammo di separarci.

Notte. Nessuno pregava perché la notte passasse presto.
Le stelle non erano che le scintille del grande fuoco che ci divorava. Quando questo fuoco si sarebbe estinto, un giorno, non ci sarebbe stato più nulla in cielo, ma solo delle stelle spente, degli occhi morti.
Non c’era altro da fare che mettersi a letto, nei letti degli assenti. Riposarsi, riprendere le forze.
All’alba, non restava più nulla di quella malinconia. Ci si sarebbe creduti in vacanza. Si diceva:

      – Chissà, forse è per il nostro bene che ci deportano. Il fronte non è più tanto lontano, presto sentiremo il cannone. Allora si evacua la popolazione civile…

 

      – Senza dubbio temono che diventiamo partigiani…

 

    – Per me, tutta questa storia della deportazione non è che una grande farsa. Ma sì, non ridete. I crucchi vogliono solamente rubare i nostri gioielli. E loro sanno che è tutto sotterrato e che bisognerà mettersi a scavare, cosa che è più facile quando i proprietari sono in vacanza…

In vacanza!
Questi discorsi ottimistici ai quali nessuno credeva facevano passare il tempo. I pochi giorni che vivemmo lì trascorsero abbastanza piacevolmente, nella calma. I rapporti fra la gente erano fra i più amichevoli. Non c’erano più ricchi, notabili, personalità, ma soltanto dei condannati alla stessa pena, ancora ignota.
Sabato, il giorno del riposo, era il giorno scelto per la nostra cacciata.
Avevamo fatto, la sera prima, la cena tradizionale del venerdì. Avevamo detto le consuete benedizioni sul pane e sul vino e inghiottito il cibo senza dir parola. Eravamo – lo sentivamo insieme per l’ultima volta intorno alla tavola familiare. Io passai la notte a rimuginare ricordi, pensieri, senza riuscire a prender sonno.
All’alba eravamo per la strada, pronti per la partenza. Questa volta nessun gendarme ungherese:
un accordo era stato fatto con il Consiglio ebraico che avrebbe organizzato tutto da sé.
Il nostro convoglio prese la direzione della grande sinagoga. La città sembrava deserta, ma, dietro le loro imposte, i nostri amici di ieri attendevano senza dubbio il momento di poter saccheggiare le nostre case.
La sinagoga somigliava a una grande stazione: bagagli e lacrime. L’altare era spezzato, i tappeti strappati, i muri spogliati. Noi eravamo così numerosi che potevamo appena respirare: che spaventose ventiquattr’ore passammo. Gli uomini erano al pianterreno, le donne al primo piano, ed era sabato: si sarebbe detto che eravamo venuti ad assistere alle funzioni. Non potendo uscire, la gente faceva i propri bisogni in un angolo.
L’indomani mattina marciammo verso la stazione, dove ci attendeva un convoglio di carri bestiame. I gendarmi ungheresi ci fecero montare in ragione di ottanta persone per carro. Ci lasciarono qualche pagnotta e qualche secchio d’acqua. Controllarono le sbarre delle finestre per vedere se tenevano bene. I carri vennero chiusi. Per ciascuno di essi era stato nominato un responsabile: se qualcuno scappava, è lui che avrebbero fucilato.
Sul marciapiede camminavano due ufficiali della Gestapo, tutti sorridenti: in complesso era andato tutto bene.
Un fischio prolungato perforò l’aria. Le ruote si misero a sferragliare. Eravamo in cammino.

II

Non era possibile sdraiarsi, e neanche sedersi tutti. Decidemmo di sederci a turno. C’era poca aria. Fortunati coloro che si trovavano vicini a una finestra: vedevano passare il paesaggio in fiore.
Dopo due giorni di viaggio la sete cominciò a torturarci. Poi il caldo diventò insopportabile.
Liberi da ogni censura sociale, i giovani si lasciavano andare apertamente ai loro istinti e col favore della notte si accoppiavano in mezzo a noi, senza preoccuparsi di nessuno, soli nel mondo. Gli altri facevano finta di non vedere.
Ci restava qualche provvista, ma nessuno mangiava secondo la propria fame. Economizzare, era il nostro principio; economizzare per il giorno dopo. Il giorno dopo poteva essere anche peggiore.
Il treno si fermò a Kashau, una piccola città alla frontiera cecoslovacca. Allora capimmo che non saremmo rimasti in Ungheria. Aprimmo gli occhi, troppo tardi.
La porta del carro venne aperta. Un ufficiale tedesco si fece avanti, accompagnato da un tenente ungherese che traduceva le sue parole:

    – Da questo istante passate sotto l’autorità dell’esercito tedesco. Chi possiede ancora oro, denaro, orologi, deve consegnarli adesso, chi verrà trovato con qualcosa addosso sarà fucilato sul posto. Inoltre: chi si sente male può trasferirsi nel vagone-ospedale. E’ tutto.

Il tenente ungherese passò fra di noi con un cesto e raccolse gli ultimi beni di chi non voleva più sentire il gusto amaro del terrore.

    – Siete ottanta in un carro – aggiunse l’ufficiale tedesco. – Se qualcuno manca, sarete tutti fucilati, come cani…

Scomparvero. Le porte vennero richiuse. Eravamo in trappola, fino al collo. Il mondo era un carro ermeticamente chiuso.
C’era fra di noi una certa signora Schächter, di una cinquantina d’anni, con il figlio, di dieci anni, accovacciato nel suo angolo. Suo marito e i suoi due figli maggiori erano stati deportati con il primo trasporto, per errore. Questa separazione l’aveva completamente distrutta.
Io la conoscevo bene. Era venuta spesso da noi: una donna tranquilla, dagli occhi ardenti e acuti. Suo marito era un uomo pio e passava i giorni e le notti nella casa degli studi, mentre era lei che lavorava per sfamare i suoi.
La signora Schächter aveva perduto la ragione. Il primo giorno del nostro viaggio aveva già cominciato a gemere, a domandare perché l’avevano separata dai suoi; poi le sue grida divennero isteriche.
La terza notte, mentre dormivamo seduti l’uno contro l’altro e qualcuno in piedi, un grido acuto squarciò il silenzio:

    – Un fuoco! Vedo un fuoco! Vedo un fuoco!

Seguì un istante di panico. Chi aveva gridato? Era stata la signora Schächter. In mezzo al carro, al pallido chiarore che proveniva dalle finestre, assomigliava a un albero secco in un campo di grano.
Col braccio indicava la finestra, urlando:

      – Guardate! Oh, guardate! Quel fuoco! Un fuoco terribile! Abbiate pietà di me! “

Quel fuoco

    !” Degli uomini si attaccarono alle sbarre. Non c’era nulla, eccetto la notte.

Restammo per un lungo momento sotto il colpo di questo risveglio terribile. Ne tremavamo ancora. A ogni cigolio delle ruote sulle rotaie ci sembrava che un abisso si stesse per aprire sotto i nostri corpi. Incapaci di addormentare la nostra angoscia, cercavamo di consolarci: «E’ pazza, poveretta….» Le era stato messo un cencio bagnato sulla fronte per calmarla, ma lei continuava a urlare: «Quel fuoco! Quell’incendio!….»
Il suo figlioletto piangeva, afferrandosi alla gonna, cercando le sue mani: «Non è nulla, mamma! Non è nulla… Siediti…» Lui mi faceva più male delle grida di sua madre. Alcune donne tentavano di calmarla: «Ritroverete vostro marito e i vostri figli… Fra qualche giorno…»
Lei continuava a gridare, ansante, la voce rotta dai singhiozzi: «Ebrei, ascoltatemi: vedo un fuoco! Che fiamme! Che rogo!». Come se un’anima maledetta fosse entrata in lei e parlasse dal fondo del suo essere.
Noi cercavamo di spiegarci il fatto, per tranquillizzarci, per riprender fiato piuttosto che per consolarla: «Deve avere così sete, poveretta! E’ per questo che parla del fuoco che la divora…».
Ma tutto era inutile. Il nostro terrore avrebbe fatto scoppiare le pareti del carro, i nostri nervi stavano per cedere, la pelle ci faceva male: era come se la follia stesse per impadronirsi anche di noi. Non ne potevamo più. Alcuni giovanotti la fecero sedere di forza, la legarono e le misero un bavaglio.
Era tornato il silenzio. Il bambino era seduto accanto alla mamma e piangeva. Io avevo ricominciato a respirare normalmente. Sentivamo le ruote scandire sulle rotaie il ritmo monotono del treno attraverso la notte. Ci si poteva rimettere a dormicchiare, a riposare, a sognare…
Un’ora o due passarono così, quando un nuovo grido ci tagliò il respiro. La donna si era liberata e urlava più forte di prima:

    – Guardate quel fuoco! Fiamme, fiamme dappertutto…

Di nuovo i giovanotti la legarono e la imbavagliarono. Le diedero anche qualche colpo. La gente li incoraggiava:

    – Che stia zitta, quella pazza! Che chiuda il becco! Non è sola! Che la faccia finita!

Le diedero parecchi colpi sulla testa, colpi da ammazzarla. Il figlioletto le si aggrappava addosso, senza gridare, senza dire una parola. Non piangeva più.
Una notte che non finiva mai. Verso l’alba, la signora Schächter si era calmata. Accovacciata nel suo angolo, lo sguardo inebetito che scrutava il vuoto, non ci vedeva più.
Per tutto il giorno restò così, muta, assente, isolata in mezzo a noi. Al cadere della notte si rimise a urlare: «L’incendio, là». Indicava un punto nello spazio, sempre lo stesso. Erano stanchi di picchiarla. Il caldo, la sete, gli odori pestilenziali, la mancanza d’aria ci soffocavano, ma tutto ciò non era nulla in confronto a quelle grida che ci straziavano. Ancora qualche giorno e ci saremmo messi a urlare anche noi.
Ma si arrivò in una stazione. Chi si trovava vicino alle finestre ce ne disse il nome:
Nessuno l’aveva mai sentito dire.
Il treno non ripartiva. Il pomeriggio passò lentamente. Poi le porte del carro vennero aperte. Due uomini potevano scendere per cercare dell’acqua.
Quando tornarono, raccontarono che avevano potuto sapere, in cambio di un orologio d’oro, che era la stazione d’arrivo. Ci avrebbero fatti scendere. Lì c’era un campo di lavoro. Buone condizioni. Le famiglie non sarebbero state divise. Soltanto i giovani sarebbero andati a lavorare nelle fabbriche. I vecchi e i malati sarebbero stati impiegati nei campi.
Il barometro della fiducia fece un balzo. Era l’improvvisa liberazione da tutti i terrori delle notti precedenti. Si rese grazie a Dio.
La signora Schächter restava nel suo angolo, rannicchiata, muta, indifferente alla fiducia generale. Il piccolo le carezzava la mano.
Il crepuscolo cominciò a riempire il carro. Ci mettemmo a mangiare le nostre ultime provviste. Alle dieci di sera ognuno cercava una posizione adatta per dormicchiare un po’, e poco dopo tutti dormivamo. Ma improvvisamente:

    – Il fuoco! L’incendio! Guardate, là!…

Risvegliati di soprassalto, ci precipitammo alla finestra. Le avevamo creduto, ancora una volta, non fosse che per un istante. Ma fuori non c’era che la notte oscura. La vergogna nell’anima, tornammo ai nostri posti, rosi dalla paura, nostro malgrado. Siccome continuava a urlare, ci rimettemmo a picchiarla e a fatica riuscimmo a farla tacere.
Il responsabile del nostro carro chiamò un ufficiale tedesco che passeggiava sul marciapiede, chiedendogli di poter trasportare la nostra malata al vagone-ospedale.

    – Abbiate pazienza, rispose quello, abbiate pazienza; lo faremo presto.

Verso le undici il treno si rimise in movimento. Ci si affollava alle finestre. Il convoglio rotolava lentamente. Un quarto d’ora dopo rallentò ancora. Dalle finestre si scorgevano dei reticolati: capimmo che doveva trattarsi del campo.
Avevamo dimenticato l’esistenza della signora Schächter, quando improvvisamente sentimmo un urlo terribile:

    – Ebrei, guardate! Guardate il fuoco! Le fiamme, guardate! E mentre il treno si era fermato noivedemmo questa volta delle vere fiamme salire da un alto camino, nel cielo nero.

La signora Schächter aveva smesso da sé di urlare; era ritornata muta, indifferente, assente, nel suo angolo.
Noi guardavamo le fiamme nella notte. Un odore abominevole aleggiava nell’aria. Improvvisamente le porte si aprirono. Dei curiosi personaggi, con delle giacche a righe e dei pantaloni neri, saltarono sul carro. In mano una lampada elettrica e un bastone. Si misero a picchiare a destra e a sinistra, prima di gridare:

    – Scendere tutti! Lasciate tutto sul carro! Presto!

Noi saltammo giù. Diedi un ultimo sguardo alla signora Schächter. Il suo bambino le teneva la mano.
Davanti a noi, quelle fiamme. Nell’aria, quell’odore di carne bruciata. Doveva essere mezzanotte. Eravamo arrivati. A Birkenau.

III

Gli oggetti cari che avevamo portato fin qui rimasero nel carro e con loro, alla fine, le nostre illusioni.
Ogni due metri una S.S., il mitra puntato su di noi. La mano nella mano seguivamo la massa.
Un graduato delle S.S. ci venne incontro, il manganello in mano. Ordinò:

    – Uomini a sinistra! Donne a destra!

Quattro parole dette tranquillamente, con indifferenza, senza emozione. Quattro parole semplici, brevi. Ma fu l’istante in cui abbandonai mia madre. Non avevo avuto neanche il tempo di pensare che già sentivo la pressione della mano di mio padre: restammo soli. In una frazione di secondo potei vedere mia madre, le mie sorelle, andare verso destra. Zipporà teneva la mano della mamma. Le vidi allontanarsi; mia madre accarezzava i capelli biondi di mia sorella, come per proteggerla, mentre io continuavo a marciare con mio padre, con gli uomini. E non sapevo certo che in quel luogo, in quell’istante, io abbandonavo mia madre e Zipporà per sempre. Continuavo a marciare. Mio padre mi teneva per mano. Dietro a me un vecchio crollò per terra. Accanto a lui una S.S. rimetteva la rivoltella nel fodero.
La mia mano si stringeva al braccio di mio padre. Un solo pensiero: non perderlo. Non restare solo.
Gli ufficiali delle S.S. ci ordinarono:

    – In file di cinque.

Un tumulto. Bisognava assolutamente restare insieme.

    – Ehi, ragazzo, quanti anni hai?

Era un detenuto che mi interrogava. Io non lo vedevo in viso, ma la sua voce era stanca e calda. – Non ancora quindici anni.

      – No, diciotto.

 

      – Ma no – replicai. – Quindici.

 

      – Razza di cretino, ascolta ciò che “

io

    ” ti dico.

Poi interrogò mio padre che rispose:

    – Cinquant’anni.

Più furioso ancora, l’altro riprese: – No, non cinquant’anni. Quaranta. Avete capito? Diciotto e quaranta.
Scomparve con le ombre della notte. Ne arrivò un altro, le labbra piene di imprecazioni:

      – Figli di cani, perché siete venuti? Eh, perché? Qualcuno osò rispondergli:

 

    – Cosa credete? Che siamo venuti per divertimento? Che abbiamo chiesto noi di venire?

Ancora un po’ e l’altro l’avrebbe ucciso:

    – Taci, figlio di porco, o ti schiaccio dove sei! Avreste dovuto impiccarvi là dove eravate piuttosto che venire qui. Non sapevate dunque cosa si preparava qui, ad Auschwitz? Lo ignoravate? Nel 1944?

Sì, l’ignoravamo. Nessuno ce l’aveva detto. Lui non credeva ai suoi orecchi. Il suo tono si fece sempre più brutale.

    – Vedete, laggiù, il camino? Lo vedete? Le fiamme, le vedete? (Sì, le vedevamo, le fiamme). Laggiù, è laggiù che andrete. E’ laggiù la vostra tomba. Non avete ancora capito? Figli di cani, non capite dunque nulla? Vi bruceranno! Vi arrostiranno! Vi ridurranno in cenere! – Il suo furore divenne isterico. Noi restammo immobili, pietrificati. Tutto ciò non era un incubo? Un incubo inimmaginabile?

Qua e là sentivo mormorare:

    – Bisogna fare qualcosa. Non dobbiamo lasciarci uccidere, non dobbiamo andare come bestie al macello. Bisogna rivoltarci.

Fra di noi si trovavano alcuni uomini ben piantati. Avevano con sé dei pugnali e incitavano i loro compagni a gettarsi sui guardiani armati. Un ragazzo disse:

    – Che il mondo sappia dell’esistenza di Auschwitz. Che lo sappiano tutti coloro che possono ancora sfuggirgli…

Ma i più vecchi imploravano i loro figli di non fare sciocchezze:

    – Non bisogna perdere la fiducia, anche se la spada è sospesa sopra le nostre teste. Così parlavano i nostri Saggi.

Il vento della rivolta si placò. Noi continuammo a marciare fino a un incrocio. Al centro c’era il dottor Mengele, questo famoso dottor Mengele (tipico ufficiale delle S.S., volto crudele, non privo di intelligenza, monocolo), una bacchetta da direttore d’orchestra in mano, in mezzo ad altri ufficiali. La bacchetta si muoveva senza tregua, una volta a destra, una volta a sinistra.
Già mi trovavo davanti a lui:

      – La tua età? – domandò con un tono che forse voleva essere paterno.

 

      – Diciott’anni. – La mia voce tremava.

 

      – Sano?

 

      – Sì.

 

    – Il tuo mestiere?

Dire che ero studente?

    – Contadino – mi sentii rispondere.

Quella conversazione non era durata più di qualche secondo. A me era sembrata un’eternità.
La bacchetta verso sinistra. Io feci un mezzo passo in avanti. Volevo prima vedere dove avrebbe mandato mio padre. Fosse andato a destra, io l’avrei raggiunto.
La bacchetta si inclinò anche per lui verso sinistra. Un peso mi cascò dal cuore.
Noi non sapevamo ancora quale direzione fosse quella buona, se quella a sinistra o quella a destra, quale strada portasse alla prigionia e quale al crematorio, ma tuttavia mi sentivo felice: ero accanto a mio padre. La nostra processione continuava ad avanzare, lentamente. Un altro detenuto si avvicinò:

      – Contenti?

 

      – Sì – rispose qualcuno.

 

    – Disgraziati, state andando al crematorio.

Sembrava dire la verità. Non lontano da noi delle fiamme salivano da una fossa, delle fiamme gigantesche. Vi si bruciava qualche cosa. Un autocarro si avvicinò e scaricò il suo carico: erano dei bambini. Dei neonati! Sì, l’avevo visto, l’avevo visto con i miei occhi… Dei bambini nelle fiamme. (C’è dunque da stupirsi se da quel giorno il sonno fuggì i miei occhi?).
Ecco dunque dove andavamo. Un po’ più avanti avremmo trovato un’altra fossa, più grande, per adulti.
Io mi pizzicai la faccia: ero ancora vivo? Ero sveglio? Non riuscivo a crederci. Com’era possibile che si bruciassero degli uomini, dei bambini, e che il mondo tacesse? No, tutto ciò non poteva essere vero. Un incubo… Presto mi sarei risvegliato di soprassalto, con il cuore in tumulto, e avrei ritrovato la mia stanza, i miei libri…
La voce di mio padre mi strappò ai miei pensieri:

    – .. Peccato che tu non sia andato con tua madre… Ho visto parecchi ragazzi della tua età andarsene con le loro mamme…

La sua voce era terribilmente triste. Capii che non voleva vedere ciò che mi avrebbero fatto. Non voleva vedere bruciare il suo unico figlio.
Un sudore freddo mi copriva la fronte, ma gli dissi che non credevo che si bruciassero degli uomini nella nostra epoca, che l’umanità non l’avrebbe più tollerato…

      – L’umanità? L’umanità non si interessa a noi. Oggi tutto è permesso, tutto è possibile, anche i forni crematori… La voce gli si strozzava in gola.

