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JUVENTUS-ARGENTINOS JR. – Finale Coppa Intercontinentale 1985

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8th December 1985, Tokyo, Intercontinental Cup, Juventus beat Argentinos Juniors 6-4 on penalties, Michael Laudrup of Juventus beats Argentinos Juniors' goalkeeper Enrique Vidalle to score the 2nd goal
Michael Laudrup beats Argentinos Juniors' goalkeeper Enrique Vidalle to score the 2nd goal

Speciale del Guerin Sportivo sulla finale della Coppa Intercontinentale disputata a Tokyo l’8 dicembre 1995 tra la Juventus e l’Arentinos Jr. La Juventus vinse il trofeo ai calci di rigore.

Pubblicato in: Guerin Sportivo n.51-52, 1985

Miss Mondo

TOKYO. È stato un lungo pellegrinaggio alla ricerca del­la Coppa mancante, che la Juventus ha infine concluso qui, all’altra parte del mondo, scalando vette impossibili, rie­mergendo da situazioni dispe­rate. Un inno al formidabile carattere di questa squadra costituzionalmente incapace di arrendersi. Ma anche un’e­sperienza singolare, un arric­chimento che non ha avuto risvolti esclusivamente calci­stici. Un’impresa che merita una rivisitazione, in chiave di flash-back.

LA   ROTTA   POLARE. L’avventura comincia lunedì 2 dicembre dal Charles de Gaulle di Parigi, dove la comi­tiva juventina sale sul Jumbo delle linee aeree giapponesi, puntato su Tokyo attraverso la rotta polare. È una lunga corsa incontro alla luce, che il crudele gioco dei fusi orari mette costantemente davanti a noi. Ventidue ore di volo, con una suggestiva sosta tec­nica ad Anchorage, in Alaska, dove l’aereo magistralmente infila lo stretto pertugio della pista, unico nastro praticabile (per via delle serpentine sot­terranee di riscaldamento) fra imponenti lastroni di ghiac­cio. Turbina la neve fresca come un volo di coriandoli, festoso presagio natalizio. Anchorage è un’oasi di vita nella calotta polare, che ab­biamo ammirato imponente, bianca e inanimata nel lungo approccio a bassa quota. De­ve la sua fortuna alla proibi­zione, valida per molte com­pagnie, di sorvolare il territo­rio sovietico e di fare scalo a Mosca, cosa che abbrevierebbe il viaggio di tre-quattro ore. Ma è già ora di ripartire, per l’ultimo tuffo, sette ore e mezzo (mattina, sera, chi ci capisce più niente?) che ci scarica in assoluta puntualità a Narita, perfetto, emblemati­co avamposto di quel formi­caio che è Tokyo.

BONIPERTI. La guida un Boniperti raggiante, con la famiglia al seguito, tutto pro­teso all’unica conquista che ancora non adorni il suo zai­no di maresciallo. Era gran­dissima la Juventus di Boni­perti giocatore, ma come met­teva il naso fuori dai sacri confini fioccavano botte da orbi. Ed era così fiorita la leggenda (non d’altro poteva trattarsi, a giudicare con un minimo di serietà critica) di una Signora inguaribilmente casalinga, negata alle glorie internazionali.  Bene, Giampiero, e l’impareggiabile Trap con lui, hanno impiegato po­co a spazzar via il fastidioso pregiudizio. In otto anni, dal­la Coppa Uefa del ’77, alla Coppa Campioni dell’85, passando attraverso la Coppa delle Coppe dell’84 e la Supercoppa ancora dell’85, Mada­ma delle vittorie ha sbancato l’Europa. Sicché ora fatal­mente si trova a spostare in avanti le sue frontiere. Qui a Tokyo, per l’ultima laurea.

TOKYO: È VITA? Tokyo raggruppa i suoi dodici milio­ni di abitanti, col comprenso­rio, in una superficie relativa­mente ristretta. Qui la densità abitativa è autenticamente mostruosa. I suoi abitanti sciamano a plotoni affiancati e complementari, in un inno all’efficienza operativa e, in­sieme, alla rinuncia alla vivibi­lità. Il traffico è perennemente paralizzato, ma sono turisti quelli che congestionano, sui 45.000 taxi della città, il mo­dernissimo e futuribile intrec­cio di strade e sopraelevate. Capisco come dietro il peren­ne miracolo economico l’in­flazione a quota zero o quasi, si agitino forti tensioni e s’in­crementi il terrorismo, an­ch’esso tecnologico, ovvia­mente. Produrre e lavorare, lavorare e produrre: ma nel meccanismo infernale, la vita è uscita stritolata.

