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ADDIO KUBRICK, IL CINEMA PERDE UNA LEGGENDA

Il regista è morto a 70 anni. Una vita segregata piena di misteri e fobie. Nei suoi film le angosce di mezzo secolo. Ossessionato dalla privacy. Tante opere geniali ma neppure un Oscar

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Stanley Kubrick on set

di Maurizio Porro

Il regista americano Stanley Kubrick, 70 anni, è morto a Harpenden, località di campagna dell’Hertfordshire, 100 km a nord di Londra. Abitava in Inghilterra con la terza moglie, Christiane, e le figlie Katharine, Anya, Vivian. Ignote le cause del decesso. «Abbiamo ricevuto all’1 di ieri notte una chiamata al suo indirizzo – ha detto un portavoce della polizia – dove un dottore aveva già certificato la sua morte. Il decesso non presenta circostanze sospette». E la famiglia non ha voluto comunica re altro. Detto con un certo cinismo, un genio, anche postumo. Fedele fino all’ultimo al credo dell’invisibilità come motore d’immortalità, Stanley Kubrick non ci farà mai sapere neppure come, quando e perché è morto. Si sa solo che non c’è più, così come prima si sapeva che c’era, ma pochi ne avevano le prove. Mai che andasse a una prima, mai che ritirasse un premio (nessun Oscar, che gaffe imperdonabile). Altro che Greta Garbo, era come il Citizen Kane di Orson Welles, genio con cui condivideva gli estri precoci: «Credo nel cinema come forma espressiva primaria della nostra epoca». Fino al 1960 in America (nato a New York il 26 luglio 1928 in una famiglia borghese ebraica di origine austroungarica), indi naturalizzato inglese, prese fissa dimora nei pressi di Londra e negli studi Pinewood ha ricostruito – come Fellini, uno dei pochi a sentirlo ogni tanto al telefono e di cui si era innamorato vedendo La strada – perfino le giungle del Vietnam. Ha diretto in quarantacinque anni una dozzina di film di cui due poco noti, nel ’55-’56 (Il bacio dell’assassino e Rapina a mano armata); da Orizzonti di gloria all’inedito Eyes wide shut, dieci titoli che hanno fatto moda ed epoca, basti pensare allo «scandalo» così preveggente sulla violenza di Arancia meccanica: «Ma non ci sono prove – diceva – che la violenza nei film o alla televisione provochi violenza sociale. L’arte rimodella la vita ma non la crea, non la produce». Sono esattamente i film che Kubrick, studente del Bronx appassionato scacchista e spettatore maniaco al Museo d’arte moderna, desiderava realizzare, senza compromessi. Lunghe incubazioni e un maniacale perfezionismo, in nome del quale era capace, davvero, di spedire in giro per il mondo suo i emissari a controllare lo stato delle copie e delle sale nelle quali i suoi film venivano proiettati, con la possibilità di suscitare furibonde irritazioni. Kubrick era un «total filmaker», controllava tutte le fasi dell’opera, anche la pubblicità, se ne impadroniva in modo totale, compresi i diritti. Di recente aveva personalmente concesso i suoi film all’home video dell’Unità, perché fu il quotidiano di Gramsci. Unico. Anche perché a ogni film di Kubrick ricominciava daccapo, cambiava libro, preferendo i minori, genere ed epoca, ma tenendo fermo il potere del suo sguardo pessimista: la guerra è presente in sei film e la morte aleggia su tutti. Spazia dall’antica Roma del 73 a.C. del gladiatore Spartacus, all’infinito tecnologico esistenziale con valzer di Strauss di 2001 odissea nello spazio, il film che, prevedendo il dominio del computer HAL 9000, portò la fantascienza in serie A e raccontò la grazia infinita e violenta del viaggio dell’uomo. Al cinema il giovane Stanley era arrivato con la complementare passione della fotografia, con ritratti e reportage. Impara così a scegliere l’istante magico che basta per inquadrare e spiegare il mondo, con il distacco del mezzo, di cui distingue i segreti: arriverà agli obiettivi speciali di 2001, al lume di candela di Barry Lyndon, nel ‘700 inglese di Hogarth e Gainsborough, alla steadycam come «protesi» dell’occhio del regista in Shining, il film che mescola all’horror una sorta di autobiografico compiacimento sulla figura dello scrittore. Nell’aprile ’45, a 17 anni, fotografa il volto di un giornalaio di fronte alla morte di Roosevelt e vende la foto per 25 dollari a Look. I suoi primi 16′ di girato sono Day of the fight nel ’51, documentario su un pugile, cui segue, con 1500 dollari RKO, un corto di 9′ su un missionario nel Nuovo Messico. Un cugino farmacista lo aiuta a girare il primo «lungo» di 68′, Fear and desire, episodio bellico che lo segnala ai critici. Ma il suo vero debutto sarà Il bacio dell’assassino in esterni bianconeri semi-documentari nuovayorkesi. Con l’amico Harris fonda una compagnia di produzione e gira nel ’56 Rapina a mano armata, classica storia di un colpo grosso che va a finire male, sulla scia di Giungla d’asfalto. L’anno dopo viene in Europa per Orizzonti di gloria, uno dei grandi film antimilitaristi, proibito fino a pochissimi anni fa in Francia, inaugurando una ferrea amicizia con Kirk Douglas. Il divo democratico produrrà Spartacus e gli affiderà la regia dopo aver litigato con Anthony Mann. Ma al fronte francese della I guerra mondiale è un maniaco generale che manda allo sbaraglio i suoi uomini: le follie dei singoli si ripercuotono sull’umanità, come accadrà con il grottesco Sellers – Dr. Stranamore, dove si rincorrono, come gli piaceva, Caos e Ordine, in un angoscioso balletto pre-atomico. Spartacus utilizza l’ottima sceneggiatura di Dalton Trumbo, epurato dalla caccia alle streghe, per una kolossale avventura sociale, film su una potente idea di speranza e libertà con una struttura di racconto molto spettacolare. È l’ultimo film di produzione Usa: alcuni litigi sul set e il taglio di una innocente scena paleo-gay tra Marco Crasso e Antonino lo allontanano da Hollywood. Il colpo definitivo viene dallo scandalo annunciato del sensual-glaciale capolavoro Lolita di Nabokov, terribile ripensamento della commistione tra adolescenza e vecchiaia, con Sue Lyon e il lecca lecca a forma di cuore, già girato in Inghilterra ma censurato dal vetusto codice Hays e uscito in versione ridotta: Dio perdona, Kubrick no. Così il regista non torna mai più in patria, anche perché odia viaggiare (mai in aereo), se non con la fantasia del cinema. Resterà esule nei dintorni di Londra, monaco del cinema, padrone di un castello dove, al momento opportuno, ospitò i boss hollywoodiani che venivano a leggere, chiusi in una stanza, i nuovi copioni del Genio. Gli altri film di culto sono Stranamore nel ’64, con cui inizia a vendicarsi dell’America; 2001 nel ’68; Arancia meccanica da Burgess; il magistrale Barry Lyndon da Thackeray, nell’incanto della Storia, mentre Shining nell’80 è un incubo di Stephen King e Full metal jacket il più potente «Vietnam movie», l’unico in cui l’autore abbia usato musiche apposite, in questo caso della figlia Vivian sotto pseudonimo. A questo proposito, quando Kubrick lavorava al progetto non realizzato su Napoleone, Fellini raccontava di averlo messo in contatto con il mago Ron e Nino Rota, con cui Kubrick, in odissea spazial telefonica, ascoltava in paranormale flashback le marce dei soldatini francesi.

Corriere della Sera, lunedì 8 marzo 1999

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