 

    – Papà, – gli dissi – se è così non voglio più aspettare. Mi butterò sui reticolati elettrici: meglio questo che agonizzare per ore nelle fiamme.

Lui non mi rispose. Piangeva. Il suo corpo era scosso da un tremito. Intorno a noi tutti piangevano. Qualcuno si mise a recitare il Kaddìsh, la preghiera dei morti. Non so se è già successo nella lunga storia del popolo ebraico che uomini recitino la preghiera dei morti per se stessi.

      – “

Yitgaddàl veyitkaddàsh shemé rabbà

    “… Che il Suo Nome sia ingrandito e santificato… mormorava mio padre.

Per la prima volta sentii la rivolta crescere in me. Perché dovevo santificare il Suo Nome? L’Eterno, il Signore dell’Universo, l’Eterno Onnipotente taceva: di cosa dovevo ringraziarLo?
Continuammo a marciare. Ci avvicinammo a poco a poco alla fossa da cui proveniva un calore infernale. Ancora venti passi. Se volevo darmi la morte, questo era il momento. La nostra colonna non aveva da fare più che una quindicina di passi. Io mi mordevo le labbra perché mio padre non sentisse il tremito delle mie mascelle. Ancora dieci passi. Otto. Sette. Marciavamo lentamente, come dietro un carro funebre, seguendo il nostro funerale. Solo quattro passi. Tre. Ora era là, vicinissima a noi, la fossa e le sue fiamme. Io raccoglievo tutte le mie forze residue per poter saltare fuori dalla fila e gettarmi sui reticolati. In fondo al mio cuore davo l’addio a mio padre, all’universo intero e, mio malgrado, delle parole si formavano e si presentavano in un mormorio alle mie labbra: “Yitgaddàl veyitkaddàsh shemé rabbà“… Che il Suo Nome sia elevato e santificato… Il mio cuore stava per scoppiare. Ecco: mi trovavo di fronte all’Angelo della morte…
No. A due passi dalla fossa, ci ordinarono di girare a sinistra, e ci fecero entrare in una baracca.
Io strinsi forte la mano di mio padre. Lui mi disse: – Ti ricordi la signora Schächter, sul treno?
Mai dimenticherò quella notte, la prima notte nel campo, che ha fatto della mia vita una lunga notte e per sette volte sprangata.
Mai dimenticherò quel fumo.
Mai dimenticherò i piccoli volti dei bambini di cui avevo visto i corpi trasformarsi in volute di fumo sotto un cielo muto.
Mai dimenticherò quelle fiamme che consumarono per sempre la mia Fede.
Mai dimenticherò quel silenzio notturno che mi ha tolto per l’eternità il desiderio di vivere.
Mai dimenticherò quegli istanti che assassinarono il mio Dio e la mia anima, e i miei sogni, che presero il volto del deserto.
Mai dimenticherò tutto ciò, anche se fossi condannato a vivere quanto Dio stesso. Mai.
La baracca dove ci avevano fatto entrare era molto lunga. Sul tetto qualche lucernario azzurrato. Era quello l’aspetto che deve avere l’anticamera dell’inferno. Tanti uomini sconvolti, tante grida, tanta brutalità bestiale.
Decine di detenuti ci accolsero, il bastone in mano, picchiando dove capitava, chi capitava, senza alcuna ragione. Degli ordini: Spogliatevi! Presto! “Raus“! Tenere solamente la cintura e le scarpe in mano….
Dovevamo gettare i nostri vestiti in fondo alla baracca. Ce n’era già un mucchio: degli abiti nuovi, altri vecchi, dei cappotti strappati, degli stracci. Per noi era la vera uguaglianza: quella della nudità tremante di freddo.
Qualche ufficiale delle S.S. girava per lo stanzone, cercando gli uomini robusti. Se il vigore fisico era così apprezzato, forse dovevamo sforzarci di passare per tipi atletici? Mio padre pensava l’opposto. Era meglio non mettersi in evidenza. Il destino degli altri sarà il nostro. (In seguito dovevamo apprendere che avevamo avuto ragione. Coloro che erano stati scelti quel giorno furono inclusi nel “Sonderkommando”, il commando che lavorava ai crematori. Bela Katz, figlio di un grosso commerciante della mia città, era arrivato a Birkenau col primo trasporto, una settimana prima di noi. Venuto a sapere del nostro arrivo ci fece arrivare un messaggio: era stato scelto per la sua robustezza, e aveva dovuto introdurre lui stesso il corpo di suo padre nel forno crematorio). I colpi continuavano a piovere:

    – Dal parrucchiere!

La cintura e le scarpe in mano, io mi lasciai trascinare verso i parrucchieri. Le loro tosatrici strappavano i capelli, rasavano tutti i peli del corpo. Nella testa mi ronzava sempre il solito pensiero: non allontanarmi da mio padre.
Liberi dalle mani dei parrucchieri ci mettemmo a vagare fra la folla, incontrando amici, conoscenti. Questi incontri ci riempivano di gioia, sì, di gioia: Dio sia lodato! Sei ancora vivo!….
Ma altri piangevano. Approfittavano delle forze che gli rimanevano per piangere. Perché si erano lasciati portare qui? Perché non erano morti nel loro letto? I singhiozzi rompevano la loro voce.
Improvvisamente qualcuno mi si gettò al collo e mi abbracciò: Yeshiel, il fratello del Rabbino di Sighet. Piangeva a calde lacrime. Credetti che piangesse di gioia perché era ancora in vita.

      – Non piangere, Yeshiel – gli dissi; – è peccato piangere…

 

    – Non piangere? Siamo sull’orlo della morte. Presto ci saremo dentro… Capisci? Dentro. Come non piangere?

Attraverso i lucernari azzurrati del tetto vedevo la notte svanire a poco a poco. Avevo smesso di aver paura, e poi una stanchezza disumana mi opprimeva.
Gli assenti neanche più sfioravano la nostra memoria. Si parlava ancora di loro – «chissà che fine hanno fatto?» – ma non ci si preoccupava del loro destino. Eravamo incapaci di pensare a qualsiasi cosa. I sensi si erano offuscati, tutto sfumava in una specie di nebbia. Non ci si attaccava più a nulla. L’istinto di conservazione, di autodifesa, l’amor proprio: tutto avevamo perduto. In un ultimo momento di lucidità mi sembrò che fossimo delle anime maledette erranti nel mondo del nulla, delle anime condannate a errare attraverso gli spazi fino alla fine delle generazioni, alla ricerca della redenzione, in cerca dell’oblio, senza speranza di trovarlo.
Verso le cinque del mattino ci cacciarono dalla baracca. Dei kapò ci picchiavano di nuovo, ma io non sentivo più il dolore dei colpi. Un vento gelido ci avvolgeva. Eravamo nudi, scarpe e cintura in mano. Un ordine: «Correre!». E tutti a correre. Dopo qualche minuto di corsa, una nuova baracca.
Un barile di petrolio sulla porta. Disinfezione. Ci si bagna tutti. Poi una doccia calda. In gran fretta. Usciti dall’acqua, si è cacciati fuori. Correre ancora. Ancora una baracca: il magazzino. Lunghissime tavole. Montagne di casacche per detenuti. Noi corriamo. Quando passiamo ci lanciano pantaloni, giacca, camicia e calzini.
In pochi secondi abbiamo cessato di essere degli uomini. Se la situazione non fosse stata tragica avremmo potuto scoppiare a ridere. Che abbigliamenti ridicoli! Meir Katz, un colosso, aveva ricevuto dei pantaloni da bambino, e Stern, un ometto magro, una giacca che ci nuotava dentro. Procedemmo subito agli scambi necessari.
Detti un’occhiata a mio padre. Com’era cambiato! I suoi occhi si erano offuscati. Avrei voluto dirgli qualcosa, ma non sapevo cosa.
La notte era completamente passata. La stella del mattino brillava nel cielo. Anch’io ero divenuto del tutto un altro uomo. Lo studente del Talmud, il ragazzo che ero, si erano consumati nelle fiamme. Restava soltanto una sembianza. Una fiamma nera si era introdotta nella mia anima e l’aveva divorata.
Erano accadute tante cose in così poche ore che avevo perduto la nozione del tempo. Quando avevamo lasciato le nostre case? E il ghetto? E il treno? Soltanto una settimana? Una notte, “una sola” notte?
Da quanto tempo ci tengono così nel vento gelido? Un’ora? Solo un’ora? Sessanta minuti? Era sicuramente un sogno.
Non lontano da noi, dei detenuti lavoravano. Alcuni scavavano delle buche, altri trasportavano della sabbia. Nessuno di loro ci volgeva lo sguardo. Eravamo degli alberi secchi nel cuore di un deserto. Dietro a me, della gente parlava. Non avevo alcuna voglia di ascoltare ciò che dicevano, di sapere chi parlava e di cosa parlava. Nessuno osava alzare la voce, anche se non c’erano sorveglianti vicini. Si bisbigliava. Forse a causa dello spesso fumo che avvelenava l’aria e prendeva alla gola…
Ci fecero entrare in una nuova baracca, nel campo degli zingari. In file di cinque.

    – E non muovetevi più!

Non c’era pavimento. Un tetto e quattro mura. I piedi affondavano nel fango.
L’attesa ricominciò. Io mi addormentai in piedi. Sognai un letto, una carezza di mia madre. E mi risvegliai: ero in piedi nel fango. Alcuni crollavano e restavano per terra. Altri urlavano:

    – Siete pazzi? Hanno detto di restare in piedi. Ci volete far passare dei guai?

Come se tutti i guai del mondo non si fossero già abbattuti sulle nostre teste. A poco a poco, tutti ci sedemmo nel fango. Ma bisognava alzarsi a ogni istante, tutte le volte che entrava un kapò per vedere se qualcuno aveva un paio di scarpe nuove. Bisognava dargliele. A nulla serviva opporsi: i colpi piovevano e, alla fine, si perdevano ugualmente le scarpe.
Anch’io avevo delle scarpe nuove, ma siccome erano ricoperte da una spessa coltre di fango non le avevano notate. Ringraziai Dio, con una benedizione di circostanza, per aver creato il fango nel suo universo infinito e meraviglioso.
Il silenzio si appesantì improvvisamente. Era entrato un ufficiale delle S.S. e, con lui, l’odore dell’Angelo della morte.
I nostri sguardi si aggrapparono alle sue labbra carnose. In mezzo alla baracca si rivolse a noi:

    – Voi vi trovate in un campo di concentramento. Ad Auschwitz…

Una pausa. Osservava l’effetto che le sue parole avevano prodotto. Il suo volto mi è rimasto nella memoria fino a oggi. Un uomo alto, sulla trentina, il delitto scritto sulla fronte e nelle pupille. Ci squadrava come un branco di cani rognosi che si attaccano alla vita.

    – Ricordatevelo – proseguì; – ricordatevelo sempre, imprimetevelo nella memoria: siete ad Auschwitz. E Auschwitz non è una casa di riposo, è un campo di concentramento. Qui dovete lavorare, sennò andrete diritti nel camino.

Nel crematorio. Lavorare o il crematorio: la scelta è nelle vostre mani.
Quella notte ne avevamo già passate tante che non credevamo che qualcosa ci avrebbe potuto fare ancora paura, ma quelle secche parole ci fecero rabbrividire. La parola «camino» non era qui una parola priva di senso: aleggiava nell’aria, mescolata col fumo. Era forse l’unica parola che avesse qui un senso reale. L’ufficiale lasciò la baracca. Apparvero i kapò, urlando:

    – Tutti i lavoratori specializzati, fabbri, falegnami, elettricisti, orologiai, un passo avanti!

Gli altri furono fatti entrare in un’altra baracca, in pietra questa volta. Col permesso di sedersi. Un deportato zingaro ci sorvegliava.
A mio padre gli venne improvvisamente una colica, si alzò e andò dallo zingaro, chiedendogli educatamente in tedesco:

    – .. Potete dirmi dove si trovano i gabinetti?

Lo zingaro lo squadrò a lungo, dalla testa ai piedi, come se avesse voluto convincersi che l’uomo che gli rivolgeva la parola fosse un essere in carne e ossa, un essere vivente con un corpo e un ventre. Poi, come improvvisamente risvegliato da un lungo sonno, allungò a mio padre uno schiaffo tale che lo fece cadere per terra. Mio padre tornò carponi al suo posto.
Io ero rimasto pietrificato. Cosa mi era dunque successo? Avevano picchiato mio padre, davanti ai miei occhi, e io non avevo battuto ciglio. Avevo guardato e avevo taciuto. Ieri, avrei affondato le mie unghie nella carne di quel criminale. Ero dunque così cambiato? Così in fretta? Il rimorso cominciava a tormentarmi. Pensavo solamente: non li perdonerò mai. Mio padre doveva avere intuito tutto e mi sussurrò all’orecchio: «Non fa male». Sulla guancia ancora il segno rosso della mano.

    – Tutti fuori!

Una decina di zingari erano venuti ad aggiungersi al nostro guardiano. Manganelli e fruste schioccavano intorno a me. I miei piedi correvano da sé. Cercavo di proteggermi dai colpi stando dietro agli altri. Un sole di primavera.

    – In file di cinque!

I prigionieri che avevo visto la mattina lavoravano lì accanto. Nessun guardiano vicino a loro, soltanto l’ombra del camino… Intorpidito dai raggi del sole e dai miei sogni, sentii che mi tiravano per la manica. Era mio padre: – Avanti, caro.
Si marciava. Si aprivano delle porte, si chiudevano. Si continuava a marciare fra i reticolati elettrici. A ogni passo un cartello bianco con un teschio nero che ci guardava. Una scritta: «Attenzione! Pericolo di morte». Ironia: c’era qui un solo posto dove non si fosse in pericolo di morte?
Gli zingari si erano fermati vicino a una baracca; furono sostituiti da delle S.S. che ci circondarono: rivoltelle, mitra, cani poliziotto.
La marcia era durata una mezz’ora. Guardandomi intorno mi accorsi che i reticolati erano dietro di noi: eravamo usciti dal campo.
Era una bella giornata d’aprile. Profumi di primavera aleggiavano nell’aria. Il sole calava verso occidente.
Ma appena dopo pochi passi vedemmo i reticolati di un altro campo. Un cancello di ferro, con su in alto scritto: «Il lavoro rende liberi». Auschwitz.
Prima impressione: era meglio di Birkenau. Degli edifici di cemento a due piani al posto delle baracche di legno. Dei giardinetti qua e là. Ci condussero verso uno di questi «blocchi». Seduti per terra davanti alla porta ricominciammo ad aspettare. Ogni tanto facevano entrare qualcuno. C’erano le docce, formalità obbligatoria all’entrata di ogni campo. Anche se si passava dall’uno all’altro più volte in un giorno ogni volta bisognava passare per i bagni.
Usciti da sotto l’acqua calda si restava a battere i denti nella notte. I vestiti erano rimasti nel blocco, e ci avevano promesso altri abiti.
Verso mezzanotte ci dissero di correre.

    – Più in fretta – urlavano i nostri guardiani. – Più in fretta correte e prima andrete a letto.

Dopo qualche minuto di folle corsa arrivammo davanti a un nuovo blocco. Il responsabile ci attendeva. Era un giovane polacco, che ci sorrideva. Si mise a parlarci e, malgrado la nostra stanchezza, l’ascoltammo pazientemente:

    – Compagni, vi trovate nel campo di concentramento di Auschwitz. Un lungo cammino di sofferenze vi attende, ma non perdetevi di coraggio. Avete già superato il pericolo più grande: la selezione. Ebbene, raccogliete le vostre forze e non perdete la speranza: vedremo tutti il giorno della liberazione. Abbiate fiducia nella vita, mille volte fiducia. Cacciate la disperazione e allontanerete da voi la morte. L’inferno non dura in eterno… E adesso una preghiera, anzi un consiglio: che il cameratismo regni fra di voi. Siamo tutti fratelli e subiamo la stessa sorte. Sopra le nostre teste aleggia lo stesso fumo. Aiutatevi gli uni con gli altri: è il solo modo di sopravvivere. Ho parlato abbastanza, visto che siete stanchi. Ascoltate: siete nel Blocco 17; io qui sono il responsabile dell’ordine; ognuno può venire da me se ha da lamentarsi di qualcuno. Questo è tutto. Andate a dormire. Due per letto. Buona notte. Le prime parole umane.

Appena ci fummo arrampicati ai nostri posti un sonno pesante ci assalì. Il mattino dopo gli anziani ci trattarono senza brutalità. Andammo ai lavandini, ci vennero dati dei vestiti nuovi, ci fu portato del caffè nero.
Lasciammo il blocco verso le dieci, per permetterne la pulizia. Fuori, il sole ci riscaldò. Il nostro morale era assai migliore. Si incontravano amici, si scambiava qualche parola. Si parlava di tutto, tranne che di coloro che erano scomparsi. L’opinione generale era che la guerra era sul punto di finire.
Verso mezzogiorno ci portarono della minestra, una scodella di zuppa per ciascuno. Benché attanagliato dalla fame io rifiutai di toccarla: ero ancora il bambino viziato di prima. Mio padre inghiottì la mia razione.
All’ombra del blocco facemmo una piccola siesta. Doveva aver mentito l’ufficiale delle S.S. della baracca fangosa: Auschwitz era proprio una casa di riposo…
Nel pomeriggio ci misero in fila. Tre prigionieri portarono un tavolo e degli strumenti chirurgici. Con la manica del braccio sinistro tirata su ognuno doveva passare davanti alla tavola. I tre «anziani», ago alla mano, ci incidevano un numero sul braccio sinistro. Io diventai A-7713. Ormai non avevo più altro nome.
Al crepuscolo, l’appello. I commandi di lavoratori erano rientrati. Vicino alla porta, l’orchestra suonava delle marce militari. Decine di migliaia di detenuti stavano in fila mentre le S.S. verificavano il loro numero.
Dopo l’appello, i prigionieri di tutti i blocchi si sparsero alla ricerca di amici, di parenti, di vicini arrivati con l’ultimo convoglio.
I giorni passavano. Al mattino, caffè nero. A mezzogiorno, zuppa. (Il terzo giorno mangiavo già con appetito qualunque zuppa). Alle sei del pomeriggio, l’appello. Poi un po’ di pane e qualcos’altro. Alle nove, a letto.
Eravamo già da otto giorni ad Auschwitz. Durante l’appello, mentre aspettavamo soltanto il suono della campana che doveva annunciarne la fine, sentii a un tratto qualcuno passare fra le file e domandare:

    – Chi è di voi Wiesel di Sighet?

Colui che ci cercava era un ometto con gli occhiali, dal volto rugoso e invecchiato. Mio padre gli rispose:

    – Sono io Wiesel di Sighet.

L’ometto lo fissò a lungo, strizzando gli occhi:

    – Non mi riconoscete… Non mi riconoscete… Sono un vostro parente: Stein. Già dimenticato? Stein! Stein di Anversa. Il marito di Reizel. Vostra moglie era la zia di Reizel… Ci scriveva spesso… e che lettere!