PLATINI. L’incertezza che Michel Platini coltiva sul pro­prio futuro agonistico, che non è solo frutto di civetteria, alimenta voci romanzesche. Dall’Italia rimbalzano inquie­tanti congetture sul proposito di Michel — soltanto ventila­to, si badi bene — di lasciare il nostro calcio dopo questa stagione. Addirittura un gial­lo, con minacce di sequestri e di ricatti. Per via del fuso galeotto, gli inviati italiani vengono invitati a verificare nel cuore della notte. Ovvia­mente si sposta tutto alla mat­tina seguente: la frotta agitatissima dei giornalisti rag­giunge Platini, mentre sta fi­nendo di deliziare i colleghi giapponesi e argentini in una conferenza stampa. Il commento è sintetico ed efficace, non per niente Cambronne era nato dalle sue stesse parti. Forse sono proprio episodi come questi (la risonanza en­fatizzata, non la realtà dei fatti) a spingere Michel, dopo quattro anni, esaltanti, lonta­no dai nostri stress e dalle nostre esasperazioni.

STAMPA E RAI. A proposito di giornalisti, ne sono presenti sedici italiani (con due fotografi del Guerino, Guido Zucchi e Salvatore Gi­glio) e sei argentini. Ci sono i commentatori di Canale 5, Albertini e Bettega e anche il collega di una radio privata di Torino. Assenza totale, inve­ce, per la RAI-TV italiana. Secondo un’ormai consolida­ta e discutibile tradizione, un avvenimento, quando è tra­smesso dalla principale con­corrente nazionale, per il no­stro ente di Stato automatica­mente cessa di esistere. Eppu­re è in pratica la finalissima mondiale per squadre di club, cui è pervenuta una formazio­ne italiana. Eppure l’avveni­mento è teletrasmesso in 60 Paesi. Mah. Se un giorno Berlusconi dovesse aggiudicarsi i campionati del mondo, che farebbe la Rai, ne ignore­rebbe l’esistenza? In assenza di un corrispondente RAI da Tokyo i collegamenti sono curati dalla signora Annama­ria Volpi, gentilmente presta­ta dalla Radio nazionale giap­ponese.

IL CONIGLIO. Soltanto il sabato la Juventus prende vi­sione del terreno di gioco, il National Olimpie Stadium, dove per l’appunto nel 1964 si disputarono i Giochi Olimpici (ricordate la commovente vit­toria di Abdon Pamich?), i primi ad avanzata sofistica­zione tecnologica, così come quattro anni prima a Roma si erano esauriti quelli a misura d’uomo. Il fondo è irregolare, la palla vi schizza sopra con imprevedibili saltelli che sfug­gono ai più celebrati maestri del palleggio. Splendida im­magine offerta da Trapattoni: «Su questo campo, la palla rimbalza come fosse un coniglio». E per fortuna è arrivata la pioggia che ha almeno am­morbidito la crosta.

BRIO E PELÉ. In una vigilia imprevedibilmente nervosa, si inserisce un patetico sfogo di Sergio Brio, il gigante della difesa bianconera, affezionato al suo look di modestia, di nobile gregariato di seconda schiera. È capitato che un collega, scambiando la do­manda per la risposta, ha attribuito a Brio debitamente virgolettata questa impegnativa dichiarazione: «Contro la Fiorentina ho segnato un gol alla Pelé». Se ne dispiace pub­blicamente Brio, con preoccu­pazioni che gli fanno onore: «Cosa penserà di me la gente, crederà che sono diventato matto all’improvviso. Eppure lo sapete, ho scelto una linea e voglio rimanervi fedele sino in fondo, non sono tipo da ribalta, io. E poi, pensate un po’ se Pelé lo venisse a sapere…». Nervo­sismo, dicevo, e non tutti sono amabili e candidi come Brio. Platini non ha mandato giù che gli venisse attribuito un certo giudizio sul Brasile, Tac­coni ha qualcosa da ribattere a chi lo ha inserito ai primi posti della classifica fumatori. Certo, giocatori suscettibili. Ma anche giornalisti fantasio­si: mi è capitato di leggere, con titolone di rito, che gli juventi­ni si erano allenati sull’aereo, durante il viaggio d’andata. Giuro, per aver avuto costan­temente gli occhi spalancati dall’insonnia da fuso, che la massima espressione agonisti­ca si è limitata a qualche partita di scopone. Però gio­cata in tuta, questo sì.

MOSER E REGGI. C’è una ristretta, ma qualificata rap­presentanza dell’Italia sporti­va a sorreggere la fatica della Juve. Il sabato sera arriva Francesco Moser, qui portato dai suoi molteplici impegni promozionali che l’hanno or­mai trasformato in infaticabi­le ambasciatore di se stesso. Per l’occasione, ma soltanto per un giorno, Francesco fa pubblica abiura della sua fede nerazzurra e per motivi pa­triottici sposa la causa bianco­nera. Nello stesso albergo, il Tokyo Prince, sede ufficiale della Toyota Cup e che quindi ospita Juventus e Argentinos Juniors, scende Raffaella Reggi, giovane portacolori del nostro tennis femminile, impegnata in un torneo. Mau­ro, Bonini e Cabrini, i più inclini allo sport della racchet­ta, le strappano la promessa di un palleggio d’esibizione. Moser arriva trafelato anche allo stadio, appena reduce da un giro dimostrativo nei viali del Palazzo Imperiale, alla guida di un’ottantina di cicli­sti giapponesi: ma poi guarda­te com’è crudele il destino degli uomini, sia pure ad altis­simo livello. Trascinato dai suoi sponsor, Francesco deve lasciare la tribuna prima dei supplementari.