Mio padre non l’aveva riconosciuto. Doveva averlo appena conosciuto, perché era sempre immerso fino al collo negli affari della comunità e molto meno in quelli della famiglia. Era sempre altrove, perduto nei suoi pensieri. (Una volta, una cugina era venuta a trovarci a Sighet. Stava da noi e mangiava alla nostra tavola da quindici giorni quando mio padre notò la sua presenza per la prima volta). No, non riusciva a ricordarsi di Stein. Io l’avevo riconosciuto perfettamente. Avevo conosciuto Reizel, sua moglie, prima che partisse per il Belgio. Lui continuò a parlare:

    – Mi hanno deportato nel 1942. Ho sentito dire che un trasporto era arrivato dalla vostra regione e sono venuto a cercarvi. Pensavo che forse avreste avuto notizie di Reizel e dei miei due bambini che sono rimasti ad Anversa…

Io non sapevo nulla di loro. Dopo il 1940 mia madre non aveva ricevuto più neanche una lettera.
Ma mentii:

    – Sì, mia madre ha ricevuto notizie. Reizel sta bene. E anche i bambini…

Lui piangeva di gioia. Avrebbe voluto restare di più, avere più dettagli, imbeversi di buone notizie, ma una S.S. s’avvicinava e dovette andarsene, gridandoci che sarebbe tornato il giorno dopo.
La campana annunciò che ci si poteva sciogliere. Andammo a cercare il pasto della sera, pane e margarina. Io avevo una fame terribile e inghiottii subito la mia razione sul posto. Mio padre mi disse:

    – Non bisogna mangiare tutto insieme. Anche domani è un giorno…

E vedendo che il suo consiglio era arrivato troppo tardi e che della mia razione non restava più nulla, la sua non la intaccò neppure. – Non ho fame – disse.
Restammo ad Auschwitz tre settimane. Non avevamo nulla da fare. Dormivamo molto. Il pomeriggio e la notte.
L’unica preoccupazione era quella di evitare le partenze, di restare lì il più a lungo possibile. Non era difficile: bastava non iscriversi mai come operaio qualificato. La manovalanza, la conservavano per la fine.
All’inizio della terza settimana il nostro capoblocco venne destituito perché giudicato troppo umano. Il nuovo capo era feroce e i suoi aiutanti dei veri mostri: i giorni buoni erano passati. Ci si cominciava a chiedere se non fosse meglio lasciarci designare per la prossima partenza.
Stein, il nostro parente di Anversa, continuava a venirci a trovare e ogni tanto portava con sé una mezza razione di pane:

    – Tieni, è per te, Eliezer.

Ogni volta che veniva le lacrime gli colavano sulle guance, si rapprendevano, si gelavano. Spesso diceva a mio padre:

    – Sorveglia tuo figlio. E’ molto debole, emaciato. Sorvegliatevi bene, per evitare la selezione. Mangiate! Qualunque cosa e in qualunque momento. Divorate tutto ciò che potete. I deboli non durano molto qui…

E lui stesso era così magro, così emaciato, così debole…

    – La sola cosa che mi mantiene in vita – era solito dire – è sapere che Reizel vive ancora e così i miei piccoli. Se non fosse per loro, non resisterei.

Venne verso di noi, una sera, il volto luminoso.

    – Un trasporto è appena arrivato da Anversa. Andrò a trovarli domani. Avranno senz’altro delle notizie…

Se ne andò.
Non dovevamo più rivederlo. Aveva avuto notizie, notizie “vere“.
La sera, sdraiati sui nostri giacigli, cercavamo di cantare qualche melodia chassidica, e Akiba Drumer ci spezzava il cuore con la sua voce grave e profonda.
Alcuni parlavano di Dio, delle Sue vie misteriose, dei peccati del popolo ebraico e della liberazione futura. Io avevo smesso di pregare. Come capivo Giobbe! Non avevo negato la Sua esistenza, ma dubitavo della Sua giustizia assoluta.
Akiba Drumer diceva:

    – Dio ci mette alla prova. Vuole vedere se siamo capaci di dominare i cattivi istinti, di uccidere in noi Satana. Non abbiamo il diritto di disperare. E se Egli ci castiga spietatamente è segno che tanto più ci ama…

Hersch Genud, versato nella Cabala, parlava invece della fine del mondo e della venuta del Messia.
Solo ogni tanto, in mezzo a queste chiacchiere, un pensiero mi ronzava nella mente: Dov’è la mamma, in questo momento… e Zipporà?….

    – La mamma è ancora una donna giovane – disse una volta mio padre. Deve essere in un campo di lavoro. E Zipporà, non è già una ragazza? Anche lei deve essere in un campo di lavoro… Come avremmo voluto crederci! Facevamo finta: e se l’altro, almeno lui, ci credeva?

Tutti gli operai qualificati erano già stati mandati in altri campi; noi non eravamo più che un centinaio di semplici manovali.

    – E’ il vostro turno, oggi – ci annunciò il segretario del blocco. Partirete con i trasporti.

Alle dieci ci venne data la razione quotidiana di pane, e poi una decina di S.S. ci circondarono. Al cancello la scritta: «Il lavoro rende liberi». Ci contarono. Ed ecco che eravamo in piena campagna, sulla strada assolata. In cielo qualche piccola nuvola bianca.
Si marciava lentamente. I guardiani non avevano fretta. Noi ce ne rallegrammo. Attraversando i villaggi parecchi tedeschi ci guardavano senza stupore: probabilmente avevano già visto simili processioni senza scandalizzarsi…
Per strada incontrammo delle giovani tedesche. I guardiani si misero a stuzzicarle. Le ragazze ridevano, felici: si lasciavano abbracciare, solleticare, e scoppiavano a ridere. Ridevano tutti, scherzavano, si lanciavano parole d’amore per un buon tratto di cammino. Durante quel tempo, noi almeno non dovevamo subire né urla né colpi.
Dopo quattro ore arrivammo nel nuovo campo: Buna. Il cancello di ferro si richiuse dietro di noi.

IV

Il campo aveva l’aria di aver subito un’epidemia: vuoto e morto. Soltanto qualche detenuto ben vestito passeggiava fra i blocchi.
Ovviamente ci fecero prima passare per le docce. Il responsabile ci raggiunse lì. Era un uomo forte, ben piantato, con le spalle larghe, collo di toro, labbra grosse, capelli ricci. Dava l’impressione di essere buono. Un sorriso brillava ogni tanto nei suoi occhi blu cenere. Nel nostro convoglio c’erano dei bambini di dieci, dodici anni. L’ufficiale se ne interessò e ordinò che si portasse loro qualcosa da mangiare.
Dopo che ci furono dati dei nuovi abiti fummo sistemati in due tende. Bisognava aspettare che ci inserissero in un commando di lavoro e dopo saremmo passati in un blocco.
La sera, i commandi di lavoro rientrarono dai cantieri. Appello. Noi ci mettemmo a cercare conoscenti, a interrogare gli anziani per sapere quale commando fosse il migliore, in quale blocco bisognasse cercare di entrare. Tutti i detenuti erano d’accordo col dire:

    – Buna è un ottimo campo, si può resistere. L’essenziale è di non venire destinati al commando edilizio…

Come se la scelta dipendesse da noi.
Il nostro capotenda era un tedesco: volto da assassino, labbra carnose, mani simili alle zampe di un lupo. Il vitto del campo non lo aveva certo indebolito: era molto se, grasso com’era, riusciva a muoversi. Come il capo del campo, anche lui amava i bambini. Subito dopo il nostro arrivo aveva fatto portare loro del pane. della zuppa e della margarina. (In realtà, questa attenzione non era disinteressata: i bambini erano qui oggetto, fra gli omosessuali, di una vera e propria tratta, come appresi più tardi). Poi ci annunciò:

    – Resterete con me tre giorni, in quarantena. Poi andrete a lavorare. Domani, visita medica.

Uno dei suoi aiutanti, un ragazzo dagli occhi di canaglia e dal volto duro, mi si avvicinò:

      – Vuoi far parte di un buon commando?

 

      – Certo, ma a una condizione: voglio rimanere con mio padre…

 

    – D’accordo – disse. – Ci penso io. Per una piccolezza: le tue scarpe.

Io gliele rifiutai: era tutto ciò che mi restava.

    – In più ti do una razione di pane e un pezzetto di margarina…

Le scarpe gli piacevano, ma io non gliele volli cedere. (Mi furono ugualmente tolte più tardi. E questa volta in cambio di nulla).
Visita medica, all’aria aperta, alle prime ore del giorno, davanti a tre medici seduti su una panca. Il primo non mi auscultò molto. Si accontentò di chiedermi:

    – Stai bene?

Chi avrebbe osato dire il contrario?
Il dentista, invece, sembrava più coscienzioso: mi ordinò di spalancare la bocca. In realtà, non cercava di vedere i denti cariati, ma i denti d’oro. Se qualcuno aveva dell’oro in bocca scrivevano il suo numero in una lista. Io avevo una corona.
I primi tre giorni passarono rapidamente. Il quarto giorno, all’alba, mentre eravamo davanti alla tenda, apparvero dei kapò. Ciascuno si mise a scegliere gli uomini che gli piacevano:
– Te… te… e te… – indicavano col dito, come si sceglie una bestia, una mercanzia.
Noi seguimmo il nostro kapò, un giovanotto. Ci fece fermare all’entrata del primo blocco, vicino alla porta del campo. Era il blocco dell’orchestra. «Entrate», ordinò. Noi eravamo sorpresi: cosa avevamo a che fare con la musica?
L’orchestra suonava una marcia militare, sempre la solita. Decine di commandi partivano verso i cantieri, al passo. I kapò scandivano: «Sinistr’, destr’, sinistr’, destr’».
Ufficiali delle S.S., carta e penna alla mano, scrivevano il numero degli uomini che uscivano. L’orchestra continuò a suonare la stessa marcia fino al passaggio dell’ultimo comando. Il direttore fermò allora la sua bacchetta. L’orchestra si bloccò di colpo e il kapò urlò: «In fila».
Ci mettemmo in file di cinque, con i musicisti. Uscimmo dal campo senza musica ma sempre al passo: avevamo ancora negli orecchi gli echi della marcia. – Sinistr’, destr’! Sinistr’, destr’!
Cominciammo a parlare con i nostri vicini, i musicisti. Erano quasi tutti ebrei. Juliek, polacco, occhiali e un sorriso cinico su un volto pallido. Louis, che veniva dall’Olanda, violinista apprezzato. Si lamentavano che non gli lasciavano interpretare Beethoven: gli ebrei non avevano il diritto di suonare musica tedesca. Hans, giovane berlinese pieno di spirito. Il caposquadra era un polacco:
Franek, già studente a Varsavia.
Juliek mi spiegò:

      – Noi lavoriamo in un deposito di materiale elettrico, non lontano da qui. Il lavoro non è molto difficile, né pericoloso. Ma Idek, il kapò, ogni tanto ha degli accessi di follia e allora e meglio non trovarsi sulla sua strada.

 

    – Hai buone speranze, piccolo – disse Hans, sorridendo. – Sei capitato in un buon commando…

Dieci minuti dopo eravamo davanti al deposito. Un impiegato tedesco, un civile, il “Meister“, ci venne incontro. Non fece molta più attenzione a ciascuno di noi che un commerciante a una partita di stracci vecchi.
I nostri compagni avevano ragione: il lavoro non era difficile. Seduti per terra dovevamo contare dei bulloni, delle lampadine e dei sottili elementi elettrici. Il kapò ci spiegò in lungo e in largo la grande importanza di quel lavoro, avvertendoci che chi si fosse mostrato ozioso avrebbe avuto a che fare con lui. I miei nuovi compagni mi rassicurarono:

      – Non temere. Deve dirlo perché è un “

Meister

    “.

C’erano pure numerosi civili polacchi e anche alcune francesi. Le donne salutarono con gli occhi i musicisti.
Franek, il caposquadra, mi mise in un angolo:

      – Non ti stracanare, non ti affrettare, ma fai attenzione che una S.S. non ti sorprenda.

 

      – Capo, avrei voluto essere vicino a mio padre.

 

    – D’accordo. Tuo padre lavorerà qui, accanto a te.

Eravamo fortunati.
Due ragazzi vennero aggiunti al nostro gruppo: Yossi e Tibi, due fratelli cecoslovacchi i cui genitori erano stati sterminati a Birkenau. Vivevano anima e corpo l’uno per l’altro.
Diventarono presto miei amici. Essendo appartenuti un tempo a una organizzazione giovanile sionista conoscevano una gran quantità di canti ebraici: così ci capitò di canticchiare dolcemente arie che evocavano le calme acque del Giordano e la maestosa santità di Gerusalemme. Spesso parlavamo della Palestina: anche i loro genitori non avevano avuto il coraggio di liquidare tutto e di emigrare quando erano ancora in tempo. Decidemmo che se ci fosse stato concesso di vivere fino alla Liberazione non saremmo rimasti un giorno di più in Europa; avremmo preso la prima nave per Haifa.
Sempre perduto nei suoi sogni cabalistici Akiba Drumer aveva scoperto un versetto della Bibbia che tradotto in cifre gli permetteva di preannunciare la Liberazione per le prossime settimane.
Avevamo lasciato le tende per il blocco dei musicisti. Ora avevamo diritto a una coperta, a una catinella e a un pezzetto di sapone. Il capo del blocco era un ebreo tedesco.
Era bello avere per capo un ebreo. Si chiamava Alfons. Un uomo giovane dal volto straordinariamente invecchiato. Si dedicava interamente alla causa del suo blocco. Ogni volta che poteva organizzava una pentolata di zuppa per i giovani, per i deboli, per tutti coloro che sognavano più un piatto supplementare che la libertà.
Un giorno, quando rientravamo dal deposito, venni chiamato presso il segretario del blocco: – A-7713?

      – Sono io.

 

      – Dopo mangiato andrai dal dentista.

 

      – .. non ho male ai denti…

 

    – Dopo mangiato. Senza discutere.

Mi recai al blocco dei malati. Una ventina di prigionieri attendevano in fila davanti alla porta. Non ci volle molto tempo per capire il motivo della nostra convocazione: l’estrazione dei denti d’oro.
Ebreo originario della Cecoslovacchia, il dentista aveva un volto che assomigliava a una maschera mortuaria. Quando apriva la bocca era una visione orribile di denti gialli e marci. Seduto nella poltrona gli domandai umilmente:

      – Cosa mi fate, signor dentista?

 

    – Ti levo la corona d’oro, semplicemente – rispose quello con un tono indifferente.

Io ebbi l’idea di fingere un malessere:

    – Non potreste attendere qualche giorno, signor dottore? Non mi sento bene, ho la febbre…

Corrugò la fronte, meditò un istante e mi prese il polso.

    – Va bene, piccolo. Quando ti sentirai meglio torna da me. Ma non aspettare che ti chiami io!

Tornai una settimana dopo, con la solita scusa: non mi sentivo ancora a posto. Non sembrò stupirsi, ma non so se mi credette. Probabilmente era contento di vedere che ero tornato da me, come gli avevo promesso. Mi accordò ancora un rinvio.
Qualche giorno dopo la mia visita il gabinetto del dentista venne chiuso, e lui fu gettato in prigione. Lo avrebbero impiccato: avevano scoperto che trafficava per proprio conto con i denti d’oro dei detenuti. Io non provavo alcuna pietà per lui, anzi ero perfino felice di ciò che gli era capitato: così avrei salvato la mia corona d’oro, che un giorno mi sarebbe potuta servire per comprare qualcosa: del pane, la vita. Ormai non mi interessavo ad altro che alla mia scodella quotidiana di zuppa, al mio pezzo di pane raffermo. Il pane, la zuppa: tutta la mia vita. Ero un corpo. Forse ancora meno: uno stomaco affamato. Soltanto lo stomaco sentiva il tempo passare.
Lavoravo spesso al deposito accanto a una giovane francese. Non ci parlavamo: lei non sapeva il tedesco e io non capivo il francese.
Mi sembrava ebrea, benché qui passasse per ariana. Era una deportata del lavoro obbligatorio.
Un giorno che Idek si era lasciato andare al suo furore io mi trovai sulla sua strada. Lui si gettò su di me come una bestia feroce, picchiandomi sul petto, sulla testa, facendomi cadere, rialzandomi, dandomi colpi sempre più violenti, finché non mi uscì il sangue. E siccome mi mordevo le labbra per non urlare di dolore lui doveva aver preso il mio silenzio per disprezzo e continuava a picchiarmi a più non posso.
Si calmò tutto a un tratto, come se nulla fosse successo, e mi rispedì al lavoro come se avessimo partecipato insieme a un gioco i cui ruoli avevano la stessa importanza.
Mi trascinai verso il mio angolo. Avevo male dappertutto. A un tratto sentii una mano fresca asciugarmi la fronte insanguinata: era l’operaia francese. Mi sorrideva con quel suo sorriso triste, facendomi scivolare in mano un pezzo di pane. Mi guardava dritto negli occhi. Sentivo che avrebbe voluto parlarmi e che la paura la bloccava. Per un lungo attimo restò così, poi il suo volto si schiarì e mi disse in un tedesco quasi corretto:

    – Morditi le labbra, fratellino… Non piangere. Conserva la tua collera e il tuo odio per un’altra volta, per dopo. Verrà un giorno, ma non ora… Aspetta. Stringi i denti e aspetta…

Diversi anni dopo, a Parigi, stavo leggendo il giornale nel metrò. Davanti a me era seduta una signora molto bella, capelli neri, occhi sognanti. Avevo già visto quegli occhi da qualche parte: era lei.

      – Non mi riconoscete, signora?

 

      – Non vi conosco, signore.

 

      – Nel 1944, eravate in Germania, a Buna, non è vero?

 

      – Ma sì…

 

      – Lavoravate nel deposito elettrico…

 

      – Sì – disse un po’ turbata. E, dopo un istante di silenzio: Aspettate… mi ricordo…

 

    – Idek, il kapò… il ragazzino ebreo… le vostre dolci parole…

Lasciammo insieme il metrò per sederci alla terrazza di un caffè. Passammo tutta la serata a evocare i nostri ricordi. Prima di salutarla le domandai:

      – Posso farvi una domanda?

 

      – So bene quale, avanti.

 

      – Quale?

 

    – Se sono ebrea?… Sì, sono ebrea. Di famiglia osservante. Mi ero procurata durante l’occupazione dei documenti falsi e mi facevo passare per ariana. E’ così che mi incorporarono nei gruppi di lavoro obbligatorio e che, deportata in Germania, sfuggii il campo di concentramento. Al deposito nessuno sapeva che parlassi tedesco: ciò avrebbe creato sospetti. Le parole che vi dissi furono un’imprudenza, ma sapevo che non mi avreste tradito…

Un’altra volta dovevamo caricare dei motori Diesel su dei vagoni, sotto la sorveglianza di soldati tedeschi. Idek aveva i nervi a fior di pelle e si tratteneva a stento. Improvvisamente il suo furore scoppiò: la sua vittima fu mio padre.

    – Razza di vecchio sfaticato! – si mise a urlare; – tu lo chiami lavorare questo?

E cominciò a picchiarlo con una spranga di ferro. Mio padre prima si piegò sotto i colpi, poi si ruppe in due come un albero secco colpito dal fulmine, e crollò.
Io avevo assistito a tutta quella scena senza muovermi. Tacevo. Pensavo piuttosto ad allontanarmi per non ricevere anch’io dei colpi. Ancora di più: se in quel momento ero in collera, non era con il kapò, ma con mio padre. Gliene volevo per non aver saputo evitare la crisi di Idek: ecco cosa aveva fatto di me il campo di concentramento…
Franek, il caposquadra, si accorse un giorno della corona d’oro che avevo in bocca:

    – Piccolo, dammi la tua corona.

Gli risposi che era impossibile, che senza quella corona non potevo più mangiare. – Per quel che ti danno da mangiare, piccolo!
Trovai un’altra risposta: avevano registrato la mia corona sulla lista al tempo della visita medica e ciò avrebbe potuto procurare delle noie a tutti e due.

    – Se non mi dai la corona la cosa ti può costare molto più cara.

Questo ragazzo simpatico e intelligente era improvvisamente cambiato: i suoi occhi sprizzavano invidia. Gli dissi che dovevo chiedere consiglio a mio padre.

    – Chiedi a tuo padre, piccolo; ma voglio una risposta per domani.

Quando ne parlai a mio padre impallidì, restò muto un lungo momento e poi disse: – No, figliolo, non possiamo farlo.

      – Si vendicherà di noi!

 

    – Non oserà, figliolo.

Ahimè, Franek sapeva come prendermi, conosceva il mio punto debole. Mio padre non aveva mai fatto il servizio militare e non riusciva a marciare al passo, e qui tutti gli spostamenti si dovevano fare con passo cadenzato: un’occasione per Franek di torturarlo e di pestarlo ferocemente ogni giorno. Sinistr’, destr’, e giù pugni! Sinistr’, destr’, e giù schiaffi.
Mi decisi a dare io stesso delle lezioni a mio padre per fargli imparare a cambiare il passo, a sostenere il ritmo. Ci mettemmo a fare degli esercizi davanti al nostro blocco. Io comandavo: «Sinistra, destra!», e mio padre si esercitava. Alcuni detenuti cominciavano a burlarsi di noi:

    – Guardate il piccolo ufficiale che insegna a marciare al vecchio… Ehi, piccolo generale, quante razioni di pane ti dà il vecchio per questo?

Ma i progressi di mio padre non erano sufficienti, e i colpi continuarono a piovergli addosso.

    – Allora, non sai ancora marciare al passo, vecchio sfaticato?

Queste scene si ripeterono per due settimane. Non ne potevamo più: bisognava arrendersi. Franek scoppiò, quel giorno, in un riso selvaggio:

      – Lo sapevo, lo sapevo bene, piccolo, che avrei avuto ragione di te. Meglio tardi che mai. E siccome mi hai fatto aspettare tutto questo tempo, la cosa ti costerà in più una razione di pane; una razione di pane per uno dei miei amici, un celebre dentista di Varsavia, che ti toglierà la corona. – Come? La mia razione di pane perché tu abbia la

mia

    corona?

Franek sorrideva.

    – Cosa vorresti? Che ti rompa i denti con un pugno?

La sera stessa, ai gabinetti, il dentista di Varsavia mi strappò la corona aiutandosi con un cucchiaio arrugginito.
Franek ridiventò più gentile. Ogni tanto mi dava anche un supplemento di zuppa, ma non durò molto: quindici giorni dopo tutti i polacchi furono trasferiti in un altro campo. Io avevo perduto la mia corona per nulla.
Qualche giorno prima della partenza dei polacchi avevo fatto una nuova esperienza.
Era domenica mattina. Il nostro commando non aveva bisogno quel giorno d’andare al lavoro, ma Idek non voleva proprio sentirne parlare di restare al campo: dovevamo andare al deposito. Questo suo improvviso entusiasmo per il lavoro ci lasciò stupefatti. Al deposito Idek ci affidò a Franek. dicendo:

    – Fate quello che volete, ma fate qualcosa, perché sennò avrete mie notizie…

E scomparve.
Noi non sapevamo cosa fare. Stanchi di restare accovacciati ci mettemmo a turno a passeggiare per il deposito alla ricerca di un pezzo di pane dimenticato lì da qualcuno.
Arrivato in fondo all’edificio sentii un rumore venire da una piccola stanza vicina. Mi avvicinai e vidi, su un pagliericcio, Idek e una giovane polacca mezza nuda: capii perché Idek non aveva voluto lasciarci al campo. Spostare cento prigionieri per andare a letto con una ragazza! La cosa mi sembrò così comica che scoppiai a ridere.
Idek sobbalzò, si girò e mi vide, mentre la ragazza cercava di coprirsi il petto. Avrei voluto fuggire, ma le gambe erano inchiodate al pavimento. Idek mi afferrò alla gola e con voce sorda mi disse:

    – Aspetta e vedrai, piccolo mio… Vedrai cosa si ricava ad abbandonare il proprio lavoro… La pagherai presto, piccolo mio… E adesso torna al tuo posto…

Una mezz’ora prima della normale sospensione del lavoro il kapò riunì tutto il comando. Appello. Nessuno capiva cosa stesse succedendo: un appello a quest’ora? Qui? Io sapevo tutto. Il kapò tenne un breve discorso:

      – Un semplice detenuto non ha il diritto di occuparsi degli affari altrui. Uno di voi sembra non averlo capito. Mi sforzerò dunque di farglielo capire una volta per tutte, chiaramente. Sentivo il sudore colarmi giù per la schiena.

 

    – A-7713?

Io mi avvicinai.

    – Una cassa! – chiese.

Fu portata una cassa.

    – Sdraiati sopra! Sul ventre!

Obbedii.
Poi non sentii altro che le frustate.

    – Uno!… due!… – contava.

Prendeva tempo fra un colpo e l’altro. Solo i primi mi fecero veramente male. Lo sentivo contare:

    – Dieci!… undici!…

La sua voce era calma e mi arrivava come attraverso uno spesso muro.

    – Ventitré!…

Ancora due, pensai, quasi privo di conoscenza. Il kapò aspettava.

    – Ventiquattro!… venticinque!

Era finita. Ma non me ne ero reso conto: ero svenuto. Mi sentii tornare in me sotto una secchiata d’acqua fredda. Ero sempre steso sulla cassa, vedevo soltanto vagamente la terra bagnata vicino a me. Poi sentii qualcuno gridare: doveva essere il kapò. Cominciai a capire qualcosa:

    – In piedi! – urlava a più non posso.

Se almeno potessi rispondergli, mi dicevo, se potessi dirgli che non mi posso muovere. Ma non riuscivo ad aprire le labbra.
Su ordine di Idek due detenuti mi presero e mi portarono davanti a lui.

      – Guardami negli occhi! Lo guardavo senza vederlo. Pensavo a mio padre: doveva soffrire più di me.

 

    – Ascoltami, figlio di maiale! – mi disse Idek freddamente. – Questo per la tua curiosità. Ne riceverai cinque volte tante se osi raccontare a qualcuno ciò che hai visto! Capito?

Io scossi la testa affermativamente, una volta, dieci volte; la scossi senza fine. Come se la mia testa avesse deciso di dire di sì senza fermarsi più.
Una domenica, mentre la metà di noi, fra cui mio padre, erano al lavoro, gli altri, fra cui io, ne approfittarono per dormire fino a tardi.
Verso le dieci le sirene si misero a urlare. Allarme. I capi ci radunarono correndo all’interno dei blocchi, mentre le S.S. si rifugiavano al riparo. E siccome era relativamente facile evadere durante l’allarme – le sentinelle abbandonavano le loro torrette e la corrente elettrica veniva tolta nei reticolati – era stato dato ordine alle S.S. di abbattere chiunque si fosse trovato fuori dal proprio blocco.
Dopo pochi istanti il campo sembrò una nave abbandonata. Neanche un’anima nei viali. Vicino alla cucina due recipienti di zuppa calda e fumante erano stati lasciati lì mezzi pieni. Due recipienti di zuppa! Proprio in mezzo al viale due recipienti di zuppa senza nessuno a sorvegliare! Centinaia di occhi li contemplavano sprizzando desiderio. Due agnelli tenuti d’occhio da centinaia di lupi; due agnelli senza pastore, a portata di mano. Ma chi avrebbe osato?
Il terrore era più forte della fame. All’improvviso vedemmo aprirsi impercettibilmente la porta del blocco 37. Apparve un uomo che strisciava come un verme nella direzione dei recipienti.
Centinaia di occhi seguivano i suoi movimenti. Centinaia di uomini strisciavano con lui, si scorticavano con lui sui sassi. Tutti i cuori trepidavano, ma soprattutto d’invidia: lui aveva osato.
Toccò il primo recipiente. I cuori battevano più forte: c’era riuscito. La gelosia ci divorava, ci consumava come paglia. Non pensavamo neanche un po’ ad ammirarlo. Povero eroe che andava al suicidio per una razione di zuppa: noi lo uccidevamo col pensiero.
Disteso accanto al recipiente tentava di sollevarsi fino al bordo, ma per debolezza o per timore restava giù, raccogliendo certamente le sue ultime forze. Finalmente riusci ad alzarsi. Per un attimo sembrò specchiarsi nella zuppa, cercando la sua immagine di fantasma; poi, senza una ragione apparente, lanciò un urlo terribile, un rantolo che non avevo mai sentito, e con la bocca aperta si gettò sul liquido ancora fumante. Noi trasalimmo alla detonazione. Ripiombato a terra, il volto schizzato di zuppa, l’uomo si contorse per qualche secondo ai piedi del recipiente e poi non si mosse più.
Allora cominciammo a sentire gli aeroplani. Quasi subito le baracche si misero a tremare.
– Bombardano Buna! – gridò qualcuno.
Io pensavo a mio padre. Ma ero ugualmente felice. Vedere la fabbrica consumarsi nell’incendio, che vendetta! Avevamo sentito parlare delle sconfitte delle truppe tedesche sui diversi fronti, ma non si sapeva se dovevamo crederci troppo. Oggi era diverso!
Nessuno di noi aveva paura, eppure se una bomba fosse cascata sui blocchi avrebbe fatto centinaia di vittime in un colpo solo. Ma non temevamo più la morte, e in ogni caso non quel tipo di morte. Ogni bomba che esplodeva ci riempiva di gioia, ci ridava fiducia nella vita.
Il bombardamento durò più di un’ora. Se avesse potuto durare dieci volte dieci ore… Poi il silenzio si ristabilì. Svanito col vento l’ultimo rombo d’aeroplano americano, noi ci ritrovammo nel nostro cimitero. All’orizzonte si alzava una larga striscia di fumo nero. Le sirene si rimisero a urlare: era la fine dell’allarme.
Tutti uscimmo dai blocchi. Respiravamo a pieni polmoni l’aria piena di fuoco e di fumo, e gli occhi erano illuminati di speranza. Una bomba era caduta in mezzo al campo, vicino al piazzale dell’appello, ma non era esplosa: dovemmo trasportarla fuori del campo.
Il capo del campo, accompagnato dal suo assistente e dal primo kapò, faceva un giro di ispezione per i viali. L’incursione aveva lasciato sul suo volto le tracce di una grande paura.
Proprio in mezzo al campo, unica vittima, giaceva il corpo dell’uomo dal volto sporco di zuppa. I recipienti furono riportati in cucina.
Le S.S. erano ritornate al loro posto sulle torrette dietro alle mitragliatrici. L’intervallo era terminato.
Dopo un’ora vedemmo ritornare i commandi, al passo, come di solito. Vidi con gioia mio padre.

    – Parecchi edifici sono stati rasi al suolo, – mi disse – ma il deposito non ha sofferto… Nel pomeriggio andammo con entusiasmo a rimuovere le macerie.

Una settimana dopo, rientrando dal lavoro, vedemmo in mezzo al campo, sul posto dell’appello, una forca dipinta di nero.
Apprendemmo che la zuppa sarebbe stata distribuita soltanto dopo l’appello. Questo durò più a lungo del solito. Gli ordini vennero dati in un modo più secco degli altri giorni e l’aria aveva strane risonanze.

    – Scopritevi! – urlò improvvisamente il capo del campo.

Diecimila berretti si alzarono contemporaneamente.

    – Copritevi!

Diecimila berretti ricaddero sui crani con la rapidità del lampo.
La porta del campo si aprì. Apparve un reparto di S.S. e ci circondò: una S.S. ogni tre passi. Dalle torrette le mitragliatrici erano puntate verso il piazzale dell’appello. – Temono dei disordini – mormorò Juliek.
Due S.S. si erano dirette verso la prigione. Tornarono scortando il condannato. Era un giovanotto, di Varsavia. Aveva tre anni di concentramento alle spalle. Era un ragazzo forte e ben piantato, un gigante in confronto a me.
La schiena alla forca, il volto verso il suo giudice, era pallido, ma sembrava più emozionato che spaventato. Le mani incatenate non gli tremavano. Gli occhi contemplavano freddamente le centinaia di S.S. e le migliaia di prigionieri che gli erano intorno.
Il capo del campo si mise a leggere il verdetto, scandendo ogni frase:

    – In nome di Himmler… il detenuto N…. ha rubato durante l’allarme… Secondo la legge… paragrafo… il detenuto N…. è condannato alla pena di morte. Che sia un avvertimento e un esempio per tutti.

Nessuno si mosse.
Io sentivo battere il mio cuore. Le migliaia di uomini che morivano quotidianamente ad Auschwitz e a Birkenau nei forni crematori avevano cessato di turbarmi, ma questo qui appoggiato a quella forca, questo qui mi sconvolgeva.

    – Finirà presto questa cerimonia? Ho fame… – bisbigliava Juliek.

A un cenno del capo del campo il “Lagerkapo” si avvicinò al condannato. Due prigionieri lo aiutavano nel suo lavoro, per due scodelle di zuppa.
Il kapò voleva bendargli gli occhi, ma lui rifiutò.
Dopo un lungo attimo di attesa il boia gli mise la corda intorno al collo e stava per far segno ai suoi aiutanti di togliergli la seggiola di sotto i piedi, quando il condannato si mise a urlare, con voce forte e calma:
– Viva la libertà! Maledico la Germania! Maledico! Male…
I boia avevano finito il loro lavoro.
Un ordine tagliente come una spada attraversò l’aria:

    – Scopritevi!

Diecimila detenuti resero gli onori.

    – Copritevi!

Poi tutto il campo, blocco dopo blocco, dovette sfilare davanti all’impiccato e fissare i suoi occhi spenti, la sua lingua pendula. I kapò e i capi del blocco obbligavano tutti a guardare bene quel volto.
Dopo la sfilata ci fu dato il permesso di ritornare ai blocchi per consumare il pasto. Mi ricordo che quella sera trovai la zuppa eccellente…
Ho visto altre impiccagioni, ma non ho mai visto un condannato piangere, perché già da molto tempo questi corpi inariditi avevano dimenticato il sapore amaro delle lacrime.
Tranne che una volta. L’”Oberkapo” del cinquantaduesimo commando dei cavi era un olandese: un gigante di più di due metri. Settecento detenuti lavoravano ai suoi ordini e tutti l’amavano come un fratello. Mai nessuno aveva ricevuto uno schiaffo dalla sua mano, un’ingiuria dalla sua bocca.
Aveva al suo servizio un ragazzino, un “pipel“, come li chiamavamo noi. Un bambino dal volto fine e bello, incredibile in quel campo.
(A Buna i “pipel” erano odiati: spesso si mostravano più crudeli degli adulti. Ho visto un giorno uno di loro, di tredici anni, picchiare il padre perché non aveva fatto bene il letto. Mentre il vecchio piangeva sommessamente l’altro urlava: «Se non smetti subito di piangere non ti porterò più il pane. Capito?». Ma il piccolo servitore dell’olandese era adorato da tutti. Aveva il volto di un angelo infelice).
Un giorno la centrale elettrica di Buna saltò. Chiamata sul posto la Gestapo concluse trattarsi di sabotaggio. Si scoprì una traccia: portava al blocco dell’”Oberkapo” olandese. E lì, dopo una perquisizione, fu trovata una notevole quantità di armi!
L’”Oberkapo” fu arrestato subito. Fu torturato per settimane, ma inutilmente: non fece alcun nome. Venne trasferito ad Auschwitz e di lui non si sentì più parlare.
Ma il suo piccolo “pipel” era rimasto nel campo, in prigione. Messo alla tortura restò anche lui muto. Allora le S.S. lo condannarono a morte, insieme a due detenuti presso i quali erano state scoperte altre armi.
Un giorno che tornavamo dal lavoro vedemmo tre forche drizzate sul piazzale dell’appello: tre corvi neri. Appello. Le S.S. intorno a noi con le mitragliatrici puntate: la tradizionale cerimonia. Tre condannati incatenati, e fra loro il piccolo “pipel“, l’angelo dagli occhi tristi.
Le S.S. sembravano più preoccupate, più inquiete del solito. Impiccare un ragazzo davanti a migliaia di spettatori non era un affare da poco. Il capo del campo lesse il verdetto. Tutti gli occhi erano fissati sul bambino. Era livido, quasi calmo, e si mordeva le labbra. L’ombra della forca lo copriva.
Il “Lagerkapo” si rifiutò questa volta di servire da boia.
Tre S.S. lo sostituirono.
I tre condannati salirono insieme sulle loro seggiole. I tre colli vennero introdotti contemporaneamente nei nodi scorsoi.
– Viva la libertà! – gridarono i due adulti.
Il piccolo, lui, taceva. – Dov’è il Buon Dio? Dov’è? – domandò qualcuno dietro di me.
A un cenno del capo del campo le tre seggiole vennero tolte.
Silenzio assoluto. All’orizzonte il sole tramontava.

      – Scopritevi! – urlò il capo del campo. La sua voce era rauca. Quanto a noi, noi piangevamo.
    – Copritevi!

Poi cominciò la sfilata. I due adulti non vivevano più. La lingua pendula, ingrossata, bluastra. Ma la terza corda non era immobile: anche se lievemente il bambino viveva ancora…
Più di una mezz’ora restò così, a lottare fra la vita e la morte, agonizzando sotto i nostri occhi. E noi dovevamo guardarlo bene in faccia. Era ancora vivo quando gli passai davanti. La lingua era ancora rossa, gli occhi non ancora spenti.
Dietro di me udii il solito uomo domandare:

    – Dov’è dunque Dio?

E io sentivo in me una voce che gli rispondeva:
– Dov’è? Eccolo: è appeso lì, a quella forca…
Quella sera la zuppa aveva un sapore di cadavere.

V

L’estate era agli sgoccioli. L’anno ebraico stava terminando.
La vigilia di Rosh Hashanà, ultimo giorno di quell’anno maledetto, tutto il campo era elettrizzato dalla tensione che regnava nei cuori. Era, malgrado tutto, un giorno diverso dagli altri: l’ultimo giorno dell’anno. La parola «ultimo» aveva un suono molto strano. Se fosse stato veramente l’ultimo giorno?
Ci distribuirono il pasto della sera, una zuppa assai densa, ma nessuno la toccò: volevamo aspettare a mangiare dopo la preghiera. Sul piazzale dell’appello, circondati dai reticolati elettrici, migliaia di ebrei silenziosi si sono riuniti, il volto stravolto.
La notte scendeva. Da tutti i blocchi altri prigionieri continuavano ad affluire, capaci improvvisamente di vincere il tempo e lo spazio, di sottometterli alla loro volontà. «Chi sei Tu, mio Dio, – pensavo con rabbia – in confronto a questa folla addolorata che viene a gridarTi la sua fede, la sua ira, la sua rivolta? Che significa la Tua grandezza, Signore dell’Universo, di fronte a tutta questa debolezza, di fronte a questa decomposizione, a questa putrefazione? Perché turbare ancora i loro spiriti malati, i loro corpi infermi?».
Diecimila uomini erano venuti ad assistere alla solenne funzione! Capiblocco, kapò, funzionari della morte.

    – Benedite l’Eterno…

La voce dell’officiante si faceva appena sentire. All’inizio credetti che fosse il vento.

    – Sia benedetto il Nome dell’Eterno!

Migliaia di bocche ripetevano la benedizione, si piegavano come alberi nella tempesta.

    – Sia benedetto il Nome dell’Eterno!

Ma perché, ma perché benedirLo? Tutte le mie fibre si rivoltavano. Per aver fatto bruciare migliaia di bambini nelle fosse? Per aver fatto funzionare sei crematori giorno e notte, anche di sabato e nei giorni di festa? Per aver creato nella sua grande potenza Auschwitz, Birkenau, Buna e tante altre fabbriche di morte? Come avrei potuto dirGli: Benedetto Tu sia o Signore, Re dell’Universo, che ci hai eletto fra i popoli per venir torturati giorno e notte, per vedere i nostri padri, le nostre madri, i nostri fratelli finire al crematorio? Sia lodato il Tuo Santo Nome, Tu che ci hai scelto per essere sgozzati sul Tuo altare?
Sentivo la voce dell’officiante alzarsi, potente e affranta a un tempo, fra le lacrime, i singhiozzi e i sospiri di tutti i presenti:

    – Tutta la terra e l’universo appartengono a Dio!