IL TRIONFO. E siamo al­l’ultimo atto. L’avventura si chiude in un crepitare d’emo­zioni, in una doccia scozzese di sconforti e resurrezioni, non è soltanto una partita di calcio, è una breve ma inten­sissima trancia di vita. Splen­didi avversari nobilitano l’ul­tima conquista bianconera, Boniperti allenta i suoi solita­mente perfetti freni inibitori, è proprio vero che vincere non basta mai, non crea assuefa­zione. In un angolo, Claudio Daniel Borghi, un autentico fenomeno (cosa sarà ai Mondiali al fianco di Maradona!) mi parla senza tristezza del sogno sfumato, dei suoi sette fratelli a Buenos Aires, della sua incrollabile decisione di arrivare prima o poi, meglio prima, al calcio italiano, il migliore del mondo. A fianco esulta Tacconi, il match winner, che ritiene di aver final­mente concluso la sua traver­sata del deserto, il lungo ap­proccio alla mentalità Juven­tus. I giapponesi osservano educatamente sbalorditi que­sto crogiolo di sentimenti. Sayonara, fine del viaggio.

Adalberto Bortolotti

La cronaca della partita

Juve-Argentinos è una partita drammatica, dai contenuti intensissimi. Vanno in gol per primi i sudamericani, al 55′: rapido contropiede manovrato, Commisso lancia Ereros che, sull’uscita, supera Tacconi con un pallonetto. Replica Platini, trasformando un calcio di rigore concesso dall’arbitro Roth per l’atterramento in area di Serena causato da Olguin. Tornano in vantaggio gli argentini, al 75′, con Castro servito da Borghi. Ma a 8′ dalla fine, pareggia Laudrup. La rete dì Laudrup è preziosa. Il danese parte da fuori area servendo Platini al limite. Circondato da alcuni avversari, Michel restituisce il pallone al compagno con un uno-due largo che lo libera in area. Laudrup raccoglie e salta anche Vidallé. Il portiere argentino tenta di sbilanciarlo ma non vi riesce. E da una posizione difficilissima lo juventino centra il bersaglio. «Un gol impossibile per un giocatore normale», lo definisce un giornale di Copenaghen.

I rigori arrivano dopo due ore di gioco, di emozioni, di calcio vero, stellare. Va alla battuta Brio: Vidallé intuisce la traiettoria del pallone ma viene ugualmente superato. Per gli argentini calcia Olguin. E realizza. Tocca a Cabrini: il portiere della formazione sudamericana è nuovamente battuto. Il primo errore dagli undici metri è opera di Batista, che non sorprende Tacconi. Sul 4 a 3 per la Juve, si porta al tiro Serena: 5 a 3, con una esecuzione perfetta. Lopez rimette in corsa i suoi con un tocco deciso. E sul 5 a 4 per Madama sbaglia Laudrup che si dispera. Va in pedana Pavoni. Tacconi para. Platini batte e segna il rigore decisivo. La gioia del francese, – addirittura in ginocchio davanti all’arbitro Roth –  è immensa e conclude la lotteria dei penalty.

 

Coppa Intercontinentale 1985-1986 – Finale
Tokyo, domenica 8 dicembre 1985

ARGENTINOS JUNIORS-JUVENTUS 2-2 – Dopo i calci di rigore (4-6)
MARCATORI: Ereros 55’, Platini rigore 63’, Castro 75’, Laudrup 82’
ARGENTINOS JUNIORS: Vidallè, Pavoni, Domenech, Villalba, Batista, Olguin, Castro, Videla, Borghi, Commisso (Corsi 86’), Ereros (Lopez 117’). – Allenatore Yudica
JUVENTUS: Tacconi, Favero, Cabrini, Bonini, Brio, Scirea (Pioli 64’), Mauro (Briaschi 78’), Manfredonia, Serena, Platini, Laudrup. – Allenatore Trapattoni
ARBITRO: Roth (Germania Ovest)

Platini found the back of the net with a brilliant move, lifting the ball over a defender with his right foot, then firing home with his left, but the referee disallowed it because another Juventus player, Serena was offside. In the picture Platini's reaction after the disallowed goal.
Platini’s reaction after the disallowed goal

Juventus-Argentinos-Jr-Laudrup-Gol-sequence

Juventus - Argentinos Jr, Platini and Bonini with the Cup
Juventus – Argentinos Jr, Platini and Bonini with the Cup