Si fermava a ogni istante, come se non avesse la forza di ritrovare sotto le parole il loro contenuto. La melodia gli si strozzava in gola.
E io, il mistico di una volta, pensavo: «Sì, l’uomo è più forte, più grande di Dio. Quando fosti deluso da Adamo ed Eva Tu li scacciasti dal Paradiso. Quando la generazione di Noè non Ti piacque più, facesti venire il Diluvio. Quando Sodoma non trovò più grazia ai Tuoi occhi, Tu facesti piovere dal cielo il fuoco e lo zolfo. Ma questi uomini qui, che Tu hai tradito, che Tu hai lasciato torturare, sgozzare, gassare, bruciare, che fanno? Pregano davanti a Te! Lodano il Tuo Nome!» – Tutta la creazione testimonia la grandezza di Dio!
In altri tempi il giorno del Nuovo Anno dominava la mia vita; sapevo che i miei peccati rattristavano l’Eterno e imploravo il Suo perdono. In altri tempi credevo profondamente che da uno solo dei miei gesti, che da una sola delle mie preghiere dipendesse la salvezza del mondo.
Oggi non imploravo più. Non ero più capace di gemere. Mi sentivo, al contrario, molto forte. Ero io l’accusatore, e l’accusato, Dio. I miei occhi si erano aperti, ed ero solo al mondo, terribilmente solo, senza Dio, senza uomini; senza amore né pietà. Non ero nient’altro che cenere, ma mi sentivo più forte di quell’Onnipotente al quale avevo legato la mia vita così a lungo. In mezzo a quella riunione di preghiera ero come un osservatore straniero.
La funzione finì con il Kaddìsh. Ognuno diceva il Kaddìsh per i suoi genitori, per i suoi figli, per i suoi fratelli e per se stesso.
Per un lungo momento restammo sul piazzale dell’appello. Nessuno osava strapparsi da quel miraggio. Poi arrivò l’ora di andare a letto, e i detenuti tornarono a piccoli passi ai loro blocchi. Li sentii augurarsi un buon anno!
Partii di corsa alla ricerca di mio padre, anche se avevo paura di dovergli augurare un felice anno, cosa a cui non credevo più.
Lo trovai in piedi vicino al blocco, appoggiato al muro, curvo, le spalle accasciate come sotto un grande peso. Gli andai vicino, gli presi una mano e la baciai. Cadde una lacrima. Di chi era quella lacrima? Mia? Sua? Non dissi nulla. Lui neanche: non ci eravamo mai capiti così perfettamente.
Il suono della campana ci rigetto nella realtà: bisognava andare a letto, tornando da molto lontano. Alzai gli occhi per vedere il volto di mio padre chinato su di me, per cercare di sorprendere un sorriso o qualcosa che gli assomigliasse su quel suo viso smunto e invecchiato. Nulla, neanche l’ombra di una qualsiasi espressione. Vinto.
Yom Kippur. Il giorno del Grande Perdono.
Bisognava digiunare? La questione venne aspramente dibattuta. Digiunare poteva voler dire una morte più certa, più rapida: qui si digiunava tutto l’anno, tutto l’anno era Yom Kippur. Ma altri dicevano che dovevamo digiunare proprio perché farlo era pericoloso; dovevamo dimostrare a Dio che anche qui, in questo inferno, eravamo capaci di cantare le Sue lodi.
Io non digiunai. Prima per far piacere a mio padre, che mi aveva proibito di farlo, e poi perché non c’era più nessuna ragione perché digiunassi. Non accettavo più il silenzio di Dio. Inghiottendo la mia gamella di zuppa vedevo in quel gesto un atto di rivolta e di protesta contro di Lui.
E sgranocchiavo il mio pezzo di pane.
In fondo al mio cuore sentivo che si era fatto un grande vuoto.
Le S.S. ci fecero un bel regalo per il nuovo anno.
Rientravamo dal lavoro, quando, una volta varcata la porta del campo, sentimmo qualcosa di inconsueto nell’aria. L’appello durò meno del solito. La zuppa della sera venne distribuita in gran fretta e fu subito inghiottita, nell’angoscia.
Io non mi trovavo più nello stesso blocco insieme a mio padre: mi avevano trasferito a un altro commando, quello edilizio, dove dovevo, per dodici ore al giorno, trascinare pesanti blocchi di pietra. Il capo del mio nuovo blocco era un ebreo tedesco, piccolo di statura e dallo sguardo acuto. Ci annunciò, quella sera, che nessuno aveva il diritto di lasciare il blocco dopo il pasto, e una parola terribile circolò subito: selezione.
Sapevamo cosa volesse dire: una S.S. ci avrebbe visitato, e quando avesse trovato uno di noi debole, un «musulmano» come si diceva, avrebbe registrato il suo numero: buono per il crematorio.
Dopo la zuppa ci riunimmo fra i letti. I veterani dicevano:

      – Avete avuto fortuna a essere portati qui così tardi: è un paradiso oggi in confronto a cosa era il campo due anni fa. Buna era allora un vero inferno. Non c’era acqua, né coperte, ancora meno zuppa e meno pane. La notte si dormiva quasi nudi, e faceva meno trenta. Si raccoglievano i cadaveri a centinaia tutti i giorni. Il lavoro era molto duro. Oggi è un piccolo paradiso. I kapò avevano ricevuto l’ordine di uccidere ogni giorno un certo numero di prigionieri, e, ogni settimana, la selezione. Una selezione spietata… Sì, avete avuto fortuna.

 

    – Basta! Tacete! – implorai. – Racconterete le vostre storie domani, o un altro giorno.

Scoppiarono a ridere. Non per nulla erano dei veterani.

    – Hai paura? Anche noi avevamo paura. E c’era di che averne, in altri tempi.

I vecchi restavano nei loro angoli, muti, immobili, braccati.
Alcuni pregavano. Ancora un’ora. Fra un’ora avremmo saputo il verdetto: la morte o il rinvio.
E mio padre? Solo ora me ne ricordavo? Come avrebbe passato la selezione? Era così invecchiato…
Il nostro capoblocco era entrato nel suo primo campo di concentramento nel 1933 ed era già passato per tutti i mattatoi, per tutte le fabbriche di morte. Verso le nove si piantò in mezzo a noi: – “Achtung“!
Si fece subito silenzio.

    – Ascoltate bene ciò che sto per dirvi. – (Per la prima volta sentivo tremargli la voce). – Fra qualche istante comincerà la selezione. Vi dovrete spogliare completamente, poi passare uno dopo l’altro davanti ai medici delle S.S. Spero che riuscirete tutti a cavarvela. Ma dovete voi stessi aumentare le vostre probabilità: prima di entrare nella stanza accanto fate qualche movimento per darvi un po’ di colore. Non camminate piano: correte! Correte come se aveste il diavolo alle calcagna! Non guardate le S.S. Correte, dritti davanti a voi!

Si interruppe per un istante, poi aggiunse:

    – E, l’essenziale, non abbiate paura!

Ecco un consiglio che avremmo voluto poter seguire.
Io mi spogliai, lasciando i miei vestiti sul letto: quella sera non c’era pericolo che li rubassero.
Tibi e Yossi, che avevano cambiato di commando con me, vennero a dirmi:

    – Restiamo insieme, saremo più forti.

Yossi mormorava qualcosa fra i denti: doveva pregare. Non avevo mai saputo che Yossi fosse credente, anzi avevo sempre creduto il contrario. Tibi, invece, taceva, pallidissimo. Tutti i detenuti del blocco stavano nudi dentro ai letti: è così che si deve stare prima del Giudizio Universale.

    – Arrivano!…

Tre ufficiali delle S.S. attorniavano il famoso dottor Mengele, colui che ci aveva accolti a Birkenau. Il capoblocco, cercando di sorridere, ci interrogò:

    – Pronti?

Sì, eravamo pronti. I medici delle S.S. anche. Il dottor Mengele aveva una lista in mano: i nostri numeri. Fece cenno al capoblocco: «Si può cominciare!», come se si trattasse di un gioco.
I primi a passare furono le personalità del blocco: “Stubenlteste“, kapò, capisquadra, tutti in perfetta condizione fisica, naturalmente! Poi fu la volta dei semplici detenuti. Il dottor Mengele li squadrava dalla testa ai piedi. Ogni tanto annotava un numero. Un solo pensiero mi assorbiva: non lasciarmi prendere il numero, non far vedere il mio braccio sinistro.
Davanti a me c’erano soltanto Tibi e Yossi. Passarono. Io ebbi il tempo di rendermi conto che Mengele non aveva scritto il loro numero. Qualcuno mi spingeva: toccava a me. Corsi senza guardare indietro. Mi girava la testa: sei troppo magro, sei debole, sei troppo magro, sei buono per il camino… La corsa mi sembrava interminabile; credevo di correre da anni… Sei troppo magro, sei troppo debole… Finalmente ero arrivato, allo stremo delle forze. Ripresi fiato e interrogai Yossi e Tibi:

      – Mi ha registrato?
    – No – disse Yossi. E aggiunse sorridendo: – Comunque non avrebbe potuto farlo: correvi troppo…

Mi misi a ridere: ero felice, e avrei voluto abbracciarli. In quel momento contavano poco gli altri:
non mi aveva registrato!
Coloro ai quali aveva preso il numero si tenevano in disparte, abbandonati dal mondo intero. Qualcuno piangeva in silenzio.
Gli ufficiali delle S.S. se ne andarono. Apparve il capo del blocco, nel volto la stanchezza di tutti:

    – E’ andato tutto bene. Non vi preoccupate, non succederà nulla a nessuno. A nessuno…

Cercava ancora di sorridere. Un povero ebreo smagrito, emaciato, l’interrogò avidamente, la voce tremante:

      – .. ma, “

Blocklteste

    “, a me mi ha registrato!

Il capoblocco si arrabbiò: come?, non gli si voleva credere!

    – Che c’è ancora? Mento forse? Ve lo ripeto una volta per tutte: non vi succederà nulla! A nessuno! Voi vi compiacete nella disperazione, imbecilli che non siete altro!

Poi suonò la campana, avvertendoci che la selezione era finita in tutto il campo.
Con tutte le mie forze mi misi a correre verso il blocco 36 e per la strada incontrai mio padre che stava venendo da me:

      – Allora? Ce l’hai fatta?

 

      – Sì. E te?

 

Come si respirava, adesso! Mio padre aveva un regalo per me: una mezza razione di pane ottenuta in cambio di un pezzetto di gomma trovata al deposito e che poteva servire per farci una suola.
La campana. Bisognava già separarci, andare a letto. Tutto era regolato su questa campana. Lei mi dava degli ordini e io li eseguivo automaticamente. La odiavo. Quando mi capitava di sognare un mondo migliore immaginavo solamente un universo senza campane.
Passarono alcuni giorni. Non pensavamo più alla selezione. Andavamo al lavoro come al solito e caricavamo pesanti pietre sui vagoni. Le razioni si erano fatte più scarse: era il solo cambiamento.
Ci eravamo alzati prima dell’alba come tutti gli altri giorni, avevamo ricevuto il caffè nero e la razione di pane, e stavamo per andare al cantiere come sempre, quando arrivò di corsa il capo del blocco:
– Un momento di calma. Ho qui una lista di numeri. Ora li leggerò: tutti coloro che nomino questa mattina non andranno al lavoro; resteranno al campo.
E con la voce molle lesse una decina di numeri: erano quelli della selezione. Il dottor Mengele non se n’era scordato.
Il capo del blocco si diresse verso la sua stanza, e una decina di prigionieri l’attorniarono aggrappandosi al suo vestito:

    – Salvateci! Ce l’avevate promesso… Vogliamo andare al cantiere, abbiamo abbastanza forza per lavorare. Siamo dei buoni operai. Possiamo… Vogliamo…

Tentò di calmarli, di rassicurarli sulla loro sorte, di spiegar loro che il fatto che restavano al campo non voleva dire granché, che non aveva un significato tragico:

    – Io ci resto tutti i giorni…

Era un argomento un po’ debole. Se ne accorse e non aggiunse più una parola chiudendosi nella sua stanza.
La campana era appena suonata.

    – In fila!

Poco importava adesso che il lavoro fosse duro. L’essenziale era di trovarsi lontano dal blocco, lontano dal crogiolo della morte, lontano dal centro dell’inferno.
Ma io vidi mio padre che mi correva incontro e tutto a un tratto ebbi paura.

      – Che succede? Trafelato, non riusciva ad aprire la bocca.

 

    – Anche a me… anche a me… hanno detto di restare al campo.

Gli avevano registrato il numero senza che se ne fosse accorto.

    – E allora? – dissi angosciato.

Ma era lui che voleva rassicurarmi:

    – Non è ancora certo. Ci sono ancora delle probabilità di farla franca. Oggi faranno un’altra selezione… una selezione decisiva…

Io tacevo.
Lui sentiva mancargli il tempo. Parlava velocemente: avrebbe voluto dirmi tante cose. Si ingarbugliava con le parole, la voce strozzata. Sapeva che presto avrei dovuto andare al lavoro, e lui sarebbe rimasto solo, così solo…

    – Tieni, prendi questo coltello, – mi disse – non ne ho più bisogno. Ti potrà servire. E prendi anche questo cucchiaio. Non li vendere. Presto! Su, prendi quello che ti do!

L’eredità…

    – Non dire così, papà. – (Mi sentivo sul punto di scoppiare in singhiozzi). – Non voglio che tu dica così. Conserva il cucchiaio e il coltello. Ne hai bisogno quanto me. Ci rivedremo stasera, dopo il lavoro.

Lui mi fissò con i suoi occhi stanchi e velati dalla disperazione e replicò:

    – Te lo chiedo per favore… Prendili, fai ciò che ti dico, figlio mio. Non abbiamo tempo… Fai ciò che ti dice tuo padre.

Il nostro kapò urlo di mettersi in marcia.
Il comando si diresse verso la porta del campo. Sinistr’, destr’! Io mi mordevo le labbra. Mio padre era rimasto vicino al blocco, appoggiato al muro. Poi si mise a correre, per raggiungerci. Forse aveva dimenticato di dirmi qualcosa… Ma noi marciavamo troppo velocemente… Destr’, sinistr’! Eravamo già alla porta. Ci contavano in un baccano di musica militare. Eravamo fuori.
Tutto il giorno andai su e giù come un sonnambulo. Tibi e Yossi mi rivolgevano ogni tanto una parola fraterna, e anche il kapò cercava di rassicurarmi. Mi aveva dato un lavoro più facile per quel giorno. Avevo la nausea. Come mi trattavano bene! Come un orfano. Pensavo: anche adesso mio padre continua ad aiutarmi.
Io stesso non sapevo cosa volessi: che la giornata passasse alla svelta oppure no. Avevo paura di trovarmi solo quella sera. Come sarebbe stato bello morire lì!
Infine prendemmo il cammino del ritorno. Come avrei voluto allora che ci avessero ordinato di correre!
La marcia militare. La porta. Il campo.
Corsi verso il blocco 36.
Esistevano ancora i miracoli sulla terra? Mio padre era vivo. Era scampato alla seconda selezione. Aveva potuto provare ancora la sua utilità… Gli resi il coltello e il cucchiaio.
Akiba Drumer ci ha lasciato, vittima della selezione. Passeggiava in questi ultimi tempi perduto fra di noi, gli occhi vitrei, raccontando a tutti la sua debolezza: Non ne posso più… E’ finita…. Impossibile rialzargli il morale: non ascoltava quello che gli si diceva. Non faceva che ripetere che tutto era finito per lui, che non poteva più sostenere la lotta, che non aveva più forza, né fede. A un tratto gli si svuotavano gli occhi: due ferite aperte, due pozzi di terrore.
Non era il solo ad aver perduto la fede in quei giorni di selezione. Conobbi un rabbino di una piccola città polacca, vecchio, curvo, le labbra sempre tremanti. Pregava tutto il tempo, nel blocco, al cantiere, in fila. Recitava a memoria pagine intere del Talmud, discuteva fra sé, poneva la domanda e si dava la risposta, ma un giorno mi disse:

    – E’ finita. Dio non è più con noi.

E, come se si fosse pentito di aver pronunciato quelle parole così freddamente, così seccamente, aggiunse con la voce spenta:

    – Lo so: non si ha il diritto di dire certe cose. Lo so bene. L’uomo è troppo piccolo, troppo miserabilmente infimo per cercare di comprendere le vie misteriose di Dio. Ma cosa posso fare, io? Io non sono un Saggio, un Giusto, non sono un Santo. Sono una semplice creatura di carne e ossa. Soffro l’inferno nella mia anima e nella mia carne. Anch’io ho due occhi, e vedo ciò che si fa qui. Dov’è la misericordia divina? Dov’è Dio? Come posso credere, come si può credere a questo Dio di misericordia?

Povero Akiba Drumer: se avesse potuto continuare a credere in Dio non sarebbe stato portato via dalla selezione. Ma da quando aveva sentito le prime crepe nella sua fede aveva perduto le sue ragioni per lottare e aveva cominciato ad agonizzare.
Quando arrivò la selezione era già condannato e non fece altro che offrire il suo collo al boia. Ci chiese soltanto:

    – Fra tre giorni non ci sarò più… Dite il Kaddìsh per me.

Noi glielo promettemmo: fra tre giorni, vedendo alzarsi il fumo dal camino, avremmo pensato a lui, avremmo raccolto dieci uomini e avremmo fatto una funzione speciale. Tutti i suoi amici avrebbero detto il Kaddìsh.
Allora se ne andò, nella direzione dell’ospedale, con un passo quasi sicuro, senza guardarsi indietro. Un’ambulanza lo aspettava per portarlo a Birkenau.
Erano giorni terribili: ricevevamo più colpi che cibo, eravamo schiacciati dal lavoro. E tre giorni dopo la sua partenza dimenticammo di dire il Kaddìsh.
L’inverno era alle porte. Le giornate si accorciarono e le notti divennero quasi insopportabili. Alle prime ore dell’alba il vento ci lacerava come una frusta. Ci dettero i vestiti invernali: delle camicie a righe un po’ più spesse. I veterani ci trovarono una nuova occasione per sghignazzare:

    – Adesso sentirete veramente il gusto del campo!

Noi andavamo al lavoro come al solito, il corpo gelato. Le pietre erano così fredde che a toccarle sembrava di restarci attaccati. Ma ci si abitua a tutto.
A Natale e per Capodanno non si lavorò, e avemmo diritto a una zuppa meno liquida.
Verso la metà di gennaio il mio piede destro si mise a gonfiare, a causa del freddo. Non potevo più posarlo per terra. Andai alla visita. Il medico, un grande medico ebreo, un detenuto come noi, fu categorico: Bisogna operare! Se aspettiamo, bisognerà amputare le dita del piede e forse la gamba.
Non ci mancava altro! Ma non avevo scelta. Il medico si era deciso per l’operazione e non c’era da discutere. Ero perfino contento che fosse stato lui a prendere la decisione.
Mi misero in un letto, con delle lenzuola bianche. Mi ero scordato che la gente dormisse con le lenzuola.
Non era per niente male l’ospedale: si aveva diritto a del buon pane, a della zuppa più densa. Niente più campana, niente più appello, niente più lavoro. Ogni tanto potevo far pervenire un pezzo di pane a mio padre.
Accanto a me giaceva un ebreo ungherese affetto da dissenteria: pelle e ossa, occhi spenti. Sentivo solo la sua voce: era la la sua unica manifestazione di vita. Da dove prendeva la forza di parlare?

    – Non rallegrarti troppo, piccolo. Anche qui c’è la selezione. Anche più spesso che fuori. La Germania non ha bisogno di ebrei malati. Al prossimo trasporto avrai un nuovo vicino. Ascoltami dunque, segui il mio consiglio: lascia l’ospedale prima della selezione!

Queste parole che sortivano di sotto terra, da un fantasma senza volto, mi riempirono di terrore. Certo, l’ospedale era molto piccolo, e se fossero arrivati dei nuovi malati si sarebbe dovuto far loro posto.
Ma, forse, il mio vicino senza volto, temendo di essere fra le prime vittime, voleva semplicemente mandarmi via, liberare il mio letto per avere una probabilità di sopravvivere. Ma se invece diceva la verità? Decisi di attendere gli eventi.
Il medico venne a dirmi che mi avrebbe operato il giorno dopo.

    – Non aver paura, – aggiunse – andrà tutto bene.

Alle dieci del mattino venni condotto in sala operatoria. Il «mio» dottore era presente. Ne fui riconfortato. Sentivo che lui presente non mi poteva capitare nulla di grave. Ciascuna delle sue parole era un balsamo e ciascuno dei suoi sguardi mi arrivava come un segno di speranza.

    – Sentirai un po’ di male, – mi disse – ma passerà presto. Stringi i denti.

L’operazione durò un’ora. Non mi avevano addormentato. Io non toglievo lo sguardo dal mio dottore. Poi mi sentii sprofondare…
Quando tornai in me, aprendo gli occhi, non vidi all’inizio che un grande biancore: le lenzuola; poi scorsi il volto del medico sopra di me:

    – E’ andato tutto bene. Sei coraggioso, piccolo. Ora resterai qui due settimane, a riposarti come si deve, e poi tutto sarà finito. Mangerai bene, ti distenderai il corpo e i nervi…

Io non facevo che seguire i movimenti delle sue labbra. Comprendevo appena ciò che mi diceva, ma il ronzio della sua voce mi faceva bene. Improvvisamente un sudore freddo mi coprì la fronte:
non sentivo più la gamba! Me l’avevano amputata?

      – Dottore, – balbettai – dottore?

 

    – Che c’è, piccolo?

Non avevo il coraggio di fargli la domanda.

    – Dottore, ho sete…

Mi fece portare dell’acqua. Sorrideva. Si preparava a uscire, per andare a vedere altri malati. – Dottore?

      – Sì?

 

    – Potrò ancora servirmi della gamba?

Smise di sorridere. Io ebbi una gran paura. Mi disse:

      – Piccolo, tu hai fiducia in me? – Molta fiducia, dottore.

 

    – E allora ascolta: fra quindici giorni sarai completamente ristabilito. Potrai camminare come gli altri. La pianta del piede era piena di pus. Bisognava soltanto far scoppiare quell’ascesso. Non ti hanno amputato. Vedrai, fra quindici giorni camminerai come gli altri.

Non avevo che da aspettare quindici giorni.
Ma, due giorni dopo la mia operazione, corse voce nel campo che il fronte si era improvvisamente avvicinato e che l’Armata Rossa stava piombando su Buna: ormai si tratta va di una questione di ore.
Ci eravamo già abituati a questo genere di voci. Non era la prima volta che un falso profeta ci annunciava la pace-nel-mondo, i colloqui-con-la-Croce-Rossa-per-la-nostra-liberazione, o altre panzane… E spesso ci credevamo… Era una iniezione di morfina.
Ma questa volta quelle profezie sembravano più solide. Le notti passate avevamo udito in lontananza il cannone.
Allora il mio vicino, il senza volto, si mise a parlare:

    – Non fatevi prendere dalle illusioni. Hitler ha ben precisato che avrebbe annientato tutti gli ebrei prima che l’orologio avesse battuto dodici colpi, prima che essi ne potessero udire l’ultimo.

Io scoppiai:

    – Che volete dire? Dobbiamo considerare Hitler un profeta?

I suoi occhi spenti e gelidi mi fissarono; poi concluse con la voce stanca:

    – Ho più fiducia in Hitler che in nessun altro. E’ l’unico che ha mantenuto le sue promesse, tutte le sue promesse col popolo ebraico.

Il pomeriggio dello stesso giorno, alle quattro, come al solito la campana chiamò tutti i capiblocco a rapporto.
Tornarono sconvolti. Riuscirono ad aprir bocca soltanto per pronunciare questa parola: evacuazione. Il campo doveva essere vuotato e noi saremmo stati mandati nelle retrovie. Dove? Da qualche parte in fondo alla Germania. In altri campi: non ne mancavano.

      – Quando?

 

      – Domani sera.

 

      – A meno che non arrivino i russi…

 

    – A meno che.

Sapevamo tutti bene che non sarebbero arrivati.
Il campo era diventato un alveare. Si correva, ci si interrogava. In tutti i blocchi ci si preparava a partire. Io avevo dimenticato il piede malato. Un medico entrò nella stanza e annunciò:

    – Domani, subito dopo il tramonto, il campo si metterà in marcia. Blocco dopo blocco. I malati possono restare all’infermeria, non saranno evacuati.

Quell’annuncio ci dette da pensare. Le S.S. avrebbero lasciato qualche centinaia di detenuti a pavoneggiarsi nei blocchi-ospedale aspettando l’arrivo dei liberatori? Avrebbero permesso a degli ebrei di aspettare che suonasse la dodicesima ora? Evidentemente no.

      – Tutti i malati saranno fatti fuori – disse il senza volto. – E, in un’ultima infornata, gettati nel crematorio.

 

    – Il campo è sicuramente minato – osservò un altro. – Subito dopo l’evacuazione salterà tutto in aria.

In quanto a me, io non pensavo alla morte, ma non volevo separarmi da mio padre. Avevamo già tanto sofferto, sopportato tante cose insieme: non era il momento di separarci.
Corsi fuori a cercarlo. La neve era fitta, le finestre dei blocchi ricoperte di brina. Con una scarpa in mano – non potevo calzare il piede destro – correvo senza sentire né il dolore né il freddo. – Che facciamo? Mio padre non mi rispose. – Che facciamo, papà?
Era perduto nelle sue meditazioni. La scelta era nelle nostre mani. Per una volta potevamo decidere noi stessi della nostra sorte. Restare tutti e due all’ospedale, dove avrei potuto farlo entrare come malato o come infermiere grazie al mio dottore, oppure seguire gli altri. Io ero deciso ad accompagnare mio padre dappertutto.

    – E allora che facciamo, papà?

Lui taceva.

    – Facciamoci evacuare insieme agli altri – gli dissi.

Non rispose. Guardava il mio piede.

      – Credi di poter marciare?

 

      – Sì, credo di sì.

 

    – Purché poi non ce ne pentiamo, Eliezer.

Appresi dopo la guerra la sorte di chi era restato all’ospedale: furono liberati dai russi, semplicemente, due giorni dopo l’evacuazione.
Io non ritornai più all’ospedale e rientrai al mio blocco. La ferita si era riaperta e sanguinava: la neve sotto i miei passi diventava rossa.
Il capoblocco stava distribuendo doppie razioni di pane e di margarina per la marcia. Vestiti e camicie se ne potevano prendere quante se ne voleva al magazzino.
Faceva freddo e ci mettemmo a letto.
L’ultima notte a Buna. Una volta di più, l’ultima notte. L’ultima notte a casa, l’ultima notte nel ghetto, l’ultima notte sul treno e, adesso, l’ultima notte a Buna. Per quanto tempo ancora la nostra vita si sarebbe trascinata da un’ultima notte all’altra?
Io non dormii per nulla. Attraverso i vetri brinati scoppiavano rossi bagliori. Colpi di cannone rompevano la tranquillità notturna. Com’erano vicini i russi! Fra noi e loro una notte, la nostra ultima notte. Si bisbigliava da un letto all’altro: con un po’ di fortuna sarebbero arrivati prima dell’evacuazione. La speranza soffiava ancora.
Qualcuno esclamò:
– Cercate di dormire. Raccogliete le forze per il viaggio. – Mi vennero in mente le ultime raccomandazioni di mia madre nel ghetto.
Ma non riuscivo ad addormentarmi. Sentivo bruciarmi il piede.
Al mattino il campo aveva cambiato volto. I detenuti si mostravano in strani abbigliamenti: si sarebbe detto una mascherata. Ognuno si era infilato più vestiti per proteggersi meglio dal freddo. Poveri saltimbanchi, più larghi che alti, più morti che vivi; poveri clown dal volto di fantasma che usciva da un mucchio di divise da ergastolani! Pagliacci.
Io cercai di trovare una scarpa molto grande, ma invano. Strappai una coperta e ci fasciai il mio piede ferito. Poi mi misi a vagabondare per il campo alla ricerca di un altro pezzo di pane e di qualche patata.
Alcuni dicevano che ci portavano in Cecoslovacchia. No, a Gros-Rosen. No, a Gleiwitz. No, a…
Le due del pomeriggio. La neve continuava a cadere abbondantemente.
Adesso le ore passavano alla svelta. Ecco il crepuscolo. Il giorno si perdeva nell’oscurità.
Il capo del blocco si ricordò improvvisamente che avevamo dimenticato di pulire le nostre baracche e ordinò a quattro di noi di lavare il pavimento… Un’ora prima di lasciare il campo! Perché? Per chi?

    – Per l’esercito liberatore – esclamò. – Che sappiano che qui vivevano degli uomini e non dei porci.

Eravamo dunque degli uomini? Il blocco venne pulito a fondo, lavato fin nei più piccoli interstizi.
Alle sei suonò la campana: i rintocchi funebri, il funerale. La processione stava per mettersi in marcia.

    – In fila! Presto!

In pochi istanti eravamo tutti in fila, per blocchi. La notte era appena scesa. Tutto era in ordine, secondo il piano prestabilito.
I proiettori si accesero. Centinaia di S.S. armate sorsero dall’oscurità accompagnate da cani da pastore. Non smetteva di nevicare.
Le porte del campo si aprirono, ma dall’altra parte sembrava aspettarci una notte ancora più oscura.
I primi blocchi si misero in marcia. Noi attendevamo. Dovevamo attendere l’uscita dei cinquantasei blocchi che ci precedevano. Faceva molto freddo. In tasca avevo due pezzetti di pane.
Con che appetito li avrei mangiati! Ma non ne avevo il diritto. Non ancora.
Si avvicinava il nostro turno: blocco 53… blocco 55…
– Blocco 57, avanti marsc. Nevicava senza fine.

VI

Un vento gelido soffiava con violenza, ma noi marciavamo senza batter ciglio.
Le S.S. ci fecero accelerare il passo. Più veloci, canaglie, cani pidocchiosi!. Perché no? Il movimento ci riscaldava un po’. Il sangue scorreva più facilmente nelle vene e si aveva la sensazione di rivivere…
«Più veloci, cani pidocchiosi!». Non marciavamo più: si correva. Come automi. Anche le S.S. correvano, con le armi in mano. Noi avevamo l’aria di fuggire davanti a loro.
Notte nera. Ogni tanto si udiva una detonazione: avevano l’ordine di tirare su chi non poteva sostenere il ritmo della corsa, e, il dito sul grilletto, non rinunciavano a quell’ordine. Uno di noi si fermava un secondo, e subito un colpo secco sopprimeva un cane pidocchioso.
Io mettevo macchinalmente un piede dietro l’altro, trascinavo il mio corpo scheletrico ancora tanto pesante. Se avessi potuto sbarazzarmene! Malgrado i miei sforzi per non pensare sentivo che ero diviso in due: io e il mio corpo; e l’odiavo.
Mi ripetevo: «Non pensare, non ti fermare, corri».
Vicino a me degli uomini crollavano nella neve sporca: poi gli spari.
Al mio fianco marciava un ragazzo polacco che si chiamava Zalman e lavorava a Buna nel deposito di materiale elettrico. Ci si burlava di lui perché era sempre a pregare o a meditare su qualche problema talmudico: era per lui un modo di sfuggire la realtà, di non sentire i colpi…
Fu improvvisamente colto da crampi allo stomaco. «Ho male al ventre», mi disse ansimando. Non poteva più continuare, bisognava che si fermasse un momento. Io lo implorai:

    – Aspetta ancora un attimo, Zalman; presto ci fermeremo tutti, non correremo così fino alla fine del mondo.

Ma, sempre correndo, cominciò a sbottonarsi e mi gridò:

      – Non ne posso più. Il mio ventre scoppia…

 

      – Fai uno sforzo, Zalman… Cerca…

 

    – Non ne posso più – gemeva.

Con i pantaloni calati, si lasciò cadere.
E’ l’ultima immagine che mi resta di lui. Non credo che sia stata una S.S. a finirlo, perché nessuno l’aveva visto. Deve essere morto schiacciato sotto i piedi delle migliaia di uomini che ci seguivano.
Io lo dimenticai presto, e ricominciai a pensare a me stesso. A causa del mio piede dolorante a ogni passo un brivido mi scuoteva. Ancora qualche metro, – pensavo – ancora qualche metro e sarà finita. Cadrò. Una piccola fiamma rossa… Uno sparo. La morte mi avvolgeva fino a soffocarmi. L’idea di morire, di non essere più, cominciava ad affascinarmi. Non esistere più, non sentire più questo terribile dolore al piede. Non sentire più nulla: né fatica, né freddo… Nulla. Saltare fuori dalla fila, lasciarsi scivolare sul margine della strada…
La presenza di mio padre era l’unica cosa che mi tratteneva… Correva al mio fianco, senza fiato, allo stremo delle forze, alla fine. Io non avevo il diritto di lasciarmi morire: che avrebbe fatto senza di me? Ero il suo unico sostegno.
Questi pensieri mi avevano occupato per un po’ di tempo, durante il quale avevo continuato a correre senza sentire il mio piede dolorante, senza neanche rendermi conto che correvo, e senza aver coscienza di possedere un corpo che galoppava là sulla strada, in mezzo a migliaia di altri.
Ritornato in me, cercai di rallentare un po’ il passo, ma non c’era modo. Quelle onde d’uomini si frangevano come un maremoto e mi avrebbero schiacciato come una formica.
Ormai ero un sonnambulo. Mi capitava di chiudere gli occhi ed era come se corressi addormentato. Ogni tanto qualcuno mi spingeva violentemente da dietro e allora mi risvegliavo.
L’altro urlava: «Corri più in fretta. Se non vuoi andare avanti, lascia passare gli altri». Ma mi bastava chiudere gli occhi un secondo per vedere sfilare tutto un mondo, per sognare tutta una vita.
Strada senza fine. Lasciarsi spingere dalla ressa, lasciarsi trascinare dal cieco destino. Quando le S.S. erano stanche venivano sostituite. Noi, nessuno ci sostituiva. Le membra intirizzite dal freddo malgrado la corsa, la gola secca, affamati, affannati, noi continuavamo.
Eravamo padroni della natura, padroni del mondo. Avevamo scordato tutto: la morte, la fatica, i bisogni naturali. Più forti del freddo e della fame, degli spari e del desiderio di morire, condannati ed erranti, semplici numeri, eravamo gli unici uomini sulla terra.
Infine, la stella del mattino apparve nel cielo grigio. Un vago chiarore cominciava a scorgersi all’orizzonte. Non ne potevamo più, eravamo senza forze, senza illusioni.
Il comandante annunciò che avevamo già fatto settanta chilometri dalla partenza. Già da molto tempo avevamo superato i limiti di stanchezza. Le nostre gambe si muovevano meccanicamente, nostro malgrado, senza di noi.
Attraversammo un villaggio abbandonato. Non c’era un’anima. Non c’era un cane. Case con le finestre spalancate. Alcuni si lasciarono scivolare fuori dalle file per tentare di nascondersi in qualche edificio disabitato.
Un’ora di marcia ancora e poi finalmente arrivò l’ordine di fermarsi.
Come un sol uomo ci lasciammo cadere nella neve. Mio padre mi dette un colpetto sulla spalla:

    – Non qui… Alzati… Un po’ più in là. Laggiù c’è un capannone… Vieni…

Non avevo né la voglia né la forza di alzarmi, ma tuttavia obbedii. Non era un capannone, ma una fabbrica con le tegole sfondate, i vetri rotti, i muri sporchi di fumo. Non era facile entrarvi: centinaia di detenuti si accalcavano davanti alla porta.
Finalmente riuscimmo a entrare. Anche lì la neve era fitta. Mi lasciai cadere. Soltanto allora sentii tutta la mia stanchezza. La neve mi sembrava un tappeto dolcissimo, caldissimo. Mi assopii.
Non so quanto dormii: qualche istante o un’ora. Quando mi svegliai una mano gelata mi dava dei buffetti sulle guance. Mi sforzai di aprire gli occhi: era mio padre.
Com’era diventato vecchio da ieri sera! Il suo corpo era completamente contorto, ripiegato su se stesso. Gli occhi pietrificati, le labbra sciupate, fradice. Tutto in lui testimoniava una stanchezza estrema. La sua voce era intrisa di lacrime e di neve:

    – Non ti far prendere dal sonno, Eliezer. E’ pericoloso addormentarsi nella neve: ci si addormenta per davvero. Vieni, piccolo mio, vieni. Alzati.

Alzarmi? Come potevo? Come uscire da quel buon piumino? Udivo le parole di mio padre, ma il loro senso mi sembrava vuoto, come se mi avesse chiesto di portare tutto il capannone sulle braccia…

    – Vieni, figliolo, vieni…

Mi alzai, stringendo i denti. Sostenendomi per un braccio mi condusse fuori. Non era tanto facile: uscire era difficile quanto entrare. Sotto i nostri passi uomini schiacciati, calpestati, agonizzavano. Nessuno ci badava.
Fummo fuori. Il vento gelido mi sferzava il viso. Mi mordevo le labbra in continuazione perché non gelassero. Intorno a me tutto sembrava danzare una danza di morte, da dare le vertigini. Camminavo in un cimitero, fra corpi irrigiditi, fra tronchi di legno. Non un grido di sconforto né un lamento: soltanto un’agonia di massa, silenziosa. Nessuno chiedeva aiuto. Si moriva perché bisognava morire. Non si facevano difficoltà.
In ogni corpo irrigidito vedevo me stesso. E presto non li avrei più visti, sarei stato anch’io uno di loro. Una questione di ore.

    – Vieni, papà, ritorniamo nel capannone…

Non rispose. Non guardava i morti.

    – Vieni, papà. Laggiù è meglio. Potremo distenderci un po’. Uno dopo l’altro. Io ti guarderò e tu guarderai me. Non ci addormenteremo. Ci sorveglieremo a vicenda.

Accettò. Dopo aver pestato parecchi corpi e cadaveri riuscimmo a rientrare nel capannone. Ci lasciammo cadere.

      – Non temere, piccolo mio. Dormi, puoi dormire. Io starò sveglio.

 

    – Prima te, papa. Dormi.

Rifiutò. Io mi sdraiai e mi sforzai di dormire, di dormicchiare un po’, ma invano. Dio sa cosa avrei fatto per riuscirci, ma, al fondo di me stesso, sentivo che dormire significava morire. Qualcosa in me si rivoltava contro quella morte che si insediava senza rumore, senza violenza, che afferrava qualche addormentato, s’insinuava in lui e lo divorava a poco a poco. Accanto a me qualcuno cercava di svegliare il vicino, il fratello forse, o un compagno. Invano. Scoraggiato nei suoi sforzi si era sdraiato a sua volta accanto al cadavere e si era addormentato. E lui chi lo avrebbe svegliato? Allungando il braccio lo toccai:

    – Non bisogna dormire qui…

Dischiuse gli occhi:

    – Niente consigli – disse con voce spenta. – Sono sfinito. Lasciami in pace. Vattene.

Mio padre dormicchiava dolcemente, anche lui. Non gli vedevo gli occhi: il berretto gli copriva il volto.

    – Svegliati – gli mormorai all’orecchio.

Trasalì. Si tirò su e si guardò intorno, perduto, stupefatto: lo sguardo di un orfano. Gettò uno sguardo circolare su tutto ciò che si trovava intorno a lui come se tutto a un tratto avesse deciso di fare l’inventario del suo universo, di sapere dove si trovava, in quale luogo, come e perché. Poi sorrise.
Mi ricorderò sempre quel sorriso: da che mondo veniva? La neve continuava a cadere a fiocchi sui cadaveri.
La porta del capannone si aprì. Apparve un vecchio, i baffi coperti di brina, le labbra blu per il freddo. Era Rabbi Eliahu, il rabbino di una piccola comunità polacca. Un uomo molto buono, che tutti amavano al campo, anche i kapò e i capiblocco. Malgrado le prove e le sofferenze il suo volto continuava a riflettere la sua purità interiore. Era il solo rabbino che non dimenticavamo mai di chiamare rabbi a Buna. Assomigliava a uno di quei profeti di un tempo, sempre in mezzo al popolo per consolarlo. E, fatto strano, le sue parole di consolazione non irritavano nessuno. Esse calmavano veramente.
Entrò nel capannone e i suoi occhi, più brillanti che mai, sembravano cercare qualcuno:

    – Forse avete visto mio figlio da qualche parte?

Aveva perso il figlio nella ressa. Lo aveva cercato invano fra gli agonizzanti, poi aveva grattato via la neve per ritrovare il suo cadavere, ma senza risultato.
Per tre anni avevano resistito insieme: sempre l’uno accanto all’altro, per le sofferenze, per i colpi, per la razione di pane e per la preghiera.
Tre anni, di campo in campo, di selezione in selezione. E adesso, quando la fine sembrava vicina, il destino li separava. Arrivatomi vicino Rabbi Eliahu mormorò:

      – E’ accaduto sulla strada. Ci siamo persi di vista durante il cammino. Io ero rimasto un po’ indietro: non avevo più la forza di correre. E mio figlio non se n’era accorto. Non so altro. Dov’è andato a finire? Dove posso ritrovarlo? Forse l’avete visto da qualche parte?

 

    – No, Rabbi Eliahu, non l’ho visto.

Allora se ne è andato come era venuto, come un’ombra spazzata dal vento.
Aveva già varcato la porta quando improvvisamente mi ricordai che avevo visto suo figlio correre accanto a me. L’avevo dimenticato e non l’avevo detto a Rabbi Eliahu!
Poi però mi ricordai un’altra cosa: il figlio aveva visto il padre perdere terreno, finire zoppicando in fondo alla colonna. L’aveva visto e aveva continuato a correre in testa, lasciando che la distanza fra di loro aumentasse.
Un pensiero terribile mi venne in mente: aveva voluto sbarazzarsi di suo padre! Lo aveva visto in difficoltà, aveva creduto che ormai fosse la fine e aveva cercato quella separazione per togliersi di dosso quel peso, per liberarsi di un fardello che poteva diminuire le sue proprie possibilità di salvezza.
Avevo fatto bene a dimenticarmelo, ed ero felice che Rabbi Eliahu continuasse a cercare il suo adorato figlio.
Allora, mio malgrado, una preghiera si è risvegliata nel mio cuore, verso quel Dio a cui non credevo più.
– Dio mio, Signore dell’Universo, dammi la forza di non fare mai quello che ha fatto il figlio di Rabbi Eliahu.
Delle grida si levarono da fuori, nella corte, dove era scesa la notte. Le S.S. ordinavano di riformare i ranghi.
Riprendemmo la marcia. I morti restarono nella corte, sotto la neve, come fedeli guardie assassinate, senza sepoltura. Nessuno aveva recitato per loro la preghiera dei morti. Figli abbandonarono le spoglie dei padri senza una lacrima.
Sulla strada nevicava, nevicava, nevicava senza fine. Marciavamo più lentamente. Anche i guardiani sembravano stanchi. Il mio piede ferito aveva cessato di farmi male, doveva essere completamente gelato. Era perduto per me quel piede, si era staccato dal mio corpo come una ruota da una macchina. Tanto peggio. Bisognava farsene una ragione: sarei vissuto con una gamba sola. L’essenziale era non pensarci; soprattutto non in quel momento. Lasciare i pensieri per dopo.
La nostra marcia aveva perso ogni parvenza di disciplina. Ognuno andava come voleva, come poteva. Non si sentivano più spari: anche i nostri guardiani dovevano essere stanchi.
Ma la morte non aveva molto bisogno di aiuto. Il freddo faceva coscienziosamente il suo lavoro. A ogni passo qualcuno crollava, cessava di soffrire.
Ogni tanto ufficiali delle S.S. in motocicletta discendevano la colonna per scuotere la crescente apatia:

      – Forza! Stiamo arrivando!

 

      – Coraggio! Ancora poche ore!

 

    – Stiamo arrivando a Gleiwitz!

Queste parole di incoraggiamento, pur venendo dalle bocche dei nostri assassini, ci facevano un gran bene. Adesso nessuno voleva più arrendersi: proprio prima della fine, così vicini all’arrivo. I nostri occhi scrutavano l’orizzonte alla ricerca dei reticolati di Gleiwitz. Il nostro unico desiderio era quello di arrivarci prima possibile.
Era notte fonda. La neve smise di cadere. Marciammo ancora parecchie ore prima di arrivare. Scorgemmo il campo solo quando ci trovammo davanti alla porta.
Dei kapò ci installarono rapidamente nelle baracche. Ci si spingeva, ci si urtava, come se si fosse trattato del rifugio supremo, della porta che dà sulla vita. Si camminava su corpi doloranti, si pestavano volti straziati. Non un grido; qualche gemito. Anche noi, io e mio padre, fummo gettati a terra da quella marea dilagante. Sotto i nostri passi qualcuno emetteva un rantolo:

    – Mi state schiacciando… pietà!

Una voce che non mi era sconosciuta.

    – Mi state schiacciando… pietà! Pietà.

La stessa voce spenta, lo stesso rantolo già sentito da qualche altra parte. Quella voce mi aveva parlato un giorno. Dove? Quando? Anni fa? No, non poteva essere che nel campo.

    – Pietà!

Sentivo che lo stavo schiacciando. Gli impedivo di respirare. Volevo togliermi, cercavo di allontanarmi per permettergli di respirare, ma anch’io ero schiacciato sotto il peso di altri corpi. Respiravo a fatica, conficcavo le mie unghie in dei volti sconosciuti. Mordevo intorno a me per cercare un accesso all’aria. Nessuno gridava.
Improvvisamente mi rammentai: Juliek! Quel ragazzo di Varsavia che suonava il violino nell’orchestra di Buna…

      – Juliek, sei tu?

 

    – .. Le venticinque frustate… Sì… Mi ricordo.

Tacque. Trascorse un lungo momento.

      – Juliek! Mi senti, Juliek?

 

    – Sì… – disse con voce debole. – Che vuoi?

Non era morto.

      – Come stai, Juliek? – domandai, più per sentirlo parlare, per sentirlo vivere che per conoscere la sua risposta.

 

    – Bene, Eliezer… Va bene… Poca aria… Stanco. Ho i piedi gonfi. E’ bello riposarsi, ma il mio violino…

Pensavo che avesse perduto la ragione: cosa c’entrava il violino? – Cosa, il tuo violino?
Ansimava:

    – .. Ho paura… che si rompa… il violino… L’ho… l’ho portato con me.

Non potei rispondergli. Qualcuno si era sdraiato tutto su di me, mi aveva coperto il volto. Non potevo più respirare, né dalla bocca né dal naso. Il sudore mi imperlava la fronte e la schiena: era la fine, la fine della strada. Una morte silenziosa, il soffocamento. Nessuna possibilità di gridare, di chiedere aiuto.
Cercavo di sbarazzarmi del mio invisibile assassino. Tutto il mio desiderio di vivere si era concentrato nelle mie unghie. Graffiavo, lottavo per una boccata d’aria. Laceravo una carne marcia che non rispondeva. Non potevo svincolarmi da quella massa che mi pesava sul petto. Chissà, forse lottavo con un morto?
Non lo saprò mai. Tutto ciò che posso dire è che ne ebbi ragione. Riuscii a scavarmi un buco in quella muraglia di agonizzanti, un piccolo buco attraverso il quale potei bere un po’ d’aria.

    – Papà, come ti senti? – domandai, appena potei pronunciare una parola.

Sapevo che non doveva essere lontano.

    – Bene! – rispose una voce lontana, come se venisse da un altro mondo. – Cerco di dormire.

Cercava di dormire. Aveva torto o ragione? Si poteva dormire lì? Non era pericoloso allentare la propria vigilanza, anche solo per un istante, quando la morte in ogni momento poteva abbattersi su di noi?
Riflettevo così quando sentii il suono di un violino. Il suono di un violino nell’oscura baracca dove dei morti si ammucchiavano sui vivi. Chi era quel pazzo che suonava il violino qui, sull’orlo della propria tomba? O era solo un’allucinazione?
Doveva essere Juliek.
Suonava un frammento di un concerto di Beethoven. Non avevo mai ascoltato suoni così puri. In un tale silenzio.
Com’era riuscito a svincolarsi, a estrarsi di sotto al mio corpo senza che lo sentissi?
L’oscurità era totale. Sentivo soltanto quel violino ed era come se l’anima di Juliek gli servisse da archetto. Suonava la sua vita. Tutta la sua vita scivolava sulle corde. Le sue speranze perdute, il suo passato bruciato, il suo avvenire spento. Suonava quello che non avrebbe mai più suonato.
Non potrò mai scordare Juliek. Come potrei scordare quel concerto dato per un pubblico di agonizzanti e di morti! Ancora oggi, quando sento suonare Beethoven, i miei occhi si chiudono e, dall’oscurità, sorge il volto pallido e triste del mio compagno polacco che dava l’addio col suo violino a un uditorio di moribondi.
Non so per quanto suonò. Il sonno mi vinse, e quando mi svegliai, sul fare del giorno, vidi Juliek di fronte a me ripiegato su se stesso, morto. Accanto a lui giaceva il violino, pestato, schiacciato, piccolo cadavere insolito e sconvolgente.
Restammo tre giorni a Gleiwitz. Tre giorni senza mangiare e senza bere. Non avevamo il diritto di lasciare la baracca. Le S.S. sorvegliavano la porta.
Io avevo fame e sete. Dovevo essere ben sporco e disfatto, a giudicare dall’aspetto degli altri. Il pane che ci eravamo portati da Buna era stato divorato da tempo, e chissà quando ce ne avrebbero data una nuova razione.
Il fronte ci seguiva. Sentivamo di nuovo colpi di cannone, molto vicini, ma non avevamo più la forza né il coraggio di pensare che i nazisti non avrebbero avuto il tempo di evacuarci e che i russi sarebbero arrivati presto.
Apprendemmo che ci avrebbero portati nel centro della Germania.
Il terzo giorno, all’alba, ci scacciarono dalle baracche. Ognuno si era buttato addosso qualche coperta, come fossero tallèth [scialle da preghiera, N.d.T.]. Ci condussero verso una porta che divideva il campo in due e dove c’era un gruppo di S.S. Una voce attraversò le nostre file: una selezione!
Gli ufficiali delle S.S. facevano la scelta. I deboli, a sinistra. Chi camminava bene, a destra. Mio padre fu mandato a sinistra. Io gli corsi dietro. Un ufficiale mi urlò alle spalle:
– Torna qui!
Io mi intrufolai fra gli altri. Diverse S.S. si precipitarono a cercarmi, creando una tale baraonda che parecchia gente di sinistra poté ritornare a destra, e fra loro io e mio padre. Ci furono tuttavia alcuni spari e qualche morto.
Ci fecero uscire tutti. Dopo una mezz’ora di marcia arrivammo nel bel mezzo di un campo attraversato da delle rotaie. Bisognava aspettare là l’arrivo del treno.
La neve cadeva fitta. Vietato sedersi e muoversi.
La neve cominciava a formare una spessa coltre sulle nostre coperte. Ci portarono del pane: la solita razione. La inghiottimmo subito. Qualcuno ebbe l’idea di calmare la sete mangiando della neve. Presto venne imitato dagli altri, e siccome non avevamo il diritto di chinarci ognuno aveva tirato fuori il proprio cucchiaio e mangiava la neve accumulata sulla schiena del vicino. La cosa faceva ridere le S.S. che osservavano lo spettacolo.
Le ore passavano. I nostri occhi erano stanchi di scrutare l’orizzonte per vedere apparire il treno liberatore. Non arrivò che la sera tardi. Un treno infinitamente lungo, formato di carri bestiame, senza tetto. Le S.S. ci spinsero dentro, un centinaio per carro: eravamo così magri! Finito che ebbero di caricarci, il convoglio si mise in moto.

VII

Stretti gli uni contro gli altri per tentare di resistere al freddo, la testa vuota e pesante allo stesso tempo, nel cervello un vortice di ricordi ammuffiti. L’indifferenza intorpidiva la mente. Qui o altrove, cosa c’era di diverso? Crepare oggi o domani, o più tardi? La notte si faceva lunga, lunga da non finire più.
Quando infine un grigio chiarore apparve all’orizzonte intravidi un aggrovigliarsi di forme umane, le teste rientrate nelle spalle, accovacciati, ammucchiati gli uni contro gli altri, come un campo di pietre tombali ricoperte di polvere alle prime luci dell’alba. Cercai di distinguere chi viveva ancora da chi era morto, ma non c’erano differenze. Il mio sguardo si fermò a lungo su un uomo che con gli occhi aperti fissava il vuoto. Il suo volto livido era ricoperto da una coltre di brina e di neve.
Mio padre era rannicchiato vicino a me, avvolto nella sua coperta, le spalle piene di neve. Che fosse morto anche lui? Lo chiamai. Nessuna risposta. Avrei gridato se ne fossi stato capace. Non si muoveva.
Fui improvvisamente invaso da questa certezza: non c’era più ragione di vivere, non c’era più ragione di lottare.
Il treno si fermò in mezzo a un campo deserto. Questo brusco arresto aveva risvegliato qualcuno. Si alzavano in piedi e gettavano uno sguardo stupito intorno a sé.
Fuori, alcune S.S. passavano urlando:
– Gettate fuori tutti i morti! Tutti i cadaveri fuori!
I vivi si rallegravano: avrebbero avuto più posto. Dei volontari si misero al lavoro. Tastavano coloro che erano rimasti accovacciati.

    – Eccone uno! Prendetelo!

Venivano spogliati, e i superstiti se ne dividevano avidamente i vestiti; poi due becchini li prendevano per la testa e per i piedi e li gettavano fuori dal carro, come sacchi di farina.
Si sentiva chiamare un po’ dappertutto:

    – Venite! Qui, un altro! Il mio vicino non si muove più.

Io non mi svegliai dalla mia apatia se non nel momento in cui due uomini si avvicinarono a mio padre. Mi gettai sul suo corpo: era freddo. Lo schiaffeggiai, gli sfregai le mani gridando:

      – Papà! Papà! Svegliati! Ti buttano giù dal carro… Il suo corpo restava inerte.

 

    – No! – gridai. – Non è morto! Non ancora!

Mi misi a colpirlo a più non posso. Per un attimo mio padre dischiuse gli occhi ormai vitrei. Respirava debolmente.

    – Vedete – esclamai.

I due uomini si allontanarono.
Vennero scaricati dal nostro carro una ventina di cadaveri. Poi il treno riprese la sua marcia, lasciando dietro di sé qualche centinaia di orfani nudi senza sepoltura in un campo innevato di Polonia.
Non ci diedero nulla da mangiare. Vivevamo di neve, al posto del pane. I giorni assomigliavano alle notti, e le notti depositavano nella nostra anima la feccia della loro oscurità. Il treno rotolava lentamente, si fermava ogni tanto qualche ora e ripartiva. Non cessava di nevicare. Restammo accovacciati per giorni e notti, gli uni sugli altri, senza dire una parola. Ormai non eravamo altro che corpi congelati. Con gli occhi chiusi aspettavamo soltanto la fermata successiva. Per scaricare i nostri morti.
Dieci giorni, dieci notti di viaggio. Ci capitava di attraversare delle località tedesche, generalmente molto presto la mattina. Operai andavano al lavoro. Si fermavano e ci seguivano con lo sguardo, peraltro non molto stupiti.
Un giorno che eravamo fermi un operaio prese dalla sua borsa un pezzo di pane e lo gettò in un carro. Fu un parapiglia. Decine di affamati si uccidevano per qualche briciola. Gli operai tedeschi si interessarono vivamente a quello spettacolo.
Alcuni anni dopo assistetti a uno spettacolo dello stesso genere ad Aden. I passeggeri della nostra nave si divertivano a gettare delle monetine ai nativi, che si tuffavano a raccoglierle. Una parigina dall’atteggiamento aristocratico si divertiva molto a quel gioco. Io vidi improvvisamente due bambini che si battevano a morte, cercando di strozzarsi a vicenda, e implorai la signora:

      – Vi prego, non gettate più monete!

 

    – Perché? – disse. – Mi piace fare la carità…

Nel carro dove era stato gettato il pane era scoppiata una vera e propria battaglia. Si buttavano gli uni sugli altri, pestandosi, dilaniandosi, mordendosi. Animali da preda scatenati, odio bestiale negli occhi; una vitalità straordinaria si era impossessata di loro, gli aveva aguzzato denti e unghie.
Un gruppo di operai e di curiosi si era raccolto lungo il treno. Non avevano senza dubbio mai visto un treno con un tale carico. In poco tempo da tutte le parti piovvero dei pezzetti di pane nei vagoni, e gli spettatori contemplavano quegli uomini scheletriti uccidersi per un boccone.
Un pezzetto cascò anche nel nostro vagone. Io decisi di non muovermi. Sapevo d’altronde che non avrei avuto la forza necessaria per lottare contro quelle decine di uomini scatenati! Vidi non lontano da me un vecchio che si trascinava carponi. Si era appena svincolato dalla mischia. Portò una mano al cuore. Prima credetti che avesse ricevuto un colpo al petto, poi capii: teneva sotto la giacca un pezzo di pane. Con una rapidità straordinaria lo tirò fuori, lo portò alla bocca. Gli occhi gli brillarono, un sorriso simile a una smorfia gli illuminò il volto morto e si spense subito. Un’ombra si era appena allungata accanto a lui, e quell’ombra gli si gettò addosso. Carico di botte, ubriaco di colpi, il vecchio gridava:

    – Meir, mio piccolo Meir! Non mi riconosci? Sono tuo padre… mi fai male… stai assassinando tuopadre… ho del pane… anche per te… anche per te…

Crollò. Aveva ancora nel pugno chiuso un pezzetto di pane. Volle portarlo alla bocca, ma l’altro si gettò su di lui e glielo prese. Il vecchio mormorò ancora qualcosa, emise un rantolo, e morì nell’indifferenza generale. Suo figlio lo frugò, prese il pezzetto di pane e cominciò a divorarlo, ma non poté andare molto lontano: due uomini lo avevano visto e si precipitarono su di lui. Altri se ne aggiunsero. Quando se ne andarono c’erano vicino a me due morti, uno accanto all’altro: il padre e il figlio. Io avevo quindici anni.
C’era nel nostro vagone un amico di mio padre, Meir Katz. Aveva lavorato a Buna come giardiniere e ogni tanto ci portava qualche ortaggio. Lui stesso, meno mal nutrito, aveva sopportato meglio la detenzione, e grazie al suo relativo vigore l’avevano nominato responsabile del nostro vagone.
La terza notte del nostro viaggio mi svegliai improvvisamente, sentendo due mani intorno alla gola che cercavano di strozzarmi. Ebbi appena il tempo di gridare: «Papa, papà!».
Solo questa parola. Mi sentivo soffocare. Ma mio padre si era svegliato e aveva afferrato il mio aggressore. Troppo debole per vincerlo, ebbe l’idea di chiamare Meir Katz:

    – Vieni, vieni presto! Stanno strangolando mio figlio!

Qualche istante dopo ero libero. Ho sempre ignorato per quale ragione quell’uomo aveva voluto strangolarmi.
Ma qualche giorno più tardi Meir Katz si rivolse a mio padre:

      – Shlomo, mi sento debole. Sto perdendo le forze. Non ce la farò…

 

    – Non ti lasciare andare! – cercò di incoraggiarlo mio padre. Bisogna resistere! Non perdere la fiducia in te stesso!

Ma Meir Katz invece di rispondere gemeva sordamente:

    – Non ne posso più, Shlomo!… Che ci posso fare?… Non ne posso più…

Mio padre lo prese per un braccio. E Meir Katz, lui, l’uomo forte, il più solido di tutti noi, piangeva. Suo figlio gli era stato sottratto alla prima selezione e solo adesso lo piangeva. Solo adesso crollava. Non ne poteva più. Senza più risorse.
L’ultimo giorno del nostro viaggio si alzò un vento terribile e la neve non smetteva mai di cadere. Sentivamo che la fine era vicina, la vera fine. Non avremmo resistito a lungo con quel vento gelido, in quella bufera.
Qualcuno si alzo ed esclamò:

    – Non dobbiamo restare seduti per tutto questo tempo, creperemo congelati! Alziamoci tutti, muoviamoci un po’…

Ci siamo alzati tutti. Ognuno stringeva più forte la sua coperta fradicia. E ci siamo sforzati di fare qualche passo, di muoverci sul posto.
Improvvisamente un grido si alzò nel vagone, il grido di un animale ferito: qualcuno era appena morto.
Altri, che si sentivano ugualmente sul punto di morire, imitarono il suo grido, e le loro grida sembravano venire d’oltretomba. In poco tempo tutti gridavano. Pianti, gemiti. Grida di disperazione lanciate attraverso il vento e la neve.
Altri vagoni ne furono contagiati, e centinaia di grida si levarono contemporaneamente. Senza sapere contro chi, senza sapere perché: il rantolo di tutto un convoglio che sentiva avvicinarsi la fine. Tutti stavamo per morire, tutti i limiti erano già stati superati. Nessuno aveva più forza, e la notte sarebbe stata ancora lunga.
Meir Katz gemeva:
– Perché non ci fucilano subito?
La sera stessa arrivammo a destinazione.
Era notte fonda. Dei guardiani vennero a scaricarci. I morti furono abbandonati nei vagoni. Soltanto coloro che potevano ancora tenersi sulle gambe furono fatti scendere.
Meir Katz rimase sul treno. L’ultimo giorno era stato il più micidiale: eravamo saliti in cento in quel vagone e scendemmo in dodici, fra cui io e mio padre. Eravamo arrivati a Buchenwald.

VIII

Sulla porta del campo alcuni ufficiali delle S.S. ci aspettavano. Ci contarono, e poi fummo condotti verso il piazzale dell’appello. Gli ordini venivano dati dagli altoparlanti: In file di cinque.
In gruppi di cento. Cinque passi avanti.
Io stringevo forte la mano di mio padre. Il vecchio e familiare timore: non perderlo.
Accanto a noi si alzava l’alto camino del forno crematorio, ma non ci impressionava più; era molto se attirava la nostra attenzione.
Un anziano di Buchenwald ci disse che avremmo fatto una doccia e che poi ci avrebbero divisi per blocchi. L’idea di fare un bagno caldo mi affascinava. Mio padre taceva, respirava pesantemente accanto a me.

    – Papa, – dissi – ancora un istante; presto potremo sdraiarci in un letto. Ti potrai riposare…

Non rispose. Anch’io ero così stanco che il suo silenzio mi lasciò indifferente. Il mio unico desiderio era di fare il bagno più velocemente possibile e di stendermi su un letto.
Ma non era facile arrivare alle docce: centinaia di detenuti vi si accalcavano. I guardiani non riuscivano a mettere ordine, picchiavano a destra e a sinistra, ma senza un risultato apprezzabile. Altri, che non avevano la forza di spingere, e neanche di stare in piedi, si sedettero sulla neve. Mio padre volle imitarli. Gemeva:

    – Non ne posso più… è finita… morirò qui…

Mi trascinò verso un cumulo di neve da dove emergevano forme umane, lembi di coperte.

    – Lasciami – mi disse; – non ne posso più… abbi pietà di me… aspetterò qui che si possa entrare nei bagni… tu verrai a chiamarmi.

Avrei pianto di rabbia: aver tanto vissuto, tanto sofferto e lasciare che mio padre morisse adesso?
Adesso che avrebbe potuto fare un bel bagno caldo e distendersi?

    – Papà! – urlai. – Papà! Alzati di lì! Subito! Ti ucciderai, così…

E lo afferrai per un braccio. Lui continuava a gemere:

    – Non gridare, figliolo… Abbi pietà del tuo vecchio padre… Lasciami riposare qui… Un po’… Ti prego, sono così stanco… alla fine delle forze…

Era diventato come un bambino: debole, spaurito, vulnerabile.

    – Papà, – gli dissi – non puoi restare qui.

Gli mostrai i cadaveri intorno a lui: anche loro avevano voluto riposarsi.

    – Li vedo, figliolo, li vedo bene. Lasciali dormire. Non hanno chiuso gli occhi da così tanto tempo… Sono esausti… esausti…

La sua voce era tenera.
Io urlai nel vento:

    – Non si risveglieranno mai più! Mai più, capisci?

Discutemmo così per un lungo attimo. Sentivo che non era con lui che discutevo ma con la morte stessa, con la morte che egli aveva già scelto.
Le sirene cominciarono a urlare. Allarme. Le luci si spensero in tutto il campo. I guardiani ci cacciarono nei blocchi. In un batter d’occhio non c’era più nessuno sul piazzale dell’appello. Eravamo felicissimi di non dover restare più a lungo in quel gelido vento e ci lasciammo cadere sulle assi. C’erano letti a più piani: i recipienti di zuppa, sulla porta d’ingresso, non avevano trovato clienti. Dormire era l’unica cosa che contava.
Faceva giorno quando mi svegliai. Allora mi ricordai di avere un padre: dopo l’allarme avevo seguito la folla senza occuparmi di lui. Sapevo che era allo stremo delle forze, sull’orlo dell’agonia, eppure l’avevo abbandonato.
Partii alla sua ricerca.
Ma nello stesso istante nacque in me questo pensiero: «Purché non lo trovi! Se potessi sbarazzarmi di quel peso morto, così da poter lottare con tutte le mie forze per la mia sopravvivenza, occupandomi solo di me stesso». E subito ebbi vergogna, vergogna per sempre di me stesso.
Camminai per due ore senza ritrovarlo, poi arrivai in un blocco dove distribuivano del caffè nero.
Facevano la coda, si leticavano.
Una voce lamentosa, supplicante, mi raggiunse alle spalle:

    – .. figliolo… portami… un po’ di caffè.

Corsi verso di lui.

    – Papà! E’ tanto che ti cerco… Dov’eri? Hai dormito?… Come ti senti?

Doveva bruciare dalla febbre. Come un animale selvaggio mi aprii un varco fino al recipiente del caffè e riuscii a portargliene un bicchiere. Ne bevvi un sorso: il resto era per lui.
Non dimenticherò mai la gratitudine che gli illuminò gli occhi quando trangugiò quel beveraggio: la riconoscenza di un animale. Con quel goccio d’acqua calda gli avevo senza dubbio dato più soddisfazione che in tutta la mia infanzia…
Era steso sull’asse, livido, le labbra pallide e sciupate, scosso dai brividi. Non potei restare più a lungo vicino a lui: avevano dato ordine di lasciare i blocchi per le pulizie e potevano rimanere solo i malati.
Restammo cinque ore fuori. Ci venne data della zuppa. Quando ci permisero di rientrare corsi da mio padre:

      – Hai mangiato?

 

Perché?

    – Non ci hanno dato nulla… Hanno detto che eravamo malati, che presto saremmo morti, e che era peccato sciupare del cibo… Non ne posso più…

Gli detti ciò che restava della mia zuppa, ma avevo il cuore grosso: sentivo che gliela davo controvoglia. Non più del figlio di Rabbi Eliahu avevo resistito alla prova.
Di giorno in giorno mio padre diventava più debole, lo sguardo velato, il volto del colore di foglie morte. Il terzo giorno dopo il nostro arrivo a Buchenwald dovemmo andare tutti alle docce. Anche i malati, che dovevano passare per ultimi.
Di ritorno dal bagno dovemmo attendere a lungo all’aperto perché non erano state ancora finite le pulizie nei blocchi.
Vedendo di lontano mio padre gli corsi incontro. Mi passò accanto come un’ombra e mi superò senza fermarsi, senza guardarmi. Io lo chiamai, lui non si girò. Gli corsi dietro:

    – Papà, dove stai correndo?

Mi guardò per un istante e il suo sguardo era lontano, illuminato, il volto di un altro. Un istante soltanto, e proseguì la corsa.
Affetto da dissenteria, mio padre era sdraiato nel suo recinto, e altri cinque malati con lui. Io gli ero seduto accanto, vegliandolo, ma non osando più credere che avrebbe potuto sfuggire alla morte. E tuttavia facevo di tutto per dargli delle speranze.
Tutto a un tratto si drizzò sulla sua cuccetta e appoggiò le labbra febbricitanti contro il mio orecchio:

    – .. Bisogna che ti dica dove si trovano l’oro e il denaro che ho sotterrato… In cantina… Tu sai…

E si mise a parlare sempre più in fretta, come se temesse di non avere più il tempo di dirmi tutto. Cercai di spiegargli che tutto non era ancora finito, che saremmo tornati insieme a casa, ma lui non voleva più ascoltarmi, non poteva più ascoltarmi. Era sfinito. Un filo di bava mista a sangue gli colava dalle labbra. Aveva gli occhi chiusi, ansimava.
Per una razione di pane riuscii a cambiare di posto con un detenuto di quel blocco. Nel pomeriggio arrivò il dottore e io andai subito a dirgli che mio padre era molto malato.

    – Portalo qui!

Gli spiegai che non poteva tenersi sulle gambe, ma il medico non voleva sentir ragione. Alla meno peggio riuscii a portargli mio padre. Lo fissò, poi l’interrogò seccamente:

      – Che vuoi?

 

      – Mio padre è malato – risposi io al suo posto… – Dissenteria.

 

    – Dissenteria? Non mi riguarda, io sono un chirurgo. Andate! Fate posto agli altri!…

Le mie proteste non servirono a nulla.

      – Non ne posso più, figliolo… Riportami nel mio recinto… Ce lo riportai e l’aiutai a stendersi. Aveva i brividi.

 

    – Cerca di dormire un po’, papà. Cerca di addormentarti…

Respirava a fatica, pesantemente. Teneva gli occhi chiusi, ma ero convinto che vedesse tutto, che vedesse, adesso, la verità di ogni cosa.
Un altro dottore arrivò nel blocco, ma mio padre non volle più alzarsi: sapeva che era inutile.
Questo medico non veniva peraltro che per finire i malati. Lo sentii gridare che erano dei poltroni, che volevano soltanto restare a letto… Pensai di saltargli al collo, di strozzarlo, ma non ne avevo più né il coraggio né la forza: ero inchiodato all’agonia di mio padre. Le mani mi facevano male da quanto mi prudevano: strozzare il dottore e gli altri! Incendiare il mondo! Assassini di mio padre! Ma il grido mi restava in gola.
Tornando dalla distribuzione del pane trovai mio padre che piangeva come un bambino: – Figliolo, mi picchiano!

    – Chi?

Credevo che delirasse.

    – Lui, il francese… E il polacco… Mi hanno picchiato…

Una ferita di più nel cuore, un odio supplementare, una ragione in meno per vivere.

    – .. Eliezer… digli di non picchiarmi… Non ho fatto nulla… Perché mi picchiano?

Mi misi a insultare i suoi vicini, che si burlarono di me. Promisi loro del pane, della zuppa: ridevano. Poi si arrabbiarono: non potevano più sopportare mio padre perché non poteva più trascinarsi fuori per fare i suoi bisogni.
Il giorno dopo mio padre si lamentò che gli avevano preso la sua razione di pane.

      – Mentre dormivi?

 

    – No, non dormivo. Si sono gettati su di me e me l’hanno strappato… E mi hanno picchiato… Ancora una volta… Non ne posso più, figliolo… Un po’ d’acqua…

Sapevo che non doveva bere, ma mi implorò così a lungo che cedetti. L’acqua era per lui il peggior veleno, ma cosa potevo fare ancora per lui? Con l’acqua, senza l’acqua, sarebbe comunque finita presto…

    – Tu almeno abbi pietà di me…

Aver pietà di lui! Io, il suo unico figlio!
Così passò una settimana.

      – E’ tuo padre quello lì? – mi domandò il responsabile del blocco.

 

      – Sì.

 

      – E’ molto malato.

 

    – Il dottore non gli vuol far nulla.

Mi guardò negli occhi:

      – Il dottore non gli

può

    far nulla. E neanche tu.

Appoggiò la sua grande mano pelosa sulla mia spalla e aggiunse: – Ascoltami bene, piccolo; non dimenticare che sei in un campo di concentramento. Qui ognuno deve lottare per se stesso e non pensare agli altri. Neanche al proprio padre. Qui non c’è padre che tenga, né fratello, né amico. Ognuno vive e muore per sé, solo. Ti do un buon consiglio: non dare più la tua razione di pane e di zuppa al tuo vecchio padre. Tu non puoi fare più nulla per lui, e così invece ti stai ammazzando. Tu dovresti al contrario ricevere la sua razione…
Lo ascoltai senza interromperlo. Aveva ragione, pensavo nell’intimo di me stesso, senza che osassi confessarmelo. Troppo tardi per salvare il tuo vecchio padre, mi dicevo. Potresti avere due razioni di pane, due razioni di zuppa…
Una frazione di secondo solamente, ma mi sentii colpevole. Corsi a cercare un po’ di zuppa e la diedi a mio padre, ma a lui non andava molto: non desiderava che dell’acqua.

      – Non bere acqua, mangia un po’ di zuppa…

 

    – Mi sto consumando… Perché sei così cattivo con me, figliolo?… Un po’ d’acqua…

Gli portai l’acqua. Poi lasciai il blocco per l’appello. Ma tornai sui miei passi e mi stesi sulla cuccetta sopra alla sua: i malati potevano restare nel blocco. Mi sarei dato per malato, visto che non volevo abbandonare mio padre.
Tutto intorno regnava adesso il silenzio, turbato soltanto dai gemiti. Davanti al blocco le S.S. davano ordini. Un ufficiale passò davanti ai letti. Mio padre implorava:

      – Figliolo, dell’acqua… Mi sto consumando… Le mie viscere…

 

      – Silenzio, laggiù! – urlò l’ufficiale.

 

    – Eliezer, – continuava mio padre – dell’acqua…

L’ufficiale gli si avvicinò e gli gridò di tacere, ma mio padre non lo sentiva e continuava a chiamarmi. Allora l’ufficiale gli dette una violenta manganellata sulla testa.
Io non mi mossi. Temevo, il mio corpo temeva a sua volta un colpo.
Mio padre emise ancora un rantolo, e fu il mio nome: «Eliezer».
Lo vedevo ancora respirare, a scatti. Non mi mossi.
Quando scesi dalla mia cuccetta, dopo l’appello, potei vedere ancora le sue labbra mormorare qualcosa in un tremito. Chinato sopra di lui restai più di un’ora a guardarlo, a imprimere in me il suo volto insanguinato, la sua testa fracassata.
Poi dovetti coricarmi. Mi arrampicai di nuovo nella mia cuccetta, sopra mio padre, che viveva ancora. Era il 28 gennaio 1945.
Mi svegliai il 29 gennaio all’alba. Al posto di mio padre giaceva un altro malato. Dovevano averlo preso prima dell’alba per portarlo al crematorio. Forse respirava ancora…
Non ci furono preghiere sulla sua tomba; nessuna candela accesa in sua memoria. La sua ultima parola era stata il mio nome. Un appello, e io non avevo risposto.
Non piangevo, e non poter piangere mi faceva male: ma non avevo più lacrime. E poi, al fondo di me stesso, se avessi scavato nelle profondità della mia coscienza debilitata, avrei forse trovato qualcosa come: finalmente libero!…

IX

Dovevo ancora restare a Buchenwald fino all’11 aprile. Non parlerò della mia vita durante quel tempo: non aveva più importanza. Dopo la morte di mio padre nulla mi toccava più.
Fui trasferito al blocco dei ragazzi, dove eravamo seicento.
Il fronte si avvicinava.
Passavo le mie giornate in totale apatia e con un solo desiderio: mangiare. Non pensavo più a mio padre, né a mia madre.
Ogni tanto mi capitava di sognare: un po’ di zuppa, un supplemento di zuppa.
Il 5 aprile la ruota della Storia girò.
Era pomeriggio inoltrato ed eravamo tutti in piedi nel blocco aspettando che una S.S. venisse a contarci, ma tardava a venire. Un tale ritardo non si era mai verificato a memoria di Buchenwald: doveva essere successo qualcosa.
Due ore dopo gli altoparlanti trasmisero un ordine del capo del campo: tutti gli ebrei dovevano recarsi sul piazzale dell’appello.
Era la fine! Hitler stava per mantenere la sua promessa.
I ragazzi del nostro blocco si diressero verso il piazzale: non c’era altro da fare, visto che Gustav, il responsabile del blocco, ci parlava col suo bastone… Ma, lungo la strada, incontrammo dei prigionieri che ci sussurrarono:
– Tornate al vostro blocco. I tedeschi vi vogliono fucilare. Tornate al vostro blocco e non muovetevi.
Noi ritornammo al blocco, e apprendemmo strada facendo che l’organizzazione di resistenza del campo aveva deciso di non abbandonare gli ebrei e di impedire la loro liquidazione.
Siccome si faceva tardi e la confusione era grande – numerosi ebrei si erano fatti passare per non ebrei – il capo del campo decise che un appello generale sarebbe stato fatto il giorno seguente e che tutti avrebbero dovuto essere presenti.
L’appello ebbe luogo. Il capo annunciò che il campo di Buchenwald sarebbe stato liquidato e che dieci blocchi di deportati sarebbero stati evacuati ogni giorno. A partire da quel momento non ci fu più alcuna distribuzione né di pane né di zuppa. Ogni giorno qualche migliaio di detenuti attraversavano la porta del campo e non ritornavano più.
Il 10 aprile eravamo ancora circa ventimila nel campo, fra cui qualche centinaio di ragazzi. Decisero di evacuarci tutti in una sola volta, fino a sera; poi avrebbero fatto saltare il campo.
Eravamo quindi ammassati nell’immenso piazzale dell’appello, in file di cinque, aspettando di vedere aprirsi il portone, quando all’improvviso le sirene si misero a urlare. Allarme. Ritornammo nei blocchi. Era troppo tardi per farci evacuare quella sera, e l’evacuazione fu rinviata al giorno dopo.
La fame ci attanagliava: non avevamo mangiato nulla da ben sei giorni, tranne un po’ d’erba e qualche buccia di patata trovata vicino alle cucine.
Alle dieci del mattino le S.S. si sparpagliarono per il campo e si misero a spingere le ultime vittime verso il piazzale dell’appello.
Il movimento di resistenza decise allora di entrare in azione. Uomini armati sorsero all’improvviso un po’ dappertutto. Raffiche, scoppi di bombe a mano. Noi ragazzi restammo sdraiati per terra nel blocco.
La battaglia non durò a lungo. Verso mezzogiorno tutto era ritornato calmo; le S.S. erano fuggite e i resistenti avevano preso la direzione del campo.
Verso le sei del pomeriggio il primo carro armato americano si presentò alle porte di Buchenwald.
Il nostro primo gesto di uomini liberi fu quello di gettarci sulle vettovaglie. Non pensavamo che a quello, né alla vendetta, né ai parenti: solo al pane.
E anche quando non avemmo più fame non ci fu nessuno che pensò alla vendetta. Il giorno dopo, qualche giovanotto corse a Weimar a raccogliere patate e vestiti, e qualche ragazza, ma di vendetta nessuna traccia.
Tre giorni dopo la liberazione di Buchenwald io caddi gravemente ammalato: un’intossicazione. Fui trasferito all’ospedale e passai due settimane fra la vita e la morte.
Un giorno riuscii ad alzarmi, dopo aver raccolto tutte le mie forze. Volevo vedermi nello specchio che era appeso al muro di fronte: non mi ero più visto dal ghetto.
Dal fondo dello specchio un cadavere mi contemplava. Il suo sguardo nei miei occhi non mi lascia più.

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